Il piccolo borgo delle due porte all’arenella , era tanto tempo fa  un delizioso, tranquillo e bellissimo luogo di campagna lontano dalla caotica e sempre più affollata città

A partire dal XV secolo , venne  però insieme a tanti altri villaggi agricoli  promossa  a luogo di villeggiatura  di molte  famiglie aristocratiche . La larga prevalenza di braccianti contadini e le piccole comunità di artigiani e commercianti insieme   all’aria salubre e le varie attrattive naturali  resero i villaggi in quel tempo , un delizioso luogo dove riposarsi lontano dalla caotica vita cittadina nonchè un fresco luogo dove rifugiarsi dall’afosa temperatura estiva del centro città.  Molte famiglie nobiliari costruirono pertanto le loro dimore estive proprio in questi villaggi agricoli alla larga da caos , e calura.

CURIOSITA’: Una di queste dimore era una  proprietà  appartenente al filosofo ,scienzato e commediografo Giovanni Battista Della Porta che si trovava in salita Due Porte  . Si trattava di una villa con due portoni , lontana da occhi indiscreti , ed oggi scomparsa per far posto ad un moderno palazzo. di cemento . In questo luogo , il vero inventore del cannocchiale , istituì la sua Accademia dei Segreti ( Academia Secretorum Naturae ) poi chiusa per ordine papale perchè sospettata di occuparsi di argomenti occulti.

Il piccolo borgo , nonostante esso oggi non sie più un piccolo villaggio agricolo e neppure un luogo ricercato dalle ” nobili ” o arricchite famigli a, conserva  a nostro avviso , per intatto  intatto il fascino della sua vecchia storia.

L’ origine del toponimo ‘Due Porte’  del luogo pare derivi dalla presenza un tempo della villa di  due dei quattro fratelli Della Porta , filosofi ed alchimisti , che qui si trasferirono , per godere dell’”aria migliore di Napoli“ e trascorrere in qiete gli ultimi anni della loro vita. Dopo la morte dello scienziato, i suoi beni passarono alla famiglia Costanzo e il villaggio si arricchì di altre proprietà e monumenti, come Villa Anna e la cappella intitolata S. Maria di Porta Coeli e San Gennaro, ancora in loco .

Secondo altre ipotesi il luogo si chiamava così perché nella piazza principale del villaggio si trovavano due porte tutt’ora esistenti. I due archi che un tempo erano  due porte intitolate  a San Gennaro e a San Domenico , immettono ora, in due strade , il vico molo alle due porte che una volta era il viale di una villa , ed il vico arco San Domenico , un vicolo stretto e buio che nel 600 era anche chiamato  passeggiata dei Gerolamini o ” vico delle fate “, perchè la maggior parte delle lavandaie al vomero dimoravano  in quel luogo .

Sul primo viale , quello chiamato vico molo alle due porte c’è una bella storia che riguarda il suo toponimo.  Dobbiamo infatti innanzitutto chiederci cosa ci fa  un MOLO  in collina, così distante dal mare . Pare che il toponimo deriva dal fatto che durante l’estate, le coppie di giovani innamorati passavano le giornate intere lungo questa strada, passeggiando e godendo di un panorama mozzafiato sul lungomare napoletano proprio come se fossero stati in riva al mare. Di qui nasce poi il nome “Molo alle Due Porte” dato al luogo (  oggi purtroppo  invece, il panorama si specchia sui soli caselli della tangenziale ).

L’arco , che da accesso al vico ,  presenta uno scudo di marmo con un leone rampante sormontato da tre stelle.  Al termine del vicolo si trova un bel palazzo di fine settecento dal bel prospetto bianco con portale d’ingresso e decorazioni a conchiglia sulle finestre . Si tratta della bella Villa La Marca .

Sul secondo viale , quello che da su Vico Arco San Domenico , sappiamo invece che il suo toponimo deriva dalla presenza di case dei frati di San Domenico Soriano .

Questo luogo in origine , era “per bellezza comparabile a Posillipo“, era abitata e frequentata da noti personaggi storici famosi . Tra quelli che vissero qui,  vi era sicuramente Carlo Cattaneo che costruì una magnifica villa proprio sulla strada che conduceva al villaggio (che ora, appunto, è stata intitolata a lui) .

Un tempo da questo luogo si sentiva , solitamente di buon mattino , sollevarsi un dolce canto  che accompagnava in un magico  risveglio tutti i napoletani . Affacciati alle finestre ogni napoletano volgeva lo sguardo verso l’alto delle campagne del vomero e pensando alle belle ” fate ” non poteva far altro che emettere un bel sospiro di desiderio .

Le belle fate  erano però niente altro che delle belle lavandaie che per la  maggior parte  dimoravano  in quel luogo ed erano chiamate “fate ” solo perchè  belle e intriganti come spesso erano ,  mandavano in estasi gli uomini mentre lavavano i panni, e lasciavano scorgere con sensualità qualche piccola parte del loro meraviglioso corpo . Erano tutte donne di quell’incredibile bellezza che solo le popolane di Napoli possiedono, e mentre strapazzavano i panni sui lastroni di pietra ai piu acuti sguardi lasciavano intravedere le loro forme. Indossavano solitamente un corsetto di seta dai colori vivaci ed una gonna di eguale tonalità e fantasia e si si distinguevano sopratutto perchè erano solite portare   un fazzoletto al collo, che si appoggiava alle spalle ,  oppure, una camiciola che spesso era decorata con ciocche di laccetti pendenti sul petto. Dai lobi delle orecchie poi, facevano bella mostra pendenti in simil’oro, molto pesanti, che venivano denominati “rosette”. Ai piedi nudi infine, calzavano “zoccoli” con nastri multicolori annodati in modo tale da formare dei fiocchi.

Queste belle lavandaie con la loro abbronzatura, il loro viso allegro, l’odore di pulito, le movenze flessuose dei loro corpi,  hanno per secoli ispirato in città  pittori ed autori di poesie e canzoncine . Esse  venivano definite  “fate”, forse per il loro scomparire e ricomparire fra le lenzuola stese ad asciugare che svolazzavano.

Curiosita’ : Sull’origine del nome fantastico ci sono diverse ipotesi: alcuni sostengono che venivano considerate magiche per la capacità di far tornare splendenti gli abiti usando cenere di legna e olio di gomito; altri dicono che la magia stava nella capacità di raccogliere elemosine per comprare cenere e tinozze; la versione più accreditata racconta che le lavandaie venivano chiamate «fate» perché erano tutte donne di incredibile bellezza, e mentre facevano il bucato sui lastroni di pietra lasciavano intravedere le loro forme.

Le  belle ” fate ” abitavano quasi tutte , per la maggior parte , in questo  borgo di campagna ed in particolare alloggiavano in un vicolo che ancora oggi porta lo strano nome di ” vico delle fate ” . 

 

 

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