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Maggio, a Napoli, non è mai soltanto un mese di passaggio. È un tempo sospeso tra la primavera ormai piena e l’attesa dell’estate, ma soprattutto è un mese che nella memoria popolare napoletana conserva ancora il ritmo antico delle devozioni, delle edicole addobbate, delle candele accese nei vicoli e delle processioni che univano il sacro alla vita quotidiana. E mentre maggio si avvia alla conclusione, vale forse la pena fermarsi a osservare quanto profondamente tre figure molto amate — Sant’Eframo, Santa Rita da Cascia e San Pasquale Baylon — abbiano lasciato tracce nella storia religiosa e culturale della città.
Napoli, del resto, ha sempre avuto un rapporto particolare con i suoi santi. Non li ha mai relegati soltanto all’altare o alla liturgia. Li ha trasformati in presenze familiari, quasi domestiche, punti di riferimento morali e popolari insieme. E nel calendario di maggio, le date del 17, del 22 e del 23 sembrano quasi disegnare una piccola geografia sentimentale della città.
Tra il 17 e il 23 maggio, Napoli infatti celebra tre santi molto diversi tra loro — San Pasquale Baylon, Santa Rita da Cascia e Sant’Eframo — ma uniti da un elemento comune: il legame autentico e popolare con la vita quotidiana dei napoletani. Non semplici figure religiose, ma presenze entrate nel linguaggio, nelle abitudini, nei quartieri e persino nella geografia sentimentale della città.
Il 17 maggio è il giorno dedicato a San Pasquale Baylon, figura che a Napoli ha conosciuto nei secoli una devozione straordinariamente diffusa. Il santo francescano spagnolo arrivò nel cuore della città soprattutto durante il periodo della dominazione spagnola, quando il suo culto si radicò profondamente nella religiosità popolare partenopea. Ancora oggi il suo nome attraversa Napoli: vie, piazze, chiese e conventi continuano a conservarne la memoria, da San Pasquale a Chiaia fino al convento di San Pasquale al Granatello di Portici.
Per molto tempo, soprattutto in Campania, chiamare un figlio Pasquale fu quasi una consuetudine familiare e religiosa insieme e ancora oggi resta uno dei nomi più diffusi nella regione. Diventato nel tempo protettore dei cuochi, dei pasticcieri e soprattutto delle donne in cerca di marito, secondo una leggenda molto diffusa nella nostra città, sarebbe stato proprio lui a suggerire una sorta di rimedio domestico per riaccendere l’affetto coniugale: uova sbattute con zucchero e vino, antenato di quello che poi sarebbe diventato lo zabaione.
Una semplice piccola ricetta che il santo pare consigliasse alle spose infelici per riaccendere la fiamma della passione. si narra infatti che il fraticello consigliasse in confessione alle donne che si lamentavano… dei mariti di dar loro uovo sbattuto con zucchero e vino (zabaione).
Da qui nacque la tradizione che lo volle addirittura inventore del celebre dolce.
Ma ciò che rende San Pasquale particolarmente interessante nella tradizione popolare napoletana è il modo in cui la città ne ha trasformato la figura, mescolando devozione, ironia e umanità . A Napoli infatti il suo nome è legato non soltanto alla religiosità, ma anche a una dimensione profondamente popolare fatta di proverbi, invocazioni e tradizioni tramandate per generazioni. Ancora oggi molte donne anziane ricordano le antiche preghiere rivolte a San Pasquale, protettore delle giovani in cerca di marito che tra canto e preghiera cos’ recitava:
San Pasquale Baylonne protettore delle donne,
fammi trovare marito, bianco, rosso e colorito,
come te, tale e quale, o glorioso san Pasquale!».
I napoletani ovviamente poi fecero il resto e attorno al santo nacquero racconti popolari e persino alcune rappresentazioni finirono per fare assumere al santo sfumature particolarmente erotiche . A Torre Annunziata, ad esempio, si raccontava di una statua che raffigurava San Pasquale come un marinaio con strumenti da pesca e un pesce dalla forma piuttosto allusiva, dettaglio che alimentò racconti ironici e doppi sensi tramandati nel tempo. Episodi che oggi fanno sorridere, ma che raccontano perfettamente la capacità tutta napoletana di rendere i santi figure vicine, umane, quasi parte integrante del quartiere e della vita quotidiana.
Anche piazza San Pasquale a Chiaia conserva memorie curiose legate al convento francescano della zona. Per lungo tempo i frati furono considerati abilissimi nello “spilare” il cerume dalle orecchie utilizzando un olio ricavato dalle mandorle dei giardini conventuali. Da questa pratica nacque persino un modo di dire popolare rivolto a chi sembrava non ascoltare: “Vatte a fa’ spilà ’e recchie a San Pasquale”. Piccoli frammenti di oralità che mostrano quanto profondamente il santo fosse radicato non soltanto nella religione, ma persino nell’umorismo e nelle espressioni quotidiane della città.
Pochi giorni dopo, il 22 maggio arriva la festa di Santa Rita da Cascia e la nostra città si raccoglie attorno a una delle figure più amate della devozione popolare: In nessun’altra città forse come Napoli il culto della santa delle cause impossibili riesce ancora oggi a mantenere una dimensione tanto intima e quotidiana.
La sua presenza attraversa silenziosamente quartieri, case, edicole votive e chiese affollate di fedeli che continuano ad affidarle speranze private, dolori familiari e richieste sussurrate quasi con pudore. Non è soltanto una devozione religiosa: è una forma di consolazione popolare che da decenni accompagna la vita della città.
Non tutti ricordano che Santa Rita è anche una delle compatrone di Napoli. Dopo la tragedia della Seconda Guerra Mondiale, infatti, il popolo dei Quartieri Spagnoli ne invocò con forza la protezione, fino a volerla proclamare compatrona accanto a San Gennaro. Una scelta nata dal basso, più dalla sofferenza collettiva che dalle istituzioni ecclesiastiche, e proprio per questo profondamente napoletana.
Nei Quartieri Spagnoli il suo nome è legato in particolare alla chiesa di Santa Rita della Speranzella, nascosta tra i palazzi fitti e le strade strette di uno dei quartieri più popolari e identitari della città. Ed è significativo che proprio qui la santa abbia assunto il nome della “Speranzella”: un termine piccolo, quasi domestico, che nella sensibilità napoletana sembra indicare una speranza fragile ma ostinata, quella che resiste anche quando tutto appare perduto.
Da secoli Santa Rita viene invocata soprattutto dalle donne, dalle madri, da chi desidera un figlio o attraversa momenti di sofferenza familiare. A lei vengono affidate richieste di maternità, guarigione, riconciliazione. Ed è forse proprio questa dimensione umana e concreta ad aver reso il suo culto così radicato nella città..
La “santa delle cause impossibili” è diventata nel tempo nella nostra città il simbolo di una speranza ostinata, silenziosa, quasi quotidiana.
Nel giorno della sua festa, le rose benedette che riempiono le chiese napoletane diventano allora qualcosa di più di un semplice simbolo religioso. Sembrano piuttosto il segno discreto di una città che continua ad aggrapparsi alla speranza anche nelle sue stagioni più difficili
Nel giorno della sua festa le chiese oltre a riempirsi di rose benedette, si riempono di volti raccolti nella preghiera, di storie personali affidate sottovoce a una figura che continua a rappresentare conforto nei momenti più difficili. E forse il legame tra Napoli e Santa Rita nasce proprio da qui: dalla capacità tutta napoletana di convivere con la sofferenza senza perdere del tutto la speranza.
Poi arriva il 23 maggio, giorno di Sant’Eframo, o Sant’Efebo, uno dei più antichi co-protettori della città e oggi probabilmente uno dei meno conosciuti al di fuori degli ambienti più legati alla storia religiosa napoletana. Eppure Sant’Eframo occupa un posto importante nella memoria storica della città. Fu uno dei primi vescovi di Napoli tra il III e il IV secolo e appartiene a quella prima schiera di santi protettori che nei primi secoli del cristianesimo napoletano affiancarono San Gennaro nella tradizione devozionale partenopea.
La sua presenza simbolica è evidente anche nel celebre dipinto di Luca Giordano dedicato ai santi patroni di Napoli, custodito nel Palazzo Reale di Napoli, dove Sant’Eframo compare al centro della composizione, quasi a ricordare il ruolo fondamentale avuto nei primi secoli della cristianità napoletana.
Ma la memoria di Sant’Eframo vive soprattutto nei luoghi della città. Due in particolare raccontano ancora oggi la sua storia: Sant’Eframo Vecchio e Sant’Eframo Nuovo.
L’antica chiesa di Sant’Eframo vecchio , edificata nel XVI secolo sopra un’antica catacomba paleocristiana del V secolo dove furono custodite le spoglie di Sant’Efebo insieme a quelle dei santi Massimo e Fortunato, la possiamo scoprire recandoci in uno dei luoghi più appartati e meno conosciuti della nostra città .Qui sopravvive una Napoli silenziosa, lontana dai percorsi turistici più frequentati, dove la devozione antica sembra essersi sedimentata nelle pietre e nei vicoli. Nella zona si trovano anche le catacombe di Sant’Eframo, piccolo cimitero paleocristiano emerso durante gli scavi del secolo scorso all’interno del convento dei Padri Cappuccini. Catacombe meno celebri di quelle di San Gennaro o di San Gaudioso, ma proprio per questo capaci di restituire un senso più intimo e raccolto della memoria cristiana napoletana.
La storia del complesso religioso si intreccia profondamente con quella della Napoli assistenziale e caritatevole del Cinquecento. A fondarlo nel 1530 fu fra’ Ludovico da Fossombrone, giunto in città con lettere firmate da Vittoria Colonna e indirizzate a Maria Lorenza Longo, la nobildonna fondatrice dell’Ospedale degli Incurabili. Furono proprio i frati Cappuccini, accolti inizialmente nei pressi del Borgo Sant’Antonio Abate, a distinguersi nell’assistenza ai malati e ai più poveri della città.
Per premiare la loro opera, il vescovo Vincenzo Carafa affidò ai frati una piccola chiesa scavata nel tufo su una collina allora circondata da boschi e valloni. Era un luogo umido, difficile, esposto alle acque torrenziali che scendevano da Capodimonte durante i temporali. Eppure proprio lì nacque uno dei più antichi conventi cappuccini del Regno di Napoli.
Nel corso dei secoli il complesso si ampliò lentamente grazie alle donazioni dei fedeli: sorsero orti, giardini, un piccolo bosco e nuovi ambienti conventuali costruiti secondo la rigorosa semplicità francescana. Nel 1540, durante alcuni lavori, riemersero inoltre le antiche catacombe cristiane utilizzate nei primi secoli come luogo di sepoltura e preghiera.
La trasformazione più importante arrivò però nel Settecento, quando l’intero edificio dovette essere consolidato per evitare il crollo. I lavori durarono oltre quindici anni e portarono alla costruzione della biblioteca, al rifacimento delle strutture danneggiate dalle alluvioni e all’innalzamento del campanile maiolicato che ancora oggi caratterizza il convento.
Ancora oggi il convento conserva un’atmosfera sorprendentemente silenziosa. I corridoi semplici, i terrazzi immersi nel verde, il chiostro essenziale e le celle prive di ornamenti raccontano la spiritualità austera dei Cappuccini meglio di qualsiasi descrizione. All’interno della chiesa, tra sculture lignee seicentesche, altari marmorei e tele settecentesche, sopravvive una dimensione raccolta e quasi appartata, lontana dalla monumentalità scenografica di altre celebri chiese napoletane.
Anche il territorio circostante conserva memorie dure e dimenticate. In questa zona esisteva infatti il cosiddetto “cimitero delle cetrangolelle”, destinato a coloro che non erano ritenuti degni di una sepoltura consacrata: prostitute, scomunicati, emarginati. Una pagina poco nota della storia cittadina che restituisce però l’immagine di una Napoli complessa, dove la devozione religiosa ha sempre convissuto con le ferite sociali e con le contraddizioni della marginalità.
Ovviamente se c’è un Eframo “vecchio” evidentemente c’è anche un nuovo, come accade per la chiesa del Gesù, vecchio e nuovo. E infatti c’è anche il convento di sant’Eframo nuovo, a Materdei, che si trova nel quartiere Materdei, lungo via Matteo Renato Imbriani, storicamente conosciuta come via Salute, nacque nel 1572 per volontà dei Cappuccini su terreni donati dalla nobildonna Fabrizia Carafa, appartenenti ai principi di Sansevero. Danneggiato da un incendio nell’Ottocento, fu ricostruito in stile neoclassico per volontà di Ferdinando II. Ma la sua storia racconta anche le trasformazioni sociali della città: da monastero a caserma, fino a diventare Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Materdei, esperienza dolorosa e controversa della storia napoletana contemporanea. Oggi quegli spazi sono stati restituiti a nuove attività sociali e culturali attraverso l’esperienza dell’ex OPG “Je so’ pazzo”, quasi a testimoniare come a Napoli anche i luoghi più complessi riescano continuamente a trasformarsi e a trovare nuovi significati.
Non lontano da lì, lungo via Salvator Rosa, un altro antico complesso religioso racconta la stratificazione spirituale della città: il monastero legato alla Chiesa di Santa Teresa del Santissimo Sacramento, poi dedicato a Santa Maria Maddalena de’ Pazzi grazie al mecenatismo del mercante fiammingo Gaspare Roomer, grande collezionista d’arte e figura centrale della Napoli barocca. Anche questo luogo attraversò secoli di trasformazioni: convento, ospedale militare, infine residenza privata. Eppure conserva ancora oggi, nel piccolo chiostro nascosto dietro il portale e nei lunghi viali interni, quella quiete sospesa che sembra appartenere a una Napoli ormai quasi invisibile.
Forse è proprio questo il tratto che unisce Sant’Eframo, Santa Rita e San Pasquale nel cuore del mese di maggio napoletano: non soltanto la dimensione religiosa, ma il loro essere parte di una memoria collettiva fatta di luoghi, racconti, abitudini e identità popolare. Attraverso questi santi Napoli continua a raccontare sé stessa, la propria storia e persino le proprie contraddizioni.
E mentre maggio si chiude, resta la sensazione che queste ricorrenze non appartengano soltanto al calendario liturgico. Appartengono soprattutto alla città. A quella Napoli che conserva ancora, dietro un cortile silenzioso, una cappella dimenticata o un vicolo poco attraversato, il bisogno antico di affidare le proprie speranze a figure capaci di attraversare il tempo senza perdere la loro umanità.










