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“Quella che state per leggere è la storia di un monastero che Napoli ha perduto, ma che non dovrebbe mai dimenticare.”
Il 22 luglio, la Chiesa celebra la memoria di Santa Maria Maddalena, una delle figure femminili più affascinanti, amate e al tempo stesso più discusse del cristianesimo.
I Vangeli la presentano come una delle più fedeli discepole di Gesù. Da lei, racconta l’evangelista Luca, Cristo aveva scacciato sette demòni, e da quel momento Maria Maddalena non lo abbandonò più. Fu tra le poche persone che lo seguirono fino al Calvario, assistette alla deposizione nel sepolcro compiuta da Giuseppe d’Arimatea e fu la prima a incontrare il Cristo risorto, ricevendo l’annuncio che avrebbe cambiato per sempre la storia del cristianesimo.
Per questo la tradizione della Chiesa la venera come “Apostola degli Apostoli”: fu infatti la prima a proclamare ai discepoli che Gesù aveva vinto la morte.
Il suo nome deriva da Magdala, antica città affacciata sulla sponda occidentale del lago di Tiberiade. Il toponimo proviene dall’ebraico migdal, che significa “torre”, e proprio da quella città Maria prese il nome con cui è passata alla storia.
Anche Napoli conserva un profondo legame con questa grande figura evangelica .
Pochi lo sanno, ma la nostra città possedeva fino a qualche decennio fa un antico monastero dedicato a Santa Maria Maddalena. Esso sorgeva nell’area compresa tra l’attuale via della Maddalena, via Duchesca e il complesso della Santissima Annunziata, in una zona che nel Medioevo era ancora periferica rispetto al nucleo più antico della città.
N.B. Nelle fonti visionate l’antico luogo all’epoca era indicato con il nome di Malpasso. Non era ancora la zona densamente edificata che conosciamo oggi, ma un’area esterna o marginale rispetto al nucleo più antico della città, attraversata da strade dirette verso la parte orientale del territorio napoletano. Fu il monastero una volta costruito a dare il proprio nome alla zona e alla strada della Maddalena. La vicina Duchesca, invece, avrebbe preso il nome dalle residenze e dai giardini fatti realizzare in quest’area da Alfonso II d’Aragona quando era ancora duca di Calabria. Gennaro Aspreno Galante distingue chiaramente i due ambiti, descrivendo prima la Maddalena e subito dopo la contrada della Duchesca.
La sua fondazione fu voluta intorno al 1324 dalla regina Sancia di Maiorca, moglie di re Roberto d’Angiò, una sovrana che fece della carità uno dei tratti più significativi del proprio regno. Profondamente legata alla spiritualità francescana, la regina Sancia comprese che la fede non poteva limitarsi alla preghiera, ma doveva tradursi in opere concrete. Scelse così di dedicare un monastero proprio a Maria Maddalena, la persona che, secondo la tradizione cristiana, era considerata il modello della donna che, dopo una vita interpretata come peccaminosa, si converte, segue Cristo e diventa testimone della Risurrezione. Essa rappresentava al meglio nella spiritualità medievale, la conversione, il perdono e la speranza di una vita nuova.
Questo edificio fatto costrire per volontà della regina, non era un convento come gli altri … era innanzitutto un monastero femminile e la sua posizione dove venne costruito non era casuale: si trovava infatti vicino alla grande area assistenziale dell’Annunziata, dove erano presenti ospedali, ricoveri per pellegrini, orfani ed emarginati. La figura della Maddalena si inseriva perfettamente in questo contesto spirituale e assistenziale. Santa Maria Maddalena, nel Medioevo era una santa che rappresentava il simbolo della conversione, della penitenza e della misericordia.
Il monastero che la regina scelse di dedicare a Santa Maria Maddalena offriva ospitalità a donne che desideravano abbandonare una vita difficile e ricominciare il proprio cammino
Ma sopratutto era un monastero che si trovava vicino alla vicina Casa Santa dell’Annunziata, destinata ad accogliere orfani, poveri e infermi, un luogo quindi dove maggiormante si concentrava la carità angioina.
N.B. Questo passaggio è fondamentale perché mostra come le storie delle due istituzioni siano state, in origine, strettamente collegate. Da una parte vi era la Maddalena, destinata alla conversione e alla vita religiosa delle donne; dall’altra si sviluppò la grande Casa Santa dell’Annunziata, dedicata all’assistenza dei poveri, degli infermi, dei bambini abbandonati e delle madri in difficoltà. Non si trattava quindi di due complessi casualmente vicini: facevano parte di un unico paesaggio medievale della carità angioina.
Per la mentalità del Trecento si trattava di un’opera rivoluzionaria. In un’epoca in cui molte donne che avendo avuto un passato da meretrici , venivano semplicemente escluse dalla società, la regina Sancia offriva loro un luogo nel quale ritrovare dignità, protezione e una nuova prospettiva di vita.
CURIOSITA’ : Fu proprio questo il motivo per cui la regina scelse Maria Maddalena. Non perché i Vangeli la presentino come una prostituta — cosa che in realtà non affermano mai — ma perché nella tradizione della Chiesa era ormai diventata il simbolo della misericordia di Dio e della possibilità di rinascere e con questo monastero napoletano, la regina angioina intendeva esattamente realizzare una nuova concezione assistenziale e spirituale.Bisogna però precisare che l’identificazione della Maddalena con la peccatrice anonima del Vangelo di Luca e con Maria di Betania deriva da una tradizione esegetica occidentale consolidatasi soprattutto dopo un’omelia di papa Gregorio Magno nel VI secolo. I testi evangelici, presi separatamente, non affermano che Maria Maddalena fosse una prostituta.
Nasceva così, nel cuore della Napoli angioina, una delle più importanti opere assistenziali dedicate alle donne dell’intero Regno.Una struttura capace di rappresentare nelle intenzioni di una regina, la penitenza trasformata in amore, e per questo numerosi istituti destinati alle cosiddette convertite venivano posti sotto la sua protezione.
N.B. Secondo Galante, presso il primitivo ospedale dell’Annunziata Sancia edificò una casa sotto gli auspici di Santa Maddalena Penitente destinandola ad accogliere donne che avevano abbandonato una condizione di vita considerata irregolare e desideravano intraprendere un cammino religioso e penitenziale. Il termine usato dalle fonti antiche è spesso “donne traviate”, espressione che oggi richiede cautela. Non sappiamo infatti se tutte provenissero dalla prostituzione: il termine poteva comprendere donne escluse dalla famiglia, povere di base o rimaste tale dopo la morte del marito, abbandonate, considerate moralmente compromesse oppure desiderose di ritirarsi dal mondo.
Il monastero della Maddalena offriva ospitalità a donne che desideravano abbandonare una vita difficile e ricominciare il proprio cammino e con il passare degli anni la struttura iniziò ad diventare un importante punto di riferimento per tutte quelle donne che decidendo di cambiare vita , sapevano che in questo luogo, esse potevano trovare accoglienza , protezione e nuova prospettiva di vita. Molte delle donne accolte decisero additittura di consacrarsi definitivamente alla vita religiosa e quella che era nata come casa di accoglienza si trasformò rapidamente in un vero monastero.
CURIOSITA’ : Le monache di questa comunità seguivano la regola di Sant’Agostino . Sotto forte dipendenza spirituale francescana, vestivano quindi l’abito agostiniano, portavano il cordone francescano ed erano assistite spiritualmente dai Frati Minori francescani ,secondo il desiderio della stessa Sancia (dal 1568, per disposizione di papa Pio V, furono poste sotto la direzione dei Francescani Riformati ).
L’opera come vi dicevamo, ebbe un successo tale che il monastero non riuscì più a contenere tutte le donne che chiedevano ospitalità. Il numero delle donne accolte aumentò rapidamente e molte di queste decisero di emettere voti solenni. La casa si trasformò così progressivamente in un vero monastero e la regina ben presto si rese conto che questo suo primo convento era divenuto insufficiente ad ospitare un così elevato numero di donne .
NB. Le fonti ecclesiastiche ricordano persino la professione religiosa di un numero molto elevato di donne, tradizionalmente indicato in centottanta convertite, alla presenza dell’autorità arcivescovile e sotto la cura dei Frati Minori.
Sancia chiese allora di poter utilizzare la vicina chiesa con l’ospedale dell’Annunziata.
I governatori dell’istituzione acconsentirono e ricevettero in cambio un’altra area sulla quale sarebbe sorta la nuova sede dell’Annunziata.
Nei secoli il monastero di Santa Maria Maddalena continuò a crescere, diventando uno dei più importanti complessi religiosi della zona orientale della città. Esso per quanto allargato non riusciva più a contenere tutte le donne che chiedevano ospitalità.
Per questo, nel 1342, la regina fondò un secondo istituto: Santa Maria Egiziaca, altra grande figura della tradizione cristiana legata alla conversione e alla penitenza. Nascevano così, nella città della Napoli angioina, due istituzioni sorelle accomunate dallo stesso ideale: offrire una nuova vita a chi, secondo la mentalità del tempo, sembrava non avere più un posto nella società.
La prima pietra dell’Egiziaca venne posta il 19 novembre 1342. Anche Maria Egiziaca, come Maria Maddalena nella lettura medievale, era venerata quale modello di conversione radicale e penitenza. Le due fondazioni erano dunque teologicamente collegate:Maria Maddalena rappresentava il ritorno a Cristo attraverso l’amore e le lacrime; Maria Egiziaca rappresentava l’abbandono del peccato attraverso la solitudine e la penitenza.
La chiesa ed il monastero di Santa Maria Maddalena come vi abbiamo accennato sorgeva lungo uno dei principali accessi a Napoli, tra Porta Capuana e l’Annunziata, in un’area destinata a trasformarsi profondamente con l’arrivo degli Aragonesi e con la nascita della vicina Duchesca.
Fu proprio durante il regno aragonese che il monastero divenne protagonista di una vicenda straordinaria oggi quasi sconosciuta. , che lega il monastero alla dinastia aragonese.
Nel 1489, Alfonso II d’Aragona, ancora duca di Calabria, fece trasferire nella chiesa della Maddalena i resti di circa 240 Martiri di Otranto, uccisi durante la presa ottomana della città nel 1480.
La presenza di quelle reliquie rese il monastero uno dei luoghi più venerati della Napoli del tempo. Lo stesso Alfonso II desiderava abitare nelle immediate vicinanze per poter pregare davanti ai resti dei martiri, che nel 1480 avevano preferito affrontare il martirio piuttosto che rinnegare la propria fede durante l’assedio ottomano della città pugliese.
Alfonso desiderava molto risiedere vicino alle reliquie. Chiese quindi alle monache di cedergli il monastero e propose che si unissero alla comunità di Santa Maria Egiziaca.
Le monache dell’Egiziaca, però, non accettarono la fusione. Alfonso acquistò allora dai Celestini il complesso di Santa Caterina a Formiello e vi trasferì temporaneamente le religiose della Maddalena.
Per questo motivo le monache furono trasferite temporaneamente a Santa Caterina a Formiello, mentre l’antico monastero venne adattato alle esigenze della corte aragonese.
In quella fase avvenne un curioso scambio di denominazioni:
* Santa Caterina a Formiello fu temporaneamente chiamata Santa Maria Maddalena;
* la chiesa originaria della Maddalena, che custodiva i martiri, prese il titolo di Santa Maria dei Martiri;
* il vecchio monastero fu trasformato nella residenza aragonese collegata alla Duchesca.
Fu però una parentesi destinata a durare poco. La residenza non ebbe fortuna. Le fonti raccontano che numerosi cortigiani vi si ammalassero e che alcuni vi morissero.
Dopo la morte o la rinuncia di Alfonso II, il successore Federico d’Aragona cercò di restituire il complesso alle monache. In un primo momento esse preferirono restare a Santa Caterina a Formiello. Federico affidò quindi la Maddalena ai Domenicani lombardi. Poco dopo, però, le religiose decisero di ritornare nella sede originaria.
Dopo alcuni anni le religiose fecero quindi finalmente ritorno nella loro casa e i Martiri di Otranto vennero definitivamente trasferiti proprio a Santa Caterina a Formiello, dove ancora oggi sono custoditi e venerati da migliaia di fedeli.
N.B. Questa vicenda spiega il legame, apparentemente sorprendente, tra la Maddalena, la Duchesca e Santa Caterina a Formiello.
Il monastero della Maddalena riprese così la sua vita silenziosa.
Per secoli continuò ad accogliere religiose, pellegrini e benefattori, attraversando senza particolari traumi il Viceregno spagnolo, il periodo austriaco e il ritorno dei Borbone.
Nel Settecento il complesso raggiunse uno dei momenti di maggiore splendore.
Nel 1721 la chiesa venne profondamente restaurata e trasformata ad opera di Nicola Falcone perdendo purtroppo gran parte delle sue originarie forme gotiche medievali.
N.B. La chiesa originaria trecentesca doveva presentare forme gotiche proprie dell’età angioina e secondo alcuni antichi scritti dovava essere bellissima . Nicola Falcone purtroppo restaurò profondamente la chiesa e il monastero e nonostante ancora oggi non possediamo una descrizione completa del progetto è verosimile che il rifacimento abbia adeguato l’edificio al gusto barocco settecentesco, cancellando o rivestendo le strutture gotiche
Pochi decenni più tardi ( 1765 )le monache affidarono all’architetto Mario Gioffredo, uno dei più grandi interpreti dell’architettura napoletana del XVIII secolo, un importante intervento di ampliamento del monastero. Fu lui a progettare una nuova e monumentale porteria affacciata sulla strada della Maddalena, preceduta da un elegante vestibolo con colonne che le guide dell’epoca descrivevano come uno degli ingressi conventuali più raffinati della città.
Anche l’interno della chiesa doveva apparire ricco e solenne. Lo storico Giuseppe Sigismondo, che ebbe modo di visitarla nel Settecento, ricorda il grande medaglione con il busto di Maria Maddalena sopra la porta, gli altari, le opere pittoriche e la grande pala dedicata a Santa Maria Maddalena, testimonianza del prestigio raggiunto da questo antico monastero.
N.B. L’ antico ingresso si trovava nella strada superiore della Maddalena. Gioffredo lo abbandonò e realizzò una nuova porteria sulla strada inferiore, dotandola di un grande vestibolo sostenuto da colonne.
Nulla insomma lasciava immaginare che quel luogo, sopravvissuto per oltre quattro secoli, avrebbe iniziato proprio allora il suo lento declino.
Nel 1793 , purtroppo la bellissima chiesa venne quasi distrutta da un grave incendio. e molte opere d’arte andarono perdute ( questo incendio potrebbe spiegare perché le guide ottocentesche descrivano un interno ormai privo di particolare interesse artistico).
Pochi anni più tardi ( 1808 ) arrivarono le soppressioni napoleoniche degli ordini religiosi disposte tra Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat, che posero fine alla vita della comunità religiosa.
N.B.Le fonti moderne indicano generalmente il 1808 come anno della soppressione del monastero. Galante riferisce che nel 1810 negli ambienti conventuali fu trasferito il conservatorio di Santa Maria Visita Poveri.
A questo punto il complesso perse la sua funzione monastica originaria. Le monache furono allontanate e lasciarono il monastero mentre gli edifici furono destinati ad altri usi.
Sembrava la conclusione naturale di una lunga storia. E invece il monastero riuscì ancora una volta a sopravvivere …
Nel 1831 la chiesa fu nuovamente rinnovata dall’architetto Pietro Malesci.
La facciata venne decorata con bassorilievi modellati da Citarella e da uno scultore indicato da Galante come Labarbera. L’interno che purtroppo oramai aveva ormai perduto ogni traccia evidente dell’antico edificio angioino venne giudicato dal Galante, con il linguaggio severo tipico delle guide ottocentesche, privo di pregio, ma tuttavia segnalava sull’altare maggiore una tela raffigurante Maria Maddalena che contempla Cristo risorto (probabilmente la scena evangelica del Noli me tangere ) di ignoto autore
Questa rinnovata chiesa , riuscì poi a sopravvivere e resistere perfino ai bombardamenti della Seconda guerra mondiale.
Dopo oltre seicento anni di storia sembrava quindi ormai destinato a rimanere per sempre parte del volto della città.
Ma il suo destino sarebbe stato deciso non dalla guerra, bensì dalla pace e sopratutto dalla mancanza di cultura di chi gestisce da tempo la nostra città .
Il monastero di Santa Maria Maddalena era sopravvissuto agli Angioini che lo avevano fondato, agli Aragonesi che lo avevano trasformato, ai secoli del Viceregno spagnolo, ai Borbone, alle soppressioni napoleoniche, all’Unità d’Italia e perfino ai bombardamenti della Seconda guerra mondiale.
Aveva attraversato oltre sei secoli di storia.
Poi arrivò il secondo dopoguerra.
In quegli anni Napoli era chiamata a ricostruire se stessa. Era una necessità comprensibile, ma quella ricostruzione, in alcuni casi, ebbe un prezzo altissimo. Interi frammenti della città antica scomparvero per lasciare spazio a nuovi edifici e a una diversa idea di sviluppo urbano.
Anche il monastero di Santa Maria Maddalena non fu risparmiato. Ed è questa forse questa la notizia più sorprendente.Il complesso non venne distrutto durante la guerra, ma fu demolito dalla nostra amministrazione comunale nel 1958.
È una delle tante ferite inferte al patrimonio storico della città nel Novecento.
La Treccani parla esplicitamente di una distruzione “vandalica”, avvenuta durante le grandi trasformazioni urbanistiche del dopoguerra. Dell’antico monastero oggi non rimane praticamente nulla.
Tra la seconda metà degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta il complesso venne demolito nell’ambito della radicale trasformazione urbanistica della zona della Maddalena e della Duchesca. Oggi quell’area è dominata dal Palazzo Ottieri, quell’orribile edificio che ancora divide l’opinione dei napoletani e che rappresenta, per molti, uno dei simboli più controversi dell’edilizia del secondo dopoguerra.
Al di là di ogni giudizio estetico, resta una domanda che dovrebbe far riflettere.
Era davvero necessario cancellare uno dei più antichi monasteri femminili di Napoli?
Un luogo fondato da una regina, che aveva accolto per secoli donne in cerca di una nuova vita, che aveva custodito le reliquie dei Martiri di Otranto, che aveva visto all’opera uno dei più grandi architetti del Settecento napoletano e che aveva attraversato quasi indenne oltre seicento anni di storia.
Forse è proprio questa la perdita più grande.
Non soltanto quella di una chiesa o di un monastero, ma quella di un luogo capace di raccontare l’evoluzione spirituale, sociale e umana della città.
Il significato storico del monastero …
La Maddalena non fu soltanto un convento scomparso. Fu un luogo nel quale confluirono almeno quattro grandi storie di Napoli:
la spiritualità francescana della corte angioina;
la condizione femminile e l’assistenza alle donne emarginate;
la nascita della grande cittadella caritativa dell’Annunziata;
la trasformazione della zona orientale attraverso la Duchesca aragonese.
Il suo valore più profondo sta forse proprio nella sua funzione originaria. In una società che spesso condannava senza appello le donne considerate “perdute”, Sancia cercò di creare uno spazio nel quale esse potessero trovare protezione, dignità e, secondo la mentalità religiosa del tempo, una nuova identità. Quel monastero destinato alle convertite poteva essere contemporaneamente luogo di accoglienza, clausura, disciplina e controllo sociale. Ma rappresentò comunque uno dei primi grandi esperimenti napoletani di assistenza femminile organizzata.
Una perdita quasi sconosciuta a tutti .
Oggi, passando tra la Maddalena e la Duchesca, quasi nessuno immagina che sotto quei passi si nasconda una pagina così importante della storia di Napoli.
Eppure è lì.
È nascosta sotto l’asfalto, tra i palazzi costruiti nel dopoguerra, nelle antiche fotografie, nelle guide settecentesche, nei documenti d’archivio e nella memoria di una città che troppo spesso ha dimenticato ciò che l’ha resa grande.
Raccontare la storia del monastero di Santa Maria Maddalena significa restituire voce a un luogo che il tempo e gli uomini hanno cancellato.
Perché una città non vive soltanto dei monumenti che riesce a conservare.
Vive anche della memoria di quello che ha perduto… un antico trecentesco monastero che per oltre sei secoli nel cuore di Napoli , ha rappresentato il valore della misericordia, dell’accoglienza e della speranza.












