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La nostra città nel Settecento, non era solo una capitale del Regno borbonico, ma uno dei grandi centri culturali d’Europa ed una delle mete preferite del Grand Tour, un lungo avventuroso viaggio per l’Europa a cavallo o in carrozza che durava intere settimane, mesi o anni che si diffuse sopratutto e fortemente tra le elite culturali europee .
Le nobili famiglie dell’alta aristocrazia europea tenevano molto a cuore l’istruzione dei loro giovani figli e Napoli era considerata da questo punto di vista, una tappa imprescindibile per istruire i loro rampolli .
Con questo viaggio i loro giovani ragazzi non solo potevano vivere bellezze artistiche, diverse abitudini , costumi e modi di fare, per le se bellezze naturali , per il golfo e la sua luce, il Vesuvio ma sopratutto visitare le rovine di Pompei, di Ercolano e dei Campi Flegrei che in più offrivano la possibilità di studiare anche i fenomeni naturali legati alla sua attività vulcanica.
Ma Napoli era anche famosa in tutte Europa per essere una fervente città musicale.
La musica, a Napoli, in quel periodo non apparteneva soltanto ai teatri o alle corti: attraversava l’intera città. Si cantava nei vicoli, nelle chiese, nelle campagne, nei palazzi aristocratici e nelle feste popolari.
L’abate Coyer a tal proposito osservava che i napoletani “vivono usando l’udito più di tutti gli altri sensi”, e probabilmente nessuna definizione restituisce meglio il rapporto quasi organico tra la città e il suono.
A sostenere questa centralità esistevano allora in città ben quattro grandi conservatori musicali ( quello attuale di San Pietro a Majella non esisteva ancora ) che originariamente nati come luoghi di assistenza per i bambini poveri erano diventati fucine di compositori e cantanti che avrebbero plasmato il linguaggio musicale europeo.
Da quei luoghi vennero infatti fuori nomi destinati a diventare centrali nella storia della musica: Domenico Scarlatti, Giovanni Paisiello, Domenico Cimarosa, Giovanni Battista Pergolesi, Niccolò Jommelli. E accanto ai compositori, voci leggendarie come Farinelli e Caffarelli.
Il più prestigioso dei quattro conservatori era quello della Pietà dei Turchini, situato a Via Medina, in una zona oggi completamente trasformata dal volto moderno della città.
C’era poi il conservatorio di Sant’Onofrio a Porta Capuana, proprio accanto all’antico ingresso orientale di Napoli, dove oggi sorge il commissariato di polizia di fronte a Castel Capuano.
Il Conservatorio dei Poveri di Gesù Cristo si trovava invece lungo Via Tribunali lungo di fronte alla facciata della chiesa dei Girolamini nel cuore della città antica.
Il più grande dei quattro era però il conservatorio di Santa Maria di Loreto, nel Borgo Loreto, un intero quartiere popolare affacciato verso il mare e oggi quasi completamente scomparso. Si estendeva tra piazza Mercato e il Ponte della Maddalena, in un’area profondamente trasformata prima dal Risanamento ottocentesco e poi dalle devastazioni della Seconda guerra mondiale.
La tragedia definitiva arrivò il 28 marzo 1943, quando l’esplosione della nave Caterina Costa devastò il quartiere cancellando edifici, strade, memorie. Scomparvero il conservatorio, la chiesa e gran parte del borgo antico. Oggi, in quella stessa zona, resta quasi come un’eco lontana il nome dell’Ospedale Loreto Mare ultimo frammento toponomastico di un luogo che per secoli aveva fatto parte della grande storia musicale napoletana.
Anche la stessa monarchia borbonica comprese perfettamente il peso culturale della musica. Per questo Carlo di Borbone fa costruire nel 1737 il Teatro San Carlo, il più grande teatro lirico d’Europa, nato decenni prima della Scala di Milano e della Fenice di Venezia, quasi a sancire il primato musicale napoletano nel continente.

È in questo scenario che i Mozart entrano a Napoli nel maggio del 1770 , grazie alla mediazione di Sir Hamilton , ambasciatore inglese alla corte di Napoli dal 1764 al 1800.
Il piccolo Mozart che all’epoca aveva solo 14 anni quando arrivo’ a Napoli nel maggio del 1770 era già un piccolo fenomeno . Ad accompagnarlo nel suo soggiorno napoletano , il bambino prodigio aveva come accompagnatore suo padre Leopold, e sua sorella Nannerl,ancora adolescente ma già da molti riconosciuta come prodigio musicale ed oggi spesso dimenticata dalla cronaca ufficiale.

N.B. Il viaggio non era  isolato, ma si inseriva  dentro una lunga traiettoria europea che li aveva  portati attraverso le principali corti del continente , prima di Napoli, ad una tappa decisiva a Londra, dove il giovane Mozart aveva  incontrato ambienti musicali di altissimo livello e dove il padre  Leopold aveva  intrecciato rapporti con figure come Joseph Haydn e con il diplomatico britannico William Hamilton, destinato a diventare il vero punto di accesso alla società napoletana e alla sua complessa rete aristocratica e culturale.

Il piccolo Mozart insiema alla sorella spesso dimenticata dalla cronaca ufficiale),sempre accompagnato dal padre Leopold, aveva già suonato alla corte di Maria Teresa d’Austria, composto sinfonie, sonate e opere, ottenuto il titolo di Konzertmeister a Salisburgo e incontrato e suonato in ambienti legati a Joseph Haydn e a a William Hamilton che diventerà poi la loro principale porta d’ingresso nella società napoletana.

Conosciuto nel loro soggiorno a Londra Sir Hamilton, fu infatti il personaggio che affascinato dalle grandi doti del piccolo musicista decise di presentarlo poi alla corte borbonica.
Ed è proprio qui che il soggiorno napoletano di Mozart assume un significato speciale. Perché il giovane salisburghese rimase affascinato da Napoli, ma Napoli, almeno inizialmente, non sembrò affatto impressionarsi davanti a Mozart.
Nel XVIII secolo Napoli non era infatti una città periferica desiderosa di conoscere un giovane prodigio straniero. La nostra città era la capitale musicale d’Europa , ricca di talenti musicali .
Era una capitale culturale orgogliosa della propria tradizione ,consapevole del proprio prestigio artistico e sopratutto già abituata all’eccellenza .
Lo scrittore francese Charles de Brosses la definirà nelle sue lettere familiari come “la capitale musicale del mondo intero”, e non per semplice entusiasmo letterario.
La sua definizione nasceva da un dato reale: qui la musica non era un’arte tra le altre, ma una condizione diffusa della vita.

La città contava in quel periodo circa un milione di abitanti ed era  una delle più grandi d’Europa, ma soprattutto era  percepita come capitale musicale assoluta.

Quale miglior luogo quindi poteva meglio essere selezionato da Leopold Mozart per far conoscere all’intero mondomusicale europeo quel talento innato dei suoi due figli ?

I Mozart erano reduci da un lungo viaggio nelle principali capitali europee,dove erano stati ricevuto con tutti gli onori nelle città visitate fino a quel momento, cercavano la sola definitiva consacrazione del loro talento , eppure il piccolo Mozart paradossalmente non riuscì in nessun modo a fare i concerti che avrebbe voluto fare , trovando ovunque una certa diffidenza e freddezza, da parte dello stesso re Ferdinando che a stento lo incontrò nella cappella Palatina della Reggia di Portici.

I Mozart vennero ospitati per le sei settimane del loro soggiorno, a Via Carbonara presso il   convento degli Agostiniani a San Giovanni a Carbonara, all’attuale via Cardinale Seripando, proprio dove sono i giardini di re Ladislao e ovviamente si innamorarono di Napoli, del passeggio quotidiano, della vivacità culturale e sociale della città e di quella particolare atmosfera che si creava in città  con le carrozzelle  non appena accennava a farsi buio, quando le  carrozzelle si accendevano  per creare una sorta di illuminazione.

Il soggiorno dei Mozart nella nostra città si apri ad una serie di incontri con la nobiltà e con la diplomazia europea: serate musicali, esibizioni private, salotti aristocratici. Mozart suona davanti alla principessa di Belmonte e partecipa a incontri nella dimora di Hamilton a Palazzo Serra di Cassano, dove la musica diventa linguaggio sociale e internazionale.

Nelle dimore aristocratiche, nei salotti diplomatici, nelle case private, della Napoli borbonica , la musica continuava a circolare come linguaggio sociale. Mozart si muoveva in questo sistema con naturalezza crescente, esibendosi spesso nella stessa dimora di Hamilton a Palazzo Serra di Cassano, dove l’Europa si rifletteva nella microfisica delle relazioni culturali.

 

Ed è proprio dentro questo circuito alto e raffinato che si inserisce la figura che segnerà il soggiorno del giovane salisburghese più profondamente di tutte le altre.
Il famoso principe Raimondi di Sangro legato alla Cappella di Sansevero e al celebre Cristo velato, non era solo un aristocratico: egli come tutti sappiamo era una mente sperimentale, un osservatore del mondo che unisce scienza, simbolo e conoscenza.


Il loro incontro avviene durante un concerto privato.
Durante un concerto organizzato in casa del conte Ernst di Kaunitz, ambasciatore austriaco, tra aristocratici e diplomatici presenti in sala, il giovane Mozart viene inizialmente deriso dal duca di Cattolica, che ironizza sul nome “Trazom”, presentato come pseudonimo del ragazzo. Raimondo de Sangro interviene immediatamente, spiegando che “Trazom” non è altro che l’anagramma di Mozart e trasformando quell’episodio mondano in una sorta di riconoscimento simbolico del talento del giovane musicista.
Egli in un aperto scontro culturale con i presenti aristocratici che con con ironia, incominciavano a deridere il giovane musicista, riconosce nel nome rovesciato una forma di identità nascosta, quasi una firma simbolica del genio.
Ne nasce anche uno scontro verbale acceso, tanto che il padrone di casa è costretto a intervenire per riportare calma tra gli ospiti.
Da quel momento Raimondo de Sangro diventa per Wolfgang molto più di una semplice conoscenza aristocratica. Ne diventa protettore, guida culturale e quasi iniziatore dentro la complessità intellettuale della Napoli settecentesca.
Sansevero accompagna il giovane musicista nella lettura della città più profonda: una Napoli che non è solo spettacolo musicale, ma laboratorio di pensiero .
Lui , il grande principe Sansevero, diventa da quel momento una chiave di lettura dell’intero suo soggiorno napoletano.
Attraverso di lui, i Mozart entrano in un circuito culturale che unisce aristocrazia, scienza, curiosità e osservazione del mondo.
È insieme a lui e a William Hamilton che i Mozart infatti iniziano a esplorare l’altra Napoli: quella archeologica, scientifica e filosofica. Visitano Pozzuoli, Baia, Miseno, la Solfatara e il lago d’Averno; salgono sul Vesuvio e raggiungono gli scavi di Pompei ed Ercolano, ancora in piena fase di emersione dalla terra. Si fermano a Villa Prota, tra Torre del Greco e Torre Annunziata, ospiti del colonnello Moscati, e a Villa Carafa, la futura Villa delle Ginestre.
E’ grazie al principe Raimondo de Sangro che Napoli si rivela ai Mozart come un luogo dove musica, natura, mito e antichità convivono senza separazioni.
Particolarmente importante è la visita agli scavi di Ercolano e ai celebri papiri carbonizzati, che vengono illustrati ai Mozart proprio da Raimondo de Sangro e da Hamilton, entrambi appassionati di archeologia e di antichità classiche. Lo stesso principe aveva tentato di svolgere quei rotoli utilizzando il mercurio, convinto che il metallo potesse separarne i fogli senza danneggiarli; l’esperimento si rivelò però un fallimento, distruggendo parte dei papiri. Ma anche questo episodio racconta bene il clima culturale della Napoli illuminista: una città in cui scienza, alchimia, filosofia naturale e sperimentazione convivevano continuamente.

Nel frattempo Wolfgang continua a suonare nei salotti aristocratici e nei conservatori cittadini. Alla Pieta’ dei Turchini avviene uno degli episodi più noti e teatrali del soggiorno napoletano. Mentre il giovane esegue un brano con eccezionale virtuosismo, parte del pubblico comincia a mormorare convinta che il suo talento derivi da un anello che porta alla mano ( il padre Leopold Mozart parlerà di una “superstizione spaventosa”).
Wolfgang comprende immediatamente la situazione, si sfila lentamente l’anello e continua a suonare con la stessa identica perfezione, lasciando il pubblico ammutolito. È una scena quasi simbolica della Napoli del tempo: una città raffinatissima e colta, ma ancora profondamente attraversata dal meraviglioso, dal mistero e dalla superstizione.

Raimondo de Sangro non rimane per i Mozart una presenza marginale. Attraverso di lui Wolfgang entra anche nei circuiti più riservati dell’alta società napoletana e in quegli ambienti massonici che nel Settecento intrecciavano aristocrazia, diplomazia e cultura illuminista europea. La stessa regina Maria Carolina guardava con interesse a quei circoli dove filosofia, simbolismo e sapere scientifico si sovrapponevano continuamente.
Quando i Mozart lasciano Napoli per dirigersi verso Roma, il viaggio sembra ormai parte di un’unica esperienza culturale europea. Ed è proprio a Roma che papa Clemente XIV conferirà al giovane Mozart il titolo di Cavaliere dello Speron d’Oro, consacrandone definitivamente il prestigio internazionale.
Eppure Napoli non uscirà più davvero dalla sua memoria.
Mozart tornerà alla Reggia di Portici alla fine del gennaio 1771, esibendosi ancora davanti alla regina Maria Carolina e alle dame di corte, nuovamente su quel piccolo organo della cappella reale rimasto fino a oggi quasi immutato.

Vi sarà infine un terzo e ultimo ritorno a Napoli, in occasione di un concerto a Palazzo Maddaloni dei Carafa. Ed è proprio allora che Wolfgang apprenderà della morte di Raimondo de Sangro. La notizia lo colpirà profondamente. Chiederà al figlio del principe, Vincenzo di Sangro, di poter restare da solo davanti alla tomba del padre nella Cappella Sansevero, quel luogo dove arte, anatomia, filosofia e mistero sembravano ancora custodire la presenza intellettuale del principe.
Secondo la tradizione, profondamente commosso da quella visita, Mozart si ritirò poco dopo nel vicino Palazzo Sansevero e lì compose La marcia del principe, una breve sonata in memoria di Raimondo.
Vera o leggendaria che sia questa pagina finale, restituisce perfettamente il senso del rapporto tra Mozart e Napoli. Non il semplice passaggio di un giovane prodigio in una capitale europea, ma l’incontro tra un genio in formazione e una città che nel Settecento sembrava vivere contemporaneamente nella musica, nella filosofia, nella scienza, nel teatro e nel mito.

 

 

 

 

 

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