Nel periodo greco-romano ,Neapolis, divenne una importante colonia commerciale nonchè   un valido approdo per mercanti e viaggiatori che avevano bisogno di un punto di appoggio per le loro lunghe imprese marinare  , Ci furono grandi traffici commerciali non solo con la Grecia ma nche con moltre altre  citta’ e questi continui contatti favorirono e portarono grandi vantaggi in crescita culturale e civile.

Neapolis con il suo clima , il suo mare e le sue terre ferili ma anche con il suo vivo commercio divenne quindi un approdo molto ambito da coloni provenienti da altre terre comprese quelle egizie alcuni dei quali decisero di stabilirsi  definitivamente nel territorio formando delle vere e proprie comunità che vennero definite “Nilesi ” per identicare la loro origine . Queste dopo  essersi ben inserita nel territorio e dopo aver edificato  abitazioni e botteghe in questo punto della città, eressero anche un monumento in memoria della loro patria lontana : una statua del  Dio Nilo ancora oggi presente da cui deriva  il nome alla piazzzetta .

Il  Dio Nilo era un’entità fluviale,  figlia di Oceano e Teti  che personificava l’omonimo  fiume .

N.B. Secondo la mitologia greca il Dio Nilo era uno dei 100 figli di Oceano e Teti ,  madre  anche del famosissimo Achille , e la sua statua posta al centro del luogo dove si era insediata la comunità alessandrina , garantendo fertilità e prosperità , aveva il compito di svolgere le stesse funzioni protettive che svolgeva il fiume Nilo nel confronti della terra natale. La statua con l’immagine di un dio che allatta piccoli putti, forse i suoi affluenti, sembra infatti voler simboleggiare sia la fertilità, , sia l’abbondanza che trabocca da una cornucopia.

La statua rappresentava quindi  un simbolo portatore di benessere ed era molto venerata non solo dalla comunita egigia presente ma anche dalla  gente del luogo che  non era affatto infastidita dalla presenza di nuovo gente straniera nei suoi luoghi anzi: fin dagli albori, i napoletani tendevano ad accogliere usi e costumi di altre popolazioni, soprattutto se questi erano portatori di buona fortuna.

N.B  Ad essa furono legati culti misterici che la popolazione fu costretta a celebrare di nascosto dal Sacro Romano

Il monumento che ha dato poi il nome alla piazzetta, raffigura il dio Nilo che giace sdraiato possente e muscoloso, col il viso arricchito da una saggia barba lunga che inbraccia una cornucopia adornata con fiori e varia natura, simbolo della fertilità e dell’abbondanza , il fianco appoggiato su di un sasso ed i piedi su una testa di coccodrillo.
La scultura, ha subito nel corso dei millenni varie “peripezie” sparendo per un certo periodo nel XV secolo, perdendo la testa nel XVII secolo (poi ricostruita dagli amministratori dell’epoca); malgrado tutto oggi la statua è ancora lì dove la vollero gli Alessandrini più di duemila anni fa.

N.B. : Piazzetta Nilo era anticamente chiamata piazzetta Bisi, dove Bisi stava per ‘mpisi, e cioè impiccati; era quindi la piazza dove transitavano a gruppi i condannati  a morte provenieti dalla carceri del Tribunale della Vicaria che la dovevano attraversare obbligotariamente in tristi cortei verso il loro patibolo , percorrendo un itinerario cittadino dettato dalle autorità del tribunale del Regno di Napoli.

La statua fu di fatto eretta  nel  periodo Greco-Romano e rappresentando una divinità   pagana egiziana fu nel  tempo, per la presenza di altri culti ufficiali  decapitata  e perduta per secoli.
Finché nel Medioevo non fu ritrovata e dopo numerosi restauri ( di cui l’ultimo recente dovuto al ripristino della testa delle sfinge finalmente ritrovata in Austria dopo che era stata rubata )  nel 1667 fu posta su quello che viene chiamato “sedile” di marmo, recante una scritta in latino che in grandi linee racconta le vicissitudini vissute da questo pezzo importante di storia e cultura partenopea.

Il  piccolo largo è oggi  chiamato in città “corpo di Napoli ” in quanto  napoletani credettero al suo ritrovo   d’ identificare in essa il ” corpo di Napoli ” .

 

Il palazzo del Beccadelli , uno degli edifici più importanti e meglio conservati come esempi di architettura rinascimentale di Napoli, sorge nel nostro centro storico , lateralmente proprio al  largo corpo di Napoli , su via Nilo, in un tratto di strada  che veniva chiamato  de Bisi, un termine che deriva dal napoletano mpisi ( appisi ) termine che indicava la gente da impiccare che passava di lì; i condannati provenienti dalle carceri della Vicaria , erano infatti costretti a passare proprio  in quel tratto di strada prima di finire al supplizio .

Il nome del palazzo  lo si deve ad Antonio  Panormita , noto letterato, poeta e storico italiano, nato a Palermo (l’antica Panhormus (da cui l’appellativo “Panormita”) tra il 1394 ed il 1395 ed entrato, nel 1434, al servizio del re Alfonso V d’Aragona, partecipando al suo ingresso trionfale a Napoli e ricevendo da questi la carica di consigliere regio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Panormita ,considerato da tutti uno tra gli esponenti dimaggior  spicco dell’Umanesimo cortigiano napoletano durante il regno di Alfonso V d’Aragona. una volta ,stabilitosi a Napoli, vista la sua passione  per l’arte e la cultura,fece erigere nella prima metà del cinquecento ,  la propria abitazione proprio in Piazzetta Nilo,  affidando il progetto all’architetto ed imprenditore Giovanni Fillippo De Adinolfo,che, però, morì nel 1483 lasciando la struttura incompiuta.. Alla sua  morte subentrarono  Giovanni Francesco  Mornando e Giovanni Francesco Di Palma detto il Mormanno che, agli inizi del cinquecento , insieme ad altri lavori eseguito dal suocero e maestro Giovanni Donadio, completarono l’opera.

Il palazzo color rosso pompeiano che quindi oggi tutti potete ammirare posto alle spalle e lateralmente  delle statua del Dio del Nilo , nel largo ” Corpo di Napoli , fu la residenza di Antonio Beccadelli , detto Panormita, ossia proveniente da Panhormus (antico nome di Palermo).

Il Beccadelli era un nobile di origini Bolognesi, che costretto ad andar via  dalla sua città per aver composto i famosi due libri  dello Hermaphroditus, tanto contestati dalle roventi parole di  s. Bernardino da Siena, e di un certo Roberto da Sarteano,dopo essere stato per breve presso dapprimo presso la corte di Cosimo de` Medici  e successivamente  a Mantova presso i Gonzaga,riparòpoi  in Sicilia alla corte di Alfonso d’Aragona, diventandone in seguito  un suo fidato consigliere seguendolo  fino a Napoli.

CURIOSITA’: Il Beccadelli , attratto dalla fama che Alfonso d’Aragona, il Magnanimo , si era procurato in qualità di  tutore delle arti e mecenate della cultura , entrò in contatto con il re aragonese, durante un viaggio che quest`ultimo svolge in Sicilia nel 1434.

I due una volta conosciuti scoprirono  immediatamente una sintonia culturale, che permise al Beccadelli di comparire da subito nelle vicende che coinvolgono Alfonso alla conquista del regno di  Napoli che  come sappiamo  non fu certo  una passeggiata.

Alfonso d’Aragona, fu un re elogiato dai contemporanei come sovrano illuminato e generoso, che seppe fare del regno  di Napoli un centro artistico e culturale tra i primi in Europa. Considerato amico e protettore di poeti, musicisti e umanisti,  egli spese molto danaro per il mantenimento a corte di numerosi artisti e letterati dei quali lui amava circondarsi. La sua corte fu il punto di incontro di alcuni dei più illustri umanisti del tempo: Lorenzo Valla,   Giovanni Pontano, Jacopo Sannazzaro, Pietro Summonte sono solo alcuni dei grandi personaggi che frequentarono a sue spese la sua corte.

Ma quello a cui teneva particolarmente e considerava forse il piu colto ed affidabile per incarichi di fiducia fu certo Antonio Beccadelli detto ‘ il Panormita. Costituì costitui presso la corte una importante e imponente biblioteca e fondò  a Napoli la prima accademia italiana chiamata Porticus Antoniana che poi in onore del suo successore, Giovanni Pontano, fu chiamata ” Pontaniana “.

Il re Alfonso avendo molta stima del Beccadelli  lo volle fin dal primo momento al suo fianco affidandogli importanti incarichi diplomatici di mediazione tra precari equilibri di  alleanze in cui  Alfonso, nella corsa alla conquista del regno di Napoli,  doveva districarsi con lo Stato pontificio, e le varie signorie di Firenze, Siena,  Venezia e Milano.

Dopo la difficile e sanguinosa conquista del regno di Napoli , Alfonso nominò ufficialmente  il Beccadelli , oltre ad ambasciatore anche consigliere e segretario di corte, affidandogli  l`educazione del figlio Ferrante, futuro re.

Beccadelli d’altronde non venne meno alla fiducia riposta rivelandosi nel tempo un collaboratore prezioso quanto devoto nel bisogno.

Il  sovrano reduce da una guerra che lo aveva logorato e addolorato per la perdita di suo fratello, finalmente potette lavorare alla pace ed alla rifondazione della cultura. La crisi culturale legata all`ambiente durazzesco, aveva infatti  sottratto materia alla vita intellettuale napoletana e fatto precipitare  il Regno in un certo  degrado  culturale .

Questa apprrosimazione culturale non era certo dovuta alla mancanza di una certa intellighenzia cittadina . Queste illuminate menti avevano solo bisogno di nuova linfa e di qualche grosso mecenate che spronasse un certo fermento culturale.

Alfonso dimostrl ben preso a tutti di essere l’uomo giusto  attirando letterati ed uomini di pensiero da ogni parte d`Italia e dalla  Spagna. Il monarca servendosi del Beccadelli diede luogo ad un grande fermento culturale in città che ben presto portò la Corte aragonese  a conquistare un posto centrale nella cultura europea dell`epoca.

 Si iniziò cosi a  far rivivere presso la corte alfonsina i testi classici, a trattarli in dispute critiche, a ricopiarli ed a tradurli dalle lingue originali affidando il compito spesso a letterati stranieri che traducevano dalla propria lingua madre (Giorgio da Trebisonda, Benedetto Gareth, Nicolò Sagundino ecc.).

Questo portò ovviamente alla corte anche la presenza di molti  intellettuali importati del tipo Lorenzo Valla, proveniente da Roma, o Poggio Bracciolini proveniente da Firenze.

N.B.  La lingua ufficiale, nelle occasioni culturali, non era il volgare, guardato con sospetto, bensì il latino. L`utilizzo del greco, invece, veniva valutato come una pura ostentazione da studentelli imberbi, per tal motivo sprezzantemente definiti grecizzanti.

Il Panormita , considerato uomo di fiducia del sovrano, alla nuova corte napoletana del Magnanimo ottenne, quella posizione di risalto e quegli onori che invano aveva sperato di conseguire in Lombardia presso la corte del Visconti.

In questo ambiente egli poté dare ampia testimonianza delle sue capacità e delle sue risorse: l’amore per gli studi e per le attività umanistiche, la viva esperienza di letterato e di uomo di corte, la colta e brillante conversazione che ne fecero il centro della vivace vita culturale dell’umanesimo cortigiano nella Napoli alfonsina. In questo ambiente intellettuale e colto Beccadelli diede  più volte prova del suo spirito arguto nelle accese discussioni di poesia e di oratoria che egli soleva tenere  con gli altri “accademici”,

Nella città partenopea, Beccadelli ebbe modo di stringere rapporti di amicizia con illustri umanisti, primo fra tutti il Pontano, il cui nome, insieme a quello del Panormita, per l’appunto, è legato alla fondazione dell’Accademia Pontaniana originariamente nata con l’appellativo di Porticus Antonianusin e che era solita tenere le sue riunioni sotto i portici della vicina via Tribunali.

Al servizio di Alfonso, il Panormita portò a compimento diversi incarichi notevoli. Tra questi uno decisamente singolare gli fu assegnato nel 1413, quando a Padova fu rinvenuto il corpo di Tito Livio, il celebre storico latino, e disposto in un palazzo in attesa di essere sepolto.

Il re Alfonso era famoso per la sua passione per la letteratura, e aveva a cuore che Livio fosse sepolto decentemente, così incaricò il Panormita di recarsi a Padova per chiedere di avere una parte del corpo dello scrittore. Antonio non tradì le aspettative del re e tornò a Napoli con il braccio di Tito Livio. Non si sa perché, ma il braccio fu sepolto solo anni dopo per opera di Giovanni Gioviano Pontano, stretto collaboratore del Beccadelli.

Poi, nel 1450, il Panormita fu inviato dal re a siglare un’alleanza con la repubblica di Venezia. Negli anni fra questi due incarichi, oltre a svolgere altre mansioni minori, visse a stretto contatto con Alfonso e con la corte Aragonese, tanto da scrivere una biografia in quattro libri del re Alfonso I d’Aragona. Solo nel 1429 si allontanò per un periodo da Napoli per recarsi prima a Milano, alla corte dei Visconti, poi a Pavia dove ottenne la cattedra di storiografia, ed infine a Siena dove fu incoronato poeta dall’imperatore Sigismondo di Lussemburgo. Dopo pochi anni tornò a Napoli per fondare l’Accademia Antoniana, che sotto la direzione del Pontano, diventò Accademia Pontaniana.

Con la morte del Panormita, nel 1471, il palazzo fu ristrutturato dai suoi discendenti, fino a quando non fu comprato, alla metà del ‘600, dal reggente del tribunale della Vicaria: Giacomo Capece Galeota. Quest’ultimo spese un patrimonio per abbellirlo, pur rispettando lo stile originario.

CURIOSITA’ : In questa occasione, la volta nell’atrio del palazzo venne affrescato con lo stemma e le armi della sua famiglia e di quella della moglie Cornelia Caracciolo dei marchesi di Barisciano.

Proprio grazie al rispetto che i vari restauratori ebbero del suo stile, il palazzo appare ancora oggi come un prototipo dell’architettura rinascimentale. Questo edificio, collocato in una delle vie più antiche della città, ed eretto sui resti delle abitazioni greche e romane che voleva imitare nello stile, fu culla di uno dei personaggi meno conosciuti, ma più interessanti della storia della città.

Oggi dal  punto di vista architettonico, il palazzo si presenta con una bella  facciata  che poggia su un basamento in piperno con aperture regolari, mentre il resto è composto da una griglia in piperno che inquadra le finestre inserite nella struttura muraria in opus reticulatum. Il palazzo presenta, infatti, tre ordini di finestre: ad arco tondo nell’ammezzato e nel secondo piano, rettangolari al primo piano e sormontate da cornici al piano nobile.

Il portale , aggiunto successivamente alla costruzione, presenta un arco a tutto sesto poggiante su capitelli corinzi e che, attraverso l’arco interno che si apre sul cortile, immette sul giardino al suo interno.

Nei suoi sotteranei si racconta che venissero praticati dei  culti iniziatici alla dea Iside che i  mercanti  alessandrini  portarono con loro dall’Egitto , quando nel II secolo  d.C.  decisero di impiantarsi in questo luogo .

 

 

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