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Esistono napoletani di nascita e napoletani per scelta. Persone che, pur essendo venute al mondo lontano dal Golfo, hanno saputo comprendere e amare Napoli fino a sentirla propria. Tra questi c’è senza dubbio Vittorio De Sica, uno dei più grandi protagonisti del cinema italiano del Novecento, padre del neorealismo, attore, regista, sceneggiatore, autore e quattro volte Premio Oscar.
De Sica nacque il 7 luglio 1901 a Sora, allora appartenente alla Terra di Lavoro in provicia di Caserta successivamente confluita nella provincia di Frosinone. Le sue radici, però, erano profondamente campane e il suo cuore, fin da ragazzo, batteva per Napoli. Amava la città, ne cantava le melodie e ripeteva spesso una frase che ancora oggi racconta il suo legame con il popolo napoletano: «’Nu cafone ’e fora può amare Napoli più di un napoletano.» Era così che amava definirsi, con quell’ironia che lo accompagnò per tutta la vita.
La sua carriera iniziò prestissimo sui palcoscenici teatrali, ma fu dietro la macchina da presa che entrò definitivamente nella storia del cinema mondiale. Tra il 1946 e il 1952 realizzò una sequenza irripetibile di capolavori: Sciuscià, Ladri di biciclette, Miracolo a Milano e Umberto D. Quattro opere che cambiarono il linguaggio del cinema e resero il neorealismo italiano un modello internazionale. I primi due conquistarono anche l’Oscar come miglior film straniero.
Ma se il cinema mondiale consacrò De Sica, fu Napoli a diventare una delle sue muse più amate. Lo diceva lui stesso: «La mia attività da regista la svolgerei tutta a Napoli. Napoli è la città più fotogenica e più umana di tutto il mondo.»
Due delle cinque candidature all’Oscar ottenute da De Sica arrivarono infatti proprio grazie a film ambientati nella città che tanto amava.
E infatti la città compare continuamente nella sua filmografia. Nel 1954 firmò L’oro di Napoli, tratto dai racconti di Giuseppe Marotta, un affresco indimenticabile dell’anima popolare napoletana. Seguì Il tetto, mentre nel 1960 arrivò La ciociara, tratto dal romanzo di Alberto Moravia, con una straordinaria Sophia Loren, premiata con David di Donatello, Nastro d’Argento, Palma d’Oro a Cannes e Premio Oscar come migliore attrice.
Con Sophia Loren e Marcello Mastroianni nasceranno poi altri due capolavori strettamente legati a Napoli: Ieri, oggi, domani e Matrimonio all’italiana, tratto da Filumena Marturano di Eduardo De Filippo.
Tra gli episodi più celebri c’è quello scritto da Eduardo De Filippo, con Sophia Loren nei panni di Adelina, venditrice di sigarette di contrabbando. La storia prendeva spunto da una vicenda realmente raccontata dai giornali dell’epoca: per evitare il carcere, la protagonista continua a rimanere incinta, costringendo il marito, interpretato da Marcello Mastroianni, a un autentico tour de force matrimoniale. Fino all’esilarante finale, quando, ormai sfinito, non riesce più a starle dietro e Adelina, rassegnata a finire in prigione, lo saluta con il celebre: «Addio ricchiò!»
Molte scene furono girate su una scalinata di via Piazzi, nei pressi di via Foria. Chi la osserva oggi, silenziosa e quasi dimenticata, fatica a immaginare come De Sica fosse riuscito a trasformarla in uno dei set più iconici del cinema italiano. Era il suo straordinario talento: vedere poesia dove gli altri vedevano soltanto quotidianità.
Quel film raccontava anche un pezzo autentico della Napoli del dopoguerra: il mondo delle venditrici di sigarette di contrabbando. Gli uomini gestivano gli approvvigionamenti e i traffici via mare, mentre le donne vendevano le “bionde” nelle strade della città. Erano loro a nascondere i pacchetti sotto gli abiti, nelle sottovesti, tra le giarrettiere o nel reggiseno, sapendo che i finanzieri, essendo uomini, non potevano perquisirle.
Da questa realtà nacque persino una curiosa leggenda popolare: quella delle sigarette cu ’o sfizio. Alcuni clienti chiedevano di prendere personalmente il pacchetto nascosto sotto gli abiti della venditrice, trasformando l’acquisto in un gioco di seduzione che racconta, meglio di tanti libri, la complessità della Napoli di quegli anni. Un fenomeno oggi impensabile, ma che appartiene alla memoria sociale della città e che De Sica seppe osservare con realismo, ironia e profonda umanità, senza mai giudicare i suoi personaggi.
Con la Loren lavorò anche in seguito: nell’episodio La riffa inserito nel film Boccaccio ’70 ; in coppia con Marcello Mastroianni in Ieri, oggi e domani , con tre ritratti di donna (la popolana, la snob e la mondana), Matrimonio all’italiana , trasposizione di Filumena Marturano di Eduardo De Filippo, e I girasoli .
Ebbe un proficuo rapporto anche con Alberto Sordi, che con il quale recitò in diversi film, tra i quali sono da menzionare Il conte Max, Il moralista , Il vigile e sopratutto Il Giudizio Universale , dove molte scene vennero girate a Napoli.
Ebbe un proficuo rapporto anche con Alberto Sordi, che con il quale recitò in diversi film, tra i quali sono da menzionare Il conte Max, Il moralista , Il vigile e sopratutto Il Giudizio Universale , dove molte scene vennero girate a Napoli.
Il risultato più alto del connubio è probabilmente in un film diretto dallo stesso Sordi: Un italiano in America del 1967, dove interpretò un incisivo e malinconico ruolo di uno sfaccendato squattrinato emigrato negli Stati Uniti d’America, che sfrutta la partecipazione a una trasmissione televisiva per incontrare il figlio che non vedeva da tempo e al quale fa credere di essere ricco.
Molto intense anche le sue interpretazioni drammatiche: quella nel remake di Addio alle armi di Charles Vidor (1957) e, soprattutto, quella de Il generale Della Rovere, di Roberto Rossellin
Molto intense anche le sue interpretazioni drammatiche: quella nel remake di Addio alle armi di Charles Vidor (1957) e, soprattutto, quella de Il generale Della Rovere, di Roberto Rossellin
Il suo amore per Napoli non si fermò al cinema. Da attore incise numerose canzoni napoletane, interpretò poesie di Salvatore Di Giacomo, Ernesto Murolo e Michele Galdieri, duettò con Mina a Studio Uno e partecipò persino al Festival di Napoli del 1968 come autore della canzone Dimme che tuorne a mme!, musicata dal figlio Manuel. La sua interpretazione di Munasterio ’e Santa Chiara resta ancora oggi una delle più intense mai incise.
Più volte progettò di trasferirsi a vivere a Posillipo. Non riuscì mai a farlo, ma Napoli rimase sempre la città dove tornava con il cuore, con la macchina da presa e con la musica.
Nel 1972 conquistò il suo quarto Premio Oscar con Il giardino dei Finzi Contini, mentre l’ultimo film da lui diretto fu Il viaggio, tratto da una novella di Luigi Pirandello.
Egli, ricordiamolo , non fu comunque soltanto uno dei più grandi registi della storia del cinema. Fu anche un attore amatissimo dal pubblico. Indimenticabile il suo maresciallo Antonio Carotenuto in Pane, amore e fantasia, commedia diretta da Luigi Comencini che, insieme al seguito Pane, amore e gelosia, conquistò milioni di spettatori. Con la sua eleganza, l’ironia spontanea e quella recitazione fatta di piccoli gesti e sguardi, De Sica dimostrò di saper passare con naturalezza dal sorriso alla malinconia, diventando uno degli attori più amati del cinema italiano.
Vittorio De Sica si spense il 13 novembre 1974, ma il suo sguardo continua ancora oggi a raccontarci un’Italia fatta di persone comuni, di dignità e di speranza. E forse nessun regista, pur non essendo nato all’ombra del Vesuvio, è riuscito a restituire al mondo una Napoli così autentica, così umana e così vera.
Per questo, ogni 7 luglio, Napoli può festeggiare il compleanno di uno dei suoi figli più grandi. Perché certe appartenenze non le decide un certificato di nascita: le decide il cuore.
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