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Fra i dipinti conservati a Palazzo Reale, i ritratti delle ambascerie giunte alla corte di Carlo di Borbone raccontano una Napoli aperta ai rapporti con il Mediterraneo. Abiti, copricapi e volti restituiscono la presenza di uomini arrivati da lontano, accolti con il cerimoniale riservato agli ospiti importanti. A dipingerli fu Giuseppe Bonito, un artista la cui vita attraversò gran parte del Settecento e accompagnò la crescita della capitale borbonica.
Bonito nacque a Castellammare di Stabia il 1º novembre 1707, terzo dei dodici figli di Saverio e Anastasia Grosso. Fu battezzato nella cattedrale cittadina il giorno successivo. Ancora fanciullo entrò nella bottega napoletana di Francesco Solimena, uno dei maestri più autorevoli del tempo.
La formazione presso Solimena gli fornì gli strumenti per affrontare pale d’altare, decorazioni monumentali e ritratti. Dal maestro apprese l’organizzazione delle figure e l’uso dei contrasti luminosi; gradualmente elaborò un linguaggio personale, nel quale la ricchezza del colore si accompagnava a una maggiore morbidezza. Le schede delle collezioni reali riconoscono nella sua pittura anche una componente teatrale, evidente nel modo di disporre i personaggi e di rappresentarne i gesti.
Il ritratto divenne uno dei campi nei quali seppe affermarsi con maggiore successo. Dipingere un personaggio di corte significava renderne riconoscibili il rango e l’autorità, scegliendo abiti, posa e ambientazione. Bonito dimostrò di saper rispondere a queste esigenze conservando un’attenzione particolare alla fisionomia.
Nel 1741 Carlo di Borbone gli commissionò il ritratto dell’ambasciatore ottomano Hacı Hüseyin Efendi e del suo seguito. La tela, inviata in Spagna, compariva già nel 1746 nell’inventario della raccolta di Elisabetta Farnese alla Granja ed è oggi conservata al Museo del Prado.
Quel quadro permette di comprendere quanto una commissione artistica potesse partecipare alla politica della monarchia. Conservava la memoria di una visita diplomatica, celebrava le relazioni del Regno e soddisfaceva la curiosità delle corti verso gli inviati stranieri. Uno studio pubblicato su Archivo Español de Arte, fondato anche su documenti d’archivio, ha approfondito proprio queste diverse funzioni dei ritratti dell’ambasceria.
La fiducia dei Borbone si consolidò nel tempo. Nel 1751 Bonito venne nominato pittore di camera del re; nel 1752 fu accolto nell’Accademia di San Luca a Roma e dal 1755 assunse la direzione dell’Accademia del Disegno di Napoli.
Per la famiglia reale realizzò numerosi ritratti. Particolarmente interessanti sono quelli dei figli di Carlo e Maria Amalia di Sassonia, raffigurati anche attraverso personaggi mitologici. Il piccolo Ferdinando, futuro sovrano di Napoli, venne rappresentato nelle vesti di Marte. Il contrasto fra l’età del bambino e gli attributi del dio guerriero rende evidente la funzione dinastica dell’immagine: nel principe si rappresentava già il ruolo che avrebbe dovuto ricoprire.
Fra i soggetti affidati al suo pennello vi fu anche un ospite assai meno consueto: l’elefante arrivato nel 1742 e custodito a Portici. Bonito ne dipinse un ritratto oggi indicato nelle collezioni del Palazzo Reale di Riofrío, presso Segovia. Alla Reggia di Caserta si conserva invece un’altra raffigurazione dell’animale, realizzata da Pellegrino Ronchi. La distinzione fra i due dipinti è importante per seguire correttamente la storia delle opere.
L’attività di Bonito contribuì anche alla formazione degli artisti napoletani. Diresse l’Accademia per trentaquattro anni, fino al 1789, partecipando alla sua organizzazione e orientandone il gusto verso la tradizione figurativa locale. Nel tempo fu affiancato da Francesco De Mura, mentre Ferdinando Fuga e Luigi Vanvitelli intervennero nei progetti di riforma dell’insegnamento.
La prima sede dell’istituzione era a San Carlo alle Mortelle, dove operavano anche i laboratori reali degli arazzi e delle pietre dure. Questa vicinanza racconta bene il rapporto fra l’educazione artistica e le manifatture sostenute dalla monarchia. I disegni e i dipinti potevano diventare modelli per lavori eseguiti da altri specialisti, attraverso un lungo passaggio fra materiali e tecniche differenti.
Bonito partecipò a questo sistema produttivo con i dipinti preparatori per gli arazzi dedicati alle storie di Don Chisciotte. Le avventure del personaggio di Cervantes entrarono così nelle residenze borboniche attraverso un’impresa collettiva, alla quale collaborarono diversi pittori e gli artigiani della manifattura. Palazzo Reale conserva testimonianze di questo incontro fra letteratura, pittura e arte tessile.
Accanto ai ritratti e alle commissioni ufficiali, il suo nome rimane legato alle scene di genere: incontri, intrattenimenti e situazioni della vita quotidiana. A Capodimonte si conserva una sua Scena di genere con maschera. Queste immagini consentono di osservare un altro aspetto della cultura settecentesca, attraverso personaggi e gesti che portano sulla tela il gusto della rappresentazione e della socialità.
Questo settore della sua produzione richiede però attenzione. Numerosi quadri assegnati in passato a Bonito sono stati successivamente restituiti a Gaspare Traversi. Le revisioni delle attribuzioni hanno modificato la conoscenza di entrambi: per comprendere Bonito occorre quindi considerare insieme le opere documentate, quelle riconosciute dagli studi e le questioni ancora aperte.
Una parte fondamentale della sua carriera si svolse nelle chiese. Fra il 1752 e il 1756 lavorò agli affreschi della volta di Santa Chiara, con la grande scena di Salomone che fonda il Tempio. Quelle pitture andarono distrutte nel bombardamento del 1943.
Giuseppe Bonito morì a Napoli il 19 maggio 1789, dopo una lunga attività al servizio delle istituzioni religiose e della corte.
Del grande affresco di Santa Chiara resta il bozzetto conservato a Capodimonte: un dipinto preparatorio che custodisce ancora la memoria di una delle sue maggiori imprese, scomparsa insieme alla volta sulla quale era stata realizzata.






