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Il 2 ottobre 1850 moriva a Napoli Giuseppe Cammarano.

Il suo nome oggi è conosciuto quasi soltanto dagli studiosi, eppure migliaia di persone continuano ad ammirare una sua opera ogni volta che entrano nel Teatro San Carlo e sollevano lo sguardo verso la volta della sala.

Lassù, al centro di uno dei teatri più celebri del mondo, Apollo presenta a Minerva i grandi poeti della storia, da Omero ad Alfieri. È un’immensa assemblea ideale nella quale la poesia, la musica e la sapienza sembrano vegliare sul pubblico e sul palcoscenico.

Quella tela appartiene ormai all’immagine stessa del San Carlo, ma pochi ricordano l’uomo che contribuì a dipingerla: un artista capace di lavorare per re, regine e governi differenti e, nello stesso tempo, di indossare la maschera più irriverente di Napoli.

Giuseppe Cammarano non era nato in città. Vide la luce a Sciacca il 4 gennaio 1766, ma la sua famiglia si trasferì presto a Napoli e fu qui che egli crebbe, si formò e costruì la propria identità.

Suo padre Vincenzo, conosciuto con il soprannome di Giancola, era uno dei più applauditi Pulcinella del Settecento. Per circa trent’anni aveva dominato il palcoscenico del San Carlino, il piccolo teatro popolare che sorgeva nei pressi del Largo del Castello, l’attuale piazza Municipio, e che per generazioni avrebbe rappresentato l’altra anima teatrale della città.

Da una parte vi era dunque il San Carlo, il grande teatro reale frequentato dalla corte e dall’aristocrazia; dall’altra il San Carlino, con le sue farse, il dialetto, Pulcinella e un pubblico pronto a ridere delle debolezze umane.

Giuseppe Cammarano avrebbe attraversato entrambi questi mondi, portando nella pittura solenne dei palazzi qualcosa della vivacità appresa dietro le quinte e conservando, anche quando divenne artista di corte, il legame con il teatro popolare della propria famiglia.

Studiò pittura all’Accademia di Belle Arti con Fedele Fischetti e ancora giovanissimo collaborò con Domenico Chelli, scenografo del San Carlo. La scenografia gli insegnò a pensare per grandi spazi, a disporre le figure affinché fossero leggibili anche da lontano e a trasformare una superficie in un’apparizione. Fu una scuola diversa da quella accademica, ma altrettanto importante: gli mostrò che la pittura poteva diventare spettacolo.

Fra il 1786 e il 1787 lavorò inoltre con il paesaggista tedesco Philipp Hackert nella tenuta reale di Carditello, dipingendo le figure destinate ad animare i paesaggi del pittore di corte. Proprio grazie all’interessamento di Hackert ottenne una sovvenzione per perfezionarsi a Roma.

Vi rimase meno del previsto perché una malattia lo costrinse a tornare a Napoli nel 1788, ma quel soggiorno gli permise di studiare Raffaello, Annibale Carracci, Poussin e i maggiori interpreti del nuovo gusto neoclassico.

Cammarano non abbandonò tuttavia la vivacità cromatica del tardo Settecento. Nelle sue opere la compostezza del neoclassicismo non diventò mai completamente fredda: le figure conservarono una certa eleganza teatrale, un gusto per il colore e per la scena che proveniva dalla sua prima educazione napoletana.

Nel 1806 Giuseppe Bonaparte lo nominò vicedirettore dell’Accademia di Belle Arti e poi maestro di pittura. Conservò l’insegnamento durante il regno di Gioacchino Murat e anche dopo il ritorno dei Borbone.

In una Napoli attraversata da rivoluzioni, restaurazioni e cambi di dinastia, Cammarano continuò a dipingere. Mutavano i sovrani, le uniformi e gli emblemi del potere; lui rimaneva sulle impalcature, intento a dare un volto mitologico alle aspirazioni di chi governava.

Nel Palazzo Reale di Napoli, durante il periodo murattiano, dipinse la serie di angeli che ancora oggi accompagna la navata centrale della Cappella Reale.

Alla Reggia di Caserta realizzò nel 1814, con la collaborazione del fratello Antonio, la grande decorazione della Sala del Consiglio, nella quale Pallade premia le Arti e le Scienze attraverso il Genio della Gloria. Seguirono il Riposo di Teseo dopo l’uccisione del Minotauro, destinato alla camera da letto di Murat, e l’episodio di Ettore che rimprovera Paride per il rapimento di Elena, dipinto nel 1818.

Sono scene mitologiche, ma non furono scelte soltanto per ornamento. Nei palazzi reali il mito serviva a rappresentare il buon governo, il coraggio, la sapienza e la vittoria dell’ordine sul caos. Minerva che premia le arti, Teseo che ha sconfitto il mostro ed Ettore che richiama Paride ai propri doveri offrivano ai sovrani un’immagine ideale delle virtù che essi desideravano associare al proprio potere.

L’opera che avrebbe consegnato Cammarano alla memoria della città nacque però da una tragedia.

Nella notte del 13 febbraio 1816 un incendio devastò il Teatro San Carlo. Del grande edificio rimasero sostanzialmente i muri perimetrali. Napoli aveva perso il suo teatro più prestigioso, ma Ferdinando di Borbone ne ordinò l’immediata ricostruzione e affidò il progetto ad Antonio Niccolini.

Il teatro risorse in meno di un anno. Per decorarne la volta Niccolini si rivolse a Giuseppe Cammarano, che lavorò insieme con Antonio e Giovanni Cammarano alla vasta composizione raffigurante Apollo che presenta a Minerva i maggiori poeti del mondo.

Quando il San Carlo riaprì il 12 gennaio 1817, quella tela era diventata il nuovo cielo del teatro ricostruito.

La scelta del soggetto non era casuale. Apollo, dio della musica e della poesia, conduceva davanti a Minerva gli uomini che avevano dato forma alla parola e alla memoria. Sopra il palcoscenico sul quale sarebbero apparsi cantanti, musicisti e attori, Cammarano dipinse una sorta di consacrazione laica delle arti.

Il San Carlo non veniva semplicemente restituito alla città: rinasceva come un tempio della cultura.

Giuseppe Cammarano lavorò anche al sipario del teatro, più volte ridipinto prima di essere sostituito nel 1854 da quello attuale, realizzato da Giuseppe Mancinelli e Salvatore Fergola. Continuò inoltre a operare nel Palazzo Reale di Napoli, dove nel 1819 dipinse Minerva che premia le Virtù, e negli anni successivi intervenne ancora nelle residenze borboniche e in diversi palazzi aristocratici.

Fu anche ritrattista. Nel grande dipinto con Francesco di Borbone, duca di Calabria, e la sua famiglia raccolti intorno al busto di Ferdinando I, la dinastia viene rappresentata con la solennità richiesta dalla committenza, mentre sullo sfondo compare un Vesuvio tranquillamente fumante.

Più intimi sono i piccoli ritratti delle figlie Rosa e Carmela, oggi conservati al Museo di San Martino: due volti familiari nei quali il pittore di divinità e allegorie sembra finalmente abbandonare la retorica della corte.

Ma dietro il professore dell’Accademia e il decoratore delle regge continuava a vivere il figlio di Giancola.

CURIOSITA’: Cammarano, anche ormai adulto e affermato come pittore, continuava a divertirsi come filodrammatico ed era considerato un eccellente Pulcinella nel teatrino presso il monastero di San Severino, cioè nell’area dell’attuale Archivio di Stato. E non era affatto casuale. Suo padre Vincenzo Cammarano, detto “Giancola”, era stato uno dei più celebri Pulcinella del Settecento napoletano, per oltre trent’anni protagonista del San Carlino. Anche il fratello Filippo fu attore e interpretò Pulcinella. Giuseppe, quindi, apparteneva a una vera dinastia teatrale prima ancora che artistica. C’è persino una testimonianza iconografica straordinaria che ci torna utilissima per il nostro articolo: Giuseppe disegnò suo padre Vincenzo Cammarano con la maschera di Pulcinella. Il disegno, firmato “g. cammarano f. 1831”, è conservato alla Certosa e Museo Nazionale di San Martino, inventario 12344. Il Catalogo Generale dei Beni Culturali lo identifica esplicitamente come “Vincenzo Cammarano detto Giancola con maschera da Pulcinella”.

Giuseppe amava occasionalmente unirsi agli altri membri della famiglia e tornare a recitare. Nel piccolo teatro di San Severino, nei pressi dell’attuale Archivio di Stato, fu applaudito interprete di Pulcinella.

L’uomo che dipingeva Minerva, Apollo e le virtù dei sovrani saliva dunque sul palcoscenico con la maschera nera, la voce stridula e l’abito bianco del personaggio che da secoli si prende gioco del potere, della fame e persino della morte.

Non è soltanto una curiosità biografica. È forse il particolare che meglio rivela la sua natura e quella della città nella quale aveva scelto di vivere.

Nella Napoli di Cammarano il mondo della corte e quello della strada non erano universi completamente separati. Il pittore poteva trascorrere le giornate sugli alti ponteggi di una reggia e la sera ritrovarsi davanti a un pubblico popolare; poteva raffigurare l’ordine perfetto degli dèi antichi e poi indossare la maschera dell’uomo che quell’ordine lo mette continuamente in discussione.

La famiglia Cammarano continuò a intrecciare pittura, musica e teatro anche nelle generazioni successive.

Suo figlio Salvatore divenne uno dei maggiori librettisti dell’Ottocento: scrisse per Donizetti il testo della Lucia di Lammermoor e collaborò con Verdi per Alzira, La battaglia di Legnano e Luisa Miller, lasciando incompiuto il libretto del Trovatore.

Suo nipote Michele sarebbe diventato un importante pittore del secondo Ottocento, autore di grandi scene storiche e civili. Era una vera dinastia artistica, cresciuta fra accademie, quinte teatrali, libretti d’opera e palcoscenici popolari.

Giuseppe Cammarano morì di tifo a Napoli il 2 ottobre 1850. Aveva ottantaquattro anni e aveva attraversato la fine del Settecento, la rivoluzione del 1799, il Decennio francese e la Restaurazione borbonica. Aveva visto mutare la città, i suoi sovrani e il gusto artistico, fino a ritrovarsi negli ultimi anni quasi estraneo alle nuove tendenze della pittura.

La sua opera più visibile, però, è rimasta esattamente nel luogo per il quale era stata immaginata.

Ancora oggi, quando le luci della sala del San Carlo si accendono e il pubblico attende che si apra il sipario, Apollo, Minerva e i poeti dipinti dai Cammarano continuano a vegliare sul teatro.

Sotto quella volta sono risuonate le musiche di Rossini, Donizetti, Bellini e Verdi. Pochi spettatori, alzando gli occhi, ricordano che l’uomo che contribuì a dipingere quel cielo era cresciuto fra i Pulcinella del San Carlino e che, dopo aver lavorato nei palazzi dei re, non aveva mai smesso del tutto di indossarne la maschera.

 

A questo punto, però, vale forse la pena lasciare per qualche istante la parola alle immagini.

Perché Giuseppe Cammarano non fu soltanto il pittore chiamato dai Borbone a decorare le loro regge. Fu un artista capace di passare dalle grandi composizioni mitologiche distese sulle volte dei palazzi reali alla delicatezza di un volto familiare tracciato sulla carta; dalla solennità della pittura celebrativa alla leggerezza ancora settecentesca del colore.

Alla Reggia di Caserta lasciò alcune delle testimonianze più importanti della sua arte. Nel 1814 dipinse Pallade che premia le Arti e le Scienze per mezzo del Genio della Gloria; pochi anni dopo realizzò Ettore che rimprovera Paride per il rapimento di Elena e quindi Teseo che uccide il Minotauro. Accanto a queste grandi scene mitologiche troviamo anche Cerere, immersa in un paesaggio bucolico, tra spighe, amorini e contadini intenti alla raccolta.

Ma Cammarano seppe soprattutto dare un volto alla corte del suo tempo. Nel 1820 realizzò la monumentale Famiglia di Francesco I, oggi nuovamente esposta alla Reggia di Caserta: una grande rappresentazione dinastica nella quale i componenti della famiglia reale si raccolgono intorno al busto di Ferdinando I, mentre alle loro spalle compare l’inconfondibile profilo del Vesuvio fumante.

Napoli conserva altre tracce fondamentali della sua mano. Nel Teatro di San Carlo partecipò alla realizzazione della grande decorazione della volta con Apollo che presenta a Minerva i maggiori poeti, mentre nel Palazzo Reale di Napoli dipinse Minerva che premia le Virtù. Sono opere nate per essere viste dal basso, inserite nell’architettura, capaci di trasformare soffitti e volte in grandi scenari popolati di divinità, allegorie ed eroi.

 

E poi c’è un Cammarano diverso, forse persino più affascinante.

È quello che emerge dai ritratti e dai disegni conservati al Museo di San Martino. Qui la pittura ufficiale lascia spazio agli affetti: compaiono le figlie Rosa e Carmela, che la stessa critica ha indicato fra le prove più riuscite della sua ritrattistica, e ritroviamo anche il volto dello stesso Giuseppe accanto alla moglie. Non più re, principi, dèi o personificazioni della Gloria: semplicemente una famiglia.

Ed è forse proprio mettendo una accanto all’altra queste immagini che si comprende meglio la maestria di Giuseppe Cammarano.

Pallade che premia le Arti e le Scienze, Ettore e Paride, Teseo e il Minotauro, Cerere, La famiglia di Francesco I, i ritratti dei principi Borbone, Apollo e Minerva con i grandi poeti del San Carlo, Minerva che premia le Virtù di Palazzo Reale e, infine, i delicati ritratti familiari conservati a San Martino.

 

 

Opere molto diverse tra loro, eppure appartenenti alla stessa mano.

Sono queste immagini, forse più di qualsiasi descrizione, a raccontarci chi fu davvero Giuseppe Cammarano e quale posto occupò nella pittura napoletana tra la fine del Settecento e la prima metà dell’Ottocento.

  • Apollo che presenta a Minerva i più grandi poeti del mondo – Teatro di San Carlo
  • Pallade che premia le Arti e le Scienze per mezzo del Genio della Gloria – Reggia di Caserta
  • Il riposo di Teseo dopo l’uccisione del Minotauro – Reggia di Caserta
  • Ettore che rimprovera Paride – Reggia di Caserta
  • La famiglia di Francesco I – 1820, Reggia di Caserta
  • Ferdinando I di Borbone
  • Maria Isabella di Spagna – Reggia di Caserta
  • Principe Ferdinando di Borbone (futuro Ferdinando II) – Reggia di Caserta
  • Antonio Pasquale di Borbone (quello con i soldatini) – Reggia di Caserta
  • Giuseppe Cammarano e la moglie di profilo – Museo di San Martino
  • Ritratto di Rosa Cammarano – Museo di San Martino
  • Luigi e Giovanni Cammarano giovanetti – Museo di San Martino

 

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