C’era una volta, a Napoli, un grande esteso vallone, coperto da boschi di ulivi e pini, situato ai piedi della collina del Vomero. Si trattava di una grande area verde della nostra citta tutta  presente  fuori le mura occidentali della città.
Chiunque dunque  in quel periodo intendeva uscire  dalla citta,  una volta attraversate  dalle porte chiamate Romana e Donnorso, si trovava davanti a  grande vallata attraversata da un fiumiciattolo, il Sebeto, una volta alimentato da acque provenienti dalle colline di Capodimonte e del Vomero, poi sempre più asciutto.

Il luogo grazia al suo silenzio in mezzo alla natura , era il posto ideale per dedicarsi in ritiro alla preghiera,  al raccoglimento  della propria spiritualità e alla ricerca della pace interiore.

Fu questo il motivo per cui nel XVII secolo , ai  piedi di questo grande vallone della collina del Vomero,  fu poi fondata una chiesa, detta di Santa Maria di Montesanto, ad opera di una comunità di Frati Carmelitani provenienti da un omonimo monastero siciliano. Da lì nacque il nome, Montesanto che presto  si diffuse a tutta la zona.

 Il tranquillo luogo, gia in quel periodo in realta incominciava a subire le prime iniziali trasformazioni  grazie alle direttive del  noto vicerè don Pedro di Toledo
che  nel 1534 aveva  deciso di avviare  una serie di interventi urbanistici ed edilizi che allargarono la città e la trasformarono completamente.

Quando infatti Don Pedro di Toledo si insediò nella città partenopea nel 1533 , egli dette subito inizio ad una serie di interventi sulla vita e sul costume della città. In breve tempo la città subì molte trasformazioni: furono costruite strade, tra cui la splendida Via Toledo  ed il vicino tratto di Montesanto che per allargare la citta ,vide molta della sua verde collina essere inglobata in citta.  

Le antiche mura medievali furono infatti consolidate e allargate, inglobando nella città nuovi territori presenti ai piedi della collina .
Nacquero così  nuove mura della citta che scorrevano, prima di iniziare la salita, lungo la laterale dell’odierno Ospedale dei Pellegrini, fondato nel 1570 dal cavaliere gerosolimitano don Fabrizio Pignatelli, su un suolo di sua proprietà.

 Restavano comunque fuori dalle mura l’attuale Piazza Montesanto, l’Olivella e l’attuale via Tarsia, dove era presente un palazzo di proprieta della nobile aristocratica famiglia dei principi di Tarsia, (città calabrese della provincia di Cosenza.) i quali  dovendo trasferirsi a Napoli capitale, e alla Corte vicereale,  dovettero trovarsi un ‘abitazione degna di tanto nome e fecero quindi  edificare un palazzo monumentale affidando il il progetto  a uno dei più noti architetti napoletani del Settecento, un tale Domenico Antonio Vaccaro.

 Raccontano gli storici dell’arte, che il palazzo era qualcosa di veramente imponente e grandioso: occupava tutta la zona a monte della chiesa di S. Domenico Soriano al largo del Mercatello, si estendeva poi dal Cavone all’attuale piazza Mazzini e da salita Pontecorvo a Montesanto . Esso  era circondato da giardini bellissimi e stupefacenti e aveva nel suo interno una ricchissima biblioteca.

CURIOSITA : Tutta l’attuale area di via Tarsia, in quel periodo era di  proprietà della nobile famiglia Spinelli, considerata in citta,  una delle più antiche e illustri di Napoli, feudataria sin dai tempi dei Normanni e decorata con numerosi ordini cavallereschi.  Pensate solo che  l’antichissima  famiglia nobiliare  vantava nel suo albero genealogico numerosi e validissimi guerrieri sin dal tempo delle crociate.  Il Principe di Tarsia  Ferdinando Vincenzo, proprietario del palazzo e dell’intera area , era discendente della famiglia Spinelli , al cui capostipite Ferrante   fu conferito cnel 1642 il principato di Tarsia .Con l’estinzione della famiglia Spinelli avvenuta nel secolo scorso,  sia il giardino sia il palazzo furono variamente riutilizzati. Il piano terra, ad esempio fu trasformato prima in cinema, l’Astoria, e poi nel teatro “Bracco”, dedicato al commediografo Roberto Bracco. A fianco era l’Istituto nautico. Tutti i viali di questa abitazione, grandi e piccoli, costituiscono oggi le strade e i vicoli della zona, l’attuale piazzetta Tarsia sembra sia stata niente altro che il cortile interno del complesso.

La nuova murazione fatta costruire nei suoi interventi urbanistici dal vicere Don Pedro di Toledo, saliva dalla odierna chiesa dello Spirito Santo, attraverso la vallata di Montesanto, fino “ad meza falda del monte de santo Erasmo” (S. Elmo), da dove poi riscendeva verso la Playa, cioè Chiaja, e Santa Lucia, per poi ricollegarsi ai bastioni e alle casematte di Castelnuovo dalla parte di mare (oggi Molo Beverello e piazza Municipio).

N.B. Gli storici non sono tutti d’accordo sul tracciato di queste mura, poiché alcuni pensano che arrivavano fin sopra la punta più alta del Vomero, a S. Elmo, dove già c’era il Castello e la Certosa di S. Martino.

Il vicerè fece certamente una grande opera di risanamento della città  sopratutto costruendo la vicina Via Toledo che ancora oggi prende il nome dal suo fondatore, ma con le nuove mura della città,  restarono comunque  isolati gli abitanti della zona e delle colline che volevano entrare in città, . Essi dovevano arrivare dalla lontana zona collinare fino  al vicino largo del Mercatello ed  entrare in citta. per la porta Reale, che si trovava all’ altezza della chiesa dello Spirito Santo. Molti dei napoletani che abitavano in quella zona, non amavano ovviamente questo tragitto così  lungo e alcuni di loro, probabilmente sull’esempio di quanto era accaduto anche con Port’ Alba qualche anno prima, cominciarono a scavare di nascosto, “nu’pertuso“– ( un pertugio, un buco ) – per poter passare almeno uno alla volta.

N.B. Racconta Giuseppe Porcaro ne “Le Porte di Napoli” (ed. Del Delfino) ,..”..uno sconcio Pertuso, quindi, fu fatto da quegli abitanti nel muro occidentale della città, presso Montesanto, attraverso il quale, per la via dell’Olivella, i collinari di S. Martino accedevano nella capitale, raggiungendo agevolmente i centri storici e commerciali e l’area portuale.”.

Le Autorità, dopo vari inutili interventi di riparazione, presero atto della situazione e viste le continue petizioni degli abitanti, per consentire il passaggio regolare di tutti quelli che andavano e venivano dalla collina, nel 1640, Don Ramiro Nunez de Guzman, duca di Medina, fece costruire una Porta che prese il suo nome, “Medina”.

A realizzare la porta ,regolarizzando il pertuso aperto ,  fu Cosimo Fanzago insieme a  Bartolomeo Picchiatti .Per tale motivo la porta, che fu dedicata al viceré, continuò ad essere appellata dal popolo Porta Pertuso.

CURIOSITA’: La nuova porta, si trovava, secondo gli storici, più o meno tra  l’ingresso dell’ospedale dei Pellegrini e la stazione della Cumana e della funicolare.  Essa fu  l’ultima porta ad essere costruita in citta e fu anche l’ultima ad essere demolita nel 1873 . L’ultima traccia che rimane di quest’ultima è una targa su un palazzo antistante alla stazione della cumana di Montesanto, che recita “Fu in questo luogo porta medina, costruita dal vicerè di quel nome, nell’ anno MDCXL. Distrutta per pubblica utilità nell’anno MDCCCLXXIII“.

Del nome Portamedina resta invece ancora oggi una traccia nella toponomastica della zona( via Portamedina- vicoletto Rosario a Portamedina  e Via Rosario a Portamedina  dove si trova una omonima chiesa )

La porta subì numerosi danni durante i fatti d’armi del 1799 (le truppe sanfediste posero  l’assedio a Napoli mettendo fine alla Repubblica Napoletana , dando inizio a una feroce e sanguinaria reazione) e lo stemma reale, che si trovava al di sopra dell’iscrizione e degli stemmi vicereali e della città, fu seriamente danneggiato assieme a tutte le strutture in marmo della porta. Nel 1873 il municipio cittadino, d’accordo con una società francese che intendeva allestire nella zona dei mercati, procedette alla demolizione della porta , da cui si salvarono lo stemma e l’epigrafe, conservati prima al Museo Archeologico Nazionale e poi, dal 1889 al Museo di San Martino

Il busto di San Gaetano di Thiene e l’iscrizione che ne ricordava l’opera salvifica sulla città dalla peste del 1656, che erano posti su uno del lati della porta, sono invece oggi conservati nella sacrestia della chiesa di Santa Maria delle Grazie in Montesanto.

CURIOSITA’: Tra i vari reperti storici conservati della nostra citta, oggi nella zona di Montesanto  ne abbiamo uno che dobbiamo certamente  almeno citare . Si tratta di  quel bellissimo portale  del Palazzo Vicereale Vecchio di Napoli che  oggi è sito a Palazzo Muscettola di Spezzano, al numero 5 di vico Spezzano. Secondo la descrizione dell’araldista Vincenzo Amorosi “i battenti di quel portone sono rivestiti da lamine di acciaio e suddivisi in scomparti da fascette armate di chiodi a testa quadrangolare e mostrano nei riquadri superiori le colonne con il nastro attorcigliato e svolazzante recante la scritta “ plus ultra” che fu l’insegna araldica di Carlo V imperatore, fiancheggiate da due scudi ovali, uno poggiato su un corpo d’aquila bicipite, l’altro circondato da nastri”..

Il bel portone per chi ha vogiia di vederlo, si trova  in Vico Spezzano, cioè quella  piccola stradina che da Via Montesanto arriva a Piazza Mazzini.

Nella vicina Via Rosario a Portamedina. come vi abbiamo accennato si trova anche una chiesa ai più conosciuta per le sua scalinata dove è stata girata nel 1954 ,  una scena del film  Le Quattro Giornate di Napoli,  diretto da Nanni Loy che racconta della resistenza dei napoletani contro l’occupazione nazi-fascista del 1943.

Nella scena si vede la scalinata dove le donne si ribellano ai tedeschi e liberano i loro uomini.

N.B. Napoli fu la prima città d’Italia a liberarsi dall’occupazione tedesca , in modo totalmente autonomo, senza il supporto delle truppe di liberazione, venendo poi insignita della Medaglia d’Oro al Valor Militare.

La Chiesa di Santa Maria del Rosario a Portamedina , conosciuto anche come chiesa di Santa Giovanna d’Arco o Rosariello a Portamedina, venne costruita nel 1568 dalla Congrega dello Spirito Santo che, nel XVII secolo, completò l’opera affiancandogli un convento con chiostro di forma quadrata con tre arcate per lato.
Il complesso venne rimaneggiato nel 1724 e nel 1742; e fu proprio quest’ultimo (eseguito probabilmente da Domenico Antonio Vaccaro) a conferirgli l’aspetto attuale, con le decorazioni interne in stucco e l’esterno in stile tardo-barocco.

La facciata della chiesa presenta un bellissimo portico decorato in stucco, sorretto da arcate a tutto sesto, su cui poggia il coro. Il portale, è sormontato da una pregevole scultura in marmo raffigurante la Madonna col Bambino attorniata da angeli. L’interno, a pianta centrale, presenta un’unica navata con volta a botte e due cappelle laterali per lato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tra le opere pittoriche conservate la più rilevante è il “Sant’Antonio che adora il Bambino sulle braccia di San Giuseppe attorniato dai Santi Gennaro e Michele”, tela firmata da Antonio Sarnelli ,

Nel 1929 il convento domenicano passò alle suore della Compagnia di Maria e nel 1937 diventò ufficialmente una scuola, per poi essere riadatta e profondamente alterata durante lo stesso secolo.

Se vi siete recati nel luogo a vedere la chiesa vi sarete crtamente accorti di trovarvi in quella Napoli popolare  che conserva ancora oggi la sua tipica antica folkloristica caratteristica .

Forse oggi Montesanto è ancora l’unico vero tratto della nostra città che resiste alla massiva invasione turustica e  conserva  intatte le sue originali caratterisiche urbane e sociali .

I suoi vicoli stretti e misteriosi rappresentano il posto dove potrete ancora oggi  incontrare il vero folklore dei napoletani , la loro lingua , i loro rumori, i loro odori ed i loro colori.

Percorrere  oggi l’intera zona di Montesanto significa di fatto incontrare dal vivo la cultura napoletana ,assaporare il profumo dei suoi cibi , calarsi nella sua lingua e nella sua musica., nella  storia e nella sua arte.

Montesanto forse è l’unici luogo del nostro centro storico che ancora merita quella targa dell’UNESCO presente dal 1995 in piazza del Gesù.

Oggi, in un centro storico pieno di tavolini selvaggi, monumenti nel degrado, proliferazione di bed and breakfast e bar che hanno determinato la chiusura di botteghe e negozi storici, l’abuso degli spazi pubblici sottratti al libero godimento dei cittadini e concessi ai ristoratori, e la sottrazione ai residenti del diritto di abitare, perchè  il mercato degli immobili si sta riversando verso i nuovi usi extra alberghieri, Montesanto è l’unica zona che  a distanza di tanti anni  mantiene ancora intatto con la sua folla di persone geniuine,  il carattere di “porta della città”.

E’ un luogo che da sempre conserva come unico il suo impianato urbanistco e lo difende fieramente dalle omologazioni tanto di moda nella restante parte del centro storico.

Esso, senza lasciarsi influenzare da cio che avviene altrove ha conservato intatti i suoi antichi vasci , i suoi palazzi , le sue chiese , i suoi stretti vicoli misteriosi , la sua cultura ed il suo folklore .

Il suo mercato che si trova in Via Pignasecca da decenni conserva intatte le sue pittoresche  caratteristiche . In questo luogo , oggi considerato il mercato più antico di Napoli, si puo ammirare uno spaccato molto suggestivo e folkloristico della città partenopea. In questo affollato tratto di strada nel più complesso disordine e rumore, in  un mondo variegato di voci e colori si affiancano bancarelle di ogni genere, capaci di dare luogo a magnifiche scene di  esposizioni di pesce, frutta, verdura, fritture e dolci tipici da consumare in strada,

Non mancano ovviamente anche piccoli negozi o bancarelle che espongono e vendono a prezzi accessibili ,capi d’abbigliamento, vestiti , articoli casalinghi,  accessori e dischi o piccole trattorie tipiche, dove si possono mangiare piatti tipici della tradizione popolare partenopea .

In questo luogo dove ogni giorno migliaia di persone attraversano il mercato ,non vi sentirete mai soli tra l’enorme  flusso di folla  che per tutto il giorno percorre questa strada.

Sembra di essere nel l’ombelico del mondo,,, dove una folla di persone lavora, si muove e  si arrangia,

Ma vi siete mai chiesti del perchè questa zona ha un nome così curioso ?

Perche mai secondo voi si chiama PIGNASECCA ?

Secondo gli abitanti del luogo piu anziani, la zona si chiama Pignasecca, perchè quel “secca” sta a significare che  i pini si seccarono improvvisamente in maniera inspiegabile), ai piedi della collina del Vomero.

Una piccola spiegazione del perche si seccarono questi pini è forse legata ad un vescovo ed una particolatare gazza ladra.

Il curioso nome Pignasecca attribuito a questo luogo risale al 1500 quando i numerosi orti che lo caratterizzavano furono spianati per la costruzione di via Toledo .La zona del noto mercato si trovava all’epoca fuori le mura della città, dove c’erano fiorenti orti, tant’è che il luogo era noto con il nome di “Biancomangiare” per indicare la salubrità del sito ed una gustosa pietanza locale

In tutta la zona che andava da Santa Chiara alla attuale Pignasecca vi erano vasti giardini e belvedere che appartenevano al duca Pignatelli Fabrizio di Monteleone, il quale abitava in  un suo palazzo a Monteoliveto.

Quando le mura di Napoli con il vicerè don Pedro de Toledo, che fece costruire la nuova via a lui intitolata, furono allargate fino a comprendere la zona del Biancomangiare ( detta così dal nome di una gustosa crema di latte ) per la costruzione di via Toledo, la maggior parte dei giardini furono confiscati al Pignatelli a cui rimasero solo quelli nella zona dello Spirito Santo. Egli allora su questi terreni rimasti fece costruire un ospizio oggi divenuto dopo tanti rifacimenti l’Ospedale Pellegrini.

Alla grande spianata di tutti questi  orti  pare che sopravvisse soltanto un pino, definito in napoletano pigna. Delle gazze vi nidificarono nascondendovi tutti gli oggetti preziosi che sottraevano dalle abitazioni vicine, finché i  demoralizzati abitanti non provvidero a scacciarle. Il pino progressivamente si seccò conferendo a questa zona il nome di “Pignasecca”.

Secondo una la leggenda invece pare che in questo luogo un tempo, vi fosse una pineta, grande e fitta, popolata da tantissime gazze.  Uno di questi uccelli scopri’ il vescovo della città a letto con la perpetua, e mentre questi era intento a fare determinate cose pensò bene di rubargli il suo prezioso anello. A questo punto egli, per vendicarsi, scomunicò la gazza, anzi, scomunicò tutte le gazze, una ad una. Dopo tre giorni dall’evento, la pineta morì. I pini seccarono, le gazze sparirono, lasciando solo una distesa di terra arida e vuota: la Pignasecca.

Come vi abbiamo gia precedentemte detto un tempo molta dell’attuale area di Montesanto era coperto da boschi di ulivi e pini (da cui il nome Olivella) .

Essa si trovava ai piedi della collina del Vomero e in assenza di una funicolare ( poi costruita ) e  per salire e scendere si usavano sentieri scoscesi e grezze scalinate che in verita  ancora oggi possono essere percorsi, naturalmente solo a piedi.

Le scale di Montesanto , capaci di collegare rapidamente Montesanto con il Corso Vittorio Emanuele , sono uno di quei passaggi in grado di mettere in comunicazione zone rese distanti dallo sviluppo urbano portato da nuove strade, ponti ed edifici.

Tramite esse noi possiamo infatti rapidamente raggiungere in pochi passi dal Corso Vittorio Emanuele ( lato Piazza Mazzini )  la nostra piazzetta Olivella, dove si trova la stazione di Montesanto della vecchia metropolitana. Si tratta di un passaggio segreto che di colpo si trasforma in un’inedita passeggiata nel cuore di Napoli davvero piacevole perchè sembra di essere in un luogo di vacanza, lontano dal caos cittadino e soprattutto dai volti abbrutiti dalla vita urbana.

Percorrendo queste scale abbiamo la possibilita di vedere quelle storiche zone  di Tarsia, Pontecorvo e Ventaglieri.  che un tempo si trovava fuori le mura della citta  ma era considerata da tutti  una zona salubre e con una buona aria  . Per questi motivi sia famiglie nobiliari che ordini monastici hanno realizzato nel tempo i loro splendidi palazzi, ville e conventi in questa zona segnandola profondamente.

N.B. Gli  spazi verdi di raccordo con la collina di San Martino e Sant’Elmo e gli orti che delimitano tutta l’area tra Montesanto ed il Corso Vittorio Emanuele,  vennero a poco a poco fagocitati da nuove costruzioni. Il territorio quindi cominciò sempre più a popolarsi e i vari  edifici che in origine presentavano un piano unico, nel corso del tempo, vennero sopraelevati fino a cinque piani per far fronte alla carenza cronica di abitazioni per una costante crescita della popolazione .

Per collegare quindi le parti piu alte della citta al centro storico e viceversa, si pensò bene quindi  di ospitare tra sui vicoli e le sue strade diverse scalinate o  lunghe rampe talvolta monumentali come appunto quella dello Scalone di Montesanto.

Una magnifica scalinata a balze formate da pietra lavica che collega la lunga strada del Corso Vittorio Emanuele al popolare quartiere di Montesanto.

N.B. La Scalone, percorso pedonale e turistico, si riallaccia idealmente con la Pedamentina di San Martino e sfocia direttamente nell’originale rione della Pignasecca. Partendi dal piazzale antistante la Certosa, fino ad arrivare alla stazione di Montesanto si è calcolato che in tuuto i gradini da fare sono circa  400 se non oltra, ma vi posso assicurare che  è certamente un’esperienza affascinante.

Napoli-scale-Pedamentina

Questo percorso suggestivo collega piccoli “mondi” differenti attraverso passaggi e strettoie che sembrano avere una vita propria, lontana dal quel trambusto della città. dove lo  spazio pubblico, invaso dai dehors di bar e pizzerie, è diventato uno spazio di consumo.

La storia dello Scalone Monumentale di Montesanto

Lo scalone che conta 135 scale vere e proprie e 69 gradonate fu realizzato nel 1869 per volontà di Gaetano Filangieri, principe di Satriano. La scala è suddivisa in due parti: la prima si articola in ampi gradoni mentre la seconda è caratterizzata da una ripida scalinata a doppia rampa.

La caratteristica principale riguarda la pavimentazione in pietra lavica. I i muri e i parapetti sono a struttura portante in tufo, in parte intonacati e in parte a faccia vista, con bauletto in pietra lavica. Il sistema d’illuminazione è su pali in ghisa.

CURIOSITA’:La scala ha ispirato numerosi registi che hanno realizzato proprio qui alcune delle scene dei loro film. Tra questi, Alessandro Blasetti, che girò nel 1932 una scena de “La tavola dei poveri” e Vittorio De Sica nel 1961 che l’ha immortalata in alcune scene del film “Il giudizio universale”.

Le monumentali scale  oggi, a differenza del passato  sono pulite e non si sentono schiamazzi.

Parte del merito di questo recupero va riconosciuto all’azione di alcune associazioni che si impegnano nella riqualificazione urbana di porzioni della città. Sulle scale di Monesanto  si trova infatti la sede di Quartiere Intelligente, associazione culturale, che si propone, in sostanza, di far nascere un “modello” di riferimento di “ecologia urbana”. E lo fa ospitando i cittadini nel proprio spazio per confronti, dibattiti o magari per aperitivi serali e per vedere documentari e film che vengono in genre proiettati sulla parete del palazzo   di fronte all’associazione, per cui le poltrone disponibili sono proprio i gradini della scala: ecco un esempio di riutilizzo creativo, ecologico e funzionale dell’architettura urbana.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La scalinata, fatta di enormi gradoni che scendono ripidi verso il basso, rappresenta un’importante  testimonianza storica e urbanistica  oltre ad offrire un punto di vista paesaggistico diverso, costeggiando gli orti degli antichi casali e i giardini della Certosa.

NB. In uno degli edifici che si affacciano sulle scale della Pedamentina, soggiornò Charles  Baudelaire, il poeta meledetto considerato uno dei più importanti poeti al mondo del XIX secolo. Sempre in uno di questi edifici invece airguerite Yourcenar ambientò  uno dei tre racconti che compongono “Come l’acqua che scorre”. Un testo scrittonel 1882 che  parla diuna Napoli aristocratica di fine cinquecento  e della famiglia del marchese spagnolo Alvaro De la Cerna. Tengo a tal proposito a ricordarvi che questa scrittrice e poetessa francese è stata la prima donna  eletta alla Academie francaise  ed è la stessa che per il suo capolavoro  ” Memorie di Adriano ” venne candidata al Premio Nobel per la letteratura.

CURIOSITA’ : A metà dell ‘ottocento visto l’importanza sempre più crescente dell’intera zona , fu costruita per volere di re Ferdinando II di Borbone  ( che la chiamò con il nome della moglie ” Corso Maria Teresa “) una strada che invece di passare in basso, tra le case, tagliasse in due la collina al fine di  collegare meglio i due estremi della città dell’epoca (  Chiaia e Capodimonte ) e collegare la città bassa con il crescente Vomero. La strada oggi chiamata impropriamente Corso Vittorio Emanuele si estende per una lunghezza  di circa 650 metri e tagliando la collina, fu di molta utilità per snellire il traffico delle carrozze e delle merci  ( di fatto un primo esempio di tangenziale in Europa ).  La strada che tagliava la collina  divise di fatto  la città in  due  zone , una   bassa ed una alta.

La scalinata fatta di enormi gradoni, inizia in Corso Vittorio Emanuele, all’altezza del civico 386 ed esattamente di fronte  a quel bel palazzo di colore rosso pompeiano, dove si trova la casa un tempo abitata dal grande drammaturgo Raffaele Viviani, ed anche dallo studioso e fondatore del Partito Comunista d’Italia, Amedeo Bordiga, considerato ribelle e nemico di Stalin nell’Italia di Mussolini


Il grande attore e scrittore originario di Castellammare di Stabia,  amava molto questa sua casa che allora affacciava su una vasta oasi verde nel cuore della città, dove sorgevano enormi spelonche di tufo utilizzate in passato come cave: le mitiche grotte scavate nei Monti tra il Vomero e Montesanto. Monti che hanno dato il nome a strade, vicoli, alberghi, scalinatelle, viottoli incassati nel ventre di tufo della città. Monti che davano da vivere ai cavaloli, di cui è rimasta traccia nella toponomastica di Montecalvario.

CURIOSITA’: I Monti poi spezzati, alla metà del XIX secolo, dall’avanzata trionfale del Corso Vittorio Emanuele, erano originariamente, un alveo naturale, che al pari di via Ventaglieri, salita Tarsia, salita Pontecorvo e del Cavone,  era deputata al convogliamento a valle delle acque meteoriche e delle «lave», ovvero dei detriti trasportati dalla pioggia in quelle che anticamente erano strade di campagna.

Si racconta che Viviani, nei suoi momenti liberi trascoresse molte ore affacciato al suo balcone per  ammirare quell’oasi verde e sopratutto quel  grande frutteto che un giorno avrebbe preso il suo nome .Per lui  il grande frutteto  era “o ciardiniello ” e ne  era a tal punto innamorato da definirlo «n’angulo e Paradiso sciso nterra».

In tanti che abitano in zona, ancora oggi raccontano, che Viviani  quando usciva di casa,  si intratteneva spesso nei dintorni del suo angolo di«Paradiso in terra»

N.B. Oggi di quel  giardino di delizie tanto caro all’autore di Bammenella ,sono niente altro che  la parte bassa, meno fortunata anche se non meno nobile, del Parco Viviani, ventimila metri quadri, istituito nella seconda metà degli anni Ottanta a seguito dei lavori di ricostruzione post-terremoto. Il parco, che segue il declivio naturale della collina, è dotato di tre ingressi ma al momento è fruibile solo quello su via Girolamo Santacroce, chiuso per molti anni e restituito alla città solo di recente. Qui il panorama, una volta raggiunta la cima, diventa mozzafiato: Sorrento, il Vesuvio, Capri, i Campi Flegrei, Procida e Ischia stretti in un unico grande abbraccio.

Le sue grotte tufacee, ancora presenti vennero  utilizzate in tempo di guerra come ricovero antiaereo e in seguito diventate deposito di materiali edili, in alcuni casi addirittura murate.

Fino ai primi anni 80, quando prese forma l’idea di realizzare il Parco Viviani nell’ambito degli interventi post-terremoto, la zona era infestata dai rovi; gli ippocastani e le altre piante da frutto soffocati dalla vegetazione selvaggia. Nel 1982 le prime ispezioni, condotte da Clemente Esposito, grande esploratore del sottosuolo napoletano e presidente del Centro Speleologico Meridionale.

«Armati di macete aprimmo dei sentieri tra i rovi e trovammo le prime grandi cavità, alcune delle quali chiuse con grossi blocchi di cemento, tra Sant’Antonio ai Monti, Salita Cacciottoli e via Cupa Vecchia. Una notte ci calammo per 35 metri in una gigantesca cavità e vi restammo fino al pomeriggio del giorno successivo.

Cominciarono i lavori, si disboscò la zona di Via Girolamo Santacroce e vennero alla luce i ruderi di antichi casali. Furono aperti ampi sentieri e si costruì il Parco Viviani che fu anche collegato con le cavità di Via Sant’Antonio ai Monti, sì da mettere in comunicazione via Girolamo Santacroce con Corso Vittorio Emanuele. Il parco venne affidato, in una prima fase, all’editore Attilio Wanderlingh».

CURIOSITA’: I Monti che danno il nome alla salita – spezzati, alla metà del XIX secolo, dall’avanzata trionfale del Corso Vittorio Emanuele voluto da Ferdinando II di Borbone , era originariamente, un alveo naturale e al  pari di via Ventaglieri, salita Tarsia, salita Pontecorvo e del Cavone, anch’essa era deputata al convogliamento a valle delle acque meteoriche e delle «lave», ovvero dei detriti trasportati dalla poggia in quelle che anticamente erano strade di campagna. Oggi invece sono il ventre della città, budelli di pietra vulcanica ai confini di molti quartieri come  l’Avvocata, Montecalvario, la zona dei Ventaglieri e Sant’Antonio ai Monti, al limite ovest dell’antico quartiere del Limpiano. Esso  s’inerpica poi verso il Vomero fino a congiungersi, anzi a trasformarsi in via Cacciottoli.

Prima che il corso Vittorio Emanuele stravolgesse, nell’Ottocento, la scenografia urbana – collegando la zona occidentale e quella orientale della città con quella che a pieno titolo può essere considerata la prima vera Tangenziale di Napoli – la salita di Sant’Antonio ai Monti svolgeva una strategica funzione di collegamento verticale (oggi interrotto) tra i rioni storici e popolari di Montesanto, Olivella e Quartieri Spagnoli e la collina del Vomero. Lo stesso Parco Viviani, come sanno bene i cittadini che da anni si mobilitano contro il degrado, non è soltanto un polmone verde da salvaguardare e «rigenerare», ma anche uno straordinario canale di comunicazione tra il centro e la collina, in una logica di valorizzazione di quella «città verticale» che fa parte della nostra storia e della nostra cultura.

Raffaele Viviani, l ‘autore della Rumba degli scugnizzi , che aveva debuttato nel 1892, a  soli quattro anni e mezzo, in un teatrino di marionette a Porta San Gennaro, non poteva certo immaginare che un giorno sarebbe diventato il genius loci di quel tratto di Corso, e di quel parco che porta il suo nome. Egli si perdeva spesso nell’indolenza del paesaggio che poteva ammirare dalla sua casa del corso Vittorio Emanuele. Nel suo studio affacciato sul verde  custodiva tre oggetti di grande valore simbolico: la sua testa scolpita da Gemito, le foto con l’autografo di Petrolini e un busto di Petito. «Il ritratto di Gemito come segno dell’avvenuto successo (anche per quello che era costato); la foto di Petrolini, amico fraterno dall’epoca dei difficili inizi, come testimonianza dei sacrifici e delle lotte che quel successo era costato; il busto di Petito, nume tutelare e padre nobile, come solido ancoraggio alla tradizione»

Lataralmente allo  scalone si trova la funicolare di Montesanto  che sale a fianco dei resti della cinta muraria di età vicereale su per la collina del Vomero nei pressi  di Castel S. Elmo.

Essa fu Inaugurata il 30 maggio 1891 e rappresenta in città,  il secondo impianto di risalita a fune di cui la città di Napoli si è dotata per collegare la collina al centro cittadino.in untempo di percorrenza calcolata di 4 minuti e 25 secondi. . Con un dislivello di  168 m ed una  lunghezza è  825 m , essa può contenere circa 300 persone.

CURIOSITA’: La funicolare che  si inerpicava su per la collina, , fino a metà anni 60 del XX secolo, era tutta di legno, dai sedili alle porte che dovevano essere chiuse una a una dal macchinista. Oggi è stata modernizzata, con apertura e chiusura automatica delle porte, rinnovata all’interno e ripulita.

L’impianto connette la parte più alta del quartiere Vomero con Piazzetta Montesanto dove incontra il nodo di interscambio con le ferrovie Sepsa (Cumana e Circumflegrea) e la linea 2 metropolitana. In media utilizzano il servizio circa 12.500 viaggiatori nei giorni feriali e 4.000 in quelli festivi. Numerosi i turisti che la utilizzano per raggiungere Castel Sant’Elmo e il Museo di San Martino.

I due terminal, Sepsa e funicolare di Montesanto, a seguito del restyling dell’intero edificio liberty, dichiarato monumento nazionale, sono oggi perfettamente integrati funzionalmente e fisicamente, con flussi di ingresso e di uscita separati attraverso un sistema di ascensori e scale mobili, una nuova segnaletica e assenza di barriere architettoniche.

Piazza Montesanto , dove si trova la stazione della Fuinicolare ,rappresenta comunque il fulcro centrale e lo snodo essenziale della popolosa area della Pignasecca e del suo mercato,…in questo posto ad ogni ora della giornata ci sono persone che si avvicendano frettoloso un mondo variegato di voci e colori tra funicolare, cumana e metropolitana. Talvolta ci si i fa strada a fatica, tra persone cariche della “spesa” quotidiana, tra i tanti motorini e macchine e tra gli utenti frettolosi che  in fretta cercano di non perdere il loro treno  di turno .

Nella piazza si trova infatti non solo la stazione della funicolare ma anche quella  della  Ferrovia Cumana e Circumflegrea (attiva con una prima tratta dal 1889) , la  linea della Metropolitana  2  .

Se consideriamo anche la bella stazione della metropolitana di Via Toledo e quella di Piazza Dante , entrambe appartenenti alla linea 1 ed enrambe facilmente raggiungibili a piedi in pochi minuti , possiamo certamente affermare che la zona di Montesanto è quella più ben collegata della nosta citta.

CURIOSITA’: In passato nella piazza di Montesanto,  dove oggi si trova la stazione, non tutti sanno che al suo posto nel 1883 si trovava un ippodromo con tanto di toreros e picadores in costume spagnolo che fu realizzato  nei duecento anni di vicereame spagnolo.

Ecco la descrizione tratta da ” La città prima e dopo il risanamento.( Intramoenia editore, collana memoria):  “l’ippodromo trovasi a sinistra della funicolare di Montesanto: nel centro è costruito un doppio steccato per le giostre dei buffali e per tutto il diametro corre uno spazio per le corse dei birrocini e dei velocipedi. Sono state costruite tribune spaziose e kioski pe’ caroselli. Ieri (10 settembre 1893) una folla enorme assistette all’inaugurazione e la festa non poteva riuscire più gioiosa e attraente. La prima corsa velocipedistica venne annullata poiché il pubblico, credendola compiuta, invase la pista. 

… a  distanza metri 4000, primo Giuseppe Abbate. Seguono gare velocipedistiche tra donne e la giostra di buffali, alla quale prendono parte sei toreros o, come dice il manifesto, torieri e due picadores in costume spagnolo. Dopo un segnale di tromba entrarono nella pista i toreros ed i picadores, mentre la banda intuonò l’aria della Carmen. Disposti in squadriglie, i giostratori fanno buon giuoco, perché i signori buffali mostrano di avere una paura maledetta. E le due corride terminarono fra la felicità generale”

L’ippodromo ha comunque  avuto vita breve per il sorgere della stazione della Cumana.Dopo qualche anno, nel 1892, fu infatti inaugurata la ferrovia Cumana che doveva portare i passeggeri ,  passando per Pozzuoli, fino a Cuma e Torregaveta. La linea andò avanti a vapore fino al 1927, quando fu poi elettrificata. Alla partenza da Napoli, la Cumana entrava immediatamente nella galleria scavata sotto la collina del Vomero, che, da quanto mi raccontavano, servì da rifugio antiaereo durante la guerra.

La piazza di Montesanto,  oggi rappresenta un punto nevralgico della popolosa area rionale , In essa si erge anche la chiesa di Santa Maria di Montesanto o di Santa Maria del Carmelo, che
venne costruita nel XVII secolo da una comunità di Carmelitani proveniente dalla Sicilia , Essa  affidò il progetto della struttura  all’architetto Pietro de Martino. La cupola invece è opera successiva di Dionisio Lazzari.
La chiesa venne dedicata alla Madonna del Monte Santo del Carmelo e diede poi il nome all’intera zona.

 

 

 

 

 

 

 

 

I padri Carmelitani rimasero nel convento fino al 1861, fino a quando gli Ordini religiosi vennero soppressi. Pochi anni dopo si stanziarono nel complesso i padri Barnabiti che vi fondarono l’Istituto intitolato a San Francesco Saverio dei Bianchi.

La sua facciata è divisa in due ordini da un cornicione con diversi stucchi poi rifatti risalenti ad Angelo Viva. Nel primo ordine si trova il portale di ingresso sormontato da un’effige raffigurante la Madonna del Carmelo mentre nel secondo ordine si trovano una meridiana (a sinistra) e un orologio (a destra),  Al centro, sopra il portone d’ingresso si vede un grande finestrone rettangolare.  In alto, ai due lati si innalzano due torri campanarie.

 

 

 

 

 

 

 

L’interno è una pianta a croce latinacon quattro cappelle per lato.

Nelle prime cappelle di destra e sinistra sono custodite due tele di Palo De Matteis, raffiguranti l’Angelo Custode e il Miracolo di Sant’Antonio da Padova (rappresentato nell’atto di resuscitare un uomo affinchè quest’ultimo potesse scagionare il padre ingiustamente accusato del suo omicidio).
Nella terza cappella di sinistra, dedicata a Santa Cecilia, e  sull’altare  possiamo ammirare un pregevole dipinto di Giuseppe Simonelli raffigurante la Santa.

In questa cappella dedicata anche alla protezione sui musicisti, sono sepolti il grande compositore Alessandro Scarlatti, detto il Palermitano,  e Pasquale Cafaro, maestro di musica e di canto presso la corte di re Ferdinando IV e della regina Maria Carolina d’Austria.

 

CURIOSITA’ : Santa Cecilia , protettrice dei musicisti era una martire vissuta tra il II e il III secolo, che conquistò questo titolo in seguito ad un episodio davvero particolare: appartenente ad una nobile famiglia romana, un bel giorno le fu imposto di sposare il patrizio Valerio  .  Patì tante sofferenze la giovane ragazza, perché in realtà il suo cuore già apparteneva ad un altro uomo, Cristo, al quale, prima delle nozze, intonò un canto accompagnato dal suono soave del suo organo: “Coserva, o Signore, immacolati il mio cuore e il mio corpo, affichè non resti  confusa!”.

Alessandro Scarlatti: il re della musica napoletana!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Poche settimane dopo, la povera Cecilia fu sorpresa a pregare sulla tomba del marito defunto; un oltraggio troppo grave per gli ordini di Roma, e perciò fu condannata al soffocamento. L’esecuzione avvenne nel bagno di casa sua, mentre Cecilia, instancabile, continuava a cantare inni al Signore che le impedivano di trovare la morte. Fu decisa allora la decapitazione, in seguito alla quale, lasciata in una pozza di sangue, rese finalmente la sua anima a Dio.

Nella terza cappella di destra è custodita una Madonne delle Grazie, attribuibile a Francesco Solimena.
Mentre nel transetto troviamo un dipinto di Giovanni della Torre, raffigurante la Sacra Famiglia, e un pregevole gruppo ligneo raffigurante il Cristo Crocifisso, con ai lati San Giovanni Evangelista e la Madonna, opera Settecentesca di Nicola Fumo.
L’altare maggiore in marmi policromi incornicia la zona in cui è posta la Madonna del Monte Santo del Carmelo.

Nella sagrestia, infine, tra gli ex-voto popolari per lo scampato pericolo della peste del 1656, è custodita una statua di San Gaetano da Thiene, un tempo collocata su Porta Capuana, demolita nel 1846 durante i lavori di ampliamento di Via Toledo.

A due passi dal largo di Montesanto, proprio alle spalle, della chiesa, troviamo la Piazzetta Olivella dove fu installata la stazione della metropolitana di Napoli, oggi detta linea 2, ma   è la più antica poiché in funzione dal 1925.

La zona, come gia vi abbiamo accennato all’inizio dell’articolo,deve il suo nome  alla grande estensione di ulivi che il grande esteso vallone un tempo aveva .

Oggi , l’intera area è forse quella che ancora oggi resiste alla gentrifugazione del nostro centro storico dove antichi “vasci” storiche botteghe e antiche librerie stanno cedendo il passo a qualsiasi locale che faccia del fast food la sua fonte di commercio .

Gli antichi decumani, i quartieri spagnoli e lo stesso rione Sanità , preda di un turismo selvaggio e non regolamentato,  oggi stano assistendo alla  continua  diminuzione del  numero di immobili disponibili per famiglie, lavoratori e studenti. Negli ultimi anni chiunque possegga una seconda casa di proprietà nel centro di Napoli l’ha riconvertita in attività ricettiva, al posto dei contratti di affitto di lunga durata. Secondo AIGO Confesercenti, nel 2023 le richieste di concessioni per case vacanze a Napoli sono aumentate del 300%. La trasformazione di centinaia di immobili in alberghi e hotel ha tolto dal mercato un numero crescente di alloggi residenziali, facendo crescere il costo degli affitti di quelli rimasti liberi. Di conseguenza trovare case in affitto a costi accessibili in questi luoghi  è diventato impossibile, con aumenti stimati fino al 30% per chi andrà a rinnovare il canone di locazione.

In seguito alla turistificazione di massa della nostra città, molte case oggi sono state sottratte sopratutto ai più poveri  per essere convertite in strutture ricettive extralberghiere.  Pensate solo al fatto  che nel 2013 nel solo peimetro Unesco,  ci sono stati bel 10 mila sfratti esecutivi che hanno intererrato  in buona parte quella parte dei quartieri ancora abitati da un tessuto sociale fragile.

Con case che mancano e affitti sempre più alti, chi non può permettersi di pagarli può solo spostarsi in periferia o in provincia.

Oggi quasi tutte le abitazioni sono assorbite dall’industria turistica , mentre lo spazio pubblico viene riempito di bar e ristoranti, cui dopo la pandemia venne concessa una deroga che li esenta dal pagare l’occupazione di suolo pubblico. È una questione di accessibilità alla cultura: il diritto di stare in piazza, a Napoli, spetta solo a chi produce e consuma.
Trattorie nate da pochi mesi sono state vendute come storiche; i soggiorni nei vasci piccole (abitazioni di uno o due vani con accesso diretto sulla strada dei quartieri popolari),sono invece diventate “esperienze autentiche”
Le problematiche legate a questa  turistificazione di massa sono oggi  accantonate, sia dal Comune che dai napoletani stessi in favore della trasformazione di intere aree cittadine, ripensate a beneficio di un turismo mordi e fuggi.

La maggior parte degli annunci immobiliari, offerti sulle piattaforme,  non mostra più la presenza di eventuali immobili da poter prendere in affitto ed i pochi rimasti  hanno subito un enorme aumento degli stessi.  Tutto questo sta provocando un progressivo   svuotamento dei storici abitanti della zona ed una conseguente perdita della originaria identità dei luoghi.  I n questo modo il  tracciato greco-romano del centro storico ha perso buona parte delle originarie attività commerciali, per trasformarsi in una rosticceria a cielo aperto. Lo spazio pubblico, invaso dai dehors di bar e pizzerie, è diventato uno spazio di consumo.

Oggi vendiamo a turisti lo spettacolo di un modo di vita, di una cultura locale che però con il tempo non sarà più presente sottraendo ai residenti le loro case ,
Ai futuri turisti un domani ci sarà una Napoli diversa , omologata a tante altre città del mondo e sopratutto priva della sua anima quella storica, quella degli autoctoni del luogo .Una specie in via di estinzione.
Continuando di questo passo, i nsotri antichi luoghi storici perderanno  per sempre le loro caratteristiche originarie che li rendevano unici al mondo.

L’unica zona che ancora contina a resistere a questa  turistificazione di massa che vede trasformare  intere aree cittadine, ripensate a beneficio di un turismo mordi e fuggi, è forse oggi la sola area della zona circostante alla Piazzetta Olivella e  quella della vicina zona Ventaglieri.

In questo luogo gli antichi vasci continuano ad essere ancora  abitate dai residenti della zona e resistono imperterriti al facile canto di attività che altrove crescono  invece a vista d’occhio come  friggitorie , pizzerie e sopratutto bar che in maniera irregolare si espandono oltre ogni limite con i loro tavolini .

Nei vicini quartieri spagnoli, nella Sanità ma sopratutto negli antichi decumani ,un tempo considerati patrimonio mondiale dell’Unesco oggi, ogni giorno gli  antichi nobiliari palazzi vengono quasi tutti trasformati in Bed & Breakfast, affittacamere o case vacanza.Addirittura esiste oggi un palazzo che su 20 appartamenti presenti , 18 sono Bed and breakfast.

N.B. Secondo gli ultimi  dati ISTAT, le strutture  ricettive turistiche in questi luoghi si sono negli ultimi anni  addirittura  quadruplicate, passando da 1,1 milione a quattro milioni  -Ovviamente questo ha generato una bolla speculativa sul mercato immobiliare e sugli affitti che aumentati in maniera spropositata sta di fatto  cacciando i napoletani dalla città”.

Da  Piazza Montesanto ,possiamo in pochi minuti raggiunere la zona dei Ventagleri nota in particolare per la posizione suggestiva e panoramica del suo parco e per il suo ascensore e le sue scale mobili.  che collegano la parte bassa di Montesanto alla parte alta di Piazza Gesù e Maria e piazza Mazzini.

Notizie storiche
La parte del quartiere più prossima alle mura era intorno all’anno 1000 denominata LIMPIANO  ed era delimitata dall’attuale via Tarsia a sud, dal Cavone a nord, da piazza Dante – via Pessina ad est e da via Salvator Rosa (Infrascata) ad ovest.
Il  Limpiano,, che originariamente nel 1138  era stato concesso dal duca bizantino  Sergio VII al Monastero dei SS. Severino e Sossio,  fu a partire dal Cinquecento progressivamente urbanizzato attorno ad alcuni assi di penetrazione che fungevano da collegamento tra il centro storico entro le mura e l’area collinare: Via Ventaglieri, Salita Tarsia, Salita Pontecorvo e lo stesso Cavone Via Ventaflieri, Salita Tarsia, Salita Pontecorvo e lo stesso Cavone ; da rilevare che le citate salite presentavano e presentano una pendenza notevole in quanto nascono come alvei naturali deputati al convogliamento a valle delle acque meteoriche e delle lave ( i detriti trasportati dalla pioggia nelle strade di campagna dell’epoca ).

Ovviamente da Piazza Mazzini si può tranquillamente raggiungere la zona di Montesanto anche a piedi . Basta che ci rechiamo alle spalle di Piazza Mazzini e imoccare un lungo vicolo che  conduce ad una scalinata. Proseguendo il cammino ci imbatterete in una serie di antichi palazzi i cui colori risplendono grazie alla luce delle belle giornate primaverili ed estive. E butando l’occhio a destra e sinistra dei piccoli incroci fra i vicoli, potremo  scorgere ulteriori salite nel quartiere o le alture del Vomero, dominato dalla Certosa di San Martino e da Castel Sant’Elmo.

Una piccola ma preziosa passeggiata che farà bene alle gambe, alla circolazione e allo spirito   culturale  visto che lungo la discesa si trovano due location da visitare: il raffinato Museo Nitsch e il Parco dei Ventaglieri.

Attraverso questa bella passeggiata avremo l’occasione di esplorare luoghi inediti e poco pubblicitati della nostra Napoli . Attraverseremo  vicoli poco noti che da sempre hanno rappresentato  un percorso importante,, tra la parte alta e la parte bassa della città, Vicoli che anche in passato erano sentieri di collegamento  tra la zona collinare e la Napoli entro le mura.

Il parco dei Ventaglieri situato nel quartiere di Montesanto è un’oasi di relax e svago che si estende per una superficie di circa 8.000 mq; la parte alta ricade nella zona Tarsia, mentre la parte bassa è nel quartiere Ventaglieri. Per questa sua collocazione è un importantissimo luogo di passaggio e collegamento tra la parte alta e la parte bassa di Montesanto garantito da un impianto di scale mobili. Nella parte bassa, su vico Lepre, il parco si apre come una grande piazza pavimentata ed attrezzata con aree gioco aperta sul sistema di scale e sui terrazzamenti della parte superiore. Nella parte alta, su via Avellino e Tarsia, il parco presenta grandi aree a verde,un sistema di pergolati e terrazzamenti da cui si gode di uno spettacolare panorama verso la città, il mare e Castel Sant’Elmo. Nella parte a monte, su via Montemiletto, il parco si presenta come un giardino, sempre terrazzato, con aiuole e un piccolissimo anfiteatro.

 

 

 

 

 

 

Il Parco, facilmente raggiungibile sia a piedi che attraverso un sistema di percorsi pedonali e meccanizzati, ovvero un sistema di scale mobili, si trova in un’area di confine tra una parte alta facilmente accessibile da via Avellino e Tarsia,che possiamo considerare appartenere alla zona Tarsia, e una parte bassa accessibile da vico Lepri ai Ventaglieri,che invece possiamo dire  è parte dei Ventaglieri .Questa collocazione lo rende luogo di passaggio fondamentale tra le diverse aree, che altrimenti resterebbero prive di collegamento, separate da costoni di tufo e mura di contenimento che ne costituiscono salti di quota impraticabili.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La sua caratteristica di attraversamento è fondamentale perché queste aree oltre a essere densamente popolate, sono dotate di servizi e attrezzature primarie: il presidio sanitario dell’Ospedale Gesù e Maria, sito nell’area di Tarsia, l’Ospedale dei Pellegrini sito nella Pignasecca e il nodo di interscambio di Montesanto con le stazioni della Metropolitana, della Cumana-Circumflegrea, della Funicolare. Il parco garantisce un facile accesso a questi servizi determinandone la loro caratterizzazione a bassa soglia. Nello specifico, ad adempire a questo compito di attraversamento tra la parte alta e quella bassa di Montesanto, si trova all’interno del parco un impianto di scale mobili, che dovrebbe teoricamente essere  un servizio continuamente funzionante.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’edificio in tufo contenente l’impianto di scale mobili, oltre a funzionare come attraversamento del quartiere, collega le aree all’aperto del parco che rimangono distribuite su diversi livelli, ognuno dei quali assume caratteristiche differenti.

Nella parte bassa, su vico Lepri, il parco si apre come una grande piazza pavimentata con attrezzature per il gioco, quali un campo da calcetto e delle altalene, In uno sfondo che ha comunque conservato dopo i lavori di realizzazione del parco, il costone nella sua struttura più naturale e selvaggia , sono inoltre presenti delle gradinate e dei muretti per la sosta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nella parte alta, su via Avellino e Tarsia, il parco si presenta come un giardino terrazzato con  grandi aiuole e cespugli, alberi di varie specie della flora mediterranea (rosmarino, ginestre, olivi, melograni), un sistema di pergolati e un piccolissimo anfiteatro. Dai suoi meravigliosi terrazzamenti i si gode di uno spettacolare panorama verso la città, il mare e Castel Sant’Elmo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

N.B. Si affacciano a questa parte di parco l’edificio delle scale mobili,e il DAMM- Zone Multiple Autogestite (centro sociale autogestito il cui acronimo è quello di Diego Armando Maradona di Montesanto), e i palazzi di salita Tarsia.

La complessa articolazione degli spazi rende il parco un luogo di forte impatto scenografico e le sue evidenti risorse strutturali stimolano la creatività rispetto alle sue destinazioni d’uso e alle funzioni che i diversi livelli di questo ambiente possono realizzare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel novembre 2005, infatti, grazie al lavoro di gruppi, associazioni e singoli cittadini desiderosi di uno spazio sociale, identificatosi immediatamente nel parco, è nato  un    Coordinamento Parco Sociale Ventaglieri , che attraverso un modello di  “incontro e di sperimentazione”,cerca in uno “spazio pubblico” di costruire nuovi legami di amicizia e di vita.

Il Parco Ventaglieri ospita periodicamente , grazie a questa felice iniziativa, assemblee pubbliche aperte a tutta la cittadinanza, in modo da favorire il confronto e la discussione su concrete problematiche, dal tema rifiuti, al disservizio fino a temi più sensibili come la violenza sulle donne. E non solo: dibattiti su sostenibilità e sviluppo urbano di qualità, ma anche attività disimpegnate come feste e spettacoli teatrali, mostre e mercatini,e  diverse attività laboratoriali per i bambini e le mamme.

CURIOSITA’: E’ importante notare come nella zona di Montesanto , sono nate negli ultimi 15 anni una serie di associazioni che con la loro intensa e costante attivita hanno  valorizzato e  riqualificato degli spazi importanti per l’intero Quartiere. Tra questi vanno certamente citati oltre che elogiati, il ” FORUM TARSIA,  l’associazione ” ARCHINTORNO ”  che insieme a tante altri cittadini, mamme e altre associazioni come quello delle ” SCALZE”  ha dato vita diverse attività nello spazio del parco: Dalla Scaldabanza , alla Scuola di Lingua, la  Scuola di pace, il Mercato Meraviglia ,il Mercato Meraviglia  (che si realizza nella chiesa di San Giuseppe delle Scalze a Pontecorvo), e  laBiblioteca per ragazzi , voluta dalle mamme di Montesanto che nel 2005 hanno creato “Mammamà” ed una sala prove.

Ad  operare  nel sociale.ci sono anche  “Le cucinelle”: dieci donne disoccupate introdotte alla cucina specifica per i bambini. Napoli, per chi non lo sapesse, è capitale dell’obesità in Italia. Si può dire che a Montesanto la classe media si è spesso assunta la responsabilità di dare una mano alle famiglie più svantaggiate».

D’ispirazione sociale, oltre che sportiva, è presente anche la mission della Napoli Boxe di Lino Silvestri, figlio del leggendario Geppino, maestro di Patrizio Oliva. Sul ring di vico Sottomonte è passato mezzo mondo. Ragazzi napoletani, ovvio, che arrivano da ogni parte della città, ma anche tantissimi stranieri

 Aperto al fermento artistico, il  Parco dei Ventaglieri quindi come notate non rappresenta nel quartiere solo un luogo  di forte impatto scenografico ma sopratutto  un luogo di  grande creatività rispetto alle sue iniziali  destinazioni d’uso . Un luogo con grosse potenzialità certamente destinato nel futuro di questo quartiere  a grandi progetti umanitari , sociali e culturali.

Oltre a svolgere la funzione di attraversamento del quartiere, la struttura del parco crea delle nicchie naturali che, semplicemente passeggiandovi, suggeriscono vari livelli di attivazione, che sono poi le politiche di gestione del luogo a determinare. È indubbio che anche semplicemente per garantire la funzione primaria di attraversamento per gli abitanti del quartiere non si può prescindere da una riflessione allargata sulle possibili modalità di utilizzo e valorizzazione del luogo, necessaria per garantire la sicurezza di chi per necessità si trova a passare dai Ventaglieri.

Come avete certamente capito Montesanto, è una zona della nostra città che non ha la forma a scacchiera classica dei Quartieri. Essa viene spesso definita in un sotto (Pignasecca, anche se una scuola di pensiero la identifica come zona a sè stante, via Montesanto, via Ventaglieri) e un sopra (Salita Pontecorvo, Tarsia) delimitato dalle scale di Sant’Antonio ai monti.

CURIOSITA’: Secondo Gino Doria (le strade di Napoli- Grimaldi editori- 1974) , un noto storico scrittore della nostra citta, il toponimo Ventaglieri non deriverebbe dall’attività artigiana di creatori di ventagli svolta in loco, bensì dalla proprietà dei terreni, appartenuti appunto ad un certo fiammingo di Anversa, Antonio Ventaglieri (atto canonico secentesco reperibile presso la Chiesa di San Liborio).

La parte bassa del Parco Ventaglieri come vi dicevamo è accessibile  da vico Lepri ai Ventaglieri, un piccolo luogo che non tutti sanno quanto esso sia importante .

Qui infatti il grande poeta, e commediografo , nonchè  autore di numerose canzoni,  Raffaele Viviani , noto nella nostra citta per essere stato alla pari di Edoardo De Filippo, uno dei più grandi esponenti della drammaturgia napoletana del novecento, ambientò nel finale del secondo atto della sua opera tetrale “L’ultimo scugnizzo” del 1932,  la scena in cui si canta quella famosa canzone La rumba degli scugnizzi , oggi nota a tutti . Un grande esempio del virtuosismo metrico e verbale dell’Autore stabiese che rappresenta ancora oggi una miniera d’oro per gli studiosi del lessico napoletano d’inizio Novecento. Ottanta versi liberatori come le urla dei venditori ambulanti, che magnificano la loro merce attraverso richiami antichi,

Come avete certamente capito Montesanto, è una zona della nostra città diversa dalle altre. Essa   non ha la forma a scacchiera classica dei Quartieri. Essa ha una propria diversa personalità, Nella nsotra città ogni quartiere ha un proprio nome, ma, quando si vuole indicare questo tratto della nostra città, è sufficiente dire “Montesanto”.

Nonostante il luogo mostri lo stesso tessuto sociale di un quartiere , di fatto da un punto di vista toponomastico non è un vero e proprio quartiere.

Essa viene spesso definita in un sotto (Pignasecca, anche se una scuola di pensiero la identifica come zona a sè stante, via Montesanto, via Ventaglieri) e un sopra (Salita Pontecorvo, Tarsia) delimitato dalle scale di Sant’Antonio ai monti.

Salite e discese, che in appena 5 minuti ti collegano Piazza Mazzini e Piazza Montesanto attraverso vicoli e strettoie che ti regalano meravigliosi scorci di panorama .

Una meravigliosa passaeggiata di chi vuol ancora godere di una  Napoli autentica e non omologata a tutte le altre città del mondo e che ancora conserva rispetto a tante altre storiciche zone di Napoli la sua unicità.

Un luogo di Napoli non ancora fagocitato dalla globalizzazione e dal consumismo derivato dalla turistificazione selvaggia della nostra città.

Un luogo comunque utile da conosce perchè se non altro con i suoi vicoli e discese , rappresentano in città, un’ottima scorciatoia per chi deve recarsi in centro storico senza percorrere tragitti più conosciuti e trafficati.

CURIOSITA : I percorsi verticali di Napoli hanno un fascino particolare. Vicoletti interrotti da scale da percorrere con calma per osservare piccoli scorci, cortiletti improvvisati in cui si respira una città autentica, un microcosmo nella metropoli che sembra essere fermo nel tempo, non disturbato dal frastuono delle automobili. Napoli ne è piena. Quelli non riscoperti e valorizzati nei circuiti turistici restano appannaggio dei cittadini come scorciatoie per raggiungere dalla zona collinare il centro della città in pochi minuti.

La cosa incredibile delle salite e discese che caratterizzano Montesanto è il fatto che esse oltre che estremamente caratteristiche sono sopratutto colme di storia .

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 La Salita Tarsia e la salita di Pontecorvo che congiungono entrambe  piazza Mazzini a Montesanto., sono infatti a mio parere un luogo meraviglioso. Esse si sviluppano in due  vicoletti a tratti collegati e  fatti di tratti rettilinei e tornanti spezzati da gradinate , dove durante il cammino ci si  imbatta in antiche chiese e una  serie di antichi palazzi i cui colori risplendono grazie alla luce delle belle giornate primaverili ed estive. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Appena per esempio , terminato un tratto di scale, al civico 47 di Via Tarsia , c’è un portale lobato in piperno di epoca settecentesca sormontato da uno stemma e accanto ad esso una bellissima scala aperta a tre archi incorniciati da stucchi barocchi, opera di Nicola Tagliacozzi Canale. Nel suo interno oltra ad un bellessimo cortile con esedra si trova anche un retrostante giardino dal quale si accede attraverso un cancelletto .

 

 

 

 

 

 

 

 

Si tratta del palazzo Tortora Brayda che prende il nome dai proprietari originari i Brayda-Tortora, una famiglia della nobiltà piemontese insediatasi a Napoli al tempo di Carlo I d’Angiò e che aveva la sua casa palaziata proprio in salita Tarsia (  ad essa apparteneva anche il palazzo attiguo all’uscita secondaria della metropolitana di Salvator Rosa) .

N.B. La famiglia napoletana Tortora Brayda vanta lontane origini, al punto da essere riconosciuta di antica nobiltà nel 1579 da Filippo II e nel 1730 da Carlo VI. Lo stemma originario (modificato nel corso dei secoli) è d’azzurro alla tortora poggiata su tre monti nascenti con tre stelle in capo. Annovera i titoli di duchi, marchesi, conti, baroni, patrizi, ed ebbe feudi in Abruzzo, Campania, Calabria, Puglia. Il doppio nome ha origine nel 1781 a seguito del matrimonio di Carlo Tortora di Belvedere con Francesca Paola Brayda, per cui i discendenti si appellano Tortora Brayda.

Il palazzo, molto probabilmente risalente al XVI secolo come edificio rurale, fu, con il tempo inglobato nelle nuove espansioni della città. Lo splendido portale  settecentesco , secondo molti  addirittura attribuibile a Ferdinando Sanfelice, è caratterizzatod all’incastonatura di singole bugne e sormontato dallo stemma coronato.

 

 

 

 

 

 

 

 

CURIOSITA’: Il monumentale palazzo  che si trova in Via Salvator Rosa ,accanto all’uscita secondaria della metropolitana ,che anche apparteneva un tempo alla famigliaTortora Brayda, come altri palazzi circostanti, è stato oggetto dell’intervento dell’Atelier Mendini finalizzato all’arredo urbano di tutta l’area circostante la stazione della metropolitana di Salvator Rosa.

Il palazzo costruito probabilmente nel Seicento in forma di masseria , fu poi ristrutturato nell’Ottocento.ed è oggi famoso sopratutto perchè vi ha abitato Giovanni Capurro, l’autore di ‘O sole mio,  A ricordare il grande autore , sulla facciata del palazzo, nel corso dell’intervento di riqualificazione, è stata realizzata da Mimmo Paladino, un’opera decorativa che  riprende con i raggi del sole il testo della famosa canzone, Sulla sommità del palazzo, su uno sfondo di oro l’immagine di un uccello rievoca lo stemma della famiglia Brayda Tortora, i vecchi proprietari del palazzo; infine il motivo decorativo dei panni stesi svolazzanti è cifra comune anche agli altri fabbricati della zona.

Prima di continuare a parlavi di Montesanto vorrei prima ricordarvi che originariamente, in epoca ducale, l’area situata al di fuori delle mura che andava dal Largo del Mercatello (attuale Piazza Dante) fino al casale di Antignano sulla collina del Vomero era conosciuta con il termine “Limpiano”.
Nel Seicento, come tutte le aree verdi vicine al centro della città, divenne meta ambita per la fondazione di monasteri, chiese e conventi. Queste istituzioni religiose hanno difatti avuto un ruolo fondamentale nel processo di trasformazione dell’ intera zona.

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Bisogna comunque ricordare che a partire dalla fine del Cinquecento, in ossequio alle direttive del Concilio di Trento per una presenza capillare degli Ordini ecclesiastici sul territorio, incominciarono le acquisizioni delle grandi proprietà fuori le mura, in possesso, tra l’altro, delle estensioni prescritte in merito all’architettura religiosa.
Nel Seicento, la mancanza di controllo governativo produrrà uno sfruttamento intensivo dei suoli che cancellerà ogni residuo spazio pubblico libero. Sui terreni non occupati dalle fabbriche religiose, si concentrò poi l’interesse della borghesia meno ‘possidente’, quella, per intenderci, che non poteva ambire alle proprietà in via Toledo, consentite solo ai patrimoni aristocratici in auge.

Successivamente il territorio quindi cominciò sempre più a popolarsi e venne suddiviso in quattro diverse masserie assumendo le caratteristiche di un borgo.
Gli edifici in origine presentavano un piano unico, ma, nel corso del tempo, vennero sopraelevati fino a cinque piani per far fronte alla carenza cronica di abitazioni per una popolazione in crescita costante; gli stessi spazi verdi di raccordo con la collina di San Martino e Sant’Elmo e gli orti che delimitano tutta l’area vennero a poco a poco fagocitati da nuove costruzioni. Unica eccezione per lungo tempo fu via Salute e la zona dell’Infrascata, risparmiate dal cemento e ricordate per orti e aria salubre (da cui i toponimi delle strade), con ville e giardini a terrazze aperti sul golfo e masserie circondate da campi coltivati dove tra giardini e vigneti, tra nobili e modeste casine, si ergevano chiese e conventi sparsi a macchia d’olio.

Furono eretti nel 1850 i conventi di Gesù e Maria (poi ospedale) delle Cappuccinelle, di San Giuseppe delle scalze e, al termine del limite meridionale della strada, la mole settecentesca, rimaneggiata nel secolo successivo, di palazzo Spinelli di Tarsia.
Il luogo divenne anche la sede delle cosiddette “Fosse del Grano” che altro non erano che l’antico stipo in cui veniva conservato il grano della città posto proprio al di sotto delle mura cittadine in modo da poterlo difendere in caso di attacco; la sua funzione rimase attiva sino al 1852, anno in cui fu abolito il monopolio del cereale.

In epoca vicereale giunse a Napoli a seguito del Vicerè Pedro de Toledo, Fabrizio Pontecorvo che acquistò dei suoli prima da alcuni monaci e poi anche dalla famiglia Coppola proprietaria di una delle masserie per costruirvi dei lussuosi palazzi.
Altre famiglie ottennero concessioni e cominciarono la costruzione di immobili come ad esempio i Tuboli e gli Spinelli. Il passaggio dalle antiche masserie, alle contrade poste fuori le mura ed infine ai quartieri avviene nel 1779, quando per opera di Ferdinando IV di Borbone la città viene divisa nei dodici quartieri tutt’ora esistenti e il Limpiano incluso in quello chiamato dell’ Avvocata.
La ricca e potente famiglia dei Pontecorvo ( famiglia cancellata dall’epidemia di peste del 1656 ) diede avvio alla costruzione del bel palazzo di famiglia Pontecorvo, che diede poi il nome a tutto il borgo ed alla strada.
La strada chiamata via di Pontecorvo ebbe di li’ a poco un’ importanza strategica grazie al fatto che al suo interno passava la principale via di collegamento tra Napoli e Pozzuoli, la cosiddetta via Antiniana che seguendo lo stesso percorso dell’ antica via Appia, scavalcando la collina del Vomero permetteva di raggiungere Soccavo-Fuorigrotta e da li Pozzuoli.

C’è stato un tempo in cui l’area dove sarebbe poi sorta la chiesa, intorno al 1580, era un luogo di caccia. Qui venivano a divertirsi i nobili, le famiglie Coppola, Cioffi, Turboli, mentre re Alfonso Il d’Aragona preferiva l’area della Conigliera, di cui sopravvive qualche traccia in via Luperano, al Cavone. I nobili avevano l’abitudine di recitare il Rosario tra una battuta di caccia e l’altra e fu così che decisero di finanziare la costruzione di una cappella dedicata alla Madonna del Rosario, primo nucleo del futuro complesso religioso. Il progetto fu affidato a Domenico Fontana che decise di conferire alla chiesa una facciata con due campanili, soluzione  già adottata a Roma, dove il grande architetto aveva appena lavorato. «Oggi questo monumentale complesso è quasi completamente spoglio ed irriconoscibile rispetto al passato, non solo per le trasformazioni che nel frattempo sono intervenute, ma per le spoliazioni di cui è stato tragicamente vittima, e rischia di diventare un guscio vuoto», denuncia l’associazione Locus Iste che da anni si batte per il recupero di questa zona, con i suoi tesori d’arte oggi abbandonati e le sue straordinarie memorie da recuperare.

La Chiesa intitolata a Gesù e Maria fu costruita all’apice della salita Pontecorvo,  in una piazza alla quale ha anche dato il nome. Essa fu fondata su un suolo donato da Ascanio Coppola al padre Domenicano Paolino Bernardini che ne iniziò la costruzione. Inizialmente la chiesa non era cosi grande e solo pochi anni più tardi rispetto alla data di fondazione e per concessione di lasciti e rendite di Ferdinando Caracciolo, conte di Biccari e duca d’Airola, la chiesa fu ampliata.

La sua forma monumentale che vediamo oggi fu quindi tardamente raggiunta solo nel 1692 ed è una pregevole opera di Domenico Fontana composta da una vasta navata con cupola e transetto irregolare. La facciata realizzata su disegno di Domenico Fontana , mostra due campanili ai lati. Il portale è sormontato da un timpano arcuato spezzato al cui centro insiste un busto seicentesco della Madonna col Bambino.

La facciata realizzata su disegno di Domenico Fontana mostra una pecularietà assai rara per le chiese di Napoli ma comune a Roma ( dove il Fontana ha lavorato per lungo tempo ) che consiste nell’essere fiancheggiata lateralmente da due classici campanili cosi’ come
la facciata della chiesa dei Girolamini nell’omonimo largo ai Tribunali .

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Alla chiesa, devastata da furti e scempi, vi si accede per mezzo di una gradinata cinquecentesca ed una balaustra in marmo opera di Donato Vannelli del 1637 purtroppo sparita ) che precede il portale ugualmente in marmo di Francesco Vannelli, 1617 ( al momento murato ) concluso dal bassorilievo di Madonna con Bambino.

La chiesa al suo interno si presenta a navata unica, con cinque cappelle per lato, ampio spazio absidale tipico delle chiese della Controriforma.
In seguito alla cacciata dei predicatori Domenicani avvenuta nel 1812 , la chiesa ed il vicino convento furono affidati alle suore Canonichesse di Regina Coeli.
Nel 1863 il vicino convento fu trasformato in ospedale e la chiesa momentaneamente affidata ad una congrega e poi chiusa nel 900.

Tra le meraviglie interne, oltre a un paio di cappelle laterali rimaste intatte ai saccheggi, c’è il sepolcro della nobildonna Isabella Guevara, datato 1673 disegnato da Dionisio Lazzari con  la statua raffigurante la  defunta scolpita da  Aniello Falcone, scolpita nel 1673.

L’altare maggiore, o almeno quanto resta di questo è di Giuseppe Gallo mentre la balaustra è opera dei fratelli Bartolomeo e Pietro Ghetti. Ai suoi due lati due sepolcri : a sinistra quello di Emilia Carafa mentre a  destra quello già citato di Isabella Guevara.

In fondo, è ancora presente lo scheletro degli stalli del coro ligneo.

N.B. Anche l’altare maggiore risulta depredato, come del resto anche la balaustra in marmi rossi

Nel suo interno erano custodite molte importanti opere, la maggior parte delle quali sono scampate alla razzia dei predatori d’arte, tra cui pitture come Adorazione dei Pastori di Fabrizio Santafede, trasferita al Museo nazionale di Capodimonte.

Tuttavia sono ancora presenti, anche se in precarie condizioni, decorazioni di Giovanni Bernardino Azzolino, che dipinse in particolare gli affreschi della cappella di San Raimondo sul lato sinistro e della cappella con cupola del transetto destro. Di Belisario Corenzio invece sono gli affreschi della cappella del transetto sinistro, non speculare a quella destra in quanto sorge a fianco dell’abside.

N.B. Giovan Bernardo Azzolino, detto il Siciliano, ( perche’ nativo di Cefalù ) è stato un attivo pittore a Napoli per oltre cinquanta anni dal 1594 al 1645.
Il suo piu’ celebre capolavoro a Napoli ,” San Paolino che libera lo schiavo ” e’ oggi esposto in maniera permanente al Pio Monte della Misericordia 1626-1630 insieme alla famosa tela del Caravaggio “Le sette opere di Misericordia”.

Gli affreschi nella cappella del transetto di sinistro sono di Belisario Corenzio, mentre a Gaetano D’Agostino si attribuiscono gli affreschi della quarta cappella a sinistra con le Storie del Nuovo Testamento; sull’altar della quarta cappella si destra una volta fu collocato poi andato perduto per sempre, una tavola, ritraente la Chiamata dei santi Pietro ed Andrea di Giovan Bernardo Lama. All’abside, la grande tela del santo Monacone che compie il miracolo, opera di Paolo De Majo del 1742.

La salita Tarsia e quella di Pontecorvo,  quelle che una volta erano  insomma l’alveo naturale delle acque che scorrevano dalla collina del Vomero, un terreno molto scosceso ed  in gran parte coltivato a vigneto, e sul quale fino al tempo dei vicerè spagnoli era proibito costruire, oggi è un affascinante percorso nel ventre di Napoli ,

NB. In realtà già dalla metà del ‘500 quando si era aperta la via dell’Infrascata, c’erano anche dei giardini e qualche palaziata nobiliare.

Un vero napoletano, uno che ama veramente Napoli , non può non conoscere questo luogo,

Percorrere per intero questo tratto della nostra città è come tuffarsi in una Napoli che oramai sta sparendo per lasciare spazio ai vari Mc Donald’s e Starbucks, Significa girare tra vicoli e discese e accorgersi  della grandiosità di alcuni scorci di panorama mozzafiato , senza mare, ma con la collina (il monte-santo) che si eleva farcita di case, casette e costoni di tufo, coronata da Castel Sant’Elmo. 

Un luogo dove «Di notte c’è una luna che pende giusto su questo presepe, uno spettacolo raro»

Non mancate quindi di fare una passeggiata almeno una volta nella vostra vita in questo luogo.

E’ l’occasione per voi di abbinare storia, arte e cultura alla conoscenza  del popolo napoletano più genuino e provare a carpire  la NAPOLETANITA’ che capirete rappresenta una vera diversa filosofia di vita.

E’ un luogo dove troverete bellezza e degrado, splendore e abbandono,  miseria e nobiltà, chiese chiuse e palazzi nobiliari in rovina, ex penitenziari minorili abbandonati ed occupati da gruppi extra parlamentari. ma anche luoghi di cultura come il raffinato museo Nitsch, ed un fermento religioso  unico come quello legato  al celebre quadro della Madonna di Pompei che  fu trovato in un’antica chiesa di Rosario a Portamedina, ad inizio ‘800.e che ogni cento anni vi fa ritorno con una cerimonia molto sentita. 

Ma passeggiando in questi luoghi capirete sopratutto amore, amicizie , solidarietà ed accoglienza e capirete che il  nostro  modo di intendere la vita è solo un modo diverso di ricordare, di socializzare e di amare.E’ un modo per ricordarsi che i piaceri della vita vanno condivisi lontani dallo stress ed in un’atmosfera soft e rilassante  dove prevale l’amore per i contatti umani. È un’attitudine allo stare al mondo in un modo che è diverso da altri. È dare poca importanza a cose che da altre parti sarebbero vitali e tantissima rilevanza a cose invece superflue per alcuni. La napoletanità non è un pregio e non è un difetto è solo un modo diverso di vivere e vedere la vita dove ancora certamente conta tantissimo la solidarità e l’amicizia .

Per chi voglia esplorare questi antichi e unici luogi in cui si può incotrare da vcino la vecchia Napoli ancora salva da quelle  omologazioni che hanno oramai anche sopraffatto gli antichi edecumani e i storici quarteri spagnolio o il Rione Sanità, basta  vi rechiate  in  Piazza Mazzini ,

Da qui potete recatevi alle spalle della piazza, lungo un vicolo che vi conduce ad una scalinata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pochi passi dopo un lungo vicolo  e troverete dinanzi a voi quello che è l’inizio di un lungo vicolo fatto di tratti rettilinei e  gradinate. 

Dovete a questo punto solo decidere se proseguire per questo vicolo o girare a sinistra e imboccare un viale più largo , alla fine del quale dopo pochi passi vi  imbatterete nella prima delle  tante chiese chiuse della zona : quella di Gesù e Maria che gia vi abbiamo descritto e che  purtroppo non è accessibile a fedeli e visitatori da oltre 50 anni, .

N.B. Dopo un brevissimo periodo di apertura nel quale abbiamo anche contribuito volontariamente ed in maniera gratuita,  a liberarla delle alte erbacce che ne soffocavno l’entrata, essa è di nuovo sprofondata nel degrado più assoluto ,  a tal punto che all’ingresso troviamo non solo i soliti cespugli, ma addirittura degli alberi alti alcuni metri.

Per chi volesse visitare l’interno si può usufruire di un pertugio laterale, praticato in passato dai ladri e rimasto a disposizione di eventuali curiosi, che volessero rendersi conto di come si può cancellare un passato glorioso ed entrare in un presente senza futuro.

Per chi decide di proseguire lungo lo stretto affascinate vicolo ricco di antichi vasci ancora abitati dal popolo napoletano più verace (al contrario dei decumani) , sappiate che state per percorerre l’antica Via Tarsia , il cui toponimo deriva dal nome del palazzo dei Principi Spinelli di Tarsia .

A questo folkloristico luogo potete infatti accedere dalla parte bassa di Montesanto , subito dopo quel tratto di Via Tarsia che dopo il Teatro Bracco e la sede del distretto di Polizia , incomincia  a salire verso l’alto e da quel momento piglia il nome di salita  Tarsia .

CURIOSITA’ : I locali che oggi sono una sede degli Uffici della Polizia di Stato, negli anni 60/70, erano gli stessi locali della sede del cinema Astoria, uno  dei punti di ritrovo dei filonisti che di nascosto dai propri genitori marinavano la scuola .  Allo spettacolo della mattina ore 10,30 in particolar modo d’inverno quando non sapevi cosa fare, c’era la rappresentanza di quasi tutte le scuole napoletane. Oggi come vedete questo cinema non esiste più.

La  struttura costruita nel 1929 , in verita era inizialmente  la sede dell’Opera Nazionale Dopolavoro e solo in seguito divenne la sede del cinema Astoria e del Teatro Bracco .

 

Se vi incamminate per questa salita Tarsia vi dapprima lungo una stretta caratteristica stradina.

… e poi  dopo non molto vi troverete in una piccola piazzetta.

La piazzetta come potete notare da quanto scritto sulla targa posta alle mura  di uno degli edifici che affaccia sullo slargo, è dedicata a Sant’Alfonso, ma anche e sopratutto a Sant’Antonio a cui   è intitolata  anche l’antichissima chiesa  fondata nel 1550 e poi rifatta più volte, che in questo luogo domina lo spazio .

L’intero territorio in quel periodo veniva chiamato ” Olimpiano ” e questa parte dove poi venne edificata la chiesa veniva chiamata ” Pancillo “. Essa si trovava vicino al Palazzo del Principe di Tarsia e per questo motivo il terreno in questione era cosiderato alquanto prezioso. Nonostante questo , il suolo  fu donato dal suo proprietario, Evangelista Perrone al capitolo di San Giovanni in Laterano affinché venisse eretta una primitiva chiesa dedicata a Santissima Maria del Soccorso.

N.B.  L’illustre D. Evangelista Perrone, era figlio di quel D. Berardo, che si rese famoso per le sue virtù sociali, militari e Cristiane. Riportò, come attesta un’iscrizione affissa nel Presbiterio nella parte destra dell’ Altare Maggiore innumerabili vittorie, specialmente per liberare la città. Egli e la sua famiglia avevano nella suddetta zona  molte  antiche abitazioni.

Nel donare il terreno al Capitolo di S. Giovanni Laterano, Evangelista Perrone, tra gli altri patti stabilì che dovevasi costruire in questo luogo anche una Cappella sotto il titolo di S. Maria del Soccorso, e che esaa fosse poi fosse rimasta di jus patronato della sua Casa. Tutto ciò venne eseguito nel 1550. Ma essendo poi nate alcune differenze tra il donante ed il donatario, fu il contratto risoluto e annullato.
Ritornato di nuovo il fondo con la Cappella nel dritto e dominio di Evangelista Perrone, lo stesso donò la Chiesa ed il suolo ai Frati Minori Conventuali di S. Francesco,residenti a San Lorenzo dei Tribunali, i quali vi edificarono una Chiesa più ampia, ed un Convento comodo ai pochi Frati, e la dedicarono allo Spirito Santo: dal volgo detto “Spirito Santello

I Padri  Francescani, per questo nome dato alla nuova chiesa , sollevarono immeditamente il malcontento dei governatori della chiesa dello Spitito Santo che si trovavano  nella vicina Porta Reale , i quali non macarono di mettere in atto un contenzioso litigioso con i poveri frati francescani.

Alla fine per evitare liti e contrasti e quindi conciliare l’affare alla meglio, fu stabilito che la neonata chiesa doveva essere  intitolata come  Chiesa di “S. Maria dello Spirito Santo”.

N.B. La chiesa ben presto venne soprannominata dalla gente del popolo, come “Spiritosantiello” poiché, nelle sue vicinanze si ergeva già una basilica sotto questo nome.

I Padri Francescani collocarono nella  Chiesa una devota statua di S. Antonio di Padova per mezzo del quale molti napoletani di quel luogo conobbero numerose  grazie, Motvo per cui il popolo concorse con grandi elemosine ed oblazioni,  a far si che i frati , raccolta la somma sufficiente , potessero poi non solo riedificare la Chiesa dalle fondamenta, ma anche perfezionare il chiostro.

La chiesa da quel momento cominciò ad essere  chiamata  “S. Antonio”, dal volgo “S. Antoniello di Tarsia”.

Nel 1840 si fecero poi molti atri bei  restauri alla chiesa che avvennero  sopratutto  inoccasione di  apparecchio della struttura alle feste di S. Alfonso, Protettore di Napoli a spese del Re Ferdinando II, e molto più nel 1900 in omaggio a Gesù Redentore.
Sull’Altare Maggiore vi era  inizialmente il grande Quadro dello Spirito Santo, ma il Rettore redentorista P. Di Coste, nel 1900, lo tolse e vi pose la statua di S. Alfonso.

CURIOSITA’: La chiesa  soggetta a varie vicende è stata, nel corso di tanti anni, il sacro luogo nel quale S. Alfonso de Liguori ebbe la venerazione più grande sopratutto nell’ epoca, in cui ne presero possesso i Padri Liguorini.

Altre importanti opere presenti erano : l’ Apoteosi di S. Antonio, le quattro statue della Fede, Speranza, Carità e Religione prese nenti nella grande Scalinata del Collegio e il Passamano di pietra.

La chiesa come l’intero convento vennero anche loro ovviamente soppressi come tutti gli ordini religiosi in città nel 1866,durante il cosiddetto “Decennio Francese”. I frati vennero tutti  cacciati e la struttura venne utilizzata come laboratorio per l’estrazione dello zucchero dalle castagne, fino al 1815, quando venne  poi affidato ai Padri Liguorini che, tra il 1862 e il 1894, utilizzarono il convento come reclusorio femminile.

La chiesa fu purtroppo terribilmente  devastata da  saccheggio avvenuto nella notte tra il 23 e 24 giugno 2015 e se essa oggi cede il passo a molte altre  strutture ecclesiastiche per vastità e pregi d’arte, nella sua semplice eleganza si contraddistingue fra le chiese secondarie, di cui è abbellita la città di Napoli.

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Gli stucchi della bella ma decadente facciata sono di Angelo Viva,mentre la pregevole statua marmorea di Sant’Antonio è stata creata da Francesco Pagano .

Il pavimento  Maiolicato presente nel suo interno risale al 1739 ed è opera di Donato Massa.

Nella sagrestia  sono conservate ulteriori opere: La Sacra Famiglia di  Andrea Vaccaro  e La Pentecoste di  Andrea Miglionico.

La chiesa è oggi putroppo chiusa al pubblico da più di dieci anni , cioè da quel giorno in cui dei  ladri agirono  indisturbati, devastando e rubando tutto il possibile presente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I Se ben guardate la chiesa capirete bene che i suoi confini dalla parte di Settentrione sono la Casa del Marchese Vulsano e Doria col suo giardino, dalla parte dell’Oriente la salita Tarsia, dal Mezzodì il largo appartenente al Monastero e Giardino di Casa Costa, e da Ponente la strada detta Spezzano.

Se invece , vi lasciate alla vostra sinistra la chiesa e guardate di fronte alla piazzetta , noterete dall’altro lato dello stetto vicolo  è presente un arco ribassato che fa da invito ad un piccolo spazio poco illuminato.

Ci troviamo in quello che resta dell’antico ingresso al LARGO TARSIA , che introduce ad uno dei palazzi nobiliari più sontuosi  della nostra citta.: Il palazzo Tarsia ,  detto anche Palazzo Spinelli di Tarsia.

Tentati di ammirare il famoso piazza da vcino, restiamo subito stupefatti dallo stato di totale degrado in cui sia il comune ma sopratutto la sopraintendenza dei beni ambientali ed archeologici ha lasciato il luogo .

L’antico largo dalle enormi dimensioni  che di fatto collega la Salita Tarsia con la Salita Pontecorvo, lasciata all’incuria del tempo e al degrado ,oggi è infatti solo un luogo  mortificato da un selvaggio   parcheggio di auto.

Assistere a questo scempio è una di quelle cose che chi ama Napoli non può accettare.

Che fine ha fatto la Sopraintendenza Archeologica , belle arti e paesaggio per il comune di Napoli che si occupa della tutela del patrimonio archeologico, architettonico, artistico e paesaggistico della città di Napoli ?

Che fine ha fatto lo stesso comune di Napoli ?

Come è mai possibile che nessuno mostri interesse per un luogo storico e adoperarsi pa la sua rivalutazione storico-culturale ?

Queste sono le cose che ogni giorno mi fanno sempre più capire che Napoli non è la città più bella del mondo, ripetiamocelo noi napoletani, perché questa storiella sta diventando oltre che tremendamente autorefenziale e quindi limitante e poco lodevole per chi la condivide anche fuorviante . Con questa sciocca e banale frase infatti il napoletano tende a scacciare via in un solo colpo quello che sono i limiti enormi di una metropoli che arranca  che in un momento come questo dove il fenomeno turismo ha raggiunto il suo maggior apice.
Napoli è una citta diirdinata , caotica e non riesce mai a rispettare le regole .

Dopo essermi arrabbiato,  con lo sguado amareggiato, ,resto qualche minuto a pensare  alla ricerca di una possibile spiegazione di questo scempio  e  al perchè nessuno si adoperi in questa citta per dare un valore a questo slargo ed ecco che ad un tratto mi sovviene in mente che forse il tutto è solo il frutto di una maledizione o meglio ancora di una punizione divina operata dal Dio Zeus in persona.

Questa tutto sommato potrebbe essere solo la triste fine della   storia di un uomo che osò cancellare il nome di un Dio, particolarmente noto per i suoi scatti dira, da una strada della città, attribuendogli il suo.

Quel Dio era Zeus  e l’autore della temeraria impresa si chiamava Fabrizio Pontecorvo. È grazie a lui se l’antica salita delle Cappuccinelle, che un tempo si chiamava  Olimpiano per la presenza di un tempio dedicato a Zeus re dell’ Olimpo,  oggi si chiama salita Pontecorvo.

L’unica vera spiegazione di questo scempio puoò essere solo legata ad una volonta’ divina . …. i napoletani oggi giorno sbandierano ufficialmente che vogliono bene alla citta … non possono essere quindi loro i veri responsabili di tutto questo.

La giunta comunale ed il  sindaco affermano che loro si impegnano e si adoperano  tutti i giorni per far migliorare la nostra città… non possono quindi neanche essere loro i responsabili di tutto questo . Nessun essere umano con un minimo di intelletto e una discreta  conoscenza della nostra citta assisterebbe inerme alla trasformazione di un luogo storico cittadino in un parcheggio per auto all’aperto … quindi non può essere stata neanche laa Sopraintendenza Archeologica , belle arti e paesaggio di Napoli … essa si occupa della tutela del patrimonio archeologico, architettonico, artistico e paesaggistico della nostra citta ….

Questo orribile scempio può trovare una sua spiegazione solo nella malvagia ira di un Dio  e nella sua vendetta .

Come altro spiegare altrimenti il degrado in cui è immerso il Largo di Tarsia ridotto ed immenso parcheggio abusivo e la fatiscenza di  uno dei palazzi più belli d’Europa, come quello del  principe Spinelli di Tarsia ridotto ad un oscuro condominio ?

Come facciamo a spiegare a noi stessi l’incredibile numero di palazzi oramai decadenti presenti in zona e le antiche chiese  abbandonate da decenni a se stesse in uno stato di totale degrado e continuamente depredate di ogni loro preziosa opera d’arte ?

Zeus ,come ci insegna la mitologia greca , amava gli uomi ma diventava spietato contro chi si metteva contro il suo volere ( vedi Prometeo ). Egli è il solo resposabile del degrado che avvolge e mortifica gni giorno questo luogo.

Con l’estinzione della famiglia Spinelli avvenuta nel secolo scorso e sopratutto l’estinzione della famiglia Pontecorvo che fu letteralmente spazzata via dall’epidemia di peste del 1656, egli ha solo in parte ottenuto la sua vendetta .  Lui continua ad accanirsi su questo luogo, vuole vederlo perire neel degrado più assoluto e purtroppo oggi nessun essere umano ha intenzione di contrastare il Dio Zeus .

Forse l’unica vera soluzione a tutto questo è quello di ridare il nome Olimpiano alla zona e placare in questo modo  in maniera definitiva la rabbia di Zeus.

Forse solo allora vedremo di nuovo risplendere in tutta la sua bellezza un edificio che nella sua edificazione fu affidatato a Domenico Antonio Vaccaro, uno dei più noti architetti napoletani del Settecento.  Un edificio   che nella grande area verde del palazzo intendeva rifarsi ai giardini pensili di Babilonia .

Il Palazzo Spinelli di Tarsia eretto su  commissione di Ferdinando Vincenzo Spinelli , principe di Tarsia, prevedeva il rifacimento di un precedente fabbricato,  e il progetto fu affidato a uno dei più noti architetti napoletani del settecento, Domenico Antonio Vaccaro.

Nella sua  struttura, secondo un disegno assonometrico redatto dallo stesso Vaccaro, si nota un fastoso ingresso che dà accesso a due scenografiche rampe a tenaglia per le carrozze con al centro una scalinata, dopo le quali ci si trovava davanti al primo corpo di fabbrica, che racchiude tre archi a sesto ribassato in legno intarsiato. Da questo si passa all’ampio cortile rettangolare, dove prospetta il maestoso palazzo elevato, a due piani con pianterreno .

Le decorazioni ad affresco negli appartamenti furono eseguite, oltre che dallo stesso Vaccaro , anche  pittori come Nicola Maldacea , Nicola Cacciapuoti, e Giovanni De Simone.

Esso risulta essere cosi complesso nella sua struttura architettonica da restare alla fine un opera incompiuta e inoltre data la sua estensione è abbastanza grande da dare origine a un piccolo quartiere.

Pensate solo che gia  nel seicento alcune fonti descrivono dell’area del largo Tarsia,e raccontano  dell’esistenza di un grandioso palazzo con annesso un esteso giardino che lo precedeva.
Nel secolo successivo il principe napoletano Ferdinando Spinelli fece ristrutturare e ingrandire l’edificio già esistente ,ancora oggi riconoscibile nel corpo principale dell’edificio.
Dall’edificio centrale in stile sgargiatamene Rococò napoletano
partiva un ampio emiciclo terrazzato e interamente maiolicato decorato tutt’intorno da statue in marmo, purtroppo non più visibili da qualche anno.
Tutt’intorno gli edifici erano talmente estensi ,tanto da ospitare anche un serraglio.
Gli appartamenti non erano di minore importanza, infatti oltre la loro grandiosità vantano volte decorate da artisti come Nicola Rossi, Francesco Pagano, inoltre lungo tutto l’ambiente erano disseminate cappelle, armadi intagliati ,orologi solari ,stucchi dorati e quanto più ci poteva essere di Barocco.
Il palazzo ospitava anche dei gabinetti di fisica e di chimica, e una ricchissima biblioteca.
La pinacoteca personale dei principi  vantava ospitare opere di Giotto, Raffaello, Tiziano ,Tintoretto ,Veronese ,Durer ,Rubens ,Van Dyck , Breughel ,Claudio di Lorena e numerosi maestri napoletani, la pinacoteca aperta agli studiosi , era la somma vanteria e attrattiva del palazzo.

CURIOSITA’ L’area che anticamente era conosciuta come Olimpiano era una zona delimitata al nord dal Cavone, al sud dall’Olivella, ad est dalla cinta muraria aragonese/vicereale e ad ovest dalla collina del Vomero. Essa era anche chiamata con il termine di Limpiano era era una intera zona situata al di fuori dalle mura, che andava dal largo del Mercatello, l’attuale piazza Dante, fino al casale di Antignano sulla collina del Vomero.  L’intera area ebbe un primo sviluppo intorno al  1560 ad opera di alcuni nobili che in  questa zona diedero inizio della costruzione di grandi  sontuosi palazzi , il luogo ed anche la strada che portava a queste dimore  ad un certo punto cambiò nome,( con grande scuorno di Zeus,) e  venne da allora  chiamata appunto Pontecorvo; accanto alle costruzioni di don Fabrizio si affiancano quelle di altre famiglie che nel frattempo ottennero dei terreni. Tra queste i Turboli, i Coppola, i Giglio ma soprattutto gli Spinelli che poi si stabiliranno a partire dagli anni 70 del 500 nel palazzo accanto a quello dei Pontecorvo nella parte più bassa della strada, per trasferirsi poi di fronte, in quello che sarà il palazzo Spinelli di Tarsia. Nel XVII secolo la zona divenne poi oggetto di trasformazione da luogo civile a luogo a carattere religioso con la fondazione di alcuni monasteri femminili realizzati adattando palazzi nobiliari ceduti in beneficenza come ad esempio il Palazzo Spinelli che fu adattato in convento  di San Giuseppe delle Scalze

N,B, In realtà la zona continuerà a essere chiamata anche Limpiano, o Imbrecciata, termine con cui si fa riferimento a una strada caratterizzata da una pavimentazione a breccia: la ritroviamo di solito associata alle salite, cioè quindi a tutte quelle strade che conducono verso una parte alta, o lontana, a partire da un punto della murazione della città che appunto è considerato punto di partenza. Questo antico percorso mulattiero era in passato conosciuto anche come imbrecciata di Gesù e Maria perché conduceva all’omonimo monastero.

Dopo esserci lasciati alla nostre spalle   la vista  di uno dei palazzi più belli d’Europa, del principe Spinelli di Tarsia  ridotto in maniera sconcertante ad un oscuro condominio ed immenso parcheggio abusivo., continuiamo il nostro percorso.

Dopo un po di strada la vostra attenzione sarà subito concentrata  dal bel Palazzo Capano,  un edificio di valore storico e architettonico  situato in Salita Tarsia, restaurato nel 2022.

Quest’edificio, sito alle spalle del più noto Palazzo Spinelli   venne eretto probabilmente nella prima metà del XVII secolo (nel  censimento dell’area del Limpiano effettuato da Onofrio Tango nel 1657 risultava di tale S. De Martino; mentre nel 1732 apparteneva alla famiglia nobiliare dei conti Capano).

Il palazzo che vii colpira per il suo colore, ha una conformazione particolare, in quanto presenta al fianco del palazzo vero e proprio un corpo basso dove si apre il portale in piperno a bugne sulla cui sommità è collocato un antico stemma bipartito. Dietro questo corpo basso vi è il cortile nel quale vi è una parte porticata che copre anche la scala e che conduce al giardino posto più in alto.

CURIOSITA’: Nel Palazzo da lui ristrutturato,nel pieno della sua carriera,  vi abitò nel XIX secolo  Gaetano Genovese che svolse l’incarico di architetto decoratore della real casa a Napoli durante quasi tutto il corso del Regno di Ferdinando II di Borbone.

CURIOSITA’. Ferdinando II  affidò  al velente architetto  anche il compito di restaurare il Palazzo Reale alla Marina   i cui appartamenti erano stati danneggiati da un rovinoso incendio. Coadiuvato da Pietro Persico e Francesco Gavaudan, il Genovese inoltre studiò e progettò un rifacimento del Palazzo Reale  apportando all’edificio  sostanziali trasformazioni neoclassiche, consistenti nella rielaborazione dello scalone monumentale e in numerose aggiunte quali, sul lato meridionale, quella del cortile del Belvedere del giardino pensile e, dal lato di Piazza San Ferdinando  , di quello ora chiamato “Giardino Italia” al posto di ciò che residuava del Palazzo Vecchio di don Pedro de Toledo.

Oltre ad innalzare nuovi corpi di fabbrica ai lati e alle spalle il Genovese decise di trasferire gli appartamenti privati dei reali al secondo piano e di destinare tutte le 90 camere del primo agli intrattenimenti e alle cerimonie ufficiali: sorse così la sfarzosa Ala delle feste. Vennero inoltre restaurati l’ingresso centrale, lo scalone d’onore e la cappella palatina, che subirono radicali modifiche.

Il Genovese  venne inoltre incaricato di compiere alcuni lavori alla Reggia di Caserta come la realizzazione definitiva della sala del trono e persino la creazione di una “sedia volante” (una sorta di ascensore) all’interno della stessa.

Un altro importante lavoro gli venne commisionato da Carlo Mayer von Rothschild, nuovo proprietario dell’attuale  Villa Pignatelli che gli affidò  i lavori di rimodernamento della residenza, che condusse in collaborazione con un ignoto architetto parigino; in questo periodo vennero innalzati anche i locali che oggi ospitano il museo delle carrozze.

Nel 1852  fu incaricato, in qualità di professore ordinario, dell’insegnamento di architettura presso l’Accademia delle Belle Arti.

La stretta suggestiva strada  dopo un po’  appare finire di fronte ad una piccola scalinata .

Una volta decisi a fare i pochi scalini presenti ci troviamo nel caratteristico vico Avellino a Tarsia .

Se decidete a questo punto di girare a sinistra vi porterete verso l’entrata del Parco Ventaglieri e del suo ascensore.

Se invece voltate a destra e guardate bene , vedrete in lontananza una decadente affascinante struttura

Di cosa si tratta ?

Andiamo a vederla da vicino.

Per ora non dirò nulla di questa struttura … ci ritorneremo dopo quando vi racconterà della Salita Pontecorvo.

Per il momento solo par incuriosirvi un pò vi dico che per la gente locale essa si chiama : Lo scugnizzo Liberato .

Se invece vogliamo continuare il nostro percordo andando diritti di fronte a noi ci ritroveremo a quella  piazzetta dedicato a SanAlfoso e Sant’Antonio di cui oramai sapete tutto.

 

 

La via principale di Montesanto resta comunque  viaTarsia che come vi abbiamo precedentemente detto era  storicamente una fascia di territorio che si trovava fino al cinquecento fuori le mura toledane (costruite all’epoca dal Viceré don Pedro di Toledo) nel tratto compreso tra la Porta Reale, all’imbocco di via Toledo, e la Porta Medina all’epoca ubicata nell’attuale piazza Montesanto.

Poi con lo sviluppo dei diversi assi di penetrazione nel territorio del Limpiano e di ascesa sulla collina, assi rappresentati da salita Pontecorvosalita Tarsiavia Ventaglierivia Olivella, il percorso Tarsia-Montesanto finisce col diventare un collettore dei movimenti provenienti dalla collina verso le due porte Reale e Medina.

 

Per meglio valutare la progressiva trasformazione del territorio  per chi fosse interessato vi mostriamo antiche mappe giunte a noi come importante documentazione storica.

La veduta Lafréry del 1556 , come vedete, mostra chiaramente questa morfologia ma al momento l’urbanizzazione fuori le mura era ancora  allo stato embrionale e l’attuale percorso Tarsia -Montesanto non era in quel periodo  che una mera fascia di rispetto esterna.

La veduta Baratta del 1627 mostra invece  una situazione radicalmente mutata con una urbanizzazione spinta sia dentro che fuori le mura: si vedono bene in questa mappa,  le due porte Reale e Medina. Dentro le mura si distinguono i due grandi complessi dello Spirito Santo e dei Pellegrini. Fuori le mura sono ben riconoscibili i diversi percorsi che salgono in collina conservando ancora diverse aree verdi.

La carta Carafa del 1775 mostra invece una urbanizzazione che ha ormai sostituito le mura anche se ne conserva il profilo; la Porta Reale è stata appena demolita per agevolare il traffico delle carrozze, la Porta Medina esiste ancora e si distingue il palazzo del principe Spinelli di Tarsia che darà il nome alla strada.

La carta Schiavoni del 1880 mostra invece  praticamente, una cortina edilizia quasi  coincidente con l’attuale e le due vie Tarsia e Montesanto hanno la denominazione unificata di via Fuori Porta Medina.
La porta Medina è stata appena demolita e il grande giardino di palazzo Spinelli è stato sostituito dal Reale Istituto di Incoraggiamento, un ente pubblico sorto nel regno di Napoli durante il decennio francese ai primi dell’Ottocento per promuovere lo sviluppo delle scienze naturali e delle arti applicate: da esso sarebbero nati nel 1862  il primo Regio Istituto Tecnico di Napoli (il Della Porta) e nel 1919 il Regio Istituto Superiore Navale ,un centro superiore di cultura per il mare,  in seguito trasformato in università a pieno titolo , ed oggi ancora attiva ma  con il nome di Univerità Partenope.

N.B.  La sua attività, con diverse denominazioni, si prolungò fino ai primi decenni del Novecento  e si esaurì negli  anni trenta , probabilmente nel 1937, in quella che nel corso dell’Otttocento  ne era divenuta la sede definitiva, Plazzo Spinelli   in piazzetta Tarsia.

L’istituto  Tecnico, annesso al Regio Istituto Tecnico Nautico G.B. Della Porta, aveva il compito di formare e abilitare per il mare nuovi ragazzi  alla professione di capitani, costruttori e macchinisti. La sua popolazione scolastica  dal 1890,aumentò talmente tanto che nel 1902 l’Istituto Nautico di Napoli ebbe una sua autonomia e nel 1904 una propria sede nell’edificio di Via Tarsia.

Con la formzione del Regno d’Italia, nel 1906,la prima Scuola Nautica d’Europa diveniva “Regio Istituto Nautico Luigi di Savoia duca degli Abruzzi”, prendendo nome dal Duca degli Abruzzi, Luigi di Savoia, che durante i suoi viaggi di circumnavigazione aveva compiuto importanti osservazioni astronomiche ed oceanografiche. A seguito del sisma del 23 novembre 1980 l’Istituto si trasferì nell’attuale edificio di Bagnoli.

CURIOSITA’: La scuola ospita il Museo Didattico del Mare, riconosciuto dal Ministero dei Beni Culturali nel 1992 come Museo Navale. La raccolta museale, nata come collezione storica degli apparecchi usati nel corso dei secoli dagli studenti, è costituita da pezzi che sono di fondamentale importanza per illustrare l’evoluzione delle tecniche marittime.

Il Regio Istituto navale in Via Tarsia si trovava in quel grande edificio  color mattone con ingresso colonnato e ampia scala, ubicato alla sommità della salita Tarsia. Un edificio bi-funzionale suddiviso in due macro locali: il teatro Bracco, l’antica Sala Tarsia, ed un cinema non più esistente, l’Astoria, molto frequentato negli Anni ’60 da studenti transitoriamente poco motivati, e trasformato oggi in una sede per uffici della Polizia di Stato.

In epoca fascista l’intero edificio era uno dei quattro istituti assistenziali

L’Opera Nazionale Dopolavoro era uno dei quattro istituti assistenziali presenti in citta  (gli altri erano: l’Opera Nazionale Maternità e Infanzia, l’Opera Nazionale Balilla ed il Patronato Nazionale per le Assicurazioni Sociali) creati dal Fascismo a difesa dell’integrità fisica e morale dei lavoratori e delle loro famiglie.

Si chiamava Opera Nazionale Dopolavoro ed il suo compito era quello di occuparsi in concorso con una miriade di associazioni, di preservare gli operai ed i camici bianchi dalla “alienazione” derivante dal lavoro sempre più specializzato, organizzando il tempo libero in modo da estendere i benefici che ne derivavano, (allora appannaggio di pochi e fortunati), alla gran massa dei lavoratori.

Esso nacque nel 1929, , quando in Italia  lo Stato sociale  in quel tempo  riteneva che la difesa del lavoratore spettasse allo Stato. Il lavoratore, infatti, adempiva funzioni, che erano necessarie alla potenza economica e sociale della Nazione. Le iniziative previdenziali quindi non potevano essere lasciate all’arbitrio dell’individuo. Spettava allo Stato regolarle, d’imporle, di coordinarle, per la difesa dell’organismo nazionale, del quale il lavoratore era cellula attiva.

CURIOSITA’: Nei primi due decenni del Novecento le condizioni di vita ed economiche dei lavoratori delle fabbriche (e non solo) non erano molto dissimili da quelle degli inizi della rivoluzione industriale. A poco era servita, nei fatti, la lunga scia di rivendicazioni sociali e salariali, spesso oggetto di violente e sanguinarie repressioni alla Bava Beccaris.

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Gli ex contadini strappati ai campi dalle prospettive di una vita migliore e di condizioni lavorative più stabili continuavano a gremire le periferie urbane adattandosi a vivere in abitazioni malsane, senza servizi igienici o in comune, senza acqua corrente, sottoponendosi tra l’altro a turni di lavoro a dir poco massacranti.  In quei ghetti di emarginati si determinavano le condizioni ideali per la diffusione delle malattie infettive come il tifo, il colera… e sociali quali rachitismo e tubercolosi, criminalità, prostituzione e alcoolismo.

Lo stesso assetto urbanistico delle città denunciava le inique diseguaglianze sociali, contrapponendo i quartieri del centro abitati dalla borghesia abbiente con un’adeguata dotazione di infrastrutture, servizi e verde, alle disumane periferie, un melting pot di fabbriche, capannoni, quartieri degradati, sovraffollati e privi dei fondamentali servizi.

A quest’universo proletario, degradato e privo di garanzie, si rivolsero le attenzioni del governo fascista che intervenne con determinazione attuando bonifiche urbanistiche e la costruzione di case popolari, promulgando un corposo numero di leggi innovative e la creazione di enti preposti all’assistenza dei lavoratori.

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Nel ’23 furono introdotte: la legge sulle otto ore di lavoro e l’assicurazione contro la disoccupazione; nel ’25 l’assicurazione contro gli infortuni nel lavoro agricolo; nel ’26 la disciplina giuridica nei rapporti collettivi e l’istituzione della Magistratura del Lavoro; nel ’27 la Carta Nazionale del Lavoro, il primo documento al mondo tendente ad armonizzare i rapporti tra capitale e lavoro e nel quale, per la prima volta, furono riconosciuti ai lavoratori: il diritto alle ferie annuali pagate, il diritto al trattamento di fine rapporto (liquidazione), il diritto del pagamento del lavoro straordinario, il patrocinio gratuito nelle controversie con i datori di lavoro; nel ’28 l’istituzione degli uffici di collocamento, dell’assicurazione obbligatoria contro le malattie professionali, l’esenzione tributaria per le famiglie numerose …

 

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Non potete neanche  immaginare quanti napoletani sono passati nei due locali che si affacciano sulla strada e quanti di loro conobbero per la prima volta l’arte cinematografica e teatrale grazie ai biglietti a basso costo. Tuttavia, l’opera Nazionale dopolavoro (Ond )non era solo questo. Nelle strutture sportive della città organizzava attività ludiche, memorabile ad esempio la manifestazione natatoria che radunò a Napoli alla fine degli Anni ’20 ben 1600 nuotatori, pianificava escursioni, organizzava campeggi e colonie per i figli del popolo, corsi di recupero scolastico e di qualificazione. A difesa del potere d’acquisto dei salari e degli stipendi, l’Ond, offriva un servizio di speciali convenzioni con “La Provvida” e col “Consorzio Industrie Manufatti” rendendo così possibile l’acquisto di generi alimentari a prezzi contenuti o rateizzati come nel caso dell’acquisto di capi di abbigliamento o di prodotti per l’arredamento della casa. La rilevanza dell’Opera intanto accresceva per effetto di leggi…”.

A proposito di fascismo…subito dopo il teatro l’Istituto Nautico “Luigi di Savoia Duca degli Abruzzi”, come vedete esiste come vedete un  Teatro dedicato ad uno dei pochi intelletuali che coerentemente non scese a patti col regime.e per questo motivo fu  messo all’indice. Il  suo teatro fu ovviamente  messo al bando e mai rappresentato fino all’ultimo dopoguerra, L’ostracismo nei suoi confronti, voluto personalmente da Mussolini, si manifestò in varie forme: l’editore Mondadori rinunciò a pubblicare le sue opere, i problemi economici dovuti all’allontanamento dai palcoscenici, il divieto di espatrio ed infine nel novembre del 1926, in seguito al fallito attentato a Mussolini del  31 ottobre , anche la devastazione della sua casa,  Anch’egli infatti  come  Benedetto Croce e Arturo Labriola dovette subire in quel periodo l’irruzione in casa di  un gruppo di teppisti fascisti che ruppero a rabdellate tutto quanto gli capitava a tiro .In questa cirxostanza anche un suo lavoro  inedito ( La verità,) fu  dato alle fiamme e quindi  irrimediabilmente perduto. Qualche tempo dopo scampò ad un agguato e per ben tre anni le sue opere vennero vietate al pubblico.

CURIOSITA’: Dopo tre anni di divieti da parte del regime fascista  la sua amica e attrice Emma Gramatica, già interprete di alcune opere teatrali di Roberto Bracco, ottenne il permesso  in seguito ad un temporaneo allentamento delle ostilità governative, di interpetare al Teatro Fiorentini di Napoli di interpretare I pazzi. La rappresentazione avvenuta  18 giugno 1929 al Teatro Fiorentini di Napoli fu accolta con successo ma il 9 luglio al Teatro Eliseo di Roma fu interrotta da un’azione squadristica ad opera dei fascisti romani e l’opera  a quel punto mai più rappresentata nell’Italia mussoliniana.

Il più grande artista drammaturgo di tutti i tempi nonostante tutto questo, era  molto conosciuto e apprezzato all’estero. Molti suoi lavori furono tradotti in numerose lingue e rappresentati in tutta Europa e nelle due Americhe e solo l’ostracismo del Fascismo che impose anche il veto sulla proposta di assegnazione del Premio Nobel nel 1926, costrinse il grande artista ad un precoce silenzio artistico.

N.B.Roberto Bracco, venne più volte candidato al Premio Nobel per la letteratura .

 

CURIOSITA’: Roberto Bracco,  non aveva  un carattere facile e, nonostante i successi e gli attestati di stima, egli  detestava tutti i suoi avversari: non esitò infatti a criticare l’Otello di Verdi e le tragedie di D’Annunzio, mentre a Luigi Pirandello disse pubblicamente: ‘Tu non sapresti scrivere Il Piccolo Santo’.

Subito dopo il teatro Bracco e l’Istituto Nautico “Luigi di Savoia Duca degli Abruzzi” ma dal lato opposto della stessa strada , al civico 27 e 31 di Via Tarsia è  presente uno dei più imortanti edifici di valore storico e architettonico della nostra citta.

Si tratta del famoso PALAZZO LATILLA che oggi ospita  una delle sedi del Dipartimento di Architettura dellì Universitò degli Studi di Napoli Federico II,  un polo di formazione per le nuove generazioni di architetti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’edificio risalente al XVIII secolo   fu realizzato  nel 1762, su commissione del consigliere municipale Ferdinando Latilla, marchese di Taurasi. Esso  venne costruito intorno al 1722, quando nella zona “fuori le mura” non esistevano ancora le numerose costruzioni  presenti in epoca moderna. Inizialmente, la proprietà era del marchese Giovanni de Ruggero, all’epoca giudice della Gran Corte della Vicaria. In seguito, nel 1755, il suo erede Cesare cedette per 23200 ducati il palazzo al consigliere Ferdinando Latilla che, subito, chiese i permessi necessari per ampliare lo stabile.
I lavori vennero affidati all’architetto Mario Gioffredo che si avvalse della collaborazione di vari esperi, tra i quali il mastro fabbricatore Donato Cosentino, il piperniere Niccolò Cibelli e il mastro vasolaro Domenico Musella. Egli costruì  tre case palaziate a partire da un sigolo palazzo preesistente 
Dei tre moduli eseguiti, che si presentano come un unico volume edilizio dotato di tre ingressi, solo il primo ospitò l’abitazione del committente, mentre gli altri furono adibiti a case d’affitto. Dal punto di vista planimetrico, l’edificio presenta la sequenza tipica dell’edilizia settecentesca partenopea, costituita da ingresso, cortile e scala aperta disposta sulla parete di fondo. La facciata risulta scandita da trabeazioni marcapiano e lesene e fa diffusamente ricorso al piperno grigio, utilizzato anche per gli archi delle botteghe, e all’intonaco rosso.

L’opera si concluse dieci anni dopo, nel 1765, quando l’architetto aveva ormai concluso anche la realizzazione del secondo corpo di fabbrica. Dotò entrambi i palazzi di due portali simmetrici e disegno uguale, mentre la facciata venne innalzata su quattro piani, dove in quelli centrali si alternano balconi e finestre, al primo vi sono le aperture per le botteghe e, all’ultimo, solo balconi.

La storia ci porta poi, senza particolari avvenimenti di rilievo al 1984, quando l’Università degli Studi di Napoli acquistò entrambi i palazzi da due proprietari diversi: il primo, quello al civico 31, apparteneva alla famiglia Milano, mentre il secondo, al civico 28, era di proprietà dell’Ordine di Malta. In seguito, un team di esperti si incaricò del restauro i cui  lavori,  avevano l’obiettivo da ripulire la facciata da tutte le modifiche che ne avevano alterato l’aspetto originario e modificare gli ambienti interni per adattarli al nuovo uso.

CURIOSITA’: Nel Palazzo Latilla, nel suo  interno restano ancora oggi visibili alcuni elementi  caratteristici risalenti ai primi anni del palazzo, come le mangiatoie e gli attacchi per i cavalli, ancora presenti in alcuni locali al piano terra, e la doppia scala in piperno che dal cortile raggiunge i piani superiori. Infine, al secondo piano, è ancora presente una piccola cappella con pavimento maiolicato risalente al 1762.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Come potete osservare la nostra arte è ancora ostaggio di vernici e spay .

Fa sempre piacere a chi ama questa città e anzi ci inorgoglisce documentare i progressi e gli incrementi stilistici dei giovani writers sulle lavagne vuote della facciate di antichi portali  chiese.

Spero solo che chi abbia compiuto  questo scempio non si sia formato presso la prestigiosa  Scuola Italiana di Comix  che troviamo nella stessa strada ma al marciapide di fronte .Essa rappresenta  uno dei più importanti punti di riferimento nella formazione di professionisti del racconto e della comunicazione attraverso l’immagine. Qui oltre gli storici corsi di Fumetto, Illustrazione e Disegno la Scuola Italiana di Comix nel tempo ha affiancato Colorazione Digitale, Animazione, Concept Art Game Art 3D, Manga, Sceneggiatura e Storytelling, Graphic Novel e le Masterclass., i corsi sono tenuti da docenti con grande esperienza nelle più prestigiose realtà editoriali e produttive italiane e internazionali.

La loro mission è costruire un background sufficientemente solido che faccia da trampolino di lancio per gli allievi, futuri professionisti.La Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II” si sviluppa, con i suoi dipartimenti, all’interno di 5 edifici: il Palazzo Gravina, il Complesso dello Spirito Santo, il Palazzo Latilla, l’Edificio Vico Carrozzieri 24 e la Chiesa dei S.S. Demetrio e Bonifacio.

La Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II” si sviluppa, con i suoi dipartimenti, all’interno di 5 edifici: il Palazzo Gravina, il Complesso dello Spirito Santo, il Palazzo Latilla, l’Edificio Vico Carrozzieri 24 e la Chiesa dei S.S. Demetrio e Bonifacio.

Quello che maggiormente interessa il nostro percorso è quello che ha sede in ViaToledo 402  , Questo complesso ospita  infatti, la maggior parte degli spazi del Dipartimento: aule per la didattica e la ricerca, studi di docenti e ricercatori, la Segreteria Studenti,e  la Biblioteca

Sul luogo esistevano  in origine tre corpi di fabbrica realizzati dalla Confraternita dello Spirito Santo: la chiesa, iniziata nel 1564; il Conservatorio, probabilmente strutturato in due edifici con cortile per ospitare le fanciulle povere e le figlie delle prostituteed infine  il Banco, nato nel 1590 come cassa di deposito, destinato a divenire uno dei maggiori istituti bancari napoletani. Il complesso subì significative trasformazioni tra il Sei e il Settecento, ma l’intervento più radicale fu condotto da Marcello Canino per il proprietario Banco di Napoli . Il complesso fu infatti demolito e ricostruito con la stessa volumetria: il corpo di fabbrica su via Toledo fu costruito imitando l’antico e inglobando il settecentesco portale di piperno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CURIOSITA’: Ovviamente tutti voi sapete  oggi che Via Toledo  prende il nome dal suo fondatore, il viceré Don Pedro di Toledo, il quale decise la costruzione del quartiere verso il 1536, al fine di ospitare i suoi soldati che avevano il compito di reprimere eventuali ribellioni napoletane. Inoltre, in questi palazzi, erano anche ospitate le truppe spagnole dirette su altri fronti di guerra, che facevano tappa a Napoli.

Quando  Don Pedro di Toledo si insediò nella città partenopea nel 1533 e gli dette subito inizio ad una serie di interventi sulla vita e sul costume della città.  Il nuovo vecerè volle la costruzione di molte strade per collegare Napoli con l’Abruzzo, la Puglia e Roma e, poiché in quel tempo si verificò un notevole sviluppo demografico, il viceré provvide all’indispensabile adeguamento delle strutture cittadine. In breve tempo la città subì molte trasformazioni: furono costruite strade, tra cui la splendida Via Toledo; il viceré fece costruire un grande ponte, detto il Ponte Nuovo, successivamente distrutto, disfece Porta Dannarso e la riedificò di lato alla chiesa di S. Maria di Costantinopoli; ordinò la ristrutturazione di Porta Capuana abbellita con due statue marmoree di S. Gennaro e di S. Angelo.

Una seconda entrata all’ edificio della Facolta di Architettura  è comunque presente al numero 66 di Via Pignasecca .

 

 

 

 

 

 

 

 

Esso d’impianto tipologico a corte decentrata rispetto l’androne, si sviluppa su di una pianta irregolare. La corte di forma quadrata, la volta a botte a tutto sesto nell’androne, la scala a tre rampe su volte a vela e a crociera; copertura piana con travatura sui muri

 

 

 

 

 

 

 

 

CURIOSITA’:La più bella sede della facoltà di architettura si trova comunue a mio parere nel secolare palazzo  Orsini di Gravina .

Questo storico palazzo è ubicato alle spalle di Piazza del Gesù , nei pressi di calata Trinità Maggiore, adiacente a piazzetta Monteoliveto e nei pressi delle Poste Centrale che inglobano il chiostro e parte dell’antico monastero di Sant’Anna dei Lombardi nelle vicinanze, complesso monacale del 1411; questa annotazione per rilevare l’importanza della sua posizione.  

La sua costruzione risale al 1523 durante la reggenza napoletana dei viceré spagnoli, cinquanta anni dopo la realizzazione del vicino palazzo dei Sanseverino, voluto come testimonianza del potere e della ricchezza della famiglia proprietaria, espropriato in seguito a causa della rivalità tra re Ferrante e la famiglia Sanseverino e quindi concesso ai Gesuiti, che lo trasformarono, nel 1580, nella Chiesa del Gesù Nuovo (solo 2 secoli dopo arrivò l’obelisco dell’Immacolata). E proprio al confine coi potenti Gesuiti, nel 1513 Ferdinando Orsini, duca di Gravina in Puglia, acquistò, per poco più di cento ducati, due appezzamenti di terreno di proprietà delle monache del confinante monastero di Santa Chiara.

Negli anni successivi iniziò, per farne la propria abitazione, l’edificazione del palazzo che, come avvenne per la famiglia sanseverino, avrebbe dovuto rappresentare il prestigio della famiglia Orsini con il maggior esempio dell’architettura rinascimentale napoletana.

Alla fine del Settecento iniziò per l’edificio una fase di degrado: danneggiato durante i moti rivoluzionari del 1848 e infine acquistato dal Governo napoletano, dal 1856 dopo importanti restauri ospitò vari uffici pubblici, fra cui quelli le Poste e il Ministero delle Finanze. Vero palinsesto di stagioni architettoniche e culture del restauro diverse, palazzo Gravina presenta oggi un’integrità tutta apparente, risultato di molteplici trasformazioni fino al 1936, quando divenne sede della Facoltà di Architettura e subì l’ultimo intervento generale di restauro.

Si racconta che il Palazzo, durante la stessa costruzione, fu visitato da Carlo V re di Napoli, che ne rimase talmente affascinato da riuscire a strappare una promessa di regalo dal duca una volta terminati i lavori ma, Ferdinando Orsini, molto scaltro nell’occasione, per non privarsene, fece in modo che l’edificio risultasse sempre in costruzione. Edificato tra il 1513 e il 1549, su progetto di Gabriele d’Agnolo, esso non venne inteso  mai completato poiché la sua costruzione si fermò a tre blocchi edilizi intorno ad un cortile rettangolare, mentre il quarto lato era costituito da un corpo basso prospiciente le aree verdi del monastero di Santa Chiara . Fu Mario Gioffredo a completare il quarto lato nel 1762.

Tra la fine del Seicento e la metà del Settecento vi fecero residenza vari esponenti della famiglia, tra cui il fratello del Papa Benedetto XIII e Benedetto Orsini, cardinale e ambasciatore del Re in Vaticano. Man mano che il palazzo cambiava di “discendenza”, la sua struttura, sia interna che esterna, veniva continuamente trasformata; sempre al lavoro un cospicuo numero di operai in continue attività di ristrutturazioni, e tutti chiaramente salariati dal proprietario di turno del Palazzo.

Ma anche i numerosi servitori formavano un vero e proprio esercito di persone a libro paga, chi si occupava degli interni, chi della stalla, chi degli animali e chi delle carrozze, chiaramente personale che incideva molto sulle spese di gestione dell’intero edificio. Dunque era chiaro che gestire un palazzo di quelle proporzioni significava spendere cifre esorbitanti in manodopera e manutenzione e, quindi, inevitabilmente, nonostante la famiglia Orsini fosse notoriamente ricca, nel tempo si cominciarono ad accumulare sempre piu debiti. Nel 1799 la lussuosa residenza venne requisita dai francesi per tutto il periodo della republica napoletana venendo adibita ad abitazione del generale Thiebault ma, nel 1830, già tornata da tempo ai vecchi proprietari, fu messa all’asta per pagare i creditori ormai in gran numero.

Il palazzo venne quindi espropriato e venduto nel 1837 per 38.000 ducati a Giulio Cesare Ricciardi conte dei Camaldoli il quale decise di trasformarlo in casamento d’affitto cercando di ricavarne il maggior numero possibile di abitazioni e locali commerciali da dare in locazione. I lavori in in progetto però, mirati al cambio di destinazione d’uso del manufatto, vennero criticati aspramente anche da alcune forze politiche, per la loro invasività, ma il nuovo proprietario, ricevuto il consenso del re, proseguì per la sua decisione. Venne costruito un secondo piano, mentre al primo furono eliminati gli ovali e i busti che sormontavano le finestre e, al loro posto, si realizzarono dei balconi. Al piano terra, invece, furono praticate nuove aperture per dare posto a delle botteghe rompendo cosi la continuità originale della facciata in bugnato, ed infine, vennero eliminate tutte le insegne e le scritte che si riferivano alla famiglia Orsini.

Nel 1848 fu coinvolto nei moti rivoluzionari, centinaia di liberali, nel tentativo di sfuggire ad un battaglione borbonico, si rifugiarono nel Palazzo ma, avendo accidentalmente ucciso il comandante dell’esercito, vennero perseguitati e braccati e, per stanarli dal palazzo, non si esitò a sparare con un cannone e con razzi incendiari che ridussero i suoi interni in cenere.

Fu quindi necessario ricostruirlo ma venne acquistato dal governo borbonico che ne fece un utilizzo pubblico apportando altre modifiche quali l’introduzione del bugnato anche sulle facciate laterali e la creazione del quarto lato dal lato(quella che era rimasta una bassa palazzina).

Quindi fu sede delle Regie Poste prima che queste si trasferirono al palazzo Grottolella nell’area di Via Santa Brigida, dove lavoreranno, come ancora semplici e sconosciuti impiegati, sia la Matilde Serao che l’artista E.A. Mario . Il palazzo verrà ancora utilizzato per gli uffici dell’amministrazione del Registro, del Bollo e delle Finanze prima che questa occupasse il vecchio monastero di San Pietro Martire all’imbocco su Mezzocannone, mentre al secondo piano trovarono sede gli uffici dell’Amministrazione Generale delle Acque e delle Strade, la Scuola di Applicazione degli Ingegneri ed il Dipartimento delle Acque e delle foreste.

Un ultimo pessimo episodio ai danni del fabbricato avvenne quando, nel 1945, gli americani, in piena occupazione alleata, gettarono via una fontana seicentesca per ricavare un parcheggio all’interno del cortile.

Nel 1936 fu nuovamente restaurato con il rinforzo delle fondamenta realizzando sottofondamenta in calcestruzzo armato; in più, venne eliminato il secondo piano e si riportarono i busti all’interno dei tondi eliminando i balconi, dopodiché vi si insediò la sede della Facoltà di Architettura dell’Università Federico II che vi realizzò  gli ultimi interventi generali di restauro.

Ritorniamo al nostro palazzo di Architettura ed alla Pignasecca . Esso come vi abbiamo accennato si trova accanto all’Ospedale dei Pellegrini che rapprenta per il rione un importante presidio sanitario.

La sua presenza nel luogo su deve inizialmente a sei artigiani napoletani, che nel 1578 decisero di  creare una congregazione religiosa che affiancasse, all’esercizio del culto, un’opera di soccorso per i bisognosi e per i poveri. Essi, fondarono quindi  “L’arciconfraternita e l’ospedale S.S. Trinità di Pellegrini e Convalescenti”

Uno dei sei artigiani, un certo Bernardo Giovino, propose di ospitare e di assistere i pellegrini in transito a Napoli. Infatti, tutti coloro che venivano a Napoli spinti dalla fede non sempre avevano la possibilità di trovare a poco prezzo un alloggio in città, inoltre alcuni fedeli, per lo strapazzo del viaggio, talvolta, si ammalavano e avevano bisogno di cure. Bernardo Giovino propose, così, di creare una casa ospitale ( ospedale) dove i pellegrini potessero essere accolti per tre giorni interi.

L’arciconfraternita fu ben presto conosciuta in tutt’Italia e, grazie alla generosità di benefattori, accolse un numero sempre maggiore di pellegrini. Ben presto furono accolte anche persone convalescenti di gravi malattie che, dimesse troppo presto dagli ospedali, non potevano curarsi a casa. L’arciconfraternita si trasformò così in un convalescenziario. Era quindi necessario costruire un edificio nel quale l’arciconfraternita fondata dai sei artigiani potesse trovare i giusti spazi per operare e, nel 1852, essa si trasferì alla ” Pignasecca” dove un gentiluomo, don Fabrizio Pignatelli dei duchi Monteleone aveva fatto costruire una casa e una chiesa a cui affiancare un ospedale. Quando il duca morì, i suoi eredi attuarono la  volontà del defunto e affidarono la realizzazione dell’ospedale all’arciconfraternita dei pellegrini. L’ospedale fu completato nel 1591 e, per capire l’efficienza di coloro che vi lavoravano, basta pensare che, durante il Giubileo del 1600, furono accolti ben ottantamila pellegrini.

Nel 1816 l’ospedale ebbe il suo primo reparto di chirurgia, ma i confratelli continuavano ad accogliere sempre i pellegrini convalescenti e bisognosi.

Durante la seconda guerra mondiale l’ospedale fu gravemente danneggiato dalle bombe, tuttavia l’arciconfraternita continuò coraggiosamente la sua opera di soccorso , non esitando a trasformare la sua chiesa della S. S. Trinità in corsia ospedaliera.

Finita la guerra, l’ospedale fu ricostruito e ampliato e, per consentire agli ammalati e ai feriti provenienti dalla periferia della città di essere curati, l’arciconfraternita iniziò la costruzione di un nuovo edificio sulla collina di Capodimonte ,

Per accedere alla chiesa presnte  nel suo interno presenbisogna oltrepassare l’ingresso dell’Ospedale Pellegrini ed accedere al  suo cortile dove si impone subito alla nostra vista il maestoso scalone di piperno sormontato dalla facciata della chiesa.
Immediatamente ci viene in mente che in quell’edificio esistono due diverse chiese.
La prima, più piccola, denominata di Santa Maria Materdomini, fatta costruire dallo stesso Fabrizio Pignatelli al primo livello dello scalone a doppia rampa, mentre la seconda e più grande Chiesa della Santissima Trinità dei Pellegrini fatta costruire dalla Arciconfraternita della SS. Trinità dei Pellegrini si trova al secondo livello

 

 

 

 

 

 

 

 

La vecchia chiesa di Santa Maria Materdomini, come possiamo vedere, ha mantenuto la semplicissima facciata cinquecentesca in piperno realizzata da Giovan Francesco di Palma  (allievo del Mormando). Francesco Laurana tra i vari lavori partecipò a quelli di costruzioni  per il bellissimo arco di Castel Nuovo.
Il suo semplice portale d’ingresso è sormontato da una nicchia nella quale era posta un tempo una statua della Madonna con Bambino di Francesco Laurana, datata intorno agli anni Sessanta del XV secolo e attualmente esposta all’interno della chiesa, sull’altare maggiore. Questa statua era inizialmente posta  a tutela dei pellegrini, all’ingresso della chiesa  e solo successivamente fu posta nel suo interno.

L’interno di questa piccola chiesa è composto da una singola navata e custodisce nel suo i per volontà del defunto, il Monumento funebre di Fabrizio Pignatelli, realizzato da Michelangelo Naccherino. Lo scultore lo realizzò in marmo bianco e colonne in marmo giallo, con due leoni che sorreggono la statua in bronzo del fondatore.

 

 

 

 

 

 

 

 

Sulla sinistra è presente un dipinto del 1721, raffigurante la Vergine con i Pellegrini e la Carità, mentre sul lato opposto è esposto  il dipinto di Nicola Malinconico ritraente la Vergine coi Santi Gennaro patrono di Napoli e San Francesco di Paola

 

 

 

 

 

 

Da ammirare anche i bei dipinti di San Filippo Neri e San Carlo Borromeo, opera di un autore ignoto del Seicento

Alla morte del duca Fabrizio Pignatelli, la piccola chiesa venne ceduta all’Arciconfraternita della Santissima Trinità (che già gestiva l’adiacente nosocomio)  che si occupò anche della gestione della nuova e più grande chiesa Santissima Trinità dei Pellegrini.

 

San Filippo Neri

Per accedere invece alla seconda e più grande e meravigliosa Chiesa della Santissima Trinità dei Pellegrini fatta costruire dalla Arciconfraternita della SS. Trinità dei Pellegrini  che si trova al secondo livello, bisogna  salire il maestoso scalone a doppia rampa.

N.B. Alla chiesa, che si trova al secondo livello si accede oggi attraverso un ingresso laterale aperto su via Nuova dei Pellegrini, mentre un tempo vi si accedeva proprio per le scale a doppia rampa presenti nel cortile dell’ospedale.

La chiesa che vediamo oggi, datata 1796 fu disegnata ( insieme all’ospedale )  da Carlo Vanvitelli  in occasione dei lavori di ristrutturazione e ampliamento che sia la chiesa che la struttura ospedaliera (che in seguito a vari rifacimenti è l’attuale Ospedale dei Pellegrini alla Pignasecca )  resisi necessari  in conseguenza dell’aumentato numero di pellegrini e fedeli che affollavano il luogo.
I lavori furono affidati all’architetto Carlo Vanvitelli ( figlio del più famoso Architetto Luigi Vanvitelli ) che concentrò i suoi importanti interventi sopratutto nella sua facciata e nella navata in modo da assumerne l’aspetto che mostra ancora oggi.

La facciata della chiesa  è caratterizzata dalle pregevoli statue in stucco di Angelo Viva, raffiguranti San Filippo Neri e San Gennaro .  Il portale è incastonato tra quattro pilastri appena sporgenti dalla parete stessa   ( lesene corinzie )  sormontate da un timpano triangolare dove si trova fatta in stucco  la Trinità con Cherubini ed Angeli.
Ai lati del timpano, opera di Angelo Viva, prima del termine del Settecento, furono collocate le statue anch’esse in stucco dei Santi Filippo Neri e San Gennaro Martire.

 

 

 

 

 

 

Nel suo interno dove si alternano nel rivestimento stucco e piperno possiamo ammirare un po ovunque in tutti gli ambienti  pregevolissime opere d’arte  commissionate dall’Arciconfraternita o ad essa donate.
La chiesa e’ una di quelle che concentra il maggiore numero di opere eseguite da artisti diversi. Tra le opere pittoriche infatti possiamo ammirare dipinti di  Andrea Vaccaro, Francesco Fracanzano, Onofrio Palumbo ,Francesco Solimena, Guido Reni, Giuseppe Bonito , Paolo De Matteis, Giacomo Farelli, Paolo De Majo, Francesco De Mura, Giuseppe Bonito, Giacinto Diano ,   Massimo Stanzione , Jusepe De Ribera e tanti altri .

Usciti dal cortile dell’Ospedale , poco piu avanti dopo aver attraversato per intero il popoloso mercato della Pignasecca ci ritroviamo di nuovo in Piazzetta Montesanto .

Notate quanto era bella una volta la piazza Montesanto coln la bella chiesa di Santa Maria .

Percorriamo di nuovo tutta Via tarsia  e rechiamoci di nuovo verso il   bel Palazzo Latilla .

 

Percorrendo questa strada non mancate di osservare sulla vostra destra e sulla vostra sinistra incredibili   inizi di stretti affascinanti vicoli e alcuni bei palazzi.

Pochi passi ancora e dinanzi a noi appare  quella che viene denominata Salita Pontecorvo, un’antico percorso mulattiero che in passato era conosciuto anche come imbrecciata di Gesù e Maria perché conduceva all’omonimo monastero.

Lungo questa stretta e nobile strada ci imbatteremo in una serie di nobili palazzi , antiche chiese ed il famoso Museo Nitsch.

Il suo attuale nome come gia vi abbiamo precedentemente scritto, deriva da  un uomo che osò cancellare il nome di un Dio, particolarmente noto per i suoi scatti dira, da una strada della città, attribuendogli il suo.

Quel Dio era Giove e l’autore della temeraria impresa si chiamava Fabrizio Pontecorvo. È grazie a lui infatti se l’antica salita delle Cappuccinelle, che un tempo si chiamava Limpiano (o Olimpiano) per la presenza di un tempio dedicato a Giove Olimpio, oggi si chiama salita Pontecorvo.

N.B. Con il termine Limpiano era chiamata l’intera zona, situata al di fuori dalle mura, che andava dal largo del Mercatello, l’attuale piazza Dante, fino al casale di Antignano sulla collina del Vomero.

Fabrizio Pontecorvo, che giunse a Napoli, in epoca vicereale, al seguito di don Pedro de Toledo era un uomo ambizioso come pochi,  , un tipo tosto e  testardo ma  soprattutto, amico dei poteri forti dell’epoca. Egli  a partire dal 1560,  cominciò  a costruire ville e giardini  nella strada che a un certo punto cambiò addirittura  nome e venne  chiamata appunto Pontecorvo; accanto alle costruzioni di don Fabrizio si affiancarono  ben presto quelle di altre famiglie che nel frattempo ottennero dei terreni. Tra queste i Turboli, i Coppola, i Giglio ma soprattutto gli Spinelli che poi si stabiliranno a partire dagli anni 70 del 500 nel palazzo accanto a quello dei Pontecorvo nella parte più bassa della strada, per trasferirsi poi di fronte, in quello che sarà il palazzo Spinelli di Tarsia. Molti di questi palazzi avevano enormi cortili scoperti,  capace di garare più carrozze, e  alle loro spalle un sistema fortificato di giardini ora pensili ora in terrapieno.

CURIOSITA’: In realtà la zona continuerà a essere chiamata anche Limpiano, o Imbrecciata, termine con cui si fa riferimento a una strada caratterizzata da una pavimentazione a breccia: la ritroviamo di solito associata alle salite, cioè quindi a tutte quelle strade che conducono verso una parte alta, o lontana, a partire da un punto della murazione della città che appunto è considerato punto di partenza.

N.B. A contendere il nome della strada alla famiglia Pontecorvo fu a lungo la grande chiesa di Gesù e Maria.

La famiglia Pontecorvo era originaria del Lazio. Pontecorvo è infatti il nome di una piccola città che si trova sulla valle del fiume Liri attraversato da un ponte curvo che dà il nome alla cittadina e di qui alla famiglia. Fabrizio ebbe tre figli tra cui Giulio Cesare Pontecorvo che sposò Isabella di Sangro.

N.B. Nella chiesa del Gesù e Maria vi era fino a poco tempo fa una lapide sepolcrale che faceva riferimento proprio ai due coniugi, datata 1625.

Il  grande palazzo  Pontecorvo  venne edificato sul territorio dei Coppola, ottenuto tra le prime concessioni fatte a Fabrizio Pontecorvo da parte dei monaci del monastero dei Santi Severino e Sossio e da fonti iconografiche del territorio si evince che il palazzo Pontecorvo venne costruito fin da subito con due ali laterali una a sinistra l’altra a destra sulla strada dove è ancora perfettamente intatta la scala a ”fusello”. Alla destra del cortile di questo palazzo era una volta presente una loggia con arcate, mentre il piano nobile aveva una magnifica terrazza che faceva da filtro verso il grande giardino e qui in un angolo disegnata a terra in forma arrotondata una scala immetteva con una portella al vico Vicinale e su di uno stupendo belvedere

CURIOSITA’:Nella pianta del Duca di Noja il palazzo Pontecorvo è ben visibile. Vi si può notare il giardino con belvedere che termina a ridosso della chiesa dell’Avvocata, formando un semicerchio che consentiva al padrone di casa di avere un affaccio contemporaneamente sia sulla città che sul mare.  Benefici da ricchi.

Come potete notare incamminandoci sulla salita Pontecorvo, esso  si trova sulla strada  che oggi  porta lo stesso nome dello stabile

N.B. Un  tempo la salita dell’Imbrecciata di Gesù e Maria che dal largo del Mercatello,( oggi piazza Dante Alighieri )conduceva al convento di San Giuseppe ed ai giardini di Isabella presenti nell’edificio dei principi Spinelli di Tarsia.

Il Palazzo di origine tardocinquecentesca (come la gran parte dell’edilizia residenziale dell’area ) che si trova al civico 26 è chiamato anche con il nome di Palazzo Valdettaro , grazie ad una nobile famiglia che  ereditò in Napoli il noto Palazzo Pontecorvo,

In realta il palazzo passò in dote alla famiglia Vadettaro in quanto  Giuseppe Pontecorvo dei Signori D’Aste, nipote del capostipite Fabrizio, dette la figlia Teresa in moglie a Girolamo Valdettaro   nel 1661. Trent’anni dopo, nel 1691, l’intera proprietà verrà venduta a Donna Antonietta de Angioli Capano, principessa di Bitetto. Costei alla sua morte nel 1725 lasciò lo stabile in eredità a Pio Monte della Misericordia,  il quale, a sua volta per debiti, dopo solo cinque anni, lo cederà alle monache di San Giuseppe delle Scalze. Tutto ciò non servirà ad espandere il monastero e quindi il palazzo, e dopo una lite giudiziaria durata trent’anni, il palazzo è nuovamente proprietà dei  Valdettaro. L’edificio fu poi completamente trasformato ne XVIII secolol dove fu realizzata sulla parete di fondo una superficie traforata che affacciava sul retrostante giardino. L’abbattimento del porticato in fondo al ”palazzo grande” e la sua sostituzione con un corpo di fabbrica per modestissime abitazioni, analogo per fattezza ad un altro sul lato destro, sembrano invece esser stati realizzati nella prima metà del Novecento. Nello stesso periodo nell’area del Belvedere venne  installato l’edificio della Stazione Elettrica Bellini ed in seguito tutta l’area del giardino, venne  occupato da basse costruzioni.

CURIOSITA’: La famiglia  Valdettaro è riconosciuta come una delle 1400 famiglie più antiche del mondo, ancora esistenti, originarie d’Europa. Essa  originaria della Val di Taro, giunse a Genova intorno al 1180 e schierandosi dal lato dei ghibellini, diede alla luce personaggi attivi nella vita politica e religiosa. Nel 1600 un ramo della famiglia si trasferì a Napoli dove ebbe il titolo di marchese della Rocchetta.

Dopo la famosa epidemia del 1656 nella quale la  famiglia Pontecorvo fu letteralmente spazzata via, l’ntera zona, a   partire dalla prima metà del 600 l venne pian piano acquisita da una serie di monasteri interessati a causa delle rigide norme della Controriforma – al silenzio e alla riservatezza.L’intera  area fu quindi  oggetto di trasformazione da luogo civile a luogo a carattere religioso con la fondazione di alcuni monasteri femminili realizzati smembrando e adattando splendidi palazzi nobiliari ceduti in beneficenza per essere trasformati in luoghi di meditazione  come ad esempio il Palazzo Spinelli che fu adattato in convento di San Giuseppe delle Scalze  e quello delle Cappuccinelle un «conservatorio per fanciulle» ispirato alla regola francescana, nato nel 1585 ,che guarda giù nello strapiombo del ”Cavone”, Esso fu eretto in seguito ad un ex voto allo scopo di potervi ospitare le ragazze madri,  per volere di Suor Diana di San Francesco, al secolo: Eleonora Scarpato, moglie del notaio Luca Giglio, dopo essere  miracolosamente guarita da una gravissima malattia per intercessione di San Francesco d’Assisi.

L’edificio era gestito in quel periodo dalla suore appartenenti all’ordine francescano..

La chiesa inizialmente nacque  infatti col titolo di “chiesa di San Francesco delle Cappuccinelle”, anche meglio nota più semplicemente come “chiesa delle Cappuccinelle a Pontecorvo”, annesso al suo antico convento, poi occupato , dopo la sopprresione murattiana, dall’Istituto Filangieri ,un reclusorio per minori a rischio .

Ed eccoci finalmente di fronte alla famosa Salita Pontecorvo, un luogo ricco di  storia e di bellezza sfiorita, tradita, e mortificata dal degrado, la cui memoria sopravvive oggi attraverso scorci di straordinaria bellezza .

In questo luogo che ha subito una grande metamorfosi con lo smembramento degli splendidi palazzi nobiliari, troveremo la presenza di antichi conventi e luoghi di meditazione che conservano intatto il loro antico fascino.

Ci stiamo  per addentrare in uno dei luoghi più affascinanti della nostra citta oggi purtroppo mortificata dal degrado ,

 

 

 

 

 

 

 

 

Una salita che dopo avene conosciuto  la storia  farete veramente fatica a capire come esso sia stato nei secoli abbandonata,

 

 

 

 

 

 

Questa che vi stiamo per raccontare presto noterete che è  una storia di bellezza sfiorita e certamente  tradita da chi non ne ha saputo apprezzare con un minimo di suggestione storica  il suo fascino.

Miseria e nobiltà, a salita Pontecorvo, formano un impasto a volte crudele.  Tra antiche bellezze e i resti di grandi palazzi , a volte s i fa veramente fatica ad apprezzare, tra tanto degrado, quei gioielli del barocco napoletano che furono, e sono, il vanto della nostra architettura.

Seguitemi e cercherò di farvi capire Il  fascino e la bellezza di questa strada, attraverso i pochi segni che si riescono appena ad intravedere, al di là degli stravolgimenti causati da abusi piccoli e grandi, dall’incuria».

Doopo un breve tratto di strada in salita , dove incroceremo sulla nostra destra strettissimi ed affascinati vicoli, ci troveremo alla nostra sinistra dinanzi ad un porticato che immette nel  grande slargo presente dinanzi al prestigioso Palazzo Tarsia .

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Questo luogo circa trecento anni fa era un luogo pieno di piante fiori che si ispirava addirittura ai giardini di Babilonia ma oggi  come potete vedere la famosa area verde è  del tutto scomparso ed il  luogo adibito solo ad un enorme parcheggio auto abusivo, versa  purtroppo in uno stato di profondo degrado,

Ad esso si accedeva attraversando tre ampi archi si accedeva a dei viali che conducevano a dei terrazzi pieni di giardini e fontane. Da un primo primo cortile si scendeva attraverso i tre archi in un vasto spiazzo servito da due viali cosi grandi da passarvi contemporaneamente cinque carrozze messe di fianco.

Il monumentale Palazzo , certamente uno dei più imponenti di Napoli, si racconta ospitava nel suo interno la grande e bellissima biblioteca Tarsia  voluta dal principe e aperta al pubblico. La biblioteca offriva una ricca collezione di libri di scienze e strumenti matematici raccolti in una piramide ed era inoltre adornato con statue di Francesco Pagano,

 

 

 

 

 

 

N.B.  L’intera struttura, negli ultimi deccenni, abbandonata dalle istituzioni locali ,  non è mai stata al centro di un accurato piano di restauro e di salvaguardia, teso alla sua rivalorizzazione. Ad eccezione della facciata l’intero comprensorio è in profondo degrado, con un parcheggio auto abusivo.

 

Con l’estinzione della nobile famiglia Spinelli avvenuta durante la terribile peste del 1656  , sul terreno del giardino del palazzo tra il 1841 es il 1845 fu realizzato un mercato di commestibilie realizzato dall’architetto Ludovico Villani, un fabbricato che affacciava su salita Tarsia, e  aveva un  ingresso minore su via Tarsia.

Ma l’idea del mercato non ebbe successo e i mercanti rifiutarono i nuovi spazi che furono destinati così a diversi impieghi: prima nel 1853  l’esposizione delle Manifatture del Regno, poi dal 1856, il Reale Istituto d’Incoraggiamento di Napoli .

Oggi il palazzo destinato a condominio privato, è una di quelle strutture che il nostro comune ha deciso di non valorizzare nella  sua memoria storica .Attualmente l’intero comprensorio è in profondo degrado, con un parcheggio auto abusivo.

Continuando  a percorre la storica Salita Pontecorvo , oltrepassata l’altezza del Largo di Tarsia,una volta salite le scale  che “tagliano” la grande curva della salita,  la vostra attenzione sara immediatamente captata da  una splendida chiesa che sta cadendo a pezzi.

Quella splendida facciata  in totale sfacelo che state osservando è solo la facciata  della chiesa di S. Giuseppe a Pontecorvo,  un vero gioello del barocco napoletano,  opera di Cosimo Fanzago .

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La particolarissima controfacciata in stucco con grandi arcate contiene  tre grandi statue purtroppo rovinate dall’incuria :  quella  di San Giuseppe (al centro), Santa Teresa (a sinistra), San Pietro d’Alcantara (a destra).

La facciata come potete notare è  composta da tre registri: il primo dove si trova  l’ingresso con al fianco delle  aperture regolari. Il  secondo ordine  mostra invece, come potete osservate  tre  aperture che hanno le funzione di  illuminare lo spazio interno,   tra le quali  ci sono le statue di San Giuseppe,  San Pietro d’Alcantara e Santa Teresa di sopra delle quali se osservate bene  sono esposti due busti che sporgono dal riquadro ; l’ultimo registro è invece quello occupato dalla cantoria, nel quale si aprono tre finestre.

Originariamente il nome della chiesa era San Giuseppe delle Scalze, dal nome dell’ordine monastico di cinque suore che nell’anno 1606 comprarono dal marchese Spinelli uno dei suoi palazzi per sedicimila ducati, dal momento che il nobile preferiva spostare la sua abitazione verso il centro.

N.B. Questo è il periodo degli insediamenti monastici nella zona: i nobili spagnoli che alla metà del Cinquecento hanno seguito don Pedro de Toledo, si spostano ora verso altre parti della città, lasciando spazio all’edificazione nella zona  di conventi e chiese.

Le  suore costruiscono una piccola chiesa dedicata a San Giuseppe e più tardi, nel 1640, tentano di comprare l’adiacente Palazzo Pontecorvo per ampliare il complesso sacro. La trattativa  non va in porto, per cui si decide che l’ampliamento interesserà l’edificio già acquistato dal marchese Spinelli. La costruzione della corpo principale, su progetto di Cosimo Fanzago,  ha termine nel 1660.

Le suore teresiane vengono espulse nel 1808 durante il periodo napoleonico e successivamente la chiesa viene consegnata ai barnabiti per diventare poi convitto dopo l’unità d’Italia.

Ulteriori decorazioni furono apposte nel 1709, su progetto di Giovanni Battista Manni, con l’esito di un generale danneggiamento della facciata e dell’interno originari, ridecorata negli interni intorno al 1903 per il crollo della volta a causa della incuria.

 

Fanzago progettò una doppia facciata: di quella esterna già si è parlato in apertura, l’interna  invece riprende l’antica facciata del palazzo nobiliare radicalmente trasformata. Tra le due facciate un grande atrio che prende luce dalle arcate “esterne” con una scala a doppia rampa che conduce al piano della chiesa, non ad altezza di strada, probabilmente per non interferire con il piccolo cimitero del palazzo.

  CURIOSITA’: Il Fanzago adottò per la chiesa questo scenografico apparato architettonico di  doppia facciata, creando uno spazio antistante al sagrato che si contrappose allo spazio sacro interno alla facciata, come se il prospetto fosse una membrana permeabile tra sacro e profano.

Oltrepassata la facciata si accede all’atrio rialzato grazie ad una scala a doppia rampa, poiché sotto si trovano ambienti voltati, con scopo di cimitero, dai religiosi del convento.

N.B La scala è a due rampe con balaustra finemente scolpita; la volta è a crociera nella parte centrale, mentre le rampe sono costituite da volte a botte e l’imposta d’accesso alla chiesa è all’altezza del secondo registro della facciata.

CURIOSITA’:Fanzago sceglie il piperno come materiale di rivestimento della controfacciata che, completata nel settecento,  tradisce l’iniziale intenzione del suo progettista lasciando invece lo stucco come unico materiale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’interno è a croce greca con quattro cappelle angolari.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Come potete notare, oggi la chiesa versa purtroppo in un totale stato di degrado .

Il terremoto del 1980 fece  infatti crollare il tetto a capriate trascinando con sé il controsoffitto affrescato, i cui frammenti residui si persero col passare del tempo a causa dell’assenza di una copertura che impedisse l’entrata di pioggia e il deterioramento dell’interno. Negli anni Novanta fu costruito l’attuale tetto a capriate in legno.

N.B. La chiesa purtroppo fu depredata di molti arredi sacri e decorazioni, come marmi e balaustre.  Anche lo stesso ipogeo è stato profanato.

Le condizioni di precarietà e di abbandono  in cui per anni è versato  l’edificio hanno reso necessario negli scorsi anni il trasferimento di importanti opere d’arte che sono conservate attualmente nel Museo di Capodimonte, come la grande tela di Luca Giordano La sacra famiglia ha la visione dei simboli della passione.

Tra le opere che la chiesa possedeva oltre al bellissimo un dipinto di Luca Giordano, datato 1660 e oggi al Museo di Capodimonte,  sugli altari, sia a destra che a sinistra,vi erano  due opere di Francesco Di Maria: il Calvario  e Santa Teresa e San Pietro d’Alcantara custodite oggi  nella Cappella Palatina del Palazzo Reale.

Attualmente la chiesa mostra i danni causati dalle intemperie e necessita di una ristrutturazione complessiva, in particolare della facciata. Tuttavia la stabilità dell’edificio permette ad alcune associazioni di tenere aperta la chiesa (che dal terremoto non è mai stata sconsacrata) e sfruttare gli ambienti del complesso per attività ludiche e ricreative. . Il suo culto è solo momentaneamente sospeso  a causa del degrado in cui versa l’edificio ed in programma ci sono lavori di riattazione.

A tal proposito va sottolineato che Il Forum Tarsia  insieme ad Altra Definizione, ha ottenuto nel 2005 in fitto dal Comune di Napoli alcuni spazi annessi alla Chiesa,riaprendo la Chiesa alla cittadinanza con la mostra “Edifici sacri e profani della zona Tarsia”,

Essa, insieme ad altre associazioni che si adoperano attivamente per la riqualificazione del territorio come  Archintorno, Mammamà, Scalzabanda e Ramblas , dando vita al Coordinamento “Le Scalze” di Salita Pontecorvo 65,  propongono dal 2009,nei locali del monumentale complesso ,  un ricco programma di attività quali: visite guidate al complesso monumentale, mostre fotografiche e di prodotti di artigianato, cicli di conferenze, proiezione di film, incontri di poesia e musica, corsi d’inglese per ragazzi, corsi al lingua italiana per immigrati, laborator creativi di pittura, costruzione di pastori e oggetti presepiali, origami, cartapesta, attività ludico scientifiche, giardinaggio, scuola circense e laboratori teatrali.

Una vasta fittosa articolata  programmazione di varie attività che fanno  delle Scalze uno dei principali hub socio-culturali della città.

Dal 1 febbraio 2012 è partito il progetto ScalzaBanda, banda musicale di bambine e bambini, a cura delle Associazioni Forum Tarsia e MammaMà. Moltissime attività come il Carnevale di Montesanto e la partecipazione al Maggio dei Monumenti.

Risalendo l’affascinante salita dedicata alla famiglia Pontecorvo verso piazza  Gesù e Maria, dopo pochi passi, incontrerete alla vostra destra. una stretta stradina .

 

Non esitate ad addentrarvi perchè qui numero 29 di Via Pontecorvo , vi troverete   dinanzi all’entrata del  museo Nitsch. Un raffinata moderna sede per le arti a Napoli, ma soprattutto un punto di incontro dove la continuità di memoria del passato alimenta il presente inteso come evocabile consistenza memoriale, come possibile antidoto, in termini di dichiarazione di frattura, rispetto alle insinuazioni di insidiosi condizionamenti consumistici.

Lo spazio, già nato per ospitare un impianto per la produzione di energia elettrica, mostra un’ampia quadratura e un corpo architettonico da osservare con l’angolazione poetica di chi ha trasformato un solido stabile di fine ottocento   in disuso, in un sogno : il Museo Hermann Nitsch Archivio/ Laboratorio per le Arti Contemporanee, una sede dedicato all’artista viennese e alla sperimentazione visuale nata intorno agli anni Sessanta..

Il Museo è caratterizzato da una serie di nuclei fondamentali: l’Archivio; il Centro di Documentazione, ricerca e formazione; la Biblioteca /Mediateca; il Dipartimento per il Cinema Sperimentale Indipendente; la Discoteca di musica contemporanea (dal 1940 ai nostri giorni) e il Centro per le Arti Performative e Multimediali. L’obiettivo è che il fruitore possa divenire protagonista e parte attiva del Laboratorio, l’intento è preservare la memoria storica offrendo una serie di supporti e documenti in grado di disegnare il contesto storico-esistenziale delle opere stesse e degli artisti che le hanno concepite. Rivendicando nessi profondi di consistenza antropologica, il Museo Nitsch si propone come uno spazio dove reclamare la possibilità di conoscersi, distinguersi, parlare attorno all’essenza stessa dell’arte, dei suoi linguaggi, della sua drammaturgia, dei suoi colori, delle sue forme asimmetriche e pungenti di significato.

 

Dal suo terrazzo si gode un panorama speciale. Senza mare, ma con la collina (il monte-santo) che si eleva farcita di case, casette e costoni di tufo, coronata da Castel Sant’Elmo.

Ritornati sulla Salita Tarsia , continuando  a salire noterete alla fine della strade delle scale che conducono ad una antica struttura.

Quella struttura è solo l’antica  facciata  della chiesa delle Cappuccinele, oggi purtroppo destinata al servizio di modeste abitazioni per residenti, ricavate nel volume dell’atrio.

… e  non so se voi lo ricordate… ma è proprio quella struttura di cui vi ho accennato quando abbiamo parlato della Salita Tarsia e abbiamo lasciato in sospeso una struttura che la gente del luogo chiama : Lo scugnizzo Liberato .

L’intera struttura nata nel 1585 era inizialmente un «conservatorio per fanciulle» ispirato alla regola francescana,  A fondarlo, nella loro abitazione di salita Pontecorvo, furono i coniugi Luca Giglio e Eleonora Scarpato, che nel loro benefico intento volevano  accogliere nella struttura  giovani donne  desiderose di abbracciare una vita santa e povera (andavano scalze e vestivano di rude panno). Dopo la morte del marito, Eleonora,miracolosamente guarita da una gravissima malattia per intercessione del Santo Poverello d’Assisi,, entusiasta della nuova condizione di salute ristabilita, prese i voti e si fece monaca cambiando nome in suor Diana.  Diede quindi luogo alla formazione di   un monastero di clausura. Nasce così il convento delle Cappuccinelle a Pontecorvo.

Il  piccolo conservatorio e convento delle Cappuccinelle divenne ben presto  un luogo molto noto in citta . La richiesta di giovani fanciulle che cercavano alloggio fu di conseguenza talmente alto che   già nel 1613 si dovette pensare ad un allargamento degli spazi che nel frattempo divennero esigui per il numero delle presenze. E fu questo e non un altro,  il motivo per cui, le proprietà Giglio-Scarpati sconfinarono prima spontaneamente e poi per regesto notarile nel vicinissimo palazzo De Mari, a sua volta, quest’ultimo, fondatore del monastero e chiesa di Santa Maria delle Periclitanti.. La costruzione di tutto quanto il complesso è statainfatti  possibile solo grazie all’efficacia di connettere tra loro tre diversi edifici, tutti e tre stante all’interno del perimetro di quella muraglia che tutto oggi ne compone il massiccio fronte.

Nel 1621 l’istituto fu poi riconosciuto da papa Gregorio XV e soggetto alla regola cappuccina e l’intero edificio era gestito in quel periodo dalla suore appartenenti all’ordine francescano

La chiesa inizialmente sorta inizialmente  col titolo di “chiesa di San Francesco delle Cappuccinelle”, era ai più  nota più semplicemente come “chiesa delle Cappuccinelle a Pontecorvo”.

Il suo interno è a croce latina , ed un tempo, era ricca di opere d’arte, in particolare una grande pala d’altare  di Solimena ed alcune laterali di Andrea D’Aste,(uno dei principali allievi del Giordano )

.N.B. La Chiesa aveva delle tele che sono in deposito, ma è purtroppo chiusa. Le fonti parlano di alcune  statue di cera in Sagrestia che  non si sa che fine abbiano fatto. Dell’antico splendore rimane un vestibolo, che presenta un grande affresco attribuibile a  Fedele Fischetti con la Allegoria della Carità,

Essa è  stata putroppo sottoposta dagl  attuali occupanti della struttura ad un saccheggio sistematico, asportando non solo dipinti ed acquasantiere, ma anche tutte le mattonelle del pavimento. Ma non contenti, coadiuvati da abili writers, essi hanno sostituito le immagini sacre con degli imponenti ritratti di Lenin, Fidel Castro e Che Guevara ed utilizzano la enorme sala per riunioni politiche con accesi dibattiti.

N.B.La chiesa nel secondo dopoguerra fu privata della cupola, abbattuta perché pericolante.

Il complesso, nel 1712, fu completamente rifatto in forma barocca da Giovan Battista Nauclerio e tra il 1756 e il 1760 furono operate ristrutturazioni ad opera dell’architetto Nicola Tagliacozzi Canale che comportarono trasformazioni in stucco e in marmo di molti ambienti, della facciata della chiesa e del portale d’ingresso al convento.

Tuttavia ancora oggi, l elemento caratterizzante il complesso restano gli archetti che coronano il braccio sudoccidentale del chiostro.

Nel 1809 per ordine di Gioacchino Murat si decise la soppressione del monastero e la sua conversione in riformatorio minorile prendendo il nome dal celebre giurusta  partenopeo Gaetano Filangieri, modificato ulteriormente in “Istituto di osservazione minorile” durante il fascismo. Nel dopoguerra fino alla fine degli anni Settanta tornò ad essere un “Istituto di rieducazione” fino ad una prima ristrutturazione nel 1985, su richiesta di Eduardo De Filippo, all’epoca senatore a vita, alla quale ne seguì una seconda nel 1999 mutando la denominazione in “Centro polifunzionale diurno.

Nel 2000  con la mediazione del Comune di Napoli, l’istituto Filangieri fu acquistato dall’Università navale per adibirla ad uso accademico  ma i lavori di ammodernamento non furono mai avviati.

Il 29 settembre 2015  viene riaperto tramite l’azione della rete di collettivi Scacco Matto e ribattezzato “Scugnizzo Liberato”[, al fine di dare inizio ad attività gratuite e laboratori,

Abbandonato a se stesso l’enorme complesso, ed ex carcere minoirile formato da centinaia di stanze inutilizzate e da giganteschi terrazzi da cui si può ammirare uno splendido panorama è stato occupato abusivamente da alcuni gruppi extra parlamentari che sono diventati i padroni della struttura.

CURIOSITA’: Agli inizi del Novecento l’istituto Filangieri, per molti ragazzi dei quartieri popolari di Napoli, era noto ancora con il nome: Cappuccinelle.

“Ti porto alle Cappuccinelle. Finirai alle Cappuccinelle” – Era un  nome che faceva paura solo a pronunciarlo.

Continuando la nostra passeggiata lungo la salita Pontecorvo ,a circa 200 metri,dal monumentale complesso  architettonico di Gesù e Maria costituito da un convento (oggi adibito a ospedale) e da una chiesa, troviamo sulla nostra sinistra   la chiesa delle Pereclitanti, chiusa ed inaccessibile da tempo infinito, mentre il contiguo monastero è stato parzialmente destinato ad ospitare una scuola.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Si tratta di una delle tante chiese chiuse della nostra citta,, nota anche come l’ex conservatorio dei Santi Pietro e Paolo all’Avvocata, proprietà fino al XIX secolo del Real Albergo di piazza Carlo III e dei Collegi Riuniti Principi di Napoli.

La chiesa delle Periclitanti sorta , giusto di fronte alle monastero delle Cappuccinelle.
fu pensata e realizzata per stare incastonata tra le più belle opere immobiliari che potesse realizzate da Domenico Antonio Vaccaro sulla più bella strada conventuale del colle che portava alla zona del Vomero e che allora si  trovava fuori le mura argonesi (uno spazio occupati da ben cinque conventi).

La struttura nacque sopratutto per volere del missionario Carlo de Mari che nel 1674  si adoperà molto per fondare  un Conservatorio “per tenere in serbo l’onore di quelle giovani ragazze che viepiù da” lupi erano insidiate”. «Ovvero – come spiegano le storiche dell’arte Pamela Palomba e Nina Cuomo dell’associazione Locus Iste – le donne in pericolo di corruzione perché indigenti. Qui infatti  potevano ritirarsi le fanciulle a rischio per poter abbracciare una vita più santa in attesa di compiere la maggiore età e dunque poi scegliere se proseguire la propria vita con il matrimonio oppure con la reclusione in convento».

Il  missionario nel fondare il  conservatorio voleva infatti  tenere al riparo le povere giovani ragazze dalle tentazioni che la prostituzione era l’unica arma possibile per uscire dal loro stato di ingerenza.

N.B.  Erano quelli anni di povertà ed indigenza, dove le donne spesso per un pezzo di pane arrivavano a compromessi, prostituendosi. Il religioso pensò quindi ad un luogo al sicuro dove fornire istruzione e riparo a queste giovani. Inizialmente si riunirono vicino la chiesa di Santa Maria del Rifugio  , ma cresciute di numero, presero una casa in una zona isolata, dove si stavano appunto costruendo numerosi monasteri … a Pontecorvo.

In essa vennero  inizialmente  ospitate tutte le fanciulle  in esubero rispetto all’effettiva capienza che si trovavno presso Santa Maria del Rifugio. La sua iniziativa ebbe notevole successo e fu necessario costruire una struttura che fu realizzata proprio in Salita Pontecorvo.

CURIOSITA’: Il nome che si scelsero, le Periclitanti, rimanda infatti alle donne in pericolo, salvate da fine certa.  Esse infatti solo grazie alla carità e, la solidarietà e l’ospitalita che riservava loro il monastero fornendo al contempo anche una adeguata formazione,  venivano spesso  salvate dalla prostituzione ( Il Galanti con una punta di malignità , osserva nei suoi scritti che consiglio migliore sarebbe stato il maritarle).

Grazie alle doti portate delle suore, il complesso crebbe e si ingrandì. Tutto ruotava intorno il grande chiostro con belvedere, unica delizia della clausura.

Il nuovo complesso, diventato nel frattempo un vero e proprio convento, venne gestito dai Padri della Congregazione fino al 1688, anno in cui fu affidato all’arcivescovo.
Successivamente, allorchè si resero necessari dei lavori per ampliare e migliorare il convento , nel 1702 venne poi  costruita  su disegno di Ferdinando Sanfelice la chiesa a navata unica , pavimento maiolicato, una volta  a botte lunettata e un abside  con ampi finestroni che illuminano  lo spazio perimetrale intorno all’altare, elemento questo chiaramente di primario interesse architettonico rispetto alla stessa abside conclusa da una semplice cupoletta estradossata.

Gli immobili del complesso erano accessibili anche attraverso il coro della chiesa che portava ad una sala, con vista sul giardino, che anticipava l’atrio del convento. Entrambi i locali erano un tempo totalmente affrescati, mentre oggi rimangono visibili solo alcuno dipinti nelle volte e su alcune pareti.

Il  quadro all’altare maggiore, ritraente, la SS Vergine col Bambino in Braccio e San Giuseppe e Santa Teresa e quattro ovali nello stesso ambiente con quattro immagini di Vergini è opera del De Dominici.

In sagrestia conservate in malo modo urne reliquiarie in legno dorato e vetro, oltre la quale è possibile raggiungere dall’interno gli ambienti del convento passando per una sala illuminata dalla luce solare grazie ad una intera parete in vetro che guarda verso il giardino in parte sistemato ad orto. Dal giardino,ancora oggi  è possibile accedere all’ipogeo, posto al di sotto della chiesa, che era destinato alla sepoltura delle religiose.

Infine si segnala un ingresso con ampia e comoda scala quadrata fino a dodici metri di profondità sotto il giardino, per una galleria ampia almeno cento metri quadrati, forse probabilmente ottenuta per i continui scavi per l’estrazione del tufo buono per la costruzione delle fabbriche in tutta quanta la zona di Santa Lucia al Monte  .

Dopo un periodo di grande splendore durante il XVIII secolo, come per altre strutture religiose della città, nel XIX secolo cominciò la sua decadenza. A inizio Ottocento, con la dominazione francese, l’ordine fu soppresso e successivamente il complesso divenne proprietà dei Reali Collegi per le Figlie del popolo, poi dell’albergo dei Poveri e, infine, dei Collegi Riuniti Principe di Napoli.

Gli immobili subirono ingenti danni sia a causa delle bombe della Seconda Guerra Mondiale che alle scosse del  terremoto del 1980 , i quali uniti ai successivi restauri,  modificarono  ampiamente l’aspetto originario.

Nel 1993 i Collegi Riuniti Principe di Napoli  rivendettero  il complesso dopo vari passaggi, alle suore francescane, mentre la chiesa venne data in gestione alla curia vescovile di Napoli.

La nostra bella passeggiata termina un po piu avanti, all’apice della salita Pontecorvo, in una piazza  dove fu costruita quella Chiesa intitolata a Gesù e Maria che ha poi dato  il nome al luogo.

Un tempo in questo luogo i  vari nobili che stavano edificando i loro magnifici palazzi , avevano l’abitudine di recitare il Rosario tra una battuta di caccia e l’altra e fu così che decisero di finanziare la costruzione di una cappella dedicata alla Madonna del Rosario, primo nucleo del futuro complesso religioso il cui progetto fu affidato a Domenico Fontana .

Oggi questo monumentale complesso è quasi completamente spoglio ed irriconoscibile rispetto al passato, non solo per le trasformazioni che nel frattempo sono intervenute, ma per le spoliazioni di cui è stato tragicamente vittima,«La chiesa di Gesù e Maria, dal dopo-terremoto è chiusa e da allora depredata di tutto,  perfino i marmi della scalinata esterna. Sopra al suo tetto, una volta, c’era anche un’antenna per la televisione. Chissà chi la utilizzava per scopri propri.

N.B. La chiesa era stata affidata in concessione dalla Curia all’associazione Euforika che aveva iniziato i lavori di pulizia e di recupero. Ne aveva aperto, nel 2019, le porte ai cittadini, non per farci soldi o trasformarla in un outlet, ma per restituirla alla città, perché torni a produrre cultura, conoscenza,e coesione sociale, ma so che ora la loro esperienza è finita e non certo per colpa loro.  E me ne dispiace molto».

Il vicino convento venne  adibito ad ospedale nel 1863 è stato uno tra i più importanti punti ospedalieri del Centro storico ( negli anni ’70 era l’unico ospedale partenopeo dedicato alle malattie infettive  ) ed un centro di riferimenro impostante per le patlogie otorinolaringoiatriche. Il terremoto del 1980 purtroppo danneggio gravemente danneggiò  non solo la chiesa ma anche la struttuta ospedaliera che abbandonata poi al degrado da quel momento chiuse ai ricoveri in quanto molti  edifici considerati pericolosi. Oggi  in parte ancora non accessibile , svolge solo una parziale attività ambulatoriale territoriale.

Oramai oggi nella nostra città nessuno mostra più  interesse nel voler rivalutare il patrimonio storico del nostro territorio: si costruisce il nuovo, ma il passato non viene curato in alcun modo.

Come avete notato, il quartiere di Montesanto conserva intatta ancora oggi la sua unicita . Esso è l’unica zoana forse del nostro centro storrico che resiste alla gentrifugazione e alla globalizzazione di un turismo selvaggio e senza regole .

L’intera zona conserva ancora un carattere pittoresco ed intriso delle caratteristiche culturali e delle consuetudini napoletane più propriamente dette. Esempi più lampanti sono rappresentati dall’abitudine delle donne di lasciar asciugare il bucato su fili che attraversano longitudinalmente i vicoletti oppure dalla presenza di piccole botteghe artigiane che ancora resistano all’idea di trasformarsi in una cuopperia,una friggitoria ,un pub o una pizzeria.

In questo luogo  i cosiddetti “bassi napoletani”, con alte scalinate ed abitazioni ricavate direttamente sul livello stradale, ancora esistono e resistono alla tentazione economica di trasformarsi in un ricco bed and breakfast .

Nei stretti vicoli di questo affascinante luogo , la domenica mattina, a differenza di altri antichistorici luoghi della nostra citta, si sente ancora quell’odore tipico del ragù che sta ” pippiando “e incontrare per strada le persone che portano con loro a casa il vassoio con le paste.

Qui troverete, inoltre, trattorie dove poter assaporare i piatti e i dolci tipici della cucina napoletana quali: la zuppa di cozze o i spaghetti alle vongole, la genovese, la pasta e patate,gli spaghetti alla nerano , i manfredi alla ricotta , un semplice scarpariello o  i classici gnocchi alla sorrentina , le alici impanate e fritte, le zucchine alla scapece, le frittelle con alghe di mare, il polipo alla luciana, la parmigiana di melanzane la pizza ripiena di salsicce e friarielli, la pizza con le scarole, la pizza con la mozzarella di bufala, il babà, la sfogliatella frolla, la sfogliatella riccia, la pastiera e tante altre leccornie.

Certo Montesanto e’ certamente un  quartiere popolare,ma proprio questo l’intera zona ancor più bella. Questo  luogo a differenza dei mutamenti sociali, e delle aomologazioni culturali dei decumani non si è ancora  lasciato i influenzare dal fenomeno turistico e da ciò che avviene altrove.

Oggi Montesanto è sicuramente l’unico punto della nostra citta che forse merita veramente quella targa esposta in Piazza del Gesù da parte dell’Unescoche dichiarava il nostro centro storico Patrimonio  dell’umanità, per la sua unicità nel possedere un impianto urbanistico storico fieramente difeso dalle omologazioni architetturali tanto di moda nel resto del mondo ,

il nostro centro storico al contrario di Montesanto, sta oggi lentamente trasformandosi perdendo di vista le vere motivazioni di tale nomina.  Il quartire di Montesanto invece conserva ancora con orgoglio i suoi stretti e misterioso vicoli , i suoi vasci, e le sue intatte caratteristiche popolari. La vita qui scorre più lentamente tra “i bassi” di Napoli, dove signore in pigiama fumano sul davanzale della porta, ci sono vecchi alimentari all’interno di case fatiscenti, e cartelli folkloristici e colorati. 

Percorrere questi luoghi  signafica  di fatto  il posto per eccellenza dove incontrare dal vivo la cultura napoletana , incontrare il vero folklore di Napoli , la loro lingua , i loro rumori , i loro odori,ed i loro colori .

Bellezza e degrado, miseria e nobiltà, splendore e abbandono, scorci di panorama bellissimi e notti dove la  luna, in uno spettacolo raro pende giusto su questo luogo , illuminadolo come un presepe,

Segni particolari?

Non riposa mai.

Masse di pendolari  proveniente da ogni latitudine  passano  e spassano fino all’orario di apertuta della Cumana , della metropolita e della fuinicolare.

Chiusa la Cumana, la piazzetta resta frequentata fino alle 3-4 di notte. Quando i nottambuli vanno a letto, il testimone passa alla  icona scenica del famoso mercato della Pignasecca. Qui il  torrente umano scorre o ristagna nei locali cult della gastronomia del quartiere. Se volete mangiare avete l’imbarazzo della scelta.

Il peccato ?

Quel  pezzo dell’immensa Napoli sacra:abbandonata al degrado: quel  sistema di conventi, monasteri, confraternite oggiin gran parte vuoto, abbandonato, sull’orlo del crollo. Strade una  costellate di conservatori che, tra Cinque e Settecento, ospitavano le ragazze “pericolanti”: quelle che non avevano la dote per diventare mogli e monache, e dunque rischiavano di imboccare l’unica strada gratuita, quella della prostituzione, oggi totalmente abbandonate al loro triste  ruolo  di “pericolanti “, uno strano invertito destino .

Bellissime ed antichissime chiese e monasteri con annessi chiostri le cui  porte sono letteralmente murate. Sbarrata per cittadini, fedeli, turisti: non per i ladri, che di notte si calano dai tetti, e ne escono  carichi di statue, pezzi di balaustre, marmi coloratie capitelli . Così è andata alla chiesa di Gesù e Maria, che dopo il terremoto del 1980 (evento spartiacque, per Napoli) è stata chiusa e poi razziata di ogni suo bene, fino a ridurre la chiesa a uno scheletro inquietante.

L’altare maggiore non c’è letteralmente più, al suo posto un cumulo di pietre e mattoni. Lì accanto, al posto d’onore nel presbiterio, il monumento funebre della duchessa Isabella Guevara di Bovino è ridotto alla sola figura della nobildonna, crocifissa su un graticcio di tubi Innocenti che sostituisce la cornice marmorea, smontata e trafugata. Un disastro: il simbolo della Napoli perduta, senza speranza.

Prima di concludere questa bella chiacchierata con voi, voglio solo raccontarvi di un luogo molto vicinoo a Montesanto , Un Grande parco quasi sospeso nell’aria ,poggiato  su grandi archi in tufo , Si tratta del grande complesso della Ss.Trinità delle Monache, un angolo di paradiso, conosciuto anche come parco dei Quartieri Spagnoli,.

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L’enorme struttura rappresenta uno dei più vasti complessi abbaziali di Napoli situato nel centro storico della città ,Il complesso,  si estende infatti su una superficie di circa 25 mila mq, ed è un insieme eterogeneo caratterizzato da edifici di grande valore storico e architettonico, numerose aree verdi e cortili (non sonoovviamente  mancate come si suol fare spesso in questa citta delle costruzioni più recenti che hanno danneggiato, e, in alcuni casi, alterato l’impianto originario.

N.B. Il complesso fu fortemente voluto dalla nobildonna Vittoria de Silvia nel XVII secolo  si trova a  metà, tra la collina del Vomero e il quartiere Montesanto Esso sorge infatti nel quartiere di Montecalvario e confina con la Certosa di San Martino, il Castel Sant’Elmo e il complesso di Santa Lucia Vergine al Monte. L’intera struttura era inizialmente  chiamato “Convento delle fontane” per la presenza nella struttura di numerose fontane, oggi andate distrutte.

Nella parte bassa dell’edificio, si trova la chiesa della Santissima Trinità delle Monache che risale  al 1536 . Essa fu commissionata a uno dei migliori architetti del tempo,il Grimaldi, e la spesa fu di circa centocinquantamila ducati. La chiesa venne eretta per volere di donna Vittoria de Silvia, monaca del convento di ” S. Gerolamo delle Monache”.  dopo che ella  riuscì ad avere il permesso di fondazione da Papa Clemente VIII. La meravigliosa scala d’accesso della Chiesa è opera del’ architetto Francesco Grimaldi . Sull’altare maggiore si trovano due splendidi quadri:”La S.S.Trinità che incorona la Vergine ” e “I Santi della Santa Fede”. In una delle cappelline laterali è, inoltre, rappresentata una “Immacolata con i S.S.Francesco e Antonio”di Battistello Caracciolo.

L’inizio della costruzione del complesso risale al 1607, con la trasformazione in monastero del Palazzo Sanfelice su progetto dell’architetto Francesco Grimaldi. Nel 1617 furono terminati buona parte delle strutture del convento, mentre la chiesa venne terminata nel 1620. Nel 1623 il cantiere passò a Cosimo Fanzago, che realizzò le trasformazioni degli esterni e lo scalone della chiesa dove sono presenti opere di numerosi artisti come L’Immacolata con i Santi Francesco e San’Antonio di Battistello CaraccioloLa Sacra Famiglia e Santi di Jusepe de Ribera, mentre gli affreschi sono attribuiti a Giovanni Bernardino Siciliano.

Il convento, di grande bellezza architettonica e circondato da lussuosi giardini, accoglieva spesso famiglie aristocratiche.

Sfortunatamente, nel 1732, un violento terremoto si abbatté sulla città di Napoli danneggiando profondamente il Monastero. I lavori di restauro per riportare il luogo al suo splendore iniziale durarono oltre dieci anni a causa d’una insufficienza di fondi: l’edificio riaprì solo nel 1743

.L’edificio, quindi, come notate nacque inizialmente come convento, e solo successivamente, nel 1808,  venne utilizzato a scopi militari, diventando  l’Ospedale militare di Napoli, oggi trasferito altrove. Fu infatti  con la discesa dell’esercito Napoleonico nel 1795 e con l’occupazione del Regno di Napoli ad opera di Giuseppe Bonaparte,che  il Monastero fu trasformato in un ospedale militare  e le monache lì residenti dovettero abbandonare la struttura. Un vero e proprio declino del luogo iniziò  però sotto il regno dei Borbone, durante il quale furono messi in atto numerosi interventi di restauro in città ad eccezione dell’Ospedale Militare. A causa di questa scarsa manutenzione, nel 1897 si registrano i crolli della volta e della cupola, elementi che poi vennero sostituiti con una modesta copertura a falde. Tra il XIX e il XX secolo la struttura originale fu alterata con l’aggiunta di alcuni elementi moderni.

Dopo una bella passaggiata in questo luogo meraviglio potete poi magari allungare il vostro soggiorno in zona recandovi nei fvicinissimi famosi quartieri spagnoli , Essi risalgono al 1536, quando iniziò la lunga dominazione spagnola a Napoli.

Furono edificati  con lo scopo di accogliere le guarnigioni militari spagnole insediate in città per reprimere eventuali rivolte fomentate dalla popolazione partenopea e compresi tra Corso  Vittorio Emanuele e Via Toledo.si estendono su una superficie di 765.016 mq.

Nei quartieri spagnoli i soldati andavano in cerca di divertimento, per cui si sviluppò rapidamente un grave fenomeno, la prostituzione. Infatti, le povere fanciulle napoletane, per motivi economici, erano costrette a vendere il proprio corpo in cambio di denaro. Queste ed altre vicende indussero il vicerè Don Pedro ad emanare nuove leggi, tra cui l’editto che stabiliva pene severe per le prostitute e i loro “amici” colti in flagranza di reato. Queste leggi, però, non vennero rispettate, anzi fu subito trovato il modo di violarle. Infatti, tra le stradine dei quartieri, là dove lo spazio lo permetteva, vennero sistemate varie baracche di legno che servivano per gli incontri tra i soldati e le loro “compagne di piacere”.

Un altro grave problema che caratterizzò i quartieri spagnoli fu la criminalità. Piccole bande criminali, infatti, giravano tra i vicoli commettendo furti e ogni genere di soprusi ai danni della popolazione. Inevitabilmente scoppiavano risse che spesso finivano nel sangue.

Questi fattori negativi sono stati a lungo gli elementi caratteristici della vita nei quartieri spagnoli. ma oggi grazie anche al grande afflusso di turusti, i quartieri spagnoli non sono affatto pericolosi,

Anzi !

Potremmo addirittura sostenere che forse i quartieri spagnoli iggi sono il luogo pià sicuro di Napoli con tari Bed and Breakfast , tantissimi ristoranti e molti bar e barretti , ricco nei suoi vicoli di numerosi bellissimi graffiti .Essi sono una zona dove incontrerete la ” vera gente di Naopli “, un luogo quindi  pienp di persone con un’animo allegro, accogliente, festoso, etalvolta anche chiassoso, ma dotato  di  una simpatia che ha pochi uguali.

Se solo entrate nei quartieri spagnoli averete poi la  voglia di perdertv in mezzo a quei vicol dove potrete appezzare e sentire e il vero spirito napoletano.

Peccato solo che la gentrifugazione legata al fenomeno turismo stia facendo perdere a questo luogo la sua caratteristica e la sua importanza storica e culturale .

Oggi tutti si recano nel luogo per la sua movida notturna, per il murales di Maradona. ma ricodatevi che i  quartieri spagnoli non solo un posto dove si mangia e si beve, si vedono dei murales, e si fa casino la sera, ma al contrario di quanto vi fanno vedere o sentire, oltre a spritz e cuoppi di zeppole panzarotti, sfogliatelle e babà’,… ci sono in questo posto anche dei luoghi di cultura.

I quartieri Spagnoli non sono solo il luogo del murales di Maradona ed il posto dove potete trovare tantissimi ristoranti o pizzerie.
In questo luogo ricco di storia e vicoli che dal corso Vittorio Emanuele degradano regolari verso via Toledo, si nascondono, incastrati tra palazzi malandati e popolari, cose di cui nessuno vi parla e non leggo mai .
Lo sapevate per esempio che in questo quartiere ha vissuto gli ultimi anni della sua vita il più grande poeta italiano di sempre insieme al suo amico Antonio Ranieri ?
Eppure una targa esposta su palazzo Cammarota ricorda a tutti che in quel luogo dimorò Giacomo Leopardi.
Lo sapete che in questi stretti e bui vicoli alloggiò in un non ben identificato posto anche il famoso Caravaggio ?
Lo sapete che i luoghi di questio quartiere diventeranno il tema del suo dipinto “Le sette opere di Misericordia” ?
La celebre tela che oggi si trova al Pio Monte della Misericordia, sembra infatti sia stato ambientato proprio in un vicolo semibuio dei quartieri Spagnoli .
I modelli del suo dipinto sono il popolo che abitava in questi luoghi con le sue miserie quotidiane… persone che vennero trasformate dal grande maestro nei panni di una santo o una santa, un angelo e nello stesso Gesù .

Ma non basta …In questo quartiere oltre ai   numerosi palazzi d’epoca, si possono contare nel suo interno dei s ben 22 chiese, molte di esse legate a una particolare storia o tradizione della città.

Tra le più importanti dei Quartieri vi è sicuramente la Chiesa di Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe, situato nel Vico Tre Re a Toledo, 13, che risale alla fine del XVIII secolo ed è dedicata a Santa Maria Francesca, nota per provare i dolori della Passione di Cristo durante la Quaresima e per avere le stigmate come San Francesco.

CURIOSTA’: Questa chiesa non è solo un punto di ritrovo di molti religiosi, ma anche un  luogo a cui sono particolarmente legate le donne che desiderano  la maternità.
All’interno della chiesa infatti vi è una cappella speciale, nella quale si trova una sedia leggendaria. Si crede che questa sedia fosse utilizzata da Santa Francesca per cercare sollievo mentre avvertiva i dolori della Passione. Ora la chiesa è ora meta di pellegrinaggi di giovani donne che si recano lì in preghiera per chiedere alla Santa il miracolo di una gravidanza

La sedia dove si pensava Santa Maria Francesca sedesse dolorante

Altra impoertante chiesa che si trova nei quarteri spagnoli è quella situata in Largo Montecalvario . Essa  risale al 1560 quando fu eretta per volere della nobile napoletana  Ilaria D’Apuzzo. La chiesa fu consacrata nel 1574 dal vescovo Aurelio Griano; le decorazioni, tuttavia, furono aggiunte nel 1677 da Gennaro Schiavo, il quale dette al tempio un’impronta barocca. Nel corso dei secoli la chiesa ha subito numerosi interventi di ristrutturazione, mantenendo sempre i tratti tipici del barocco napoletano.

La chiesa presenta una pianta a croce greca, con una sola navata e cinque cappelle su ciascun lato, tutte affrescate. L’abside ospita l’altare maggiore, un’opera d’arte realizzata dall’artista Domennico Antonio Vaccaro   artista napoletano operante nell’epoca a cavallo tra Barocco e Rococò.

Nel decennio francese i frati vennero espulsi per cui la chiesa fu trasformata in edificio militare e, solo nel 1827, fu in parte restituita ai Francescani di Gerusalemme che ne operarono il restauro arricchendola con una “Deposizione” del Criscuolo, nella seconda cappella a sinistra, e con pregevole dipinto che riproduce S. Girolamo nella sesta cappella.

Ancora oggi è molto vivo il culto della Vergine, infatti; in suo onore, il giorno di Sabato Santo, la statua dell’Immacolata viene portata in processione su di un carro.

Ora non voglio divulgarmi su tutte le chiese presenti nei quartieri spagnolo ( ne varrebbe la pena ) ma sicuramente non posso venir meno ad accennarvi almeno qualcosina sia sulla chiesa di  Sant’Anna di Palazzo , che qualle di Santa Maria dei Sette Dolori.

La prima, quella di Sant’Anna di Palazzo è un monumentale edificio sacro situato in vico Rosario di Palazzo. La sua edificazione ebbe luogo per commemorare la storica vittoria di Lepanto contro la flotta ottomana nel 1571. Questa chiesa ha una storia ricca di avvenimenti significativi. Nel 1778, la rivoluzionaria partenopea Eleonora Pimentel Fonseca celebrò qui il suo matrimonio e, in seguito, seppellì suo unico figlio, Francesco, scomparso in tenera età. L’interno dell’edificio, sebbene sia notevolmente diverso dall’originale chiesa di Sant’Anna, demolita nel 1964 a causa dei danni causati dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, custodisce ancora preziose decorazioni in stucco risalenti al XVII secolo.

La seconda,  cioe la Chiesa di Santa Maria dei Sette Dolori (ex Monastero), è situata in via Francesco Girardi n°59 e risale al 1516,

I contadini della zona allora  denominata allora fondo del Belvedere  (la chiesa si trova di fatti all’inizio di Spaccanapoli, da cui si gode di una vista completa della singolare via), donarono una statua miracolosa della Madonna chiamata S. Maria Ognibene ai Padri Serviti.  Nel 1630 venne aperta una nuova chiesa, sempre intitolata a Santa Maria Ognibene. Si decise dunque di rinominare l’ex monastero in onore della Madonna Addolorata, da cui il nome “Santa Maria dei Sette Dolori
Al suo interno vi è ancora la statue dell’Addolorata, incoronata direttamente dalle mani di re Ferdinando II. Egli, a seguito della restaurazione del Regno borbonico, fece applicare ad alcuni dei terminali della cancellata ottocentesca i gigli di casa Borbone.

Nel decennio francese i frati vennero espulsi per cui la chiesa fu trasformata in edificio militare e, solo nel 1827, fu in parte restituita ai Francescani di Gerusalemme che ne operarono il restauro arricchendola con una “Deposizione” del Criscuolo, nella seconda cappella a sinistra, e con pregevole dipinto che riproduce S. Girolamo nella sesta cappella.

Ancora oggi è molto vivo il culto della Vergine, infatti; in suo onore, il giorno di Sabato Santo, la statua dell’Immacolata viene portata in processione su di un carro.

I Quartier spagnoli e l’intera zona di Montesanto, come potete notare hanno una grande importanza storica e culturale nella nostra citta, ma al contrario dei quartieri spagnoli che con la turistificazione di massa  e la conseguente gentrifugazione ha  oramai perso gran parte della sua originale identita, la zona di Montesanto  conserva ancora oggi intatta la sua unicità .

In questo posto gli antichi vasci sono ancora abitati dalla gente  del luogo. , Essi hanno avuto la fprza di resistere a vecchie tradzioni ed il corahhio di rapprentare l’ulima vera forma di resistenza al consumismo di un mondo globalizzato . Essi sono ancora ancorati ad una tradizione destnata destinata a non morire . Rappresentano ancora il perfetto affresco della sublime essenza del folklore di Napoli.

I vicoli di questa zona trasudano ancora di quella intimità capace di suscitare nel visitatore la sensazione di trovarsi non in una strada , ma in una grossa calda accogliente grossa abitazione dove vieni accolto come uno di famiglia

Nei quartieri spagnoli e negli antichi decumani , queste dimore invece non esistono  più poiche al loro posto crescon a vista d’occhio friggitorie . pizzerie e sopratutto bar che in maniera irregolare si espandono oltre ogni limite con i loro tavolini. Questi luoghi non profumano più di umanità ma puzzano solo di frittura . Le stanze dei loro vasci  non rimbonbano più di pittoresca poesia , ma rappresentano solo il triste oblio di un luogo che trasformandosi ha completamente perso di vista le vere motivazioni per cui nel 1995 è stato dichiarato Patrimonio mondiale dell’Umanità dal’ Unesco

Montesanto, invece,  oggi più dei decumani merita forse quella targa . Esso è infatti sicuramente il  luogo che  ha  conservato nel tempo immutata la  sua caratteristica morfologia urbana e sopratutto  l’anima del luogo . E stato insomma, il luogo che conservando immutate nel tempo le sue caratteristiche nei secoli , ha meglio rappresentato negli anni il luogo dove meglio ognuno di noi poteva calarsi nella lingua , nei rumori , nei colori , negli odori  nel folklore e nella storia della nostra meravigliosa citta . La sua foza è stata quella di conservare intatte le sue radici.

Oggi  Montesanto è in assoluto il luogo che per la sua complessita restituisce unicità ed autenticità alla nostra citta rispetto alle tante altre parti della nostra citta uniformate , indistinte ed indistinguibili perchè preda di quel consumismo che le rende tutte uguali . Esso  è un luogo che va  solo riscoperto e valorizzato per le sue immense  ricchezze storiche e culturali , ma sopratutto protetto da quella omologazione di massa che il turismo selvaggio sta purtroppo provocando nella nostra citta .

Articolo SCRITTO DA ANTONIO CIVETTA

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