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Il 7 maggi dell’anno 1676, nasceva ad Ischitella presso Foggia, uno degli intellettuali più coraggiosi e controversi legati alla storia di Napoli.
A soli 18 anni si trasferì nella capitale del Regno per studiare giurisprudenza. Ma Napoli, all’epoca, non era solo una città: era un crocevia di idee, tensioni e poteri fortissimi. Ed è proprio lì che Giannone si forma, non solo come avvocato, ma come pensatore libero.
Grazie alla sua vivacità intellettuale, frequentava i salotti più vivaci della città, in particolare quello del giurista Nicola Caravita, nel quartiere dei Vergini. Un luogo considerato dalla Chiesa un vero “covo pericoloso”, frequentato anche da menti straordinarie come Giambattista Vico, Costantino Grimaldi, Nicola Capasso, Gregorio Caloprese, ed i medici Nicola Cirillo e Luca Antonio Porzio.
Qui si discuteva di libertà, diritto e potere … e quì nasceva anche una Napoli diversa: critica, moderna, inquieta.
In quegli anni Giannone venne profondamente influenzato nella sua formazione di storico, filosofo e celebre avvocato del foro di Napoli, da figure come Gaetano Argento, uno dei più importanti giuristi del tempo. Ed è proprio in questo ambiente che matura l’idea dell’opera che gli cambierà la vita.
Nel 1723 infatti pubblico’ la sua opera più famosa: Istoria civile del Regno di Napoli.Questa non era solo un libro di storia. Era un’accusa alla chiesa cattolica ed al suo potere che in quel periodo esercitava.
Giannone nell’opera sosteneva , con lucidità e coraggio, che il ritardo del Mezzogiorno era legato alla sottomissione del Regno al potere della Chiesa. Un tema esplosivo, in un’epoca in cui criticare il papato significava mettersi contro uno dei poteri più forti d’Europa.
Sulle prime l’opera di Giannone sembrò suscitare apprezzamento, a tal punto che gli Eletti, riuniti in consiglio, deliberarono un riconoscimento in danaro di 195 ducati e lo nominarono avvocato generale della città. Di parere opposto invece fu la Curia di Napoli, che ovviamente da quel momento scatenò verso di lui una dura campagna persecutoria. .
Da quel momento in città , in tutti i luoghi di culto si inveiva contro quel mangiapreti che aveva osato criticare il papato. Il viceré austriaco Friederich Michael von Althann, che pur aveva concesso il permesso alla pubblicazione, disturbato dall’ondata di protesta prese le distanze: rimproverò gli Eletti per i benefici, peraltro già sospesi, accordati all’autore dell’Istoria e investì il Collaterale del caso. Il tribunale, come primo atto, dichiarò doversi sospendere la vendita dell’opera.
I veri guai però non erano ancora cominciati.
Come certamente sapete i napoletani considerano presagio di sciagure il fatto che in una delle rituali cerimonie liturgiche durante le quali dovrebbe avvenire la liquefazione del sangue di San Gennaro si verifichi un inquietante ritardo. Il clero officiante proclamò solennemente che il Patrono era adirato con i napoletani per la pubblicazione di quel libro sacrilego scritto da Giannone. Immaginatevi la reazione del popolo!
Il popolo si scatenò contro l’uomo che aveva determinato l’ira di San Gennaro. Ad un certo punto visto il progredire della manifestazione di rabbia si temette addirittura il peggio: era in pericolo la stessa vita di Giannone, sul cui capo stava per abbattersi la scomunica.
Le conseguenze furono quindi immediate.
L’opera venne condannata, e Giannone fu costretto a lasciare Napoli. Inizio così un lungo periodo di esilio, tra Vienna, Venezia, Modena, Milano dove tra spostamenti e protezioni precarie, egli portò ovunque le sue idee, trovando ostacoli, intrighi, tradimenti. fino all’arresto avvenuto con un inganno nel 1736 , dopo aver accettato un invito in terra savoiarda ad essere ospitato insieme al figlio, nella casa del finto amico Gastaldi .
I rapiti furono portati a Chambéry e consegnati al conte Piccon, che ne dispose il trasferimento nelle carceri di Miolans. Il cardinale Albani, informato dell’arresto, chiese la consegna del prigioniero. Carlo Emanuele fece sapere che Giannone avrebbe passato il resto dei suoi giorni nelle carceri torinesi, mentre il figlio sarebbe stato liberato.*
N.B. Durante la permanenza a Miolans lo storico scrisse la sua autobiografia (La vita di Pietro Giannone scritta da lui medesimo).
Fu poi trasferito alle carceri di Torino. Nel 1738 presentò formale abiura davanti al vicario inquisitore del Piemonte nella speranza di ottenere la libertà, e invece fu chiuso nel forte di Ceva, dove certo gli mancava la libertà, ma non il conforto di un alloggio dignitoso e un trattamento da ospite più che da prigioniero. Nei sei anni di detenzione fu confortato dall’eco della sua fama che ormai si andava consolidando in tutta Europa; scrisse quattro libri, che avrebbero accresciuto ancor più la sua notorietà.
Il 3 settembre 1744, Giannone fu trasferito a Torino nella Cittadella in condizioni assai peggiori di quelle di Ceva. Qui fu trattato come il peggiore dei delinquenti e divenne oggetto delle più infernali angherie da parte del maggiore del forte, fin quando le sue suppliche non giunsero alle orecchie del re. Questi, dopo aver letto delle sofferenze cui veniva sottoposto il povero vecchio, intervenne e le condizioni di vita migliorarono: gli fu consentito un rapporto con vari uomini di cultura, che con i loro scritti e la fornitura di libri resero più sopportabili i suoi ultimi giorni.
Trascorrerà gli ultimi anni della sua vita , lontano da Napoli alla quale fu impedito di tornarvi, tra prigionie e trasferimenti, senza mai rinunciare a scrivere, a pensare, a difendere la sua visione del mondo.
Giannone continuò a scrivere fino alla fine.Egli morì lontano da Napoli, da quella città che aveva cercato di capire, raccontare e migliorare nel lontano 11 marzo 1748, appena in tempo per sottrarsi alle richieste di maggior severità di trattamento avanzate dal nunzio apostolico a Torino, monsignor Ludovico Merlini.
Ricordare oggi uno degli intellettuali più scomodi e coraggiosi legati a Napoli, che per difendere la libertà di pensiero dovette sopportare inique persecuzioni e disumane vendette, significa sopratutto confrontarsi con una domanda che non ha perso attualità:
Fino a che punto le istituzioni sono davvero autonome, e quale spazio resta al pensiero critico quando mette in discussione assetti consolidati?
In questo interrogativo, più che nelle vicende biografiche, si misura la sua eredità.
Rileggere oggi questo incredibile personaggio a suo tempo perseguitato per le sue idee sulla separazione tra Stato e Chiesa, induce in tutti noi , proprio in questo mese, dove il 3 maggio da poco si è celebrata la giornata mondiale della libertà di stampa , se oggi , trascorsi tanti secoli da allora, ognuno di noi, è veramente libero di esprimere realmente le proprie opinioni e le propria idea senza nessun limite .
Cosa realmente succede ad un uomo quando questo decide di dire la verità… contro il potere più forte del suo tempo?
Quanto sono davvero autonome le istituzioni?
E quale spazio resta al pensiero critico quando sfida il potere?
Pietro Giannone lascia con il suo comportamento rivoluzionario un’eredità preziosa: il coraggio di pensare.
E, forse di questi tempi dove in maniera massificata fanno tutti le stesse cose, è proprio questo il gesto più rivoluzionario.
Pietro Giannone , studiava, analizzava, metteva in discussione, elaborava un suo pensiero e con coraggio era anche capace di discutere e ribellarsi .
Oggi la sua domanda resta ancora viva:
Quale spazio resta al pensiero critico quando milioni di persone iniziano simultaneamente a pensare, parlare e reagire nello stesso modo,di un ifluenzer ?
Possiamo mai considerarci una societa libera di pensare se oggi centinaia di migliaia di persone finiscono per imitare gli stessi gesti , i stessi gusti, usare le stesse parole, vestire allo stesso modo e inseguire gli stessi desideri di uno che attraverso un breve video ed una frase semplice ripetuta abbastanza volte, riesce ad affidarci il proprio pensiero per il suo tornaconto personale ?
Di quale libertà parliamo se oggi affidiamo il nostro pensiero e le nostre scelte agli algoritmi, ai trend, ai personaggi più visibili, alle opinioni già confezionate?
Di quale liberta di pensiero parliamo se i nostri giovani ragazzi sentono sempre più forte nella loro debolezza , il bisogno di identificare in figure forti social il proprio modo di fare ed il proprio pensiero?








