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«È drammatico assai, per un novelliere, girare dopo mezzanotte: e trovare degli uomini che dormono sotto il porticato di San Francesco di Paola… dei bimbi e delle bimbe che dormono sugli scalini delle chiese di San Ferdinando, Santa Brigida, la Madonna delle Grazie…»

Poche righe sono riuscite a descrivere la Napoli di fine Ottocento con la stessa forza narrativa di Matilde Serao. La scrittrice raccontava una città segnata dalla povertà, dal sovraffollamento e dall’assenza di adeguate condizioni igieniche, una realtà che esplose drammaticamente con l’epidemia di colera del 1884. Fu proprio quella tragedia a dare avvio al grande Risanamento di Napoli, un progetto destinato a cambiare per sempre il volto della città. Tra i quartieri sacrificati in nome della modernizzazione vi fu il Rione Santa Brigida, oggi quasi completamente scomparso.

Nel cuore di Napoli, tra via Toledo, piazza Trieste e Trento, il Teatro San Carlo e piazza Municipio, sorgeva infatti un quartiere brulicante di vita. Un intreccio di vicoli, cortili, fondaci, locande e botteghe popolari che rappresentava uno dei nuclei più antichi e popolosi della città.

Il rione prendeva il nome dalla chiesa di Santa Brigida, edificata nel Seicento e dedicata alla santa svedese Brigida di Svezia. Attorno al complesso religioso si sviluppò un fitto tessuto urbano abitato da artigiani, commercianti, marinai, lavoratori del porto e famiglie popolari. La vicinanza al Palazzo Reale, al porto e alla vivace via Toledo faceva del quartiere un punto d’incontro tra la Napoli aristocratica e quella più autenticamente popolare.

Le antiche carte cittadine documentano l’evoluzione del rione. Nella pianta di Étienne Dupérac del 1566 la zona appare ancora poco edificata, mentre nella veduta di Alessandro Baratta del 1629 compaiono già gli edifici religiosi che caratterizzeranno il quartiere. È però la celebre Carta del Duca di Noja (1775) a restituire l’immagine più completa del Rione Santa Brigida, un dedalo di vicoli sviluppatosi lungo l’antica Strada di San Francesco, poi divenuta via Santa Brigida.

Secondo gli studi di Schiavone e Pepe, alla fine dell’Ottocento nel rione vivevano oltre 6.500 persone concentrate in appena 14.200 metri quadrati, una densità abitativa impressionante che ben rappresentava le difficili condizioni della Napoli dell’epoca. Le abitazioni erano spesso umide, prive di servizi essenziali e suddivise in piccoli alloggi dove convivevano numerose famiglie. I fondaci, costruzioni basse e malsane, costituivano uno dei simboli del degrado urbano denunciato da medici, amministratori e intellettuali.

Per comprendere le ragioni della trasformazione bisogna guardare alla situazione urbanistica della città. Napoli era rimasta sostanzialmente priva di un vero piano regolatore fin dai tempi del viceré don Pedro de Toledo, che nel Cinquecento aveva promosso la realizzazione di via Toledo e dei Quartieri Spagnoli. Soltanto durante il regno di Ferdinando II di Borbone furono avviati alcuni interventi di ammodernamento, ma senza affrontare in maniera organica il problema del sovraffollamento del centro storico.

L’epidemia di colera del 1884 rese evidente che non era più possibile rinviare un intervento radicale. Nel 1885 venne approvato il Piano di Risanamento, fortemente sostenuto dal sindaco Nicola Amore, dal ministro Stanislao Mancini e dal presidente del Consiglio Agostino Depretis. Il progetto, affidato all’ingegnere Adolfo Gianbarba, si ispirava alle grandi trasformazioni realizzate a Parigi dal barone Haussmann sotto Napoleone III.

L’obiettivo era duplice: migliorare le condizioni igienico-sanitarie della città e creare una moderna rete di collegamenti tra il porto, la stazione ferroviaria, il centro monumentale e i nuovi quartieri in espansione. Vennero così programmati gli sventramenti dei quartieri Mercato, Porto, Pendino e Vicaria, la costruzione del Corso Umberto I e numerosi interventi viari che modificarono profondamente l’assetto urbano.

Anche il Rione Santa Brigida entrò in questo vasto progetto di trasformazione. Già nel 1871 l’impresa Alvino-Giura aveva avviato alcuni interventi edilizi nell’area di piazza Municipio, ma fu soltanto tra il 1887 e il 1890 che il quartiere venne definitivamente demolito. L’area compresa tra via Toledo, largo del Castello, via Santa Brigida e piazza Trieste e Trento fu completamente ridisegnata.

Il progetto definitivo prevedeva la costruzione di una grande galleria coperta che collegasse i principali assi della città moderna. Dopo l’abbandono delle proposte presentate da Alfredo Cottrau ed Emanuele Rocco, prevalse il progetto dell’architetto Paolo Boubée, che immaginò un elegante edificio a croce greca coperto da una monumentale struttura in ferro e vetro, ispirata alla Galleria Vittorio Emanuele II di Milano ma dotata di una propria originalità architettonica.

La costruzione della Galleria Umberto I, inaugurata nel 1892 e dedicata al sovrano d’Italia, divenne il simbolo della rinascita urbana della città. In appena tre anni sorse uno dei più importanti esempi europei di architettura in ferro e vetro, accompagnato dalla realizzazione di una moderna rete fognaria e da nuovi edifici destinati alla borghesia cittadina.

Di tutto il Rione Santa Brigida sopravvissero soltanto pochi elementi. La chiesa di Santa Brigida e quella di San Ferdinando furono risparmiate dalla demolizione, pur rimanendo inglobate nel nuovo assetto urbanistico. Scomparvero invece vicoli, cortili, abitazioni, locande e botteghe che per oltre due secoli avevano costituito l’identità del quartiere.

La scomparsa del Rione Santa Brigida rappresenta ancora oggi uno degli episodi più emblematici del rapporto, spesso difficile, tra conservazione della memoria e progresso urbano. Se da un lato il Risanamento migliorò sensibilmente le condizioni igieniche della città e restituì a Napoli un’immagine moderna e monumentale, dall’altro cancellò un patrimonio fatto di relazioni sociali, architetture spontanee e vita quotidiana.

Chi oggi attraversa la Galleria Umberto I difficilmente immagina che sotto i suoi eleganti pavimenti si estendesse uno dei quartieri più popolosi della Napoli antica. Soltanto osservando la chiesa di Santa Brigida, consultando le mappe storiche o confrontando le fotografie precedenti al Risanamento è possibile ricostruire idealmente la geografia di quel mondo scomparso.

Il Rione Santa Brigida continua così a vivere soprattutto nella memoria della città, nelle pagine di Matilde Serao e negli studi dedicati alla storia urbana di Napoli. La sua vicenda ricorda come ogni trasformazione urbanistica comporti inevitabilmente una perdita: accanto alle nuove strade, ai palazzi e ai monumenti, scompaiono spesso luoghi, volti e storie che costituiscono l’anima più autentica di una città.

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