Conoscete la vera storia di quella frase  ” Qui rido io”  che ha ispirato l’iscrizione sulla villa dell’allora campagna vomerese da parte del grande commediografo napoletano Edoardo Scarpetta ?

Egli è stato come tutti sapete il più grande commediografo e attore napoletano vissuto tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, nonchè il capostipite di una famiglia di grandi nomi del teatro, di cui facevano parte anche Eduardo De Filippo e i suoi fratelli (Scarpetta, ebbe nove figli, tra illegittimi e riconosciuti ).

La famosa frase ” Qui rido io “che  come vedete venne posta solo in un secondo momento sulla sua casa in campagna costruita sulla collina del Vomero , sembra sia solo il frutto finale di una  causa legale che portò l’autore a scontrarsi con Gabriele D’Annunzio in merito ad una parodia teatrale di un’opera del Vate .

Ma seguiteci con calma …

Villa La Santarella

Fotografia d’epoca della Villa La Santarella, manca la scritta “Qui rido io”, che fu apposta in un secondo tempo.

LA STORIA

Correva l’anno 1904 e sia Edoardo Scarpetta che Gabriele D’Annunzio vivevano entrambi il loro periodo migliore: il primo era nel suo momento d’oro del teatro. Aveva ormai una grande famiglia e  le sue opere erano diventate un caposaldo del teatro napoletano. Il secondo, il poeta D’Annunzio, con la sua estrema vitalità, trasgressione e coraggio, si era imposto come poeta della nazione intera spaziando dal teatro ai romanzi fino al cinema.

Gabriele D’Annunzio, ispirandosi al celebre quadro dell’amico F.P. Michetti  e alle storie drammatiche dell’ancestrale civiltà contadina che egli gli raccontava,  scrisse in quel periodo una tragedia “pastorale” al quale  diede lo stesso titolo del dipinto, “La figlia di Iorio”.

 Il dramma in tre atti di D’Annunzio , andò in scena, per la prima volta , il 2 marzo 1904 al Teatro Lirico di Milano riscuotendo  un grande successo da parte della  critica e del pubblico .

Quasi un mese prima, il 6 febbraio, Edoardo Scarpetta aveva mandato in scena, al teatro Valle di Roma, la “Geisha”, che era una parodia di un’opera di Sidney Jones In cui si ironizzava sull’ormai eccessivo gusto borghese per l’Oriente e tutto ciò che lo riguardasse. Egli in questa parodia da lui firmata ,prendeva in giro questa  mania per “le cose d’Oriente” così diffusa in quegli anni. Scarpetta infatti all’epoca non sopportava e  trovava ridicoli chi  in quel periodo faceva sfoggio con i suoi ornamenti , della sua  pseudo erudizione dell’Orientee non mancava  spesso nelle sue opere  di ridicolizzare chi ostemtava in quel periodo mode orientali solo perchè era la novità del momento  ( come tutti sappiamo,  la vita e le opere di D’Annunzio raccontavano spesso di uomini, famiglie estremamente agiate che ricorrevano all’apparenza come unico valore).

CURIOSITA’.  In scena  la “Geisha”, nell’opera in quella occasione debuttava sul palcoscenico vestitoda giapponesino, un bambino di quattro anni , un  figlio “naturale”di Edoardo  che si  chiamava Eduardo De Filippo,mentre  la parte principale veniva invece  sostenuta da Vincenzo Scarpetta , figlio ufficiale di Edoardo ,

 

Il successo ottenuto, portò Scarpetta a pensare di scrivere un’altra parodia, ovvero ‘Il figlio di Iorio’, che prendesse spunto proprio dall’opera di D’Annunzio, senza dubbio ritenuta eccessivamente drammatica. Per far ciò, la trama venne completamente stravolta. E, come il titolo lascia già presagire, tutti gli interpreti femminili divennero maschili e viceversa.

N.B. Scarpetta iniziò a preparare l’opera invertendo i ruoli, facendo interpretare i personaggi maschili alle donne e viceversa

Scarpetta , dopo aver quasi del tutto allestito la parodia, ritenne comunque opportuno incontrare D’Annunzio per ottenere il suo consenso.  L’incontro come tutti sanno avvenne a Marina di Pisa, nalla villa di D’Annunzio dove Scarpetta si recò nell’agosto del 1904 , in una giornata buia e tempestosa, in compagnia del comune amico Gaetano Miranda.

Gaetano Miranda ed altri cronisti dell’epoca scrisseroche l’incontro tra i due fu cordiale, piacevole e divertente  e che D’Annunzio apprezzò il gioco parodistico del napoletano: egli rise molto all’ascolto dell’opera, ma non concesse quell’autorizzazione scritta che avrebbe rasserenato Scarpetta.

CURIOSITA’ ; Quando Edoardo Scarpetta, sollecitato dal successo della “Geisha”, decise di parodiare  “La  figlia di Iorio” di D’Annunzio, sia  la moglie che  l’amico Gaetano Miranda, il grande giornalista anastasiano che gli faceva da segretario, gli consigliarono continuamente  di mettere da parte il progetto ,  ma egli seguendo il suo istinto e non tenendo conto dei consigli a lui dati , decise ugualmente di scrivere la parodia che completò in pochi mesi.

 D’Annunzio  negò il sopracitato consenso, per paura di ripercussioni negative sulla sua rappresentazione. Egli credeva che la rappresentazione della sua opera in chiave parodistica , poteva in qualche modo, mettere in discussione la sua immagine di poeta e guida del paese poteva essere messa in discussione. Questa motivazione può sembrare superflua ma non va dimenticato che  il poeta in quel periodo andava costruendo la sua fama  proprio sulla sua persona e i gossip che generava. Finse di essere morto per vendere più copie delle sue opere, lanciò volantini su Vienna in volo su un vecchio aeroplano realmente pericoloso, visse tantissime storie d’amore scandalose,  e fece della sua vita un’opera d’arte, proprio come i precetti decadentisti ritenevano.

L’autorizzazione alla messinscena della parodia quindi non avvenne .Il problema però fu che questo rifiuto del vate , arrivò solo tramite telegramma e quando era ormai troppo tardi per fermare tutto.

Fu così che, il 1 dicembre 1904, al Teatro Mercadante di Napoli, andò in scena ‘Il figlio di Iorio’. Inizialmente il pubblico sembrò anche gradire molto, sottolineando ciò con importanti risate e applausi. All’inizio del secondo atto, però, la situazione cambiò drasticamente. A causa, pare, di alcune persone in platea che, forse manovrati da qualcuno, in difesa dell’opera dannunziana cominciarono a creare confusione, fischiare e urlare, L’indegna gazzarra costrinse Scarpetta, appena entrato in scena con abiti femminili, a sospendere lo spettacolo e a far calare il sipario.

CURIOSITA’: Gli  esagitati spettatore in questione furono poi ribattezzati da Scarpetta come i “patuti”, fan di D’Annunzio .

Per Scarpetta, abituato a platee osannanti, fu uno choc, .La direzione del Teatro fu costretta a sospendere le repliche ma il peggio doveva ancora venire. Al danno, si aggiunse infatti anche la beffa, quando qualche giorno dopo venne querelato per plagio dalla Siae e per conto di Gabriele D’Annunzio, amministratore privato della stessa.

N.B.  A sporgere querela contro Scarpetta a nome della SGA e dello stesso D’Annunzio ,fu   direttore della Società Generale degli Autori, Marco Praga, .

Tempo dopo si venne a scoprire che l’insuccesso della rappresentazione fosse stata opera di una strategia mirabilmente  preordinata : le contestazioni ed i relativi disordini avvenuti all’entrata in scena di Scarpetta vestito da donna alla’inizio del secondo atto,di una parte del pubblico ,  erano state mirabilmente  orchestrate   probabilmente da amici e ammiratori di D’Annunzio: tra le voci dei contestatori si distinse quella di Ferdinando Russo, da sempre ostile a Scarpetta.

Il processo scatenò in città e per l’intera nazione un enorme  chiasso , Ben persto il casso divenne il processo del secolo e fini per essere presente sui giornali del mondo intero. 

In tribunale di fronte ad un giudice si scontravano , difesi da nomi illustri , due grandi personaggi dell’epoca .Da una parte Gabriele D’Annunzio, il Vate, per molti italiani il più grande poeta nazionale vivente e dall’altra Edoardo Scarpetta, il  più importante attore, commediografo. attore e autore del Teatro napoletano vissuto tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento che creò il teatro dialettale moderno ( capostipite della  dinastia teatrale degli Scarpetta- De Filippo).

La causa , seguita con molto interesse da tutta la stampa italiana e mondiale ,si trascinò per tre anni, e dal 1906 andò avanti fino al 1908.

A difesa di Scarpetta si schierarono un agguerrito collegio  di avvocati e, come periti di parte, due intellettuali altrettanto illustri: Benedetto Croce e il critico siciliano Giorgio Arcoleo, l’allevo più brillante di Francesco De Sanctis.

A difesa di D’Annunzio come periti di parte , furono invece nominati  tre prestigiosi artisti napoletani: “i miei cari e buoni amici”, come li definirà ironicamente Scarpetta nelle sue memorie, Salvatore Di Giacomo, Roberto Bracco e Giulio Massimo Scalinger.

 Con questo parterre di esperti il processo ebbe un’eco planetaria ,con la stampa italiana più favorevole a D’Annunzio, quella americana e il francese “Le Figaro” pro-Scarpetta.

Il processo incominciò ad avere  una valenza epocale: per la prima volta un tribunale era chiamato a esprimersi su temi, ancora oggi stringenti, come la libertà dell’artista, il diritto d’autore, ed il limite della satira. 

Il processo che si svolse a Napoli il 1908 fu luogo di scontro e aspra  battaglia  sopratutto tra due periti eccezionali, Salvatore Di Giacomo, che sosteneva il querelante D’ Annunzio, e Benedetto Croce, schierato con Scarpetta.

“Scarpetta – disse Di Giacomo – ha ferito il D’Annunzio nelle pieghe più impenetrabili della sua anima..Scarpetta anzi che opera di parodista ha compiuto con il “Figlio di Iorio” opera di riproduttore…”, soprattutto perché egli ha seguito  punto per punto, “salvo qualche lievissima infrazione”, la trama dell’opera dannunziana e ha tradotto i magnifici versi dell’originale in battute “triviali e disadorne”. Di Giacomo fu assai duro:  “ Il figlio di Iorio” è stomachevole”.

Croce invece  ebbe buon gioco nel dimostrare che l’opera di Scarpetta era desinata a suscitare il riso, mentre quella di D’Annunzio sollecitava il pianto degli spettatori: e dunque la parodia del commediografo napoletano non poteva essere né un plagio, né una contraffazione, perché “contraffare un’opera d’arte significa appropriarsi dell’effetto artistico di quell’opera”:  invece le due opere di Scarpetta e di D’Annunzio mirano a effetti artistici opposti.  La parodia, argomentò Croce, può conservare “moltissimi particolari e perfino quasi integro il linguaggio dell’opera parodiata, ma ne muta sempre lo spirito animatore…la parodia è nell’arte, perché è nella vita: accanto all’infinitamente grande, vi è l’infinitamente piccolo. Non a caso qualcuno ha definito il ridicolo come il sublime a rovescio”.

N.B. Questo qualcuno era  H. Bergson, il cui saggio “Sul ridere” era stato pubblicato cinque anni prima.

D’Annunzio  in tribunale sosteneva di aver tentato , di fermare la messa in scena dell’opera – da lui definita “una profanazione escrementizia”.

Il poeta sosteneva infatti che prima di  ricorrere alla legge,  cercò di dissuadere Scarpetta.

CURIOSITA ‘: «Alla associazione Lucchesi Palli ,  sono conservate le lettere autografe con le quali il vate sollecita il divieto. In particolare lo fa con quella del 27 ottobre scritta al drammaturgo Gaspare Di Martino».

Ecco una parte del testo dannunziano: «Il nostro amico Marco Praga mi scrive che la tutela dell’opera mia — in proposito dell’incresciosa questione sciosciammochesca – è affidata a lei […] È necessario – penso – operare con energica prontezza. E io desidero che Ella mi dica quale atto – da parte mia -possa riuscire più efficace per ottenere che il divieto parta dalla Prefettura. La quale, per fortuna, è retta da un gentiluomo “ornato di tutte le lettere”, a cui parrà onorevole officio la difesa della poesia minacciata da una profanazione… Come dire? Escrementizia. Ella forse avrà veduto […] che non si tratta d’una semplice parodia buffonesca, ma di una vera e propria contraffazione con traduzione quasi letterale di interi versi e anche di scene intere. Don Felice mi dichiarava – con un lampo di orgoglio letterario – ch’egli si era proposto di rivelare alle turbe il significato recondito della mia tragedia, troppo oscuro sotto il velame dei versi!!! Com’Ella sa, anche dopo la visita di Don Felice, anche dopo il riso e dopo le lacrime e dopo l’invocazione della vecchia madre aspettante con ansia etc. etc., e dopo l’intromissione di amici autorevoli, io mantenni il divieto…».

N.B. Il Vate in questa lettera, come poete notare appare sprezzante nei confronti di Scarpetta e si guarda bene dal nominare lo stesso,  indicandolo con il nome del suo personaggio, non uno qualsiasi, quello che aveva operato all’interno del sistema teatrale napoletano una rivoluzione copernicano-sciosciammocchesca, mettendo in un angolo il Pulcinella di Petito.

 

Scarpetta invece trasformò la sua deposizione in tribunale in un esilarante “assòlo ed esibendosi  in aula come fosse a teatro suscitò gli applausi del pubblico con i gesti, con le comiche variazioni del tono e del timbro della voce, e con alcune battute geniali.  Mentre infatti  il grande filologo avellinese Enrico Cocchia, perito di parte di D’Annunzio, rispondeva alle domande del presidente del tribunale e confermava la sua tesi, che Scarpetta era colpevole di plagio, il commediografo napoletano sbottò in una invettiva divenuta celebre: “ma che cacchio m’accocchia ‘sto cacchio di Cocchia”. 

L’apice dello “scontro” avvenne al Tribunale di Napoli, durante un’udienza dove   Scarpetta tenne un dialogo con il Presidente : 

«Scarpetta: Ecco, Signor Presidente , io non sono un oratore, farò del mio meglio…(ricominciando , con tono solenne) Signor Presidente, signori della Corte (scoppio di risa)Presidente: Scarpetta, questa non è Corte, è Tribunale.Scarpetta: me credevo che stevo facenno o’ terz’atto d’ O Scarfalietto…»

Egli in questa circostanza  mise iabilmente anche n rilievo la spocchia del Vate quando raccontò del suo incontro con D’Annunzio:«…gli feci scrivere dall’amico Gaetano Miranda, sollecitando il permesso. Ma non ebbi alcuna risposta. Mi si disse che il Poeta aveva l’abitudine di non rispondere a nessuno. Tante grazie!».«Presidente: È vero che D’Annunzio vi promise una sua fotografia?Scarpetta: Si, volle anche la mia, ma non mi mandò più la sua.»

Infine dopo aver recitato in tribunale alcuni versi de Il figlio di Iorio rivendicò orgogliosamente la sua autentica dignità di autore teatrale dialettale pari a quella di chi componeva opere in lingua letteraria e avanzava il sospetto che l’insuccesso della rappresentazione fosse stato preordinato:«Era questa una parodia da meritare quei fischi della prima sera? Durante il baccano che si fece, ricordo che Ferdinando Russo gridò “Abbasso Scarpetta, Viva l’arte italiana”. Ma scrivo io, forse, per il teatro turco o cinese? Io non feci una contraffazione, ma una parodia.»

Il processo si svolse a Napoli il 1908 e si concluse alla fine con l’assoluzione di Scarpetta che dovette lottare anche contro alcuni letterati napoletani che ritenevano il suo teatro una maschera senza il senso del reale.

L’allora  presidente del Tribunale di Napoli, Adolfo Giaquinto, a cui era stato affidata la difficile sentenza nella sobria e lucida motivazione  sottolineò che la “il figlio di Iorio” da parte di Scarpetta  era nient’altro che una parodia, forse mal riuscita, come riconobbero anche i suoi sostenitori, ma legittima, come le precedenti parodie scarpettiane: quella della Boheme, che aveva fatto divertire lo stesso Puccini, e di La geisha, di Sidney Jones, accolta trionfalmente alla “prima” del 6 febbraio 1904 al Teatro Valle di Roma (oggi purtroppo chiuso ).

D’Annunzio con la sua opera vuol destare sentimenti di dolore e di terrore; Scarpetta invece  giovialità e riso , per cui risultava del tutto infondata l’accusa di riproduzione abusiva della tragedia dannunziana La figlia di Iorio da parte di Scarpetta. La parodia non poteva essere considerata come plagio in quanto veniva stravolta la struttura e l’intento dell’opera, senza copiarla o emularla.

Scarpetta vinse quindi la causa sovvertendo tutti i pronostici ,  grazie sopratutto , come potete notare  agli interventi di Benedetto Croce e Arcoleo e alla determinazione dei suoi legali, uno dei quali, Francesco Spirito, che non esitò a definire D’Annunzio “vate dell’incesto” e “inventore di lascivie”

Nessuno all’epoca pensava che Scarpetta potesse vincere questa causa.  .Questa volta,  di mezzo c’era il Vate, cioè il poeta sacro … il più grande poeta nazionale vivente  per molti italiani (e lo stesso Scarpetta) , da molti considerati anche un eroe nazionale .

Poteva mai un uomo che occupava una posizione così preminente nella letteratura italiana e nella vita politica di quei tempi , perdere mai questa  causa ?

Eppure alla fine del lungo processo , tanto seguito dalla stampa locale e nazionale , il tribunale alla fine  diede  ragione a Scarpetta, e torto a D’Annunzio, e il processo fece giurisprudenza nel campo dei diritti d’autore. Fu  sancito, insomma, che la parodia non è né plagio, né contraffazione.

N.B.La sentenza è da considerarsi storica poichè fu il primo precedente per concessione di parodia, quindi possiamo dire che la parodia in Italia è nata grazie ad Eduardo Scarpetta.

Il dibattito, le relazioni dei periti e la sentenza del tribunale contribuirono a definire  il valore e l’autonomia della parodia all’interno dello spazio psicologico e letterario del comico, e a stabilire, per sempre, che essa non è né plagio, né contraffazione. E parve naturale  che in questo spazio proprio Napoli mettesse ordine.

La sentenza, scrive un giornale dell’epoca, “fu accolta da fragorosi applausi e il comico napoletano fu sollevato di peso dai suoi amici e trasportato fuori dall’aula fra acclamazioni”.

Ma la gioia più grande la regalò a Scarpetta il napoletano più famoso nel mondo, Enrico Caruso, che in una lettera molto cordiale gli chiedeva due copie del Figlio di Iorio, per poter “ammirare questo lavoro che tanto chiasso suscitò sui giornali del mondo intero”. Anni dopo, persino la stampa fascista finì per ammetterlo: “Don Felice Sciosciammocca aveva vinto…”.

All’indomani della sentenza , Edoardo ad un banchetto tenuto nel noto Caffè Calzona , commentò il risultato della sentenza   nel modo a lui congeniale con un divertente sonetto d’occasione intitolato ‘A causa mia.“

’A querela,’o pruciesso, ‘a parudia, / tutt’ ’e magagne e tutt’ ‘e nfamità… / veramente me l’avesse sunnato / e che mò, miez’a buie, me so scetato?”

Nonostante la contesa  vinta contro il Vate,   la vicenda segnò comunque profondamente il commediografo che dopo poco si ritirò dalle scene, lasciando la «premiata ditta» nelle mani del figlio  Vincenzo.

L’accaduto intorno a ” Il figlio di Iorio ” segnò quindi  l’addio al teatro,di Scarpetta  (così come l’avvento del cafè chantant ).

Edoardo dopo anni passati arricchendosi con le risate degli spettatori,decise di ritirarsi dal Teatro  per passare il resto dei propri giorni in santa pace. Con i soldi accumulati decise quindi di costruirsi una villa lontano dal caos cittadino che  in particolare modo era presente nella zona della sua originaria residenza sita nel quartiere di Chiaia in via Vittorio Colonna.

La sua scelta cadde quindi su di un quartiere nuovissimo appena costruito e frequentato in quel periodo dalla sola borghesia benestante che affascinato dalla tranquillità del luogo e dall’aria salubre che si repirava, incominciava a costruire tante piccole villette in stile liberty.

N.B. La villa fu chiamata ” La Santarella ,  perché la costruzione fu finanziata dai proventi della sua commedia   chiamata “ appunto ‘Na Santarella“.

La collina  del Vomero all’epoca era ancora un luogo che aveva per gran parte ancora sopravvissuto alla speculazione in atto in città .Essa conservava ancora molto della  sua vocazione  prevalentemente agricolo ( tutta la zona era, infatti, rinomata, per i suoi broccoli ).   Allora esso costituiva  per tutti i cittadini napoletani, una periferia agricola, per la maggior parte disabitata e lontana dal centro della  città . Fino ad allora era considerato prevalentemente luogo prediletto per la villeggiatura e non molte erano le ville che vi sorgevano ; esso era concepito come un quartiere residenziale destinato alle classi nobiliari e anche a quelle regali in seguito all’acquisizione da parte di Ferdinando IV di Borbone per se e la sua sposa morganatica Lucia Migliaccio di Floridia di terreni utili all’edificazione della Villa Floridiana (1817) .

Quando Scarpetta decise di costrire nella parte alte della collina la sua bella villa . nel lugo esistevano ancora  un piccolo villaggio  che si estendeva intorno alla grande Villa Belvedere e alcuni casali nella zona di Antignano ,  In zona avevano  appena costruito qualche villa ed  esistevano a malapena Piazza Vanvitelli, Via Scarlatti e Via Luca Giordano

N.B. Il Vomero è stato , per secoli , grazie alla gran massa di verdure coltivate soprannominata ‘ la collina dei broccoli ‘.

Scarpetta lo chiamava il “ Vommero solitario “e, per rianimare una collina ancora immersa nei profumi dei suoi campi di fiori e della terra appena arata dai contadini, organizzava continuamente feste, dove venivano invitate  numerose persone dell’alta società.

Ancora oggi nel luogo si  racconta che le feste ed i  banchetti da lui organizzati, erano particolarmente sfarzosi , e ricchi di cibo, musica  e bevande. A fine serata spesso erano anche presenti addirittura dei bellissimi spettacoli pirotecnici .

La villa denominata “Villa Santarella ” è ancora oggi presente nel quartiere Vomero in  in Via Luigia Sanfelice, all’angolo con Via Filippo Palizzi.

 

Essa nata con lo scopo di essere un luogo di relax lontano dal caos cittadino, fu per molti anni un  salotto letterario dove intellettuali, letterati , autori di gran prestigio e vari attori si riunivano per discutere della composizione di opere e la lettura dei copioni ,  Scarpetta era infatti solito invitare nella sua nuova villa costruita all’apice della collina del Vomero numerose persone dedite allo spettacolo ed al teatro in particolare .. Soprattutto, in città per giorni si commentavano i banchetti organizzate nella villa in onore dei compleanni e degli onomastici dell’adorata figlia Maria, in occasione dei quali Scarpetta invitava intellettuali, letterati, attori e autori di gran prestigio alla composizione di opere in onore della discendente prediletta. Ne conseguivano veri e propri spettacoli a porte chiuse, che dilettavano i presenti e stuzzicavano l’invidia e l’immaginazione di chi non era stato invitato.

Le feste dovevano essere così sfarzose e ricche che tutti i napoletani dovevano fantasticare su ciò che avveniva all’interno della villa e tutti gli invitati dovevano commentare per giorni lo  spettacolo al quale avevano assistito.

Dopo anni di svariate  feste, e  sfarzosa vita mondana che si svolgeva tra le stanze della villa vomerese, nel 1911 la moglie di Scarpetta si disse però stanca di vivere lontano dal centro di Napoli e costrinse il marito a vendere la villa per poche lire a Francesco Sbordone , un  filologo di primo piano che lavorò  sui papiri di Ercolano : nessuno pensava che cinquant’anni dopo il Vomero sarebbe diventato uno dei centri più frenetici della vita napoletana!

Adesso finalmente ve lo posso dire: La frase “Qui rido io”, trascitta per inciso sulla parete della sua  villa da Scarpetta , era  solo la rivendicazione  della sua causa vinta contro  D’Annunzio .

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