‘O CAVONE

Se nella nostra città volete veramente vedere qualcosa di veramente incredibile ed originale non dovete far altro che incamminarvi o meglio ancora inerpicarvi tra i gradini , e  le strette rampe , di una caratteristica  strada con 40 metri di dislivello lunga 550 metri che si trova nel suggestivo quartiere dell’Avvocata.  La strada si chiama Francesco Saverio Correra ed è intitolata ad un  famoso giurista e docente del XIX secolo  ( noto principe del foro )  ma  è meglio conosciuta a Napoli col nome de “il Cavone di piazza Dante” e per antonomasia ” ‘O CAVONE”.

Vagando tra i suoi insoliti vicoli  e le  improvvise vedute di costoni di roccia ricoperti di ciò che resta della selvaggia vegetazione , non solo potrete ammirare l’incredibile connubio tra natura  e urbanistica, ma scoprire anche quello che ancora oggi rappresenta uno spaccato vivo della Napoli antica con i suoi vicoli densamente abitati caratterizzati da scene di vita tipiche della  genuina umanità partenopea . In questo luogo infatti, il confine tra ciò che ha prodotto l’elemento naturale e quello che gli esseri umani hanno nel tempo occupato, in maniera del tutto labile, appare svanire eliminando qualsiasi  frontiera.

La strada come vedremo  è veramente particolare  poiché la si può percorrere sia in lunghezza ma anche in altezza. Numerose sono infatti le diramazioni,con rampe e gradini che raggiungono i vari livelli del costone tufaceo fino alla cima della collina.

CURIOSITA’ :Fino agli anni Cinquanta la strada era percorribile solo a piedi, perché vi erano dei gradoni che furono eliminati da Achille Lauro negli anni in cui era sindaco.

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Cavone, come ancora oggi viene comunemente chiamata questa via, nasce come alveo di deflusso delle acque piovane provenienti dalla collina del Vomero che canalizzatesi  in  un tratto collinare denominato ” Infrascata ” ,trasportando  copiosi detriti dilavati da aree di campagna , andavano poi  a costituire quella che veniva definita la cosidetta ” lava ”

CURIOSITA’: Non è raro vedere a Napoli  sulle tabelle viarie, il nome di una strada preceduta dalla qualifica di – cupa -arena- canale – canalone o cavone . Tali denominazioni sono quelle che, secondo la congigurazione del terreno si davano una volta al percorso delle acque piovane che dalle circostanti colline si riversavano a valle . Era a tal proposito chiamato canale o canalone secondo la lunghezza e la larghezza , l’alveo naturale formato dal fluire delle acque. Dove il canale s’incassava formava una ” cupa ” e dove la cupa era più profonda diventava un ” cavone “.

Il Cavone quindi rappresentava la parte finale di un naturale canalone di scolo  formato per millenni ,dal fluire delle acque che nel tratto finale si incassava in maniera profonda tra due grandi pareti tufacee.

N.B. secondo alcuni diversi autori il Cavone deve invece il suo nome all’attività delle cave che qui vennero impiantate data la facilità di coltivarle sia a vista che in galleria.

La zona anticamente si trovava fuori il perimetro cittadino,ed era ricca di boschi , molto rigogliosa di verde  e punto di impluvio tra due alture: quella di Costigiola a nord e di Pontecorvo a sud. Aveva inoltre la caratteristica di essere popolata da tanti conigli selvatici e  questo non trascurabile fatto  motivò  addirittura il re Alfoso II d’Aragona  a costruivi una villa regale dove si dilettava alla caccia, denominata la” Conigliera “.

Il progetto fu redatto da Giuliano da Maiano che realizzò, secondo gli scritti di Giovanni Battista Chiarini, un edificio difettoso, cioè senz’aria e senza giochi d’acqua (per via delle cattive condizioni della zona).
L’edificio è diventato poi di proprietà dei principi di Leporano, che rimaneggiarono l’edificio lasciando il cortile in piperno e una conchiglia incavata che ospitava lo stemma dei Muscèttola, poi rimosso agli inizi del XX secolo. Di notevole oggi dell’antica villa  è rimasto solo il cortile in piperno ad arcate; questo venne successivamente chiuso per far posto a botteghe, ma dell’antica struttura del cortile si possono notare le nicchie che probabilmente ospitavano busti e decorazioni pregiate.

CURIOSITA’:  La zona sovrastante la Costigliola che si chiamava ” Infrescata ” ( ‘A ‘Nfrascata ) , era così denominata perchè era aperta tra i campi ed era tutta ricoperta da frasche o da rami d’alberi in tutto il suo cammino . La zona  nel 1566 divenne una strada  denominata ovviamente ” strada Infrascata ” mentre oggi si chiama Salvator Rosa . In un palazzo che su questa attuale via fa angolo con via Imbriani ( ex via la salute ) , sopra la scritta moderna è presente un’altra scritta più antica in cui ancora si legge ” Via Salvator Rosa -già strada Infrascata “.

La zona era comunque incassata e per quanto a ridosso delle mura cittadine , poco adatta ad essere abitata. La sua forma e il suo dislivello rispetto alle zone limitrofe ne limitava certamente lo sviluppo urbanistico ma il progressivo aumentare della popolazione. avvenuto in epoca vicereale , e la continua  carenza  di abitazioni per una popolazione in crescita costante, fece in modo che qualsiasi spazio che delimitava la fascia di terreno a ridosso delle mura cittadine cominciò sempre più a popolarsi e lo stesso Cavone per quanto poco ospitale incominciò a subire una serie di interventi trasformativi , sopratutto da parte di quella fascia del  popolo con meno possibilità economica che in qualche modo cercarono di adattare il luogo alle proprie esigenze abitative .

A partire dal XVII secolo la zona  fu quindi sempre più antropizzata fino a diventare una vera e propria strada come la vediamo oggi, e ad essere  edificati furono oltre a palazzi per abitazioni da dare in affitto , anche numerosi fondaci mercantili  dove i vari mercanti  potevano depositare la loro merce trovandosi nelle vicinanze del  largo del mercatello  (attuale piazza Dante) dove  ogni mercoledì si teneva il mercato . Ben presto comunque , grazie alla sua presenza in un luogo strategico divenne una zona sopratutto inizialmente molto ricercata dai commercianti ma lentamente , con il passare degli anni , da zona commerciale si trasformò in zona residenziale e addirittura ai  tempi dei Borbone  era frequentata anche dalla parte più benestante della città, come si può notare da diversi palazzi con ingressi monumentali.ancora oggi presenti . Si trattava per lo più di ex militari nei tempi antichi, mentre a metà ‘800 vissero da queste parti numerosi giuristi  fra cui lo stesso Correra. La salita si chiamava “Strada del Cavone a Sant’Eframo Nuovo”, che come potete capire dal  nome si riferisce al monastero diventato oggi l’ex OPG .

Il territorio da quel momento  cominciò sempre più a popolarsi e come tutte le aree verdi vicine al centro della città, divenne meta ambita sopratutto da quella fetta di gente popolare più indigente .La prima invasione ci fu dopo la guerra, quando in zona si trasferirono gli sfollati del Borgo di Sant’Antonio Abate, che avevano perso la casa a seguito dei bombardamenti.

CURIOSITA’ : Da sempre lungo il tratto di strada , la plebe abitava la parte alta, mentre borghesi e professionisti occupavano i palazzi più in basso.

La totale mancanza di chiese nell’intera area del cavone , testimonia comunque oggi l ‘origine certamente modesta del luogo .Nel Seicento, infatti , tutte le aree verdi vicine al centro della città, divennero  meta ambita per la fondazione di monasteri, chiese e conventi che richiamarono intorno a loro un numero sempre più crescente di abitanti  trasformando  in assoluto l’ intera zona.  Insieme alla capillare presenza di Ordini ecclesiastici  , grazie anche alla mancanza  di controlli  governativi avvenne quindi  in quel periodo  un totale  sfruttamento intensivo dei suoli che cancellerà nel tempo ogni residuo spazio pubblico libero. Sui terreni non occupati dalle fabbriche religiose, si concentrò sopratutto  l’interesse della borghesia meno ‘possidente’, quella, per intenderci, che non poteva ambire alle proprietà in via Toledo, consentite solo ai patrimoni aristocratici in auge. .

In quel periodo , in  seguito all’avanzamento delle mura con la costruzione di Via Toledo e lo spostamento di Porta Reale allo Spirito Santo, una grossa parte di verde fino ad allora limitrofa alle città , venne  inglobata dentro le stesse mura .Questa  ampia area di  spazio verde  confinava con i nuovi territori di Biancomangiare  o biancomagnare , che  situati allo Spirito Santo appartenevano inizialmente al duca  Fabrizio Pignatelli di Monteleone . Essa era una  zona , ricca di meravigliosi giardini e orti  che andava da Santa Chiara all’attuale Pignasecca , ed era all ‘epoca  un luogo  molto noto in città dove solitamente  ci si recava per  mangiar bene tant’è che il luogo era noto con il nome di “Biancomangiare” per indicare la salubrità del sito ed una gustosa pietanza locale  a base di crema di latte.

Il vicere nel costruire la nuova strada a lui dedicata decise comunque di spianare tutta la zona del Biancomangiare e la maggior parte dei giardini furono quindi confiscati al Pignatelli a cui rimasero solo quelli nella zona dello Spirito Santo. Egli allora su questo residuo terreno rimastogli fece costruire nel 1574 , un ospizio oggi divenuto dopo tanti rifacimenti  l’Ospedale Pellegrini.

N.B. Alla grande spianata di tutti questi  orti  pare che sopravisse soltanto un pino, definito in napoletano pigna. Delle gazze vi nidificarono nascondendovi tutti gli oggetti preziosi che sottraevano dalle abitazioni vicine, finché i  demoralizzati abitanti non provvidero a scacciarle. Il pino progressivamente si seccò conferendo a questa zona il nome di “Pignasecca”.

Tutti gli altri  spazi verdi che posti fuori le mura facevano da raccordo con la collina di San Martino e Sant’Elmo e gli orti che delimitano tutta l’area vennero comunque a poco a poco fagocitati da nuove costruzioni. Unica eccezione per lungo tempo fu via Salute e la zona dell’Infrascata, risparmiate dal cemento e ricordate per orti e aria salubre (da cui i toponimi delle strade), con ville e giardini a terrazze aperti sul golfo e sporadiche masserie circondate da campi coltivati

 

 

Ritornando al nostro caratteristico Cavone ,nell’attraversarlo subito noterete come esso sia  sia alquanto complesso nella  la sua costituzione fatta da  vicoli , scale , improvvise discese e risalite che hanno il pregio comunque di aprire ai nostri occhi inaspettati panorami. .L’altimetria della strada come noterete ,può essere tranquillamente schematizzata in due parti: quella lato via Pessina quasi pianeggiante e quella a ridosso dell’Infrascata molto ripida che inizia  all’altezza della chiesa di Santa Monica la quale  protrude nella discesa per un lungo tratto con il suo monastero, in grado un tempo di contenere centinaia di suore.

CURIOSITA’: Nell’insula, intorno al monastero, le monache costruirono un complesso di abitazioni modeste, il Fondaco del Cavone appunto, che dettero in fitto a basso prezzo a gente che aveva scarsi mezzi economici. Non si sa se per speculazione o beneficenza tutto sta che a tali modesti immobili secondo alcuni  documenti, oggi ritrovati , furono eseguiti  numerosi interventi di manutenzione e decoro fatti, per tutto il  Seicento e il  Settecento, che vennero poi a mancare nella seconda metà dell”800 ,  determinandone il degrado.

La strada snodandosi come un serpente collega Via Salvator Rosa con  Piazza Dante e percorrendola non dovete mai dimenticare che in passato , ancor prima di essere strada, ospitava gli alveoli delle acque fluviale delle colline del Vomero e dell’Arenella e che queste   scavando nel terreno, sono state capaci   di creare dei veri e propri canyon, erodendo il tufo con strapiombi e grotte ancora oggi visibili e che i vari vicoli e fondaci sono spesso solo opere della mano del popolo  che ha cercato di sfruttare i vari spazi presenti a ridosso del costone.

 

 

 

 

La strada oggi appare   incastrata in un torrente di case,e  fondaci che  sono diventati abitati  palazzi, e tunnel che conducono in cortili,  con gradoni che portano ad incredibili  terrazzi con isole di verde, dai quali si possono ammirare panorami mozzafiato.

 

Caratteristica della strada è infatti la sopravvivenza , nonostante il Risanamento di  due diversi fondaci che nati come depositi mercantili  ,successivamete , a causa dell’aumentare della popolazione e conseguente aumentato fabbisogno di alloggi  ,  furono poi adibiti ad abitazioni  . Molti di loro a  causa degli spazi ridotti e delle carenti condizioni igieniche che favorivano il diffondersi di epidemie furono appunto eliminati durante il Risanamento  che fece seguito alle tremende  epidemie di colera sul finire del XIX secolo,.

Ad essere  incredibilmente scampati alla loro demolizione   furono  il Fondaco di San Potito ed il   Fondaco Ragno , ( adiacenti l’un l’altro). . Essi sono gli uncici edifici che ancora oggi   testimoniano l’antica origine commerciale della zona.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

NB. Dopo “lo sventramento” operato in città dal Risanamento di alcuni  centri storici della città densamente popolato , gli abitanti, di quei luoghi rimasti senza immobili dovettero trasferirsi altrove . I  più ricchi ovviamente occuparono i nuovi appartamenti , quelli di media fascia andarono ad abitare al Vomero, mentre  i poveri andarono ad addensarsi nei luoghi già sovraffollati come i fondaci.

Le condizioni degli abitanti più indigenti presenti in città andarono quindi peggiorando  ed ancora oggi purtroppo , a dire il vero la situazione non è per nulla migliorata . Ancora oggi  i Fondaci del Cavone  presentano infatti una densità abitativa molto elevata  e caratteristiche igieniche talvolta molto critiche.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gli edifici che si snodano lungo la strada  sono quasi tutti da un punto di vista architettonico abbastanza modesti ma tra essi  alcuni catturano con il loro antico fascino la nostra attenzione essendo molto particolari come per esempio il palazzo Muscettola di Luperano che come vi abbiamo gia prima accennato ingloba i resti dell’antica villa ” conigliera “aragonese ,oppure quello presente   all’altezza del civico 22, che a dispetto delle apparenze vide i natali di uno dei napoletani più importanti della storia moderna,  come il Generale Armando Diaz   o infine quello  che in maniera incredibile , conserva nel suo interno addirittura  i resti dell’antico acquedotto romano di origine augustea che conduceva l’acqua dal Serino a Capo Miseno,… e  a ben vedere quasi tutti i palazzi , lungo tutta la strada, anche se decadenti non mancano di  mostrare il loro antico splendore attraverso i loro magnifici portali dalla particolare geometria  asimmetrica fatta per  adattarsi al percorso della strada e tutti  disegnati in maniera tale da evidenziare i cortili retrostanti con le caratteristiche scale aperte che un tempo  caratterizzavano le facciate interne dei palazzi napoletani.

 

 

 

 

 

 

 

 

Da uno di essi che un tempo pare abbia ospitato un convento di monache , ed oggi caratterizzato da un  modesto portone, quasi nascosto, possiamo introdurci in un supportico basso,  stretto e buio ,che finisce per  affacciarsi in un incredibile sorprendente cortile che mai ci saremmo aspettato . Su di esso ci appare improvvisamente un incredibile palazzo a due ali collegate da passerelle e ballatoi  che  appare  articolato da un bellissimo gioco di scale e ballatoio che rappresentano un vero e proprio percorso urbano,  poiché conducono  sulla sommità della collina. Proseguendo si raggiunge il lastrico solare del palazzo,  dal quale si gode un panorama che abbraccia tutto il Cavone e si proietta sul golfo partenopeo .

Il Cavone con i suoi Fondaci hanno per lungo tempo rappresentato insieme ad altri poveri ma ugualmente caratteristici, borghi , quella parte folkloristica della nostra città che da sempre ha diviso chi ama Napoli . Alcuni come Goethe nel settecento ne  apprezzava la diversità , la vivacità e sopratutto il calore di colore che lo abitavano . Tutte persone che lui considerava un popolo  libero e felice,compresi i più poveri,. Egli però era troppo innamorato della nostra città e riusciva a vedere solo la parte più bella degli edifici che accavallandosi si stratificavano tra loro avvolgendo nel buio l’enome  dedalo di vichi e gradoni adiacenti .Egli amava Napoli perchè era troppo diversa ed originale rispetto al suo luogo di origine. Amava i panni “spasi ” che facevano da cornice ai vari  quartiere popolari in cui le traverse sono chiamate vichi e questi se sono molto stretti sono chiamati vicoletti e strettoie se sono veramente piccoli e soffocanti. Era affascinato dalle  vie erte che venivano chiamate   salite se menano verso l’esterno della città, calate se conducevano  alla citta’ vecchia, gradoni se hanno scaglioni ,e  rampe se hanno branche.

E come dargli torto … come si fa a non amare un posto del mondo così bello … con i suoi paesaggi , i suoi panorami , il suo mare,  i suoi colori, i rumori, le voci, gli odori di frittura in alcune ore, i panzarotti, la pizza, la luce, il buio, i bambini per strada, i palazzi del seicento, i fregi sulle porte, i balconi bombati, le pietre, le lapidi, le porte inchiodate, le iscrizioni, le cappelle votive di alluminio anodizzato, le maioliche lucenti dei chiostri, e i giardini di aranci che si aprono come oasi sfinite nell’affollato deserto di pietra dei vicoli che ancora oggi a distanza di anni hanno una loro vita, che ruota intorno a mestieri vecchi e nuovi, alle tante botteghe artigiane, agli ambulanti, alle bancarelle, che insieme costituiscono la cosiddetta “economia del vicolo”. Un’economia che si adatta velocemente alla realtà circostante e cambia secondo le necessità o le stagioni.

La nostra città è un luogo vitale, energico, caotico ricco di di storia, cultura, musica e sapori dove i bassi s’intervallano a palazzi nobiliari e chiese monumentali, capaci di far salire le lacrime agli occhi per la sua bellezza ma  che talvolta sei capace di detestare per la decadenza che l’avvolge, per l’incuria con cui vengono trattati antichi monumenti , magnifiche opere d’arte e nobiliari palazzi le cui le volte da decenni sono sorrette ancora dai tubi di ferro di vecchi terremoti .

La bella Napoli di Goethe non sempre veniva vista con lo stesso sguardo innamorato del famoso scrittore e sempre più spesso il sorriso dei turisti di passaggio divenne  nel corso degli anni una sorta di sprezzante ironia .

La  povertà nell’ottocento diventò miseria ed il degrado in questo periodo storico riguardò tutta la città, e fu quello che Matilde Serao  descrisse nel famoso  “Il ventre di Napoli”. Il degrado delle abitazioni e dei relativi servizi portò all’emergenza sanitaria. A Napoli scoppiò il colera . E, di conseguenza, si giudicò necessario dopo l’unità d’Italia nel procedere alla bonifica del suo centro e del suo sistema fognario attraverso quello che fu detto il Risanamento oppure ” lo sventramento , che come sappiamo diventò “la più estesa trasformazione urbanistica che la città storica abbia conosciuto”

A tutto questo i Fondaci del Cavone hanno però ( non si sa come ) resistito e per lungo tempo esso ha conservato gli  stessi caratteri  appartenenti  per secoli a tutte le famiglie dei quartieri popolari napoletani.  Famiglie che costituiscono una società coesa, con gli stessi modi di pensare, di sentire e di atteggiarsi perchè come tutte le antiche città costiere greche ( vedi Neapolis, e Palepolis ) , fondate da navigatori , fin da tempi antichi  hanno modellato la loro organizzazione sociale  tenendo conto dell’esperienza che ne avevano fatto sulla nave prima di stanziarsi sulla costa. Sulle antiche navi, non si eleggevano quali capi i politici-oratori. Ma era capo il nostromo (cubernetes in greco, gubernator in latino), il governatore, che otteneva la sua legittimità dando prova delle sue reali capacità. E ognuno dei marinai aveva le mansioni relative alle proprie possibilità, il che non comportava la sanzione di una superiorità degli uni sugli altri, perché era evidente il fatto che si era tutti sulla stessa barca: una paritaria società di disuguali.

Le famiglie che oggi occupano gli antichi Fondaci  negli ultimi decenni anzichè vedere il loro numero diminuire ( come nel resto d’Italai ) tende invece al contrario ad aumentare, perché, a volte, pur potendosi trasferire altrove, i giovani sono rimasti qui, accanto ai genitori, ai nonni, agli zii e agli amici di sempre. E anche coloro che si erano allontanati, andando ad abitare le case nuove della periferia, ritornano qui, nella vecchia Napoli,tra i parenti e gli amici, tra gente conosciuta, in quella società che gli è propria, a quel modo di vivere che è la loro vita. Così gli ambienti abitativi, per dar loro posto, si sono solidarmente divisi, aumentandone  la densità . Ma sono tenuti ordinati e lindi, e sono forniti di bagni e di moderne tecnologie casalinghe… .e talvolta  I piani del fondaco si sono innalzati  venendo  preferiti quelli più alti.

Ma la vera novità negativa è sopratutto un ‘altra .Sta purtroppo sparendo  sempre di più  quell ‘atteggiamento di accoglienza che per secoli i napoletani  hanno diffuso nel mondo . Il loro  modo diverso di ricordare, di socializzare e di amare diverso da tutti gli altri . Quello consegnatoci dagli antichi antenati  greci grazie alla presenza di ben due scuole epicuree e  alla dottrina che per secoli essa  ha diffuso. 

Il popolo napoletano ha sempre inteso la vita ed il modo di stare al mondo in maniera diversa dagli altri. Il suo è sempre stato un modo diverso di raccontare , ricordare , amare , conversare , sorridere e chiacchierare e non a caso il napoletano  è riconosciuto in tutto il mondo come in genere una persona amichevole ed ospitale .Egli ha sempre vissuto di cose semplici e come tale  ha sempre fatto  sentire subito chiunque a suo agio  . Non importa da quale posto del mondo si provenga , il napoletano”  ti stringe subito la mano e ti sorride “. Egli nel suo modo di vivere ha sempre fatto  prevaleva l’amore per i contatti umani e improntando la vita al buon vivere secondo l’indottrinamento filosofico di Epicuro ha sempre  dato poca importanza a cose che da altre parti sarebbero vitali e tantissima rilevanza a cose invece superflue per alcuni e molti non hanno capito che questo non era  un pregio e nemmeno un difetto ma  solo un modo diverso di vivere e vedere la vita dove ancora certamente contava tantissimo la solidarità e l’amicizia.

Oggi purtroppo tutto questo si sta perdendo ….. e quello che era il popolo più ospitale ed amichevole del mondo  si sta sempre più chiudendo  in un atteggiamento di faticosa sopportazione. Gli extracomunitari aumentano ovunque e anche qui al Cavone lo spazio  incomincia a scarseggiare rendendo più aspri gli attriti tra le persone che sono profondamente diverse,e ogni tanto qualcuno protesta anche per piccole cose, che fanno emergere in superficie la diversità tra le etnie, mentre l’armonia di una  buona società è fatta dalla tolleranza dei suoi componenti.

Tutto questo associato ad un diffuso spaccio di droga gestito da una persistenza criminalità ben organizzata , sta portando , ed è una novità nella nostra città , come al Cavone ma in tanti altri  vecchi vicoli napoletani, un diffuso senso di insicurezza testimoniato anche dalla chiusura delle porte dei “bassi”, le famose case a pian terreno, da secoli sempre eternamente aperte alla strada ed oggi sbarrate con la cosidetta finestra zoppa” e spesso protette  dalla presenza dei cani , che non sono  i randagi a cui si dà il cibo,  e una carezza , ma da cani da difesa e robusti cani da guardia.

La nostra napoletanità sta svanendo ……e incominciamo a somimgliare a tutti gli altri , cioè …….niente di speciale !!!!!

Poco più avanti si incrocia sulla destra la strada che conduce alla chiesa che ha dato il nome al quartiere: l’Avvocata che sorge nel XVI secolo quando il padre  carmelitano  Alessandro Mollo la fece costruire con un piccolo convento attiguo. Alla fine del secolo, attorno al 1680, il cardinale Alfonso Gesualdo comprò il complesso e lo elevò a parrocchia. L’edificio fu poi  rimaneggiato nei secoli successivi, entrando di diritto  nel novero delle numerose chiese barocche della città: come ben testimonia soprattutto la facciata , decorata a stucco e di difficile attribuzione: alcuni documenti la riterrebbero opera di Dionisio Lazzari, tuttavia si è concordi nell’attribuirla ad un allievo di Domenico Antonio Vaccaro.
In seguito allo spostamento della sede parrocchiale nella vicina chiesa di San Domenico Soriano, l’edificio ospitò la Congregazione degli Studenti.
La chiesa nel suo interno  a pianta rettangolare conserva  pregevoli decorazioni  e festoni in stucco  in cui spicca l’altare maggiore  in marmi policromi.      Sono inoltre presenti affreschi e tele di vari pittori settecenteschi e ai lati della navata ,quattro grandi tele  di Vincenzo Galloppi realizzate tra il 1896 e il 1897, Sempre del Galloppi sono tutte le decorazioni del soffitto e la grande tela lunga quanto tutta la parete interna posta all’entrata dove è raffigurato Gesù tra i fanciulli. ,Sulla lato sinistro della facciata, c’è una porta che permette di accedere agli ambienti della Confraternita del Santissimo Sacramento all’Avvocata; dove spiccano degli affreschi eseguiti da Andrea dell’Asta, ma commissionati originariamente al Solimena.

 

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