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L’11 luglio, celebriamo la nascita a Napoli di un artista destinato a cambiare per sempre il modo di guardare il paesaggio: Giacinto Gigante, il più grande interprete della Scuola di Posillipo e uno dei protagonisti assoluti della pittura italiana dell’Ottocento.
Nato nella nostra città, nel 1770, alla rampa di S. Antonio a Posillipo il piccolo Giacinto crebbe in un ambiente artistico dove il disegno faceva parte della vita quotidiana.
Suo padre Gaetano ( figlio di un pescatore ) era infatti un pittore specializzato nella tecnica dell’affresco . Egli si era artisticamente formato nella bottega di Giacinto Diana, maestro al quale era fortemente legato al punto di dare il suo nome al più famoso dei suoi figli.
Figlio d’arte e dotato sin da piccolo di un talento straordinario ( già a 12 anni dipingeva paesaggi e ritratti), il nostro Giacinto, ebbe quindi la fortuna di vivere i suoi primi anni di vita in un ambiente fortemente artistico respirando ogni giorno arte e pittura .
Formatosi inizialmente sotto la guida del padre grazie a questo ambiente artistico che lo circondava egli ebbe modo di entrare in contatto con i vari personaggi he caratterizzarono la Scuola di Posillipo.

Nel 1820 iniziò a frequentare l’atelier di JacobWilhelm Huber, accademico e paesaggista tedesco, che lo indirizzò all’all’uso dell’acquerello, dell’acquatinta e della camera ottica, strumenti che gli permisero di sviluppare una straordinaria precisione nel disegno.
Questa particolare tecnica gli consentiva una riproduzione ad incisione di molteplici esemplari, poi ritoccati con l’acquerello. Grazie a questa esperienza formativa il pittore poté essere da lì a breve impiegato dal Reale Officio Topografico come disegnatore di mappe, usando in maniera sperimentale la litografia, .
In questo periodo per ottemperare allo svolgimento dei numerosi incarichi richiestigli dall’Officio, per studiare il paesaggio direttamente dal vero, compì numerose ricognizioni nei dintorni di Capri e Ischia, da cui trasse disegni conservati presso i musei napoletani di Capodimonte e San Martino.
Nel 1821, dopo la partenza del maestro Huber da Napoli, Giacinto divenne allievo di Anton Sminck van Pitloo, artista olandese che giunto a Napoli nei primi decenni dell’Ottocento, rivoluzionò la pittura di paesaggio: niente più scenografie costruite in studio, ma natura osservata dal vero, all’aria aperta.
Da lui , il nostro Giacinto Gigante apprese la pennellata libera e il modo di trasformare un frammento di realtà in un’emozione senza tempo.

Intorno all’atelier di van Pitloo, nacque la cosiddetta Scuola di Posillipo , alla quale
appartennero numerosi giovani artisti destinati a diventare fautori di una rinnovata fortuna della pittura di paesaggio, di cui i più significativi furono: Achille Vianelli, Gabriele Smargiassi, Teodoro Duclère, Salvatore Fergola, oltre che ovviamente anche lo stesso Giacinto Gigante che come molti altri seguaci della scuola , fu uno tra i rappresentanti della sua famiglia che frequentarono e sostennero le attività a Posillipo. Gli entusiasmi artistici avevano infatti contagiato interi nuclei familiari, come I “Carelli” con il padre Raffaele e i tre figli Consalvo, Gabriele e Achille, i “Fergola”, con il capostipite Luigi, i due figli Salvatore e Alessandro, e Francesco, figlio di Salvatore; i “Witting” con Teodoro, incisore, e suo figlio Gustavo e appunto i “Gigante” con Gaetano, padre di Giacinto che diventerà capostipite artistico di una famiglia di artisti.( I figli Giacinto , Achille. Ercole ed Emilia ) .
Tra gli allievi più brillanti di Pitloo e della scuola pittorica , emerse ben presto Giacinto Gigante.
Alla morte di Pitloo, avvenuta nel 1837, per un’epidemia di colera, fu proprio lui a raccoglierne l’eredità, diventando il principale interprete e il punto di riferimento della Scuola di Posillipo. Con i suoi straordinari acquerelli portò questa esperienza artistica al suo massimo splendore, contribuendo a far conoscere in tutta Europa la luce e i paesaggi di Napoli.
Grazie alla presenza a Napoli in quel periodo del più importante paesaggista inglese del tempo . William Turner, che egli ebbe modo di conoscere durante il suo soggiorno in città . Il nostro artista ebbe modo di affinare quello umori romantici, rivolti a una libera interpretazione della natura poi trasfusi nella formazione scolastica agli allievi di Posillipo.
Trasferitosi , dopo la morte di Pitloo, nella sua casa in Vico Vasto a Chiaia. , ricevette nel 1848
dalla corte reale la commissione di disegni con vedute di Gaeta.
Osservatore instancabile della natura, il grande Giacinto Gigante , dipingeva spesso all’aria aperta per cogliere le continue variazioni della luce.
Mentre molti pittori continuavano a cercare la perfezione tra colonne, palazzi e figure solenni, lui sembrava disinteressarsene. Preferiva aspettare che una nuvola coprisse per pochi secondi Castel dell’Ovo, che il sole accarezzasse una terrazza del Vomero o che una barca rompesse il riflesso del cielo nel mare.

Con la sua speciale tecnica dell’acquerello , nella quale eccelleva, diede nuovo impulso alla pittura di paesaggio napoletana:amplificando con la sua produzione artistica lo stupore visivo con effetti cromatici di rara, delicata, lucente, quasi liquida bellezza.

Tra il 1829 e il 1832 Giacinto si occupò molto di grafica (partecipò al lavoro del “viaggio pittorico nel Regno Delle Due Sicilie”) e strinse amicizia con il pittore russo Scendrin grazie al quale entrò in contatto con ambienti dell’ambasciata russa e dell’aristocrazia napoletana.
La grande considerazione in cui era tenuto a corte , lo portò ad avere nel 1851 l’incarico di professore onorario dell’Accademia di Belle Arti di Napoli e di insegnante delle principesse reali, un importante compito istituzionale che lo portò
a conseguire una brillante carriera che tocco i suoi apici nel 1867 e nel 1869, all’Esposizione Universale di Parigi.
Negli anni ’60, infatti su commissione di Vittorio Emanuele II realizzò il dipinto “Cappella di S. Gennaro al Duomo durante il miracolo del sangue”.  Il dipinto fu inviato nel 1867 all’Esposizione Universale di Parigi.

Giacinto Gigante morì a Napoli il 29 novembre 1876, lasciando dietro di sé quel modo di dipingere la natura che non era mai uguale a se stesso.

Osservatore instancabile della natura, il grande maestro, amava dipingeva spesso all’aria aperta per cogliere le continue variazioni della luce del nostro amato golfo .

Con il passare degli anni altri artisti iniziarono a seguirlo. Non perché imitassero il suo tratto, ma perché avevano compreso la sua intuizione: Napoli non era bella soltanto per i suoi monumenti.
Era bella per ciò che accadeva tra un monumento e l’altro … tra un castello , un palazzo, una chiesa , una collina o il Vesuvio .
Molto tempo dopo arrivarono anche viaggiatori inglesi, scrittori, studiosi e critici d’arte. Restavano incantati davanti ai suoi fogli. Si domandavano come fosse possibile che poche pennellate riuscissero a restituire il vento, l’umidità del mare, il calore di un pomeriggio d’estate…. carpire la mutevolezza della luce, legata aell’atmosfera del momento e poi
trasformare un frammento di realtà in un’emozione senza tempo.
Le sue opere oggi esposte alla Galleria dell’Accademia di Napoli, alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, alla Galleria d’Italia a Napoli e al Museo Nazionale di Capodimonte, hanno tutte la capacità di emozionarci.
Forse perché non raccontano soltanto la Napoli dell’Ottocento.
Esse raccontano di una città viva, che cambia volto ogni volta che cambia la luce.
E firse e’ proprio questo che lo ha reso immortale .
Il suo capolavoro più grande non fu infatti solo quello insegnarci a guardare Napoli.
Fu quello di insegnarci che la sua vera bellezza non è fatta di pietra, ma di luce.

 

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