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Oggi migliaia di napoletani conoscono il suo nome perché appartiene a un liceo del Vomero. Molti, però, non sanno chi fosse realmente Adolfo Pansini e perché proprio una scuola sorta in piazza Quattro Giornate porti il nome di quel giovane.

Aveva soltanto vent’anni, studiava Architettura ed era già impegnato nella lotta antifascista quando, il 30 settembre 1943, lasciò il Liceo Sannazaro, trasformato in uno dei comandi dell’insurrezione, per raggiungere gli ultimi combattimenti delle Quattro Giornate di Napoli. La città non era ancora completamente libera e, mentre gran parte delle truppe tedesche si preparava alla ritirata, al Vomero si continuava a combattere.

Adolfo era figlio del pittore e scrittore Edoardo Pansini, uno degli animatori della vita artistica napoletana del primo Novecento. Nel 1922 il padre aveva fondato la rivista Cimento, nata per difendere l’indipendenza dell’arte e la libertà degli artisti; con il consolidarsi del regime quella battaglia culturale aveva assunto inevitabilmente un significato politico, finché nel 1936 la pubblicazione era stata chiusa. Adolfo crebbe dunque in una casa nella quale l’arte non era separata dalla libertà e l’opposizione al fascismo non costituiva un pensiero astratto.

Secondo la memoria conservata dal liceo che oggi porta il suo nome, aveva cominciato giovanissimo, intorno ai quindici anni. Distribuiva manifestini clandestini e si muoveva rapidamente per le strade del Vomero, talvolta in bicicletta, cercando di sfuggire alla polizia politica. Dietro il nome consegnato alle lapidi c’era ancora un ragazzo, ma un ragazzo che aveva già scelto da quale parte stare.

Nel settembre del 1943 quella scelta divenne improvvisamente più pericolosa. Napoli arrivava all’armistizio dell’8 settembre stremata dai bombardamenti, dalla fame e da una guerra che aveva colpito case, chiese, ospedali e interi quartieri. La dissoluzione delle autorità militari italiane lasciò la città nelle mani delle forze tedesche comandate dal colonnello Walter Scholl. Furono imposti il coprifuoco, la consegna delle armi, lo sgombero di una vasta fascia costiera e il servizio obbligatorio per gli uomini tra i diciotto e i trentatré anni, misura dietro la quale i napoletani riconobbero il pericolo della deportazione nei campi di lavoro.

La risposta della città non nacque da un unico ordine e non ebbe un solo comando. Crebbe nei quartieri, tra militari sbandati, studenti, operai, professionisti, donne e ragazzi che recuperarono armi, costruirono barricate e trasformarono cortili, terrazze e incroci in punti di resistenza. Il 27 settembre gli scontri divennero un’insurrezione aperta; nei giorni successivi si combatté da Materdei a Porta Capuana, dall’Avvocata al centro antico, da Capodimonte a Chiaia.

Il Vomero fu uno dei cuori della rivolta. Il Liceo Jacopo Sannazaro di via Puccini, che Adolfo aveva frequentato, dal 29 settembre divenne sede del comando degli insorti guidati dal professore Antonio Tarsia in Curia. In quelle aule entravano notizie, richieste di aiuto e ordini; vi arrivavano uomini armati e civili in cerca di protezione. Anche Edoardo Pansini partecipò all’insurrezione e avrebbe poi affidato a un libro, Goliardi e scugnizzi nelle Quattro Giornate di Napoli, il ricordo di ciò che aveva vissuto.

Poco distante si trovava lo Stadio del Littorio, l’attuale Stadio Arturo Collana, dove i tedeschi avevano concentrato numerosi ostaggi in attesa della deportazione. Gli insorti lo circondarono e riuscirono a ottenerne la liberazione, mentre si apriva una trattativa per consentire alle truppe occupanti di abbandonare Napoli. La ritirata era cominciata, ma non significava che la battaglia fosse terminata.

La mattina del 30 settembre la città era sospesa tra la sensazione della vittoria e il timore che i tedeschi potessero tornare. Barricate e posti di guardia restavano attivi. Dalle alture di Capodimonte continuarono a partire colpi verso la zona di Materdei e Port’Alba; si combatteva ancora a Porta Capuana e in altri punti della città. Al Vomero giunse la notizia della presenza di reparti tedeschi verso la Pigna, presso la masseria Pezzalonga, nell’area che oggi riconduciamo a via don Luigi Sturzo.

Adolfo lasciò il comando del Sannazaro insieme con altri giovani e raggiunse quella zona. Non aveva davanti una scena ordinata né una linea di combattimento riconoscibile. Le strade periferiche, le masserie e i sentieri verso i Camaldoli erano attraversati da militari in ritirata, insorti e civili che cercavano riparo. Proprio presso la masseria Pezzalonga si consumò uno degli ultimi e più sanguinosi scontri di quelle giornate.

Mentre Napoli pagava con altre vite le ultime ore dell’occupazione, lontano dalle barricate veniva colpita anche la memoria della città. Per proteggerli dai bombardamenti, i documenti più preziosi dell’Archivio di Stato erano stati trasferiti nella villa Montesano di San Paolo Belsito, nel Nolano. I tedeschi in ritirata incendiarono il deposito. Bruciarono centinaia di casse contenenti pergamene, registri e atti attraverso i quali era possibile ricostruire secoli di storia meridionale. Tra le perdite più dolorose vi furono gli originali della Cancelleria angioina.

Non si trattò soltanto della distruzione di antiche carte. In quelle pagine erano conservati nomi, decisioni, proprietà, processi e rapporti politici del Regno di Napoli. Riccardo Filangieri, soprintendente dell’Archivio, avrebbe dedicato gli anni successivi al tentativo di ricostruire almeno in parte quel patrimonio attraverso copie, trascrizioni e documenti conservati altrove. Nello stesso giorno in cui Napoli riusciva a difendere la propria libertà, perdeva dunque una parte irripetibile della propria memoria.

Alla Pigna, intanto, Adolfo Pansini venne colpito a morte durante l’attacco alle truppe tedesche attestate presso la masseria Pezzalonga. Morì insieme ad altri giovani; tra i caduti del Vomero vi fu anche Giovanni Ruggiero, studente del Sannazaro. Adolfo aveva vent’anni e si trovava a pochi passi dall’area nella quale sarebbe sorta la scuola che oggi porta il suo nome.

Il suo corpo fu trasportato al Liceo Sannazaro, dal quale era uscito poche ore prima. Le aule che avevano ospitato il comando degli insorti accolsero allora i giovani caduti. Fu Antonio Tarsia in Curia a pronunciare l’orazione funebre, ricordando anche le parole attribuite a Edoardo Pansini davanti alla morte del figlio: «Mio figlio non è morto».

La mattina del 1º ottobre le truppe alleate entrarono in una Napoli dalla quale i tedeschi si erano ormai ritirati. Trovarono una città ferita, affamata e disseminata di macerie, ma già liberata dall’insurrezione dei suoi abitanti. Per quelle giornate Napoli avrebbe ricevuto la Medaglia d’oro al valor militare.

Oggi il Liceo Adolfo Pansini ha la propria sede centrale in piazza Quattro Giornate, vicino allo Stadio Collana e non lontano dai luoghi nei quali si combatté. Ogni mattina centinaia di studenti entrano in una scuola che porta il nome di un ragazzo quasi loro coetaneo. Adolfo era uscito dal Sannazaro il 30 settembre 1943; il suo corpo vi tornò poche ore dopo e il suo nome rimase nel quartiere per il quale aveva scelto di combattere.

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