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Quattro secoli fa, quel largo Mercatello  era scovolto da un terribile morbo. La gente terrorizzata vagava  senza meta per quella è ormai una città fantasma. I corpi di persone morte perchè  infettati dalla peste comparivano  ammassati e  accumulati nel grande spazio un tempo riservato al mercato . La città attraversava  uno dei periodi più tristi della sua storia.  Il caldo asfissiante del mese di luglio accentuava la puzza del tanfo emanato dai corpi in putrefazione  In città le botteghe  da mesi erano chiuse,   gli alimenti scarseggiarono , il porto isolato e le campagne abbandonate. I bambini, rimasti orfani e senza assistenza, apparivano  abbandonati al loro destino fatto di poche speranze di sopravvivenza.

In quella che anni dopo assunse il nome di Piazza Dante , oltra a cadaveri ammassati si intravedevano carri che trasportano cadaveri coperti da teli ,e qualche residuo religioso  che con coraggio assisteva  gli ammalati.

La peste aveva insomma  trasformato Napoli in una città irriconoscibile. Molte  strade erano diventate  silenziose e il timore del contagio era ormai  entrato in ogni casa.

E proprio in una di quelle case, un uomo gravemente ammalato comprende che il tempo gli stava sfuggendo. Fuori le campane suonano senza sosta, le strade di Napoli sono quasi deserte, le  finestre restano chiuse per paura della peste. Quell’uomosentendo  le forze venir meno, sente che il tempo sta finendo. Sente la  morte avvicinarsi e  decide a quel punto di voler mettere ordine nelle sue ultime volontà. Chiede carta, calamaio e un notaio.

Era  il 14 luglio 1656 e quell’uomo si chiamave  Aniello Falcone.

Quel testamento è l’ultima testimonianza certa che possediamo della sua vita. Dopo quel giorno il suo nome scompare dagli archivi. Per questo gli storici ritengono che sia morto poco tempo dopo, quasi certamente vittima della terribile epidemia di peste che in quell’anno decimò la popolazione napoletana.

Fu una fine silenziosa. Quasi in contrasto con la vita dell’uomo che aveva dipinto il fragore delle battaglie come nessun altro. Quel pittore aveva infatti trascorso tutta la vita a rappresentare il fragore delle battaglie, il galoppo dei cavalli, il bagliore delle armature e il caos dello scontro. Nessuno, nella Napoli del Seicento, seppe raccontare la guerra con una forza narrativa pari alla sua.

Non a caso Bernardo De Dominici, il grande biografo degli artisti napoletani, lo avrebbe ricordato con un appellativo destinato a renderlo immortale: «l’Oracolo delle Battaglie»

Ma, a dire il vero,  Aniello Falcone sarebbe ingiustamente ricordato se lo si considerasse soltanto un pittore di guerre.

Nato a Napoli il 15 novembre 1607, figlio del pittore e doratore Vincenzo Falcone, crebbe in una città che nei primi decenni del Seicento era uno dei più straordinari laboratori artistici d’Europa. Da pochi anni Caravaggio aveva rivoluzionato la pittura con il suo realismo potente e con la sua eredità, continuava a trasformare la pittura in città, mentre lo spagnolo Jusepe de Ribera dominava la scena napoletana con il suo naturalismo intenso e drammatico fatto di chiaroscuri intensi e  volti segnati dalla vita.

Falcone seppe osservare quei grandi maestri senza mai diventarne un semplice imitatore. Assimilò quella lezione senza diventarne un semplice seguace. Costruì uno stile personale, capace di fondere il realismo caravaggesco con una straordinaria sensibilità narrativa. Un  linguaggio personale, nel quale il naturalismo caravaggesco si univa a una sorprendente capacità narrativa. Nelle sue tele ogni figura sembra respirare, ogni cavallo è colto nell’istante dello slancio, ogni gesto racconta una storia.Tutto sembra muoversi: uomini, cavalli, polvere, lance e bandiere. Le sue battaglie non raccontano soltanto uno scontro. Raccontano il caos, il coraggio, la paura e il destino degli uomini.

Fu proprio questa straordinaria capacità a renderlo celebre anche fuori dal Regno di Napoli. Il suo talento superò presto i confini del Regno di Napoli.

Il grande mercante fiammingo Gaspar Roomer, uno dei più importanti collezionisti del seicento , intuì il valore del pittore napoletano e contribuì a diffonderne le opere nelle grandi collezioni europee. Egli a suo tempo acquistò  infati numerose sue opere contribuendo a far conoscere il suo nome nelle corti europee.Arrivarono così prestigiose commissioni, tra cui persino  quelle destinate al la corte del re Filippo IV di Spagna , che gli affidò importanti commissioni destinate al Palazzo del Buen Retiro di Madrid. Per un artista nato nei vicoli della capitale del Viceregno era un riconoscimento straordinario.

Ma Aniello Falcone non dipinse soltanto battaglie.

Chi osserva con attenzione il suo Riposo durante la fuga in Egitto, oggi conservato nel Museo Diocesano di Napoli, scopre un pittore capace di una sorprendente delicatezza. In questo dipinto la violenza lascia spazio alla quiete, la tensione al silenzio, la forza alla poesia. È la dimostrazione di quanto fosse riduttivo considerarlo soltanto uno specialista delle scene militari. Negli anni maturi la sua pittura assorbì suggestioni che andavano dalla tradizione veneta fino al classicismo di Nicolas Poussin, raggiungendo un equilibrio che la critica moderna considera tra i vertici della pittura napoletana del Seicento.

Molti ricordano anche un episodio legato al suo nome.

Secondo il racconto di Bernardo De Dominici, durante la rivolta del 1647 Falcone avrebbe fondato insieme ad alcuni amici e allievi, tra cui Salvator Rosa e Carlo Coppola, la celebre Compagnia della Morte, decisa a vendicare l’assassinio di un giovane pittore da parte dei soldati spagnoli. È una pagina entrata nell’immaginario napoletano, anche se gli studiosi moderni invitano a distinguere la tradizione dalle poche testimonianze documentarie giunte fino a noi.

Ciò che invece appartiene con certezza alla storia sono le opere che ancora oggi parlano di lui.

Dal Museo di Capodimonte al Louvre, dal Prado alle chiese di Napoli, i suoi dipinti continuano a raccontare il talento di un artista che riuscì a trasformare il movimento in pittura. Roberto Longhi vide nella sua arte una forza espressiva degna di Diego Velázquez; studiosi contemporanei come Pierluigi Leone de Castris hanno mostrato come Falcone sia stato uno degli interpreti più originali del cosiddetto “secolo d’oro” della pittura napoletana.

Ma pochi sanno in città che  Aniello Falcone possiamo conoscerlo anche solo  passeggiando per Napoli.

Ma non pigliandoci uno sprtz o un Gin in quella stada a lui dedicata al vomero oggi purtroppo  trasformatasi in luogo di movida.

M recandovi nella chiesa di San Giorgio Maggiore, lungo via Duomo,dove sopravvivono conservati  preziosi affreschi attribuiti alla sua mano;.importanti testimonianze della sua pittura ad affresco e del suo talento , appaiono visibili anche nella sacrestia del Gesù Nuovo, una delle chiese simbolo della città.

Sono queste  tracce spesso ignorate dai visitatori, ma raccontano quanto Falcone fosse stimato dai suoi contemporanei anche come autore di grandi imprese decorative, e non soltanto come pittore di tele destinate ai collezionisti

Sono opere che pochi napoletano conoscono e spesso  attraversano senza sapere di trovarsi davanti ai colori di uno dei maggiori protagonisti del Seicento napoletano. E forse è proprio questa la grandezza di Napoli: custodire capolavori straordinari nella quotidianità, lasciando che siano le chiese, più che i musei, a raccontare la storia dei suoi artisti.

 

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