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Ci sono figure che finiscono ai margini della memoria collettiva nonostante abbiano contribuito a costruire l’identità culturale di un’epoca. Francesco Durante è una di queste. Eppure senza di lui la grande scuola musicale napoletana del Settecento probabilmente non avrebbe avuto la stessa forza, la stessa disciplina, la stessa profondità espressiva. Napoli, che allora era una delle capitali musicali d’Europa, gli deve molto più di quanto comunemente si ricordi.

Durante nacque a Frattamaggiore nel 1684, settimo figlio di una famiglia modesta. Il padre Gaetano faceva il cardatore di lana e, per integrare guadagni troppo magri, svolgeva anche il ruolo di sagrestano e cantore nella parrocchia di San Sossio. Fu probabilmente lì, tra liturgia e musica sacra, che il giovane Francesco iniziò a formare il proprio orecchio musicale.

La svolta arrivò nel 1699, dopo la morte del padre. Ancora adolescente, si trasferì a Napoli per studiare al Conservatorio di Sant’Onofrio a Porta Capuana, uno dei grandi laboratori musicali della città. A guidarlo fu lo zio, il sacerdote Angelo Durante, che intuì immediatamente il talento del nipote al punto da lasciare il proprio incarico per dedicarsi completamente alla sua formazione. Francesco studiò contrappunto, tastiere e violino, mostrando una sensibilità musicale fuori dal comune.

Napoli, in quegli anni, era un universo sonoro straordinario. I conservatori cittadini non erano semplici scuole: erano centri di elaborazione culturale da cui sarebbe nata la musica europea del Settecento. Durante vi entrò da ragazzo povero e ne sarebbe diventato uno dei maestri più autorevoli.

La sua carriera non fu quella del compositore teatrale di successo, né quella dell’uomo mondano. Anzi, in un secolo dominato dall’opera, Francesco Durante rimase legato soprattutto alla musica sacra e all’insegnamento. Ed è forse proprio qui la sua grandezza. Mentre altri inseguivano il trionfo dei teatri, lui costruiva musicisti.

Dal 1728 fu maestro al Conservatorio dei Poveri di Gesù Cristo; poi guidò Santa Maria di Loreto e nuovamente Sant’Onofrio. Attorno a lui si formò quella che gli studiosi avrebbero poi definito una vera e propria “scuola durantiana”. Dai suoi insegnamenti uscirono alcuni dei nomi più importanti della musica italiana del Settecento: Giovanni Battista Pergolesi, Niccolò Jommelli, Giovanni Paisiello, Niccolò Piccinni, Tommaso Traetta, Antonio Sacchini. Una genealogia musicale impressionante.

I suoi allievi lo adoravano. Pretendeva rigore assoluto nello studio del contrappunto, ma riusciva al tempo stesso a trasmettere il senso profondo della musica come linguaggio umano e spirituale. Fu un didatta severo, mai arido. Ed è significativo che persino Jommelli, uno dei più innovativi compositori del suo tempo, parlasse di lui con grande ammirazione, riconoscendogli la capacità di unire tradizione e modernità.

In effetti la musica di Durante vive proprio di questo equilibrio. Da una parte il culto per la polifonia di Giovanni Pierluigi da Palestrina, dall’altra la sensibilità nuova del linguaggio galante settecentesco. Durante cercò per tutta la vita di armonizzare il contrappunto antico con le esigenze espressive moderne. E ci riuscì con una scrittura limpida, intensa, mai eccessiva.

Le sue opere sacre — Requiem, messe, lamentazioni, mottetti, salmi — gli diedero fama internazionale. Ma importante fu anche la produzione strumentale: sonate per cembalo, concerti e quartetti nei quali già si intravedono soluzioni che sembrano anticipare il classicismo europeo. Non a caso i suoi manoscritti finirono nelle principali biblioteche del continente: Vienna, Parigi, Bologna. La Biblioteca del Conservatorio di Parigi ne conserva decine di volumi.

Curiosamente, pur vivendo nella Napoli dominata dal melodramma, Durante scrisse pochissimo per il teatro. Eppure comprese perfettamente le trasformazioni della musica europea. Celebre rimase un suo commento davanti a un passaggio innovativo della “Clemenza di Tito”: «Non so se questo punto sia conforme alle regole; ma vi dico che noi tutti, a cominciare da me, saremmo superbi di averlo immaginato e scritto». È una frase che racconta molto del suo carattere: rigoroso ma non dogmatico, consapevole che l’arte vera spesso supera le regole senza distruggerle.

Anche la sua vita privata ebbe tratti complessi e inquieti. Si sposò tre volte, conobbe lutti improvvisi e dolori familiari, senza mai interrompere il lavoro febbrile dell’insegnamento e della composizione. Negli ultimi anni continuò a essere un punto di riferimento assoluto della vita musicale napoletana.

Quando morì, il 30 settembre 1755, Napoli gli rese un omaggio raro. Ai funerali parteciparono musicisti, allievi, maestri e compositori provenienti dai conservatori cittadini: quasi il simbolico saluto dell’intera scuola musicale napoletana a uno dei suoi padri fondatori.

Oggi il nome di Francesco Durante è meno noto al grande pubblico rispetto ad altri musicisti del suo tempo. Eppure la sua eredità attraversa tutta la musica europea del Settecento. Perché ci sono artisti che conquistano la gloria con un’opera immortale, e altri che incidono più profondamente formando generazioni intere di creatori. Durante appartiene a questa seconda, rarissima categoria.

In fondo, la sua vera composizione fu Napoli stessa: la sua scuola musicale, i suoi conservatori, i suoi allievi, il suo modo di intendere la musica come disciplina dell’anima prima ancora che spettacolo.

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