NAPOLI ESOTERICA

Vi siete mai chiesti chi erano  Giovanni Balsamo conte di Cagliostro, Luigi D’Aquino dei Caramanico, Giovanbattista della Porta , Raimondo Di Sangro VII Principe di San Severo , Tommaso d’Aquino ,Sant’Alberto Magno, Giordano Bruno e Tommaso Campanella  ?

Sapete del vero significato della Fenice ?

Sapete cosa rappresenta il Caduceo ?

Che cosa è l’Uroboro ? …. ma sopratutto cosa rappresenta la leggendaria Pietra filosofale ?

Avete mai sentito parlare di triangoli esoterici , ricchi di misteriosa energia presenti nel nostro centro storico ?
Avete inoltre mai sentito parlare dei misteri che avvolgono i nostri obelischi di Piazza del Gesù e di Piazza San Domenico ?
Ebbene dunque, allora non vi resta altro che seguirci nell’affascinante   viaggio tra sacro, profano, riti esoterici, alchimia, massoneria nella Napoli del 700’  che faremo descrivendo  quei luoghi che videro il proliferare dei principi illuministi e massonici nella nostra città.
Ci addentreremo  con il nostro racconto nella zona densa di storia e mistero considerata da secoli magica per eccellenza tra i decumani e cardini, chiese e palazzi punti di incontro tra illuminati e antiche sedi di cenacoli  alchemici e massonici nonché dimore di personaggi illustri dell’Illuminismo e massoneria del XVIII sec.
Vi parleremo dei tre punti energetici della cintura di Orione che interseca i decumani ed i monumenti ad essa associati.
Vi racconteremo dell’antica  dimora del diavolo in città , dell’antico  culto di Priapo , delle janare , del Campanile della Pietrsanta , del  significato esoterico della statua del Corpo del Nilo , del  culto di Iside , e del miracoloso farmaco che guariva tutti i mali ,la famosa Teriaca
Ci soffermeremo sulla  concezione Ippodamea di polis secondo la scuola ermetico-pitagorica dell’antica Neapolis….
Vi parleremo del  mistero dell’obelisco di Piazza San Domenico Maggiore , del  motivo della sua posizione ,e  del  concetto della Camera Caritatis, ma non mancheremo di parlarvi delle   enigmatiche simbologie racchiuse nella chiesa di San Domenico e San Lorenzo …. delle famose speziere dei tanti monasteri ….. dei miracolosi medicamenti di Fra Donato D’Eremita …  ed infine dei tanti cenacoli presenti in città , che  frequentati  in gran parte dalla  nobiltà partenopea, cullavano la cultura  degli ideali illuministici che proliferavano nella Napoli settecentesca.
Bene, come vedrete ,  tutto ciò si racchiude in una sola parola “Alchimia”, un termine che suscita da tempi immemorabili interesse, mistero e curiosità.. Temine che racchiude in se un antico ed ermetico sistema filosofico primordiale sfociante in una sorta di scienza comprendente principi di chimica, fisica, astronomia ed astrologia e definita da molti occulta, la cui conoscenza, era ed è riservata esclusivamente ad una ristretta cerchia di individui.
E poichè Alchimia fa spesso rima con Massoneria ….. se volete saperne altro ….. .dovete solo continuare a leggere
Napoli sin dalla sua fondazione è stata da tutti considerata, una metropoli magica dotata di un fascino particolare, ma anche detentrice e gelosa custode di millenari misteri e segreti le cui origini si perdono nella notte dei tempi. Crocevia di popoli e crogiolo di antiche dottrine è stata nel 600 un ideale luogo di ritrovo per alchimisti , filosofi , astrologhi e maghi che nella nostra città si trovavano in una condizione particolarmente stimolante .Molti di costoro facevano parte della nobiltà partenopea, ed erano sopratutto grandi cultori degli ideali illuministici che proliferavano nella Napoli di quei tempi . Essi chiusi nel segreto dei loro laboratori ,sperimentavano  e praticavano la misteriosa  “Alchimia”   che racchiudendo  in se un antico ed ermetico sistema filosofico ,  comprendeva  principi di chimica, fisica, astronomia ed astrologia ,  la cui conoscenza, era  riservata esclusivamente ad una ristretta cerchia di individui.
Illustri personaggi vissuti a cavallo tra il XVII ed il XVIII secolo come Raimondo Di Sangro VII Principe di San Severo , Giovanni Balsamo conte di Cagliostro, Luigi D’Aquino dei Caramanico, Giovanbattista della Porta, Tommaso d’Aquino , Giordano Bruno e Tommaso Campanella , trasformarono le loro dimore in abitazioni  particolari nelle quali vi erano almeno due o tre stanze destinate esclusivamente alle sublimazioni , alle soluzioni e alle distillazioni dove si praticavano le scienze ermetiche in un mix tra sacro e profano con strani e misteriosi simboli che ancora oggi , come possiamo osservare ,sono  impressi su monumenti e portali del nostro centro storico .

Dottrine e scienze che nel corso dei secoli hanno contribuito ad alimentare movimenti di pensiero e la costituzione di cenacoli filosofici raggiungendo l’apice, nel XVIII grazie alla diffusione dell’Illuminismo.

Questi cenacoli , furono raffinati salotti culturali e vivaci punti di ritrovo di intellettuali , scienziati , filosofi , naturalisti e ovviamente perfetti  templi esoterici per i seguaci dell’arte sacra.
All’ombra del Vesuvio tali Accademie erano già presenti dai tempi angioini che grazie al clima culturale creato da Roberto d’Angiò , detto ” il saggio ”  ed in seguito da Renato d’Angiò , diedero luogo ad un Ordine mistico ed esoterico  con fini alchemici . A questa seguì un altra importante Accademia  in periodo Aragonese che faceva riferimento  a Ferrante Sanseverino , principe di Sansevero che attraverso un ‘attività marcatamente esoterica , non mancava di opporsi e tramare nella stessa sede , insieme ad  altri nobili gentiluomini come il marchese Alfonso d’Avalos , nei confronti del vicerè Pedro da Toledo .
Ma il più importante cenacolo  del Rinascimento napoletano fu certamente la famosa Accademia fondata dal Beccadelli , detto il Panormita ( perchè nato a Palermo ) che fu ambasciatore e segretario di Alfoso d’Aragona . Alla sua morte , capo dell’Accademia divenne Giovanni Pontano e in suo onore fu chiamata Pontaniana .

N. B. Giovanni Pontano ,per 18 anni al servizio dei sovrani aragonesi  fu un  grande esponente di spicco dell’Umanesimo italiano durante i suoi tempi . Nato a Cerreto di Spoleto e morto a Napoli il 17 settembre 1503, egli fu non solo un grande letterato e alchimista dell’epoca ma anche un abile diplomatico politico . Venne riconosciuto dal Sannazaro come uno dei più fecondi letterati del 400 e forse il maestro assoluto dell’Umanesimo napoletano abbracciando nella sua opera numerosi aspetti della vita culturale ( non solo letteraria ) della sua epoca : dall’astrologia , all’etica , all’analisi della società , alla retoria , alla botanica .
Fu un grande studioso dell’antichità classica ed ebbe grandi doti di poeta latino , eccellendo sopratutto nelle prosa come si evince dalle numerose ed eterogenee sue opere poi raccolte da Pietro Summonte e dal Sannazzaro .
Allo stesso modo Giovan Battista Della Porta , fondò dapprima nei primissimi anni del 600 , l’Accademia Dei Segreti , nella villa nativa di Vico Equense e poi successivamente l’Accademia degli Oziosi che si riuniva  inizialmente nell’accogliente chiostro della chiesa di Santa Maria delle Grazie presente sulla collina di Caponapoli  e successivamente nella dimora del cavaliere e poeta Giovanni Battista Manso ( il nome ozio era quello inteso in senso culturale e creativo proveniente dagli antichi greci  ) . A questa importante accademia erano iscritti alcuni dei personaggi più rappresentativi in città che si resero protagonisti di una straordinaria avventura letteraria nonchè filosofica , politica , artistica e scientifica : Giovanni Battista Marino, Giovanni Battista Della Porta, Ascanio Filomarino , Giambattista Basile , Giulio Cesare Brancaccio , Ferrante Imperato e tanti altri illustri membri della prestigiosa Accademia napoletana .
Essi si incontrarono  per  decenni nel chiostro per praticare  un ozio intellettuale in cui non solo si affrontano problemi teologici o politici, troppo impegnativi, ma questioni letterarie, filosofiche e  scientifiche ,  che cercando di approfondire le cause dei fenomeni naturali , fondendo magia ed antiche tradizioni esoteriche cercarono di spostare il focus dell’Alchimia verso metodi di indagine necessari a creare rimedi utili alla medicina per guarire i mali fisici dell’uomo .
Sempre in tema di Accademie è inevitabile citare una di quelle che ancora oggi è famosa nel mondo per autorevolezza e prestigio : l’Accademia dei Lincei , che fin dalla sua nascita ebbe fruttuosi  rapporti con gli intellettuali  napoletani anche in tema di Alchimia . Essa , grossa novità per quei tempi , aveva come l’obbiettivo , quello di studiare tutte le scienze della natura con libera osservazione sperimentale sganciandosi quindi da ogni vincolo di tradizione e autorità . L’Accademia fondata  dall’aristocratico Federico Cesi che gestiva una principale sede a Roma , venne affidata dallo stesso a Giambattista Della Porta .
Tra i soci di questa Accademia troviamo l’astronomo , architetto ,medico e filosofo ,Niccolà Antonio Stelliola . il botanico Fabio Colonna , il medico Mario Schipani , gli speziali e naturalisti Ferrante e Francesco Imperato , Tommaso Campanella ed il discepolo di Bernardino Telesio , Antonio Persio.
L’attività di questa Accademia diede un notevole contributo all’espansione della chimica e della medicina spagirica basata sugli antichi concetti di Alchimia e sulle opere di Paracelso, il grande guaritore svizzero del XVI secolo.
I  fondatori erano infatti tutti seguaci di Paracelso , a cominciare dall’olandese Johannes Eck , il medico Johann Faber e Johann Schreck .
CURIOSITA’ : Paracelso è stato uno dei maggiori scienziati del Rinascimento, fu anche alchimista e medico visionario. Lui vedeva nella natura, una guida fondamentale per praticare la medicina e per curare le persone dalle loro malattie era solito preparare con tecniche alchemiche dei composti naturali eliminando però  i componenti da lui ritenuti pericolosi dalle formulazioni .

Il termine da lui coniato ,  medicina spagirica  , deriva dall’unione  di due parole greche : spao che significa separare e Ageiro che invece significa ricombinare. La  sua alchimia medica è qualcosa , possiamo definire  a metà  strada tra la odierna fitoterapia e l’omeopatia poichè  univa  i vantaggi di questi due sistemi terapeutici.

La Spagirica si basava  infatti  sulla convinzione che nell’uomo sano le forze dense e sottili sono in perfetto equilibrio e che la malattia interviene quando tale equilibrio è spezzato. La malattia dipenderebbe dunque da squilibri energetici che si manifestano solo in un secondo momento anche sul piano fisico.  Il medico, riconoscendo la causa della malattia, può trovare il giusto percorso di guarigione e ricondurre il paziente alla sua armonia. La vera guarigione però non può venire che dal paziente stesso; i metodi terapeutici si limitano a fornire gli impulsi necessari all’ auto-guarigione. Il rimedio spagirico è quindi sopratutto olistico perché concentra in sé le forze di guarigione del corpo, dell’anima e dello spirito.

Tra le altre numerose Accademie che animarono Napoli ed il Regno , in particolare tra il XVI e il XVII secolo , non possiamo dimenticare di far  almeno un cenno all’Accademia degli Investiganti , detta anche Accademia Chimica , fondata e diretta da Andrea Conclubet, marchese di Arena ( Clabria ) , pronipote di quel Conclubet che fu tra i difensori di Tommaso Campanella a tal punto da essere accusato di complicità e che morì ucciso vicino Portici in circostanze rimaste oscure .

I principali animatori di questa Accademia furono tre medici : il calabrese Tommaso Cornelio , l’irpino Leonardo di Capua e lo spagnolo Juan Caramuel Lobkowicz  che fu pure teologo e vescovo a Campagna e a Satriano . Accanto a loro , ovviamente anche una lunga nutrita pattuglia di intellettuali partenopei come Luca Antonio Porzio , Marzio Carafa duca di Maddaloni , Gennaro e Francesco d’Andrea , Niccolò Amenta , Carlo Buragna e tanti altri .

Una piccola citazione la la merita anche l’Accademia dei Discordanti fondata dal medico Carlo Pignataro.

A Napoli , a praticare le scienze alchemiche non vi furono comunque solo Accademie letterarie e scientifiche , corti reali e dimore aristocratiche ma , almeno inizialmente anche numerosi complessi religiosi presenti in città i cui monaci , raccogliendo gli insegnamenti e le conoscenze alchemiche di quei medici templari confluiti nell’ordine  , avevano avuto modo di sperimentare nuove formule e nuovi straordinari preparati che gli ex cavalieri  avevano appreso grazie ai contatti avuti con quei medici arabi a loro volta eredi della sapienza mesopotamica , egiziane e greca .

Questi monaci furono una straordinaria fucina di grandi  studiosi di botanica , farmacia , , medicina e alchimia che portarono   a trovare altri e ben più efficaci rimedi naturali per i malanni del tempo , dando luogo ad una nuova medicina alchemico- templare che ancora oggi possiamo talvolta osservare in alcuni simboli , a cominciare proprio dall’immagine del vecchio barbuto con il bastone ( l’abacus degli antichi iniziati ) con in mano il libro ( il grimoire)  della sapienza , sormontato dalla fiamma dell’adepto , senza dimenticare tra l’altro anche il famoso ” tau ” che appare sulla tonaca dei monaci .

Nella città di  Napoli ad un certo punto si contavano quasi una ventina di complessi religiosi che oltre all’assistenza spirituale offrivano anche quella sanitaria . Nei loro monasteri , i monaci   si dedicavano  molto alla produzione dei medicamenti , grazie alla creazione di numerosi orti  botanici dove si coltivavano erbe provenienti da ogni parte del mondo che se opportunatamente elaborate portavano alla produzione di nuove  ed efficaci sostanze medicali  che almeno inizialmente venivano distribuite gratuitamente ai malati .
CURIOSITA’: Fin dall’alto medioevo nei chistri dei conventi non mancava mai un ” Hotus sanitatis ” il ” giardino dei semplici ” , destinato alle piante medicinali , che era affidato ad un monaco infermiere , il quale , insieme ad altri religiosi , svolgeva il ruolo di erborista , speziale e terapeuta .
Nati sopratutto nel periodo angioino , i monasteri si moltiplicarono in gran numero sopratutto nel  periodo barocco , raggiungendo  nel settecento il picco massimo ( ancora oggi è denominata la città delle 500 cupole ) . A tal proposito basta pensare che  il patrimonio religioso legato in città  alla fede cristiana rappresentava alla fine del settecento , un quarto dell’intero patrimonio immobiliare edilizio del Regno di Napoli  (nel solo periodo francese furono soppressi ben 1322 monasteri ).
Molti complessi monastici e molte  comunità religiose   rappresentarono per il popolo un luogo  accoglienza dove oltre che pregare, spesso veniva offerta ad opera dei religiosi una prima assistenza sanitaria con erbe medicinali nate dai loro orti . Essi sparsi un po ovunque in tutta la città , furono delle vere e proprie medicherie dove ricorrere in caso di malanni .
Oltre ai frati benedettini , grandi spezierie sorsero  anche presso i conventi retti dai frati domenicani che vedevano  il loro centro  nei convento di  San Domenico Maggiore , San Pietro a Martire , Santo Rosario di Palazzo, e Santa Maria alla Sanita’ , senza però dimenticare quelli di San Severo Maggiore , Gesù e Maria,  l’ Eremo del S.S. Salvatore ai camaldoli , la Certosa di San Martino  ed il complesso conventuale di Sant’Antonio Abate dove i monaci  , grazie ad un particolare unguento ricavato dal grasso di maiale , erano specializzati nel curare l’Herpes Zoster ( fuoco di Sant’Antonio ).
CURIOSITA’: Nel monastero di San Domenico Maggiore , dove aveva  sede la facoltà di Teologia di Napoli  vi insegno’ anche San Tommaso d’Aquino . Nella una sua oramai famosa cella , ancora oggi presente  troviamo conservata una preziosa tavola del 200 raffigurante un prezioso crocifisso che si dice rivolse la parola a San Tommaso mentre  su un piccolo altarino troviamo anche un osso del santo .
Il filosofo e teologo Tommaso d’Aquino , discendente dalla famiglia dei conti d’Aquino, e’  ancora oggi da  molti ritenuto  non solo il maggior pensatore cattolico più importante del Medioevo ma quello che maggiormente ha influenzato   in  notevole maniera il pensiero della chiesa cattolica da quel momento fino ad oggi  . Egli fu il filosofo che portò a compimento l’adattamento del pensiero aristotelico in ottica cristiana e pur  essendo di grandissima dottrina e intelligenza, mantenne sempre nell’arco della sua vita una grande umiltà e serenità .

Nato nel 1225 a Roccasecca, un piccolo paesino del Lazio , Tommaso d’Aquino , dopo essere stato dapprima educato nell’abbazia di Montecassino si trasferì poi a Napoli per frequentare l’Università fondata pochi anni prima da Federico II.  All’età di 18 anni , entrò nell’ordine dei domenicani e, dopo un soggiorno nel suo castello di Roccasecca, dove si dedicò allo studio delle Sentenze e dei testi aristotelici (tradotti da Michele Scoto), lasciò l’Italia per divenire poi  nel 1246 divenne  allievo  di Alberto Magno, seguendolo dapprima nella sua docenza  a Parigi e poi a Colonia. Tornato a Parigi nel 1252 iniziò il suo magistero all’Università dove ottenne un notevole successo, venendo nominato nel 1257 magister, maestro .

Negli anni successivi alternò periodi di permanenza in Italia, dove tra l’altro si occupò di riorganizzare gli studi dell’ordine domenicano, a soggiorni parigini dove insegnava teologia. Nel 1272 rientrò definitivamente in Italia assumendo la docenza all’Università di Napoli.

Inviato da Papa Gregorio X al concilio di Lione nel 1274, si ammalò durante il viaggio e morì a soli 49 anni nel convento di Fossombrone. Il suo corpo, come non era infrequente, venne presto bollito per favorirne una migliore conservazione.

Nonostante una vita non particolarmente longeva egli produsse comunque una mole considerevole di scritti. A lui sono attribuite 36 opere e 25 opuscoli. Le sue opere maggiori son la Somma della verità della fede cattolica contro i Gentili, il Secondo commentario delle Sentenza e il suo capolavoro: la Somma teologica. Altra opera importante sono le Questioni, in cui Tommaso argomenta teologicamente le posizioni degli averroisti e degli agostiniani.

CURIOSITA’ : Nel suo aspetto fisico era un uomo grande e grosso, bruno, un po’ calvo ed aveva l’aria pacifica e mite dello studioso. Nel corso dei suoi studi a Parigi molti avevano ribattezzato Tommaso d’Aquino il “bue muto”, sia per la sua corporatura imponente ma pacifica, sia per il suo carattere taciturno.e silenzioso .  Il suo maestro Alberto Magno diceva: «Questi, che noi chiamiamo bue muto, un giorno muggirà così forte da farsi sentire nel mondo intero».

 

Tommaso d’Aquino è stato sicuramente uno dei più ferdenti rappresentanti del mondo cattolico , immerso nella preghiere e dotato di forte amore verso il prossimo . Di lui si racconta che spesso durante la Messa si commuoveva addirittura fino alle lacrime , ma si racconta anche della sua generosità verso gli altri , sempre disposto ad aiutare i più deboli e dispensare  buoni consigli verso chi ne aveva bisogno  Era un uomo molto sereno , di spirito forte, previdente nel giudicare, dotato di tenace memoria,  e libero da ogni sensualità che era capace di tenere a bada .

Giovanni XXII lo dichiarò santo nel 1323 mentre Pio X lo proclamò “Dottore della Chiesa”, raccomandandone lo studio come autore particolarmente affidabile.

Curiosita’:  La sua famiglia  provò a lungo a farlo desistere dalla sua vocazione, ma senza successo. Affascinato dal nuovo Ordine dei domenicani a Napoli, egli volle  entrarvi a tutti i costi nonostante il parere contrario dei parenti . Fu infatti da questi osteggiato in tutti i modi  possibili : i suoi fratelli arrivarono addirittura a provare a trascinarlo via con la forza sequestrandolo o addirittura distrarlo dalla sua missione tentando inutilmente di farlo   “cadere” con una donnina di facili costumi  da loro ingaggiata .

 

I Monasteri come dicevamo , furono quindi i primi grandi centri di assistenza sanitaria in città  ed i loro orti dedicati alle erbe medicinali  , divennero sede delle prime spezierie , dove gli stessi monaci creavano farmaci che poi , sopratutto i benedettini , somministravano agli ammalati : le loro sedi erano infatti sempre fornite di spazi destinati al ricovero e alla cura  degli infermi .

Essi  oltre che   curare  le anime curavano  quindi anche il corpo , ma quest’ultimo , dopo una prima fase di alta generosità , finì poi nel  trasformarsi in un un vero business  di alto lucro . I farmaci infatti mentre inizialmente venivano distribuiti gratuitamente in cambio della sola elemosina in uno spirito altamente caritevole e all’insegna del solo aiuto verso gli infermi , vennero poi lentamente distribuiti  spesso al solo pagamento di danaro o beni preziosi .

 L’attività degli speziali nel tempo divenne quindi sempre più una fonte di guadagno per le strutture monastico-conventuali , a tal punto da costringere  papa Clemente XIII , ad  emanare una bolla con la quale si proibiva l’esercizio della professione di ” speziale ” all’interno degli ordini religiosi .
Un vero peccato perchè credo che le conoscenze chimiche di cui erano assoluti tesorieri avrebbero sicuramente accelerato il processo evolutivo della farmacologia e probabilmente salvato o almeno meglio curato molte persone nei tempi passati .
Il più famoso e bravo monaco speziale fu Fra Donato D’Eremita di Roccadevandro che operò prima nel convento della Sanità e poi in quello a Santa Caterina a Formiello , mentre tra i più famosi monaci esperti di alchimia dobbiamo ricordare il grande teologo, scienziato e filosofo e padre della chiesa Sant’Alberto Magno ( proclamato dottore della chiesa da Papa Pio XI nel 1931 ) che ebbe tra i suoi discepoli anche Tommaso d’Aquino ( entrambi appartenevano all’Ordine Domenicano ).

Ad egli viene attribuito un grande ruolo di messaggero  di pace avendo portato  al Concilio di Lione un grosso  contributo per l’unione della Chiesa Greca con quella Latina. 
Papa Gregorio XV nel 1622 lo ha beatificato. Papa Pio XI nel 1931 lo ha proclamato Santo e Dottore della Chiesa mentre Papa Pio XII  nel 1941 lo ha dichiarato Patrono dei cultori delle scienze naturali.
Per tutto il  medioevo , quindi medicina e farmacia furono appannaggio quasi esclusivo dei religiosi e la nostra città come nessun’altra fu quella che maggiormente offriva oltre che assistenza spirituale anche quella sanitaria . Essa contava un numero enorme di complessi monastici e molte  comunità religiose sia  maschili che femminili nate in parte grazie al gran numero di monaci esuli  fuggiti  da Costantinopoli  in seguito alla tenuta persecuzione inoclastica .Nella sue ricche biblioteche erano spesso presenti incredibili raccolte di antichi libri provenienti da ogni luogo allora esistente .
I Monasteri in città , erano inoltre il luogo dove venivano custoditi  e preservati  i pochi libri allora esistenti .
N.B. : Nella nostra biblioteca nazionale è oggi conservato un bellissimo libro con delle stupende illustrazioni , un tempo facente parte del famoso codice noto come ” Dioscurides Neapolitanus “considerato il più importante manuale di medicina e farmacia nel  mondo fino al medioevo . Si tratta di un’opera del medico greco Pedanio Dioscoride , realizzato  nel V secolo , considerato per lunghi secoli un grosso punto di riferimento terapeutico sia per il mondo occidentale che quello arabo.  In esso si parla dell’efficacia terapeutica delle sostanze naturali animali, vegetali e minerali .
Le tanta belle  illustrazioni, , che sono impreziosite da un ricco commento, e l’alta antichità, ne fanno un testimone fondamentale della cultura medica greco-romana e della sua accoglienza nel mondo bizantino-italiota tra la fine del VI e gli inizi del VII secolo.
Il codice appartenne al letterato napoletano Antonio Seripando, fratello del più famoso cardinale Girolamo, generale degli agostiniani, tra i protagonisti del Concilio di Trento, già dai primi anni del 1500, ricevuto in dono dall’amico Girolamo Carbone, dottissimo umanista della corte aragonese. La proprietà del Carbone sembra che debba legarsi al dono fattogli dal filologo e bibliofilo cosentino, Aulo Giano Parrasio, di rientro a Napoli da Milano. Quest’ultimo l’avrebbe ereditato da Demetrio Calcondila, di cui aveva sposato la figlia Teodora.
Il codice, quindi, già a Napoli sicuramente fin dal primo ventennio del 1500, presso la biblioteca  del  convento agostiniano di S. Giovanni a Carbonara, fu poi portato a Vienna in Austria, nel periodo del viceregno austriaco, su ordine e  volere di Carlo VI d’Asburgo, nel 1718, insieme ad altri testi di notevole pregio.
Restituito dopo la prima guerra mondiale nel 1919, dopo una breve sosta nella Biblioteca Marciana di Venezia, rientrò definitivamente a Napoli, per essere custodito definitivamente nella  nostra Biblioteca Nazionale .
Nella sezione ” manoscritti rari ” della stessa biblioteca nazionale di Napoli , si trova anche l’unico libro superstite dei tanti preziosi volumi che si trovavano nella ricca biblioteca della  casa dove abitava l’alchimista Ferrante Imparato . Si trattava di una leggendaria raccolta di libri che come pochi altri descriveva le meraviglie del regno vegetale . Dopo la scomparsa del fondatore vi fu purtroppo inizialmente una grossa dispersione del patrimonio dei tanti volumi ;  i soli nove dei volumi sopravvissuti furono acquistati dall’amico Sante Cirillo per poi finire nella biblioteca del nipote Domenico Cirillo, il grande medico e botanico poi tragicamente ucciso  Piazza Mercato , nel 1799  insieme ad altri patrioti della Rivoluzione napoletana  . I libri , come la sua biblioteca e la sua casa , furono tutti bruciati ( tranne uno ) , quando al ritorno dei Borboni ,molte bande  di uomini senza guida e liberi di agire devastarono in lungo e largo la città alla ricerca dei presunti ” traditori “.
Si racconta che il primo orto medico   fosse stato  realizzato in Irpinia , sul monte Montevergine dal famoso poeta  e mago Virgilio , la cui scienza pare gli provenisse dal possesso del libro di Chirone , ritrovati accanto al suo corpo dopo la morte  da un misterioso medico inglese  e portati via tra una folla popolare urlante e furiosa . Sembra secondo molti antichi racconti , che Virgilio, da giovane,entro ‘ in possesso dei libri quando entrando in una grotta incantata del monte Barbaro, posta nella zona flegrea, per scoprire le cause della natura magica di quel luogo , trovò il mago Creonte che poggiava la testa su di un libro pieno di sapere soprannaturale: Virgilio se ne impadronì e da allora cominciò la sua fortunata carriera di mago.

Gli stessi racconti narrano  che all’ epoca di Ruggero il normanno,  un misterioso medico inglese si presento’ al re chiedendogli il permesso di aprire il sepolcro che custodiva le spoglie di Virgilio e di poter prendere per studi scientifici tutto quello che vi era li’ custodito . Il re che poco tollerava il culto Napoletano di Virgilio , accondiscese . Cosi’ qualche giorno dopo diede l’ordine alle guardie preposte alla sorveglianza del luogo di aprire il sepolcro e di consegnare al medico il contenuto della tomba .
Virgilio era considerato il protettore della citta’ e questa operazione appariva agli occhi del popolo sacrilega , la profanazione del sepolcro mise in agitazione tutta la popolazione e sparsa la voce,  l’ inquietudine comincio’ a circolare tra la gente.
Una volta aperto il sepolcro e trovato lo scrigno , il medico forzo’ lo stesso e trovato i libri con le formule magiche fuggi’ con i preziosi manoscritti.
La notizia si sparse per la citta’ ed una folla inferocita si riuni’ e circondo’ il luogo con aria minacciosa, preoccupata che venissero trafugate anche le ossa di Virgilio .
A quel punto per tranquillizzare  il popolo , le ossa del poeta , raccolte in un sacco , furono tutte portate  nel vecchio Castel dell’Ovo . Qui una volta arrivate vennero esposte dietro una grata a quanti volessero vederle e successivamente per ordine dello stesso re, vennero murate .
Dei libri magici e del misterioso straniero non si seppe piu’ nulla.
Numerose furono le voci sulla sorte dei manoscritti : c’e chi diceva che erano finiti nelle mani del papa a Roma che , spaventato dal contenuto aveva deciso di distruggerli ; chi invece narrava di incredibili prodigi che erano scaturiti da quelle formule . Persino il cardinale di Napoli affermo ‘ di aver potuto constatare personalmente la potenza di quelle formule magiche .
La città rimase per molto tempo sconvolta dall ‘evento . Virgilio era conosciuto come il protettore dei napoletani e la profanazione della sua tomba sembrava presagio di grande sventura. Quella stessa sventura , forse , che sembrera’ accanirsi attraverso i secoli contro Napoli ed i napoletani .
CURIOSITA’ : grazie a Fra Donato , la spezieria di Santa Caterina a Formiello raccolse somme considerevoli di danaro che vennero tutte in gran parte utilizzate per abbellire la chiesa ed il convento . M sembra che all’origine della morte del famoso frate vi sia proprio un duro contenzioso sorto tra lo speziale e l’allora priore del convento che verteva proprio intorno all’utilizzo degli introiti dei prodotti medicamentosi .
Una grossa lita avvenuta tra i due , sembra che fini addirittura per sfociare nell’ordine di far rinchiudere frate Donato in una cella , dove poi morì secondo una versione ufficiale . Ma c’è chi sostiene che si sarebbe trattato di una messinscena per nascondere un omicidio tuttora irrisolto.
L’alchimia napoletana del 600 traeva grandi risorse dallo studio e dalla conoscenza di metalli, minerali, pietre ed erbe preziose dalle quali con l’arte della distillazione si praticava magici esperimenti e piante dalle quali si traevano prodigiosi infusi per curare le malattie ma si avvaleva anche e sopratutto delle più misteriose conoscenze di astronomo, filosofia e matematico, che portavano un alone di misterioso fascino a chi esercitava la pratica alchemica .
L’Alchimia , grazie sopratutto ai testi di Alberto Magno ,  Raimondo Lullo ,  Nicolas Flames e Paracelso , ebbe in quei secoli una grande diffusione in tutta Europa e la passione per l’ermetismo coinvolse un pò tutti i ceti , coinvolgendo in pari misura dal contadino al sovrano . Tutti credevano alla verità che portava l’Alchimia e tutti volevano essere chiamati alchimisti , un idiota , un ragazzo  , un vecchio , un nullafacente , una donna anziana , un monaco grasso , un prete o un soldato .
Quasi tutti bramavano sperimentare l’ambizioso progetto di trasmutare dei metalli vili in metalli nobili e fare di conseguenza oro e argento con mezzi artificiali , ma sopratutto tutti volevano avere la Pietra o polvere filosofale , designata anche con i nomi di Gran Magistero, Grande Elisir, Quintessenza o Tintura .
Secondo gli alchimisti essa messa a contatto con i metalli fusi era capace di mutarli rapidamente in oro , ma aveva anche la proprietà di guarire gli ammalati e prolungare la vita umana al di là dei suoi limiti naturali
Gli Alchimisti temevano che i segreti dell’Alchimia potessero finire in mani sbagliate . Essi temevano il cattivo uso di questi segreti da parte di uomini malvagi e per tale motivo crearono intorno a loro , simboli , codici e misteriosi segni che formando una sorta di password, costituivano una sorte di accesso ad un secondo livello di lettura per ” iniziati ” e amanti dell’Alchimia ai quali non tutti potevano accedere . Essi con le loro allegorie  cercavano di nascondersi, e di rendersi occulti  con i loro simboli per preservare le loro conoscenze da quanti erano ancora impreparati a comprenderle e risultavano perciò esposti al pericolo di farne un cattivo uso.

L’universo alchemico è quindi come vedremo pervaso di simboli, che, intrecciandosi in mutue relazioni, accompagnavano  le varie operazioni e gli ingredienti costitutivi dei vari processi alchemici .

Nel linguaggio simbolico dell’alchimia  lo zolfo era ritenuto l’elemento primordiale che insieme al  mercurio poteva essere trasformato in qualsiasi altro metallo ( in special modo l’oro ) . Questi due composti  erano quindi  due essenze primordiali viste nel quadro di un sistema dualistico che riteneva  qualsiasi materiale derivare dalla  miscela di questi due componenti .

Lo zolfo  era già noto agli antichi, e viene citato nella storia biblica della genesi. Altre fonti fanno derivare il termine zolfo dall’arabo sufra, che vuol dire giallo. Lo zolfo fu menzionato da Omero nel IX secolo a.C., e veniva utilizzato sia come arma incendiaria di guerra insieme al carbone e al catrame, sia come medicinale.
Nel XII secolo i Cinesi inventarono la polvere da sparo che è una miscela di nitrato di potassio (KNO3), carbone e zolfo.
I primi alchimisti diedero allo zolfo il suo simbolo alchemico, un triangolo sopra una croce e attraverso i loro esperimenti scoprirono che esso   poteva combinarsi con il mercurio .  Ad esso attribuirono  il  simbolo maschile del sole, del fuoco, dell’attività, della coscienza, e dell’individualità.
Il Mercurio in alchimia  era ritenuto, insieme allo zolfo,  come già detto , l’elemento primordiale con cui ogni altro metallo risultava formato, perché contenente in sé tutti i diversi aspetti e qualità della materia. Esso era noto sin da tempi antichi in Cina e India; fu anche rinvenuto in tombe dell’Antico Egitto risalenti al 1500 a.C.

In Cina, India e Tibet si riteneva che il mercurio prolungasse la vita, curasse le fratture e aiutasse a conservare la buona salute; la parola indù per “alchimia” è rasavātam che significa letteralmente «la via del mercurio».

Gli antichi greci e romani lo usavano negli unguenti e come cosmetico. Il simbolo chimico attuale del mercurio è Hg che deriva dalla parola hydrargyrum, latinizzazione del termine greco `Υδραργυρος (hydrargyros), parola composta dai termini corrispondenti ad “acqua” e “argento”, per via del suo aspetto liquido e metallico.
Per la sua caratteristica di assommare in sè proprietà antitetiche, essendo un metallo pesante ma anche volatile, sin da tempi remoti fu associato al dio Mercurio e al relativo pianeta, il cui simbolo riuniva insieme gli ideogrammi della Luna, cioè rispettivamente la coppa, il cerchio e la croce, a indicare una sintesi armonica dei tre archetipi fondamentali dell’astrologia: la falce della luna, posta in cima, esprimeva il predominio dell’aspetto femminile, vitale e fecondo, sulle proprietà del mercurio; il cerchio, simbolo del sole, rappresentava invece lo spirito maschile, ossia la capacità di conferire all’anima un’individualità e una coscienza, mentre la croce costituiva il sostrato materiale.
Nel Medioevo le sue qualità erano identificate nella creatura mitologica dell’unicorno, il cui bianco candore esprimeva purezza e castità e venivano associato alle qualità femminili della Luna, dell’acqua,  e della passività,
Le proprietà filosofico-spirituali dello zolfo, per gli alchimisti erano complementari al mercurio: le qualita maschili del primo ben si accoppiava con le  qualità femminili del secondo .Lo zolfo Interagendo col mercurio liquido  doveva  quindi necessariamente trasformarlo in mercurio igneo per realizzare le nozze alchemiche tra Luna e Sole, e ottenere così l’oro dei filosofi, capace di risanare la corruzione della materia.
Paracelso vi aggiunse anche il sale, portando a tre i componenti dell’opera di riunificazione alchemica, ognuno esprimente una diversa capacità di trasmutazione della materia: lo zolfo per la combustione, il mercurio per la plasticità, ed il sale per la solubilità. Si tratta dei tre componenti corrispondenti nell’uomo rispettivamente a spirito, anima e materia.
Attraverso i loro esperimenti gli alchimisti scoprirono quindi ben presto che il mercurio poteva combinarsi con lo zolfo, a cui Paracelso come abbiamo detto aggiunse poi anche il sale. In base al tipo e alle proporzioni di questi tre componenti, si pensava che in natura si verificasse una maggiore o minore solidificazione dell’etere, da cui si originavano così i quattro elementi classici: fuoco, aria, acqua, terra.
Lo scopo dell’alchimia era quello di disciogliere questi elementi tramite distillazione riportandoli ai loro ingredienti originari, per poi ricombinarli in una forma più pura e nobile ( solve et coagula).
Mercurio, zolfo e sale, ovvero anima, spirito e materia, andavano cioè liberati dal loro aspetto fisico e trasfigurati in un senso spirituale. Gli esperimenti fisici su di essi fornivano la chiave analogica con cui interpretare i fenomeni psicologici dell’anima. L’analogia era infatti il principio filosofico che consentiva di desumere dal comportamento fisico di un elemento le proprietà spirituali ad esso corrispondenti.
In particolare il mercurio era associato alle caratteristiche della Luna, dell’acqua, dell’argento, della passività, della resistenza, della plasticità, della vitalità indifferenziata. Con l’aiuto dello zolfo, il mercurio liquido andava trasformato in mercurio igneo per realizzare le nozze alchemiche tra Luna e Sole, e ottenere così l’oro dei filosofi, capace di risanare la corruzione della materia; mentre in forma liquida esso costituiva un potente elisir di lunga vita.

L’alchimia nacque  quindi per i veri alchimisti sopratutto come  una scienza esoterica il cui primo fine era identificato simbolicamente con l’atto di  trasformare il  piombo , ovvero ciò che è negativo, in oro , ovvero ciò che è positivo nell’uomo, per fargli riscoprire la sua vera “natura interna” ed  il proprio Dio. L’incomprensione di alcune persone neofite  infatti ,  sopratutto nel medioevo , incapaci di penetrare il senso vero dei simboli, presero invece tutto alla lettera e credendo trattarsi solo di operazioni materiali si dettero ad un disordinato sperimentare. a cui probabilmente  dobbiamo  , pur se non intenzionalmente , la nascita della chimica moderna . Queste persone vennero tutte definite  ironicamente “soffiatori” e “bruciatori di carbone” dagli alchimisti veri.
Gli alchimisti invece credevano che l’intero universo stesse tendendo verso uno stato di perfezione, e l’oro, per la sua intrinseca natura di incorruttibilità, era considerato la sostanza che più si avvicinava alla perfezione. Era anche logico pensare che riuscendo a svelare il segreto dell’immutabilità dell’oro si sarebbe ottenuta la chiave per vincere le malattie ed il decadimento organico; da ciò l’intrecciarsi di tematiche chimiche, spirituali ed  astrologiche  che furono caratteristiche sopratutto dell’alchimia medievale.

 

 

La  trasmutazione  dei metalli di base in oro (ad esempio con la pietra filosofale o grande elisir o quintessenza o pietra dei filosofi o tintura rossa) simboleggiava solo  un tentativo di arrivare alla perfezione e superare gli ultimi confini dell’esistenza.

Sia i metalli che i corpi celesti venivano  spesso messi in relazione con l’ anatomia umana  e le sette  viscere dell’uomo.

 

Nelle illustrazioni dei trattati medievali e di epoca rinascimentale  comparivano però spessoinvece ,fantasiose rappresentazioni alchemiche di fantastiche figure animali . Essi simboleggiavano i  tre principali stadi attraverso i quali la materia si trasformava, la nigredo, l’albedo e la rubedo  che erano infatti rispettivamente simboleggiati dal  CORVO , DAL CIGNO E DALLA FENICE .

 

 

Quest’ultima, per la sua capacità di rinascere dalle proprie ceneri, incarnava il principio che «nulla si crea e nulla si distrugge», tema centrale della speculazione alchimistica. Era inoltre sempre la fenice a deporre l’uovo  cosmico, che a sua volta raffigurava il contenitore in cui era posta la sostanza da trasformare.

La Fenice, era  in alchimia il compimento finale delle trasmutazioni chimiche, che culminavano con la realizzazione della pietra filosofale e la conversione dei metalli vili in oro. Essa era il simbolo della rubedo o della Fase al Rosso per la sua capacità di rinascere dalle proprie ceneri, congiungendo l’inizio e la fine di ogni ciclo. Designava quindi  in alchimia l’ultima fase della Grande Opera, quella «al Rosso» dopo la nigredo e l’albedo:

Anche il  serpente ouroboros , che si mangia la coda, ricorre spesso nelle raffigurazioni delle opere alchemiche, in quanto simbolo della ciclicità del tempo e dell’uno il tutto  (“En to Pan“).

 

L’Uroboro  è l’immagine di un serpente che si morde la coda e la inghiotte. Questa diffusissima figura simbolica rappresenta, sotto forma animalesca, l’immagine del cerchio personificante l’ eterno ritorno. Esso sta ad indicare l’esistenza di un nuovo inizio che avviene tempestivamente dopo ogni fine. In simbologia, infatti, il cerchio è anche associato all’immagine del serpente che da sempre cambia pelle e quindi, in un certo senso, ringiovanisce. L’Uroboro rappresenta il circolo, la metafora espressiva di una riproduzione ciclica, come la morte e la rinascita, la fine del mondo e la creazione.

 

L’alchimia abbracciando  alcune tradizioni filosofiche ha mantenuto quindi per millenni un suo speciale linguaggio criptico e simbolico che ha reso  difficile nel tempo tracciare spesso il suo vero significato .

Sappiamo con certezza che l’opus alchemicum per ottenere la famosa pietra filosofale   avveniva mediante sette procedimenti, divisi in quattro operazioni,  PUTREFAZIONE , CALCINAZIONE, DISTILLAZIONE e SUBLIMAZIONE , e tre fasi chiamate, SOLUZIONE, COAGULAZIONE e TINTURA. ( il numero di queste fasi, variabile da tre a dodici a seconda degli autori di trattati alchimistici, è legato al  magico significato dei numeri ) .

Attraverso queste operazioni la “materia prima”, mescolata con lo  Zolfo ed il Mercurio  e poi  scaldata nella fornace ( Atonor )  ), nel cosiddetto processo di trasmutazione  , andrebbe gradualmente trasformandosi ,cambiando ogni volta colore mentre  passa attraverso i suoi vari stadi che sono fondamentalmente tre.

  •  NIGREDO o opera al nero, in cui la materia si dissolve, putrefacendosi;
  • ALBEDO o opera al bianco, durante la quale la sostanza si purifica, sublimandosi;
  • RUBEODO o opera al rosso, che rappresenta lo stadio in cui si ricompone, fissandosi.

 

 

A livello planetario la rubedo è associabile al Sole, simbolo del fuoco e dello Spirito, astro ritenuto governatore dell’oro, e nel quale la Terra sarebbe destinata a ricongiungersi in futuro al termine della sua evoluzione.Tradizionalmente, ognuno dei sette  corpi celesti del sistema solare  conosciuti dagli antichi era associato con un determinato metallo.

La lista del dominio dei corpi celesti sui metalli è la seguente :

  • Il  SOLE  governa l’ ORO
  • La  LUNA  è connessa con l’ARGENTO
  • MERCURIO è connesso con il MERCURIO
  • VENERE con il RAME
  • MARTE con il FERRO
  • GIOVE con lo STAGNO
  • SATURNO con il PIOMBO

 

Essendo il rosso  considerato dagli alchimisti il colore intermedio tra bianco e nero, tra luce e oscurità, la rubedo rappresentava il ricongiungimento degli opposti, la chiusura del cerchio, l’unione di spirito e materia, di maschile e femminile, o di Sole e Luna, in definitiva l’androgino o rebis; dopo che il piombo era stato trasmutato in argento, essa segnava  dunque il passaggio finale all’oro.

Analogamente, come la nigredo corrispondeva al corpo fisico dell’alchimista, e l’albedo alla sua anima, la rubedo ne identificava invece  lo spirito, cioè  la parte più elevata dei tre organi costitutivi dell’essere umano.
Il significato del rosso rimanda invece al sangue, alla vita, alla fertilità e al sacrificio; simboleggia lo zolfo che si ricongiunge al mercurio infondendovi la propria tintura, termine alchemico che non consiste solamente nel “dipingere” ma propriamente nel “trasmutare”.
Il rosso è anche l’attributo dei gradi più elevati della gerarchia massonica, così come rosso è il colore della tappezzeria delle logge in cui hanno sede i suoi rituali. La diffusione del rosso si riscontra nella presenza in numerose bandiere nazionali. Goethe ad esempio considerava il rosso il colore per eccellenza, sintesi degli opposti, che «contiene, in atto o in potenza, tutti gli altri colori», capace di «donare un’impressione tanto di gravità e dignità, che di clemenza e grazia».
Nella Divina Commedia la rubedo corrisponde all’ingresso di Dante e Beatrice nel Paradiso, mentre nell’ambito della teoria umorale alla rubedo è attribuito il temperamento sanguigno, oppure quello collerico.
Allo stesso modo , mentre i giustacuori e le gualdrappe rosse esprimevano coraggio e nobilità , il colore dei capelli rossi di un  cavalieri era un  segni che lo etichettava come un vile , un traditore ed una persona crudele ( anni prima Isidoro di Siviglia pensava invece che tra chi aveva i capelli biondi e rossi si celavano le persone più belle ).
Nell’alchimia cristiana il colore rosso equivale infatti alla Pentecoste, ossia alla discesa dello Spirito Santo sulla Terra in forma di lingue di fuoco., ma era anche il colore dei boia e delle prostitute
CURIOSITA’ : Nel medioevo domina il pensiero che ogni cosa nell’universo abbia un significato soprannaturale , e che il mondo sia un libro scritto dalla mano di Dio .Ogni animale ha una significazione morale o mistica , così come ogni pietra e ogni erba . Si è così portati ad attribuire significati positivi o negativi anche ai colori . Il blu per esempio a partire dal XII secolo diventa un colore pregiato e mistico ( basta vedere il blu delle vetrate e dei rosoni delle cattedrali ) che domina sugli altri colori e contribuisce a filtrare la luce in modo celestiale . Il nero diviene invece il colore regale ( ma anche quello di cavalieri misteriosi che celano la loro identità ) .
 Il giallo invece , considerato per lungo tempo il colore della codardia , era associato alle persone ai margini e ai reietti , ai pazzi, ai musulmani ed agli ebrei , era anche celebrato come il colore dell’oro, inteso come il più solare e il più prezioso dei metalli .
L’alchimista un tempo  incuteva fascino e paura al tempo stesso . Esso era visto dal popolo spesso come un mago ma anche come un medico ed uno speziale che in quel periodo , tra la seconda metà del XVI secolo e la prima del XVII, erano considerati  terreni privilegiati del magistero magico ed è quindi naturale  come vedremo continuando l’articolo , che oltre alle più grandi ed universali figure di mago, come il Finella e lo stesso Della Porta, le tracce più consistenti dell’alchimia napoletana, siano state lasciate anche da figure mediche .
E’ infatti proprio nell’ambiente medico e naturalistico che si trovano nella nostra città  le tracce più evidenti dell’alchimia napoletana . L’indagine naturalistica, la curiosità di investigare circa i segreti che conservava la natura , lo sviluppo della spagiria e della medicina astrologica, diffusero il concetto in quegli anni nella nostra città della figura del  mago-medico . La cura delle piaghe del corpo si fusero infatti in quel periodo  con la purificazione e la nobilitazione della materia,  alla ricerca di una medicina il cui Elixir sia ad un tempo cura del corpo e rigenerazione interiore.
La nostra città ben si prestava allo sviluppo dell’Alchimia ,. Essa viveva uno dei tanti momenti difficili della sua storia , tormentata come era dai vari conquistatori . Dopo gli angioni e gli Aragonesi stavolta toccava ai spagnoli e cosa ancor peggiore , questa volta il Regno , sotto il controllo dei vicerè diventava solo una delle tante provincie dell’Impero spagnolo . Cominciò per la città di Napoli in particolare , una nuova epoca caratterizzata da una certa languezza politica e sopratutto morale . Bernardino Telesio e Giordano Bruno vengono duramente perseguitati , Giambattista Della Porta subisce un processo per  stregoneria e tutte la accademie entrando  nell’occhio del ciclone del sospettoso governo vicereale,  incominciarono ad attraversare un brutto momento di persecuzione .
I napoletani , erano guardati con sospetto dai vicereali spagnoli . Essi d’altronde erano stati gli unici ad opporsi e ribellarsi con violenza al tentativo del vicerè Don Pedro de Toledo di introdurre in città l’inquisizione spagnola . I tumutli scoppiati per evitare l’avvento dei tribunali ecclesiastici videro in armi e per una volte tutti uniti , popolo e nobili , ben 50000 persone .
La città in questo nuovo clima spesso caratterizzato da miseria , carestia, epidemie , eruzioni , terremoti e soffocanti gabelle , riusciva comunque a d essere una fucina incredibile di energia . Nelle sue  strade , nei suoi palazzi , nelle sue chiese si respirava comunque , seppur accompagnata dalle sue incertezze , uno straordinario fascino di speranza spesso aiutato dalle sue credenze ,e dalle  sue superstizioni . Nella misteriosa città delle sirene , caratterizzata da un grande fiume sotterraneo scomparso ( Sebeto ) , un affascinante  vulcano pronto ad eruttare  lingue di fuoco che alte sembravano lambire il cielo,  sorgenti termali che sgorgavano ovunque e  laghi scuri circondati da fitte e inesplorate foreste  ed antiche vecchie città sepoltecome Pompei ed Ercolano  erano proprio il luogo magico ideale per far meglio attecchire la nuova ” magia “.  . La città del Vesuvio , la terra delle sirene , con la sua natura incantatrice creava una magica atmosfera che divenne il terreno  ideale per far meglio attecchire l’alchimia . Nelle  sue strade e nei suoi stretti vicoli  indottrinati di antica cultura ellenica  , misteriosi laboratori ricchi di bizzarre fantasticherie, trovarono l’Habitat ideale per poter assoggettare a se le forze della natura.
La Napoli medioevale e quella barocca in particolare , sarà per lungo tempo una di quelle ” porte magiche ” rappresentanti il Tempio della sapienza ; il luogo privilegiato , insieme ad altre poche città europee ,ad essere un punto di riferimento per  grandi illuminati studiosi e ricercatori  .Essa vide  sbarcare nel suo porto grandi maestri alchemici e adepti  provenire provenire da tutta Europa
Uno di questi fu  Arnaldo Di Villanova , nato a Barcellona nel 1240 e per questo motivo soprannominato “ il Catalano “. Egli era un grande e famoso medico e alchimista che si faceva chiamare maestro ma che andava vestito in giro in maniera molto semplice e sempre a cavallo di un asino .
Apparteneva al terz’ordine di San Francesco e non avendo casa ne’ Ostello , andò’ viaggiando molto e a lungo per le principali università italiane al solo scopo di perfezionare le sue conoscenze mediche.  Secondo molti , ad avvicinarlo all’Alchima fu il suo insegnante e grande teologo Cristiano Alberto Magno
Tra le sue tappe , oltre a Napoli , vi fu anche Salerno , dove come tutti sapete , si trovava la famosa Scuola di Medicina . Le sue straordinarie capacità’ diagnostiche e terapeutiche gli valsero la fiducia di diversi papi , tra cui L’appassionato papa di alchimia Bonifacio VIII che egli guarì da calcoli renali ed altre successive patologie
N.B. Papà Clemente , nonostante sia stato il pontefice che favori’ gli studi di medicina e di lingue orientali , istituendo a tal proposito numerose cattedre universitarie , e’ sopratutto ricordato dalla storia per essere stato l’artefice , in combutta con re Filippo IV del vigliacco massacro dei cavalieri templari
Arnaldo Di Villanova fu un uomo moto rinomato per sapienza naturale e grande scienza che lo portarono con zelo e virtuosismo alla creazione nel tempo dell’acqua infiammabile ( alcool a 60 gradi ) e dell’ acqua vitae mercuriale ( alcool a 90 gradi ) e fu , secondo molti anche tra i primi alchimisti a studiare la distillazione del vino .
Conoscitore della lingua araba , che imparo’ per studiare le opere antiche ereditate dalle tradizioni orientali e greche , egli uso’ l’alchimia alla continua ricerca di quella sostanza “ primateriale “ che non facendo parte dei quattro eventi universali ( acqua, terra , fuoco e aria ) era considerata la matrice di tutte e quattro , con la capacità’ quindi , una volta assemblate tra loro , di dare luogo a composti con qualità’ diverse .
Diede con i suoi studi un grosso contributo al progresso della chimica e sopratutto a quello della medicina che lo porto’ per fama ricevuta ad diventare il medico di corte di Giacomo d’Aragona prima e successivamente di Federico d’Aragona con il quale ebbe uno splendido rapporto di fiducia svolgendo non solo il ruolo di medico ma anche quello di ambasciatore e uomo di fiducia , visto i numerosi diversi incarichi di prestigio e missioni diplomatiche a lui affidate . Nonostante le sue amicizie papali e regali , queste non bastarono a salvarlo dal Tribunale dell’Inquisizione e come teologò “ scomodo “ finii persino più volte in carcere ( a Roma, Perugia e Parigi ) . L’inquisizione spagnola proibì la lettura di alcune sue opere , i cui temi erano la medicina , l’Astrologia , la Teologia e ovviamente l’Alchimia.
Il suo allievo più famoso fu Raimondo Lullo  (Ramon Lullo   ) originario di Palma de Maiorca,  teologo, filosofo, alchimista e sopratutto missionario , autore di quel complicato ed ambizioso progetto di lingua conosciuto come Ars Magna .
Nato da una famiglia nobile e ricca, dotato di un’ottima educazione divenne ben presto grande amico del secondogenito del re d’Aragona, don Giacomo, che eredito’ dal padre il singolare e poco duraturo “Regno di Maiorca”.
Di questo re, lui divenne una sorta di primo ministro; dopo essersi sposato e avuto due figli , intorno ai trent’anni , dopo aver avuto per ben cinque volte strane visioni di Cristo che lo invitavano a seguirlo , decide di farsi frate entrando nell’Ordine francescano dove si dedicò’ intensamente allo studio di filosofia, teologia, e lingua araba . D’accordo con la moglie e dopo aver lasciato beni sufficienti anche per i figli, lasciò lusso e agiatezza, feste di corte e bei vestiti e dopo aver venduto grossa parte dei suoi beni, si mise in cammino viaggiando molto in giro per il mondo . Visitò santuari e chiese, vivendo per molti anni in preghiera e povertà.
Elemento fondamentale del suo pensiero fu l’idea della missione per convertire gli ebrei e gli islamici al cristianesimo: in questa prospettiva elaborò la sua ars, una logica di linguaggio universale, capace di comunicare e diffondere in termini semplici il suo pensiero Cristiano ( che egli chiama Arte ) , ricevuto per illuminazione direttamente da Cristo , come atto utile alla conversione e alla diffusione del cristianesimo soprattutto tra i musulmani.
Vissuto sin da piccolo in una città’ multietnica come Maiorca in cui sono ugualmente forti le influenze del cristianesimo, dell’islamismo e dell’ebraismo , egli fu tra i primi a capire che bisogna conoscere bene a fondo la cultura dei popoli che si vogliono poi eventualmente evangelizzare. Il suo unico scopo era creare una lingua filosofica che potesse mostrare con lo scopo di diffondere il cristianesimo soprattutto tra i musulmani.agli infedeli le inconfutabili verità del Vangelo.
Con il tempo grazie all’appoggio di re Giacomo II riuscì a fondare un collegio per missionari e scrivere numerosi trattati di formazione missionaria che gli varranno poi il titolo di «dottore illuminato.
Egli fu non solo uno studioso ed un professore di successo, ma anche un testardo missionario che partito prima per la Tunisia e poi per Algeria cerco’ ripetutamente con la via del dialogo di convertire i musulmani parlando la loro lingua.
Ma gli andò tutto male e le cose non andarono al meglio per lui. Anche la sua scuola di lingua araba chiude dopo un ventennio.
La sua missione nel Nord Africa per convertire i musulmani si rivelò’ un vero fallimento .
Dapprima espulso e poi addirittura arrestato , picchiato ed imprigionato,  morì  secondo alcuni racconti lapidato dagli stessi saraceni a cui si era presentato per convertirli. Per fortuna sua venne raccolto da mercanti genovesi e riportato in patria, dove morì nel 1315.
Ma la sua morte divenuta leggenda e’ ancora oggi avvolta da mistero . Raimondo Lullo in realtà’ probabilmente morì  a Maiorca, di ritorno dall’Africa, e viene sepolto con grandi onori nella chiesa di San Francesco. La fama popolare di beato circondò la sua figura subito dopo la morte, e poi nei tempi successivi ,  ma  gli sforzi di farlo ufficialmente beatificare dalla chiesa falliscono continuamente. Solo nel 1850, gli venne conferito da Pio IX il titolo di beato, per il suo coraggio di vivere e predicare il Vangelo . Sarà poi soprannominato dai posteri Doctor illuminatus.
L’esito infelice della vita di Lullo, venne compensato da una maggiore fortuna , soprattutto durante il Rinascimento, ottenuta dalla sua Ars Magna.

Da non dimenticare anche la leggendaria figura del francese Nicolas Flamel , la cui reputazione come alchimista nacque comunque dopo la sua morte, quando venne collegato alla leggenda della Pietra filosofale  da una serie di opere alchemiche, pubblicate nel XVII secolo e a lui attribuite.Flamel visse a Parigi nel XIV e XV secolo. Condusse due negozi come scrivano e libraio ed in vita al di là dei suoi  testi apocrifi non ci sono altre testimonianze che lui  abbia effettivamente esercitato l’alchimia, la medicina o la farmacia. La leggenda rche comunque aleggia da sempre intorno al suo nome , acconta comunque che egli fu uno dei pochi alchimisti che riuscì ad ottenere la famosa pietra filosofale con relativa conseguente ricchezza ed immortalità . Il tutto deriverebbe da una serie di pubblicazioni avvenute in Francia  ed Inghilterra nel XVII secolo. L’opera centrale è Le livre des figures hiéroglyphiques (Libro delle figure geroglifiche), pubblicato a Parigi nel 1612; e Exposition of the Hieroglyphical Figures, pubblicato a Londra nel 1624.

Si tratta di una collezione di disegni per un timpano del Cimetière des Innocents, presumibilmente recuperata dopo una lunga scomparsa. Nell’introduzione l’editore descrive gli sforzi di Flamel per venire a capo dei contenuti di un misterioso libretto di 21 pagine da lui acquistato dopo un sogno in cui gli avrebbe fatto visita un angelo, indicandoglielo. Flamel attorno al 1378 si sarebbe recato in  Spagna per cercare aiuto, incontrando sulla via del ritorno un sapiente che avrebbe riconosciuto nel libro una copia del famoso grimorio   «la magia sacra di Abramelin il mago». Flamel e la moglie negli anni successivi, anche tramite lo studio di testi cabalistici   sarebbero poi riusciti a decifrarne il contenuto, ottenendo così la Pietra filosofale ,cioè  la materia capace di tramutare i metalli comuni in oro e di fornire l’Elisir di lunga vita .

Gli Alchimisti , sopratutto nella nostra città’ sono stati nel XVI secolo , i primi inventori del metodo sperimentale , cioè dell’arte di osservare e di indurre allo scopo di pervenire ad uno studio scientifico , facendo però spesso intervenire nelle loro ricerche le condivise credenze della loro epoca relative all’ astrologia e alla magia .
L’alchimia , venne lentamente annoverata  , sopratutto in epoca medioevale , come una scienza da studiare al pari di altre materie universitarie come aritmetica , fisica , cosmologia o musica e spesso  considerata tutt’uno con la chimica , l’astrologia e la filosofia . Gli stessi medici avevano per alchimia una speciale predilezione al punto ricercare spesso in arcaiche formule e particolari alambicchi  ,  composti per ricette e nuove soluzioni terapeutiche .
Molti , sopratutto nel periodo medioevale , in assenza di antibiotici ed altri rimedi efficaci , erano le persone che  vittime della denutrizione o della cattiva  alimentazione  , facilmente si ammalavano . Venne addirittura un tempo in città che , in seguito all’imperversare di di morbi ed epidemie , vi erano più persone malate che sane ed i medici spesso non sapendo come  affrontare il problema , ricorrevano non di rado all’alchimia .
Nel Medioevo in particolare , era veramente difficile professare la nobile arte del medico . La cura dei malanni del corpo , al pari di quella dell’anima era infatti  una questione di competenza della chiesa , che almeno inizialmente li considerava semplicemente come una punizione divina. Per curare le malattie del corpo e guarire  , non erano sufficienti i pochi insufficienti rimedi allora esistenti , essi si guarivano sopratutto con l’uso della preghiera , magari rivolta a qualche santo specializzato come per esempio San Rocco per la peste , San Biagio per la gola , Santa Lucia per gli occhi , Sant’Agata per il seno , Sant’Antonio per la lebbra e le malattie della pelle ( sopratutto l’herpes zoster chiamato appunto anche fuoco di Sant’Antonio ), Sant’Aspreno per il mal di testa , e così via …..
Come abbiamo prima detto , una prima assistenza sanitaria , veniva spesso esercitata nei complessi monastici dove nei loro chiostri , nel  cosiddetto “giardino dei semplici ” ( hortus sanitatis )  , destinato a piante medicinali , i monaci  riuscivano spesso a trovare  naturali rimedi terapeutici . Solo successivamente , dopo il concilio di Reims  avvenuto nel 1131 , fu poi vietato a monaci e canonici di studiare ed esercitare medicina ( intorno a questi monasteri  pare girassero attraverso questi medicinali ingenti somme di danaro ).
La medicina ufficiale era per lo più teorica e ricca di filosofia ma sopratutto astrologia . Le stelle erano infatti un fattore decisivo per la salute e nessun medico , anche quelli più apprezzati e famosi , non si mettevano mai all’opera e proferivano parola senza aver prima preso atto della situazione astrale . L’attività chirurgica era invece delegata ai cosiddetti  ” cerusici ” , che erano per lo più dei barbieri che oltre a tagliare o tingere barbe e capelli , praticavano salassi , estrazioni dentali ed acconciature di ossa . Essi erano tuttavia sempre subordinati ad un medico , la cui figura professionale sarà a lungo distinta dal chirurgo , che per molto tempo fu ritenuta di basso profilo. Per ben distinguere le due diverse figure professionali  , Il barbiere  indossava sempre una casacca corta da artigiano, mentre il medico portava invece sempre il camice lungo da dottore.
In questo contesto  di totale mancanza di rimedi medici efficaci , la medicina e la spagiria divennero terreni privilegiati del magistero magico ed è quindi naturale che, come più partitamente vedremo nelle prossime pagine, oltre alle più grandi ed universali figure di mago, come il Finella e lo stesso Della Porta, le tracce più consistenti dell’alchimia napoletana, per tutto il periodo che si snoda a cavallo tra la seconda metà del XVI secolo e la prima del XVII, siano state lasciate da medici e speziali.
A lasciare il segno ,in quel periodo ,   oltrpassando con la sua fama ,  le frontiere di tutta  Europa fu certamente Filippo Finella, una delle più versatili e multiformi personalità del Seicento napoletano. Le sue opere spaziando dall’astrologia all’alchimia,passando per la chiromanzia , la fisiognomica, la iatrochimica e l’astrologia medica , ottennero una notevole diffusione europea .
Filippo Finella , fu senza dubbio uno degli intellettuali di gran cultura che maggiormente seppe maggiormente cogliere i fermenti culturali ed ermetici offerti in quegli anni dalla nostra città . Egli nato  a Napoli nel 1584 , diete vita in città ad una grande produzione letteraria che spaziava dall’astrologia medica al teatro passando per l’alchimia ,  la chiromanzia e la fisiognomica che vennero nel tempo apprezzati anche nel resto dell’Italia e altri paesi europei .
Finella pubblicò infatti diversi libri sull’astrologia medica e fu sopratutto conosciuto ed apprezzato per un testo contenenti un completo elenco di ingredienti utili  a preparare sostanze  adatte alle diverse malattie . Egli inoltre  si dedicò molto allo studio del volto umano analizzando ben 1300 volti in circa 30 anni di lavoro dando un grosso equilibrato iniziale approccio  al delicato rapporto tra fisiognomica e applicazione di giustizia penale.
Si dedicò , scrivendo al riguardo  innumerevoli trattati , alla metoscopia (l’arte di interpretare la personalità in base alle rughe del volto )  e  all’analisi dei caratteri delle persone mettendole in relazione sia alla conformazione dei tratti somatici, sia alla distribuzione dei nei ed alle caratteristiche delle unghie delle mani.
Tra le varie opere del Finella l’unica di carattere specificamente alchemico è il Soliloquium Salium empyricum del 1649, opera iatrochimica di impronta paracelsiana in cui l’autore disserta dell’estrazione e dell’utilizzo terapeutico dei sali estratti dai regni animale, vegetale e minerale.
Seguendo l’alchimia paracelsiana, per il Finella, i composti sono formati da Zolfo, Mercurio e Sale e dalla reciproca proporzione di tali componenti i misti traggono origine e caratteristiche.
L’opera, di impianto tradizionale, è stata tuttavia varie volte oggetto d’attenzione da parte degli storici della scienza per alcune anticipazioni in rapporto alla tecnica di lisciviazione e calcificazione dei sali vegetali, nonché in relazione al riconoscimento della natura animale del corallo (fino ad allora considerato minerale).
Il Finella, la cui morte è databile poco dopo il 1650, fu, certamente una  delle più versatili e multiformi personalità del Seicento napoletano e fu in vita ,  con lo pseudonimo accademico de l’Inutile, tra gli animatori più in vista dell’Accademia degli Incauti, attiva fino alla metà del XVII secolo, che si riuniva nel convento del Carmine Maggiore.
Dalle fila degli Incauti, per un lungo periodo sotto la direzione di Orazio Comite e, successivamente, continuata sotto la direzione di altri importanti intellettuali napoletani, proveniva anche un altro alchimista napoletano, a testimonianza di un interesse alchemico che dovette costituire elemento centrale nell’attività di questa accademia.
Nel 1624, infatti, era stato stampato il testo di un Donato D’Eremita, il Dell’Elixir Vitae  un testo filosofico e spagirico in lingua volgare, per i tipi del Roncagliolo, cui faceva seguito l’edizione di un Antidotario firmato dallo stesso autore e pubblicato dallo stesso editore nel 1639.
Per un certo periodo a Firenze, speziale al servizio del Granduca di Toscana, Donato D’Eremita da Rocca D’Evandro, al suo rientro a Napoli, fu aggregato alla comunità domenicana di Napoli, prima nel convento di S. Maria alla Sanità, e, successivamente, intorno al 1611, in quello di S. Caterina a Formello. Proprio nelle spezierie conventuali, a suo dire, egli confezionava il meraviglioso elixir “… per riparo di qualunque infermità”.
Le fonti di questo bellissimo testo sono innumerevoli,  e spaziano  come si desume dalla tavola degli autori di riferimento posta a chiusura del volume, spaziano da autori arabi, greci, ai maestri dell’alchimia occidentale (tra cui spiccano, tra gli italiani, il Fioravanti ed il Mattioli) fino ad arrivare a più nomi di medici, filosofi e naturalisti napoletani contemporanei del buon Donato e, tra questi ultimi, ben visibili sono i nomi del Colonna, del Maranta, dell’Imperato e del Della Porta.
Il suo Elisir si racconta sia stato miracoloso e molto ricercato all’epoca per guarire da molti mali.
Il suo famoso Elisir ha ovviamente acceso nel tempo le fantasie e curiosità di molti storici .
Sappiamo  però fino ad oggi solo poche cose al riguardo . Sappiamo ad esempio, che nel descrivere le proprietà dell’Elixir, il frate affermava in alcuni suoi scritti  che la sua quintessenza, era una soluzione molto lontana dalle altre di acque forti e sali di vario genere.
La sua soluzione era diversa dalle altre e come egli sosteneva …”  opportunamente aguita, ha potestà di solvere oro e argento calcinati, e di ridurre tra brevissimo tempo i detti corpi in olio ”  ….
Aveva trovato una sostanza attraverso i suoi esperimenti una nuova sostanza …  un nuovo sale ….che gli permetteva poi di avere una speciale soluzione (Aqua Vitae ) … ed un miracoloso Elisir che a quanto pare cagionava felicità ( lo chiamarono con il nome ELISI, cioè i campi Elisi descritti da’ Poeti, ove si favoleggia che riposino dopo morte gli uomini felici e beati…”) 
Il sale dell’Eremita, sale filosofico indispensabile alla perfezione dell’Aqua Vitae, era  il prodotto paziente degli ostinati e reiterati assottigliamenti delle impurità della materia, delle feccie separate dalla distillazione e poste a fuoco di riverbero in vaso di creta per quaranta o sessanta giorni, “… infino che la detta materia sia fatta bianca”.
Il frate all’epoca ebbe molti estimatori in città , tra i quali, in primis, il buon frate ricorda “… le buone mem. del Sig. Gio. Battista Della Porta, eccellentissimo filosofo, e prencipe, a quel tempo, dell’Illustrissima Academia de gli Otiosi, con cui si accompagnò Col’Antonio Stigliola huomo dottissimo….”.
Giovan Battista è stato uno dei più grandi ed apprezzati alchimisti , filosofi , commediografi e scienziati del 600 italiano . Egli è  stato uno dei grandi protagonisti del rinascimento italiano, ed uno degli uomini più famosi dell’epoca in Italia .  Si racconta infatti a tal proposito che le due attrazioni turistiche più grandi di Napoli, circa l’anno 1600 fossero i bagni termali a Pozzuoli e Giambattista Della Porta .
 I suoi molteplici campi di studio che spaziano tra scienza e magia, ottica e fisica, fisionomia, agricoltura, teatro , alchimia ,matematica , chimica , filosofia , botanica , zoologia e tanti altri argomenti  fanno di lui uno delle più eccelsi menti che la nostra città abbia dato al mondo . Seppe essere oltre che un  eclettico scienziato , filosofo della natura, e noto drammaturgo  in Europa, anche un’ apprezzato studioso di medicina, matematica, astrologia, alchimia e botanica oltre che un apprezzato esperto di  demonologia, chiromanzia, crittografia, magnetismo, architettura, ottica e meccanica.
Effettuò  numerosi esperimenti per la costruzione di apparecchi ottici ,  e diversi tipi di specchi e di lenti . Fu l ‘inventore della  camera oscura e addirittura colui che inventò il famoso  cannocchiale  molto tempo prima di Galileo Galilei .

 

Il nostro auspicio è che l’articolata quanto affascinante figura del grande intellettuale partenopeo cinquecentesco venga adeguatamente riproposta almeno agli allievi che frequentano la scuola a lui dedicata, un prestigioso istituto tecnico (che fu il primo e per molto tempo l’unico a Napoli) fondato nel 1862 come parte integrante della Reale Società di Incoraggiamento alle Scienze Naturali (voluta dal Bonaparte nel 1806) e collocato in un ex convento di via Foria, dove peraltro sono conservate antiche e rare attrezzature didattico-scientifiche (e si conserva la memoria storica della partecipazione all’Expo internazionale di Parigi, nel 1900).

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Giovan Battista Della Porta
Giovan Battista Della Porta

 

Giovan Battista Della Porta non frequentò nessuna scuola o università ma grazie allo zio materno ebbe una formazione di altissimo livello, con maestri come il calabrese Domenico Pizzimenti (traduttore di Democrito e noto alchimista), Donato Antonio Altomare e Giovanni Antonio Pisano (medici di Corte), oltre a celebri musici, poeti e filosofi.

La casa napoletana di via Toledo – ma anche quella della nativa Vico Equense – fu quindi una superba “palestra” per la mente del precoce e talentuoso Giovan Battista (a 15 anni comincerà a scrivere la prima versione del “Magiae Naturalis, sive de miraculis rerum naturalium”, tre libri che poi diventeranno venti) e in seguito si trasformò in un cenacolo di eruditi (compreso il fratello medico, Gianvincenzo).

Anni dopo, sarà lui stesso a riunire l’elite della cultura prima sotto le insegne della “Accademia secretorum naturae” (l’Accademia dei Segreti, che fonderà intorno al 1560) e poi nelle fila dell’Accademia degli Oziosi (che nascerà nel 1611 tra i chiostri di Santa Maria delle Grazie, a Caponapoli, con il motto latino “Non pigra quies”). Tra i frequentatori del consesso che diverrà leggenda: Ferrante Imperato (speziale, alchimista e botanico); Giulio Cesare Capaccio (teologo e storico, autore dell’“Historia neapolitana”); Giambattista Basile (l’autore della madre di tutte le fiabe d’Europa: “Lo cunto de li cunti overo lo trattenemiento de peccerille”); oltre naturalmente al co-fondatore dell’Accademia: il marchese Giovanni Battista Manso, apprezzato scrittore e poeta dell’epoca.

Il luogo dove si riunivano gli adepti, sono stati riscoperti , dopo secoli di oblio , nel 1985 , durante una perlustrazione eseguita da alcuni geleologi laddove un tempo si trovava un terzo dimicilio del Della Porta , cioè una villa alle Due Porte, un villaggio molto piccolo che portava alle colline dei Camaldoli ( oggi Via Domenico Fontana ) attualmente denominato quartiere Arenella .

Oltrepassando un anfratto presente nel muro  in un garage sotterraneo di un palazzo in Via Cattaneo , all’angolo con piazzetta Due Porte , sono state infatti scoperte  diverse stanze collegate tra loro con nicchie , lapidi , capitelli dorici, colonne intagliate nella roccia , tratti di finto opus reticulatum e affreschi raffiguranti scene dell’antico Egitto che in  particolare rappresentavano  Iside,  , la dea della magia e del sapere , che allatta il figlio Horus al cospetto di Anubi.

 

Su altre pareti dell’anfratto che gli anziani del luogo chiamano   “Teatrino ” , sono inoltre presenti simboli chiaramente esoterici come serpenti, incroci magici e strani numeri a forma di otto allungato . Ma il pezzo forte è rappresentato da una porta a forma di teschio con un’ orrenda bocca in cui pare che entrasse il maestro fondatore dell’Accademia .

Oggi purtroppo il sito , ovvero i resti di una villa rinascimentale di Giambattista della Porta, dove lo scienziato napoletano radunò attorno a sé diverse intelligenze per sperimentare l’alchimia, già due secoli prima del Principe di Sansevero, poichè resta di  proprietà privata è interdetto al pubblico e ridotto a deposito di materiale edile .

Della Porta , come spesso accadeva agli studiosi in quei secoli, dovette fare  i conti con un nemico assai pericoloso come il Sant’Uffizio – nel 1592, ad esempio, gli impedirà di stampare la versione in volgare del “De humana physiognomonia” (a Napoli uscirà con lo pseudonimo Giovanni de Rosa solo nel 1598) – d’altro canto potrà invece fruire della vicinanza e dell’amicizia del principe Federico Cesi, il fondatore e mecenate dell’Accademia dei Lincei, che sarà conquistato dal vulcanico studioso partenopeo (e in generale dalle tematiche alchemiche) e lo arruolerà nel suo consesso di fuoriclasse delle lettere (nel 1612 sarà nominato Vice-Principe del Liceo di Napoli, la prima e unica sede distaccata dell’Accademia). Della Porta gli dedicherà i quattro libri del celebre “De aëris transmutationibus”.

Tra gli altri suoi studi più noti ricorderemo solo le ricerche relative alla fisiognomica, l’inserimento di un obiettivo nell’apertura dell’obscura della macchina fotografica (che contribuirà allo sviluppo della fotografia), e le prime elaborazioni intorno al cannocchiale, per la cui paternità avrà poi qualche frizione con Galileo .

 Scrisse a tal proposito un piccolo trattato  dal titolo De telescopio, in cui descrisse  le fasi di costruzione dello strumento, soffermandosi particolareggiatamente sulle sue caratteristiche tecniche allo scopo di mostrare a tutti la sua paternità sull’invenzione .  Lui fu sicuramente  il primo ad inventare lo strumento , ma non ebbe  la  percezione del corretto uso del nuovo apparecchio e delle novità che la sua invenzione implicava, merito che, alla fine, lo stesso Della Porta  riconobbe a Galileo.

Come autore teatrale scrisse  3 tragedie  e 14 commedie (più volte stampate e ristampate), recentemente raccolte nella Edizione nazionale delle opere di G. B. Porta, lodevole iniziativa delle Edizioni scientifiche italiane.
Il suo lavoro più noto è invece il “Magiae Naturalis” (1579), una sorta di antologia nella quale il filosofo-mago (nell’accezione rinascimentale ovviamente) spazia tra argomenti solo apparentemente eterogenei, dagli esperimenti magico-alchemici agli studi sull’ottica, passando per la botanica e per mille altre questioni che in qualche caso, oggi (ma un po’ anche allora) risultano di difficile interpretazione ai più. Tra i titoli dei paragrafi troviamo: “Della repulsione e dell’attrazione delle piante”; “Del modo di rendere più pesanti i metalli”; “Dell’amore e del segreto arcano degli afrodisiaci”; Delle straordinarie possibilità dei suoni”; “Dei sogni e dei mezzi infallibili per dominarli”; “Dei segreti dei mostri e delle virtù magiche della putrefazione”.

 

A portargli grossi grattacapi con la Santa Inquisizione fu un suo libro in cui raccontava  di aver assistito alla cerimonia di preparazione d’una strega diretta al Sabba. La dettagliata descrizione dell’evento – e in particolare della ricetta usata da una vecchia megera – lo misero letteralmente nei guai  finendo per essere coinvolto suo malgrado , al centro di una querelle internazionale sulla stregoneria (i roghi di donne erano cominciati da oltre un secolo).

A scatenare la bufera è il riferimento a uno degli ingredienti della pomata usata dalle streghe (il primo dell’elenco), la “pinguedo puerorum”, cioè il grasso di neonato. Lui riporta la ricetta senza nessun particolare commento, limitandosi a chiarirne la funzione: serve a dilatare i pori della pelle e attenuare l’azione irritante sulla pelle di alcune sostanze, come il sangue di pipistrello. In realtà, lo studioso napoletano vuole confermare che il volo delle streghe non è reale, ma si tratta solo di allucinazioni provocate dalle sostanze psicotrope naturali assorbite con gli unguenti e quindi il diavolo non c’entra nulla: “…solo allora esse (le streghe, ) credono di volare, di banchettare, di incontrarsi con bellissimi giovani, dei quali desiderano ardentemente gli abbracci”.

Questo episodio macchiò per sempre ed in maniera definitiva la sua immagine e per molti anni nei secoli a venire egli  rimase  per molti un personaggio  in odore di stregoneria e negromanzia.

Negli ultimi anni il maestro napoletano fu corteggiato da Rodolfo II d’Asburgo, imperatore del Sacro romano impero germanico, famoso per la sua passione per l’alchimia; il sovrano lo volle a Praga, dove  trasferito la capitale (era a Vienna) ne fece  una capitale mondiale dell’ermetismo  riunendo in un solo luogo ,  un gran numero di astrologhi, scienziati, filosofi e artisti, e tutti grandi esperti di cose occulte (tra i tanti: John Dee, Edward Kelley; Tycho Brahe, Keplero, Giordano Bruno, Michael Sendivogius, Giuseppe Arcimboldo).

L’imperatore , la cui collezione di oggetti esoterici era la più vasta del mondo , era rimasto molto colpito dalle ricerche sulla trasmutazione dei metalli e in generale dal “De Distillationibus”(che riprendeva e ampliava le parti più alchemiche del “Magia Naturalis”) e quel “De Aeris transmutationibus” che è considerato il suo “testamento ermetico”.

Colantonio Stigliola (o Stelliola) da Nola, fu invece un un grande pitagorico, un esperto botanico ed un bravo tipografo,  che ebbe una grande  fama nel XVI secolo sopratutto nel campo farmacologico-spagirico.

I suoi molteplici e vari interessi intellettuali,  lo portarono ben presto assai lontano dalla giovanile professione di medico, iniziata nel 1571 con la laurea presso lo studio della famosa scuola medica  di  Salerno. A farlo desistere ben presto dalla  sua pratica sanitaria , pare ci fosse alla base una sua reazione avversa ai soprusi di un nobile che gli preferì un medico più accondiscendente . Egli deluso, rivolse così la sua famelica curiosità scientifica e culturale , verso altre discipline  come la botanica , la matematica , la chimica ( detta allora ” filosofia vulcanica ” ) , l’astrologia e ovviamente l’alchimia di cui divenne un grande esperto.
Fù architetto, ingegnere e topografo per il governo . Sappiamo, ad esempio, della sua attività di topografo, su incarico del governo del viceregno, che lo portò alla realizzazione di carte di straordinaria esattezza e precisione, in seguito ritirate dal vicereame, probabilmente per l’uso militare di cui avrebbero potuto essere oggetto. Le carte dello Stigliola, purtroppo non ci sono pervenute, ma sono servite di base per gran parte dei successivi rilievi topografici e cartografici della Campania. Analogamente, abbiamo notizia della sua fervente attività di stampatore, che porterà la sua stamperia, situata nella zona dell’attuale Piazza Dante , nell’arco di circa quindici anni di attività, ad essere una delle più produttive e famose della città.
Dal 1593, lo troviamo impegnato quale ingegnere municipale e membro del Tribunale delle Fortificazioni ed in questa veste, oltre ad attendere agli impegni quotidiani del suo incarico, elaborò tre progetti ciclopici, quali la costruzione del porto della città, l’ampliamento della cinta muraria ed il risanamento della Terra di Lavoro (nel casertano) dalle acque stagnanti e paludose. I tre progetti naufragarono, osteggiati probabilmente dal suo principale concorrente, Domenico Fontana, ben introdotto presso la corte del vicereame.
Le sue opere risentono almeno inizialmente fortemente degli studi e delle ricerche del suo maestro Maranta , riguardanti  l’interesse per le erbe ed i loro effetti psicotropi (ad es. dell’oppio). Mentre successivamente in altre opere appaiono  chiari i suoi  suoi interessi fisici ed ingegneristici,
Disprezzava apertamente i Gesuiti e questo , insieme al fatto di avere l’abitudine di commentare la Bibbia in affollati incontri a porte chiuse nella sua libreria , lo portò ad un duro scontro con la chiesa che accusandolo di idee luterane gli inflisse ben due anni nelle carceri di Pio V.
Un suo grande allievo  ed anche  grande amico del Campanella, capace di seguire con una certa efficacia il solco da lui tracciato ,  fu il medico di origine calabrese Andrea Fodio Gambara , ma a lasciare il segno ,in quel periodo , fu sopratutto un altro personaggio , farmacista e naturalista , a cui  Colantonio Stigliola fu assai legato , di nome Ferrante  Imperato  di cui purtroppo sopratutto nella sua prima fase di vita non sappiamo molto.
Nato tra il 1535 ed il 1540, nulla conosciamo infatti del periodo della giovinezza e della sua formazione . Sappiamo solo con certezza che egli fu assai legato a quel Colantonio Stigliola , che come il suo maestro Bartolomeo Maranta , fu oggetto delle persecuzioni pretestuose e violente dell’Inquisizione  e sappiamo anche che anche fu amico del Della Porta e del Campanella , nonchè  un convinto seguace del conterraneo Bruno Giordano .
Le sue prime notizie risalgono alla sua età adulta, quando lo incontriamo già speziale, con bottega in Napoli, nella zona di Santa Chiara , in qualità di  onorato professionista  promosso ai vertici della corporazione degli speziali ( la sua 2 bottega ” e
Le cronache  del tempo parlano di un suo  Museo, dove assistito dal figlio Francesco, giureconsulto, ma anch’egli appassionato naturalista , esponeva reperti del mondo vegetale, animale e minerale, faticosamente reperiti dalle zone più lontane, grazie ad un lavoro, senza dubbio dispendioso, di ricerca e raccolta. Il  pregevole museo naturalistico , (di cui una bella incisione, posta in apertura alle due edizioni italiane dell’Historia, ci dona una veduta) allestito presso la sua casa di Palazzo Gravina in città ,  è ricordato come una meraviglia da viaggiatori e studiosi, che vi accorrevano come a tappa irrinunciabile nel loro passaggio per Napoli. Esso , arricchito grazie alla corrispondenza ed allo scambio con altri naturalisti europei , divenne  in quel periodo , uno dei più noti musei in Europa , nonche un importante luogo di ritrovo per gli uomini di scienza e di cultura che venivano chiamati ” naturae curiosi “.
CURIOSITA’ : Nel piccolo museo c’erano molti animali imbalsamati , tra cui un grosso coccodrillo piazzato al centro del soffitto
Una  delle grandi  attrazioni che rappresentavano un altro valido motico per frequentare il  piccolo museo naturale che aveva allestito in una sala ed un vasto terrazzo giardino della sua casa , era anche una eccezionale collezione di ottanta preziosi volumi ( all’epoca erano tanti ) di grosso formato , raccolti in giro per l’Europa che descriveva forse in maniera unica per l’epoca , le meraviglie del regno vegetale.
Il Leggendario ” Erbario ”  dopo la sua morte  , insieme a tutto il suo patrimonio  ( museo compreso ) venne  purtroppo  rapidamente disperso . Secondo alcune fonti , sopravvissero alla collezione , inizialmente solo nove volumi che vennero acquistati dall’amico Sante Cirillo , per finire anni dopo nella collezione di suo nipote medico Domenico Cirillo , dove rimasero fino ai fatti del 1799 , quando le truppe fedeli ai Borbone li bruciò insieme alla sua casa .
Si , avete capito bene . Si tratta proprio di quel famoso Domenico Cirillo che insieme ad altri patrioti ed  eroi della Rivoluzione  napoletana ,come Mario Pagano  , Eleonora Fonseca Pimental e la povera Luisa Sanfelice furono tra gli ultimi condannati a morte di Piazza Mercato . .Dopo di allora ,infatti  piazza del Mercato cesso’ di essere adibita alle esecuzioni capitali .
N.B. Dalla folle distruzione dei libri , si salvò fortunosamente  un solo volume , che acquistato da Minieri Riccio , fu poi donato alla Biblioteca Nazionale della nostra città , dove ancora oggi è conservato nella sezione ” manoscritti rari “.

 Di Filippo Imparato sappiamo che ricoprì diverse cariche pubbliche come quella  di Capitano del Popolo dell’Ottina di Nido,( uno dei sedili della città ) e non è improbabile che fosse coinvolto, nel 1585, nelle trattative relative alla rivolta contro l’aumento del pane provocato dalle speculazioni nobiliari.

La sua carica più importante in città fu comunque certamente quella di governatore di una delle più antiche ed importanti istituzioni sanitarie del Regno , la Real Casa dell’Annunziata , un enorme complesso che comprendeva bek cinque strutture ospedaliere , un’importante spezieria , un Monte di Pietà ed un grande collegio . Nel 1597 fu anche nominato protettore del Sacro Monte di Pietà , per il quale acquistò una nuova sede : Palazzo Carafa.

Di lui si perdono le tracce intorno al 1614 e, sulla base dei documenti rimastici, si ritiene che la sua morte sia databile tra il 1621 ed il 1625.
Erbario e museo furono dispersi, probabilmente, dopo la morte di Francesco e disparvero nelle nebbie della storia, ma l’Historia Naturale rimane a testimoniare lo spessore di una attività intellettuale e scientifica di grande respiro .
Pur se più volte oggetto di attenzione da parte di storici e specialisti, l’Historia di Ferrante non è mai stata considerata, dal punto di vista filosofico, nel suo impianto generale, che in più punti richiama tematiche e caratteri tipici dell’alchimia e dell’ermetismo, ben oltre che nel semplice utilizzo della nomenclatura chimica e spagirica, a quel tempo bagaglio comune di esoteristi e speziali.
CURIOSITA’ : all’epoca si raccontava in giro che al Colantonio Stigliola si dovesse, tout-court, la stesura dell’Historia, che egli avrebbe ceduto all’Imperato per un compenso di cento scudi . Su questo presunto  presunto mercimonio dell’Historia nessuno dei due amici si pronunciò mai. In realtà, è assai probabile che l’Imperato molto dovesse all’impianto filosofico dell’alchimista ed ermetista nolano.
Filippo Imparato creò nella zona di Monteoliveto , anche un piccolo orto botanico che acquisì una vasta notorietà in città , nonostante la notevole concorrenza . Va infatti ricordato che in epoca barocca erano piuttosto diffusi i giardini dove si coltivavano , sopratutto nelle dimore aristocratiche , oltre che  nei complessi monastici le piante medicinali  . Per i ricchi disporre di un orto ” dei semplici ” era all’epoca quasi la norma .

L’Imperato fu in contatto epistolare con i maggiori naturalisti e scienziati dell’epoca, come l’Aldrovandi, Ippolito Agostini , il Mattioli, il Cisalpino, il Clusio. Intorno al lui  e al Della Porta che ebbe modo di frequentare si riunirono in quel periodo alcune delle più grandi menti scientifiche e culturali del momento in città come lo studioso naturalista , botanico e accademico Fabio Colonna , il grande bibliofilo Gian Battista Pinelli ,e  lo stesso Stigliola, senza domenticare il suo fedele allievo lucano  Bartolomeo Maranta .

L’allievo naturalista e botanico, Fabio Colonna (1567-1640),  promosso dai Lincei ,  fu grande amico anche  dello Stigliola, di Cesi, e del Campanella. Di lui si ricordano il Phitobasanos  un’opera botanica continuata poi con l’Ecphrasis Stirpium.  Si occupò anche  di ittiologia, astronomia e di musica, con la progettazione di uno strumento a tastiera ad accordatura perfetta .
Egli insieme al Celsi furono protagonisti di una lunga serie di trattative fatte con il figlio di Stigliola , per ottenere alcuni manoscritti inediti della vasta e ancora sconosciuta opera quando l’amato amico morì nel giugno del 1623 . I Lincei per ottenere i manoscritti inediti del defunto padre , pare che dovettero pagare con soldi  il loro possesso all’erede figlio dello Stigliola, Giovan Domenico (  architetto,  ma non certamente del genio e della cultura paterna )  .
Il medico , botanico , fisico ed alchimista Bartolomeo Maranta , nato a Venosa , in Lucania , laureatosi a Napoli , si trasferì poi a   Pisa, per  frquentare  la  scuola del grande naturalista Luca Ghini, ( nel Giardino dei Semplici fondato a Pisa da Cosimo De’ Medici) . Ritornato a Napoli, fu amico di Giovan Vincenzo Pinelli, fondatore anch’egli di un importante orto botanico sito a Napoli in zona Miracoli.
Fu grande amico del naturalista bolognese Ulisse Aldobrandi e di Pietro Andrea Mattioli .
Del Maranta sono noti il libro Della theriaca et del Mithridato libri duo , in cui parla  del leggendario farmaco che per circa duemila anni sarà considerato da tutti il rimedio  per la cura di tutti i mali ed il methodi cognoscendorum simplicium libri tres, dove  attraverso  una vasta farmacologia botanica illustra e descrive le diverse specie  vegetali coltivabili in un giardino dei semplici e le loro  annesse capacità medicamentose.

La Theriaca di Andromaco il Vecchio  , costituiva in passato la più credibile approssimazione storica del mito della panacea universale, Il farmaco cioè che piu di ogni altra cosa si accostava alla famosa pietra filosofale , il simbolo della  tradizione alchimistica. La Teriaca per lungo tempo ha rappresentato  il rimedio più eccellente della Natura e dell’Arte, per guarire tanto i Veleni che le altre malattie del corpo umano e dei metalli.

La sua origine e’ antichissima e viene fatta risalire al III secolo A.c.  quando in Egitto e ad Alessandria in particolare venivano usati delle sostante anti-veleno che venivano chiamate ” theriake” ( antidoto) . Erano delle formulazioni derivate da un miscuglio di varie sostanze di derivazione animale ( sangue di tartaruga, daino, lepre, capretto etc.) che fungendo  da veri salvavita venivano inizialmente prevalentemente usati per combattere uno dei sistemi allora in voga piu’ subdolo per far fuori persone scomode; l’avvelenamento.

Nacque quindi , almeno inizialmente come rimedio anti-veleno , e nacque   all’epoca di Mitridate il grande , re del Ponto , che preoccupato dei vari intrighi  e complotti di corte ( avevano portato all’uccisione del padre ) trascorse molto tempo a prevenire un suo eventuale avvelenamento. Egli chiese quindi al suo medico di corte , Crautea e ai suoi farmacisti di creare un antidoto efficace.

Crautea , con il nome di ” Mitridatium” , mescolando tra loro una cinquantina di elementi tra sangue di animali ed erbe utili contro il morso dei serpenti diede così luogo alla prima e vera Teriaca

CURIOSITA’ : Si racconta che Il re utilizzo’ quotidianamente il rimedio fino ad assuefarsi e quando una volta sconfitto nelle guerre contro i romani decise di togliersi la vita non potè avvelenarsi ( al contrario delle figlie ) e fu costretto a ordinare alla sua guardia del corpo di ucciderlo con un colpo di spada .

Crautea era il medico di corte del grande  Mitridate  (133-64 A.C) re del Ponto, un sovrano dal pugno di ferro e di spiccata genialità (secondo la tradizione conosceva a menadito gli oltre 20 idiomi delle popolazioni a lui sottomesse). Il re fu, certamente, tra i più temibili nemici dell’impero romano. Salito al trono nel 112, il buon Mitridate dichiarerà guerra a Roma per ben tre volte. La prima guerra mitridatica (89-85 A.C.) iniziò con una imponente avanzata del nostro, che conquistò la Grecia, l’Asia minore le isole Egee, per essere poi sonoramente sconfitto dall’esercito romano guidato da Silla. Non pago, il buon re del Ponto ci riprova tra l’83 e l’81 A.C., riportando questa volta sostanziali vittorie su Roma. È solo con la terza guerra mitridatica che Roma, conquistando addirittura il Ponto e la residenza del re, dopo una guerra decennale (tra il 74 ed il 64 A.C.) avrà finalmente ragione di questo acerrimo nemico, grazie alle forze ed all’abilità strategica del suo esercito guidato, stavolta, da Lucullo e Pompeo. Mitridate fu così costretto a riparare in Scizia.

Ad un re tanto potente da sfidare ripetutamente la forza romana, probabilmente non dovevano mancare timori e preoccupazioni. Uno di questi, sicuramente, dovette essere il timore di rimanere avvelenato ad opera di un tradimento di corte. Che il buon re non fosse un semplice paranoico, ce lo dice la storia della sua morte. Tradito dal figlio  Farnace  egli decise di togliersi la vita, proposito che attuò servendosi della lama e del braccio di un suo fedele ufficiale.

Al ribelle re del Ponto, infatti, era da tempo preclusa la pur dignitosa via dell’aspide di Cleopatra e degli altri veleni, e ciò proprio in grazia dei servigi di quel Crautea di cui abbiamo sopra appena accennato.

Pressato dalle richieste del preoccupato sovrano, infatti, Crautea si era mobilitato, secondo la tradizione, alla ricerca di un rimedio sicuro contro ogni forma di avvelenamento. Il potente farmaco che era stato messo a punto, passato appunto alla storia come Mitridatium, era una formulazione complessa, composta da oltre una cinquantina di semplici.

E funzionava così bene che, come si è visto, Mitridate non poté avvelenarsi…

 

Per interi  secoli da quel momento la Teriaca e’ stata considerata quasi una bevanda sacra capace di alleviare molti mali e la sua formulazione veniva attribuita ai discepoli del grande Ippocrate. La sua  antica formula  infatti  , una volta rinvenuta in epoca romana da Pompeo in una cassa appartente al re Mitridate ,  fini’ per cadere nelle mani del medico di Nerone ( Andromaco  il vecchio ) che carpendone il segreto,  lo modificò solo  leggermente aggiundovi  la carne di vipera.

Il prodotto fu così  chiamato ” La Teriaca di Andromaco ” .

A  Roma la ricetta di Crautea ebbe un grande successo ed una grande popolarità  che aumentò  indenne fine a tutto il medio evo nelle opere di Galeno, raggiungendo il culmine della popolarità  nel  XVI secolo . Alcuni dei più noti medici dell’antichità scrissero della teriaca, da Xenocrate di Afrodisia (I sec. D. C.) a Plinio il Vecchio, ma i maggiori scritti sull’argomento furono  senz’alcun dubbio quelli  di Galeno (138-201 D. C.).

La teriaca, con qualche non poco significativa variazione di composizione (ogni studioso vi aggiungeva o sostituiva qualche componente al fine di migliorarne secondo le proprie conoscenze, l’effetto, mentre ogni speziale vi toglieva o sostituiva qualche componente, al fine di migliorarne la redditività secondo le proprie finanze…)

Essa , nella nostra penisola dopo qualche tempo  veniva prodotta e commercializzata ovunque con la pretesa, naturalmente, di essere la migliore e la più fedele all’originale anche se la più famosa ricetta  era sicuramente quella veneziana. Il motivo di tale supremazia era legato alla evidente potenza commerciale della repubblica, le cui navi solcavano i mari e visitavano i porti d’oriente ed occidente. Centro di importazione dei più esotici semplici, Venezia era il luogo dove, effettivamente, più facile doveva essere procurarsi gli ingredienti della famosa pozione.

 

Il potente farmaco divenne comunque  famoso ovunque e attraverso piccole modifiche che ogni illustre medico del tempo vi apportava acquistava sempre maggiori proprietà terapeutiche finendo per divenire un’autentica panacea nelle sue molte versioni.
La Teriaca infatti da rimedio per combattere gli avvelenamenti divenne  nel tempo un farmaco prodigioso in grado di combattere tutti i ” veleni” creati nell’organismo umano dalle varie malattie. Veniva quindi usato contro ogni sorta di malattia, passando dalla peste al mal di testa e finendo col curare malattie psichiche o addirittura  la pigrizia sessuale maschile.
Asma , tosse, obesita’, ascessi , sordita’ , rabbia , lebbra , aborti avanzati , ciclo mestruale , infiammazioni varie ….. Tutto veniva curato con la Teriaca che conteneva tra l’altro il ” sugo di papavero ” ( praticamente l’oppio ).
Il prodotto poteva essere assunto nel vino, nel miele o nell’acqua ma sempre dopo essersi purgati altrimenti non faceva effetto. Inoltre era meglio iniziare la terapia in inverno od in autunno ( in estate solo in casi eccezionali e disperati ).

 

 

 

 

 

 

 

 

In Italia le piu’ importanti spezierie finirono per fabbricare la Teriaca che veniva poi usata nei piu’  grandi ospedali del tempo . Venezia e Napoli furono le due citta’ dove maggiormente si fabbricava il prodotto.
La fabbricazione doveva seguire procedure ben precise che richiedevano dapprima l’approvazione da parte del collegio degli speziali e dei medici e poi la supervisione di testimoni ( anche alcuni rappresentanti del popolo) .
Tutto questo perche’ poi in caso il farmaco non funzionava , nessuno poteva accusare le autorità’ di aver usato ingredienti scadenti o peggio dimenticato qualcuno.
Il farmaco doveva anche rispettare un adeguato tempo di invecchiamento ( come il vino ) ed il tempo giusto per ottenere un buon effetto benefico contro le varie malattie , doveva essere in media quello di 12 anni . Ma se lo si voleva usare solo per sfruttare il suo potere come anti-veleno potevano essere usati quelli con tempi di invecchiamento dimezzati ( 6 anni ).
A Napoli ,  ai tempi di Ferdinando IV , poiche’ la vendita della Teriaca procurava un grosso guadagno divenne monopolio di stato . Di conseguenza nacque il contrabbando del prodotto ” pezzottato” che aveva una sua rete di distribuzione parallela e arricchiva delinquenti  e speziali senza scrupoli.
La citta’ di Venezia istitui’ delle leggi severissime per chi faceva contrabbando della Teriaca taroccata o adulterata che potevano andare da semplici multe fino ad arrivare nei casi piu ‘ gravi addirittura alla pena di morte tramite il rogo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La bevanda tra mito e realtà quotidiana, tra favola popolare e simbologia esoterica, tra scienza e magia, è stata per  tutto l’arco della sua storia, una pozione  fatata e  sacra, delle misture magiche i cui effetti, di là di ogni analisi farmacologica, per l’universo mitico e magico di cui sono emanazione, ci rimarranno per sempre ignoti.

Essa era la bevande dell’immortalità, e della salute eterna

La curva ascendente della diffusione della teriaca continua ininterrottamente fino ai primi decenni del XVIII secolo, per registrare l’inizio della fase ascendente intorno alla metà del secolo. Alla fine del XVIII secolo, la teriaca scompare dalle farmacopee di molte città europee, ma in Italia, ed in special modo nel meridione, la sua popolarità continuerà ancora a lungo. E’ infatti a pochi decenni dal tramonto dell’antico antidoto, che, con una tardiva presa di coscienza delle potenzialità economiche del commercio della teriaca, il re di Napoli Ferdinando IV di Borbone, nel 1779, impone il monopolio statale sulla preparazione dell’antidoto. L’obbiettivo dichiarato è, naturalmente, quello di proteggere dalle teriache contraffatte la salute dei cittadini, ma, sicuramente, è proprio la ancor vasta dimensione del business teriaca ad attrarre re Ferdinando.

La preparazione venne affidata in esclusiva alla Reale Accademia di Scienze e Belle Lettere, e tutti gli speziali del regno furono obbligati ad acquistarne almeno mezzo libbra l’anno. Dovevano inoltre esserne sempre forniti, ed all’ispezione del Protomedico o del suo vice, ogni speziale doveva esibire, oltre al vasetto della teriaca, la ricevuta dell’acquisto annuale.

Il prezzo, fissato con intenti concorrenziali (il prezzo di mercato della teriaca veneziana era intorno ai 24 carlini) oscilla, a seconda delle quantità acquista, dai 18 ai 12 carlini (per un acquisto di almeno cinque libbre).

In effetti, nonostante il provvedimento governativo, ingenti quantità di teriaca veneziana continueranno ad essere contrabbandati nei confini del regno, nonostante i ripetuti tentativi di bloccare l’ingresso della richiestissima teriaca concorrente (che, tra le altre cose, eludeva costantemente la regia dogana) o attraverso l’inefficace meccanismo repressivo, o attraverso continue riorganizzazioni del sistema distributivo e l’imposizione di più ingenti e gravosi quantitativi minimi d’acquisto agli speziali.

 Le cose non migliorarono quando il diritto di esclusiva sulla fabbricazione, chiusa la Reale Accademia, passò, nel 1807, per iniziativa di Giuseppe Bonaparte, al neonato Real Istituto di Incoraggiamento alle Scienze naturali di Napoli, che, attraverso varie vicissitudini, mantenne il proprio diritto fino al 1860, anno in cui, comunque, possiamo considerare già concluso il ciclo della fortuna della teriaca .

Ma se storicamente fallimentare fu la vendita della teriaca “Statale”, non è improbabile che tra XVI e XVIII secolo il regno di Napoli fosse ai primi posti nel consumo di teriaca veneziana, e si può essere certi che, a quest’ultima si affiancava anche quella tradizionalmente preparata in segreto dagli speziali napoletani.

Intorno alla Teriaca ed i suoi “magici ” poteri si insediarono in città , alcuni dei personaggi più importanti della cultura seicentesca napoletana, speziali, naturalisti, medici, alchimisti e filosofi . Nell’immaginario alchemico la Teriaca era  un alter ego dell’Elixir Vitae, del Pharmaco Catholico, della Medicina Universale, che è a sua volta precipitato archetipale dell’acqua benedetta, del Sôma del Rg-veda o dell’Haona iranico .

Alla potente e rispettata categoria degli speziali napoletani non poteva non incuriosire quale fosse la preparazione della teriaca, quali fossero le virtù terapeutiche ad essa attribuite e le patologie di applicazione del portentoso rimedio.

Tra questi, ad interessarsi maggiormente del potente farmaco al punto da scriverne  un famoso  testo che ebbe gran successo in tutta Europa fu  come già detto Bartolomeo Maranta , un naturalista di grande levatura e  allievo di Luca Ghini che si formò  presso il Giardino dei Semplici fondato a Pisa da Cosimo de’ Medici.

Egli a Napoli, strinse intimi rapporti di amicizia e collaborazione col naturalista e speziale napoletano Ferrante Imperato, passato alla storia delle scienze naturali per il Dell’Istoria Naturale .

Nella sua famosa opera ” Della Theriaca et del Mithridato”  , il venosino Bartolomeo Maranta, scrive ed insegna l’arte ed il vero modo per  comporre il famoso medicamento .

Ma mentre in città  l’Elisir spagirico-filosofico di frate Donato D’Eremita da Rocca D’Evandro , l’alchimia di Maranta, Stigliola, di Imperato e Della Porta costituivano oggetto privilegiato dell’attenzione della élite intellettuale e nobile napoletana, ad avere una notorietà assai più universale e popolare fu uno strano alchimista che nulla aveva a che fare con la vera ” arte alchemica “.Tale Girolamo Chiaramonte .

Egli rappresenta  la dimostrazione di quanto speculativo  potesse talvolta essere l’alchimia nel seicento .  All ’indagine e alla sperimentazione genuina mistico-filosofica fatta da veri alchemici con la loro scientifica arte ,  si contrappoevano e sostituivano spesso anche falsari ed inventati maghi che con la loro figura  di imbonitore e  ciurmatori rabbonivano spesso ingenue persone al solo scopo di lucro , infangando in tal modo la nobile arte alchemica.

Uno dei dubbi  personaggio in questione fu il  Signor Girolamo Chiaramonte, proveniente da Lentini,  che con la sua polvere cinerea bianca, vantava un altro elixir vitae dagli effetti miracolosi.

Egli viveva inizialmente in Sicilia dove nel 600 , praticava l’arte di alchimista e santone  con un misterioso elisir con il quale secondo molti egli compì per anni incredibili guarigioni. Egli discendeva  da una delle più nobili e illustri famiglie isolane, e visse inizialmente a Messina , in Sicilia dove nel 600 , praticava l’arte di alchimista e santone  con un misterioso elisir con il quale secondo molti egli compì per anni incredibili guarigioni.

In Sicilia  elaborando le sue formule e realizzando qui il suo prodigioso elisir , divenne famosissimo e le sue cure furono finanche documentate con grandissimo dettaglio da medici, nobili e autorità dell’epoca che testimoniarono  il suo reale funzionamento .

Quello che lo distinse infatti  da tutti gli altri ciarlatani del passato è che le sue cure sono state infatti ben documentate con grandissimo dettaglio da numerosi esperti dell’epoca.

 

Come spiegato nei suoi trattati e nei documenti d’epoca, il suo ritrovato era una mistura di quattro ingredienti segreti, di natura minerale. Lo chiamò Belzuar, con il nome di pietre magiche delle leggende, che guarivano da ogni male. Fatto sta che il suo elisir curava davvero tutti i tipi di febbri, i tumori e molti mali e dolori delle più diverse cause. In tutti i casi in cui il Belzuar non funzionava, che lo stesso autore elencava coscienziosamente, esso giovava comunque ad un generale benessere dell’organismo.

La sua avventura  cominciò a Messina nel 1618, dove il presunto  spagirista ottenne  dal protomedico l’autorizzazione a medicare con la sua polvere, ottenendo successi, a quanto pare, mirabolanti. A seguito dei suoi comprovati successi, Chiaramonte ottenne infatti nel 1618 il permesso delle autorità messinesi di somministrare pubblicamente il suo farmaco, guarendo moltissime persone.

A Napoli egli venne perchè chiamato dall’Ordine dei Cavalieri di Malta, nel tentativo di curare il precario stato di salute di Fra Giulio De Falco, in quel tempo recevitore di Malta nel  Regno .

Il De Falco guarisce rapidamente ma la cura del Chiaramonte, accolto, pare, a braccia aperte, dall’Ordine di Malta di Napoli, suscita un certo scalpore, al punto che, nel 1619, la Gran Corte della Vicaria, sembrerebbe su stimolo dello stesso Chiaramonte (abile pubblicitario…) istituisce un processo per raccogliere testimonianze sull’efficacia dell’Elixir. Testimoniano, a decine, i cavalieri di Malta, guariti da ogni sorta di malanni, insieme a molti gentiluomini napoletani (in tutto una quarantina di testimonianze). Dopo tale trionfo la polvere viene pubblicamente usata nell’ospedale dell’Annunziata (2 morti su 15: un record, pare, per gli elixir del tempo…).
Egli viaggiò e rese famoso il suo Elisir in tutta Italia , spostandosi continuamente nei vari ospedali e riportando di volta in volta ,  nei suoi scritti, tutte le autorizzazioni e i decreti ottenuti da principi e dalle autorità scientifiche del tempo ( fu ospite graditissimo delle corti più prestigiose).
Fu invece sempre molto abbottonato  sulla composizione del  suo misterioso elixir.
Si sa che non è nocivo, che è composto di minerali “… ma preparati et purgati…” in modo da non nuocere. Del resto, per chi volesse approfondire, il Chiaramonte non manca di tendere la mano :
… Et perché dicono alcuni che questo medicamento è terra semplice, ò pietra, et che non consta di preparatione et compositione alcuna, io per chiarezza di ogni uno, offero ad ogni Signore, ò altro che vorrà chiarirsene, di dimostrargli in atto tutti li quattro ingredienti separati, con la terra ed acqua sua… Ma avvertasi ch’io per questa demonstrazione ne voglio premio grande, perché si palesa e si vede apertamente tutto il magistero, et manipulatione del mio secreto…
Chiaramonte mette in guardia dalle imitazioni:
… sappia che questa mia polvere è di colore cinerito… si dà in una cartoccia chiusa et sigillata con arme di un braccio armato che tiene una testa di saracino per li capelli, et le lettere intorno che dicono Girolamo Chiaramonte… et perché tutte le sopraddette cose si possono contrafare, per sicurtà di ognuno ho eletto un loco preciso in Napoli… ove tengo casa aperta per quelle persone che si vorranno servire… Poiché in molte parti vi sono state alcune persone che sotto mio nome hanno dispensato alcune loro polvere con poca salute del prossimo, come fu Pier Francesco Gilardini Bolognese in Firenze, allo quale furono consegnati 6 ammalati dell’Ospitale di S. Maria la Nova et con il suo medicamento ne morsero 4 et le altre due ci furono levati per non farli anco morire, et in Modona un mio servo, Ventura da Ventura, il quale pubblicando havermi rubbato il secreto, dava certa terra sulforea con la quale fece danno a diverse persone, et Antonio Bianchi allo quale portai meco in Firenze, et doppo si volle fare autore di questo secreto, et fu forzato fuggire…
Sotto controllo costante di scettici, autorità e scienziati, tra continui esami e processi dai quali uscì sempre trionfante, egli somministrò il suo rimedio a chiunque ne avesse bisogno, umiliando tutti i suoi detrattori e guarendo centinaia di casi dichiarati incurabili.
CURIOSITA’ : Arrivato a Firenze nel 1620 si esibì in numerose  esperienze pubbliche, all’ospedale di Firenze, non dissimili da quelle già avvenute all’ospedale dell’Annunziata di Napoli, che segnano un discreto successo pubblico della polvere. Qui il metodo del Chiaramonte viene messo a confronto con quello dei medici dell’Ospedale di Santa Maria la Nova. Per ordine di Cosimo, di 16 ammalati, otto vengono curati dal Chiaramonte ed otto dai medici dell’ospedale. Gli otto pazienti del siciliano sono affetti da diversi tipi di febri ed hanno un’età compresa tra i 14 ed i 61 anni. Sei, con un periodo di assunzione della polvere che va da 15 a 45 giorni, guariscono. Due, ribelli ad ogni cura, muoiono. Avendo riguardo ad un tale eccezionale risultato, il lettore non stupirà certo nel venire a sapere che, degli otto, pazienti curati secondo il metodo tradizionale dei medici fiorentini, solo tre riuscirono a sopravvivere, essendo gli altri cinque passati repentinamente a miglior vita nel giro di poche settimane. L’obiezione  dei medici fiorentini fu che, in precedenza, agli ammalati guariti dal Chiaramonte, erano stati per lungo tempo somministrate le loro terapie, per cui non si poteva esser sicuri che le guarigioni in questione fossero effettivamente opera della polvere citrina del concorrente siciliano. A quel punto il Chiaramonte richiese direttamente a Cosimo un’altro lotto di malati nuovi di zecca, vergini di ogni intervento e terapia, e li ottiene. Sono sette, tutti di età compresa tra i 14 ed i 30 anni, afflitti da febbri varie, e tutti, affidati al solo elixir, guariscono in poche settimane.
Poco dopo, Cosimo, da tempo malato, manda a chiamare il Chiaramonte. Questi viene però prontamente ed efficacemente osteggiato dai medici del principe, che non vogliono affidare il loro illustre paziente ad un medico straniero, sulla cui preparazione e sui cui metodi nessuno sa nulla. La polvere misteriosa può anche esser nociva, ed il principe non deve affidarsi a mani estranee. Cosimo, dunque, non si affida al Chiaramonte,e dopo poco  morì…
Memore di questa esperienza ,  Lorenzo, il fratello di Cosimo, affetto  “di febre maligna con petecchie“, decide invece ignorando i medici di corte del Granducato,  di affidarsi al Chiaramonte e al suo  portentoso belzuar  guarendo dalla malattia nel volgere di poco tempo.
L’apoteosi, probabilmente, si ha nel 1625, a Genova. Il teatro dell’azione è l’Ospedale della Chiesa della Santissima Annunziata. Qui, grazie all’interessamento del protofisico Carlo Pannicelli, vengono consegnati al Chiaramonte 20 malati gravi, di cui solo due, nonostante la polvere, muoiono. Visto l’incoraggiante risultato…ordinorno di nuovo che me fossero consegnati altri 16, delle quali 15 guarirno et uno si morse … Onde ammirati li detto Signori del detto Magistrato fecero decreto che in detto ospitale me si consegnassero 25 letti con 25 ammalati, et mancando, o per salute, o per morte, che di nuovo si riempiono alla cura di Girolamo Chiaramonte siciliano, sempre con l’osservanza del sopradetto Pannicelli…

 

Nel corso di una permanenza di vari mesi, Chiaramonte cura con successo ben 170 ammalati, e, naturalmente, a questo punto, a proposito di questa esperienza, riporta la relazione del Protettore dell’ospedale, Nicolò Zoagli. Le osservazioni del Pannicelli, invece, riempiono decine e decine di pagine del Trattato, e costituiscono ulteriore attestazione di efficacia ed affidabilità della polvere.
Tuttavia assieme alla popolarità, ecco farsi avanti gli onnipresenti imitatori ed usurpatori, che vorrebbero togliere a Chiaramonte i meriti, la gloria ed i guadagni della polvere misteriosa .La vera battaglia che egli dovette quindi fare era quella  contro i medici e gli speziali che ostacolano il completo ed assoluto trionfo della sua polvere.
Nelle opere divulgative egli risponde alle critiche dei medici, citando ad ogni piè sospinto Galeno e Dioscoride, arricchisce l’esposizione dell’impianto medico-astrologico di derivazione ermetica. Questo, però, non dovette bastare ad assicurare al suo elixir fama immortale. A qualche decennio di distanza, il Theatro del Donzelli, che pure scrupolosamente annota l’elixir di Donato, non conserva traccia della miracolosa polvere cinerita belzuar minerale dell’intraprendente siciliano.
L’equivoco alone di mistero intorno alla composizione delle cartine dovette contribuire alla rapida dissoluzione del ricordo del portentoso rimedio e da allora, il mistero del Belzuar non è mai più trapelato.

Il segreto, così attentamente custodito dal Chiaramonte, tuttavia, con ogni probabilità non andò perso. Nell’ultima pagina del Compendio, infatti, Girolamo annota:

…Io ho palesato questo secreto a mio fratello per nome Vito che sta meco, et di più ho fatto due lettere le quali tengo sigillate per due Principi miei Signori, dentro le quali ci ho scritto questo secreto, acciò nella mia morte non si perda un tanto medicamento per la salute del prossimo…

Dunque, altre dovettero essere le ragioni della progressiva scomparsa del medicamento di Chiaramonte. Pian piano, inesorabilmente, il medicamento, ormai popolare nelle corti di tutta la penisola, osteggiato dalla medicina ufficiale, ma diffuso al punto da provocare dispute di paternità, imitazioni fraudolente e “punti vendita” autorizzati, dovette mostrare i suoi limiti.

La panacea universale, priva della faconda abilità pubblicitaria del suo ideatore, dovette perdere molto del suo incanto, per scomparire rapidamente dalla memoria di consumatori, medici e speziali. Le farmacopee non nomineranno infatti mai il Chiaramonte. La sua prodigiosa polvere si perderà per sempre nell’infinito labirinto del tempo, insieme  tutti gli altri elisir miracolosi che hanno caratterizzato l’alchimia rendendola ancora più misteriosa e affascinante ma sopratutto non ci dirà mai più se il Chiaramonte fosse un truffatore o un grande alchemico .

Lo stesso Conte Cagliostro tra gli alchimisti dell’epoca venne spesso annoverato  per la sua  attività di speculatore e raggiri talvolta operato non solo a incolti o sempliciotti persone ma anche potenti regine , cardinali e  uomini di cultura , tra i ciarlatani ed imbroglioni che circondavano il mondo alchemico.

Per anni infatti  il mondo si è chiesto chi fosse veramente Cagliostro . Un Avventuriero o un grande iniziato?

Il gusto per l’occulto e per lo straordinario, la capacità di di affascinare le menti, il desiderio di stupire, la convinzione di essere dotato di miracolosi poteri, taumaturgo, alchimista, imbonitore, o semplice imbroglione .  Del Conte di Cagliostro ancora oggi non si sa con certezza come definirlo  . Sappiamo infatti  con certezza poco della vita, ma sicuramente ancor meno della sua morte.

Senza alcun dubbio possiamp però dire che Cagliostro fu un vero e proprio Guru per l’Epoca nonostante il suo profilo enigmatico complesso, criptico ed esoterico molto affascinante  e senza alcun dubbio possiamo anche affermare che fu  poco o per nulla onesto.

 Sappiama anche con certezza che fondò la prima Loggia Massonica di Rito Egiziano a Lione nel 1784 che si rifaceva al culto isiaco dei Faraoni.

Nei verbali del Santo Ufficio egli dichiarò, senza problemi, che la sua ”Ars” derivasse da alcuni insegnamenti impartiti da un filosofo napoletano ,durante  il suo soggiorno nella nostra città . Tale personaggio è stato da molti considerato essere da un lato  il cavalier  Luigi d’Aquino , noto all’epoca  per essere un importante menbro della  massoneria napoletana nonché grande protagonista della Loggia della Perfetta Unione e dall’altro essere addirittura il famoso Principe di Sangro  che a detta di molti fu la sua Guida in campo di segreti egizi.

CURIOSITA’: Secondo numerosi studiosi fu  proprio in Campania  che egli ricevette il misteriosissimo manoscritto massone , risalente agli alessandrini del Tempio di Iside , definito da molti ” la Bibbia per il rito Egizio “. Questo ” codice ” poi descritto dal Cagliostro ,  è un insieme di concetti, figure e caratteri che è stato dettato millenni fa dagli ierofanti egizi, e applicato nei loro grandi templi.

Particolarmente poi studiato da  Giordano Bruno, Il Principe Raimondo e il Conte di Cagliostro ,  esisterebbe, secondo questa pratica, una sorta di santuario energetico  fatto di messaggi occultati nella pietra, nelle note musicali, nell’arte e nella scrittura di testi letterari che porterebbero alla vera conoscenza .

Questo santuario energetico , rappresenta un luogo ricco di potenza dove  grazie al confluire di energia  viva , avvengono normalmente strani fenomeni paranormali . Ai capi di questo santuario ci sarebbero , per assicurare energia sufficiente dei nodi di forza o energia rappresentati da alcune città . Napoli sarebbe una di queste città e quindi un punto di collegamento geografico massone importante con altre città europee ( probabilmente tutte quelle visitate nei suoi viaggi da Cagliostro ) .

Queste città , Napoli compresa , sarebbero determinanti per la sopravvivenza della terra stessa in quanto creerebbero con la loro energia dei luoghi di forza  in cui la Terra, assieme all’acqua, abbia dei pilastri   energetici sacri e ricchi  di potenza  capaci di dare stabilità ed equilibrio al mondo intero .

Queste città ” Luoghi di forza” sono  alcune parti della terra, dove si sommano, più che in altre zone delle componenti magnetiche naturali, dovute alla composizione delle rocce o del terreno che permettono l’avverarsi di alcuni fenomeni particolari normalmente attribuiti alla volontà divina, e gli antichi sapienti, gli iniziati sapevano riconoscere dal colore della vegetazione, o dalla assoluta mancanza della stessa, dalla diversa disposizione delle pietre, quei particolari ” luoghi delle forze” sui quali si sarebbe potuto operare per ottenere il  ” fenomeno magico” .

A Napoli , a partire dal 500 ,  la pavimentazione delle  strade cittadine e delle stesse piazze venne realizzata  con delle caratteristiche pietre laviche che hanno la forma di  piccoli blocchetti  cubici ,  detti ” Basoli ” o ” Sanpietrini ” , ma che i napoletani chiamano anche con il termine più colorito di ” cazzimbocchi “.Essi , di colorito nero , secondo un simbolismo alchemico potrebbero svolgere un importante ruolo nel triangolo magico .

Gli antichi alchimisti hanno da sempre affermato che la loro preziosa materia primitiva , di aspetto umile e oscuro  , si trovava sotto gli occhi di tutti , anche se nessuno la vedeva  , che poteva  essere comprata a poco prezzo e che veniva  ” calpestata con i piedi ” .

I nostri Sanpietrini , utilizzati nel tempo per lastricare le nostre strade potrebbero quindi tranquillamente essere identificati per la forma ed il colore se ci fate caso ,  proprio con questa materia prima e quindi svolgere un importante ruolo esoterico nei nostri due grandi triangoli magici presenti in citta .

Essa era probabilmente  la pietra base che con il suo aspetto nero,  attraverso sofisticati procedimenti alchemici , poteva dar luogo al luminoso oro della famosa pietra filosofale .

L’associazione della preziosa pietra con il nome sanpietrino è solo dovuto al aftto che  San Pietro ha gettato le basi per la chiesa cristiana e il suo nome è associata a questa pietra perché anche essa rappresenta la base di un qualcosa poi divenuto estremamente grande .
Lo stesso potenziale quindi della piccola pietra nera che attraverso determinati sofisticati procedimenti alchemici , poteva dar luogo a qualcosa di estremamente grande come la famosa pietra filosofale .

CURIOSITA’: Il nome sanpietrino dato alla piccola pietra non c’entra nulla comunque con l’Apostolo Pietro ed il suo unico rapporto con San Pietro è dovuto al fatto che la stessa pietra fu usata come base per lastricare le strade intorno a San Pietro (di qui il nome): erano cubetti quadrati con la parte superiore arrotondata, simili ai ciottoli tedeschi katzenkopf, che significa letteralmente teste di gatto. I cazzimbocchie/sanpietrini napoletani erano  diversi: di basalto napoletano, con la superficie quadrata leggermente arrotondata per seguire la curva leggermente a botte delle strade, e nella parte inferiore un tronco di piramide, la cui base è più piccola della superficie, in modo da inserire più facilmente ciascun cazzimbocchio nel terriccio sottostante. Poi il lavoro di lastricatura veniva completato (e viene ancora oggi) sigillando le pietre con pece liquida. La somiglianza con il prodotto tedesco, quindi, è minima e Raffaele Bracale propone un’ipotesi etimologica differente: probabilmente i lastricatori utilizzavano l’espressione “damme ‘stu cazzo lloco, dammi questo coso qui, che non ricordo come si chiama”; l’espressione avrebbe fatto testo e può trova conferma dal fatto che popolarmente si utilizza questo termine per indicare anche una cosa di cui non si sa bene il nome o il genere.

Alcune città sparge sul globo rapprenerebbero da questo punto di vista dei punti cardini importanti formando dei triangoli magici .

Il  Triangolo della Magia Bianca e  l’opposto Triangolo della Magia Nera , ovviamente fatti di energia positiva e negativa che spesso coesistendo ,nelle lotta , si compensano tra loro . I tre punti di questi triangoli magici sono rappresentati da tre città sparse sul globo. Solo una di queste fa parte di entrambi i triangoli, ovvero l’italiana Torino  . Insieme a Londra e a San Francisco fa infatti parte del Triangolo della Magia Nera, mentre insieme a Lione e Praga fa parte del Triangolo della Magia Bianca.

La città piemontese è inoltre attraversata dal 45° parallelo, ulteriore motivo che lascia pensare ad un forte concentrato di positività.

Sospesa tra bene e male, e sede di un’incessante lotta tra luce e tenebre nonchè fulcro di forze del bene e del male insinuate  tra le strade, presenti nei suoi monumenti e percepibili nelle sue piazze anche Napoli da sempre è stata considerata un’importante cittò esoterica con i suoi triangoli .

CURIOSITA’: Il Triangolo nella sua simbologia esprime sia l’idea  della divinità, come  riscontrabile nel  simbolo della Trinità , sia l’idea dell’ascesi dell’uomo verso la trascendenza divina, l’Universale.

Nella tradizione pitagorica il triangolo simboleggia invece come vedremo l’Unità. Il triangolo ha sempre quindi . come figura geometrica appassionato il mondo fin dai tempi antichi e per il mondo esoterico esso è lancora oggi la rappresentazione grafica dei quattro elementi basi della vita.

Per esempio, il triangolo con la punta verso l’alto simboleggia il fuoco e il sesso maschile, con la punta in basso invece sta a significare l’acqua e il sesso femminile. L’equilibrio dei due triangoli è dato dalla loro unione nella forma dell’esagono stellato, cioè la rappresentazione grafica delsigilli di Salomone  , composto dall’incrocio dei due triangoli inversi. Il triangolo è alla base della formazione dellapiramide .

Il Significato del triangolo si esprime soprattutto attraverso il suo relazionarsi con le figure geometriche fondamentali del Centro, del Cerchio, della Croce e del Quadrato.

simboli

Nella nostra città i tre punti più esoterici manco a farlo apposta ( guarda un po ) si trovano proprio ai vertici di un triangolo e non sono altro che  I tre punti energetici della cintura di Orione che riflessi sulla terra , interseca i decumani ed i monumenti ad essa associati.

Basta per accorsene procurarsi una piantina del centro storico ed un  pennarello…

 

Dopo aver individuato sulla pianta  i tre luoghi esoterici  che corrispondono alla collocazione della chiesa del Gesù Nuovo ,  della  Chiesa di San Lorenzo Maggiore ,  e della  Chiesa di S. Maria Maggiore  e dopo averli uniti, si noterà che  grafiamente i tre punti vanno infatti a formare un triangolo .

I tre luoghi sono sempre stati considerati in città dei luoghi ricchi di mistero .

La chiesa del Gesù Nuovo o Trinità Maggiore racchide tutto il suo mistero  nella sua bellissima facciata rinascimentale

La facciata è caratterizzata da bugne di piperno di forma piramidale con la punta rivolta verso chi guarda. Le bugne  inoltre presentano sui lati delle incisioni particolari  di un misterioso alfabeto.

Sembra che sull’edificio gravava un maleficio che perseguitò i suoi occupanti dovuta proprio a i segni sulle buglie .

Roberto Sanseverino ,principe di Salerno quando nel 1740 ordinò a Novellino di San Lucano la costruzione della Trinità Maggiore, cioè la Chiesa del Gesù Nuovo per tenere lontano le forze malefiche, ordinò che le punte fossero rivolte verso l’esterno mentre invece i maestri pipernai abbiano disposto in modo scorretto le pietre.( punte rivolte all’interno in alcuni tratti ).

Per questo le energie positive si sarebbero trasformate in negative, attirando sul palazzo numerose sciagure (l’ultima, durante la seconda guerra mondiale, con la caduta di una bomba proprio sul soffitto della navata che però, miracolosamente, non esplose).


Il Sanseverino ,che era anche un esperto alchimista ,avrebbe indicato nei dettagli dove posizionare le pietre che, prima di essere lavorate, venivano “irrorate” di magia positiva dal lato utile.
Secondo una leggenda  non sarebbe stata l’ignoranza dei maestri pipernieri, a costruire  il bugnato impilando le rocce al contrario ( In tal modo gli influssi negativi sarebbero entrati nell’edificio e quelli positivi sarebbero sfociati all’esterno) in quanto essi erano abili  conoscitori dell’alchimia e dell’esoterismo ( lo stesso Roberto Sanseverino li aveva chiamati a corte perché conoscitori della magia) e quindi non si sarebbe trattato di un errore così grossolano ma di un ” errore ” diciamo voluto in quanto si sospetta che questi furono corrotti dai nemici del nobile.

Sarà vero o no , ma  sta di fatto che nei secoli il Gesù Nuovo è stato afflitto da numerosi malefici. I problemi di proprietà, ad esempio: il figlio di Roberto Sanseverino, Antonello, ricevuto il palazzo in eredità, fu allontanato dal regno a causa di contrasti con gli Aragonesi; anche Ferrante Sanseverino, l’ultimo principe di Salerno, fu allontanato dal re Filippo II; la Compagnia dei Gesuiti, che acquistò il palazzo dallo stesso Filippo II, fu successivamente allontanata come Ordine.
Ma anche le numerose confische dei beni ai Sanseverino, la completa distruzione di un’ala del palazzo, gli innumerevoli crolli della cupola e il successivo incendio della chiesa.
Tutto sta che dell’originario palazzo resta oggi solo la struttura del basamento e la facciata in bugnato a punta di diamante.

Ultimamente si è ipotizzato un nuovo significato dei simboli sul bugnato: non si tratterebbe di magia, ma più semplicemente di uno spartito musicale , scritto in lettere aramaiche, in totale sette lettere, da leggersi al contrario: dal basso verso l’alto, da destra verso sinistra.

Quindi quei segni sulla facciata della chiesa del Gesù Nuovo ,non sono altri che un pentagramma  scritto in aramaico ( l’aramaico era la lingua parlata da Gesù). L’uso di segni che componevano una musica non era inusuale negli anni del tardo umanesimo e gli stessi Sanseverino fecero incidere dei simboli musicali nel loro palazzo a Lauro di Nola

 

Dopo numerosi studi è stato stabilito che si tratta di musica rinascimentale che segue i canoni gregoriani la cui riscrittura ha portato alla composizione di un concerto il cui sogno è quello di eseguirla in pubblico proprio al Gesù Nuovo.
Il concerto è stato intitolato «Enigma», ed è stato trascritto per organo, invece che per strumenti a plettro.

Nell’interno del complesso della struttura  , cosa da non sottovalutare nel parlare della chiesa da un punto di vista esoterico , è anche presente la fontana egizia di Morfisia del 67 d.C., alimentata dall’acqua del Sebeto.  La famosa fontana dell’immortalità un tempo collocata in  piazza del Gesù dove è anche presente l’obelisco  più famoso in città alto 30 metri, che fu eretto  dai Gesuiti grazie a una colletta pubblica voluta da Padre Pepe. Il lavoro scultoreo (la statua poggia su una guglia marmorea) fu di Matteo Bottigliero e Mario Pagano. Sulla sua sommità è posta una  statua della  Madonna dell’Immacolata , interamente di rame che  l’8 dicembre di ogni anno riceve l’incoronazione  con una corona di fiori ,da parte dei vigili del fuoco, come segno di devozione della città nei riguardi della Vergine.

Se ci avviciniamo all’obelisco, possiamo notare che sul marmo, sono posti dei strani simboli ed una faccia di scheletro che sono state nel tempo all’origine  di una antica leggenda popolare che si è raccolta intorno all’obelisco.  Si racconta infatti da tempo di alcune figure blasfeme, insieme a quella della morte, scolpite insieme a quelle mariane, che sembrerebbero mostrarsi solo in alcuni momenti della giornata, con il gioco di luce ed ombre, o in certe visuali creati dalla prospettiva.

L’immagine della morte con la falce apparirebbe guardando la statua da dietro e un’ antica leggenda vuole addirittura che chiunque riuscisse, semmai , a vederne l ‘ immagine di faccia ne acquisti in cambio l’ immortalità.

 

Lo strano fenomeno sembra spiegarsi con uno strano effetto ottico che si può notare solo in alcune ore della giornata, soprattutto verso sera all’imbrunire, che rendono la statua grottesca: osservando la statua da dietro infatti si noterà che ella avrà il velo increspato. Aguzzando la vista, con un gioco di prospettiva la statua sembrerà del tutto diversa: il velo coprirà, come un cappuccio, una figura simile alla Morte che brandisce la classica falce ;l’immagine delle Madonna nasconde quindi un segreto, o forse è solo suggestione.

In alcune ore del giorno, specialmente con la luce del tramonto o dell’alba, l’aspetto della statua cambia alla vista. Il drappo non sembra più coprire la Vergine, ma una figura scheletrica che regge una falce: la Morte.

 

 

Alcuni associano tale figura a quella della “Santa Muerte”, la “Santissima” divinità venerata da alcuni culti e sette sorti in Messico e che alimentano alcune branche di criminalità negli U.S.A..Difficile risulta credere che anche a Napoli ci sia stato il culto della “Santissima”: la Santa Muerte ha origini incerte per quanto riguarda la data di nascita. E’ certo che il culto sia nato in Messico e che fino agli inizi del Duemila fosse rimasto tale. Dopodiché, un arcivescovo messicano allontanato dalla Chiesa Cattolica, ne professò le regole. Dapprima additato dalla comunità messicana, oggi la religione-culto gode di popolarità, soprattutto nei ranghi delinquenziali. Comunque sia, la statua tipica della Santa Muerte è uno scheletro in un velo di vario colore a seconda del male da debellare (in giallo: risolve problemi di danaro, in rosso: cancella i crucci in amore; in nero quella generica e più conosciuta…).
L’accezione esoterica presenta tra le mani, oltre che la falce e la bilancia, una marionetta e una clessidra, a sottolineare la sua importanze nel conteggio della vita dell’uomo.
Spesso si pensa che invocarla inutilmente provocherebbe la morte di un parente o un amico e che, più raramente, la Santa Muerte sia gelosa degli altri santi, che non dovrebbero essere più adorati.
Leggenda o realtà che sia, la nostra Vergine Maria dell’Obelisco dell’Immacolata è fatta di rame, che col tempo si è ossidato ed è diventato azzurro-verde.
Lo stesso colore della Santa Muerte risolutrice dei problemi di lavoro …..

 

 

 

 

 

 

 

 

La citta’ ha comunque sempre avuto un forte rapporto con la morte e in particolare con le anime del Purgatorio ed il loro culto . I luoghi emblemi di questo speciale rapporto sono il celebre cimitero delle fontanelle , situato nel Rione Sanita’e la Chiesa di S. Maria del Purgatorio in via Tribunali e la dimostrazione del loro culto e’ la cura con cui sono tenuti i teschi in essi contenuti .

La finalità di questi luoghi rispecchia a pieno la generosità del popolo napoletano e ci fa comprendere quanto il culto dei morti e la religiosità fossero una trama importantissima e fondamentale del tessuto sociale.
Questo culto e’ è una porta rituale tra il mondo dei vivi e dei morti: i morti chiedono ai vivi una preghiera e i vivi, perlopiù donne, si rivolgono alle anime abbandonate che fanno da tramite tra la vita terrena e quella ultraterrena.
Nasce in questo modo , nel tempo l ‘ usanza di adottare ” un ‘anima pezzentella “, ossia di scegliere il teschio di un anonimo defunto ( una capuzzella ) e prendersene cura proteggendolo ( talvolta in una piccola e rudimentale bacheca in legno e vetro )ed onorarlo con devozione continua e amorevole talvolta con la speranza di ottenere la …… sospirata grazia
Il limite tra la fede e la superstizione è sottile, ma i devoti sentono più vicini a loro le anime pezzentelle di umili origini nelle quali ritrovano comuni miserie, sofferenze e solitudini. L’adottante sceglieva una capuzzella, la puliva e la lucidava, la poneva su un fazzoletto ricamato ed infine, durante visite periodiche, le offriva lumini, fiori e preghiere “A refrische ‘e ll’anime d’o priatorio”. Poi la circondava con un rosario e la adagiava su un cuscino, ornato di pizzi e ricami . Solo dopo questo rituale pare che l’anima purgante apparisse in sogno , richiedendo “refrisco” ( cioè preghiere e cure per essere sollevata dalla sofferenza) e svelando la sua storia personale. Se la capuzzella iniziava a sudare, significava che si stava adoprando per intercessioni a favore del devoto o per concedergli la grazia . In realtà l’alto tasso di umidità della cava ancor oggi provoca la formazione di gocce di condensa sui teschi, facendoli sembrare sudati. A questo punto l’animella entrava a fare parte della famiglia e veniva custodita in un tempietto di marmo o di legno, in una teca di vetro, a volte pure in una semplice scatola metallica di biscotti , sui quali si incidevano il nome dell’adottante e l’anno di ricevimento della grazia. Se però non venivano esaudite le richieste, quali guarigioni, matrimoni,vincite al lotto, il devoto poteva rimpiazzare la capuzzella con un’altra, nella speranza che si rivelasse più benevola. Se il teschio non sudava, significava che l’anima pezzentella era in uno stato di sofferenza ed impossibilitata ad elargire grazie, quindi bisognava confidare in entità celesti più potenti.
A queste anime pezzentelle , bisognose di cure e preghiere si poteva chiedere di tutto anche cose piccole piccole e poco “mistiche” come vincere una lotteria .
Ma e’ proprio la grazia la vera grande filosofia napoletana , poichè nella sua concezione egli ritiene che le anime dei morti svolgono un ruolo importante in quanto possono influire sull’ esistenza dei vivi .
Tutto questo rientra nella grande filosofia del popolo napoletano che con pari disinvoltura mostra una esuberante confidenza con la vita e una grande familiarità con la morte e con l’Aldila .
Le anime dei morti , infatti ,vengono viste come entità spirituali a cui potersi rivolgere con familiarità ma anche con dovuto rispetto per chiedere grazie ed intercessioni , nonchè per ottenere guarigioni , vincite al lotto ed altri favori , per cui esse vanno venerate quasi allo stesso modo dei santi ( la chiesa ad un certo punto preoccupata scese in campo e ne abolì il culto ).
Visitare i luoghi di culto popolare consente di esplorare il mistero, ove si confondono riti sacri e profani, religione e magia. L’iniziale incredulità o scetticismo svaniscono man mano che nel rituale delle anime pezzentelle si riconoscono un generale bisogno di essere ascoltati per ricevere conforto e sollievo, di ascoltarsi nel raccoglimento di una preghiera, per gli altri e per se stessi, di trovare conferme di protezione nei meandri della fede o della suggestione superstiziosa.
Questo culto così particolare non solo è una sorta di misericordiosa alleanza e complice intesa tra i poveri vivi e i poveri morti per un aiuto reciproco, ma anche un’occasione per riflettere sull’aldilà attraverso il simbolo dei teschi.
Il culto delle anime pezzentelle approda alla consapevolezza che in fondo “all’ àutro munno simm tutte eguale” e “Simm tutt cape ‘e morte”, cioè che “la morte è la completa uguaglianza degli ineguali”, è “una livella” a detta di Totò: ciò che era visibile e rilevante in vita diviene invisibile ed irrilevante nella dimensione sospesa (“queste pagliacciate le fanno solo i vivi: noi siamo seri…apparteniamo alla morte”, proclama l’ombra del netturbino a quella del marchese che disdegnava di essere sepolto accanto a lui) .

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La Chiesa di San Lorenzo mostra invece la sua parte esoterica nel suo interno , sul  dorso della mano guantata della statua dormiente di Leone II .  Si tratta del famoso sigillo di Salomonis  noto anche come Esagramma salomonico . Il simbolo è formato da  due triangoli equilateri incrociati e rappresenta l’unione tra uomo e divino. Il Sigillo di Salomone ha un’origine molto antica e si riscontra in diverse culture, non solo religiose. La stella a sei punte viene spesso ritrovata nei libri magici e negli esorcismi di tradizione popolare, assumendo le sembianze di  potente simbolo magico . Si narra che Re Salomone, figlio di David, usò la stella a sei punte per scacciare i demoni in punto di morte.

 

La Chiesa di Santa Maria Maggiore  che si trova nel decumano maggiore venne eretta come basilica paleocristiana su una preesistente struttura di epoca romana, essa risale al IV secolo ,nello stesso luogo dove si ergeva un tempo  il tempio dedicato alla dea  Diana ,dea della Luna e della caccia, e  protettrice delle donne.

Le sue sacerdotesse e seguaci, dette janare  , erano le depositarie di un sapere astronomico e religioso senza tempo ed erano a conoscenze di molti culti misterici ( Il termine janara era la trascrizione dialettale del latino dianara, che significa “seguace di Diana”).
Esse conoscevano il ciclo dei pianeti e miracolosi rimedi fito-terapici e pertanto secoli fa, quando non esistevano ospedali o ambulatori medici, era proprio a loro che si rivolgevano le genti locali per essere curate.

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Il culto per la dea Diana era  riservato alle sole donne (perché a queste prometteva parti non dolorosi ) che sopratutto in  corrispondenza con la luna nuova, si recavano in processione al tempio di Diana/Artemide per propiziare il parto o per ringraziare la dea per averle assistite ( in molti scavi sono emersi ex voto anatomici e statuette di madri con lattanti).

 

Le sacerdotesse di Diana erano anche esperte ostetriche, e praticavano gli aborti attraverso infusi di erbe, come il prezzemolo. Il ritrovamento negli scavi di Pompei di oggetti simili a raschietti ha fatto supporre l’ipotesi che nell’antichità venisse praticato anche l’aborto con raschiamento dell’utero.
Queste sacerdotesse erano temute e rispettate, depositarie di un sapere astronomico, religioso e medico senza tempo e si tramandavano in maniera ereditaria antichi culti e pratiche occulte di magia.

CURIOSITA’: Gli uomini  furono ingelositi  da tale culto che li escludeva del tutto anche da questioni familiari  e furono infastiditi da tali arti magiche  che incominciarono a temere. Gli uomini inoltre erano irritati dalla popolarità che il culto di Diana  riscuoteva in questa zona poiché molte promesse spose  pur di evitare matrimoni infelici, preferivano votarsi alla Dea Diana e offrire la loro castità. Le ragazze divenute poi sacerdotesse venivano appellate dagli stessi uomini amareggiati, in maniera dispregiativa col sostantivo di  ianare (da dianare o sacerdotesse di Diana) ed infine per vendicarsi bollate di stregoneria, capaci di invocare il demonio. La parte maschile del popolo, quindi che mal vedeva questo luogo frequentato da sole donne, temendo di perdere il loro potere in società, incominciarono a fare di tutto per screditarlo.

Incominciarono con lo screditare le sacerdotesse accusandole di eresia, adulterio apostasia, blasfemia, e bigamia e tante altre numerose ingiurie con il solo scopo di annullarne il potere acquisito.

Già tutto questo basterebbe a dare un significato misterioso al luogo che invece come se non bastasse pare che esso sia il luogo dove secondo un’antica leggenda, sotto la piccola piazzetta antistante ,  vi abitasse il diavolo in persona. Egli  tutte le notti travestito  da enorme maiale, pare che si aggirava minaccioso per la piazza e le strade limitrofe per spaventare col suo diabolico grugnito i passanti.

 

Il  feroce maiale dal grugnito infernale, appariva nel cuore della notte aggredendo i passanti e squarciando porte e finestre. Per tutti si trattava della personificazione del male: era il Diavolo, incarnatosi nel corpo di un maiale, con l’intento di suscitare terrore e disperazione.
Secondo gli abitanti del luogo, il centro di tale malvagità  si trovava proprio  sui vecchi resti del tempio di Diana, dove alcune donne (streghe) continuavano a praticare strani vecchi rituali sinistri in gran segreto,  che avevano il solo scopo di alimentare  la furia vendicativa di Diana, che per vendicarsi della distruzione del tempio a lei dedicato aveva così consegnato alla città un orribile maiale, invaso di violenza e ira accecante che con il suo spaventoso grugnito, sembrava uscire dall’ inferno.

Il popolo napoletano anticamente, nonostante da tempo avesse accettato la fede cristiana, continuava di tanto in tanto a praticate culti pagani in città’ e fino a tutto il seicento si continuava a svolgere in questo luogo ogni mese di maggio una grande festa conosciuta come ” gioco della Porcella“.
Si trattava di una reminiscenza dei sacrifici di maialini dedicati a Demetra, dea della terra, che aveva il suo tempio poco lontano, vicino piazza San Gaetano, dove ora sorge la chiesa barocca di San Gregorio Armeno. Bisogna anche ricordare che durante il Medioevo era comunque consuetudine uccidere un maialino o una scrofa in questo periodo nella cattedrale principale di una città’ o paese.
Avete mai sentito ammazzare un maiale purtroppo? Le urla sono alte e strazianti e questo spaventava il popolo …  ed esse sembravano provenire proprio da quel luogo, da quella piazzetta ….. da sotto a quel campanile che fu considerato maledetto dal demonio.

N.B. Nel vicino Campanile della Pietrasanta , la cui architettura è costituito da frammenti di epoche diverse , si possono notare anche delle  delle piccole sculture in marmo di teste di suino, che fanno riferimento alla leggenda del Porco-Diavolo e alla Festa della Porcella.

 

Furono proprio  questi riti pagani e la paura di quete urla di maiali uccisi durante la famosa festa  le origini della intuizione, nel 533 d.C. che spinsero San PomponioVescovo di Napoli, a cogliere l’occasione per erigere una basilica Paleocristiana sui resti del tempio pagano di Diana. Egli non aspettava altro che l’occasione buona. Ed un giorno questa avvenne…

 

Un giorno, in concomitanza di più persone che avevano contemporaneamente deciso di praticare l’antico culto pagano, le urla di notte si levarono strazianti e spaventose.
Le persone impaurite associarono la presenza dell’animale alle donne che praticavano il culto della Dea Diana, quindi per loro quell’animale era il Diavolo travestito da maiale. Spaventati corsero dal vescovo Pomponio, e lo supplicarono di pregare la Madonna per allontanare il demonio. Il vescovo spinto dalla folla organizzo’ subito una messa che dedico alla vergina Maria pregandola di intervenire seduta stante.

La risposta avvenne secondo il vescovo durante la notte grazie ad un suo sogno: la Vergine avrebbe raccomandato a Pomponio di andare nel luogo dove appariva il demonio, e di cercare con attenzione un panno di colore celeste,  e di scavare sotto quel panno fino a quando non riusciva a trovare una pietra di marmo che li si nascondeva.
Quello era il luogo dove egli doveva costruire una Basilica paleocristiana da dedicare alla Madonna se voleva liberarsi del demonio.

Soltanto così si sarebbero liberati della satanica apparizione, e così nacque la chiesa di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta, che deve il proprio nome alla pietra santa e che sembra si trovi ancora all’interno della chiesa stessa.
Sulla pietra che mostrava una croce incisa  fu posta un’immagine della Madonna e ad essa fu dato un potere enorme:  quando la si baciava essa procurava l’ indulgenza  da tutti i peccati ed il salvataggio eterno.
La famosa pietra Santa pare che fosse stata portata da pellegrini provenienti da Gerusalemme, ed in particolare si pensa che la pietra provenga dalla chiesa di Santa Maria Maggiore di Sion e che essa sia stata addirittura benedetta dal papa nell’anno 533. Dopo inutili tentativi di ricerca fu rinvenuta durante i lavori di restauro del  1657, eseguiti dal famoso architetto dell’epoca Cosimo Fanzago  e conservata nel suo interno. Essa fu posta ai piedi della statua della Madonna della Neve , un tempo presente nella chiesa ed oggi andata perduta .

Anora oggi , a distanza di secoli , la possiamo vedere esposta ai piedi della stessa cappella votive dedicata alla Madonna , incastonata su un piedistallo di pietra lavica nera .

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Campanile appare impregnato di iscrizioni e simboli misteriosi fra cui la tavola del gioco romano «ludus latrunculorum»  una sorta di anrenato del gioco della dama .  Una  scacchiera , che richiama la pianta “ippodomea” di Napoli.

La scacchiera, ricordiamelo , è uno dei simboli della Massoneria  ed è il pavimento rituale di ogni loggia massonica. Ritroviamo il quadrato infatti  in riferimento alla Tetractys pitagorica ed è considerato il numero della manifestazione Universale nel concetto del quadrato Perfetto.

 

 

L’evento della costruzione della Basilica e la sconfitta del diavolo, simbolo del bene che prevale sul male, e’ stato per molti anni ricordato dallo stesso  vescovo con un particolare cerimoniale. Egli affacciato alla finestra della Basilica, ogni anno, per ricordare la data dell’evento, sgozzava dinanzi a tutti un’enorme suino che doveva essergli offerto dai fedeli. La pratica poi per fortuna è stata abbandonata perché ritenuta indecorosa e pagana.
Il furbo vescovo Pomponio provvide dopo la costruzione della basilica, a dare una nuova immagine all’intero luogo affidando la chiesa ai  monaci benedettini, che curavano sia uomini che donne con erbe speciali e pozioni medicamentose;  particolare attenzione fu data alle donne che soffrivano per parti difficili.
Incominciò contemporaneamente una campagna denigratoria e diffamatoria nei confronti di quelle misteriose sacerdotesse detentrici di poteri magici a lui e a tutta la chiesa sconosciuti. Con l’aggravante di aver rifiutato Dio, le dianare vennero di conseguenza designate come donne possedute dal diavolo che esse servivano con riti magici.  Secondo il tribunale dell’inquisizione si dedicavano all’esercizio della stregoneria grazie ai loro poteri occulti con l’unico intento di servire Belzebu’ ma non adorarlo . Esse infatti erano solo seguaci della misteriosa divinità Diana che  nella mitologia greco-romana, era seguita nelle sue peregrinazioni notturne da una schiera di morti senza pace: i morti anzitempo, i bambini deceduti prematuramente, le donne morte di parto , le vittime di morte violenta e quelle appartenenti ad entità   stregonesche .Con la decadenza della religione antica e l’avvento del cristianesimo, Diana assunse  «le sembianze inizialmente di una sorta di fata-maga – per poi giungere a quello di strega che dovevano necessariamente essere  combattute , distrutte e  perseguitate .   Tutte le donne che ricorrevano al culto di Diana furono a quel punto accusate di stregoneria e bandite dalla città.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La loro persecuzione iniziò come quelle di tutte le streghe,  con le prediche di San Bernardino da Siena.  Egli  le indicava come causa di sciagure e sosteneva la tesi secondo la quale dovessero essere sterminate. Nel 1486 fu addirittura pubblicato  il “Malleus Maleficiarum “, che spiegava come riconoscere le streghe, come processarle e come  interrogarle con torture atroci. Proprio attraverso tali torture furono raccolte diverse confessioni, nelle quali si parlava di sabba a Benevento, di voli, di scope e della pratica di succhiare il sangue dei bambini.  Di conseguenza molte di queste fantomatiche streghe finivano poi per essere mandate al rogo o al patibolo.

 

La leggenda delle streghe di Benevento ebbe risonanza amplissima in tutta Europa e, l’albero del “noce stregato”, ipoteticamente situato in una località chiamata Ripa delle Janare, nei pressi del fiume Sabato, divenne il più famoso del mondo.

Secondo una leggenda e strane confessionati carpite sotto tortura ,  queste streghe di Benevento pare , si raccogliessero attorno ad un noce magico, in un rito magico detto Sabba. Prima di avviarsi le streghe si preparavano al sabba cospargendosi il petto con un unguento gelosamente conservato sotto il letto o nel camino, dopodiché uscivano volando sulle proprie scope di saggina, al suono dell’antico adagio: “Sotto l’acqua, sotto ‘u viento, sott’ a noce ‘e Beneviento” . Giunte in una località chiamata Ripa delle Janare, le streghe una volta reso omaggio al capo (assomigliante ad un grosso cane o ad un caprone) si davano poi al rituale.
Questi consistevano in banchetti, con spiriti e demoni sotto forma di caproni o gatti. Il banchetto veniva consumato intorno a “’na tavola longa longa”, carica di dolci, vini ed altre cose prelibate. Seguiva la danza cui le streghe partecipavano con grida,imprecazioni , ostie profanate, crocifissi calpestati, imprecazioni e fracasso infernali culminanti in vere e proprie orgie dove spesso si accoppiavano con demoni  Qualcuno a tal proposito ha avanzato l’ipotesi che il misterioso unguento fosse una sostanza allucinogena (amanita muscaria). Dopo le riunioni le streghe seminavano il terrore. Si credeva che causassero aborti, deformità nei neonati, facessero dispetti, facendo trovare le criniere dei cavalli intrecciate. Ancora oggi nei paesini del beneventano circolano voci secondo le quali le streghe rapiscano dalle culle i neonati, per passarseli tra di loro e riportarli infine al loro posto. Il rituale di carattere erotico-orgiastico ebbe grande diffusione popolare , fino a quando fu bandito, nel 139 a.C.. In seguito il culto proseguì in forma misterica ed esoterica.

La pianta del noce era considerata “Simbolo di fertilità” (si evince dal termine glans, ghianda, da cui deriva anche la parola “glande”) in quanto gli antichi romani vedevano anche una somiglianza tra i testicoli ed il mallo (il guscio) della noce. Le noci venivano usate per scherzi nuziali: durante il corteo venivano gettate sul marito, oppure (secondo Virgilio) lanciate dallo sposo stesso.

L’albero di noce era anche sacro a Dionisio ed anche nei rituali pagani della celebrazione dei Misteri Dionisiaci, le sacerdotesse del dio, cioè le Menadi, chiamate anche Baccanti, celebravano danze sfrenate ed estatiche attorno ad un albero di noce.
La chiesa locale non poteva però accettare che tutto questo si svolgesse sotto i suoi occhi, e approfittando di una delle periodiche guerre tra Longobardi e Bizantini il vescovo del periodo: San Barbato fece tagliare il Noce di Benevento. Ma lo stesso albero pare che più’ volte sia ricresciuto nonostante più volte tagliato continuando ad essere il luogo preferito dalle streghe per i loro Sabba.

Il rito sembra avere origini similitudini lontane importate dalle dominazioni locali.
In particolare il tutto sembra probabilmente legato al periodo in cui la città di Benevento venne conquistata dai Longobardi.

I longobardi infatti, che celebravano il culto di Wotan, padre degli dei, con un rito orgiastico presso il fiume Sabato, erano usi appendere ad un albero sacro la pelle di un caprone. Successivamente i guerrieri, correndo a cavallo intorno all’albero, gareggiavano per colpire la pelle con le frecce, la quale poi veniva strappata a brandelli e mangiata.

Questi particolari riti celebrati presso il fiume Sabato, sono stati probabilmente all’origine dell’idea dei riti delle streghe.
I Longobardi inoltre adoravano un serpente d’oro (probabilmente legato alla dea Iside, che era dominatrice dei serpenti).
Nonostante che la sua immagine venga spesso confusa con lo stereotipo della strega cattiva, la janara è, in realtà, il simbolo della vita vissuta in armonia con la natura, ossia in sintonia con la madre Terra. Si ritiene che le ultime vestali del tempio di Iside e Diana a Benevento, scacciate dalla città, furono costrette a vivere nei boschi della valle del fiume Sabato, e siano le progenitrici delle janare, le quali conoscevano il ciclo dei pianeti, e i rimedi fito-terapici. Secoli fa, quando non esistevano ospedali o ambulatori medici, era proprio a loro che si rivolgevano le genti locali per essere curate.

Non si conosceva l’identità delle janare: esse di giorno potevano condurre una esistenza tranquilla senza dare adito a sospetti. Una Janara poteva essere una persona normale, magari anche sposata, in grado di frequentare le messe domenicali.
Di notte, però, dopo essersi cosparse il petto del suo unguento magico, esse avevano la capacità di spiccare il volo a cavallo di una una scopa costruita con saggina essiccata.

Nelle campagne lentamente incominciò a diffondersi la paura per le streghe e si cercò di trovare un rimedio utile per allontanarle. Presso gli usci si ponevano quindi scope o sacchetti con grani di sale, in modo che, se la janara riusciva ad entrare, sarebbe stata costretta a contare i fili della scopa o i granelli di sale, senza poter venire a capo del conto. L’alba sopraggiungeva a scacciarla, poiché non si accorgeva del passare del tempo, impegnata nell’insulsa operazione. Gli oggetti posti a tutela delle porte infatti avevano ed hanno insite virtù magiche: la scopa per il suo valore fallico, oppone il potere maschile e fertile a quello femminile e sterile della janara; i grani di sale sono portatori di vita, poichè un’antica etimologia connette sal (sale) con Salus (la dea della salute).

Pe combattere le streghe , c’erano fortunatamente , nel mondo contadino popolari , i  benandanti , una serie di persone predestinate fin dalla nascita a contrastare il potere delle streghe e dei stregoni .Essi credenze popolari medievaliavevano  il potere e la capacita di uscire come spirito dal proprio corpo per affrontare le streghe e le altre creature diaboliche che come vedremo minacciavano la fertilità dei campi. Queste battaglie notturne si svolgevano durante le quattro tempora, e i benandanti combattevano armati di rami di finocchio contro streghe e stregoni armati, invece, di canne di sorgo. Se i benandanti vincevano, il raccolto sarebbe stato propizio e quell’anno sarebbe stato quello dell’abbondanza , se  altrimenti perdevano  il raccolto era misero e quell’anno era quello della carestia.

Il loro potere secondo  credenze popolari nasceva dalla fortuna di essere  nati «con la camicia», cioè ancora avvolti dopo il parto , da una piccolo residuo di menbrane del sacco amniotico , Questo segnale veniva considerato  benaugurante ed il neonato che ne era in possesso veniva non solo considerato un futuro uomo fortunato, ( si riteneva addirittura che la «camicia» amniotica avesse il potere di proteggere dalle ferite), ma addirittura un futuro benandante .

I benandanti venivano comunque divisi in quelli  «agrari» le cui battaglia erano finalizzate per la fertilità dei campi, ( in genere riservate ai benandanti uomini),  in quelli  «funebri»  che in processioni notturne  parlavano con i morti ,(  perlopiù benandanti donne) ed in quelli  «terapeutici»  che invece  curavano malattie e ferite, praticando una magia positiva e benefica in opposizione alla magia diabolica distruttiva delle streghe ( in queste attività erano coinvolti sia benandanti uomini sia donne).

In generale erano comunque considerati almeno inizialmente come elementi positivi . Essi oltre che combattere streghe e stregoni , si racconta che conoscevano il passato e il futuro, erano in grado di ritrovare oggetti perduti, allontanavano la grandine e conoscevano incanti che proteggevano la gente e gli animali dall’azione delle streghe . Non solo: essi dichiaravano anche di essere capaci di evocare «l’esercito furioso, composto da bambini morti prima di essere battezzati, dagli uomini uccisi in battaglia e da tutti gli “ecstatici”», cioè da coloro la cui anima aveva abbandonato il corpo senza farvi più ritorno. Ancora, essi affermano di essere in grado di compiere tali prodigi per essere stati ammessi nel «misterioso regno di Venere»: ciò, naturalmente, li ricollega alla divinità femminile adorata durante questi ambigui convegni notturni, la Frau Venus germanica che ricorda la Afrodite mediterranea. Non stupisce, quindi, perchè poi in un secondo momento  l’inquisizione ,in meno di un secolo, fu pronta a metterli sotto  pressione trasformandoli  in odiati antagonisti. Furono infatti con il tempo trasformati da amichevoli benefici  guaritoi  in incredibili  adoratori del demonio  che si recavano a misteriosi raduni notturni, di cui non potevano  far parola sotto pena di essere bastonati, cavalcando lepri, gatti e altri animali.

Come abbiamo potuto aver modo di vedere , un tempo (verso la fine del 500 ed inizio 600 ), era molto diffuso il mito  della processione notturna , formato da coloro che sono morti prima del tempo, come ad esempio i guerrieri morti in battaglia, costretti a vagare durante le quattro tempora (e in particolare nelle notti che vanno da Natale all’Epifania) finché non sia trascorso il periodo che dovevano trascorrere sulla terra. Durante questo periodo i contadini credevano che una divinità di nome Hera, portatrice di abbondanza, vagasse volando durante tutti i dodici giorni ( questo periodo era consacrato al ritorno dei morti»,  durante il quale, nel mondo germanico, «si pensava che i morti andassero in giro vagando ).

CURIOSITA’ : Secondo molte testimonianze, la schiera dei morti, denominata «esercito furioso», sarebbe guidata dal leggendario uomo selvatico o demone della vegetazione, conosciuto con il nome di Harlechinus o Hellequin .

Tali figure femminile furono inizialmente identificata in Diana, la dea lunare non solo legata alla cacciagione, ma anche alla vegetazione, e solo in un secondo tempo con la “ Befana “, una vecchina affettuosa ,rappresentata su una scopa volante che aleggiava sopra i campi di notte per  propiziarne la fertilità che ancora oggi , passati tanti secoli viene da noi festeggiata nei 12 giorni che seguono il Natale ( epifania ). 

Essa , vista come la personificazione al femminile della natura invernale, veniva rappresentata come una vecchia gobba con naso adunco, capelli bianchi spettinati e piedi abnormi, vestita di stracci e scarpe rotte. Il naso adunco era beneaugurante per il raccolto dell’anno seguente.

Ma è nel nord Europa e sopratutto nella tradizione celtica che si ritrova il vero aspetto della benevola vecchina vestita di laidi stracci. che ancora oggi raffigura la befana .  Queste divinità, nelle dodici notti del Solstizio d’inverno, si recavano a visitare ogni casa, entrando dalla cappa del camino, spargendo e dispensando fortuna.

 

 

 

 

 

 

 

I Romani che ereditarono tali riti , credevano che in queste dodici notti (il cui numero avrebbe rappresentato i dodici mesi dell’innovativo calendario romano )  per propiziare la fertilità dei futuri raccolti , volassero sui campi coltivati, benevoli  e mitologiche figure femminili ( da cui il mito della befana “volante).

Il proverbiale «volo delle streghe», e le loro cavalcate notturne ebbe comunque una notevole diffusione nell’Europa medievaleanche se con diversi personaggi . . A capo di questa processione notturna dalle nostre parti vi era sicuramente  Diana mentre  nelle zone germaniche vi erano le divinità  Perchta e Holda, dee della vegetazione, della morte ,della vita  e quindi della fertilità, ma anche della luna e della notte.

Probabilmente esse rappresentavano  l’arcaica progenitrice dei Germani, cioè  la divina filatrice  Berta dai “grandi piè”, madre di Artù,ma in  omonima anche genitrice di Odino-Wotan . Personaggio che come re Artù sono entrambi in relazione con l’orso (con la cui pelle, ricordiamo, si travestivano le sacerdotesse di Artemide Brauronia durante i loro rituali). L’animale, oltre ad una relazione con Afrodite, evoca possibili riferimenti alla stella polare (Ursae Minoris) nonché all’assialità (il sacro frassino Yggdrasill, Albero del Mondo a cui Odino resta appeso per nove giorni.

Essa fu volutamente rappresentata vecchia perché doveva simbolicamente rappresentare l’anno vecchio ed indicare il finire di un ciclo: con il solstizio d’inverno si passa infatti dal vecchio al nuovo, dal freddo e dalle notti interminabili all’allungarsi del periodo di luce. Con la fine dell’anno ancora oggi si entra nel nuovo anno , lasciando il vecchio alle spalle per guardare il nuovo .

Il substato arcaico delle feste di fine anno riguardo i  tradizionali 12 giorni fra Natale ed Epifania era un  momento molto importante nel passato per le antiche civiltà .Era il periodo che  nel vecchio calendario Giuliano avveniva il solstizio d’inverno. Ed era il periodo in cui veniva celebrato un giorno particolare : il 25 dicembre. 

In quel periodo il sole raggiunge il punto di massima distanza dal piano equatoriale, la notte raggiunge la massima estensione e la luce del giorno la minima. Si verificano cioè la notte più lunga e il giorno più corto dell’anno.

Subito dopo il solstizio, la luce del giorno torna gradatamente ad aumentare e il buio della notte a ridursi fino al solstizio d’estate, in giugno, col giorno più lungo dell’anno e la notte più corta.

 Il giorno del solstizio cade generalmente il 21, ma per l’inversione apparente del moto solare diventa visibile solo il terzo/quarto giorno successivo,cioè il giorno 24 dicembre . Il sole, quindi, nel solstizio d’inverno giunge dapprima nella sua fase più bassa  di luce e calore, per tornare poi il giorno dopo più forte e vitale . Egli mostra in questo modo di essere  “invincibile” alle stesse tenebre.

 Il  25 dicembre quindi il sole rinasce, per dare il nuovo “Natale” all’anno.

Era questo un giorno molto importante  e simbolico per gli antichi popoli perché rappresentava la rinascita del mondo . Esso  venne celebrato ovunque associandolo spesso al giorno di nascita o di feste di alcune divinità , la cui storia ha poi certamente ispirato alcuni racconti riportate dalla religione cristiana , come per esempio  la data della  nascita di Cristo .

 

N.B.  Sol Invictus, cioè Sole invitto era il nome religioso usato per diverse divinità

La divinità maggiormente celebrata il 24 dicembre era il Dio  Mithra , una divinita’ di origine indiana e persiana ,il cui  culto era una delle religioni più ‘ diffuse nell ‘ antichità

Egli viene spesso   rappresentato con in testa una corona raggiata donatagli dal sole in conseguenza di un patto raggiunto tra i due ( era per questo considerato il dio dei giuramenti e dei patti ).

 Il Dio Mitra veniva festeggiato nel giorno in cui oggi festeggiamo la nascita di Gesù’ il 25 dicembre  e al termine del suo operato , con l’aiuto del Sole  assunse in cielo a 33 anni , da dove continuava a proteggere gli esseri umani.  Era inoltre stato partorito incarnandosi in una donna  vergine, venne adorato dai pastori ,  aveva dodici discepoli e veniva soprannominato “il Salvatore”.   . Fu ucciso da una lancia che gli trapassò il suo costato e risorse dopo tre giorni . Poiché era nato vicino alla  pietra di una caverna ,presso un albero sacro e con la torcia in mano ( simbolo della luce che si spande sul mondo ) , la caverna divenne il simbolo della nascita del nuovo Dio .

Il mito narra che alcuni pastori presenti all’evento soprannaturale gli avevano offerto primizie dei greggi e dei raccolti. Non poche le analogie con la nascita del Cristo in una “grotta” illuminata da una stella mentre i pastori lo adoravano.

 I luoghi  dove si venerava il suo culto erano chiamati mitrei e la dottrina che portava la sua conoscenza prevedeva la partecipazione di una presenza di un sacerdote .

E per finire , egli veniva adorato sopratutto la Domenica .

Come potete notare ci sono molte analogie  con la nascita e la figure di Cristo .Come appare evidente che che i cristiani abbiano “ribattezzato” la festa pagana del Sole Invitto come “Festa della nascita di Cristo”, spostandone la data dal 21 al 25 dicembre, per soppiantare l’altra, sempre molto diffusa tra la popolazione.

“Il Natale nei primi secoli della chiesa cristiana non veniva infatti  celebrato , in quanto l’usanza cristiana in generale era quella di celebrare la morte delle persone più importanti, non il giorno della loro nascita …

 La  festa del Natale come nascita di Gesù fu stabilita in memoria di questo evento solo nel quarto secolo …Poiché il giorno esatto della nascita di Cristo non era noto, la Chiesa occidentale nel quinto secolo ordinò che la festa venisse celebrata per sempre nello stesso giorno dell’antica festa romana in onore della nascita del dio Sole”.

CURIOSITA’ : Altre Chiese cristiane, come quella ortodossa, copta, armena, continuano  a celebrare la nascita di Cristo  il  giorno dell’ l’Epifania .

Il popolo  era comunque molto legato alle feste pagane dei saturnalie della brumalia . Esse erano troppo radicate nel costume popolare per essere abolite dall’influenza del Cristianesimo … La festa pagana, con le sue baldorie e gozzoviglie, era talmente popolare che i Cristiani furono ben contenti di avere trovato una scusa per perpetuarne la celebrazione con pochi cambiamenti, sia nello spirito che nelle usanze …

CURIOSITÀ’ : A Roma Mitra fu soprattutto il Dio dei soldati, che con le sue regole di comportamento molto precise, richiedeva temperanza, l’autocontrollo e sopratutto compassione anche nella vittoria . Nell’antica Roma oltre a diffondersi  tra le milizie militari ,  venne comunque abbracciata anche da  agricoltori, burocrati, mercanti ,  schiavi, e persino da grandi Imperatori .

La gran confusione  fra i culti pagani e quello cristiano durò diversi secoli, facendo letteralmente indispettire il mondo cristiano .

 Guardate cosa scriveva a questo  proposito sconsolato  il papa Leone I nel 460 :

«È così tanto stimata questa religione del Sole che alcuni cristiani, prima di entrare nella Basilica di San Pietro in Vaticano, dopo aver salito la scalinata, si volgono verso il Sole e piegando la testa si inchinano in onore dell’astro fulgente. Siamo angosciati e ci addoloriamo molto per questo fatto che viene ripetuto per mentalità pagana. I cristiani devono astenersi da ogni apparenza di ossequio a questo culto degli dei. »

Il Mitraismo, era un grosso concorrente per la chiesa cristiana per che esso , come il Cristianesimo, offriva la salvezza ai suoi seguaci ( anche Mitra era nato nel mondo per salvare l’umanità dal male ). 

Il suo culto non prevedeva l’abolizione di altre religioni .Gli antichi romani , erano infatti  un popolo molto tollerante dal punto di vista religioso . Essi  avevano una propria religione di stato che era pagata dallo stato , ma le altre religioni erano ugualmente rispettate e potevano convivere ufficialmente con queste. La religione cristiana quindi ,non fu perseguitata come religione, ma perchè i suoi seguaci volevano abolire le religioni di stato romane. Volevano insomma abbattere qualsiasi altra religione, in modo davvero poco democratico.

Aureliano consacrò il tempio del Sol Invictus il 25 dicembre 274, in una festa chiamata Dies Natalis Solis Invicti, “Giorno di nascita del Sole Invitto”, facendo del dio-sole la principale divinità del suo impero ed indossando egli stesso una corona a raggi. La festa del Dies Natalis Solis Invicti divenne via via sempre più importante in quanto si innestava, concludendola, sulla festa romana più antica, i Saturnali che  si prolungavano dal 17 al 25 Dicembre e finivano con le Larentalia o festa dei Lari, le divinità tutelari incaricate di proteggere raccolti, strade, città e famiglia.

Curiosità : I Saturnalia, una celebrazione religiosa dedicata al dio Saturno, dapprima divinità agraria latina, protettrice della semina e delle sementi, e poi assimilato al dio greco Cronos, sposo di Rhéa, la “Terra”.

 Anche l’imperatore Costantino era un seguace del Dio Sole, in qualità di Pontifex Maximus dei romani. Egli, infatti, raffigurò il Sol Invictus sulla sua monetazione ufficiale, con l’iscrizione SOLI INVICTO COMITI,  “  Al compagno Sole Invitto”, definendo quindi il Dio come un compagno dell’imperatore.

Con un decreto del 7 marzo 321 Costantino stabilì anche che il primo giorno della settimana (il giorno del Sole, Dies Solis) doveva essere dedicato al riposo: ). Esso  fu dichiarato giorno di riposo obbligatorio per i tribunali, per gli affari e la riscossione dei debiti, comandando che fosse considerato sacrilego chi non ottemperava all’editto del Codice Teodosiano

« Nel venerabile giorno del Sole, si riposino i magistrati e gli abitanti delle città, e si lascino chiusi tutti i negozi. Nelle campagne, però, la gente sia libera legalmente di continuare il proprio lavoro, perché spesso capita che non si possa rimandare la mietitura del grano o la semina delle vigne; sia così, per timore che negando il momento giusto per tali lavori, vada perduto il momento opportuno, stabilito dal cielo. »

Nel 330 Costantino, sebbene, contrariamente a ciò che si racconta, mai convertito al cristianesimo, ufficializzò per la prima volta la festa della natività di Gesù, che con un decreto fu fatta coincidere con la festa pagana della nascita di Sol Invictus. Il “Natale Invitto” divenne così il “Natale” Cristiano.

Nel 337 papa Giulio I ufficializzò poi la data del Natale per conto della Chiesa cattolica, il 25 dicembre e dal quel giorno Gesù nacque il 25 dicembre . 

 

Una volta stabilito il giorno della nascita di Cristo venne dunque anche fissata l’epifania al dodicesimo giorno successivo, un numero nient’affatto casuale. Questo almeno per la Chiesa occidentale, dato che quella Orientale denomina la festa Teofania e la celebra il 19 gennaio (con Natale il 6 o il 7).

L’antico rito mitriaco conteneva un insieme di riti propiziatori legati  ai cicli stagionali dell’agricoltura, ovvero relativi al raccolto dell’anno trascorso, ormai pronto per rinascere come anno nuovo .Essi celebravano nella dodicesima notte dopo il solstizio invernale , tra il 5 ed il 6 gennaio , in una particolare  ricorrenza pagana , la morte e la contemporanea  rinascita della natura attraverso il sacrificio di Madre Natura, rappresentata in modo decrepito e senile. Nella stessa notte era tradizione  , donare  frutta secca, arance e carbone.

Nel tempo come vedete i vari miti si sono tra di loro finiti per fondersi e sovrapporsi . Oltre che Mitra con Gesù , anche Diana Dea della caccia  venne associata e poi unita alla  figura del nordico Odino , il “re” della Caccia Selvaggia”. Ed entrambi vennero spesso associati ad Artù il sovrano dei cavalieri della Tavola Rotonda.

I personaggi di Odino e di Artù , come vi abbiamo accennato . sono entrambi in relazione con l’orso

L’orso è  infatti evocato dal entrambi  sia dal nome Artù (arktos, orso), sia dalla denominazione delle «schiere di guerrieri “orsi” dell’esercito di Odino, i berserkir, dodici, tra l’altro, come i cavalieri della tavola rotonda .Inoltre il nome di Artù richiama anche Artio, antica dea celtica della caccia e dell’abbondanza, spesso raffigurata con le sembianze di un’orsa.

Il potente Dio dei Germani Odino per il suo aspetto di vecchio barbuto dall’aria misteriosa è stato addirittura sostituito con la figura di San Nicola che gli somigliava moltissimo ( anche se il Dio era privo di un occhio ).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Intorno ad Odino  il folclore popolare tramandava  un’antica leggenda : Si narrava che il dio  tenesse ogni anno , nel periodo del solstizio d’inverno , una grande battuta di caccia su di un cavallo volante  in compagnia degli altri dei e dei guerrieri caduti in guerra e  per commemorare l’evento nacque  in quel periodo una strana tradizione.

Questa tradizione voleva che i bambini per sfamare il cavallo del Dio Odino , lasciassero durante la notte più lunga del solstizio d’inverno , i propri stivali nei pressi del caminetto di ogni casa , riempendoli di carote , paglia o zucchero . In cambio Odino avrebbe avrebbe sostituito il cibo con regali o dolciumi .

Questa antica tradizione pagana è poi sopravvissuta in Belgio e nei Paesi Bassi anche in epoca cristiana . La sola differenza fu la sostituzione di Odino con la figura di San Nicola.

I bambini  di questi  luoghi ancora oggi , appendono al caminetto le loro scarpe piene di paglia in una notte d’inverno , perché vengano riempite di dolci e regali da San Nicola che a differenza di Babbo Natale , arriva però ancora a cavallo .

 

Il Babbo Natale (Santa Claus ) moderno più vicino a noi è che conosciamo oggi infatti non è’ altro che il vecchio e storico  San Nicola .

La sua associazione con i bambini deriva da un antico racconto in cui si narra che egli vescovo nel paese turco di Myra ( oggi Demre ) fu capace di ritrovare  e riportare  in vita cinque fanciulli, rapiti ed uccisi da un oste . 

Da quel momento venne considerato il Protettore dei bambini  , ma anche il protettore di marinai, mercanti, arcieri,  prostitute, farmacisti, avvocati, prestatori di pegno e detenuti. 

Il suo appellativo Santa Claus deriva invece da Sinterklaos , nome olandese di san Nicola ed in molti paesi d’Europa viene ancora oggi rappresentato con abiti vescovili 

Le sue reliquie vennero in parte trafugate da alcuni mercanti giunti a Mura e traslate nel 1087 nella città di Bari dove per ospitarle fu costruita una basilica.  La rimanente parte delle reliquie ,una volta ritrovate dai veneziani vennero traslate  nella chiesa di San Nicola a  Lido di Venezia , ( altre reliquie sono presenti anche a Rimini ) . 

Ovviamente San Nicola e’ anche il Santo protettore della città di Bari 

 

E parlando di Natale non possiamo no sottolineare che le vere origine dell’attuale albero di Natale che oggi ritroviamo nelle case di ogni persona nel mondo vanno invece ricercate in Germania dove , il 24 dicembre, in occasione di un gioco religioso medievale chiamato “il gioco di Adamo ed Eva”, venivano riempite le piazze e le chiese di alberi di frutta quali simboli dell’abbondanza per ricreare l’immagine del Paradiso.

L’albero di Abete affascinava molto sopratutto gli antichi popoli del Nord Europa perchè avevano notato a differenza di altri alberi che esso non perdeva mai le proprie foglie nemmeno con il gelo dell’inverno e molti di loro credendo che fosse capace di esprimere poteri magici incominciarono a consideralo nel tempo un albero sacro sopratutto per celebrare il solstizio d’inverno .

I Celti per esempio durante le celebrazioni relative al solsitizio d’inverno avevano l’abitudine di decorare alcuni alberi sempreverdi e gli stessi antichi romani durante le Calende di Gennaio, erano in uso  decorare le loro case con rami di pino.

I Vichinghi , un popolo che invece abitava l’estremo nord dell’Europa, dove sappiamo che le notti invernali sono lunghe mesi, nella settimana precedente e successiva al solstizio d’inverno,  addobbavano alberi di abete con frutti, perché ritenevano che questo albero, , fosse capace di auspicare il ritorno del sole grazie ai suoi poteri magici.

In Estonia a Tallin ,un piccolo delizioso paese medievale del nord Europa ,  giovani uomini e donne ballavano attorno ad un albero per trovare l’anima gemella. .

Viene dunque a dipanarsi un universo misterioso fatto di riti per la fertilità, in ci vengono coinvolti a seconda dei casi . potenti divinità , leggendari re , cervidi ,pozioni allucinogene ,  caccie e strani riti notturni fatti da streghe e da  misteriosi oppositori chiamati benandanti

L’attività guaritrice e contro-stregonica dei benandanti è da interpretare alla fine come un’evoluzione naturale, avvenuta lontano dai centri cittadini e dall’influenza delle varie Chiese cristiane, di un antico culto agrario con caratteristiche sciamaniche. Essi erano  solo la traccia della sopravvivenza di antichi culti di fertilità di origine pagana che caratterizzavano i raccolti nei territori di campagna .

La credenza nelle processioni notturne era diffusissima in tutta Europa ,  ad esse ci si poteva recare unicamente con l’anima, lasciando il corpo nel letto, e tra gli  esseri viventi ammessi vi erano solo quelli nati con la “«camisciola» , cioè i benandanti reputati particolarmente fortunati e buoni.Essi armati di sole mazze di finocchio uscivano la notte del giovedì delle quattro tempore per riunirsi in misteriosi convegni e  combattere in fantasiose battaglie contro streghe e stregoni secondo un chiaro antico culto di fertilità modellato  sulle principali vicende dell’anno agricolo ( le quattro tempora ) al solo scopo di augurarsi una buona fertilità dei campi e quindi un abbondanza di futuri raccolti . Si trattava  di un rito agrario conservatosi straordinariamente vitale quasi  fino alla fine del ‘500, in molte delle nostre campagne  proveniente da un antico calendario agrario e tardivamente entrata a far parte del calendario cristiano Esso  che simboleggia la crisi stagionale, il pericoloso trapasso dalla vecchia alla nuova stagione, con le sue promesse di semine, di raccolti, di mietitura e di vendemmia. È allora che i benandanti escono armati e pronti a combattere «per amor delle biave», ovvero per assicurare alla comunità la fertilità dei campi e  proteggere i frutti della terra, dalle streghe e dagli stregoni, dalle forze cioè che occultamente insidiano la fertilità dei campi. assicurare  prosperità della comunità, dalle streghe e dagli stregoni, dalle forze cioè che occultamente insidiano la fertilità dei campi.  Essi assicurano in tal modo la prosperità della comunità.

Vi starete certamente domandando il perchè delle strane armi .

Del finocchio già a quel tempo erano note, nella medicina popolare, le virtù terapeutiche. Ad esso gli veniva attribuito il potere di tener lontane le streghe ( i benandanti mangiandono aglio e finocchio,tenevano lontano le streghe ) mentre del sorgo come arma delle streghe ( chiamata anche ” saggina ”  una pianta erbacea annuale appartenente alla famiglia delle  graminacee ) sembra che esso sia da identificare con la scopa, loro tradizionale attributo .

Sono comunque molto antiche nei tempi  le connessioni tra le battaglie notturne descritte dai benandanti e le contese rituali tra Inverno e Primavera che si rappresentavano in tutta Europa in passato.  In talune zone della Svizzera, il primo marzo si svolge la cerimonia della cacciata dell’Inverno, accompagnata da una battaglia rituale tra due schiere di giovani, praticata «per far crescere l’erba» Nella Germania meridionale,invece  durante i giorni delle quattro tempora, si svolgono processioni attraverso i campi, volte a ottenere da Dio raccolti prosperi. Nel folklore tirolese troviamo i Perchtenlaufen, riti che in determinate ricorrenze vedono il contrapporsi di due schiere di contadini, mascherati gli uni da Perchte (la dea germanica della fertilità) «belle», gli altri da Perchte «brutte», che si rincorrono agitando fruste e bastoni di legno. Gli eschimesi Inuit  all’avvicendarsi dell’inverno, organizzano gare formate da due schiere di persone , una formata  da persone nate in inverno e l’altra di persone  nate in estate , Queste fanno tra di loro una gara di forza: se vince la seconda schiera, si può sperare in una buona stagione.

 

La chiesa della Pietrasanta ed il suo territorio circostante , come vedete è quindi ricca di misteri e come se non bastasse nel 2011 ,  gli speleologi hanno poi rinvenuto nel sottosuolo della chiesa della Pietrasanta dei simboli legati ai cavalieri Templari, seguaci del culto della Madonna Nera ( trasposizione della Dea egizia Iside ). Sotto questa struttura sono stati ritrovati  misteriosi percorsi  artificiali risalenti al periodo tra il 1200 e il 1300 che  passando sotto l’attuale Istituto Diaz ,  scendono verso l’antica via del Sole fino alla Cappella e al Palazzo Sansevero in piazza San Domenico Maggiore per poi risalire verso via Tribunali ad angolo con via Nilo e di via Atri, terminando alla chiesa.

In questi cunicoli sono stati ritrovati sulle pareti incise ben 36 croci che  sembrano appartenere all’ordine cavalleresco dei templari . È stata rinvenuta anche una croce latina a triangolo rovesciato che ricorda la coppa di Cristo che contiene il soma, la bevanda dell’immortalità, il Santo Graal.
Secondo alcuni il percorso è lo stesso riportato in codice antico sul bugnato della chiesa del Gesù Nuovo in piazza del Gesù, dove un tempo vi era la fontana egizia di Morfisia del 67 d.C., alimentata dall’acqua del Sebeto, la fontana dell’immortalità, trasferita dal 1656 all’interno del complesso monumentale.


 

CURIOSITA’: Nel sottosuolo della chiesa di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta è stato recentemente portato alla luce grazie ad alcuni appassionati speleologi , nell’ampia area semicircolare identificata come il posto dove secoli fa sorgeva il Tempio di Diana , un luogo , ricco di reperti archelogici come mosaici , vasche , un capitello e pietre in tufo risalenti al II secolo a. C. .

Esso  era non molti secoli fa un ambiente identificato come il sacello di sepoltura della facoltosa famiglia D’Aponte , che finanziò la costruzione della Basilica .Oggi il luogo , al quale si accede da una botola posta al di sotto dell’altare maggiore  è stato  da poco adibito  in un affascinante  percorso , dove si possono ammirare  una serie di importantissimi reperti provenienti dal Museo Archeologico di Nazionale di Napoli . La mostra battezzata “Sacra Neapolis” si snoda tra i sotterranei della Basilica, dove sono presenti resti di epoca greca e romana fanno che da cornice a una serie di reperti di grande rilevanza storica, come la stipe votiva di Sant’Aniello a Caponapoli, unica testimonianza di culto sull’acropoli della città greca.

L’associazione  Lapis Museum che da poco ha inaugurata la mostra , ha reso interessante il percorso accompagnandolo con una serie di istallazioni multimediali, foto  e video .

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Accanto alla Basilica della Pietrasanta ,  troviamo  la cappella Pontano ,  un vero gioiello di architettura di epoca rinascimentale appartenente alla famiglia del poeta umanista Giovanni Pontano ,che abitava in quella via , nel vicino Palazzo Spinelli .La cappella fu  commissionata nel 1492 dal famoso letterato umanista Giovanni Pontano ( segretario di Alfonso d’ Aragona )  , per dedicarla alla vergine e a S, Giovanni Evangelista e fu adibita a tempio funerario per sua moglie , Adriana Sassone.
Si tratta  di una piccola cappella gentilizia a semplice pianta rettangolare con un bellissimo pavimento di stile fiorentino del 400 in mattonelle policrome.

Questa cappella fu costruita dove precedentemente sorgeva un tempietto dedicato al dio Pan , in un tratto stradale dove si intersecavano la Via del Sole con la Via della Luna.

Il dio Pan era una divinità ellenica con il corpo di uomo e con gli arti inferiori di capra . Il suo aspetto era orribile avendo una coda ed un viso caratterizzato da una folta barba , un naso schiacciato e grandi corna .

Figlio del Dio Hermes e della ninfa Driope ( ninfa della quercia ) fu abbandonato dalla madre subito dopo la nascita poichè il suo aspetto era talmente brutto che ne rimase terrorizzata .Visse quindi sempre da solo vagando per i campi, i prati e le foreste in compagnia di altri fauni e ninfe con le quali condivideva i piaceri sessuali.
Aveva un espressione terribile ed aspetto orribile (bestiale ) ed in considerazione del fatto che era fortemente dotato nei suoi genitali era visto come la forza generatrice della natura in senso maschile nonchè considerato il simbolo della supremazia da parte del maschio .

Il suo aspetto repellente ,e la sua voce spaventosa incutevano in chiunque lo vedeva o udiva una grande paura . Il termine panico deriva appunto dal Dio Pan .

 

Il Dio Pan eraconsiderato il protettore dei boschie dei campi , dei greggi , dei pastori e degli animali selvatici . Protettori dei boschi e dei campi, conduceva una vita semplice e bucolica, suonava il flauti, allevava le api e dormiva all’ombra dei vecchi alberi, assaggiando con le ninfe tutti i piaceri del sesso. In epoca pre-cristiana, era considerato ovunque una divinità benevola e portatore di vita.

 

Ad esso ed ai suoi amici satiri sono state associate le ninfe , creature bellissime generate dalla natura e dotate di una forte carica sessuale (la parla ninfomane deriva da loro ). Le ninfe ed i satiri secondo leggenda si sono accoppiati tra loro in antichi rituali ( messe ) nei boschi sotto millenarie querce in un gioco sessuale antichissimo . I rituali orgiastici erano collegati alla fertilità dei campi e connessi con la luna ( Dea Selene, regina della notte e del culto dei morti ma anche Dea della fecondità ) simbolo in questo caso della seduzione che Pan operò con inganno nei confronti della Dea che lo rifiutava.

Nei riti orgiastici egli si accoppiava con tutte le sue sacerdotesse chiamate Menadi .

 

Pur essendo dotato di un carattere sempre allegro , gioviale e generoso ,disponibile con tutti , e sempre disposto ad aiutare quanti chiedevano il loro aiuto, con l’avvento del Cristianesimo il Dio Pan venne identificato col diavolo che nella cultura cristiana è avversario dell’uomo e delle creazione .

Una religione come quella cristiana che reprimeva il sesso non poteva certo accettare una mitologia che del sesso aveva fatto la propria stessa ragione di vita. L’unione di fanciulle apparentemente umane con esseri umani simili alle bestie era una cosa repellente da eliminare a tutti i costi .

Una unione selvaggia che non aveva nessun concetto di amore cristiano ma dominata solo da lussurie e piacere andava assolutamente eliminata e demonizzata perché fosse di monito agli uomini .

L’accoppiamento tra i satiri e le ninfe ( la donna con la bestia ) era vista all’epoca nell’immaginario collettivo come qualcosa di repulsivo da un lato ma anche attraente e conturbante dall’altro .Il fascino del proibito che poteva evocare un desiderio di puro atto sessuale nelle donne affascinate dall’altissima carica sessuale di questi esseri umanoidi, superdotati divenne peccato mortale da combattere per secoli con persecuzioni ed inquisizione .
Così le ninfe divennero streghe ed il Dio Pan Satana ed i loro piacevoli incontri nel cuore della foresta sabba infernali dove le streghe si accoppiavano con diavoli caprini e deformi
Nel ricordo di Pan e delle sue ninfe, migliaia e migliaia di donne hanno dovuto nel corso dei secoli affrontare il rogo, qualcunacolpevole di averlo incontrato solo nei propri sogni,altre di averlo amatoaccettandonei suoi doni, e altre colpevoli solo di averlo incontrato quale innocente vittima .

Alla chiesa non bastò demonizzarlo ma addirittura lo fece morire . Pan infatti è l’unico Dio immortale ad essere morto e quando la sua immagine muore lo fa per lasciare spazio all’ immagine del diavolo .

 

Curiosita’ : Feste pagane dedicate a Priapo, dio della Fecondita’, e anche quelle legate al culto mariano della Madonna del serpente ( o Madonna dell’Hidria ) diffuso gia’ da tempo nelle colonie della Magna Grecia., si svolgevano anticamente con una certa frequenza anche e sopratutto nella crypta Neapolitana proprio all’ingresso della tomba di Virgilio .

Le Feste pagane  fatte di riti orgiastici e propiziatori per la fertilità  (alle quali partecipavano giovani vergini ) avvenivano secondo dei  riti “segreti” della fecondita’ .In questi ,  le vergini ,designate da una sacerdotessa , venivano accompagnate in grotte sotteranee e denudate nel corso di una cerimonia ritenuta di fondamentale importanza. Esso sarà nel corso dei secoli un ” nudo iniziatico ” lentissimo a morire nei riti esoterici napoletani e si trasmettera’ nei secoli fino alle ” Tarantelle Cumplicate “che si tenevano nella grotta di Piedigrotta . Distesa su una” pelle marina ” ottenuta con unione di diverse pelli di pesci del golfo , la vergine veniva posseduta da un giovane vestito a sua volta da pesce .

Il rito richiama la leggenda della sirena Partenope ,assimilandone  il corpo trovato morto su una spiaggia del golfo a un seme che, sepolto nella terra che lo accogliera’, fecondera’ i lidi partenopei.

Ma a  proposito di riti orgiastici non dobbiamo dimenticare anche quelli che si tenevano al  Chiatamone , che come sappiamo era ricca di grotte dedicate al culto di Serapide e Mithra, Questi antri ,fino a che il vicerè non vi pose fine con una ordinanza.  furono a lungo teatro di oscuri riti mitriaci e orgiastici propiziatori .

Stessa cosa che avveniva ogni anno nella notte di San Giovanni il 23 giugno ,nelle immediate vicinanze del mare , quandi il popolo festeggiava la ricorrenza del Santo con un bagno collettivo nelle acque del mare .

La festa iniziata con un rito religioso nella bella chiesa di San Giovanni a mare ,  prevedeva come da copione poi , un comune battesimo collettivo nelle acque marine. Essa  pero’ spesso degenerava fino ad arrivare ad un punto tale che esso dovette essere soppresso, dal viceré Spagnolo per la piega pagana e misterica che stava prendendo il bando di abolizione del periodo vicereale parla di promiscuita’ fra ” homini et femine”.)

Questa festa infatti , originata da un motivo religioso ( si intendeva ricordare il battesimo di Gesu’ nel Giordano ) finiva si con un bagno notturno , ma una volta inibita la comune morale ci si abbandonava spesso a poco licenziosi atti amorosi.
La festività , testimone di pratiche e rituali propiziatori  ,aveva inoltre   raggiunto un aspetto tipicamente pagano dove erano frequenti i rituali come il piombo liquefatto e versato nell’acqua bollente con effetti divinatori o la raccolta della rugiada in provette con effetti medicamentosi.

 

Un’altro triangolo magico , anche se più piccolo che nel suo interno custodirebbe  molti dei simboli massonici legati agli egizi , avrebbe invece come vertici , la chiesa di San Domenico Maggiore , la statua del Nilo e la famosa cappella di Sansevero.

 

 

Questi tre punti formano un triangolo dentro il quale aleggiano strane forze. Molti storici sudiosi  lo hanno definito come un  ” luogo di potere ” in cui un essere umano attraverso determinati riti può manifestare capacità extrasensoriali, diventando talmente sensibile da poter giungere in diretto contatto con il trascendente . L’area infatti , circoscritta dal congiungimento di questi tre vertici del centro antico di Napoli, oltre a celare meravigliosi gioielli del patrimonio artistico cittadino, pare sia anche  caratterizzata da misteriosi avvenimenti che sembrano scaturiscano proprio dal flusso di forze energetiche che percorrono il luogo.

 

L’energia è quella utilizzata nel passato per fini materiali dalla comunità egizia, che qui è rimasta grazie ad un arcano lascito della tradizione iniziatica e sapienziale, imperniata sulla spiritualità egizio – alessandrina.  ed ha così  innalzato questa zona geografica ad una potente area di forza e di potere. Le sue origini infatti riguardano le scienze esoteriche egizie e, nello specifico, si legano a quelle comunità di egiziani che, in età imperiale, si stabilirono a Napoli e in particolar modo nella zona del Decumano Inferiore. La fusione dei loro misteri e credenze con la spiritualità del luogo portò alla formazione di una tradizione esoterica di tipo egizio-italica che, grazie all’opera di circoli iniziatici segreti, si sarebbe poi tramandata dall’epoca romana sino ai giorni nostri.

Si sa con certezza infatti che In epoca romana ,i sacerdoti ,  affascinati dai misteri del cielo e insieme devoti agli dei dell’Olimpo, già collaboravano con esperti architetti per conoscere i maggiori punti di convergenza delle energie cosmiche e sappiamo anche con certezza che nel corso dei secoli , il luogo da loro cercato nella nostra città si è sempre più affermato trovarsi  nella citata area triangolare . Diversi studiosi di esoterismo ritengono che quest’area, delimitata da cateti virtuali che si congiungono nei tre poli energetici, definibili condensatori pregni di energia vitale, sia un “centro cosmico” atto a legare il cielo alla terra e a custodire arcani fenomeni. Il  ” triangolo magico napoletano, ”  anche grazie alla particolare morfologia terrestre, dal punto di vista esoterico, può essere definito come un “luogo eccelso” capace di sprigionare vibrazioni cosmiche e magnetiche.

I tre vertici del triangolo ,  un tempo collegati tra loro mediante misteriosi cunicoli sotterranei, testimoniano gli studi oltre che il transito spirituale e fisico di personaggi metastorici dal grande spessore esoterico. Il trait d’union che li congiunge è rappresentato da una sorta di consistente ed ermetico codice egizio. Diversi esperti di scienza ermetica, quali  Giordano Bruno , il Conte di Cagliostro , Tommaso Campanella , Luigi D’Aquino dei Caramanico, Giovanbattista della Porta, Tommaso d’Aquino , il Principe di San Severo e tanto altri , hanno certamente percorso chissa quante volte quei stretti cunicoli sotteranei alla ricerca di approfondimenti, percezioni, intuizioni, occulti esperimenti e  rituali particolari nel tentativo  pervenire al sovrannaturale, e  ascendere quindi verso l’infinito.

La sua grata di accesso ( Camera Caritatis ) , considerato il luogo di massima caduta di energia , a questi cunicoli sotterranei ,  si trova sotto il monumento dell’obelisco di San Domenico . La grata , che si trova dislocata  alle spalle e all’esterno dell guglia di San Domenico ,era il posto dove nel lontano 700 , attraverso i corridoi sotterranei ,  gli altri adepti  massonici raggiungevano il luogo segreto ed eseguivano i propri riti

 

 

La Chiesa di San Domenico Maggiore , assieme al suo adiacente convento , costituisce uno dei più ‘ grandi ed importanti complessi religiosi della citta’ , Essa  oltre che  essere luogo di fede e cultura, è da sempre stata ritenuto dagli esoteristi un sito di misteri legati all’antico Egitto se non addirittura  , insieme alla cappella del Sansevero , il luogo più esoterico della città , essendo l’unico ( insieme alla cappella del Principe di Sangro ) ad essere quello che si trova in entrambi i triangoli quando li vediamo intersecati tra  loro .

Voluta da Carlo II d’Angio ‘ ed eretta tra il 1283 ed il 1324 divenne la casa madre dei domenicani nel regno di Napoli e la chiesa della nobilta’ aragonese

 

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Nel corso dei secoli importanti personalita’ hanno avuto legami con il complesso : San Tommaso D’Aquino vi insegno’ teologia (la sua cella e’ ancora visibile ) mentre tra gli alunni illustri si ricordano su tutti : Giovanni Pontano , Giordano Bruno e Tommaso Campanella .

Nella ricchissima  biblioteca del suo convento erano raccolti numerosi libri che dal 500 in poi sarebbero stati considerati proibiti .Si trattava di libri di filosofia e di storia ma anche di scienza in grado di aprire la mente a chi sapeva guardare oltre il discorso della fede e questo spiegherebbe probabilmente  il perchè dei tanti frati eretici  domenicani transitati per San Domenico Maggiore.

Nel 600 Nei monasteri  e nei conventi  erano gelosamente custodite  le poche biblioteche dove si conservavano preziosi  manoscritti greci e latini sopravvissuti ai barbari o appena tradotti dagli arabi ( che a loro volta li avevano ereditati da egiziani e antichi greci ) relativi all’alchimia , alla farmaceutica , alla botanica , alla medicina , alla storia e alla filosofia . La preziosa collezione di libri conservati in questo monastero dovette non poco influenzare alcune grandi menti di allora che portarono a mettere il discussione l’allora vigente dottrina cattolica ed entrare in contrasto con il modo di pensare  di quei tempi .

L’antica libreria , già nel 500 , possedeva i manoscritti di Giovanni Pontano , il De arte amandi di Ovidio , le epistole di Seneca , e tantissimi altri classici che spaziavano da Senofonte ad Aristotele , da Cicerone a Tommaso d’Aquino , da Marsilio Ficino a Raimondo Lullo , e tanti altri libri  finiti all’indice e quindi poi banditi dalla Santa  inquisizione .

Probabilmente se il fascino esercitato delle mura di quel convento fu così alto in quel periodo , lo si deve alla straordinaria ricchezza della biblioteca del convento che però fu anche responsabile , a quanto pare del numero così alto di eretici transitati per il convento di  San Domenico Maggiore .

lI convento infatti ospitò  ancora sedicenne il  giovane Bruno Giordano che vi mise piede nel 1566 e vi restò per circa undici anni formando presso la preziosa biblioteca quelle teorie che lo avrebbero portato sul rogo di Campo de’ Fiori nel 1600. Nel convento di San Domenico Maggiore, Giordano Bruno studia quei testi che, probabilmente, lo inducono a sostenere che la religione cristiana sia di derivazione egizia e a manifestare, con le sue idee, un consistente ermetismo egizio. Egli , scontrandosi con le idee cattoliche del tempo teorizzava che l’infinita potenza divina , non poteva produrre un mondo finito . Dall’infinità di Dio , secondo un nuovo moderno pensiero , si poteva evincere l’infinità del cosmo e quindi la pluralitò dei mondi .

A San Domenico, tra studi e proibite frenetiche letture , il giovane frate  , coltivò quelle inqietudini che ben presto lo portarono a scontrarsi con i suoi superiori . Le accuse suo carico si aggravarono quando si scoprì che era riuscito a procurarsi , leggendole di nscosto , alcune opere dello “scandaloso ” Erasmo da Rotterdam , fautore di una profonda e radicale riforma della religiosità ( libri proibiti dalla chiesa fin dal 1559 ) .

Lasciò Napoli per iniziare un lungo pellegrinaggio che lo portò in giro per l’intera Europa , professando un universo  infinito , composto di un numero infinito di sistemi solari simili al nostro e sprovvisto sopratutto di un unico  centro .  Dopo essere stato scacciato da almeno dieci città diverse, condannato da cattolici, calvinisti, protestanti e professori universitari per le sue convinzioni sulla sacra scruttura , sulla Trinità , e sul Cristianesimo , il grande filosofo romano , già scomunicato , fu incarcerato , giudicato eretico e quindi , dopo lunghi anni di prigionia , condannato al rogo dall’inquisizione della Chiesa cattolica .

Il grande complesso monastico fece da incubatore anche alle idee di un altro domenicano ribelle,che qui completò i suoi studi teologici e approfondì quelli di magia e occultismo . Il filosofo Tommaso Campanella  vi transitò  infatti nel 1589 pubblicando  il suo primo libro , Philosophia sensibus demonstrata , che gli procurò un processo all’ interno dello stesso ordine domenicano e il  suo conseguente ritorno forzato nella sua Calabria . Dieci anni dopo nel 1602 , a causa dei suoi scritti fu poi addirittura imprigionato e rinchiuso nelle anguste segrete di Castel Sant’Elmo per lunghi quattro anni dove pur vivendo in condizioni miserabili scrisse il suo capolavoro ” La città delle scienze “.

Tommaso Campanella , teologo , filosofo e poeta , nacque a Stilo, in Calabria, nel 1568. Figlio di un calzolaio povero e senza istruzione, a soli  tredici anni entrò nell’ordine dei domenicani dove arrivò a prendere gli Ordini Domenicani non ancora quindicenne, con il nome di frà Tommaso in onore di San Tommaso d’Aquino  . Mentre portava a termine con successo gli studi , venne sopratutto a contatto durante il suo periodo di permanenza nel monastero di San Domenico a Napoli ad alcuni segreti e proibiti libri orientali di stampo esoterico di cui rimase affascinato  e seppur  di nascosto da quel momento incominciò a leggere  autori quali  Erasmo , Ficino  e Telesio. Sviluppò a quel punto idee religose diverse da quello che era l’allora pensiero cattolico vigente che associate ad un suo manifesto interesse per le arti magiche,  lo costringono ben presto  a fuggire da Napoli dove studiava con Della Porta. Ritrovatosi  infatti inquisito dal Tribunale ecclesiastico lasciò  il convento per dirigersi a Roma prima, poi a Firenze e infine Padova, dove entrò anche  in contatto con  Galileo di cui apprezzava molto il lavoro ed il pensiero .

Accusato di eresia venne rinchiuso in carcere a Roma nello stesso periodo di Giordano Bruno, ma egli al contrario del povero filosofo ,  riuscì dopo questo primo processo ecclesiastico comunque ad essere liberato con l’intimazione di abbandonare le dottrine antiaristoteliche e ritornare  con obbligo nella sua città natale . Nel 1599  in Calabria, tentò di organizzare un’insurrezione contro il dominio spagnolo e di gettare le basi per una profonda riforma religiosa .Egli mosso da confusi ideali millenaristici, ordì le fila di una congiura tesa a instaurare una repubblica teocratica immaginata come inizio di un generale rinnovamento del mondo. La scoperta della congiura  gli costò la condanna al carcere per tentata ribellione ed eresia. Anche in questa occasione dopo essere stato  arrestato e condannato riuscì  tuttavia a salvarsi dalle torture fingendosi pazzo( ripeteva ossessivamente, quale risposta a qualsiasi domanda postagli: “dieci cavalli bianchi”) .
Il suo presunto stato mentale non poté, però evitargli il carcere a Napoli dove  rimase rinchiuso per 27 anni, durante i quali  , lungo periodo di prigionia trovò comunque la forza per continuare a scrivere, specialmente di filosofia.

Nel 1626 riacquistata una parte di libertà: uscì  dal carcere, rimanendo comunque  a Roma sotto il controllo del Sant’Uffizio. Grazie alla benevolenza di papa Urbano VIII, anche questo vincolo venne in seguito eliminato ma, nel 1633, Campanella venne nuovamente accusato di eresia e di propaganda antispagnola, così, prima che la situazione precipitasse, decise di rifugiarsi a Parigi, sotto la protezione di Richelieu, e di dedicarsi alla pubblicazione dei suoi scritti.

Da questo momento , finanziato dal re, passò il resto dei suoi giorni al convento parigino di Saint-Honoré. Il suo ultimo lavoro fu  un poema celebrante la nascita del futuro Luigi XIV (“Ecloga in portentosam Delphini nativitatem”).

Una delle sue più note opere è “La Città del Sole”, opera di carattere utopistico in cui, rifacendosi a Platone   e all’Utopia di  Tommaso Moro , descrive una città ideale come  modello di repubblica da imitare , nella quale domina la virtù e vige la comunanza dei beni. In essa beni e donne sono comuni, per garantire unità e armonia; il lavoro è ridotto (4 ore al giorno), l’educazione avviene in modo semplice, osservando dipinti murali, la procreazione è regolata in modo minuzioso, per assicurare un miglioramento della razza (analogamente a cavalli e cani). La religione è gestita da tre supremi sacerdoti, che devono obbedienza incodizionata al “Grande Metafisico”, una sorta di Dio in terra; adora Dio, ma da ampio spazio all’astrologia. Dice comunque di essere vicina al Cristianesimo, benché sulla vita eterna e il peccato originale sia quanto meno ambigua.

Tommaso Campanella morì a Parigi il 21 maggio 1639 .
CURIOSITA’: Tommaso Campanella quale cultore di astrologia, aveva previsto per il nascituro Luigi XIV un grande avvenire e nell’ ecloga composta in occasione della nascita del futuro Re Sole, lo aveva designato fondatore di una città eliaca: l’immagine solare che aveva elaborato nella Città del Sole  Campanella pensò di vederla prefigurata dagli astri nell’opera di  Luigi XIV.

Destini incrociati , quelli di Bruno e Campanella . Essi seppur nati a distanza di venti anni l’uno dall’altro , si inseguirono a distanza , senza mai incrociarsi , nelle prigioni dell’inquisizione romana . Tanto il primo , quanto il secondo , con  il loro  pensiero , le loro utopie , le loro fantastiche visioni e le loro società ideali , fecero da spartitraffico , (divenendo fonte di ispirazione ) a tutti coloro che nei decenni a venire , avrebbero cercato di fare del sapere nuovo  e della filosofia , uno strumento di riforma anche politica della nostra realtà.

Giordano Bruno  al pari di Tommaso Campanella e Galileo Galilei , entro’ nel feroce mirino del tribunale dell’inquisizione cattolico , subendo un processo per eresia .Ma nonostante la comune condanna , egli pero’ diversamente da Campanella e Galileo ,  fu arso vivo a Campo de’ Fiori in quanto accusato di aver cercato, attraverso la magia e l’intrigo, di rovesciare l’ordine religioso e politico del suo tempo.

Campanella invece , pur essendo un tipo filosoficamente molto  simile e  vicino a Bruno, ed anch’egli scoperto di tramare ed organizzare una congiura, (cercando addirittura l’alleanza dei Turchi, ed in particolare di feroci pirati come Bassàn Cicala)  nell’ intento di realizzare uno stato magico dittatoriale  sovversivo per creare la sua famosa ‘ città ideale …riuscì non solo a salvarsi dalle torture fingendosi pazzo  ma addirittura a salvarsi grazia a qualche importante amicizia ecclesiastica .

L’esito dei processi che coinvolsero Giordano Bruno (Nola, 1548 – Roma, 1600) e Galileo Galilei (Pisa, 1564 – Arcetri, 1642) è noto a tutti: condannati entrambi per eresia, il Nolano fu arso vivo a Campo de’ Fiori, mentre lo scienziato pisano preferì la via dell’abiura.

Ma  Galilei soltanto non fu un l’antieroe da contrapporre all’eroico Bruno. Abiurando, Galilei ha semplicemente mostrato di essere uno scienziato e non un filosofo. L’antieroismo della scienza ha a che fare con la sua stessa natura: che senso avrebbe avuto morire sul rogo per difendere la verità del copernicanesimo? Il fatto che la Terra si muova attorno al Sole, che sta immobile, è verificabile e, proprio in quanto tale, è oggetto di indagine scientifica. In effetti, nonostante l’abiura galileiana, il vecchio sistema tolemaico-aristotelico da quel momento entra sempre più in crisi.

Al contrario, la tesi bruniana degli “infiniti mondi” non è né sarà mai verificabile e, dunque, oggetto di scienza, perché abbiamo sempre a che fare con il finito o, se si preferisce, con l’indefinito e mai con l’infinito in quanto tale. L’infinito non può essere oggetto di esperienza, ma soltanto di speculazione o di fede. Questa vicenda ci mostra,infatti  in primis, che non è possibile fare a meno della filosofia. Anche la scienza ha bisogno del pensiero filosofico. Infatti, una comunità scientifica opera pur sempre in una società e meno tale società è libera, tanto più essa ha bisogno del coraggio della filosofia.

Non a caso l’unico a prendere le difese di Galilei fu proprio  Tommaso Campanella, che nel 1616 , mentre si trovava in carcere , scrisse coraggiosamente una Apologia pro Galileo. Mettere a morte la filosofia significherebbe darla vinta a chi ci vuole dominare e sfruttare. Soltanto una mentalità molto lungimirante potrebbe capire quanto sia necessario valorizzare la ricerca filosofica, stanziando per lo meno tanti fondi quanti quelli (comunque insufficienti) destinati alle cosiddette “scienze dure”.

Il filosofo alchimista nolano Giordano Bruno aprendo nuove frontiere al pensiero moderno, in un’epoca sbagliata dove le menti , sopratutto religiose non erano ancora pronte al cambiamento , finì per attirare su di se e su tutti i vari ” filosofi maghi ” l’attenzione ostile delle autorità religiose del tempo .

Giordano Bruno (1548-1600): filosofo, scrittore e monaco italiano

 Filippo Bruno , grande filosofo , scrittore e monaco del XVI secolo , nacque a Nola , una piccola città vicino Napoli, nel 1548  da una nobile gentiluomo senza titolo e dal modesto reddito.  Sin da ragazzo dimostrò una propensione allo studio e un’acutissima intelligenza che lo portarono ad appena  15 anni, a frequentare , pur di continuare a proseguire i suoi i studi filosofici , il chiostro ed il convento dell’Ordine dei Domenicani a Napoli situato nella magnifica Piazza San Domenico . In questo convento , famoso per essere stato tra il 1515 ed il 1615 la sede della Facoltà di Teologia a Napoli , fondata da San Tommaso d’Aquino , vi era una ricchissima  biblioteca  dove erano raccolti numerosi libri che dal 500 in poi sarebbero stati poi considerati proibiti .Molti erano libri di filosofia e di storia ma anche di scienza in grado di aprire la mente a chi sapeva guardare oltre il discorso della rigida  fede con cui veniva indottrinata la religione cattolica a quei tempi.

Questi libri , come in generali , tutti quelli che in qualche modo potessero con la loro cultura aprire la mente del popolo e fare che esso potesse in qualche modo porsi delle domande , erano in quel periodo strettamente conservati nel  monasterio ed essere appannaggio di soli pochi eletti .

N.B.  Nel 600 , nei monasteri  e nei conventi  erano gelosamente custodite  le poche biblioteche dove si conservavano preziosi  manoscritti greci e latini sopravvissuti ai barbari o appena tradotti dagli arabi ( che a loro volta li avevano ereditati da egiziani e antichi greci ) relativi all’alchimia , alla farmaceutica , alla botanica , alla medicina , alla storia e alla filosofia .

La preziosa collezione di libri conservati in questo monastero incuriosì molto  il  giovane Bruno Giordano che vi mise piede nel 1566 e vi restò per circa undici anni , e dovette non poco influenzare la sua mente formando in lui quelle teorie che lo avrebbero poi portato sul rogo di Campo de’ Fiori nel 1600.  Egli arrivò infatti  a mettere il discussione l’allora vigente dottrina cattolica ed entrare in contrasto con il modo di pensare  di quei tempi .

A 17 anni , Filippo Bruno veste l’abito domenicano decidendo di mutare il suo nome in  Giordano , per  omaggio ad uno dei suoi maestri in metafisica (Giordano Crispo).

Divenuto  sacerdote nel 1572,  grazie al suo particolare carattere ,  animato da un’insaziabile passione per lo studio, ed una  condotta  conforme al motto domenicano verba et exempla (parole ed esempi). divenne in soli tre anni , non solo dottore in teologia ma anche  in breve tempo uno dei più brillanti intellettuali d’Europa..

Negli anni che seguirono , durante la sua brillante carriera ecclesiastica ebbe presso la ricca biblioteca ,  occasione di approfondire il pensiero di Agostino di Ippona  e di  Tommaso d’Aquino  venendo però  anche a contatto con scritture proibite orientali relativi all’alchimia  e le opere di Erasmo da Rotterdam , bandite ufficialmente dalla chiesa  cattolica perchè considerava il suo autore un eretico .

Il prete Erasmo infatti  , nei suoi scritti attaccava  fortemente l’immoralità dei suoi colleghi del tempo sostenendo con vigore  la necessità di una riforma della Chiesa, che a suo parere aveva raggiunto il suo apice con il  mercato delle indulgenze,

Giordano  ebbe modo in questa maniera di sviluppare  una lenta ma progressiva  passione  per l’ermetismo, e la magia che lo portò fin dal suo primo anno di noviziato, ad essere  accusato di profanazione del culto di Maria.

La sua sete di conoscenza e la passione per la verità lo pone inevitabilmente in contrasto con la cultura dogmatica del tempo (un’atmosfera oscurantista e retriva di cui sarà vittima lo stesso Galilei, qualche decennio dopo) . Egli dotato di un carattere  irrequieto e insofferente ai dogmi e alle costrizioni ,finì per urtare contro la gerarchia sulle questioni del dogma della Trinità, che egli respingeva , avendo  nel tempo una serie di duri scontri con le allora autorità cattoliche che lo portarono dapprima a subire un processo dovute ad accuse per il disprezzo delle immagini dei Santi ed un altro come vedremo avvenuto poi dieci anni dopo  che lo vide addirittura finire al rogo .

Le cose infatti dopo vari scontri non si misero bene per lui nel  convento napoletano .  Non convinto di alcune verità dogmatiche della chiesa cattolica come il dogma della Trinità venne  denunciato da un frate  al padre provinciale Domenico Vita, che subito  istituì contro di lui un nuova processo stavolta per eresia che lo portò a fuggire da Napoli per riparare a Roma  , ospite del convento domenicano di  Santa Maria sopra Minerva.

In quegli anni Roma era imperversata da gravi disordini e grandi episodi di criminalità  :  Rubare ed ammazzare era all’ordine del giorno e molti cadaveri venivano spesso al mattino ritrovati nel Tevere :  la  notte sopratutto era spesso teatro di violenza ,  e a farne le spese erano un po tutti i ceti sociali , dalla  semplice gente del popolo , ai figli di nobili aristocratici  , politici , monsignori e nipoti di cardinali. Chiunque usciva di notte metteva seriamente a rischio la sua vita .

Bruno durante il suo soggiorno a Roma venne  accusato di aver ammazzato e gettato nel fiume un frate: un omicidio non commesso da lui ma da un un altro fratello del convento , per il quale egli  venne comunque  incolpato grazie alle calunnie dei suoi inquisitori che, ignoranti  non concepivano la sua filosofia e lo accusavano di eresia.

Oltre all’accusa di omicidio, Bruno ebbe  notizia nello stesso periodo che nel convento napoletano di San Domenico erano stati trovati, tra i suoi libri, opere di  San Giovanni Crisostome , di San Gerolamo e di Erasmo da Rotterdam e che per tale motivo  si stava istruendo contro di lui un processo per eresia.

Così, nello stesso anno, nel 1576, Giordano Bruno per non aver altri problemi , abbandonò  l’abito domenicano ed  i voti fatti per distaccarsi dalla chiesa cattolica e una volta riassunto  di nuovo il nome vecchio nome di Filippo, lasciò  Roma per fuggire dapprima  a Nola, e poi Savona, Torino, Padova , Bergamo ed infine approdare a Ginevra dove aderì solo per breve tempo al calvinismo . Qui si dimostrò però  ben presto molto critico nei confronti della nuova religione, al punto da venir arrestato e costretto a distruggere un opuscolo di critica nei confronti di Antoine De la Faye, titolare della cattedra di filosofia, nonché figura di spicco del calvinismo. Poco dopo aver riconosciuto la propria colpa innanzi al Concistoro, viene nuovamente inquisito per le reiterate offese mosse nei confronti dei ministri della Chiesa calvinista.

N.B. Giordano Bruno fu di carattere particolarmente irrequieto e , come detto , fin dall’ inizio non si sentì convinto da alcune verità dogmatiche della chiesa cattolica e finì per abbandonare i voti e distaccarsi dalla chiesa cattolica . Durante le sue peregrinazioni arrivò a simpatizzare per la causa calvinista per ovvi motivi : gli sembrò essere una protesta ai danni della chiesa cattolica nella sua dimensione istituzionale ; del calvinismo colse quindi soprattutto il messaggio ” liberatore ” . Comunque poi abbandonò questa simpatia per il calvinismo e , paradossalmente , tornò indietro sui suoi passi accettando alcuni valori della dottrina cattolica

Scomunicato lasciò Ginevra e si recò a Tolosa dove ottenne  la cattedra di filosofia  . Erano quelli  gli anni della Controriforma e Giordano , durante questi suoi  continui peregrinaggi , ebbe modo di rafforzare ulteriormente il suo pensiero contro quello che era l’imperante ortodossia religiosa dominante . In quegli anni  tutti suoi viaggi spesso si trasformarono in fuga entrando spesso in conflitto con gli ambienti aristotelici da lui tanto denigrati scatenando spesso  le ire dei teologi locali . Di spirito combattivo ed incline alla polemica, egli finì per porsi  contro la maggior parte dei teologi e dei pensatori del suo tempo.

Bruno  con le sue  la tesi criticava  i limiti troppo stretti nei quali la religione cristiana rinchiudeva l’universo e andando oltre   affermava anche  l’esistenza di un’infinità di mondi abitati al di fuori della terra.  Egli quindi concepiva , pur non avendo nessun dato scientifico a suo favore ,  una pluralità di mondi simili al nostro in un universo che non sarebbe stato creato ma che sarebbe esistito da sempre. Sostituiva con le sue tesi a Dio il concetto di infinito. Era questa ovviamente una concezione che si opponeva fortemente alla teologia cristiana del tempo . Bruno abbracciò e difese con vigore la tesi copernicana dell’eliocentrismo , andando con le sue concezioni cosmologiche oltre lo stesso Copernico immaginando un universo infinito di cui Dio sarebbe l’anima.

 

” … andava raccontando in giro che la Terra girava  su se stessa, e che essa non era il centro del mondo, che la Via Lattea è di natura stellare e che il Sole è solo una di queste stelle, che il mondo è “un’infinita riserva d’innumerevoli mondi uguali al nostro “…..

 

 

 

Ebbe il coraggio di mantenere questa sua  propria visione di un cosmo infinito malgrado gli interrogatori ,  la tortura e la morte , che fecero  di lui un simbolo del pensiero laico contro il dogmatismo dell’Inquisizione. Sarà  infatti ricordato  nei secoli come un martire del libero pensiero e dell’intolleranza religiosa .

Dopo una breve permanenza a Parigi, si trasferì in Inghilterra  ( dove ebbe modo di conoscere la regina Elisabetta ) per  insegnare ad Oxford, per poi riprendere la via di Parigi, trascorrere qualche anno in  Germania per insegnare  a Wittenberg e a Francoforte, ed infine approdare  nella “tollerante”  Venezia.  Qui Giordano  , oramai perseguitato , da quel mondo cattolico contro cui si era schierato , era convinto di essere al sicuro, invitato dal nobile Giovanni Mocenigo, desideroso di farsi istruire dal filosofo nell’arte della memoria , una disciplina allora molto in voga , di cui egli era divenuto grande esperto .

Dotato di una memoria prodigiosa che gli permetteva , si dice, di recitare 7.000 passaggi della Bibbia o anche 1.000 poemi di Ovidio, il filosofo fu infatti  volentieri ospite dei principi d’Europa, dove diede libero sfogo alla sua inclinazione per la libera discussione (fu anche  autore di due libri che descrivevano  un innovativo metodo di memorizzazione).

CURIOSITA’ : L’ordine dei domenicani, al quale Tommaso d’Aquino  apparteneva, aveva la reputazione di essere particolarmente versato nell’arte della memoria e Bruno poté vantarsi  di essere stato presentato al Pontefice quando apparteneva ancora a quest’ordine, per far  mostra della sua memoria artificiale . Le sue tecniche di memoria (  mnemotecnica) furono  un aspetto del suo pensiero che svolse un ruolo importante per la sua  notorietà nelle corti europee : sono infatti i suoi lavori sull’arte della memoria che gli valsero soprattutto le accoglienze calorose sia del re di Francia Enrico III  come della regina d’Inghilterra Elisabetta I.

N.B. L’arte della memoria è un insieme di tecniche che risalgono all’antichità ed il cui scopo era di memorizzare il massimo di dati.  Nell’Antichità, tutto ciò aveva un sentore  di magia e soprattutto di ermetismo del quale egli venne successivamente accusato .
In una sua difesa  di fronte ai suoi giudici, egli  dichiarò: «(…) Il re Enrico III mi chiamò un giorno, e mi chiese se questa memoria che possedevo e che insegnavo era una memoria naturale o se fosse piuttosto  ottenuta per mezzo di magia; gli dimostrai che non mi derivava dalla magia ma dalla scienza ».  

 

A Venezia le cose non   andarono come egli sperava. Le  idee coraggiose  dell’ex frate , innovative e certamente diverse dall’allora pensiero canonico  , ben presto finirono per spaventare il nobile mecenate  . Bruno infatti durante il suo soggiorno non solo arrivò ad affermare  costantemente di rifiutare ogni religione, negando i dogmi cristiani  ma  addirittura arrivò  impudentemente ad affermare che Cristo era un mago che aveva sedotto i popoli con i suoi miracoli.

Secondo alcuni altre voci sembra invece che il Mocenigo , si accorse addirittura  di alcune oscure pratiche magiche che egli esercitava  in casa sua , mentre secondo altri egli invece scoprì solo una relazione che forse aveva  con sua moglie.  Tutto sta che il nobile Mocenigo ad un cero punto , convinto che le sue idee fossero  blasfeme , decise di denunciarlo e consegnarlo nelle mani della Santa Inquisizione di Venezia, che a sua volta lo consegnò all’inquisizione di Roma (il Sant’Uffizio), che con scarsi tentativi, provò a convincerlo a ritrattare le sue idee “eretiche”.

Ritratto del Doge Giovanni Mocenigo, dipinto di Gentile Bellini

Ritratto del Doge Giovanni Mocenigo

Dopo 7 anni di carcere e costanti rifiuti di abiurare, il “Santo Uffizio” lo cacciò dalla Chiesa come “eretico impenitente” e lo rimise  ad una corte secolare che lo condannò a morte ( il  braccio secolare eseguiva materialmente le sentenze del Sant’Uffizio ).  Alla fine dell’interminabile processo egli fu condannato al rogo come eretico impenitente e ostinato ed espulso definitivamente dalla Chiesa. Davanti ai suoi giudici che maledisse tuonò : “Avete certamente  più paura voi nel pronunciare quella sentenza che io nell’ascoltarla! ”

All’alba del 17 febbraio 1600 , in occasione della liturgia dell’anno Santo  (anno giubilare  ) , egli lasciò  la prigione di Tor di Nona, per venire condotto in processione tra una folla eccitata e vociante fino a Campo de’ Fiori a Roma .  Indossava  il sanbenito e si dice avesse  una mordacchia che gli impedisse di parlare ( “Per le brutissime parole che diceva”) . Salito  al rogo con coraggio e dignità, venne  spogliato, legato ad un palo e quindi arso vivo davanti ad una folla plaudente . Le sue opere vennero bruciate in Piazza San Pietro e inserite nell’ Indice dei libri proibiti.

La grande dignità con cui affrontò le fiamme del rogo , derivarono dalla sua assoluta convinzione di non provare alcun dolore . Secondo alcuni esperti , pare infatti che egli durante i suoi studi fosse giunto alla conoscenza sublime di allontanare dal corpo il dolore fisico .Pare infatti che egli fosse dotato di un  « sapere segreto miracoloso  »,  capace di fargli fare cose straordinarie riservate a pochi .

Affermò infatti , di fronte ai giudici , di essere dotato di ali e di poter nutrire disprezzo per il dolore e per la morte: come si è visto la quindicesima delle contractiones consente di allontanarsi dalle sensazioni fino al punto di non avvertire più il dolore » corporale e di rimanere impassibili di fronte a qualsiasi condanna (Sigillus). La domanda su Bruno, allora, non è se fu un mago, ma se lo fu sino alla fine.

 

 

Dotato di un carattere  orgoglioso , e  propenso alla collera , si racconta che durante tutto il suo processo abbia sempre conservato tutta la sua insolenza verso il tribunale e  certamente sfidato le autorità  , quando legato al patibolo del rogo abbia  distolto lo sguardo dal crocefisso che gli venne  presentato.

La condanna del filosofo si è  trasformata nel tempo nei confronti della chiesa cattolica  , in una minaccia costante del proprio ruolo e potere . Più volte il vaticano nella voce dei più autorevoli rappresentanti hanno dovute giustificare in qualche modo il martirio di Giordano Bruno e ancora oggi di tanto in tanto  si difende ricordando che essa non lo ha condannato il filosofo per le sue visioni cosmologiche, ma solo per le sue posizioni eretiche.

La “Santa” Sede , sopratutto attraverso le parole di Giovanni Paolo II si è spesso dovuta scusare e rammaricare (  a denti stretti ) del rogo ma senza però mai indietreggiare rispetto alla validità teologica della condanna. Non poteva fare altrimenti poiché l’inquisitore responsabile delle condanne di Bruno e Galileo,  era il cardinale R. Bellarmino, che è stato poi  beatificato, canonizzato e fatto Dottore della chiesa.  La chiesa infatti pur manifestando pentimento non è però mai arrivata alla de-canonizzazioni e de-beatificazioni del cardinale Bellardino che dovrebbe essere un atto dovuto se i pentimenti fossero sinceri ed i rimorsi reali .

Fatto sta che oggi  quando si parla di scienza e di Chiesa non si può dare a  meno di fare almeno un cenno a Giordano Bruno, e alla sua esecuzione in Campo dei Fiori e la   sua morte e’ una delle storie preferite da coloro che visitando Roma capitano  In quella piazza, dove sopra i banchi del tradizionale mercato, si erge la figura torva di Giordano Bruno, nel monumento che lì collocato sul finire dell’800 costituiva la sfida del giovane Stato italiano, laico e antipapista, ai papi “antiunitari” di quegli anni.
La fama del filosofo Nolano, infatti, è dovuta senz’altro al fascino della sua morte, da ribelle impenitente contro la chiesa cattolico del tempo . Un fatto che probabilmente il nostro filosofo aveva ben calcolato . Egli , consapevole che quella morte gli avrebbe portato più successo che quello ottenuta in vita con le sue opere , decise probabilmente la strada del martirio , consapevole che la sua morte avrebbe portato molti più grattacapi alla chiesa rispetto alla sua vita terrena , Per quato motivo è andato incontro alla morte, anche molto orgogliosamente.
Proprio lì, in quel punto in cui Giordano Bruno fu bruciato il 17 febbraio 1600, per le sue tesi eretiche sull’universo e sull’uomo, negli anni in cui la Controriforma assumeva le sue forme e le decisioni più feroci , incominciarono a vacillare i rigidi pensieri cattolici del tempo . 
E proprio lì , in quel luogo , le idee , le opere e la sua vita da uomo profondamente legato, per suo stesso dire, alla « sapienza antica » e alla magia trovarono finalmente gloria eterna .
E come lui aveva perfettamente immaginato e presupposto  , con  la sua morte , si scatenarono numerose   lotte interne al sistema dei poteri ecclesiastici.
N.B.L’interminabile processo fu presieduto dal gesuita Cardinale  Bellarmino, che nello  studio delle opere di Bruno per raccogliere i capi di accusa contestò addirittura il Giordano  di aver soggiornato in paesi eretici, vivendo secondo il loro costume e di avere  con se reputazione di omosessualità  .Il Tribunale dell’Inquisizione romana non faceva infatti perno essenzialmente sulle  affermazioni filosofiche di Bruno , ma su quelle teologiche concentrate sulla negazione della divinità di Cristo; la negazione del dogma della Trinità; la presenza reale di Cristo nel sacramento dell’Eucarestia.Giordano  negava con il suo pensiero la divinità di Gesù, ossia l’incarnazione del Verbo, togliendo così al cristianesimo  la base stessa della sua esistenza .  Il cristianesimo, in quegli anni, lottava disperatamente  in tutta Europa per sopravvivere: dietro la implacabile contrapposizione fra cattolici e protestanti, la vera posta in gioco non erano la libera interpretazione delle Scritture, la verginità di Maria o la funzione del Papa di capo supremo della Chiesa cattolica, ma la possibilità che l’idea cristiana, l’idea del Dio che si fa uomo, muore e risorge per la salvezza del genere umano, potesse venire preservata, custodita e trasmessa in eredità alle generazioni future.Il pensiero di Bruno, dunque, rappresentava una sfida e una minaccia oggettiva per la visione cristiana del mondo, sotto l’aspetto teologico. Sotto l’aspetto strettamente filosofico, invece, il pensiero di Bruno risultava, certo, incompatibile con il cristianesimo; ma, forse, più per l’estrema audacia con cui egli lo espose, che per buona parete dei suoi contenuti.Bruno, con la sua impari lotta contro la chiesa , grazie alla sua orribile morte avvenuta sul rogo ,è divenuto nel tempo il prototipo dell’eroe solitario e perseguitato, incompreso dai contemporanei, e odiato dai poteri più retrivi della società e della cultura. La chiesa cattolica uccidendolo lo ha trasformato nel suo peggior nemico . Un simbolo anticlericale  nonchè coraggioso  annunciatore di un mondo nuovo, e gioiosamente spalancato sull’infinità dell’universo. La sua affermazione che esistono innumerevoli altri mondi abitati, al di fuori del nostro, è più attuale che mai .

 

Il martirio del filosofo tre volte scomunicato,  e poco simpatico alla chiesa è così divenuto  il simbolo di tutti i crimini contro la mente. Egli   quattrocento anni più tardi, incarna ancora oggi la resistenza degli uomini a tutti i dogmi.

Il rogo che ha portato la morte del filosofo ha certamente consumato  il suo corpo ma  non il suo pensiero , che oggi più che mai si è trasformato in un grosso boomerang per la chiesa cattolica diventando un’icona di tutti coloro che intendono denigrare il sistema clericale .

Da quel momento Giordano Bruno ha rappresentato, nei secoli successivi alla sua morte, il simbolo del libero pensiero e dell’intellettuale sciolto dai vincoli dell’autorità . Egli non cedendo  davanti all’Inquisizione., non solo non ha abiurato la  propria visione del mondo, ma ha finito per incarnare la lotta della coscienza contro il dogmatismo.

Il martirio del filosofo è oggi il simbolo di tutti i crimini contro la mente. Questo visionario della pluralità dei mondi, tre volte scomunicato,  dal carattere difficile ma geniale  ebbe la sfortuna di vivere in un tempo in cui si bruciavano gli eretici… cioè tutti coloro che avevano la volontà ed il coraggio di pensare qualcos’altro rispetto a ciò che la chiesa intendeva imporre alla loro mente

Per lui, non saranno fatti di stregoneria o anticristianesimo che lo condurranno al rogo, ma piuttosto la sua certezza che l’Universo è infinito e che altrove altri esseri viventi esistono. Sarà ricordato nei secoli come un martire del libero pensiero e dell’intolleranza religiosa

 

 

Da notare che il  processo  a Giordano Bruno é durato diversi anni , il che testimonia che l’ inquisizione romana non era poi così efferata e malvagia come si può pensare , a differenza di quella spagnola . Dove e quando potevano i giudici della chiesa romana cercavano delle vie di compromesso : c’ era una ” buona volontà ” nella chiesa cattolica di  trovare secondo me ,  qualche appiglio nelle posizioni di Giordano Bruno : fu lui che non ebbe alcuna intenzione di rinunciare ai principi di fondo della sua ” dottrina ” e quando si trovò al momento della decisione finale preferì morire ma mantenere le sue posizioni .Eppure ci  doveva essere qualcosa che poteva dare adito a un confronto e a un dialogo con la chiesa cattolica se ci misero quasi otto anni a ucciderlo : egli aveva con se , nel suo pensiero filosofico una  parziale accettazione del cattolicesimo ,che  è’ ovvio non bastò poi ai  giudici dell’inquisizione per salvarlo .

 

Secondo alcune tesi  gli inquisitori erano  dell’idea che, una volta terminato il processo, sarebbe bastato rinchiudere l’ex domenicano in un qualche sperduto convento domenicano per renderlo inoffensivo e indurlo al ravvedimento  .

A far cambiare idea fu un compagno di cella del Bruno  che sembra riferì loro qualche oscuro segreto che gli era stato confidato dal filosofo  stesso, Bruno fu consegnato precipitosamente al “braccio secolare” (la giustizia civile), che gli inflisse la pena del fuoco. Non sappiamo ancora oggi di quali sconvolgenti segreti fosse a conoscenza il compagno di cella di Bruno. Quello che si è poi riferito  è che Bruno fantasticava da tempo di soggiogare il Papa con le sue formule magiche, prenderne il posto e sostituire la religione cristiana con la sua religione magico-pagana in tutti i territori della Chiesa . Probabilmente gli inquisitori pensavano che, se fosse stato lasciato libero di propagandare la sua strana religione, Bruno avrebbe potuto anche trovare dei seguaci e, con loro, svolgere delle attività sovversive contro la Chiesa. In un’epoca in cui i cattolici e i protestanti se la davano di santa ragione in tutta Europa, la priorità degli inquisitori era di spegnere tutti i focolai di nuove, possibili guerre di religione.

 

Bruno inoltre appariva particolarmente pericoloso agli inquisitori soprattutto perché durante il suo soggiorno in Inghilterra aveva conosciuto e avuto dei contatti con la regina Elisabetta ,grande appassionata di magia e di occultismo. , ma anche una tiranna spietata per il  mondo cattolico che nel suo regno aveva messo la fede cattolica fuori legge e perseguitava quanti volevano rimanere fedeli al Papa. Si dice che, se ne avesse avuto la possibilità, non avrebbe esitato ad organizzare una spedizione militare contro Roma.

N.B.  Sbarcato a Londra il 7 aprile del 1583, il mago italiano riuscì ad entrare rapidamente nelle grazie della regina Elisabetta, grande appassionata di magia e di occultismo. Il 20 aprile del 1583 Sir Francis Walshingham, capo dei servizi segreti di sua maestà britannica, ricevette la prima di una serie di informative provenienti dalla casa dell’ambasciatore francese De Castelnau, che aiutava di nascosto alcuni cattolici inglesi a svolgere attività contro la regina. Guarda caso, calligrafia del misterioso autore delle informative appare identica alla calligrafia del Bruno. E guarda caso Bruno in quella casa svolgeva attività di sacerdote e confessore. Probabilmente, i dissidenti cattolici che bazzicavano per l’ambasciata si lasciavano sfuggire molti dettagli sulle loro attività sovversive nel confessionale, dove ad ascoltarli e prendere nota c’era un traditore. Dunque Bruno, prima di essere lui stesso tradito dal compagno di cella, aveva tradito molte persone, violando il segreto del confessionale. Per effetto delle delazioni del Bruno, il cattolico Francis Trockmorton fu arrestato, atrocemente torturato e condannato a morte, mentre e lo stesso ambasciatore De Castelnau fu espulso dall’Inghilterra e finì in rovina.

Alla fine possiamo dire che la  Chiesa  si comportò con Bruno  in modo  riprovevole , condannando a morte una persona solo perchè sostenitrice di idee diverse ; qualunque cattolico non può non riconoscere la meschinità di questa condanna , di questo gesto che ben sintetizza l’ atteggiamento della Chiesa nel corso della storia ( altri fulgidi esempi di questo scempio cattolico sono il Savonarola ,  il pugliese Cesare Vanini ,e Galilei ).

E possiamo certamente sostenere che al contrario di quanto è successo nel caso di Galileo Galilei, tuttavia, con con quell’esecuzione in particolare la Chiesa non ha ancora fatto i conti in maniera, diciamo, diretta e “personale”. I motivi che portarono all’esecuzione del filosofo di Nola era la sua visione molto panteistica di Dio e della natura, ed in questo senso era un po’ difforme dalla dottrina cristiana.Egli venne visto come un eretico probabilmente perché si occupava di una delle fissazioni del Rinascimento che era la magia.

Galilei , diversamente da lui abiurò le sue tesi, girandole in termini matematici: cioè, rifiutò la verità fisica di ciò che diceva girandola in matematica. Ciò significa che io in termini di calcolo ammetto quello che ho concluso dalle mie ricerche, ma è un modo utile per arrivare a studiare la fisica. Galilei quindi ha ritrattato. Giordano Bruno invece no: lui è andato fino in fondo.

Regnava allora papa Clemente VIII (Ippolito Aldobrandini), uomo intransigente nell’applicare quanto stabilito dalla Controriforma nel concilio di Trento e fautore di una politica repressiva contro gli eretici e gli ebrei. I colpi inferti in questo periodo di oscurantismo dalla chiesa al metodo scientifico moderno ed alla separazione degli ambiti disciplinari furono alla base del distacco tra la cultura italiana e quella europea. Distacco di cui ancora oggi possiamo dire paghiamo le conseguenze.

La sua ultima frase in apparente aperta sfida pronunciata al momento del processo e della sua condanna a morte  – “Tremate più voi nel pronunciare questa sentenza che io nell’ascoltarla”- ha certamente rappresentato il culmine del braccio di ferro tra lo Stato e la Chiesa di Roma, per nulla disposta a riconoscere il neonato Regno d’Italia.  La costruzione della sua famosa statua, ancora presente in piazza Campo dei Fiori a Roma avvenne contro il volere del Papa e col sostegno di personalità di rilievo come Victor Hugo, Giovanni Bovio e Michail Bakunin, e solo dopo scontri e manifestazioni violente, la statua fu finalmente inaugurata nel giugno 1889. I massoni poi ne hanno approfittato e hanno voluto farne un eterno atto d’accusa contro il clericalismo.

 

 

Giordano Bruno , non era certamente quello che allora si poteva definire un buon frate e nemmeno uno scienzato ( non ambiva ad esserlo ) ma era un grande amante della natura che egli studiava con metodo completamente diverso da rigido e rigoroso  di Telesio . Egli studiando  la natura con interesse filosofico , portò in maniera anticonformista a notare ed amare in lei tutti i suoi segreti che essa nasconde agli occhi di chi non vuole vedere .Un visione completamente diversa della natura e la conseguente forma di vita che da essa scaturiva . Una vita da accogliere ed amare , secondo il filosofo , in ogni sua manifestazione, a tal punto da arrivare a definire la vita sperimentata nel convento di San Domenico  come una “prigione angusta e nera” e a disprezzare la pedanteria degli intellettuali amanti dei libri e troppo poco della concretezza dell’esistenza.

Statua di Giordano Bruno a Campo de' Fiori

Statua di Giordano Bruno a Campo de’ Fiori

La natura di cui parla Giordano come vedremo alla fine non è altro che Dio, nella sua grandiosità, creatività e espansione . Egli infatti identificando Dio con la natura e tutto quello che da essa deriva ( compreso l’uomo ) non fa altro che sostenere come tutto ciò che esiste sulla terra non sia altro che singole componenti frammentate legate l’uno all’altro facente capo tutte a  a Dio . L’uomo si scopre quindi come parte integrante della natura  ovvero come parte integrante del cosmo, del tutto vivente e  può conoscere veramente Dio solo attraverso la natura e la sua ragione di essere.

Dio è quindi la  natura stessa. È il principio che si trova in ogni cosa, forma o intelletto universale,  e si manifesta come materia. In tal modo la materia  appare dinamica e dotata di un intrinseco principio attivo e di movimento.

Proprio l’ idea che ogni realtà dell’universo sia vivente e animata , sarà il pensiero di profonda rottura con il cristianesimo che porterà Giordano Bruno ad essere accusato di usare  procedimento scientifici supportati  e animati dal ricorso alla magia. La sua opera che vedeva  l’uomo conoscere la natura , attraverso un “eroico furore”, fino ad immedesimarsi  con essa, venne solo interpretata come una massima esaltazione della sua mente e non vista invece come essa oggi appare a tutti noi .

Nell’opera ” Degli eroici furori ” egli servendosi del  celebro mito di Atteone , il cacciatore che aveva osato spiare Diana (la dea della caccia) e l’aveva scorto nella sua nudità cerca di far capire attraverso un accurato simbologismo  come egli  appasionato da un “eroico furore” (cioè dal desiderio irrefrenabile di conoscere) cerchi a tutti i costi la natura nell’intento di contemplarla , e finIsca poi , come successo con Attone  , che per punizione  della  Dea aveva trasformato  in un cervo,  per essere lui stesso trasformato in natura .  Il predatore di natura diviene così una facile preda .

Questo simbolismo venne visto come una  forma di elevazione mistica verso la trascendenza.  Venne considerato da tutti i giudicanti come un folle atto di sostituirsi alla natura , all’universo e quindi a Dio Mentre invece l’eroico furore di Bruno non è altro che è una vera e esaltazione della propria passione del conoscere.

Secondo la mitologia greca, Il giovane Atteone, durante una battuta di caccia si imbattè casualmente nella grotta in cui Diana e le sue compagne facevano il bagno. Non appena si accorse della sua presenza la dea, adirata per l’oltraggio subito gli spruzzò dell’acqua sul viso trasformandolo in un cervo impedendogli così di raccontare ciò che aveva visto.  Il cacciatore scappando giunse ad una fonte dove, specchiatosi nell’acqua, si accorse del suo nuovo aspetto. La fontana mostra la scena di Atteone che inseguito e catturato dai suoi stessi cani, questi inferociti gli si aizzano contro sbranandolo.

Senza addentrarci ulteriormente nelle complesse e sicuramente più noiose concezione panteistiche dettate dal filosofo , che rimandiamo a testi specializzati ed altre più formate menti  , vogliamo solo portarvi a conoscenza che alla fine lo  stesso amore per la natura e per la vita ,( quindi Dio )  condurranno Giordano alla fine   a nutrire un serio  disprezzo per la religione cristiana appellata da lui come ” Santa Asinità ”  e intesa come un insieme di false credenze contrarie alla ragione, che inducono all’ignoranza e minano la libertà degli uomini. Questa ignoranza rendendo il popolo rozzo e sopratutto lo rende succube della  guida dei pastori della  chiesa.

La vera dialettica  di Giordano Bruno  era solo quella di attaccare l’allora sistema  con cui si muoveva il mondo cattolico . Egli voleva  solo  far tornare la religione cattolica a quella religiosità antica, quell’antica sapienza che da Mosè in poi mostrava e indicava la vera strada agli uomini.

Bruno inoltre esaltava l’attività, e la laboriosità, dell’uomo rifiutando l’atteggiamento  puramente medievale che vedeva l’uomo  unicamente rivolto alla contemplazione di Dio . Egli esaltando un uomo dinamico e attivo sosteneva che il lavoro e l’intelligenza sono le sole cose che ci spingono  nell’impulso  ad emulare Dio, nel creare.  Solo in questo modo l’uomo può  piegare la realtà circostante ai suoi bisogni e affermarsi  quindi nel mondo.

Ma la cosa che maggiormente fece accendere l’attenzione dell’allora mondo cattolico su di lui fu il suo diverso pensiero dell’Universo e del modo ad esso collegato . Bruno  al contrario di quello che pensavano gli aristotelici o le menti illuminate dei suoi tempi ,  sosteneva che l’universo era Infinito . Lui  era infatti convinto che essendo Dio infinito e potente , non può aver prodotto un mondo altrettanto infinto e pieno di vita . Inoltre se come sosteneva Copernico , la terra ruota intorno al mondo , perchè le altre stelle che si osservano in cielo non potrebbero essere tanti altri soli al centro di altri mondi ?

Tale bellissima intuizione , pur non essendo suffragata da nessun supporto scientifico , fini per assumere una dimensione rivoluzionaria per la chiesa cattolica , Il filosofo con questa sua teoria toglieva  l’uomo e la terra dal centro di ogni cosa ponendo sullo stesso piano tutto quello che esisteva .Il suo universo , derivando da un Dio infinito, era aperto e popolato da infiniti mondi e infinite creature, senza un centro e uguale in ogni sua parte. Egli cancellava in un solo colpo  le “colonne d’Ercole”, oltre le quali non esisteva più nulla, e immaginava di conseguenza  un universo senza fine popolato da infiniti mondi e infinite creature . Egli arrivò addirittura ad ipotizzare l’esistenza di mondi migliori del nostro, abitati da razze molto più evolute di quella terrestre arrivando a far cadere  la distinzione tra mondo sublunare e  quello sopralunare .Secondo molti invece Bruno non era un  paladino del mondo scientifico né tanto meno di quello filosofico. Egli era solo uno dei tanti maghi e alchemici allora molto in voga ,che aveva una grande abilità di manipolare singole o intere masse di persone . Era uno  che credeva agli oroscopi e al determinismo delle stelle, e che vide nell’eliocentrismo non una dottrina scientifica, un fatto astronomico, ma la conferma della sua visione magica, astrologica, che contemplava una eliolatria animista di stampo egizio.

Tra le sue opere più importanti ricordiamo i dialoghi italiani (a cui appartengono gli scritti: La cena delle ceneriDe l’infinitouniverso e mondi e Degli eroici furori) e i poemi latini.

Ritornando al monastero di San Domenico , ricordiamo che esso fu anche dal  1515 al 1615 ,  la  sede l’universta di Napoli e vi insegno’ anche San Tommaso d’Aquino che  fu il fondatore della facolta’ di teologia. Nella  sua oramai famosa cella , ancora oggi presente i troviamo conservata una preziosa tavola del 200 raffigurante un prezioso crocifisso che si dice rivolse la parola a San Tommaso mentre  su un piccolo altarino troviamo anche un osso del santo .

I chiostri del convento , famosi per essere sede di una delle spezierie più famose e ricercate della città erano  inizialmente  tre ed il complesso era talmente ampio da arrivare fino a via San Sebastiano . Il chiostro piccolo o delle statue e’ quello rimasto a noi mentre quello di San Tommaso e’ divenuto sede di una palestra comunale ed il terzo , quello grande , che un tempo ospitava la sala in cui ha vissuto Bruno Giordano , e’ ora sede del liceo Casanova .

 

Visitare San Domenico e’ importante per le opere d’arte che si possono vedere come quelle di Luca Giordano , Tino da Camaino , Cosimo Fanzago , Giovanni di Nola , Francesco Solimena , Tiziano e Caravaggio .
Ma il vero spettacolo e’ la sagrestia La Basilica, cioè  il Panteon degli Aragonesi, un insieme di Arche contenenti corpi mummificati in modo artificiale o naturale a temperatura e umidità costante rievocante l’arte di conservazione delle salme in uso nell’antica civiltà egizia,

Alzando gli occhi oltre a vedere nella volta il grande affresco del Solimena , si vede una balconata che corre su tre lati della sala rettangolare . Su questa , si possono osservare in due ordini sovrapposti , 40 casse di diverse dimensioni ed a forma di baule .

Queste casse , ricoperte , un tempo di drappi e velluti oggi scoloriti , lisi ed in parte scomparsi , sono in realta’ dei feretri che contengono i resti dei re , dei principi ed illustri personaggi aragonesi .
Nel 1594 il vicere’ d. Giovanni di Zunica , conte di miranda li fece sistemare nel luogo attuale .
Sulla balconata sovrastante l ‘ ingresso della sagrestia ci sono 8 casse delle quali le 4 superiori , sono i feretri di Alfonso d’Aragona , Ferrante, Ferrantino, e Giovanna d’Aragona.
Solo la cassa di Alfonso d’Aragona e’ vuota perche’ le spoglie , per sua espressa volontà furono traslate  in Spagna nel 1667, dove erano sepolti i suoi antenati , nelle restanti vi sono i resti dei defunti citati e su ognuna c’e il rispettivo ritratto .

Il sovrano Aragonese , secondo molti , avrebbe portato con se , nella sua tomba anche uno straordinario segreto : il segreto del Graal , il mitico calice con il quale Gesù celebrò l’ultima cena e nel quale Giuseppe d’Arimatea raccolse il suo sangue dopo la crocifissione . Di questo calice , Alfonso d’Aragona aveva dichiarato più volte di esserne entrato in possesso.

CURIOSITA’: la leggenda vuole che il famoso calice sarebbe stato donato dai monaci del convento di San Juan de la Pena alla corona Aragonese e che Alfoso lo avrebbe portato con se nel suo palazzo reale a Valencia , per poi lasciarlo in pegno alla cattedrale in cambio di un grande finanziamento per la sua campagna militare a Napoli. Il Graal che tanta passione  ha acceso nei secoli , secondo molti , si troverebbe tutt’ora ancora all’interno della cattedrale  nella cappella del sacro calice .

Nel lato destro della sagrestia , entrando , si vedono 15 casse , una delle quali , quasi al centro della balconata , contiene le spoglie di Francesco di’ Avalos , marchese di Pescara , morto per le ferite riportate nella battaglia di Pavia .
Si vede il ritratto , la spada e un’asta alla quale erano attaccati i brandelli di una bandiera .
Nel lato opposto , cioe’ a sinistra di chi entra nella sala , ci sono altre 16 casse delle quali una piu’ piccola delle altre, contiene cio’ che resta di Antonello Petrucci , il segretario del re Ferrante , decapitato nel 1486 per aver partecipato alla congiura dei baroni .

Nella chiesa sono presenti numerose importanti cappelle nobiliari dove in splendidi sepolcri , la cui costruzione fu affidata a prestigiosi artisti , trovarono posto le spoglie di molte famiglie nobili appartenenti sopratutto al vicino seggio del Nilo.

Nella chiesa se prestate attenzione noterete molti simboli massonici come quello presente in un arco dell’importante Cappella Carafa di Santa Severa che appare  decorato con l’immagine dell’Occhio di Horus e della Fenice, sulla stessa formella.

Sulle   pareti e sui pavimenti vi sono  continui richiami alla croce templare e  casualmente,  se andate a scoprirlo , noterete che i colori della tunica dei frati sono gli stessi di quella indossata dai cavalieri.

Durante i lavori di restauro eseguiti nel 1562 , è stato ritrovata un altro importante reperto che sembra più che mai mostrare lo stretto  legame della chiesa all’antico Egitto . Si tratta di una misteriosa lastra di marmo, conosciuta anche come Lapide di Osiride recante un’epigrafe marmorea, oggi murata sul campanile adiacente l’ingresso del convento.

Ssecondo gli studiosi, essa fungerebbe da connessione tra la zona e gli antichi culti egizi.

 

Epigrafe marmorea

 

L’uomo implorante, scolpito sulla sinistra della lastra rappresenterebbe un frate domenicano intento a pregare affinché venga debellata la peste del 1528, mentre gli otto versi impressi sulla lapide richiamano alla mente l’antico culto misterico.

 

Epigrafe marmorea

Il primo verso “Nimbifer ille deo mihi sacrum invit Osirim”, ovvero “Il Tempestoso Invidiò al Divino Seme il Sacro Osiride”, tradotto da Domenico Bocchini con “Quel Nimbifero Dio Me Sacro O-Sirio”, richiama alla mente l’arcana scienza egizia.

La prima versione, dato il palese riferimento egizio, confermerebbe l’esistenza in quel punto geografico di un preesistente tempio dedicato a Osiride; la seconda, con la citazione di Sirio, la stella che, oltre a essere considerata l’anima della Dea Iside, è astronomicamente basilare per l’antica religione egizia, rafforzerebbe l’ipotesi.

La piazza di San Domenico che prende il nome dalla chiesa , è  uno dei luoghi piu’ significativi della città avendo avuto nei secoli molteplici ruoli , da quelli politici a quelli commerciali, finanche a quelli occulti data la vicinanza della Cappella Sansevero. Lo slargo contornato da palazzi monumentali, oltre ad ospitare la suddetta chiesa, tra le più belle della città, vede dominare al centro l’obelisco di San Domenico, scolpito da Francesco Antonio Picchiatti, eretto su volere dei napoletani come ringraziamento per essere scampati all’epidemia di peste del 1656.piazza san gaetano

Un luogo ad essere da sempre stato considerato ” magico ” ,  esoterico e particolarnte misterioso di  questa piazza è il suo sottosuolo , Un luogo , che si è visto essere pieno di cunicoli e tenebrosi anfratti che i sacerdoti alessandrini scelsero per i loro rituali dedicati alla Dea Iside .

Molti di essi erano già conosciuti alle segrete logge alchemiche- massoniche  napoletane del tempo ed altre furono addirittura costruite dal Principe Raimondo di Sangro che volle unire l’area del Tempio di Iside , con i sotterranei della sua cappella che sorgeva a poca distanza .L’intento del Gran Maestro della Massoneria , nonchè alchimista , scienziato , letterato e grande inventore , era quello di utilizzare per i suoi esperimenti il ” luogo di forze ” legati al tempio egizio , considerato dal mondo esoterico un ” fulcro cosmico” , l’Omphalos della tradizione iniziatico templare . L’appartamento quindi della Fenice , oggi noto come Cripta ovale , che in origine poggiava su terra battuta e non pavimentata , proprio per assorbire le vibrazioni provenienti dall’antico sacrario egizio .

A questi sotterranei è  possibile accedere mediante una grata dislocata alle spalle della guglia di San Domenico che posta al centro della Piazza ,  secondo diversi studiosi di scienze esoteriche , una volta colpito dai raggi solari nel suo contorno , costituirebbe per l’intera area il  punto di supremo vigore energetico, mentre l’area sottostante la Guglia,  sarebbe da ritenersi una sorta di Camera Caritatis .

N.B. Nel medioevo, “camera” era sinonimo del luogo del potere, e “caritas” del modo bonario di esercitarlo. L’espressione, quindi, fa riferimento a un discorso fatto in forma segreta  per avvisare qualcuno di minacce e pericoli. Un posto privato dove dunque nessuno era  in grado di sentiree nel quale spesso si esercitava il potere e la caritas .

Nella Piazza si trovava e si trova ancora attualmente anche il palazzo Sansevero dove risiedeva il famoso Principe . Esso era decorato con splendidi affreschi di Belisario Corenzio ed incredibili  bassorilievi rappresentanti scene di  battaglie , Baccanali  e mascheroni, attribuite a Francesco Celebrano e a Giuseppe Sammartino , lo stesso autore del Cristo Velato che si trova nella Cappella Sansevero , un tempo collegata attraverso un cavalcavia con il palazzo .

Il ponte-cavalcavia , fu costruito nel 500 da don Paolo di Sangro per collegare il palazzo di famiglia  con la vicina cappella . Esso è restato visibile a tutti fino alla notte tra il  22 ed il 23 settembre 1889 , , quando , in piena notte , creando un boato enorme  , crollò  l’intera ala sinistra di Palazzo Sansevero , cancellando , non solo il  cavalcavia ma molte altre importanti testimonianze riguardo il principe ed il suo laboratorio , non ancora oggi ritrovato e probabilmente presente proprio nelle macerie di quel luogo . Basta pensare a tal proposito che su quel passaggio sopraelevato si ergeva per quel che ci è dato sapere , un piccolo tempio che custodiva al suo interno una delle invenzioni più stravaganti del Principe : un incredibile e stupefacente carillon che , con un particolare sistema di ingranaggio , permetteva alle campane del piccolo campanile del Tempietto   di suonare ad ogni ora un’armonia diversa ,destando lo stupore di tutti  i passanti per la zona .La musica era infatti udibile fino a chilometri di distanza .

Il misterioso laboratorio era probabilmente presente proprio in questo piccolo Tempio che attraverso il passaggio sopraelevato era da un lato collegato con la famosa cappella e dall’altro dava direttamente nell’appartamento detto del ” Patriarca ” , considerato la stanza personale del Pricipe Raimondo di Sangro .

 

La statua del Nilo , si trova invece nella vicina Piazzetta Nilo, un  piccolo spiazzale situato nel decumano inferiore , lungo  la via Spaccanapoli .Essa fu  eretta dagli Alessandrini che duemila anni fa si stanziarono con abitazioni e botteghe in questo punto della città denominato Regio Nilensis .

Il  monumento  eretto in memoria della loro patria lontana raffigura il dio Nilo che giace sdraiato possente e muscoloso, col il viso arricchito da una saggia barba lunga che inbraccia una cornucopia adornata con fiori e varia natura, simbolo della fertilità e dell’abbondanza , il fianco appoggiato su di un sasso ed i piedi su una testa di coccodrillo.
La scultura, ha subito nel corso dei millenni varie “peripezie” sparendo per un certo periodo nel XV secolo, perdendo la testa nel XVII secolo (poi ricostruita dagli amministratori dell’epoca); malgrado tutto oggi la statua è ancora lì dove la vollero gli Alessandrini più di duemila anni fa.


Il Dio Nilo è un’entità fluviale, quindi figlia dell’oceano e la sua statua a Napoli  fu eretto dai coloni nilesi nel periodo Greco-Romano.
La gente del luogo non era affatto infastidita, anzi: fin dagli albori, i napoletani tendevano ad accogliere usi e costumi di altre popolazioni, soprattutto se questi erano portatori di buona fortuna. Così iniziarono i culti che la popolazione fu costretta a celebrare di nascosto dal Sacro Romano
I culti dedicati a Iside erano i più famosi ma paradossalmente i più segreti: essi venivano infatti celebrati solo dagli adepti, per lo più alessandrini.

Sorella e sposa di Osiride, Iside fu la dea più popolare dell’antico Egitto ed una delle divinità più famose di tutto il bacino del Mar Mediterraneo .
Il suo nome, Iside, significa antico ed era chiamata anche Maat, che significa Conoscenza o Sapienza.
Il suo culto duro’ migliaia di anni e si diffuse sia nel mondo ellenico che in quello romano dove nonostante all’inizio fosse ostacolato, dilagò con gran fervore in tutto l’impero . Qui , il suo culto subi’ comunque una metamorfosi e si trasformo’ in un culto misterico per i legami della Dea con il mondo ultraterreno .

Essa venne rappresentata in vari modi: come una vacca, insieme ad Hathor, o con corna bovine tra le quali è racchiuso il sole, oppure con l’icona del falco o come una donna con ali di uccello. Questa immagine della donna alata la si ritrova spesso dipinta sui sarcofagi nell’atto di prendere l’anima tra le ali per condurla a nuova vita. Solitamente, però, la si conosce raffigurata come una donna vestita con in testa un trono e con in mano un loto, immagine di fertilità. Il suo simbolo è tiet, chiamato anche nodo isiaco, probabilmente indicante la resurrezione e la vita eterna.
Il suo culto ha lasciato un segno tangibile nella cultura napoletana. Lo si può riconoscere nel ferro di cavallo che spesso accompagna il corno per i riti scaramantici. Il ferro di cavallo, infatti, non è altro che l’icona delle corna di Iside e dell’immagine arcaica che indica il ventre materno e la mezza luna, che sono i simboli della fertilità della donna.

Iside secondo il mito,  con l’aiuto della sorella Nefti assemblò le parti del corpo di Osiride, riportandolo alla vita. Per questo era considerata una divinità legata alla magia e all’oltretomba.

A Napoli ,ed in Campania ,  un tempo il suo culto era fortemente presente  come  testimoniano il gran numero di templi dedicati alla Dea presenti nalla regione .La Campania ,è infatti  la regione prima in Italia con un numero di templi dedito alla Dea . « Centri come Benevento vantavano qualcosa come quattro templi a Iside chiamati Isei .
Napoli e l’ Egitto sono sempre stati molto uniti da un profondo legame sin dai tempi dell’antichità’ quando mercanti e coloni provenienti dall’Egitto si stanziarono con abitazioni e botteghe nel centro storico della città, dove eressero anche un monumento in onore del Dio Nilo , un ‘ entità’ fluviale ( quindi figlia dell’oceano) , che occupa ancora oggi uno slargo dei nostri amati decumani .

 

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È’ da notare che ancora oggi esistono due chiese dedicate a Santa Maria Egiziaca, una monaca ed eremita egiziana nata ad Alessandria d’Egitto nel 344 , venerata come santa dalla Chiesa cattolica : la monumentale e barocca chiesa a Forcella e quella sulla collina di Pizzofalcone, ( una delle chiese basilicali della città).
Pratiche pagane che ricordavano quelle egiziane venivano praticate in molti luoghi della città’ , uno su tutti “il Cimitero delle Fontanelle”, una necropoli pagana dove veniva usato un sistema di inumazione che ricorda quello della mummificazione: fino al 1700 le inumazioni erano fatte in nicchie a forma di sedia in cui il cadavere veniva deposto seduto, “in posizione faraonica”.

La più’ grande testimonianza giunta però a noi , della diffusione nel mondo romano del culto egizio della dea Iside e’ senza dubbio rappresentato dal tempio di Iside a Pompei eretto tra la fine del II e l’inizio del I secolo a.c.
Assai danneggiato dal terremoto, il tempio fu ricostruito dopo il 62 a.c., ed è stato rinvenuto in ottimo stato di conservazione, adorno di stucchi, statue e dipinti, e con tutta la suppellettile per il culto ancora al suo posto. Numerosi affreschi provenienti dal tempio di Iside sono conservati presso il Museo archeologico nazionale di Napoli, dove è anche esposto un plastico che ricostruisce l’originale struttura del tempio.
Altro poco conosciuto Tempio di Iside si trova a Marechiaro :La Chiesa di Santa Maria del Faro, fu infatti costruita a Marechiaro sulle rovine di un precedente tempietto della Dea Iside, denominata poi Dea Fortuna. La famiglia Mazza nel 1600 aveva collocato una grande lapide nella nicchia di un’antica rovina romana sotto la chiesa, in riva al mare, con l’attestazione della presenza in quel luogo di un antico tempietto dedicato alla Dea Iside – Fortuna; purtroppo la preziosa iscrizione venne frantumata e dispersa come diabolica. Tuttavia possiamo ritrovarla nell’opuscolo del Guiscardi (Napoli, 1906).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I misteri eleusini furono i più importanti anche per la popolazione già presente prima dell’avvento della colonia egizia.

La leggenda vuole che la figlia di Persefone, Demetra, fu rapida da Ade e portata per sempre negli inferi. Zeus per consolare la prigioniera riusciva a riportarla alla luce per sei mesi all’anno, che coincide con il periodo in cui la natura si ridesta dall’inverno, quindi con la primavera.
Il dio Mitra era apprezzato dagli uomini, o meglio dai soldati, che si incontravano segretamente negli ipogei dove sorgevano i templi sotterranei ( mitrei ) dove poter venerare questa divinità non accettata dalla religione ufficiale.

Quando nel corso dei tempi , la chiesa cattolica prese il sopravvento sulle altre diffuse religioni , miti o credenze , questa serie di culti paralleli  ( come il Dio Mitra ) o addirittura contrari alle credenze riconosciute ( come la divina Iside )  non accettati dalla religione ufficiale , dovevano sparire .

E fu proprio quasto il motivo per cui ,  la statua del Dio Nilo ricca di fogli di carta che chiedevano grazie alla divinità, monete , capelli e qualsiasi cosa pur di convincere il Dio Nilo ad aiutare quella gente bisognosa , fu decapitata e spodestata e perduta per secoli.

Finché nel Medioevo non fu ritrovata.ma mancante, oltre che della testa, anche di vari pezzi – tra cui le teste del coccodrillo e della Sfinge solo da poco ritrovati.
Nel XVII, per amore del Neoclassico, furono eseguiti numerosi restauri, ricerche e ciò che hanno portato alla ricostruzione della statua per come la conosciamo oggi.
Così nel 1667 la statua fu posta su quello che viene chiamato “sedile” di marmo, recante una scritta in latino che in grandi linee racconta le vicissitudini vissute da questo pezzo importante di storia e cultura partenopea.
La statua ha subito di recente un ‘ importante restauro con il ripristino definitivo della piccola testa di sfinge marmorea , trafugata oltre 50 anni fa e recuperata lo scorso dicembre in Austria.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Questo luogo, oltre ad ospitare la statua delle divinità fluviale egizia, nel diciottesimo secolo, fu frequentato dal conte Cagliostro e da altri famosi esponenti  della tradizione alchemico – ermetica riconducibile ai culti egizi.

Cagliostro, dichiarando che la sua arte sia da attribuirsi all’influenza proveniente dagli insegnamenti di un filosofo napoletano, lascia intendere che la sua evoluzione esoterica sia riconducibile alla tradizione partenopea, ai culti egizi e al triangolo magico napoletano trasmessogli da un grande  ermetista, alchimista e studioso di esoterismo egizio.

Il personaggio in questione non poteva essere altri che il famoso Principe di Sansevero reputato, da molti studiosi, il punto nodale cui giunge l’Arcano Sapere, in altre parole, la Sapienza Iniziatica generata dall’Antica Tradizione. Secondo tali specialisti, utilizzando questa Sapienza con una consistente purezza di cuore e di pensiero, il Principe sembrerebbe riuscito ad avvicinarsi alla “Grande Opera Alchemica”.

Il Tempio della Pietà, ossia la Cappella San Severo, edificata probabilmente sull’area sacra di un preesistente luogo di culto dedicato alla dea Iside, è ritenuto, da tanti, un sito iniziatico pregno di simbologia esoterica. La stessa statua raffigurante la “Pudicizia” sembrerebbe far riferimento a Iside velata e parrebbe essere collocata nello stesso punto geografico dove in precedenza era disposta la statua della divinità egizia.

La scultura situata nel bel mezzo della cappella de la Pudicizia velata,  fu fatta costruire in onore della madre del principe morta in giovane eta ‘ , all’ eta’ di soli 23 anni ( Cecilia Gaetani dell’ Aquila d ‘Aragona). La statua e’ opera dello scultore veneto Antonio Corradini : Essa rappresenta una bellissima donna con il capo ed il corpo ricoperti da un sottilissimo velo attraverso il quale traspaiono le belle ed eleganti sembianze della giovane .
La statua del Disinganno , invece, posta di fronte alla Pudicizia e’ dedicata al padre ( Antonio de Sangro ) e’ invece opera di Francesco Queirolo e raffigura un uomo nell’ intento di liberarsi da una rete( il padre da uomo di mondo , divenne sacerdote) . Essa vuole significare la redenzione del padre , il quale dopo una vita dissoluta , vuole uscire ” dall’ inganno terreno ” per convertirsi finalmente alla fede .

 

La vita della cappella trova origini in una antica storia accaduta ad un uomo in tempi passati : questi era stato ingiustamente accusato di un grave delitto , e mentre passava proprio nei pressi del palazzo di famiglia dei principi di Sansevero , scortato dalle guardie del re che lo conducevano in carcere , ebbe la pia e sincera ispirazione di raccomandarsi alla Santa Vergine affinche’ venisse riconosciuta la sua innocenza .
In quel momento avvenne qualcosa di prodigioso.
Si racconta infatti che in coincidenza del loro passaggio , all’ improvviso frano’ parte di un muro vicino al palazzo facendo affiorare un antico dipinto raffigurante una ” Pieta’ ” con l’ immagine della Santa Vergine Maria che quell’ uomo aveva appena ardentemente invocato .
Quando qualche tempo dopo fu riconosciuto del tutto innocente e scarcerato egli , in segno di riconoscenza , volle porre sul luogo del miracolo una lampada votiva che ardesse perennemente accanto a quella piccola Pieta’ rinvenuta .
Diffusasi rapidamente la notizia del miracolo , presto quel luogo divenne meta di pellegrinaggio popolare e piu’ tardi , intorno a quella stessa immagine , per espressa volonta’ di Giovan Francesco de’ Sangro , primo principe di Sansevero nacque una piccola chiesa .
La prima pietra fu posta nel 1590 in un angolo del giardino della sua casa. Suo figlio Alessandro ( arcivescovo di Benevento ) amplio’ la costruzione destinandola a sepoltura dei membri della famiglia e le diede il nome di Santa Maria della pieta’ poi meglio conosciuta a Napoli con l’ affettuoso nome della ” pietatella.

La cappella prende il suo aspetto definitivo con Raimondo de Sangro , principe di Sansevero  terzo di tre fratelli .

Nato a  a Torremaggiore , in provincia di Foggia nel 1710 , alla morte della madre , che avviene un anno dopo la sua nascita , viene affidato alle cure del nonno ( Paolo di Sangro ) , poiche’ il padre Antonio , accusato dell’ uccisione di un vassallo sulla cui figlia aveva messo gli occhi , fugge a Vienna, quindi rinuncia al titolo e prende i voti . E per la prematura morte degli altri fratelli , Raimondo eredita il titolo di VII principe di Sansevero a soli sedici anni .
Fu un uomo di grande prestigio , scienziato , letterato, militare di alto rango , accademico della Crusca e gran maestro della massoneria napoletana .( la cappella e’ infatti ricca di allegorie massoniche ) .
Raimondo di Sangro , a quei tempi era un personaggio molto potente e famoso a Napoli , egli godeva anche dei favori del re Carlo di Borbone il quale lo aveva nominato Gentiluomo di Camera.
Egli era dotato di un ingegno eccezionale nonche’ di una cultura poliedrica con una particolare propensione per l’ alchimia e l’ esoterismo . Era inoltre famoso per i suoi esperimenti , per le sue invenzioni e sopratutto per aver composto straordinarie formule chimiche rimaste ancora oggi del tutto segrete e misteriose .
L’ elenco delle sue stravaganti invenzioni alla fine risultera’ lungo anche se , come sottolineato dal Croce , di nessuna di esse vi e’ rimasta traccia : Il lume eterno , la cera fatta senza api , i sistemi di trasformazione dell’ acqua di mare in acqua dolce , la filatura della canapa , tutto e’ rimasto nei racconti di chi ha visto o sentito .
Tra le note biografiche che ci sono giunte , quella ricostruita da Benedetto Croce appare suggestiva : …e’ il principe di Sansevero , o il principe per antonomasia , che cosa e’ in Napoli, per il popolino delle strade che attorniano la cappella dei Sangro , ricolma di barocche e stupefacenti opere di’ arte , se non l’ incarnazione napoletana del dottor Faust o del mago Pietro Barliario , che ha fatto il patto col diavolo , ed e’ divenuto un quasi diavolo egli stesso , per padroneggiare i piu’ riposti segreti della natura o compiere cose che sforzano le leggi della natura ? …….
A causa della sua misteriosa attivita’ , in particolare ai suoi strani e misteriosi esperimenti , si consolido’ una sorte di fama sinistra che incomincio’ ad aleggiare attorno al nome del Principe e del suo palazzo . Ci furono anche esagerazioni dettate dalla fantasia popolare come le insistenti dicerie che portarono a ritenere che il Principe si servisse addirittura di esseri viventi , magari rapiti per strada , per utilizzarli come cavie in alcuni dei suoi terribili esperimenti . Dicerie del popolo anticamente , narravano che lungo il vico Sansevero la gente udiva provenire da luoghi sotterranei dei prolungati rumori che non tacevano neanche di notte , e talvolta essi erano accompagnati anche da sinistri bagliori .
La cappella è ricca di numerose stravaganti e misteriose invenzioni del Principe .
L’affresco della volte a botte  della cappella , opera  di Francesco Maria Russo , ancora oggi per esempio conserva inalterata la brillantezza dei suoi colori pur non avendo mai subito alcun significativo restauro . Tutto questo pare , grazie ad una particolare tecnica inventata dal Principe Sansevero e trasmessa al suo esecutore , un modesto pittore dell’ epoca. Sembra infatti che quest’ultimo , abbia mischiato assieme ai suoi abituali colori , una particolare sostanza , frutto appunto dell’ invenzione esclusiva del principe , capace di non far alterare la pittura nel tempo.

 

 

 

 

 

 

 

Nel piano sotterraneo possiamo invece vedere e ammirare i misteriosi studi anatomici del principe:
In due armadi troviamo un uomo e una donna con relativo feto ( Modelli anatomici ) eretti non in forza del loro scheletro , bensì dal sistema arterioso e venoso pietrificato a mo’ di corallo ( ai piedi della donna era posto un tempo “il corpicciuolo d’un feto” poi andato rubato ) . Si tratta di due esperimenti di metallizzazione della rete venosa di due cadaveri .

Le Macchine furono realizzate dal medico palermitano Giuseppe Salerno, sotto la direzione di Raimondo di Sangro; I due studi anatomici costituiscono le presenze più enigmatiche della Cappella Sansevero. Ancora oggi, a circa due secoli e mezzo di distanza, non si sa attraverso quali procedimenti o adoperando quali materiali si sia potuta ottenere una tanto eccezionale conservazione dell’apparato circolatorio.

La leggenda popolare vuole che si tratti sicuramente dei corpi di quei due sventurati servitori che da qualche tempo erano scomparsi e fin da quando di loro non si seppe piu’ niente, molti sospettarono che fossero stati rapiti dal Principe per essere poi sottoposti a qualche suo terrificante esperimento . A quei tempi gia’ correva voce di alcuni processi di metallizzazione dei corpi a cui il Principe Raimondo stesse lavorando da tempo .
Si penso che egli avesse svolto tali esperimenti proprio su quelle due vittime iniettando nelle loro vene un liquido speciale dagli effetti ” metallizzanti ” che si sarebbe poi solidificato lentamente . E’ stato ipotizzato che Salerno abbia inoculato in due cadaveri una sostanza – forse a base di mercurio – creata in laboratorio dal principe, la quale avrebbe permesso la “metallizzazione” dei vasi sani . L’altra possibilità è che il sistema circolatorio sia frutto, in parte o nella sua interezza, di una ricostruzione effettuata con diversi materiali, tra cui la cera d’api e alcuni coloranti . Quella massa scura e ramificata che si estende per tutto il corpo dunque , rappresenterebbe il sistema venoso ed arterioso completamente pietrificato e consolidato al punto da potersi conservare , assieme alle ossa dello scheletro , nella posizione rigida ed eretta senza aver bisogno di sostegni o di altri supporti esterni .


Queste figure dette ” macchine anatomiche ” hanno dato luogo a chiacchierate leggende del popolo creando un clima di sospetto e di terrore intorno al Principe Sansevero .
A tal proposito , ci racconta Benedetto Croce : << Solo che per essere un gran signore , un principe , egli riuniva alle arti diaboliche capricci di tiranno , opere di sangue e atti di raffinata crudelta’ . Per lieve fallo , fece uccidere due suoi servi,un uomo e una donna , e imbalsamarne stranamente i corpi in modo che mostrassero nel loro interno tutti i visceri , le arterie e le vene , e li serbo’ in un armadio , e ancora si mostravano dal sagrestano in un angolo della chiesa ; ammazzo’ altra volta nientemeno che sette cardinali , e delle loro ossa costrui’ sette seggiole , ricoprendone il fondo con la loro pelle …..>>
Secondo alcuni studiosi quelle due macabre figure costituirebbero soltanto una perfetta simulazione di due cadaveri, in realta’ esse non sarebbero altro che della ” macchine anatomiche ” , congegnate dal Principe . Si tratterebbe cioe’ di due manichini , ovvero di una diabolica ricostruzione di fantomatici cadaveri in cui soltanto le ossa ed alcuni organi interni hanno veramente provenienza umana , mentre tutto il sistema venoso costituisce il frutto di una prodigiosa ricostruzione . Pare infatti che sia stato scoperto che quelle vene siano composte da una sottilissima anima metallica portante avvolta in una sorta di garza imbevuta di qualche misteriosa sostanza chimica . Il tutto opportunamente modellato e sagomato nei vari spessori ; da quelli piu’ spessi per la arterie a quelli piu’ sottili per i capillari e cosa pure importante , che il tutto fosse poi capace di poter conservare perfettamente l’ aspetto e la rigidita’ nel tempo .
Se cosi’ fosse ,non si tratterebbe di due orrendi crimini perpetrati in laboratorio ma sarebbe il risultato di un gran lavoro , fatto con abilita’ da persona con grande conoscenza anatomica del corpo umano .
Comunque sia, il procedimento tecnico scientifico con cui sono stati esegui i due corpi rimane ancora oggi un grande mistero .
Stupisce il fatto comunque che il sistema artero-venoso sia riprodotto con notevole verosimiglianza e fin nei vasi più sottili, nonostante all’epoca le conoscenze di anatomia non fossero così precise. Ossa e crani sono senz’altro quelli di due veri scheletri umani.
Oltre alle già citate spettacolari statue della  Pudicizia velata,  e del  Disinganno , di particolare effetto scenografico appare anche il Sepolcro di Cecco de Sangro ,opera di Francesco Celebrano , dove dal sepolcro si vede fuoriuscire la figura allucinata di Cecco de Sangro con la spada sguainata.
Il sepolcro rappresenta il curioso episodio della vita del defunto , il quale, ritenuto morto in battaglia e gia’ chiuso in una cassa , ne usci’ con la spada in pugno terrorizzando i nemici .

Tra le tante leggende popolari intorno alla figura di Raimondo , l’ uscita dal sarcofago rappresenterebbe una prefigurazione della resurrezione dello stesso principe committente dell’ opera .
Raimondo de Sangro mori’ il 22 marzo del 1771 e intorno alla sua morte si sono accumulate e intrecciate varie leggende , la piu’ note delle quali lo vuole ucciso dal suo stesso tentativo di resurrezione . Racconta Benedetto Croce : Quando senti’ non lontana la morte, provvide a risorgere , e da uno schiavo moro si lascio’ tagliare a pezzi e bene adattare in una cassa , donde sarebbe balzato fuori vivo e sano , a tempo prefissato ; senonche’ la famiglia , che egli aveva procurato di tenere all’ oscuro di tutto , cerco’ la cassa e la scoperchio’ prima del tempo , mentre i pezzi del corpo erano ancora in processo di saldatura , e il principe , come risvegliato nel sonno , fece per sollevarsi , ma ricadde subito gettando un urlo da dannato .
Il vero capolavoro e’ il famosissimo Cristo Velato del Sanmartino , posto al centro della navata e raffigurante Cristo morto e disteso , coperto di un velo, che ne lascia intravedere ogni particolare del suo capo , tutte le fasce muscolari e le ferite attraverso il marmo.

Ad essa si associano due dicerie del popolo : la trasparenza del velo non sarebbe dovuta all’abilita dello scultore , bensi’ ad un velo marmorizzato che l’ alchimista Raimondo avrebbe fatto sovrapporre ad una normale statua di un uomo disteso .
La seconda diceria sarebbe l’ accecamento del Sanmartino affinche’ non ripetesse l ‘ opera per un altro committente .
Benedetto Croce a tal proposito scrive : ….. all ‘ artista che egli scolpi’ per la sua cappella il Cristo morto , trasparente sotto un velo di marmo , e che vi lavoro’ la vita intera , fece cavare gli occhi affinche’ non eseguisse mai per altri cosi’ straordinaria scultura ….
La cosa sorprendente e che assume un aspetto terribilmente misterioso e’ il fatto che proprio in coincidenza dell ‘ ultimo pagamento effettuato dal Principe a saldo dell’ opera ormai finita , da quella data , dello scultore non si seppe piu’ nulla in citta’ .
Cio’ fini’ col destare ancora una volta pesanti sospetti sul Principe , il quale , forse volle disfarsi di uno scomodo testimone che avrebbe potuto svelare il suo segreto.
Leggiamo da Art dossier : L’esecuzione del velo trasparente sul corpo senza vita, e’ straordinaria , con effetti plastici che meravigliano tanto realistica ne e’ l’ esecuzione : lo stesso Casanova ammirato cerco’ di acquistare l’ opera a qualsiasi prezzo . Ebbene , e qui sta la notizia , il velo non e’ di marmo , bensi’ di stoffa finissima , marmorizzata con un procedimento alchemico dal Principe , a tal punto da costruire , insieme alla scultura sottostante del Sanmartino , un’ unica opera .
” Nell’ archivio notarile distrettuale di Napoli e’ stato rintracciato il contratto tra Raimondo di Sangro ed il Sanmartino per la realizzazione della statua .Ad un certo punto troviamo scritto : … Raimondo di Sangro , oltre a procurare il marmo necessario , si obbliga ad apprestare una sindone di tela tessuta , la quale dovera’ essere depositata sovra la scultura ; accio’ dipoiche’ , esso Principe l’havera’ lavorata seconda sua propria creazione ; e cioe’ una deposizione di strato minutioso di marmo composito in grana finissima sovrapposto al velo . Il quale strato di marmo dell ‘ idea del signor Principe , fara’ apparire per la sua finezza il sembiante di nostro signore dinotante come fosse scolpito di tutto con la statua . Viceversa il riferito signor joseph s. Martino si obbliga puranche alla politura ed allustratura della Sindone ; di tal arte per lo sbalordimento del piu’ attento osservatore .
Il Sanmartino si impegna inoltre a non svelare al concepimento di essa ( statua ) la maniera escogitata dal Principe per la Sindone ricrovente la statua . Nell’ atto notarile si conviene ancora che tutto il lavoro risultera’ di detto signor S. Martino . …..”
A questo stupefacente contratto si aggiunga che, in un altro documento rintracciato dalla Miccinelli , viene data dal Sansevero la ” ricetta ” per fabbricare il ‘ marmo a velo ‘ .
Un prezioso documento in cui vengono descritti i procedimenti alchemici , ovvero la ricetta con cui il Principe riusciva a ‘ marmorizzare ‘ la stoffa , e dove addirittura si legge che egli stesso si impegnava a fornire allo scultore il velo che serviva a coprire il corpo di Cristo.
Un procedimento chimico che consentiva appunto di ottenere la calcificazione del tessuto in cristalli di marmo o, per dirla piu’ semplicemente come se avesse inventato una sostanza capace di ottenere del marmo allo stato liquido .
Tali documenti sminuiscono l’ abilita’ del Sanmartino e delle altre sculture ( pudicizia e disinganno ) ed esalta le doti alchemiche del Sansevero , molti infatti credono che quando il Sanmartino ebbe terminato il bellissimo corpo del Cristo disteso sul letto di morte , vi abbia opportunamente adagiato e modellato il sottilissimo velo che preventivamente era stato intriso in quella particolare soluzione inventata dal Principe . Al termine della completa solidificazione del tessuto, i due potereno constatare la perfetta riuscita dell’ opera in cui ancora una volta la diabolica genialita’ del Principe aveva trionfato .
Indagini condotte da esperti , in passato , al termine di minuziose perizie non sono riusciti a dimostrare nulla di ufficiale di quanto detto e nessuna procedimento chimico e’ venuto alla luce . Questi esperti , pero’ non hanno potuto prelevare alcun campione direttamente dalla statua per non alterarne l’integrità.
E’ possibile supporre che le stesse modalita’ tecniche siano state adottate anche per la realizzazione del velo che copre la Pudicizia e per l’ intricatissima rete che avvolge il Disinganno ma, almeno per quest’ultima opera , pare che si tratti invece di autentico marmo. Del Disinganno infatti fu possibile grazie ad una circostanza del tutto fortuita analizzare un pezzetto di quella rete, quando , durante l’ ultima guerra , per puro atto vandalico , un soldato tedesco assesto’ con il calcio del suo fucile un violento colpo alla statua staccandone un pezzo.

Verso la fine dell ‘ ottocento , un piccolo ponte , poi crollato e mai ricostruito collegava direttamente il palazzo Sansevero con la cappella . Questo breve cavalcavia dava la possibilita’ ai membri della nobile famiglia di recarsi comodamente in chiesa senza passare per la strada e molto probabilmente veniva usato dal Principe per potersi recare celermente nel suo laboratorio , in qualsiasi ora del giorno o della notte , per attendere ai suoi importanti esperimenti , con il notevole vantaggio di non destare alcun sospetto durante l’ attraversamento , non potendo egli mai essere visto dalla strada.

Nel corso degli anni sia la cappella che il palazzo hanno richiamato l’ attenzione di molti studiosi animati dalla viva speranza di trovare qualcosa che potesse condurre al rinvenimento del suo laboratorio , secondo , essi , ubicato sicuramente nello stretto ambito di quei luoghi .Molti infatti credono nell’ esistenza di un laboratorio segreto in cui il principe poteva eseguire i suoi esperimenti e il suo ritrovamento costituirebbe di sicuro un fatto clamoroso in quanto porterebbe ovviamente all’acquisizione di preziosissime informazioni utili a far luce intorno ai procedimenti delle sue formule e dunque a svelare molti misteri rimasti irrisolti .qualcuno in particolare sostiene che quel luogo , celato in una posizione segreta e strategica , andrebbe ricercato sopratutto nei sotterranei della cappella piuttosto che dal palazzo , ma per avere delle risposte definitive a tale supposizione , bisognerebbe effettuare degli scavi molto impegnativi.

Molti esperti di dottrine esoteriche sostengono infattiche la cappella parrebbe essere caratterizzata dalla presenza di consistenti vibrazioni, dovute ai rituali misterici, all’energia sprigionata dai culti e a un corso d’acqua denominato Taglina che, oltre a catalizzare e trasmettere le energie, sembrerebbe essere stato utilizzato per il riempimento della Vasca Sacra impiegata per le purificazioni spirituali realizzate mediante lavaggio rituale.

La presenza di questo fiume sarebbe importante perché in molti affermano che sulle sue sponde i sacerdoti di Iside realizzassero l’Altare dei Sacrifici. Essa era a posta allora nel punto in cui è ubicato oggi il giardino del Palazzo Pignatelli di Toritto, uno scrigno di forze che conserva ancora intatto il fascino dei culti iniziatici dedicati alla dea, cuore pulsante del triangolo magico.

Nello stesso tempo, alcuni esperti affermano che il precedente edificio sacro dedicato ai culti isiaci, fosse collocato nei pressi dell’adiacente via Mezzocannone perché lì sono stati ritrovati grossi quadroni di tufo utilizzati, presumibilmente, per la realizzazione delle fondamenta dell’arcano luogo di culto, mentre nelle immediate vicinanze è stata scoperta un’epigrafe dedicata alla sposa di Osiride. Altri ancora, che la dislocazione del tempio della dea madre di Horus corrisponda ai sotterranei del palazzo fatto costruire da Antonio Beccadelli, detto il Panormita, al largo Corpo di Napoli.

Il Principe di Sansevero assieme ad altri personaggi dediti all’alchimia e all’ermetismo, pare che utilizzasse la Cappella e la zona circostante San Domenico, raggiunta mediante cunicoli sotterranei, come eccellenti luoghi di forze e di energie che  ben si prestavano  ai rituali iniziatici legati alla spiritualità egizio – alessandrina, conservando intatto il loro l’esoterismo .

L’energia sprigionata nell’area delimitata dal triangolo egizio, essendo invisibile e incomprensibile, se percepita da scettici o coloro che devono ricorrere alla scienza per accettare l’esistenza di qualcosa d’inspiegabile, rischia di essere inglobata, da questi, nell’alveo del cosiddetto anomalo.

I cultori di geobiologia, che invece, grazie all’ausilio di  particolari apparecchi ( geomagnetometri o georitmogrammografi   ) studiano l’influenza della terra sulla vita e la salute dell’uomo teorizzano con convinzione che l’essere umano sia circondato da un campo energetico  biodinamico costituito da una griglia di raggi cosmici .

N.B. I raggi cosmici , sono forze lineari che oltrepassata  la biosfera  collegano il globo terrestre con l’Universo, e sono paragonabili a niente altro che a veri e propri fiumi di energia continuamente aperti tra tra terra e cosmo.

I raggi cosmici cadendo su determinati punti della terra ,ed  entrando poi  in interazione tra di loro , creerebbero un luogo  elettromagnetico, cioè una particolare griglia di energia , capace di ricevere , emanare e  trasformare  energia . Nel contribuire al campo magnetico , oltre che a modificarlo , parteciperebbero anche corsi d’acqua sotterranei,e radiazioni emanate dagli altri individui –

Il luogo ,( il triangolo in questo caso ) diverso da quelli circostanti rappresenta  un posto  capace di influire sull’uomo in modo spirituale e  psicologico orientando gli stati di coscienza, le emozioni,ed propri  pensieri.Non solo , ma esso , influendo anche sullo stato fisico , attraverso un riequilibrio energetico ,  pare agire anche sullo stato di salute dell’individuo e  sulla patogenesi di tante malattie in quanto capace di stimolare l’omeostasi, ossia, l’autoregolazione delle funzioni.

CURIOSITA: tenendo in debito conto che il flusso di energie prodotto da faglie, corsi d’acqua sotterranei, influenze cosmiche ed emissioni elettromagnetiche può avere effetti negativi sulla salute umana, alcuni sostengono che il riallineamento energetico e il collegamento tra materia ed energia possano sfociare nella guarigione quantica o energetica; quest’ultima consisterebbe in un mutamento dello stato vibrazionale individuale definibile come salto quantico; in una consapevolezza capace di connettere la mente con il corpo; in un’azione agente all’interno del processo di pensiero; in una rimozione dei blocchi emotivi; in un ripristino dell’energia dinamica del sistema immunitario; in un utilizzo dell’energia circostante per scopi terapeutici.

Questa l’energia sottile non è misurabile perché essenza, piuttosto che materia,  e sembra che solo da alcuni può essere ugualmente percepita.

Nodo di Hartmann

 

Gli alchemici napoletani erano evidentemente capaci di percepirla grazie probabilmente alla tramandata e arcana scienza egizia  che avevano avuto modo di approfondire attraverso la lettura di ritrovati antichi e misteriosi libri .

L’ arcana ed esoterica scienza egizia pare infatti utilizzasse proprio i flussi di energia per uniformare e armonizzare l’anima con i pensieri, per incrementare le percezioni, ottenere l’equilibrio interiore, intensificare il corretto metabolismo, trattare gli squilibri energetici, implementare il benessere psicofisico, compiere un percorso di consapevolezza, penetrare nel laboratorio alchemico quantistico individuale, conseguire l’Armonia Cosmica, ed infine tutelare l’ordine divino istituito dal Creatore. In altre parole giungere   a contatto con il Trascendente.

Ora… che si tratti di realtà o fantascienza,  … che ci crediate o no …..gli egiziani ci credevano ed anche gli alchimisti napoletani a quanto pare. Essi emulando,  i grandi forgiatori d’anime quali Gesù, Mosè, Pitagora, Ermete, Zoroastro, ambivano a plasmare lo spirito, risvegliare l’anima, modulare e armonizzare, mediante il pensiero, il corpo di energia sottile.

A tal proposito appare determinante quanto affermava Giordano Bruno  : ” non è la matera che genera il pensiero , ma il pensiero che genera la materia ”

L’antica città di Neapolis , venne comunque già costruita secondo uno schema esoterico.

L’antica Neapolis venne infatti  costruita secondo il tipico schema delle città greche , cioe secondo lo schema planimetrico di Ippodameo ( detto così dal nome dell’architetto dell’antica grecia Ippodamo da Mileto ) .

Secondo questo schema gli assi longitudinali (plateiai) si incrociano con quelli perpendicolari (stenopoi), cioè i decumani, orientati sull’asse Est-Ovest, si intersecano con i cardi, sulla direttiva Nord-Sud. L’impianto va a costituire  così una sorta di scacchiera  che è il risultato della legge delle proporzioni, della corrispondenza dei numeri, della tetraktys, formulata da Pitagora, alla cui scuola Ippodamo faceva riferimento.

 

simboli
Piantina di Napoli. In evidenza la città antica.

La planimetria di Napoli era , come per tante città greche  nella sua realizzazione , la  proiezione sulla Terra del Kòsmos. Di questo progetto ideale ne sono visibili tutt’oggi i segni, soprattutto in rapporto al posizionamento dei luoghi sacri dell’antichitò  la plateia centrale, riservata al dominio del dio Apollo  , corrisponde oggi a Via dei Tribunali  ; nel punto centrale di quest’arteria era disposta l’agorà, oggi corrispondente a  Piazza San Gaetano . L’edificio sacro ai Dioscuri , in cui avvenivano le funzioni religiose, è occupato dalla  Basilica di San Paolo Maggiore  mentre verso la Basilica di San Lorenzo Maggiore, vi era il mercato, l’aerarium, i cui resti sono emersi dagli scavi della medesima chiesa.

simboli
Pitagora

Il tracciato ortogonale disegnato da Ippodamo da Mileto si baserebbe sugli insegnamenti esoterici della scuola pitagorica : la sola formula del tetraktys  (1+2+3+4=10), che geometricamente è composta da dieci punti in modo da formare un triangolo, era anche una formula di giuramento per i discepoli di Pitagora.

CURIOSITA’: Il numero 10 considerato “perfetto”, in quanto rappresenta l’Unità,  il tetraktys ha assunto il significato simbolico degli elementi della natura : fuoco, aria, acqua, terra.

Alcuni studiosi hanno insistito sul carattere esoterico della scuola pitagorica  che in effetti aveva il carattere di una società segreta, i cui adepti venivano ammessi solo dopo una vera e propria prova di selezione. Sempre rimanendo nel campo del simbolismo, la “setta” pitagorica sarebbe stata considerata una antenata della massoneria, probabilmente per le sue pratiche occulte.

In questo sistema complesso e articolato  sembrerebbe quindi che il famoso Codice Egizio , dettato millenni anni fa ed applicato nei templi egizi , di cu il Conte  Cagliostro pare ne avesse il possesso abbia avuto un ruolo chiave .
Egli, venuto in possesso del codice , pare che  in qualche modo fosse riuscito a decifrarlo nei suoi messaggi occulti ,in maniera da renderlo almeno comprensibile per gli addetti ai lavori .Nella sua scrittura , nelle sue figure e nei suoi caratteri  il codice , attraverso la fugura di Caglisotro dettò misteriosi segreti concetti alchemici del tempo   lasciando ai futuri iniziatici i messaggi occultati nella pietra, nelle note musicali, nell’arte e nella scrittura di testi letterari.  La ” conoscenza ” iniziatica della forza energetica e l’importanza dei triangoli energetici ebbe quindi tra i pricipali protagonisti oltre che il grande alchimista e studioso di esoterismo egizio Sansevero anche il  conte Cagliostro . Essi capirono l’importanza del santuario energetico ed i nodi di forza che collegavano i vari punti dando luogo a  fantastici flussi di energia che caratterizzavano alcuni punti della nostra città .  Loro in particolare .cercarono più di ogni altro alchimista del tempo , di sfruttare al massimo l’energia  in cui la Terra, assieme all’acqua, sarebbe un centro energetico ricco di potenza nonché sacro.
Essi capirono prima degli altri alchimisti del loro tempo che nei triangoli napoletani aleggiavano strane forze e che essi rappresentavano dei “luoghi di potere ”  in cui un essere umano attraverso determinati riti può manifestare capacità extrasensoriali, diventando talmente sensibile da poter giungere in diretto contatto con il trascendente .
Cagliostro , cultore e divulgatore delle scienze esoteriche e dell’arte della guarigione, in contrasto con l’ordine medico e quello religioso del suo tempo , fu il fondatore del rito massonico chiamato ” la saggezza trionfante ” che intendeva conferire  nell’ambito della tradizione massonica , una vera e propria coscienza spirituale costruita sulla  pura ricerca esoterica . Oltre ad essere un grande alchimista fu anche considerato da molti un vero e proprio veggente . Vi ricordiamo a tal proposito che egli profetizzò la Rivoluzione francese ,  la presa della Bastiglia e l’avvento di Napoleone .
Allo stesso tempo ,  disseminò per tutta l’Europa i dogmi egiziani di un suo rito massonico che  ebbe innumerevoli seguaci e  attraverso complicate pratiche magiche e cure terapeutiche,  cercò con le sue pratiche alchemiche  di raggiungere la perfezione morale e fisica.

Per tale motivo la figura di Cagliostro resta una delle più controversie,  più discusse e forse meno conosciute della storia. Esso , a distanza di anni ,  rimane una delle personalità, per certi aspetti, più affascinanti e misteriose degli ultimi secoli. Pur costretto a subire ripetutamente nel corso della propria esistenza, le accuse più infamanti, non riesce a essere antipatico e la sua condanna morale, oltre che materiale, continua a suscitare una grandissima perplessità.

Egli fu soprattutto medico e alchimista. All’inizio praticava una medicina popolare, fatta di tecniche di tintura e di trattamento dei metalli. Ancora nell’anonimato girovagava per l’Italia con i suoi alambicchi, usando spesso l’alchimia come suo espediente per sopravvivere .

Una svolta nella sua vita si ebbe quando, già affiliato alla Massoneria, incontrò il monaco benedettino Antoine Pernety.

Lasciato l’Ordine monastico, Pernety divenne nel 1766 bibliotecario e membro dell’Accademia reale di Berlino. Ebbe così occasione di frequentare gli illuminati, e aderendo alle loro teorie, fondò un proprio rito. Dalla frequentazione con Pernety, Cagliostro probabilmente comprese che gli scopi dell’Arte Sacra erano ben altri dal commercio dell’elisir di lunga vita. Infatti l’ex monaco considerava l’alchimia una pratica ermeneutica, in cui la meta è solo il pretesto per il percorso iniziatico. Non interessano gli alambicchi e gli esperimenti da laboratorio, ma la ricerca  come elemento fondamentale per la propria realizzazione.

L’Alchimia  secondo Cagliostro era  simbolo  della ricerca di un sapere antico, che aveva  come riferimento la sapienza delle “case della vita” dei sacerdoti egizi. Il tempio massonico diventa quindi il corrispettivo dei luoghi della sapienza Egizia, di quei templi dedicati a Thoth, l’Ermete Trismegisto dei Greci, dove si tramandava l’arte della morte e della rinascita.
L’alchimista quindi diventa il custode della conoscenza, colui che non ha bisogno di nulla perché possiede tutto. Egli tenta  di trasformare e manipolare la natura, il che si configura molto spesso come un’impresa empia che tende a violare un ordine naturale voluto da Dio.

 

Nato a Palermo Giuseppe Balsamo passato poi alla storia come il  Conte Cagliostro, alla morte del padre, per via delle modeste condizioni economiche in cui la famiglia versava, fu affidato prima alle cure di una zia, poi al seminario di San Rocco a Palermo ed infine nel 1756 entrò come novizio presso il convento dei Fatebenefratelli di Caltagirone. In questo luogo fu particolarmente  attratto dal lavoro dei frati speziali, medici, assistenti, ed infermieri, dell’ordine di San Giovanni di Dio, che curavano gli ammalati in un grande salone affrescato dal cui soffitto pendeva, in bilico, un quadro raffigurante il Santo fondatore. Balsamo,venne completamente  affascinato in questo luogo da vasi, erbe, pozioni, barattoli posti ordinatamente sugli scaffali del nosocomio,e visto la sua passione  fu presto affiancato al frate speziale, dal quale apprese i primi rudimenti di farmacologia e chimica.

Pestava quindi conrinuamente droghe ed  erbe, e forse fu proprio lì che insieme agli antidoti per curare avvelenamenti ed infezioni, cominciò a creare veleni e droghe per ipnotizzare i suoi futuri “clienti” o le sue future “vittime”, come più vi piace.

Viaggiò in lungo ed in largo, non sappiamo se fu sempre per sfuggire alle forze dell’ordine o per il piacere di conoscere e conquistare nuovi ambienti. Lo stesso Cagliostro d’altronde , spesso dichiarava di provenire da paesi sconosciuti, di aver trascorso gli anni dell’infanzia alla Mecca e di aver conosciuto gli antichi misteri dei sacerdoti egizi.

Dichiarato ricercato a Palermo, per uno dei suoi tanti imbrogli, si rifugiò, nel 1768, a Roma dove conobbe e sposò Lorenza Feliciani, una graziosa fanciulla di quattordici anni, figlia di un fonditore . Qui  intraprese la professione di falsario.

A Roma Giuseppe visse falsificando documenti, diplomi e sigilli e si fece chiamare ” colonello del Re di Prussia ” ( non si trovano delle documentazioni che testimoniano realmente queste onorificenze.) Dopo essersi per un breve periodo di tempo trasferitosi a Bergamo , dove continuò la sua  attività da truffatori insieme alla moglie ,  decisero,poi di spostarsi  in Francia. , dove ad  Antibes  facendo prostituire la moglie ,  con il denaro acquisito si trasferirì poi a Barcellona .

In Spagna  Lorenza fu costretta a concedersi ai ricchi personaggi per ottenere denaro utile ad un nuovo spostamento che li condusse anche a  Madrid , dove cacciati si trasferiscono a  Lisbona , luogo nel quale  la giovane moglie divenne l’amante del banchiere Anselmo La Cruz (non erano strana cosa le avventure extraconiugali della bella Lorenza, spesso erano concordate con il marito per avere più facile accesso a certi ambienti ).

L’anno successivo si trasferiscono a Londra , dove  Balsamo finito in prigione per debiti , per restituire le somme dovute, fu costretto a lavorare come decoratore., Successivamente , forse per la prima volta,  nellla sua carriera egli finalmente incominciò a lavorare da onesto disegnatore di pergamene  ma con pochissimo successo. Per soccombere a questa poca fortuna decide di organizzare, assieme ad un siciliano di nome Vivona, un ricatto ad un ingenuo quacchero . Lorenza amoreggia con lui e quando Balsamo finge di essere distrutto dal dolore del tradimento decide di farsi risarcire con un’abbondante somma di denaro. Scoperto va in galera, la moglie paga i debiti  e lui , fingendo di essere un bravissimo pittore  promette al Sir Edward Hales   di affrescare le sale del suo castello. Quando scopre che non è in grado di dipingere viene cacciato dalla sua tenuta.

Dopo quest’ennesima sconfitta emigrano per la  Francia , durante il viaggio conoscono l’avvocato  Duplessis  e giunti a Parigi alloggiarono nel suo palazzo . Lorenza per un’altra volta diventa l’amante dell’avvocato e s’innamora davvero dell’uomo così decide di separarsi da Balsamo denunciandolo per sfruttamento della prostituzione .

A seguito della controdenuncia del Balsamo, per abbandono del tetto coniugale, Lorenza fu arrestata  passado  quattro mesi in carcere, nella prigione delle donne di malaffare . Uscita nel 1773 ritira la denuncia verso il marito e si ricongiunge e decidono di ripartire alla volta di nuovi viaggi che li condussero in giro , a vagabondare in tutta Europa .

Questa disavventura amorosa, dopo la ovvia riconciliazione, costrinse i due coniugi a varie peregrinazioni in Belgio, in Germania e Italia nelle città di Palermo e Napoli.

Napoli , fu la svolta della sua vita . Qui egli conobbe il Cavaliere Luigi d’Aquino, ma sopratutto il Principe Sansevero che lo iniziò ai riti egizi tramite antichi libri  e segrete formule alchemiche . Cagliostro, proprio a Napoli nel 1774 , nel famoso triangolo magico esoterico della città , trarrà  l’ispirazione per il suo Rito di Massoneria Egizia .

Successivamente Balsamo si recò a Marsiglia dove si cimentò nelle vesti di taumaturgo. Purtroppo però scoperto un imbroglio perpetrato ai danni di un uomo al quale aveva promesso di fargli riacquistare il perduto giovanile vigore mediante alcuni riti magici, fu costretto a fuggire ancora una volta. Si recò in Spagna, a Venezia, ad Alicante ed infine a Cadice.

Nel  1776  a Londra,  si presentò per la prima volta , sotto il nome di conte Alessandro di Cagliostro. Durante questo soggiorno, Il 12 Aprile 1777 viene iniziato (non sappiamo perché e come ci sia riuscito) alla loggia massonica l’”Esperante”, e da questo momento in poi, come avviene per ogni buon massone che si rispetti, la sua fama di medico, chimico, guaritore, chiaroveggente progredisce sino ad approdare tra le corti più importanti d’Europa.

Una volta divenuto massone egli da quel momento ebbe una serie di ottime opportunità per soddisfare ogni sua ambizione. Grazie alla potenza delle logge massoniche e alle cognizioni acquisite, l’ormai conte di Cagliostro cominciò a riscuotere successi che lo portarono, dal 1777 al 1780, ad attraversare tutta l’Europa

Il nuovo rito egiziano di cui Cagliostro si era proclamato “Gran Cofto”, aveva affascinato nobili ed intellettuali con le sue iniziazioni e pratiche rituali che prevedevano la rigenerazione del corpo e dell’anima. Grande risalto ebbe, inoltre, la figura di Serafina (Lorenza), presidentessa di una loggia che ammetteva anche le donne.

Alla corte di Varsavia, Cagliostro, nel maggio del 1780, ricevette un’accoglienza trionfale tributata dal sovrano in persona: la sua fama di alchimista e guaritore era ormai ubiquitaria e riconosciuta. Da quel momento disseminò per tutta l’Europa i dogmi egiziani di un suo rito massonico che  ebbe innumerevoli seguaci . Egli   attraverso complicate pratiche magiche e cure terapeutiche, prometteva e spesso otteneva  la guarigione fisica ottenendo una grande rivitazione morale della sua persona .

Notevole diffusione ebbero in quegli anni l’elisir di lunga vita, il vino egiziano e le polveri rinfrescanti con i quali Cagliostro curava, spesso senza alcun compenso, i numerosi ammalati che affollavano le sue residenze. La sua filantropia, la conoscenza di alcuni elementi del magnetismo animale e dei segreti alchemici, il suo carisma e la profonda conoscenza delle debolezze dell’animo umano, contribuirono a costruire l’alone di leggenda e di mistero che circondò Cagliostro fin dalle sue prime apparizioni.

La guarigione del segretario De la Salle e del cavaliere di Langlais, la predizione della data esatta di morte dell’imperatrice Maria Teresa nel 1780, ne fecero non solo  il protetto di Luigi XVI  ma  una sorta di ” mago ”  che destava curiosità ed ammirazione agli occhi di tutti . Cagliostro divenne quindi il beniamino di tutte le classi sociali, e la sua immagine venne rappresentata su anelli, bagattelle, tabacchiere e ventagli delle dame.

La sua attività , che prevedeva riti non abituali al credo cattolico , incomiciò però ad attrarre l’attenzione del Sant’Uffizio, che incominciò  sempre più spesso a sorvegliare  le mosse di Giuseppe Balsamo.

Il pretesto per procedere contro Cagliostro fu offerto proprio da Lorenza, sua moglie che, consigliata dai parenti, forse per appropriarsi di beni e danari, aveva rivolto al marito accuse molto gravi denunciandolo come eretico e massone. Cagliostro sapeva bene di non potersi fidare della moglie, che in più di un’occasione aveva dimostrato maggior attaccamento al lucro che al tetto coniugale. A tal fine scrisse un memoriale diretto all’Assemblea nazionale francese, dando la sua massima disponibilità al nuovo governo.

La relazione venne intercettata dal Sant’Uffizio che redasse un dettagliato rapporto sulla sua attività politica ed antireligiosa  e portò , Papa Pio VI, il 27 dicembre 1789, a  decretare  l’arresto di Cagliostro e di Lorenza.

Rinchiuso nelle carceri di Castel Sant’Angelo, Cagliostro attese per alcuni mesi l’inizio del processo. Al consiglio giudicante, egli apparve colpevole di eresia, massoneria ed attività sediziose ed il 7 aprile 1790 fu emessa la condanna a morte e fu indetta, nella pubblica piazza, la distruzione dei manoscritti e degli strumenti massonici.

Cagliostro però, come Galileo, abiurò ai suoi principi (la tortura, non tanto la morte onorevole, ma la sofferenza insopportabile, è un buon argomento di convinzione). In seguito alla pubblica rinuncia ai principi della sua dottrina, Cagliostro ottenne la grazia: la condanna a morte venne commutata dal pontefice nel carcere a vita, da scontare nella prigione dell’inaccessibile fortezza di San Leo, allora considerato carcere di massima sicurezza dello Stato Pontificio. Lorenza invece fu assolta, ma venne rinchiusa, per non sbagliare, nel convento di Sant’Apollonia in Trastevere dove terminò i suoi giorni.

Intanto Cagliostro, trasferito a San Leo, in un primo tempo fu alloggiato nella cella del Tesoro, tra le più sicure!

In seguito per via di alcune voci sull’organizzazione di una fuga da parte di alcuni sostenitori di Cagliostro, il conte Semproni, responsabile in prima persona del prigioniero, decise il suo trasferimento nella cella del Pozzetto, ritenuta ancor più sicura di quella del Tesoro.

Il 26 agosto 1795 Giuseppe Balsamo, o come preferite Alessandro conte di Cagliostro, oramai gravemente ammalato, si spense, forse, a causa di una serie di ictus cerebrali  .

La leggenda che aveva accompagnato la sua fascinosa vita si impossessò anche della morte: dai poco attendibili racconti sulla sua presunta scomparsa giunti fino ai giorni nostri, è possibile intravedere il tentativo, peraltro riuscito, di rendere immortale, se non il corpo, almeno le maliarde gesta di questo attraente personaggio.

Ma anche nella morte Cagliostro è riuscito a rendersi misterioso ed intrigante. Nella sua cella vengono ritrovati dei graffiti che farebbero pensare ai vaneggiamenti di un pazzo. Un pazzo, morto per apoplessia, a 52 anni. Certificati parrocchiali annotano la sua tumulazione il 28 Agosto alle ore 23, su monte di San Leo, tra i due edifici destinati alle sentinelle, il Palazzetto e il Casino. Però in un manoscritto inedito ritrovato casualmente, la morte di Cagliostro non si attribuisce all’apoplessia ma ad un colpo ricevuto in testa nel corso di un tentativo di evasione. Un’altra leggenda lo vuole invece sepolto nelle catacombe dei Cappuccini a Palermo, insieme ad altri 8000 corpi mummificati , mentre  Il mito lo vorrebbe addirittura anche fuggito, dopo aver simulato una morte apparente, con l’aiuto dei massoni, a bordo di una mongolfiera.

Accanto alle grandi figure alchemiche , spesso a screditare la categoria erano purtroppo presenti in giro per il mondo anche tanti  truffatori che spacciandosi per capaci alchimisti e grandi maghi erano capaci di grandi raggiri fatti a spese di ingenui ed ignoranti persone . Essi  erano spesso personaggi dotati di fantasia , cultura ed abilità  fuori dal comune , ed uno di questi era certamente l’avventuriero cipriota Marco Bragadin arrivato a Venezia con la sua famiglia in una data imprecisata tra il 1545 ed il 1551, dopo la caduta di Cipro nelle mani dei turchi.
CURIOSITA’: Il suo vero nome era Marco Mamugnà ed assunse il cognome Bragadin in onore dell’eroe della repubblica Veneziana che aveva vittoriosamente guidato la città contro gli odiati invasori turchi.
Nel 1574, lascia Venezia ed approda a Firenze, dove incontra i favori di Bianca Capello, discendente di una ricca ed autorevole famiglia.
Mentre il Bragadin indossa l’abito cappuccino , Bianca Capello, che sarà più tardi moglie di Francesco I De Medici, lo introduce grazie alle sue conoscenze  alla corte papale di Roma.  Grazie alla Capello, il nostro alchimista conosce infatti  il cardinale Giulio Santori che lo presenta al papa Gregorio XII che secondo molti pare siano stati poi  le prime due vittime dell’attività truffaldina del Bragadin. 
Fuggito dal convento, intorno al 1585 abbandona l’Italia, e viaggia per Francia, Inghilterra e Fiandre, in una rocambolesca sequenza di truffe alchemiche che coinvolgeranno ricchi e potenti ingenui, e che gli frutteranno ingenti somme di denaro.
Ritornato in Italia nel 1588, e  stabilitosi  sul lago d’Iseo,  viene ben presto raggiunto dagli emissari dell’Inquisizione che vogliono catturarlo come ex-cappuccino fuggitivo. Salvatosi con una fuga notturna dalla finestra inizia un peregrinazione in vari centri Italiani, circondato da una piccola corte che lo segue ovunque esibendosi in una  serie di dimostrazioni pubbliche (in genere davanti a ristrette cerchie di testimoni) che gli resero fama di grande mago alchemico.
La sua fama accrescendosi si diffuse  progressivamente in tutta Italia fino a giungere alle orecchie dell’attento governo veneziano. Nel novembre 1589, ufficialmente invitato dal governo della città, il Bragadin arriva quindi a Venezia e si stabilisce nel bellissimo palazzo Dandolo messo a disposizione dal Consiglio della Città.
Lo splendore e l’ostentazione di ori e danaro che egli continuamente sfoggiava colpirono in città ben presto  la fantasia popolare, Si diffuse così la voce che  egli fosse  in possesso del segreto della trasmutazione del piombo in oro e grazie alla pietra filosofalo da lui posseduta fosse in grado di garantire la guarigione da tutte le malattie per mezzo dell’elisir di lunga vita. 
Bragadin  garantisce i suoi servigi alla Serenissima, e, dimostrando buona volontà deposita la formula del suo oro, insieme ai campioni della sua polvere di proiezione, nella zecca veneziana. La zecca analizza i campioni d’oro provenienti dalle sue pubbliche trasmutazioni, e l’esito delle ripetute analisi è positivo. Quando il Governo veneziano chiede di stringere i tempi, però, il Bragadin temporeggia, e, a un certo punto, pressato dai debitori e osteggiato da una pubblica opinione che nota la progressiva diminuzione del fasto e della magnificenza fino ad allora ostentati, il Bragadin si dà alla fuga, prima a Codevigo, presso i Cornaro, suoi amici e sostenitori, poi a Padova, e di lì, dopo aver congedato il suo seguito, a Bassano ed Innsbruck, fino alla Baviera, dove il suo arrivo era stato evidentemente preparato dall’agente veneziano del duca Guglielmo V di Baviera.
Qui, accolto con tutti gli onori, riprende il già sperimentato copione veneziano, ricominciando la fastosa ostentazione e le ingenti spese in costose attrezzature ed apparecchi alchemici. La sua corte si ricompone, e viene anche raggiunto dalla sua amante Laura Canova. Il tutto, naturalmente, a spese del duca Guglielmo. Già a Venezia egli aveva tentato, attraverso le sue amicizie, di ottenere la dispensa dai voti per sposare la Canova, ora, forte della sua nuova posizione, riprende le trattative anche dalla Baviera.
Ma le voci delle sue rocambolesche avventure non tardano ad arrivare all’orecchio del duca Guglielmo, e, sicuramente, ad insidiare la sua posizione non dovettero mancare i nemici sia tra la nobiltà che tra il clero zelante e ben informato.
In tal modo, nel 1591, il Bragadin viene arrestato con l’accusa di truffa, nell’indifferenza totale del Duca Guglielmo, probabilmente in virtù di sapienti macchinazioni dei gesuiti.
Il furbo alchimista truffatore rende una completa ed assoluta confessione, ed evita in questo modo la tortura: non sa’ nulla di come si possa fabbricare l’oro, tutte le sue dimostrazioni sono truffe e giochi di mano di cui è pronto ad assumersi tutta la responsabilità.
Ma l’astuta mossa del pentimento e della confessione non lo salva dalla condanna, per intercessione del duca commutata dalla forca ad una più pietosa decapitazione, eseguita pubblicamente a Monaco il 26 aprile 1591, davanti ad una grande folla di curiosi.
Una brutta fine per l’accertato ciarlatano che venne comunque sempre mal visto  e quasi snobbato dalla grande comunità di alchemisti napoletani che con tono quasi distaccato si chiusero a riccio in circoli accademici aperti a pochi veri intellettuali spesso appartenenti a nobili famiglie .

Tra questi ebbe sicuramente un importante ruolo il cavaliere Luigi d’Aquino della nobile famiglia dei Caramanico .

Il Cavaliere Luigi d’Aquino, appartenente alla nobile famiglia napoletana dei Caramanico, era il fratello secondogenito di Francesco d’Aquino, Principe di Caramanico nonchè il cugino di Raimondo de Sangro, VII Principe di Sansevero, ( il famoso alchimista, esoterista e illustre letterato napoletano ) ma era anche imparentato  con la  casata di San Tommaso d’Aquino con cui aveva  un rapporto di discendenza diretta.

Manifestò fin dalla giovane età una grande passione per l’alchimia e la filosofia Ermetica divenendo ben presto un grande esponente dell’unica vera loggia  Massonica depositaria del pensiero dei Rosa – Croce  (  sarà anche  l’iniziatore del futuro conte di Cagliostro alla Massoneria ).

Conte di Cagliostro

 

Egli era infatti Iscritto con il titolo di Gran Maestro, alla Confraternita dei Dodici, retta a quel tempo da Raimondo de Sangro, Principe di Sansevero, il quale aggiunse alla Loggia la denominazione di Rosa d’Ordine Magno facendola derivare dall’anagramma del suo nome.

Il Principe , fu grande amico del Caramanico  che insieme al Conte di Cagliostro , con cui ebbe rapporti di profonda amicizia , contribuì nell’ambiente esoterico napoletano , alla prima stesura del Rito Massonico rosacrociano .

La loggia Massonica napoletana da loro fondata nel 1728 , di chiaro stampo esoterico era denominata “La Perfetta Unione ” il cui motto fu “Qui quasi cursores lampada tradunt”. Essa fuin assoluto non solo la prima Loggia napoletana ma altresì la prima loggia italiana di cui sia abbia notizia certa ed ebbe, un ruolo rilevante nella genesi della massoneria egiziana.

Il simbolo scelto da questa Loggia infatti a guardarlo ci parla di un interesse spiccato dei suoi membri per l’antico Egitto e per l’ermetismo, raffigurando una sfinge in campo aperto sul cui fianco campeggia una luna; a far da sfondo una piramide cui si accede passando attraverso due colonne, e sul vertice della piramide risplende un magnifico sole allo zenith.

Le due colonne sono evidentemente quelle del tempio di Salomone, tanto care ai massoni, ma il fatto che qui siano anteposte all’ingresso della piramide anziché a detto tempio, sta a dimostrare proprio che il sapere custodito dalla massoneria in generale e da quella Loggia in particolare, proviene in realtà dall’antico Egitto, culla di ogni sapere iniziatico.

 

Un ruolo fondamentale nella crescita di questa loggia lo ebbe il Principe di Sansevero  Raimondo Sangro  , Egli dato il suo profondo carisma , il suo prestigio personale , e fondamentalmente in virtù dei suoi immensi saperi ermetici  fu elettto Gran Maestro della Loggia Perfetta Unione . Sotto la sua direzione  raccolse intorno a se ben presto personalità eminenti della cultura ermetica napoletana come , il principe Gennaro Carafa Cantelmo Stuart della Rocella, il Cavaliere d’Aquino di  Caramanico ed Henri Théodor Tschoudy, l’autore di una celebre opera massonico-alchemica intitolata “Etoile Flamboyante”, che  a partire dal 1745 frequentò la  Loggia . Egli nella sua opera , che divenne lo strumento di elezione per la trasmissione e la diffusione in tutta Europa del sapere magico ed alchemico di origine prettamente partenopea , descrisse  grossa parte  del sapere ermetico che  aveva appreso a Napoli dal Principe di Sangro che fu suo Maestro e mentore.

Raimondo di Sangro fu iniziato in massoneria a Parigi il 24 maggio 1737, mentre Gennaro Carafa lo fu nel luglio dello stesso anno, entrambi nella Loggia del Duca di Villeray. Rientrati in Italia i due principi si affiliarono immediatamente alla Perfetta Unione, della quale Raimondo di Sangro diverrà Venerabile nel 1744.

 Il  Principe di Sangro ed i suoi adepti elaborarono il primitivo nucleo del Rito di Misraim (altrimenti detto Rito Egiziano) ancora talvonta presente ai nostro occhi “sotto squadra e compasso”.

 

CURIOSITA’ : Misraim, o Mizraim che dir si voglia, è il termine ebraico che la bibbia usa per definire la terra d’Egitto. Si tratta di un termine duale ad indicare, secondo il filologi, il fatto che il regno d’Egitto era il risultato dell’unione di Alto e Basso Egitto, unificati da Menes, il primo faraone che portò il titolo di “Signore delle due Terre”. Viceversa, secondo l’ermeneutica iniziatica questo termine è leggibile ben altrimenti. Ermeticamente, colui che ha la potestà di unire l’Alto e il Basso è un Pontefice per eccellenza, lo Jerofante che ha il potere di riunire ciò che è diviso e di unificare ciò che è duale.

Alla morte di Raimondo de Sangro, avvenuta nel 1771, gli succederà, come Maestro Venerabile nella Loggia La Perfetta Unione, il figlio Vincenzo de Sangro. Costui morirà nel 1790 in circostanze misteriose, forse avvelenato, poco tempo dopo l’arresto di Cagliostro, tanto che qualcuno mise in relazione i due eventi, poiché si riteneva che Vincenzo, insieme ai cugini Luigi e Francesco d’Aquino, avesse condiviso con il conte, oltre a un rapporto di fraterna amicizia e sincera collaborazione, anche disegni sovversivi. Esiste, infatti, una segreta corrispondenza tra lord John Acton, Ministro inglese, e il Segretario di Stato Pontificio, il Cardinale Francisco Xaverio de Zelada, circa il controllo e la repressione di presunti progetti politici di Cagliostro, degli affiliati alla Loggia romana La Réunion des Amis Sincères e di quelli della Perfetta Unione di Napoli, miranti a destabilizzare le Monarchie europee attraverso la Rivoluzione Giacobina.

Questi progetti erano ritenuti ispirati dalla Massoneria Francese, allora guidata dal Gran Maestro del Grande Oriente di Francia Luigi Filippo d’Orléans, detto poi Philippe Égalité, cugino del Re Luigi XVI, ambizioso protagonista della Rivoluzione francese, e poi vittima della stessa durante il periodo del Terrore.

Anche Francesco d’Aquino, fratello di Luigi, morirà in analoga e assai sospetta circostanza, forse per avvelenamento, la sera del 9 gennaio 1795, dopo una giornata di atroci sofferenze.

La Loggia “Perfetta Unione ” , ebbe tra i suoi adepti  molti  illustri personaggi partenopei  alcuni dei quali , divennero poi martiri, della Rivoluzione Napoletana giacobina del 1799. Costoro vollero applicare, contro la volontà del Regime Borbonico, quegli stessi principi ideali e universali di Giustizia e di Libertà propugnati dalla Massoneria e ispirati dalla tradizione “ermetico-egiziana-desangriana” attraverso l’insegnamento dei fratelli d’Aquino e di Cagliostro (con i quali molti dei presunti cospiratori avevano avuto un rapporto di amicizia), e poi divulgati in Europa dalla Rivoluzione Francese. Per questo semplice motivo, pur non essendosi mai macchiati di delitti o di violenza verso il Regime, furono spiati, perseguitati, catturati, condannati e condotti direttamente, senza alcun appello o ripensamento, al patibolo.

Ebbero quasi tutti una triste sorte, seguendo, così, il destino del conte di Cagliostro; molti furono affidati al Braccio Secolare (cioè alla Magistratura Civile, in pratica al boia del Re) da un prelato della Chiesa Apostolica Romana, il  Cardinale Ruffo , il quale aveva addirittura creato un apposito Esercitodetto della Santa Fede, i Sanfedisti, conosciuti anche come realisti o legittimisti, per combattere militarmente gli insorti e tutti coloro che si opponevano al Regime Monarchico.

In tutto i giustiziati furono novantanove, di cui cinquantuno iscritti a Logge Massoniche diverse, a testimonianza di quanto la Massoneria fosse stata la vera ispiratrice della Rivoluzione. Quasi tutti furono impiccati, solo quattro decapitati, e nessuno graziato, nonostante gli accordi in precedenza stipulati. A molti fu infatti inizialmente promesso il risparmio della vita se avessero ammesso le proprie colpe e fatto i nomi di altri congiurati, ma nessuno accettò, nessuno tradì, e tutti andarono incontro al loro destino con dignità e fierezza. Solo le spie, i cui nomi erano ben noti, rimasero in libertà.

Gli illustri personaggi furono inviati al patibolo dopo essere stati arrestati con l’inganno di un Trattato di resa, una volta caduta la Repubblica Napoletana, dalle truppe di Ferdinando IV e della moglie Maria Carolina, memore della sorte della sorella, la defunta Regina di Francia Maria Antonietta d’Asburgo.

I Regnanti  di Napoli ebbero anche l’insperato appoggio della Marina inglese, allora comandata dall’Ammiraglio Horatio Nelson. Anche lui era massone; tuttavia, in quest’occasione si mostrò spergiuro e sleale, poiché non onorò di persona i patti stipulati con i congiurati in generale, e con l’Ammiraglio Francesco Caracciolo in particolare. Questi, nonostante la promessa di libertà, fu vergognosamente impiccato al pennone della nave Minerva, fregata della Real Marina del Regno di Napoli ma allora al comando dell’Ammiraglio inglese Thurn, nave cannoneggiata in uno scontro navale nella primavera del 1799 dallo stesso Ammiraglio Caracciolo. La salma, poi, fu ricuperata e le sue esequie celebrate pubblicamente, a dimostrazione postuma della stima che il popolo napoletano nutriva nei suoi confronti.

Il comportamento di Nelson fu dettato da opportunismo, giacché il suo unico obiettivo era l’egemonia della Marina britannica nel Mediterraneo contro la valida concorrente napoletana, e in contrasto con quella francese. Inoltre, era del tutto coinvolto in prima persona, perché affettuosamente legato a Emma Hamilton, moglie dell’Ambasciatore inglese presso la Corte napoletana e amica intima della Regina Maria Carolina, alla quale non poteva sicuramente rifiutare il suo appoggio militare e politico.

Con la morte di questi martiri della Libertà tutta l’esperienza esoterica Napoletana, subirà per lungo tempo un processo involutivo, perdendo tradizioni e adepti.

Ma ritorniamo al cavaliere Luigi d’Aquino e alla sua amicizia con il Conte Cagliostro  ( al secolo Giuseppe Balsamo  ) e alla loro loggia massonica “La Perfetta Unione ” fatta  con il principe di Sansevero .

Il Principe di Sansevero diede alla loggia fin dal primo momento  un’impostazione di tipo Egiziano con la ripresa nel 1747 del Rito di Misraîm, (  antica denominazione dell’Egitto ) , favorendo così,  il rilancio della Massoneria  in un periodo in cui era presente un Bando di Divieto di Aggregazione alla Massoneria promulgato dal Re Carlo di Napoli , e  portato poi avanti dal suo ministro di fiducia e fedele servitore Bernardo Tanucci .

CURIOSITA’:  Quando nel 1759 il Re Carlo III, dopo la morte del fratellastro Ferdinando VI, partì da Napoli per assumere la corona di Spagna, il trono fu lasciato, sotto la reggenza del Ministro della Real Casa e suo fedele servitore, il marchese Bernardo Tanucci, al figlio ancora bambino che, prendendo il nome di Ferdinando IV Re di Napoli, iniziò d’allora la dinastia della Casata dei Borboni di Napoli e di Sicilia. In quegli anni, oltre alla Compagnia di Gesù, che sarà cacciata dal Regno di Napoli nel 1767, anche la Massoneria sarà perseguitata dal Re e dal Ministro Tanucci su suggerimento del padre, il Re Carlo III di Spagna, il quale, pur da lontano, di fatto, gestiva ancora la politica interna ed estera del Regno di Napoli.

Ad essere contrari alle logge massoniche in quel periodo , vi  era anche la chiesa cattolica che tramite l’allora Papa Clemente XII ed il successivo Papa Benedetto XIV avevano emanato delle bolle che  ne vietavano sia l’istituzione sia la loro diffusione .

La Massoneria, però, inaspettatamente ottenne , sin dal suo arrivo nel 1768, l’appoggio della nuova Regina di Napoli, Maria Carolina d’Asburgo-Lorena, sorella della Regina di Francia, Maria Antonietta, e figlia dell’Imperatrice d’Austria, Maria Teresa d’Asburgo.

Maria Carolina, già favorevole alla libertà di espressione del pensiero, così come accadeva in Austria, in Germania e in Prussia, prese questa decisione soprattutto perché intenzionata a contrastare l’influenza spagnola del suocero, il Re Carlo III, sulla Corte di Napoli.

Re Carlo , dopo un alternarsi di arresti e scarcerazioni degli affiliati aveva infatti messo definitivamente al bando la Massoneria in tutti i territori in cui regnavano i Borboni di Spagna e di Napoli, ma la Regina Maria Carolina, pur non contestando il Decreto, fece di tutto per appoggiare la nuova massoneria ( fermo poi pentirsene amaramente ) creando varie  difficoltà al Re e sopratutto al  Primo Ministro Bernardo Tanucci che fu alla fine costretto a dimettersi dal suo incarico nel 1776; a quel punto, i rapporti con la Corona Spagnola divennero sempre meno vincolanti, e i provvedimenti contro i massoni napoletani, di fatto, annullati.

Purtroppo, a seguito degli eventi che sconvolgeranno la Francia nel 1789, l’atteggiamento ambiguo e parzialmente tollerante finora manifestato da tutti i Monarchi europei, e in particolare da quelli del Regno di Napoli, verso la Massoneria, improvvisamente ritenuta sovversiva, rivoluzionaria e d’ispirazione giacobina, cambierà bruscamente al punto che il 3 novembre dello stesso anno il Re Ferdinando IV di Napoli sarà costretto a promulgare un nuovo Decreto ancora più restrittivo del precedente. Di conseguenza, durante la Rivoluzione Napoletana del 1799, la repressione della Massoneria, non più protetta dalle iniziative della Regina, diventerà sempre più dura. Infatti, la Regina Maria Carolina in quel periodo cambiò atteggiamento poiché, avendo erroneamente identificato i massoni con i giacobini, li reputava tutti in pari modo responsabili della morte di sua sorella, la Regina Maria Antonietta, e della fine della Monarchia in Francia; li considerava, altresì, cospiratori contro il Potere regale attraverso la Società dei Carbonari, frangia radicale della Massoneria che diventerà sempre più predominante nel nostro Risorgimento, e, di conseguenza, meritevoli di essere attivamente perseguitati e severamente puniti ( cosa che puntualmente avverrà con i protagonisti della Rivoluzione Napoletana ).

Inoltre, Maria Carolina non perdonava chi era stato amico e collaboratore del conte di Cagliostro, cioè di quell’avventuriero massone, mago e alchimista, che aveva osato mettere in ridicolo la sorella a Parigi nel 1786 durante il famoso Processo per l’Affare della Collana della Regina che diede luogo ad un clamoroso  scandalo che fece eco in tutta Europa . 

Si trattò in pratica di una truffa messa in atto dalla contessa de La Motte ai danni della regina Maria Antonietta e del cardinale di Rohan. Alla truffa parteciparono anche il conte di Cagliostro e altri avventurieri.

Il cardinale Louis de Rohan, arcivescovo di Strasburgo e grande elemosiniere di Francia era desideroso di tornare in favore presso la regina Maria Antonietta; egli mirava infatti a diventare Primo ministro di Francia. Aveva ricoperto il ruolo di ambasciatore francese presso la corte austriaca a Vienna, dal 1771 al 1774 , ma a  causa dei suoi frivoli comportamenti e delle sue maledicenze nei confronti dell’imperatrice Maria Teresa si inimicò la figlia di questa , la regina di Francia, Maria Antonietta.

Il cardinale non aveva bisogno dell’appoggio del re e della regina tanto era ricco e potente , ma teneva tanto ad avere un ruolo presso la corte regale ed avrebbe fatto di tutto per entrare nelle grazie della regina  e pre questo motivo cadda facilmente nelle trame della bella  contessa de La Motteche , moglie di un decicente conte , aveva alla giovane età di 25 anni più debti che onori .

Per mantenere il loro dipendioso tenore di vita , la Motte ed il marito , escogitavano in giro parecchie truffe .

La contessa , entrata in intimità con il cardinale , dal quale ricavava qualche soldo per i suoi ” favori ” , venuta a conoscenza del desiderio dello stesso di voler entrare nelle grazie della regina, combinò un  astuto stratagemma  per arricchirsi ai danni del cardinale .

Dopo aver convinto  il cardinale di essere grande amica e confidente di Maria Antonietta , promise allo stesso che  lo avrebbe aiutato affinché la regina rivedesse la propria dura posizione nei suoi confronti.

Organizzò quindi a questo punto , una falsa corrispondenza tra il cardinale e la regina. Nelle lettere la regina gli garantiva il suo totale perdono; in pubblico però continuava ad ignorarlo.

Il cardinale pretese allora dalla contessa che gli organizzasse un incontro con Maria Antonietta. La contessa  a quel punto gli organizzò un incontro nel giardino di Versailles  con una prostituta, tale Nicole Leguay D’Oliva. Questa, grazie alla sua forte somiglianza, si finse Maria Antonietta e promise al cardinale di perdonare le incomprensioni del passato.

Al fine di consolidare il riottenuto favore,a questo punto ,  la contessa de La Motte convinse il cardinale Rohan a far da intermediario per l’acquisto di una collana di diamanti, del prezzo di 1.600.000 franchi, ( una delle più costose collane preziose dell’ epoca ) desiderata, a suo dire, dalla regina.

Il cardinale Rohan la comprò, a credito, dai gioiellieri fornitori di corte Bassange e  Boehmer per consegnarla  ad un sedicente ufficiale della regina, che a suo nome avrebbe dovuto consegnarla alla regina .

Il giovane ufficiale era  in effetti un amante della contessa, la quale si affrettò a smontarla e a venderne separatamente i diamanti.

Qualcosa però andò storto . Il cardinale non poté far fronte a una inaspettata scadenza e i gioiellieri ne chiesero il pagamento alla regina. La regina dichiarò di ignorare l’intera faccenda e non era sua intenzione pagare la collana in questione.

Ne scoppiò uno scandalo: il cardinale e la contessa furono arrestati, e portati alla Bastiglia così come la sosia di Maria Antonietta e il conte di Cagliostro che, assieme a sua moglie, secondo una dichiarazione fatta sotto tortura da La Motte nel carcere  aveva preso parte alla truffa ( Cagliostro era da  sempre stato un rivale della contessa e con questo gesto intendeva vendicarsi ) .

Il 22 marzo 1786 ebbe inizio il processo. Durante il processo, l’opinione pubblica parteggiò, quasi all’unanimità, per il cardinale contro Maria Antonietta.

Con sentenza del 31 maggio 1786, la contessa de La Motte fu condannata al carcere, dal quale evase e si rifugiò a Londra. Qui pubblicò le sue Mémoires, nelle quali continuava ad accusare la regina.

Il cardinale Rohan, il conte di Cagliostro e sua moglie, e la sosia della regina furono invece  assolti , ma l’affare  della collana contribuì comunque certamente a screditare la monarchia francese e a inasprire gli animi dei sudditi francesi già provati da condizioni di vita miserevoli. Nel 1789 scoppiò la  Rivoluzione francese . Cagliostro fu assolto con formula piena , ma tutta la vicenda lo misero comunque in cattiva luce con i regnanti che lo scacciarono dalla Francia . La popolazione salutò la sua partenza in un tripudio di folla inneggiando la sua figura .

 

A questo punto avrete capito che la nostra città  e’ stata per lungo tempo un punto strategico della vecchia e nuova massoneria europea ed uno dei luoghi dove maggiormente si incontravano i suoi adepti per riunirsi era una bellissima dimora che sorgeva  sulla collina di Capodichino chiamata villa Heigelin .

Curiosita’ : La collina allora era un  luogo costituito da una fitta vegetazione inaccessibille e addirittura pericolosa da percorrere per la presenza di numerosi briganti . Il nome Capodichino derivava dal latino Caput Clivii  (sommità della salita ) la cui volgarizzazione, avvenuta nei secoli successivi, ha mutato il toponimo in Caput de Clivo e Capo de Chio fino alla contrazione nell’attuale denominazione.

Napoli fu scelta come una delle città intorno alla quale doveva conservarsi il culto della massoneria dopo la morte del suo grande maestro .Si narra  infatti che Jacques de Molay, l’ultimo Gran Maestro dell’Ordine dei Cavalieri Templari, prima di salire al rogo, pare dispose che dalle ceneri dell’Ordine dei Templari dovesse nascere una nuova  più grande struttura esoterica divisa in quattro Logge metropolitane che dovevano avere  per vertici: Napoli, Edimburgo, Parigi e Stoccolma ;  un quadrato magico in cui la nostra città doveva non solo difendere la tradizione massonica ma anche  svilupparne i suoi   legami con l’Oriente.

Gli anni d’oro della Massoneria napoletana vanno dal 1757 al 1775 e vantava la presenza di molte Logge (le sedi) i cui iscritti appartenevano ai nomi di spicco della cultura partenopea tra cui il famoso  principe di Sansevero Raimondo di Sangro  e  molti esponenti del clero .

Curiosita’ :  Da alcune fonti storiche si sa dell’esistenza di due Logge che erano ospitate all’interno in due conventi, quello dei S.S. San Severino e Sossio diretto dal benedettino Ippolito Bernarducci e il convento di S. Maria delle Grazie a Caponapoli diretto dall’eremita Serafino Pinzone.

Napoli divenne così dimora prediletta di tanti massoni italiani che si incontravano il più delle volte nella famosa dimora segreta di  Villa Heigelin a Capodichino, che venne frequentata dalle maggiori personalità di spicco in campo massonico del tempo tra cui : il Gran Maestro Diego Naselli ( uomo di fiducia della regina Maria Carolina ) ,lo scrittore  Johann Wolfgang Goethe , lady Sidney Morgan , il poeta Percy Bysshe Shelley , Philipp Jacob Hackert , Elisa von der Recke ( esperta di esoterismo e discepola del Cagliostro ) , l’oscuro barone Karl Eberhrd von Wachter , Luigi Capece Galeota, il duca alberto di Sassonia,la duchessa di Chartres, il generale Winspeare,  il principe Pignatelli Strongoli e  la stessa regina Maria Carolina anch’essa massone .

La magnifica Villa Heigelin,  a due piani,  fu edificata nel 1760,  su una antica dimora sede dell’Accademia Culturale dei Segreti di Giambattista Vico ed i suoi lavori vennero affidati dal nobile tedesco Christian von Heigelin, barone di Eyben all’architetto Camillo Guerra .  

Il barone tedesco era giunto a  Napoli  come ambasciatore di Danimarca presso la corte borbonica e venne  subito iniziato alla loggia massonica nel 1761 nel Palazzo dello Spagnolo alla Sanità, nella loggia Rosa d’ordine Magno– (dall’anagramma dei principe Raimondo de Sangro) e da quel momento si adoperò continuamente per dar vita alla famosa Gran Loggia di Napoli e di Sicilia.

La villa costruita in posizione panoramica sulla collina di Capodichino , non lontano dai Ponti Rossi era tra le più belle dell’epoca e ad essa vi si accedeva solo a piedi o a cavallo attraverso un lungo scomodo e tortuoso viale alberato in salita e fiancheggiato da antiche mura reticolate romane . Si accedeva ala villa dopo aver percorso una ripida scalinata e dopo essere passati sotto un arco di pietra con nicchie dove erano poste le  due statue di Cautes e Cautopates, ( i due tedofori ) con fiaccole mitriache opposte, simboleggianti gli equinozi.

La villa era ricca di simboli massonici e lo stesso tortuoso percorso fatto per raggiungerla aveva un suo particolare simbolismo : essa infatti rappresentava un luogo di luce dopo la faticosa attraversata della “selva oscura “.

Altri simbolismi erano la splendida peschiera ( simbolo di acqua ), un padiglione con marmi e iscrizioni sepolcrali ( simbolo di aria ), un Serapide in bassorilievo con allegorie del dio Osiride- Api ( simbolo di fuoco ). gli alberati vialetti ( area labirintica ) , un romitorio con celle per i ritiri spirituali , le sale con fontane e mosaici .

Dentro una grotta si trovava un piccolo Tempio sotterraneo e ovviamente non mancava una cappella, un teatro all’aperto , un bosco a prato inglese ” ed un fantastico giardino disposto secondo la simbologia massonica che era curato dal botanico Friedrich Dehnhardt ( lo stesso che curava l’Orto Botanico ) Il giardino Massonico ricco di simbologie che disegnava fra i suoi vialetti e labirinti, rappresentava un percorso iniziatico ben preciso; fu indicato come il primo esempio di giardino massonico più bello in Europa.

 La dimora si apriva su di un salone contornato da colonne bianche di marmo, il cui  pavimento era formato da scacchi neri e bianchi. Nel resto della villa si trovavano  resti di mura romane, bassorilievi, statue, busti, iscrizioni e pitture di tipo pompeiano o egizio. La villa divenne cenacolo della miglior intelligentia massone e liberale napoletana del’epoca e fu la maison preferita dei maggiori iniziati e adepti napoletani, una tappa obbligatoria dei principali massoni europei che si riunivano qui per compiere i loro misteriosi riti in piena segretezza e dar vita alla Loggia.

 L’ Ambasciatore danese dava spesso ricevimenti e riunioni massoniche, cui pare avesse anche partecipato il giovane conte di Cagliostro, introdotto da don Giuseppe Tomaso d’Aquino fratello del principe Francesco.

La loggia ebbe vita fino  al 23 novembre del 1789, quando, su richiesta della regina Maria Carolina venne messa in sonno dopo gli avvenimenti della rivoluzione francese.Ebbe un accenno di risveglio nel 1807 sotto il regno di Murat divenendo sede di famose riunioni giacobine, conoscendo poi anni di splendore essendo stata scelta come fulcro di incontri della miglior intelligentia massone e liberale napoletana del’epoca,.  Ma gli anni d’oro presto finirono e gradualmente fu abbandonata e dimenticata; venne poi colpita dai bombardamenti durante l’ultimo conflitto mondiale e della dimora si perse la memoria . Oggi non ne esiste quasi più traccia.

Curiosita’ : La Massoneria napoletana cominciò a vacillare quando entrò in contatto con la Massoneria di derivazione inglese (morale e religiosa) e quella francese (razionale e politica), ma continuò a proseguire sia nella restaurazione borbonica che nel risorgimento italiano, inseguendo il sogno della liberazione.

Della villa non restano che gli scavi archeologici non accessibili al pubblico, dove si può solo contemplare le tracce di un mondo scomparso ancora tutto da decifrare che custodiva l’iniziazione Massonica,  ed un presunto Ordine dei Cavalieri Templari

Un ‘altra villa massonica , seppure meno importante si trovava un tempo  sulla collina dei Camaldoli, all’incrocio tra le vie Camillo Guerra e Soffritto  .Oggi essa appare agli occhi di tutti come un casale abbandonato ma un tempo era l’ antica Osteria del Ricino (probabilmente un punto di dazio nella Napoli del Rinascimento) che veniva denominata “Luogo della Ortolana“.

Venne costruita nella prima metà del XVIII secolo e rappresenta, assieme all’eremo dei Camaldoli e all’antico nucleo colonico dei marchesi Verusio, l’unica testimonianza dell’epoca dell’intera zona.

Nell’ottocento il casale fu abitato, dopo averlo ristrutturato, dal famoso pittore e scrittore d’arte Camillo Guerra (allievo di C. Angelini) nominato nel 1827, Professore onorario del Reale Istituto di Belle Arti di Napoli, che nacque a Napoli il 19 maggio 1797 e ivi mori nel 1874.

Le sue opere principali si trovano nella galleria di Capodimonte, nel Palazzo Reale di Caserta, ed in quello di Napoli nelle chiese napoletane di S. Francesco di Paola, di S. Maria delle Grazie, di S. Filippo Neri, e nella chiesa dei Gerolamini.

Altre preziose opere le possiamo ammirare nella cappella San Michele a Castello di Gaeta e nella Cattedrale di Aversa.

Sulle facciate del casale vi sono immagini e strani simboli secondo molti legati all’ordine dei Templari con forti richiami massonici. All’esterno della struttura, per esempio, sulla parete che fa da angolo al casale leggiamo a grandi caratteri la scritta “LA DECINA”. La grande scrittura ha per lungo tempo suscitato la curiosità degli abitanti del luogo senza mai trovare una logica spiegazione. Pare alla fine che tale denominazione derivi da una grossa quercia chiamata appunto “decima o regina” presente nel suo vasto giardino.

Secondo alcuni studiosi invece potrebbe trattarsi di un riferimento all’ordine dei Templari.
Secondo questi infatti il numero 10 era in assoluto il numero perfetto poichè rappresentava la somma dei primi quattro numeri interi: 1+2+3+4=10.

L’ordine dei Templari fu infatti fondato da 10 templari (tra cui il fondatore Ugo di Payns) e nella loro cultura iniziatica il numero 10 ricorreva spesso. Era per loro un numero pieno e completo in sè stesso (la grande madre che abbraccia tutto e tutto delimita).

Un altro ornamento della facciata che suscita molti interrogativi alimentando la curiosità della gente che vi passa e’ quello della statua di una donna adagiata su una sfera con le mani congiunte in segno di penitenza.
Per alcuni si tratterebbe solo della Madonna Maria, madre di Cristo, che in passato veniva spesso posizionata agli incroci per aiutare i viandanti nella giusta scelta della via da percorrere; sembra questa l’ipotesi più cavalcabile considerato che un tempo il posto era un’antica osteria e un punto di dazio e confine.

Secondo altri invece, l’ immagine che balza agli occhi dei passanti incuriositi, non sarebbe altri che la rappresentazione di Maria Maddalena, figura sacra ai Cavalieri del tempio di Salomone, appunto di nuovo i Templari.

L’alone di mistero che circonda il casolare viene inoltre alimentato da un altro misterioso ornamento costituito da un bassorilievo riportante uno stemma con armatura, elmo e armi da guerra, simile a quello adoperato dalle due logge massoniche “Società Torre di Guardia e Cavalieri Templari” quest’ultima attuale e appartenente al decimo grado del rito di York.

Ma il simbolo più interessante è situato all’ingresso di uno dei corpi che costituiscono il casale, si tratta del BAFOMETTO, la mitica “testa barbuta”, che pare fosse adorata dai Templari.

E’ posta all’ingresso di una grande stanza rettangolare con apertura ad occidente, caratteristiche tipiche richieste dal rito massonico per le sale di riunione ed iniziazione, ed è del tutto simile a quella che si trova all’interno di una delle sale di Castel del Monte in Puglia, il leggendario castello che fece costruire Federico II.

La stessa immagine la possiamo trovare anche sul portale della chiesa di Sainte-Merry a Parigi e su quello della chiesa di Sainte-Craix a Provins, luoghi da sempre ritenuti sede di cerimonie iniziatiche.

Bafometto viene raffigurato come un diavolo barbuto, alato ed ermafrodito, con faccia e gambe da caprone, corna e artigli. Ricordiamo a tal proposito che proprio per colpa di Bafometto l’inquisizione mise al rogo molti Templari con l’accusa di eresia.

Altra curiosità simile si trova a non molta distanza dal casale, nel popolare quartiere di Soccavo, dove troviamo in una edicola votiva (costituita da un blocco unico di marmo piperno posto su una base di tre gradini) una croce di piperno (divenuta simbolo del quartiere). Nei bracci della croce sono rappresentati San Pietro e San Paolo mentre nel centro troviamo Gesu’ Cristo.
Se guardiamo bene la croce ci accorgiamo subito della presenza di strani simboli su di essa ed in particolare colpisce la presenza alla sua base di uno strano calice.

Si tratterebbe del famoso sacro Graal, la coppa che, la tradizione vuole, usata da Gesu’ nell’ultima cena e nella quale Giuseppe di Arimatea avrebbe poi raccolto le gocce di sangue del Cristo durante la crocifissione.

La coppa questione in fu scolpita dai maestri pipernai, uniti in un’importante corporazione segreta, che trovava origine nei poteri per le pratiche esoteriche tramandate loro dadagli antichi antenati centinaie di anni prima .La ricca corporazione medievale dei maestri pipernieri, ad un certo punto fu tanto ricca da possedere un intero paese alle porte di Napoli.

Troppi elementi in un’unico territorio lasciano pensare alla presenza e al passaggio del Santo Graal nella zona e sopratutto il casale dei Camaldoli, secondo molti, sembra nascondere un misterioso segreto riconducibile proprio all’Ordine Templare.

 

 

 

Il Graal ,secondo una versione della leggenda, era la coppa di vino nella quale Gesù bevve durante l’ultima cena ( la parola gral, o graal , deriva forse dal latino gradalis , che significa vaso ).Con molta probabilità, piuttosto che fatta in metallo, la coppa in questione era intagliata nel legno o realizzata in gesso bianco o altra tipo di roccia calcarea in cui molte coppe del primo secolo dopo Cristo erano realizzate.

Per altri, invece, era il calice nel quale Giuseppe d’Arimatea, un discepolo di Cristo, avrebbe raccolto le gocce di sangue uscite dalla ferita che Gesù aveva sul costato dopo la crocifissione.    Ad esso sono stati attribuiti poteri magici e sovrannaturali, sia di natura fisica (capacità di guarire da ogni male, di infondere la vita,  di dare addirittura l’immortalità e ovviamente  dare ricchezze immense) sia di carattere spirituale.

N.B. Il Vangelo racconta che Giuseppe d’Arimatea, membro del sinedrio, nonché discepolo di Gesù, si è preso cura della salma. Dopo che il corpo fu deposto dalla croce, Giuseppe si è incaricato di ungerlo con una mistura di mirra e aloe, secondo le usanze del tempo, l’ha avvolto in un lenzuolo pulito, l’ha messo nel sepolcro che ha poi sigillato con una grossa pietra.

 

Intorno al Graal e alla sua ricerca sono nate nel corso dei secoli , in etàdiverse numerose leggende, cicli cavallereschi, e con diverse radici che spesso hanno mescolato elementi della tradizione cattolica ad antiche saghe pagane e celtiche.

Il termine graal viene dallo scrittore francese Chretien de Troyes che scrisse un romanzo intitolato Perceval. L’autore morì nel 1190 d.C. prima di completare l’opera. In essa, un giovane cavaliere visita il castello del Re Pescatore dove vede una strana processione nella quale è presente un piatto d’oro incastonato di gemme e chiamato “graal”. Esso era un oggetto sacro utilizzato per trasportare l’ostia consacrata. Nella processione, egli vede anche un ragazzo che trasportava una lancia sanguinante dalla punta, probabilmente un riferimento alla lancia che ferì il costato di Gesù sulla croce (Giovanni 19:34) e perciò si finì col collegare questo graal con un artefatto della Passione. Poiché la storia non fu mai finita, è impossibile sapere cosa intendesse l’autore.

 A dare un finale alla storia si sono poi nel cosro dei tempi proposti numeroso scrittori . Le due opere più famose così ottenute sono il Parzifal di Wolfram von Eschenbach e La Storia del Graal di Robert de Boron. Boron, il quale scrisse agli inizi del tredicesimo secolo, fu il primo autore a riportare che il Graal si potesse identificare con un artefatto usato nell’Ultima Cena. Egli scrisse che la coppa fu trasportata da Gerusalemme alla “terra in Occidente” (forse la Gran Bretagna) dove divenne il fulcro della leggenda di re Artù .

A tal proposito voglio ricordarvi che nella famosa Tavola rotonda , il tredicesimo posto ( trono ) , chiamato ” seggio periglioso ” fosse destinato al  solo cavaliere degno di ritrovare la sacra coppa . Secondo alcuni  racconti pare che l’unico cavaliere ad averlo occupato sia stato Galahad , figlio di Lancilotto.

La Tavola Rotonda di Re Artù come trasposizione anglosassone della tavola dell'Ultima Cena realizzata da Giuseppe di Arimatea - Immagine in pubblico dominio, fonte Wikipedia

Nella terza parte del poema di Boron,  Giuseppe di Arimatea, uno dei seguaci di Gesù, ricevette la coppa da Ponzio Pilato dopo la Crocifissione. Successivamente egli fu imprigionato, ma il Cristo risorto lo sorreggerà per quarant’anni in prigione, tramite il Graal. Quando venne rilasciato, Giuseppe costruì una “tavola del Graal” con tredici posti per commemorare l’Ultima Cena, dando subito dopo il graal al suo fratellastro, Bron, che l’avrebbe trasportata in occidente. Più tardi, Merlino avrebbe consigliato al padre di Artù di costruire la Tavola Rotonda basata proprio sulla Tavola del Graal di Giuseppe.

Più recentemente, invece , lo  scrittore Dan Brown, nel suo libro. film  best seller ha immaginato un intreccio ancora più complesso intorno al sacro Graal  : addirittura una relazione sessuale fra Maria Maddalena e Gesù, dalla quale sarebbe nato un bambino. Più tardi Maria Maddalena sarebbe fuggita per mare, approdando in Normandia e dando origine alla dinastia dei merovingi, che sarebbero i discendenti diretti di Gesù. Secondo questa trama, il santo Graal non sarebbe più un calice, ma il sangue reale di quei re francesi.

Lo scrittore , facendo innanzitto notare che una coppa sul tavolo dell’ultima cena di Leonardo non c’era , incomincia ad ipotizzare che l’immagine della coppa è solo una cosa simbolica e non quindi non ha niente a che vedere con la coppa che contenne il sangue di Cristo . Essa pertanto non ha nulla di sacro .

Santo graal e’secondo l’autore  la fusione delle parole francesi “Sang” e “Real” che vuol dire Sangue Reale ed esso  in realta’, non  e’ altro che Maria Maddalena, che essendo incinta, contiene in grembo il sangue di gesu’, che fu poi una bambina di nome Sara.
Maria Maddalena era la prescelta. Sarebbe stata lei la nuova Leader del cristianesimo. Ma, visto che all’epoca tutto era negato alle donne, non avrebbero mai lasciato una donna a capo di un impero cosi’ grande.
Gesu’, preoccupato per il futuro di Maddalena e Sara, la figlia, ordino a Pietro di lasciare la palestina, e di ricominciare tutto da un altra parte.

Pietro porto Maddalena e Sara sul Monte Sion, in Francia, dove istituirono il Priorato Di Sion. Lo scopo del priorato di sion, esiste ancora adesso, e’ di proteggere i discendenti viventi di Gesu’.

N.B. Il priorato di Sion esiste ancora adesso, e a capo vi e’ il francese Pierre Plantard, discendente di Gesu’ cristo dei giorni d’oggi.

Curiosita’ : Pare che uno dei grandi maestri del Priorato di Sion, sia stato Leonardo Da Vinci . Egli , facendo molti dei suoi quadri servendosi schematicamente della V che ricorda il calice  , pare abbia solo voluto farci conoscere la verità sull’intero ed eterno  segreto .

 

Nel Medio Evo, questa coppa, se  essa fosse simbolica o reale, divenne molto popolare e molti sono ancora oggi i luoghi in cui esso pare sia conservato. Le ultime ricerche portano proprio a Napoli , nella nostra città , e con precisione al nostro castello che si trova in  Piazza del Municipio : il Maschio Angioino, la fortezza costruita nel duecento da CarloI d’Angiò e ricostruita da Alfonso il Magnanimo dopo la conquista del regno.

Il Chastiau Neuf , come lo chiamavano gli angioini , non è un castello qualsiasi come tanti altri  . Lui è piu’ grande castello del mediterraneo , e sorge a Napoli nella piazza che un tempo si chiamava Largo del Castello ( oggi piazza Municipio) ; i napoletani lo chiamano Maschio Angioino, ma il suo nome originale e’ Castelnuovo , per distinguerlo dal vecchio Castel dell’Ovo e forse anche da Castelcapuano. Si chiama “maschio ” perchè con tale nome viene indicato il torrione piu’ importante di un castello e per traslato e’ da intendersi ‘ castello ‘, mentre ‘Angioino ‘ perche’ fu fatto edificare da Carlo I di’ Angio’ subito dopo  conquista del regno di Napoli .
Carlo d’Angio’trasferi ‘ la capitale del regno da Palermo che allora contava 300.000 abitanti a Napoli che ne contava solo 30.000.
Egli si stabili’ a Castel Capuano , ma uno dei suoi primi atti , fu quello di edificare una nuova reggia rispondente alle esigenze della famiglia reale e della corte. Il nuovo castello , la cui sede fu scelta  fuori le mura della citta’ tra le pendici del monte Echia, in prossimita’ del mare ,fu cominciato  nel 1279 e terminato nel 1282 .

Alfonso ,nonostante il suo gran prodigarsi,  non fu molto amato dai napoletani, un pò perchè ricordavano sempre le sofferenze subite per causa sua, ed un pò proprio perché era sempre  e solo circondato da collaboratori catalani. I suoi assedi per la conquista della città durarono ben lunghi quattro anni e per portare a termine la sua conquista  aveva fatto soffrire al popolo della città la fame e la miseria con i suoi continui attacchi iniziati sotto il regno di Giovanna II e terminati sotto il regno di Renato d’Angiò.  La città uscì devastata e distrutta dalla lunga guerra con una  popolazione era decimata e terrorizzata. I bombardamenti, le carestie, i combattimenti ed il saccheggio finale, avevano distrutti molti borghi e quasi tutte le case erano diroccate dal fuoco.

Il popolo non gli perdonò particolarmente le brutalità commesse durante il suo ultimo assedio .I militari aragonesi  infatti alla loro entrata in città uccisero ,  saccheggiarono  ed infine bruciare quanto più era possibile. Alfonso condannò con decisione tale comportamento delle sue truppe, punendo addirittura con la pena di morte i colpevoli ma ciò non bastò a lenire l’astio dei napoletani contro i catalani ed il nome “catalano ” divenne sinonimo di nemico .

I militari aragonesi ebbero inoltre anche successivamente sempre un atteggiamento arrogante e prepotente con il popolo napoletano e questo
stato di cose comportò un continuo malcontento ed una crescente insofferenza in tutti gli strati della cittadinanza ed Alfonso fu sempre e comunque solo uno straniero che a malapena parlava la loro lingua.

La situazione del regno dopo la conquista era avvilente. Le finanze erano inesistenti e la miseria affliggeva il regno perchè la guerra aveva bloccato il commercio, la stasi dell’artigianato e l’abbandono dell’agricoltura. I nuovi arrivati per altro non erano granchè simpatici ai napoletani.
Eppure egli si diede un gran da fare per ricostruire ed abbellire la città e passò alla storia con il soprannome di “Magnanimo” proprio per le ingenti somme di denaro profuse per dare un aspetto più decoroso alla capitale del suo nuovo regno. Al suo insediamento trovò la la città completamente distrutta ed egli spese grosse somme di denaro per ricostruirla più bella ed elegante di prima facendola diventare una delle principali capitali rinascimentali d’Italia, come possiamo ammirare nella famosa ‘ Tavola Strozzi’ di autore ignoto (rinvenuta nel palazzo Strozzi di Firenze) oggi conservata nel Museo Nazionale di San Martino.
La città per un certo periodo di tempo fu un cantiere aperto: restaurò l’acquedotto, bonificò le zone paludose dei borghi, pavimentò le strade e ampliò la città verso la parte antica circoscrivendola con una murazione di 22 torti cilindriche ( tale spostamento delle mura presso Castel Capuano poi comportò la costruzione di Porta Capuana), riattò l’arsenale, restaurò la grotta di Cocceio, e fece integralmente trasformare Castelnuovo che fu abbellito con il magnifico Arco di Trionfo che è considerata una delle più belle opere del Rinascimento.

Con l’arrivo di Alfonso e il periodo pacifico che caratterizzò il suo regno ci fu una notevole ripresa economica grazie anche sopratutto all’industria della lana e della seta che furono in quel periodo particolarmente rigogliose dando da vivere a quasi la metà della popolazione.

Nonostante tutto questo , come vi dicevo re Alfonso d’Aragona , non fu mai particolarmente amato dai suoi sudditi e pur di farsi amare ed apprezzare mise in atto una vera e propria campagna di propaganda e autopromozione cercando di costruire di sè un’immagine idealizzata che ne avocasse la grandezza e automaticamente ne legittimasse a governare il regno . E allora ecco le fastose cerimonie pubbliche , i grandi balli a corte e le fasose cerimonie tipiche del castello .

Per  raffigurare la sua persona ed eternare il  suo trionfo fece costruire il celebre Arco di Trionfo dove  Alfonso è raffigurato in trionfo come un Imperatore romano circondato da paggi e vittorie alate, putti e cornucopie , notabili e dignitari , e bande di musicanti .

Inoltre per impressionare la fantasia popolare e gli ambasciatori degli stati esteri, volle inscenare un clamoroso e fantasmagorico ingresso nella capitale. La scenografia dell’evento fu improntata allo stile dei trionfi dell’antica Roma: il suo ingresso da vincitore a Napoli avvenne su un carro attraverso un varco aperto nelle mura abbattute del Carmine ( per permettere l’ingresso del carro si dovettero abbattere 18 metri di mura) e la sua entrata in città fu scenograficamente ‘costruita’ come un vero trionfo alla maniera degli imperatori romani.

Amico e protettore di poeti, musicisti e umanisti, fu elogiato dai contemporanei come sovrano illuminato e generoso, che seppe fare del regno un centro artistico e culturale tra i primi in Europa; egli spese molto danaro per il mantenimento a corte di numerosi artisti e letterati dei quali lui amava circondarsi. La sua corte fu il punto di incontro di alcuni dei più illustri umanisti del tempo: Lorenzo Valla, Antonio Beccadelli detto ‘ il Panormita ‘, Giovanni Pontano, Jacopo Sannazzaro, Pietro Summonte sono solo alcuni dei grandi personaggi che frequentarono a sue spese la sua corte.                Re  Alfonso era un uomo di cultura , amante dei classici e dei poemi cavallereschi e certamente conosceva la leggenda del Sacro Graal .

Nei poemi cavallereschi si raccontava che Galahad , figlio di Lancilotto , fosse l’unico cavaliere che poteva occupare il ” seggio periglioso ” , il tredicesimo trono della tavola rotonda di re Artù , destinato al solo cavaliere degno di ritrovare la sacra coppa.

Il sovrano Aragonese , secondo molti , era venuto in possesso del mitico  Graal , perchè donato dai monaci del convento di San Juan de la Pena alla corona Aragonese  Egli lo aveva solo  lasciato in pegno alla cattedrale di Valencia in cambio di un grande finanziamento per la sua campagna militare a Napoli. Ma ne era pur sempre il possessore e per questo motivo si sentiva un novello Galahad e volle quindi ricreare nel castello una simbolica analogia fra il cavaliere e se stesso, celebrando il diritto di governare il Regno di Napoli come Galahadaveva acquistato il diritto di sedersi sulla tredicesima sedia della corte di re Artù .

Il seggio periglioso , pare infatti rappresentato come un trono con al centro una fiamma nelle insegne del sovrano che si trovano sulle volte , sui pavimenti e nell’arco trionfale all’ingresso del Maschio Angioino.

Non solo , perchè pare che Alfonso avrebbe disseminato l’intero castello di simboli legati al calice.

Una giara , che rappresentava l’emblema di un ordine fondato dal padre di Alfonso , Ferdinando , è scolpita alla base del balcone del Trionfo da cui il sovrano si affacciave sul cortile del castello . La Giara  rappresentava una delle più importanti onorificenze del Regno , ma anche una coppa che potrebbe rappresentare il sacro Graal .

Il balcone inoltre se rovesciato assume le sembianze di un grande calice ….. ma non basta … nella Sala dei Baroni , l’antica sala del Trono ,  si può assistere elle giornate più lunghe dell’anno ( solstizio d’estate ) , ad una misteriosa immagine. dei raggi di sole che penetrano dal finestrone più grande della stanza creano sul muro opposto , una sagoma che ricorda la forma di un  libro aperto che sale fino al centro della parete.

Un messaggio cifrato lasciato da re Alfonso ?

 

Sembra che spesso Alfonso indossò anche un’armatura decorata con il simbolo del calice .

I TEMPLARI

I cavalieri templari erano membri dell’ordine militare- religioso del Tempio di Salomone fondato nel 1119 a Gerusalemme da Ugo di Panys per la difesa dei luoghi santi e la salvaguardia dei numerosi pellegrini che visitavano Gerusalemme dopo la sua conquista avvenuta a conclusione della prima guerra crociata nell’anno 1099.
La maggior parte di coloro che vi avevano partecipato, cavalieri, nobili o semplici viandanti, fece ritorno in Europa, lasciando così sguarniti di uomini e di mezzi i fragili regni cristiani appena sorti in Terra santa; questi, circondati da nazioni ostili e potenti, si trovarono fin da subito in netto svantaggio e tutto faceva presagire una rapida riconquista araba del Santo Sepolcro.

Un gruppo di cavalieri scelse così di rimanere in Palestina per difendere dai predoni i pellegrini che continuavano ad affluire in Medio Oriente. Questi vivevano secondo la Regola di San Benedetto (castità, povertà e obbedienza), ma si dedicavano anche all’arte militare: li capitanava Ugo de Payns, futuro primo Maestro (o Gran Maestro) dell’Ordine Templare.

Le voci su di loro si sparsero, sia in Palestina che in Europa: per rispettare la regola di povertà, dormivano in camicia su di un materasso con un lenzuolo e una coperta.
Essi non dovevano inoltre mostrare particolare cura per il loro aspetto che spesso era trasandato poiché secondo la regola bisognava avere più cura dell’anima che del corpo; i Templari infatti non avevano paura di morire, la prospettiva di combattere nel nome di Dio significava certezza assoluta di raggiungere il Paradiso. Questa loro fede cieca nella guerra Santa gli dava un’inspiegabile forza nel combattimento.

La sveglia era all’alba e se il lavoro era stato faticoso veniva concessa un’ora di sonno in più, ma in cambio bisognava recitare tredici Padre Nostro a letto. Dovevano inoltre rispettare la regola di castità che era molto rigida.

Ogni cavaliere possedeva tre cavalli e uno scudiero ma nessuna decorazione di lusso per briglie, sella e speroni; possedeva inoltre armi semplici ma molto efficaci. La regola prevedeva inoltre il divieto della caccia tranne per il leone.
Il loro abbigliamento consisteva principalmente in mantelli bianchi immacolati nei quali era cucita una croce rossa che simboleggiava il loro ordine.

Il Re Baldovino di Gerusalemme concesse loro fin dall’inizio privilegi e sovvenzioni; anche il Papa Onorio II°, vinta un’iniziale diffidenza verso questi monaci guerrieri (in quanto dediti alla contemplazione così come alla violenza) scelse, grazie anche all’appoggio di San Bernardo, Abate di Clairvaux, di dare il suo benestare: riconobbe formalmente l’Ordine, e da quel momento i “Pauperes Milites Christi” ricevettero donazioni in denaro e in terre da ogni parte d’Europa.

Stabilito il loro quartier generale a Gerusalemme in prossimità dei resti della Spianata del Tempio di Salomone (da qui il nome), i Templari crebbero in numero e potere, giungendo a farsi carico della difesa dei regni latini d’Outremer.

Nel giro di pochi anni, in seguito alle generosissime donazioni, sorsero in tutta Europa le commende, ovvero case, monasteri, caserme, cimiteri e fattorie di proprietà dell’Ordine, presenti in ogni località degna di nota e soprattutto sulle vie dei pellegrinaggi.
Furono oltre che formidabili combattenti anche abili diplomatici riuscendo a stabilire rapporti bilaterali con i Turchi, con gli Arabi e persino con la potentissima setta sciita degli Assassini del Vecchio della Montagna (da cui riscuotevano una decima!). Possedevano inoltre una fitta rete di agenti segreti infiltrati sia nel mondo islamico che in Europa.

Alla fine del XII secolo la potenza dei Templari raggiunse il suo apice: divenuti un esercito d’élite, temutissimo dai Musulmani, ma soprattutto una vera e propria potenza politica ed economica in grado di rivaleggiare con nazioni come la Francia.
Il suo iniziale declino inizio’ quando nel secolo successivo incomincio’ a prestare forti somme di danaro al governo francese (che si indebitò fortemente nei loro confronti).

Alla fine del XIII secolo il XXIII° Maestro dell’Ordine, Jacques de Molay, trasferì il tesoro del Tempio da Cipro a Parigi, dove lui stesso si insediò. Fu l’inizio della rovina. La ricchezza e il potere dell’Ordine, col tempo, avevano incominciato a venire visti di malocchio dai potentati dell’epoca, che sentivano il loro potere personale sminuito dai molti privilegi del Tempio (si noti che dal 1139, grazie ad una Bolla Pontificia promulgata da Innocenzo III°, l’Ordine aveva diritto di riscuotere le decime nel proprio territorio, e nulla doveva in tasse al Re o al Pontefice; i Templari erano inoltre giudicabili solo da tribunali ecclesiastici…).

I templari erano troppo ricchi e potenti sopratutto in Francia dove invece il governo era sull’orlo della bancarotta ed i maggiori creditori erano proprio i cavalieri del tempio di Salomone.

In breve tempo la situazione precipitò: il Re di Francia Filippo il Bello (le cui casse erano fortemente indebitate con i templari) coadiuvato dal Primo Ministro Guglielmo di Nogaret, dopo un’astuta campagna denigratoria contro il Tempio fece arrestare nella notte di venerdì 13 Ottobre 1307 tutti i Templari presenti nel suo regno, e tra questi lo stesso Gran Maestro Molay con l’accusa, senza nessuna prova, di eresia, sodomia, demonismo e connivenza con gli infedeli. Dopo l’arresto e sotto tortura, alcuni di loro confessarono con la conseguenza che ben 54 Cavalieri vennero arsi vivi su un’isola della Senna.

Riuscendo a manipolare l’inizialmente riluttante Pontefice avignonese Clemente V (da lui appoggiato nell’elezione), Re Filippo estese l’arresto a tutta l’Europa.
Il Papa, infine nel 1312 ,sempre cedendo alle pressioni del Re di Francia con la bolla “Ad providam” decretò dopo un drammatico processo, ufficialmente lo scioglimento dell’ordine cui seguì la confisca di tutti i beni francesi da parte del re mentre quelli italiani vennero dispersi in ordini collaterali come quello di Malta.

L’inevitabile risultato fu la salita al rogo, acceso su di un’isoletta sulla Senna a Parigi, davanti alla Cattedrale di Notre-Dame il 19 Marzo del 1314, dell’ultimo Gran Maestro, Jacques deMolay, e di molti Notabili, tra cui il Gran Precettore di Normandia Charnais.

Filippo il Bello l’ebbe dunque vinta su tutti i fronti: riuscì a liberarsi dell’influenza politica e dai debiti monetari contratti con il Tempio, giungendo perfino a salvare la Francia dalla bancarotta rimpinguendo i forzieri del regno con il tesoro sottratto ai Cavalieri.

Pare che Jacques deMolay in punto di morte abbia scagliato una maledizione al Re Filippo e a Celestino V, che in effetti morirono poi entro l’anno, seguiti successivamente dal bieco Nogaret.

Piccoli gruppi di Templari, scampati all’arresto riuscirono comunque a scappare e vivere in clandestinità in Spagna, Scozia, Portogallo, Cipro, e forse nell’Europa orientale; molti di loro confluirono in massa in altre organizzazioni analoghe come i Cavalieri Teutonici o l’Ordine dell’Ospedale di San Giovanni (ovvero i Cavalieri di Malta, attivi ancor oggi, che incamerarono buona parte dei beni del Tempio e con i quali l’Ordine, pur collaborando nel corso di azioni belliche, era sempre stato in forte rivalità).

Secondo alcuni, una carretta di fieno avrebbe lasciato, poco prima dell’arresto di Jacques deMolay, e di molti Notabili, tra cui il Gran Precettore di Normandia Charnais la Commenda di Parigi, portando in salvo un non meglio precisato “tesoro”.

I Templari, dotati di oscure conoscenze in campo esoterico pare secondo molti che avrebbero proseguito in clandestinità a coltivare le arti magiche, tramandandole ai maghi rinascimentali e ai Rosacroce  e secondo altri la famosa Massoneria deriverebbe proprio dai Templari.

 

 

 

 

 

Mi piace concludere questo lunghissimi articolo per chi ha voglia e pazienza con il bellissimo ultimo dialogo tra Giordano Bruno  ed il suo discepolo Sagredo (che, pur a suo rischio e pericolo, sentì di andare a trovarlo per l’ultimo saluto, prima dell’esecuzione), così come riportato nel libro “La futura scienza di Giordano Bruno e la nascita dell’uomo nuovo” di Giuliana Conforto.

Un dialogo che mostra con quanta lucidità e consapevolezza Giordano Bruno seppur duramente provato dalla prigionia, non aveva perso la forza d’animo e la ragione delle sue idee . Egli era convinto  che solo  il suo martirio avrebbe finalmente aperto una breccia nel cuore di molti, significando un nuovo inizio per tutta l’umanità, verso la comprensione del mistero di Dio e della Creazione.
….Nell’angusto, buio e lungo corridoio delle carceri di Castel Sant’Angelo, si odono passi che segnano l’avvicinarsi di ospiti ai condannati prossimi all’esecuzione.
Con un forte rumore di chiavi si apre la pesante porta della cella ove è rinchiuso il condannato al rogo: Giordano Bruno; è lì, steso su un rude pagliericcio, mentre i suoi occhi lucidi, fermi e sereni si illuminano di gioia e di tenerezza alla vista dell’ospite.
«Sagredo, mio giovane amico!» esclama il grande filosofo.
I due si abbracciano; il guardiano esce in silenzio, richiudendo dietro di sé la porta della nuda e umida cella.
«Corri gravi rischi, figliolo. L’inquisizione non ha simpatia
per chi ha simpatia per gli eretici.»
«Maestro, non potevo non salutarvi.» Il giovane nasconde a stento l’emozione di trovarsi di fronte al grande saggio, ormai prossimo all’esecuzione della feroce sentenza.
«Sei un uomo ormai e il tuo coraggio comunque ti premierà.»
«Ho chiesto un permesso speciale al cardinale Bellarmino.
Si è dimostrato disponibile… Forse qualcosa sta cambiando…»
«Si, sta cambiando» conferma Bruno «anche grazie alla mia morte: la storia di questo mondo è segnata più dalla morte che dalla Vita.
La morte suscita paura, inquietudine, domande, tanto più se è illustre. Ciò mi rende sereno, amico mio, so di compiere il mio destino.»
«Maestro, ma non temete il fuoco che brucerà le vostre carni?»
«Si, Sagredo, ho paura; il mio corpo ha paura,»… riflette il «ma io so che non morirò… quando il mio corpo fisico morirà, io sarò lì; vedrò cadere il mio corpo, vedrò i volti trionfanti, attoniti e sgomenti dei miei persecutori…»
Malgrado le parole del maestro, il volto del giovane è triste e «Se io non vi avessi avvertito… dell’arresto di vostra figlia e della vostra amata, voi non sareste tornato a Venezia…» afferma, quasi per rimproverarsi.
«Sarei tornato comunque, prima o poi. Sì, la loro morte fu un segnale per me…» continua Bruno con lo sguardo rivolto verso l’infinito.
«Quanto teneramente e voluttuosamente ho amato quella donna… L’amore, Sagredo, è la forza più grande della Natura… è Vita, fusione dei corpi degli amanti…
Avvicinarmi a lei era sentire l’infinita dolcezza di Casa, del vero mondo, la dolce tenerezza che solo una donna intelligente e profonda sa dare e ricevere… Quanta illusione, quanta ignoranza…
L’uomo non è cattivo Sagredo, è solo infelice… è la sua piccola mente la causa della sua infelicità… Si sapevo che erano state prese e anche della loro condanna. La tua è stata solo una triste conferma. Quando il mio corpo brucerà, io sarò libero, Sagredo, libero di ricongiungermi a loro, abbracciarle… Non ti crucciare, amico mio……
Questo era il nostro destino, comune a tutti coloro che cercano la verità, bandita da un mondo che si regge sulla menzogna.
Verrà un giorno, Sagredo, che l’uomo si risveglierà dall’oblio e finalmente comprenderà chi è veramente e a chi ha ceduto le redini della sua esistenza, a una mente fallace, menzognera, che lo rende e lo tiene schiavo…
L’uomo non ha limiti e quando un giorno se ne renderà conto, sarà libero anche qui in questo mondo.»
Si volta e guarda il suo allievo quasi raggiante:
«Lo ha previsto da tempo immemorabile la Vita…»
«Maestro, ma perché questo destino crudele? Chi può aver voluto tutto questo?»
«Io stesso, Sagredo, ben prima di nascere in questa dimensione.
La morte ignea del corpo fisico è una purificazione profonda, è il battesimo del fuoco. In tanti abbiamo scelto questa morte, non solo come esempio ad un’umanità ottusa, meschina e crudele, ma anche per adempiere il compito che la Vita ci ha assegnato e che abbiamo accettato di buon grado… per Amore…
In fondo, anche se in modo inconsapevole, la Chiesa sta compiendo la nostra volontà.»
«Ma allora… il cardinale Bellarmino esegue la nostra volontà?»
«Bellarmino ora esegue la volontà della Chiesa, volta a conservare il potere; esegue però anche la Volontà vera, quella di una morte illustre che lasci traccia nella storia.
Anche gli uomini di Chiesa sono parte dell’Uno: la mia morte servirà per mostrare il vero potere, quello occulto, che si muove dietro tutte le Chiese e tutti i poteri del mondo.
In questo mondo illusorio, ove menzogna, bontà ipocrita e paura dominano, una morte illustre è più efficace di un’intera vita.
Le umane genti la ricordano. L’uomo che infligge morte è colui che più la teme; è un paradosso, ma chi procura la morte, cerca disperatamente di comprenderla, di penetrare la mente di Dio.»
«Bellarmino quindi… anche lui, è alla ricerca di Dio?»
«Certo, anche Bellarmino è un fratello.»
«Maestro, ma perché tutto questo, perché tutta questa sofferenza, queste atrocità, ingiustizie, dolori: fratelli che uccidono loro fratelli! Come può Bellarmino firmare ad animo leggero la sentenza della vostra morte?»
«Non lo ha fatto ad animo leggero, Sagredo. È stata per lui una decisione sofferta e penosa, ma non poteva fare altrimenti; avrebbe dovuto rinunciare all’abito che porta e ai credi che predica.
Egli non ha coscienza, non sente l’unità dell’infinito universo, non sa che la sua azione di oggi avrà per lui una reazione, in altra sua vita futura; questo vale anche per me e tutti coloro che hanno cercato invano di risvegliare l’umanità dall’inganno.
La terra è una dura scuola: ogni opera lascia una traccia, perché la giustizia vera esiste, figliuolo, anche se in questo mondo non appare.»
«La giustizia vera vuole la vostra morte?» Sagredo è tanto incredulo quanto ammirato della saggezza del suo maestro…
«La vogliamo noi stessi, Sagredo, non i nostri corpi transeunti, ma i veri Esseri immortali che siamo.
Che ci piaccia o no, siamo noi la causa di noi stessi. L’Essere non teme la morte, perché sa bene che non esiste. Nascendo in questo mondo, cadiamo nell’illusione dei sensi; crediamo a ciò che appare. Ignoriamo che siamo ciechi e sordi.
Allora ci assale la paura e dimentichiamo che siamo divini, che possiamo modificare il corso degli eventi, persino lo Zodiaco…
Siamo figli dell’unico vero sole che illumina i mondi.
Il dolore e la sofferenza non c’erano all’inizio della storia, ai tempi dell’antico Egitto che conservava ancora memoria delle gloriose e immortali origini.
Un giorno non lontano, una nuova era giungerà finalmente sulla Terra. La morte non esiste. La miseria, il dolore e le sue tante tragedie, sono il frutto della paura e dell’ignoranza di ciò che è la vera realtà.»
«Ma quanto tempo ancora sarà necessario?»
«Il tempo anche dipende da noi, Sagredo. Il tempo è l’intervallo tra il concepimento di un’idea e la sua manifestazione…
L’umanità ha concepito il germe dell’utopia e la gestazione procede verso il suo compimento inevitabile: il secolo passato è una tappa importante, che precede la nascita. Gli Esseri divini vegliano sulla gestazione della terra e alcuni nascono qui per aiutare gli umani a comprendere che la trasformazione dipende anche dal loro risveglio.»
«Anche voi, maestro, siete sceso qui per questo scopo?»
«Anch’io Sagredo, ma non sono il solo. C’è un folto gruppo di Esseri che sono scesi più volte nel corso della storia e si riconoscono nel grande Ermete, Socrate, Pitagora, Platone, Empedocle…
In questo secolo, Leonardo, Michelangelo, Shakespeare, Campanella, nomi noti, ma anche gente umile, semplici guaritrici, molte delle quali finite sul rogo…»
Giordano è commosso al ricordo dei tanti che l’hanno preceduto sulla via del patibolo.
Sagredo è profondamente colpito; è divenuto partecipe di una verità finora a lui sconosciuta. Giordano continua: «È il battesimo del fuoco che serve a trasmutare il corpo fisico e a manifestare i veri Esseri. La loro rivelazione ormai è inevitabile. Non so quando, ma so che in tanti siamo venuti in questo secolo per sviluppare arti e scienze, porre i semi della nuova cultura che fiorirà inattesa, improvvisa, proprio quando il potere si illuderà di aver vinto.»
Rumori di fondo fanno intendere che la visita deve volgere al termine. Il respiro di Sagredo si fa affannoso…
«Maestro, come posso ritrovarvi?»
«Guarda dentro di te, Sagredo, ascolta la tua voce interiore e ricorda che l’unico vero maestro è l’Essere che sussurra al tuo interno. Ascoltala: è la verità ed è dentro di te. Sei divino, non lo dimenticare mai.»
La porta della cella si apre e compare il guardiano; è il volto di un uomo apparentemente duro, ma che ha anche timore reverenziale di quell’uomo di cui si trova ad essere il carceriere. Non pronuncia alcuna parola ed attende con rispetto che il visitatore si allontani.
Giordano e Sagredo si alzano e si salutano, entrambi commossi.
«Non ci stiamo separando Sagredo, la separazione non esiste. Siamo tutti Uno, in eterno contatto con l’Anima Unica…»
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