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Non so dire se fosse un sogno
Ma quel giorno entrai nella Basilica di Santa Maria della Sanità quando ormai le ultime candele stavano consumando la loro luce.
Le voci del rione si erano spente da poco. Restava soltanto quel silenzio particolare che a Napoli non è mai assenza di vita, ma attesa.
Mi sedetti in fondo alla navata.
Fu allora che accadde qualcosa di magico
L’orologio smise di misurare il tempo.
Le lancette rimasero immobili.
Le ombre delle colonne si allungarono sul pavimento e i dipinti cominciarono lentamente a respirare.
La chiesa aveva deciso di ricordare sé stessa.
Dalla grande tela di Andrea Vaccaro una figura mosse il primo passo.
Poi un’altra.
E un’altra ancora.
Davanti a me la basilica era immersa nella penombra. Le colonne sembravano alberi di pietra. L’altare, in fondo, pareva sospeso tra il buio e una luce antica. Ma ciò che attirò il mio sguardo non fu la chiesa.
Fu il pavimento.
Perché da sotto, dal ventre della Sanità, saliva un canto, lento , profondo , antichissimo
Non era una voce sola. Erano molte voci. E non chiamavano i morti.Chiamavano me.
Non provai paura.
Compresi subito che stavo assistendo a un prodigio. Una cosa che nessun libro di storia avrebbe mai potuto raccontare.
Fu San Gaudioso a rompere il silenzio.
«Benvenuti a casa.»
Nessuno rispose.
Era come se quelle due parole avessero attraversato quindici secoli di storia.
Per un istante mi sembrò di vedere dietro di lui altri volti: ragazzi, madri, vecchi, bambini, frati, nobili, medici, mendicanti, anime senza nome. Tutti stretti dentro lo stesso quartiere, tutti vivi in modo diverso, tutti in attesa che qualcuno li facesse parlare senza usarli.
San Gaudioso camminava accanto a Fra’ Giuseppe Nuvolo.
Fu propio Fra’ Giuseppe Nuvolo ad avanzare per primo. Il suo saio domenicano sfiorava il pavimento mentre alzava lo sguardo verso la grande navata.
«Quando arrivai qui,» disse con voce pacata, «non desideravo costruire soltanto una chiesa. Desideravo che ogni uomo, entrando da quel portone, avvertisse immediatamente la presenza del Cielo.»
Indicò le alte colonne, la luce che scendeva dalla cupola, il ritmo armonioso delle cappelle.
«L’architettura deve parlare prima ancora delle parole. Per questo immaginai questo spazio così ampio: perché nessuno si sentisse piccolo davanti a Dio, ma accolto.»
Andrea Vaccaro osservava in silenzio.
«E noi,» aggiunse, «abbiamo cercato di dare un volto a quella luce.»
Luca Giordano annuì.
«Fra’ Giuseppe ci consegnò una casa. A noi spettò il compito di riempirla di colore.»
In quel sogno non esistevano più i secoli.
Luca Giordano osservava i suoi colori asciugarsi mentre Andrea Vaccaro sorrideva soddisfatto davanti alle proprie tele.
Improvvisamente una voce possente riempì la cupola Era Enrico Caruso.
Non cantava per il pubblico.
Cantava per tornare bambino.
Dietro ad un colonna vidi allora spuntare proveniente da un vicolo vicino un uomo arrivava con il cappello leggermente inclinato e quel sorriso che sembrava nascondere tutta la malinconia del mondo.
Lo riconobbi subito : era il grande Totò.
Poco più indietro Eduardo De Filippo stringeva tra le mani un copione ancora bianco.
«Non serve scrivere nulla» disse guardando il rione. «Qui i personaggi parlano già da soli.»
Dal fondo della navata una figura si fece avanti.
Portava con sé una tavolozza ormai consumata dal tempo.
Era Giovanni Balducci.
Si fermò davanti al suo Martirio di San Pietro da Verona.
«Quando dipinsi questa tela,» raccontò, «Napoli stava imparando a conoscere questa nuova basilica. Volevo che il sacrificio del santo parlasse ai fedeli con la forza delle immagini, perché spesso un dipinto arriva dove le parole non riescono.»
San Gaudioso lo osservò con gratitudine.
«Ogni pennellata che avete lasciato qui ha aggiunto memoria a un luogo che ne custodiva già tanta.»
Poi il santo si voltò verso il pavimento.
Con un gesto della mano il marmo sembrò dissolversi.
Comparvero lentamente le Catacombe.
I corridoi scavati nel tufo.
Le tombe.Gli antichi affreschi.
L’antica immagine della Madonna della Sanità.
Un silenzio profondo avvolse tutti.
«Molti credono che questa basilica cominci da quel portone,» disse San Gaudioso.
«In realtà comincia molto più in basso.»
Scese lentamente alcuni gradini.
«Qui arrivai dall’Africa nel V secolo, esule, dopo le persecuzioni dei Vandali. Qui fui sepolto. Intorno alla mia tomba nacque uno dei più importanti cimiteri paleocristiani della città. Per secoli Napoli ha custodito i suoi morti sotto questa collina, molto prima che sopra di essa sorgesse questa basilica.»
Mimmo Jodice impugnò lentamente la macchina fotografica.
Non scattò. Aspettò.
Poi sussurrò:
«Adesso capisco perché questo luogo ha una luce diversa dagli altri.»
San Gaudioso sorrise.
«Perché qui la luce nasce dalla memoria.»
In quel momento una risata allegra ruppe il raccoglimento.
«E allora permettetemi di dire una cosa.»
Era Totò.
Si era seduto sul gradino dell’altare con la naturalezza di un bambino cresciuto tra quei vicoli.
«Voi avete costruito la storia della Sanità. Io ho conosciuto la sua umanità.»
Guardò tutti.
«Le donne affacciate ai balconi… i venditori… i ragazzi che giocavano nei cortili… la povertà che riusciva ancora a fare una battuta. È stato questo il mio primo teatro.»
Eduardo De Filippo sorrise.
«Ed è stato anche il mio.»
Si avvicinò lentamente.
«Molti cercano i miei personaggi nei libri.»
Scosse la testa.
«Io li incontravo per strada.»
Indicò l’uscita della basilica.
«Le discussioni tra vicini… i silenzi delle famiglie… la dignità di chi non possedeva nulla… Napoli mi aveva già scritto tutte le commedie. Io ho soltanto imparato ad ascoltarla.»
«E a raccontarla senza giudicarla,» aggiunse Totò.
«Perché la Sanità non ha mai chiesto compassione. Ha sempre chiesto rispetto.»
A quel punto un rumore di passi riecheggiò nella navata.
Era elegante.Leggero.
Quasi teatrale.
Ferdinando Sanfelice avanzava sorridendo.
«Voi continuate a guardare questa basilica.»
Indicò verso l’esterno.
«Ma il Rione Sanità è pieno di altri palcoscenici.»
Con un gesto della mano le pareti della chiesa sembrarono dissolversi.
Comparvero due straordinarie architetture.
Le celebri scale del Palazzo Sanfelice.
Poi quelle, altrettanto scenografiche, del Palazzo dello Spagnolo.
Sembravano sospese nell’aria.
«Quando progettai questi edifici,» spiegò Sanfelice, «non volevo semplici scale. Volevo creare movimento. Luoghi dove la pietra sembrasse leggera, dove chi saliva diventasse parte dell’architettura.»
Fra’ Giuseppe Nuvolo lo osservò con ammirazione.
«Tu hai fatto danzare il piperno.»
«No,» rispose Sanfelice sorridendo.
«È stata Napoli a insegnarmi come farlo.»
Mimmo Jodice sollevò finalmente la macchina fotografica.
Questa volta scattò.
«Ora capisco perché torno sempre qui.»
Guardò Totò.
Guardò Eduardo.
Guardò Sanfelice.
Poi le catacombe.
Infine la grande navata.
«Perché in nessun altro luogo il tempo riesce a convivere così bene con sé stesso.»
Andrea Vaccaro osservò le proprie tele.
Luca Giordano accarezzò la cornice del suo San Vincenzo Ferrer.
Giovanni Balducci sorrise davanti al suo martire.
Enrico Caruso, rimasto fin lì in silenzio, lasciò salire una sola nota.
Non era un’aria d’opera.
Era quasi una preghiera.
La sua voce attraversò la cupola, scese nelle catacombe e tornò indietro come un’eco.
San Gaudioso chiuse gli occhi.
«Ecco cos’è davvero il Rione Sanità.»
«Non un quartiere.»
«Ma una famiglia che continua a ritrovarsi, secolo dopo secolo.»
In quell’istante le prime luci dell’alba penetrarono dalle finestre della basilica.
Le figure cominciarono lentamente a svanire.
Fra’ Giuseppe tornò tra le sue colonne.
Balducci rientrò nella sua tela.
Vaccaro e Giordano scomparvero nei loro colori.
Sanfelice risalì le sue scale di pietra.
Caruso lasciò nell’aria l’ultima nota.
Eduardo chiuse il suo copione ancora bianco.
Totò mi rivolse un sorriso, si aggiustò il cappello e disse soltanto:
«Mi raccomando… raccontali bene.»
Fu l’ultimo a scomparire.
Quando riaprii gli occhi, la basilica era di nuovo silenziosa.
Eppure, uscendo sul sagrato, ebbi la certezza che non avevo sognato io.
Era stato il Rione Sanità a sognare sé stesso.
E, per una notte soltanto, mi aveva permesso di assistere al più straordinario incontro della sua storia.












