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Ci sono serate che appartengono soltanto a Napoli.
Una di queste è il 15 luglio, quando in Piazza del Carmine cala il buio e tutta Piazza del Carmine cambia volto.
Migliaia di lampadine multicolori abbelliscono la facciata della storica chiesa del Carmine ed una folla enorme di variopinte persone popolano la piazza per per assistere ad una delle feste simbolo della storia napoletana : l’incendio del Campanile della Basilica .
Un incredibile meraviglioso spettacolo che almeno una volta ognuno di noi nella vita, deve vivere.

Da ogni parte della città la gente si dirige verso Piazza del Carmine.
Arrivano famiglie con bambini per mano, anziani che questa festa la conoscono da una vita, ragazzi che la vivono per la prima volta,
C’è chi stringe tra le mani lo scapolare della Madonna del Carmine.
Chi entra in Basilica per una preghiera o semplicemente accendere una candela
Una madre prende il figlio per mano.
«Prima salutiamo la Madonna… poi andiamo a vedere i fuochi.»
Il bambino annuisce senza sapere che quel gesto si ripete, quasi identico, da generazioni.
Intanto la piazza continua a riempirsi. Le bancarelle riempiono la piazza.
L’odore delle graffe appena fritte si mescola a quello delle nocciole tostate, dello zucchero filato, dei torroni e del melone rosso ghiacciato, l’indiscusso re della festa.
Tra io vociare della folla si notano fotografi, e sopratutto tanti turisti che ignorano di trovarsi in uno dei luoghi più carichi di storia e di memoria di Napoli.
I più anziani ed esperti della festa li riconosci i subito .. sono quelli che cercano il posto migliore per assistere allo spettacolo della sera.
Intanto la piazza continua a riempirs
Le luminarie intanto cominciano ad accendersi una dopo l’altra. Migliaia di piccole luci colorate trasformano la facciata della Basilica in un ricamo luminoso.
Qualcuno si ferma soltanto per contemplarla.
I più piccoli, invece, guardano soltanto lui.
Il campanile.
È impossibile non guardarlo.
Con i suoi settantacinque metri di altezza è il campanile più alto di Napoli e da secoli domina la piazza con la sua inconfondibile cuspide rivestita di maioliche, realizzata da fra Giuseppe Nuvolo, il frate architetto che seppe trasformare il cotto e la ceramica in una delle firme più riconoscibili della città.
Ogni napoletano lo riconosce anche da lontano.
Eppure pochi napoletani conoscono una storia che lo riguarda.
Si racconta che per fondere le sue cinque grandi campane fu necessario il lavoro di cento galeotti.
Cento uomini in catene.
Si racconta addirittura che il governo di Murat voleva requisirle per coniare moneta, ma alcuni possidenti della zona le fecero lasciare al loro posto e sborsarono la somma corrispondente.
Le campane di Sant’ Alberto, Sant’Angelo Martire, Santa Barbara, Santa Maria Maddalena dei Pazzi e Santa Maria del Carmine, sono
lassù, da secoli, e vegliano sulla città.
Questa sera, però, sembrano aspettare anche loro . Come aspettano tutti.
Qui nessuno ha fretta.
Ci si incontra.
Ci si saluta.
Ci si ferma a parlare.
Un anziano indica il campanile al nipote.
«Vedrai… quando prenderà fuoco.»
Il bambino spalanca gli occhi.
«Davvero brucia?»
L’uomo sorride.
«Aspetta e vedrai.»
Le bancarelle sono ormai circondate dalla folla.
I bambini stringono tra le mani palloncini colorati.
Qualcuno indica il campanile.
Qualcun altro controlla l’orologio.
«Manca poco.»
È una frase che passa di bocca in bocca.
Manca poco ai fuochi.
Manca poco all’incendio del campanile.
Ad un certo punto tutto si ferma, le luci vengono spente, la folla attende in un silenzio che sembra innaturale.
E’ il momento culminante: migliaia di occhi si alzano verso il campanile.
All’improvviso le luci si spengono e da un silenzio che per qualche istante sembra irreale, nel buio un piccolo razzo attraversa il cielo.corre
veloce fino a raggiungere la cima del campanile.. In pochi secondi la grande torre sembra incendiarsi e in istante dopo le campane suonano a distesa.
E’ uno degli spettacoli più emozionanti della tradizione napoletana.
Per qualche minuto sembra davvero che le fiamme lo stiano divorando.
Piogge di di fuoco colorato, cascate di decine di centinaia di bengala, e lampi di scintille provenienti da suggestivi fuochi d’artificio gestiti dai migliori mastri pirotecnici di Napoli, simulano l’incendio del campanile avvolgendo il campanile in una cascata di luce e mentre l’incendio divampa … l’urlo della folla saluta l’apparizione della vergine del Carmelo, che corre verso il campanile, e ha la meglio sull’incendio!
Secondo un’antica tradizione è lei a vincere simbolicamente il fuoco e a salvare il suo campanile.
Grazie a lei le fiamme si spengono ed il campanile riappare dopo qualche minuto perfettamente intatto .
La piazza esplode in un lungo applauso.
Le luci si riaccendono … e la festa continua.
Il campanile è salvo e le gente puo’ lentamente riprendere a camminare tra le bancarelle.
La città da secoli, continua a custodire la propria memoria.
Ma ora dite la verità … vi siete mai chiesti dove nasce davvero questo singolare incendio?
La risposta è molto più difficile di quanto vi aspettate, perche dietro quel fuoco esiste una storia molto più complessa di quanto spesso venga raccontato.
Per comprenderla è necessario innanzitutto chiarire un equivoco piuttosto diffuso: quello della Battaglia della Goletta . Molti infatti collegano questa antica tradizionele festa a quella battaglia del 1574, dove una grande spedizione ottomana riconquistò la Goletta e Tunisi, sconfiggendo definitivamente le guarnigioni della Monarchia Spagnola.
Ma la festa del Carmine intendeva celebrare tutt’altro. Sarebbe perciò storicamente incoerente parlare del 1574 come di una vittoria cristiana commemorata dalla festa.
La Goletta, oggi La Goulette, è il porto che controlla l’accesso alla città di Tunisi. Nel Cinquecento costituiva uno dei punti strategici più importanti del Mediterraneo: impadronirsene significava controllare la capitale tunisina e una parte decisiva delle rotte tra l’Europa, l’Africa settentrionale e il Levante.
Nel 1534 Tunisi era stata conquistata da Khayr al-Din, conosciuto in Europa come Barbarossa, celebre corsaro e ammiraglio al servizio del sultano ottomano Solimano il Magnifico.
La presenza di Barbarossa a Tunisi rappresentava una grave minaccia per le coste e i traffici della Monarchia asburgica. Carlo V organizzò quindi una grande spedizione militare, alla quale parteciparono uomini, navi e risorse provenienti dai numerosi territori sottoposti alla sua Corona, compreso il Regno di Napoli.
La flotta imperiale partì nella primavera del 1535. Dopo lo sbarco sulle coste tunisine, le truppe di Carlo V assediarono la Goletta, difesa dalle forze di Barbarossa. La fortezza fu sottoposta a un intenso bombardamento e venne conquistata il 14 luglio 1535. Pochi giorni dopo, anche Tunisi cadde nelle mani dell’esercito imperiale.
Barbarossa riuscì a fuggire, mentre Carlo V ristabilì sul trono il sovrano hafside Mulay Hasan, obbligandolo a riconoscere la supremazia imperiale e a consentire la presenza di una guarnigione spagnola nella Goletta.
Fu una vittoria celebrata con grande solennità in tutta la Monarchia. Lo stesso Carlo V, rientrando dall’Africa, giunse nel Regno di Napoli accompagnato dalla fama dell’impresa compiuta a Tunisi e alla Goletta. Le cerimonie pubbliche organizzate in suo onore presentarono quella spedizione come un trionfo cristiano e imperiale sul nemico ottomano.
È dunque alla conquista del 1535, non alla battaglia del 1574, che deve essere ricondotta la tradizione napoletana.
Carlo V teneva molto a cuore questa sua vittoria e la memoria della sua spedizione si inserì perfettamente in una città che, durante il viceregno spagnolo, faceva largo uso di feste pubbliche, apparati effimeri, battaglie simulate e rappresentazioni militari.
Secondo la tradizione storica napoletana, nei giorni della festa del Carmine veniva costruito in Piazza Mercato un fortino di legno. Due gruppi di popolani ne mettevano in scena l’assalto e la difesa, rappresentando lo scontro tra cristiani e musulmani. Alla fine il fortino veniva conquistato e incendiato. Possiamo quindi affermare che il fortino veniva tradizionalmente identificato con la Goletta e il conseguente effetto scenico era niente altro che la celebrazione di quella vittoria cristiana .
L’edificio scenico sarebbe quindi stato una riproduzione simbolica della Goletta.
N.B. Il collegamento è riportato da numerosi testi moderni e da fonti istituzionali dedicate al patrimonio tradizionale napoletano. Anche la documentazione del Comune di Napoli descrive la festa come memoria della vittoria cristiana alla Goletta e ricorda l’antica usanza di costruire e incendiare un castelletto.
Con il tempo e per un lungo periodo , da allora , il fortino, le battaglie simulate, i fuochi d’artificio e le celebrazioni religiose iniziarono a convivere dando luogo ad una tradizione molto antica. Nel 1781 lo spettacolo provocò addirittura anche un vero incendio, che danneggiò gravemente gli edifici della vicina Piazza Mercato e contribuì alla successiva ricostruzione architettonica della piazza progettata da Francesco Sicuro.
Da allora la festa venne spostata da luogo pricipale ed il campanile divenne il centro visivo della festa e il fuoco simbolico venne concentrato sulla torre.
Nel Seicento la simulazione militare era ormai entrata profondamente nella vita dei quartieri popolari.
I partecipanti alla battaglia erano organizzati in squadre. Una di queste era chiamata degli “Alarbi”, termine con cui si indicavano gli Arabi o, più genericamente, i combattenti musulmani. Erano soprattutto giovani e ragazzi del popolo, armati per la rappresentazione con bastoni, canne, spade finte e talvolta vere armi da fuoco.
Fu proprio questa organizzazione festiva a intrecciarsi con uno degli avvenimenti decisivi della storia di Napoli.
Nel luglio del 1647 il frate carmelitano Savino Boccardo affidò a Masaniello un ruolo di comando nella compagnia degli Alarbi. Il giovane pescivendolo disponeva così di un gruppo già organizzato, abituato a muoversi compatto durante la rappresentazione del fortino.
Il 7 luglio, mentre la città era agitata dalla protesta contro le nuove imposte sui generi alimentari, quell’energia collettiva smise di essere un gioco. Gli uomini e i ragazzi che si preparavano alla festa divennero una delle forze iniziali della rivolta.
Non si deve naturalmente ridurre l’insurrezione di Masaniello a una conseguenza della festa. Le sue cause erano politiche, economiche e sociali: la pressione fiscale, la miseria, la crisi annonaria e l’insofferenza nei confronti del governo vicereale.
La festa fornì però qualcosa di importante: un’occasione di riunione, una struttura di comando e un linguaggio militare condiviso dal popolo.
N.B.Una versione molto diffusa sostiene che, dopo la rivolta di Masaniello, le autorità spagnole avrebbero proibito la battaglia del fortino perché temevano che un’altra rappresentazione armata potesse trasformarsi in una nuova insurrezione. L’incendio sarebbe stato allora trasferito simbolicamente sul campanile della Basilica.
Masaniello morì il 16 luglio 1647, proprio nel giorno della Madonna del Carmine, all’interno del complesso carmelitano. Da quel momento la festa, la Basilica e la memoria della rivolta sarebbero rimaste inseparabili.
Ovviamente con il pssare del tempo la tradizione purtroppo ha cambiato significato
L’attuale incendio del campanile non è la semplice riproduzione di una battaglia del Cinquecento.
Nel corso dei secoli il significato militare si è progressivamente attenuato, mentre è cresciuta la dimensione religiosa e comunitaria. Il fuoco non ricorda più soltanto la conquista di una fortezza lontana. È diventato il segno visibile di una festa che unisce la Basilica, il quartiere e la città intorno alla Madonna Bruna.
Anche la spettacolare conclusione, nella quale l’incendio viene simbolicamente domato sotto lo sguardo della Vergine, appartiene a questa rielaborazione religiosa della tradizione.
Il 15 luglio è la sera della festa esterna e dell’incendio del campanile. Il giorno seguente, 16 luglio, si celebra la solennità liturgica della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo. I programmi ufficiali distinguono chiaramente questi due momenti: la rappresentazione pirotecnica nella vigilia e le celebrazioni religiose nel giorno della Madonna.
Retsa conunque un dato certo :lLa vittoria militare alla quale si richiama la tradizione è la conquista della Goletta e di Tunisi compiuta da Carlo V nel 1535, non la riconquista ottomana del 1574 e la perdita definitiva di Tunisi da parte della Monarchia Spagnola.
Questo non diminuisce il valore della festa.
Al contrario, ci permette di comprenderla meglio. La Festa del Carmine non è la fotografia immobile di un avvenimento del 1535. È il risultato di quasi cinque secoli di storia, durante i quali la memoria imperiale di Carlo V, le rappresentazioni militari del popolo, la rivolta di Masaniello, la devozione alla Madonna Bruna e la cultura pirotecnica napoletana si sono sovrapposte fino a diventare un unico rito.
Quando il campanile sembra prendere fuoco, Napoli non celebra più una guerra contro un nemico lontano.
Celebra la propria memoria, conserva il proprio passato e lo trasmette, trasformato, alle generazioni successive.



