ANIELLO FALCONE

Aniello Falcone nacque a Napoli il 15 novembre 1607 da Vincenzo e Giovanna de Luca e venne battezzato nella parrocchia di San Giorgio Maggiore.
La sua famiglia era benestante e possedeva numerose case alla Selleria. Il padre era un indoratore e fu più volte console dell’Arte.
Famoso pittore di battaglie, è stato uno dei più noti esponenti della pittura napoletana del seicento.
Allievo di Ribera, fu inizialmente un affermato pittore di genere e di battaglie e favorì la diffusione della “Bambocciata”, un genere che ebbe importanti maestri anche a Napoli, alcuni dei quali, come Domenico Gargiulo, formatisi proprio nella bottega di Falcone. Divenne molto noto e ricercato dai maggiori collezionisti napoletani del tempo proprio grazie alla sua pittura di battaglie che fu un genere di grande successo nella Napoli del ’600.

Fu per molti giovani artisti un vero maestro. Egli nella sua bottega di Napoli, accoglieva giovani interessati all’arte e insegnava loro i segreti e le tecniche di pittura trattandoli sempre con gentilezza assai paterna.

Nella sua bottega si formarono artisti del calibro di Micco Spadaro e Salvator Rosa.

Molti dei suoi allievi aderirono alla “compagnia della morte” creata dallo stesso Falcone per vendicare la morte di un amico con l’ unico scopo di uccidere tutti i soldati spagnoli.

Facevano sicuramente parte della compagnia Aniello Falcone, Mattia Preti, Micco Spadaro, e Salvatore Rosa (il più ribelle di tutti) e si dice partecipasse attivamente anche anche il giovane Masaniello.
Questo gruppo di giovani artisti ribelli, di notte, erano i meravigliosi artisti che tutti noi abbiamo poi avuto modo di ammirare mentre di giorno, armati di tutto punto, si trasformavano in terribili spadaccini che girando per la città uccidevano quanti più spagnoli possibili incontravano.

I tre grandi artisti, dotati di talento ma anche di temperamento aggressivo, finirono per diventare per i soldati spagnoli un vero e proprio incubo.

Oltre ai citati artisti, altri grandi pittori emergenti come Luca Giordano e Francesco Solimena incominciavano a quell’epoca a farsi notare in città.

Malgrado questa fioritura di artisti, anche la città e tutto il regno subivano la crisi generale che attanagliava l’Europa, guerre, carestie, pestilenze, terremoti, eruzioni vulcaniche.
I vari vicerè che si susseguivano si comportavano come dominatori, spogliando implacabilmente il territorio di tutte le risorse possibili, sia quelle umane sia quelle economiche con dazi e gabelle che favorivano solo l’aristocrazia cittadina, il clero e il popolo “grasso”, a danno dei poveri.

Sono le condizioni che porteranno alla sollevazione popolare guidata da Masaniello, che esplose a luglio del 1647 che secondo alcuni vide Falcone e i pittori della sua bottega come partecipanti attivi nei rivolgimenti popolari.
Quando il Regno di Napoli, dopo appena due anni di rivoluzione, ritornò sotto il dominio degli spagnoli, la “compagnia della morte” si disciolse e Aniello Falcone sparì dalla circolazione (forse migrò per sicurezza all’estero).
La sua bottega fu sostituita da quella di Luca Giordano.

Tra le sue opere di più interesse ricordiamo La Maestra di scuola e l’Elemosina di Santa Lucia del Museo di Capodimonte.
I soggetti preferiti da Falcone furono le battaglie ma non mancano dipinti con immagini sacre e una numerosa serie di affreschi .
Nel 1652 Falcone affresca la volta della grande sacrestia della Chiesa del Gesù Nuovo, una delle più importanti chiese basilicali della città partenopea
Tra le opere più importanti si ricordano la Cacciata dei mercanti dal Tempio del Prado, la Fuga in Egitto conservata presso la sagrestia del Duomo di Napoli e i già citati affreschi nella sacrestia del Gesù Nuovo a Napoli.

Aniello negli ultimi anni della sua vita si era trasferito a vivere in una grande casa presso il monastero delle Cappuccinelle dove il 14 luglio del 1656 si ammalò e mori’ di peste.

Prima di morire, resosi conto che i suoi giorni stavano per finire, decise di fare testamento. I suoi figli non compaiono nel documento, forse perché morti giovanissimi ed eredi diventano i suoi fratelli. Lascia proprietà anche ad alcuni nipoti e chiede di essere seppellito nella chiesa di Gesù Maria e non nel Carmine Maggiore, come riferito da alcuni biografi.

Dona l’interesse dei suoi capitali all’ospedale degli Incurabili, in cambio di una serie di messe di suffragio e divide in tre lotti la raccolta dei suoi disegni, una delle quali viene regalata al nipote scultore Andrea.

Vuole che siano restituite agli aventi diritto le caparre sui quadri non eseguiti ed infine desidera che dalla vendita dei suoi mobili vengano stornati 50 ducati da dare “per amorevolezza”, in primis et ante omnia, a Giovanna de Rosa, sorella di Salvator Rosa, moglie, o forse già vedova, di Francesco Fracanzano.

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