C’era una volta una Napoli  che non vedremo mai più, dissolta sotto i picconi del Risanamento. Una fetta di città cancellata con un colpo di spugna, che non potremo mai conoscere, di cui sopravvive solo qualche elemento ricollocato altrove, immortalata con straziante nostalgia dal pittore Vincenzo Migliaro o dalle stinte fotografie di Raffaele D’Ambra e Gennaro D’Amato.

 

 

 

 

Siete mai stati al Museo di San Martino ?

Aveta mai visto nella  sezione storica, la famosa raccolta dei Ricordi storici delRegno di Napoli ?

Tra le tante  interessanti testimonianze della storia di Napoli , nella sezione  pittorica dell’Ottocento napoletano tra i tanti bellissimo dipinti presenti in questo luogo, avete mai visto  l’interessante serie dei luoghi di Napoli destinati a scomparire durante i lavori di risanamento commissionata a Vincenzo Migliaro ?

 

 

 

 

 

 

 

Fermatevi a guardarli …

Lo sentite anche voi quel sentimento d’insoddisfazione e d’insoluto che nasce e cresce nel petto ?

Si! E’ proprio questo che si prova ogni  qualvolta può capitare di trovarsi di fronte a un quadro di Migliaro,… un  inevitabile malinconico tuffo indietro nel passato.

 

 

 

 

 

In queste tele riconosciamo la Napoli caotica di sempre, vestita di panni borghesi e di lazzari irrequieti. Mentre osservando questi  dipinti, incominciamo inevitabilmente a immaginare in che zona essi furono.presenti e ci chiediamo dove e come oggi siano questi  determinati luoghi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Li riconoscete ?

Ci sembrano quasi dei luoghi inventati, sognati dal pittore, come la scenografia di una vecchia commedia di Scarpetta o di Eduardo. Eppure un tempo c’erano davvero.

 

 

 

 

 

La nostra antica Napoli, sul finire dell’Ottocento, andava inconro a quel vasto processo  di Risanamento che aveva nelle intenzioni iniziali,  l’intento di sventrare e finalmente mettere fine al degrado abitativo di certe zone della città,

Un grande  programmaprogrammo urbanistico che tra ritardi e scandali non riuscì del tutto a rispettare il suo intento iniziale. Esso non fu mai completato e da sempre  nasconde  dietro alla sua bella immagine tutta una serie di   appalti truccati, scandali finanziari. soldi sporchi,speculazioni edlizie e criminalità organizzata .

Pensate solo che quando  fu dichiarato concluso il lavoro nel 1910 (doveva inizialmente durare 12 anni), la società inaricata, aveva  costruito 180.000 metri quadri dei circa 375.000 minimi previsti da contratto.

N.B Complessivamente il progetto del Risanamento prevedeva la costruzione di 980.686,76 metri quadri di  cui fu  realizztato solo un quinto.

Le  1000.000 lire versate nel 1884 (equivalenti a circa  500 milioni di euro attuali  invece, sparirono nel primo anno a causa degli espopri dei vari lotti di terreno che diventarono costosissimi . Già nel 1888 (quindi un anno prima dell’inizio dei lavori di costruzione!) la società statale dichiarò di essere sull’orlo della bancarotta per colpa di continue spese imprevista.  Per non lasciare una città sventrata e devastata dai cantieri, la società fu ricapitolizzata  più volte, un po’ come l’Alitalia, e i costi dell’operazione si gonfiarono  a dismisura. Fu quindi emanato nel 1885 un decreto che stanziava altri 120 milioni e 303 mila lire  con l’obbligo del Comune di Napoli di farsi carico di tutte le ulteriori spese. Inutile dire che le spese ci furono  e il Comune si indebitò talmente tanto da richiedere l’intervento di un commissario speciale nel 1899.

Se dovessimo fare un confronto con le spese moderne, i circa 250 milioni di lire del 1884 sono equivalenti a circa 1 miliardo di euro   del 2020. Per costruire solo le fogne, il Corso Umberto, Chiaia e Rione Santa Lucia. Tutti gli altri luoghi, compresa la  Galleria Umberto infatti, furono costruite da privati con i propri fondi.

Il cosidetto Risanamento si era reso necessario perchè nell’agosto del  1884 scoppiò nella nostra città una devastante grossa  epidemia di colera  che perdurando fino al 1886, causò circa 6000 decessi,  pari a due terzi delle morti totali in Italia .Il morbo dilagò  nei quartieri popolari senza pietà  mietendo  vitttime e rendendo evidente l’insostenibile degrado di molte zone della città.

Da pochi mesi era sindaco della città Nicola Amore, uno dei pochi amministratori che davvero seppero  adoperarsi per la città, ma purtroppo  i provvedimenti lui da presi si rilevarono solo come delle  misure tampone che non riuscirono di fatto ad  impedire una falcidia di 15 mila vittime sui 30 mila casi di colera accertati.

Nulla  era stato fatto dallo stato italiano, quando precedentemente il morbo del colera aveva già colpito la città e nulla era stato fatto per evitarlo . Dopo l’indifferenza che prima regnava nei confronti di questo problema, di fronte alla drammaticità delle condizioni sanitarie presenti, il re Umberto I e il Presidente del consiglio Depretis, furono quindi quasi costretti  a partire per Napoli e giunti  in città iniziarono a visitare ospedali ed entrare nei quartieri infetti per “rendersi conto di persona di come stavano realmente le cose.

Il neo sindaco Nicola Amore li condusse nelle zone infette, nei «quartieri bassi» della città: Porto, Pendino, Mercato e Vicaria, che costituivano l’antico «Quartiere angioino». e l’epicentro del colera.  Non vi erano né acqua né fogne, le condizioni igienico-sanitarie erano pessime. Qui  vi abitava la plebe napoletana, calcolata in circa 200.000 persone , quasi due terzi della popolazione (per lo più analfabeti che non avevano diritti civili, tantomeno il diritto di voto).

Decongestionare  e restaurare  il  centro urbano era quindi qualcosa di necessario ma senza u un vero piano di riferimento che  sarà poi redatto solo nel ‘39, favorì solo la  speculazione fondiaria ed edilizia di persone che fecero a gara per ottenere  la concessione di quegli appalti pubblici che dovevano realizzano   nuovi rioni popolari (Arenaccia, S. Eframo, Materdei, Arenella, Vomero, Sannazzaro, Posillipo, Fuorigrotta), dove ammassare le persone sloggiate senza tetto ed espandere a prorio favore economico  la città .

Il Risanamento della citta fu inoltre fatto  a scapito di monumenti, opere d’arrte e antichi giardini storici,  Pensate solo che dietro a quel  famoso  Rettifilo( Corso Umberto ) che oggi vedete , per poterlo costruire hanno  sventrato  tutto l’antico tessuto medioevale della città , sacrificando alcuni storici edifici e parte di antiche chiese .

E non hanno risolto neanche il problema…esso lasciava , ai due lati della nuova strada , la stessa situazione abitativa, igienica e sociale.

La sola  giornalista e scrittrice Matilde Serao definirà tutto questo come un “paravento”i lavori di ristrutturazione di vaste aree della città. Infatti dietro la costruzione delle nuove arterie continuavano a celarsi il degrado urbano abitativa, igienica e sociale.

Il risultato finale di una tale politica fu una massa di 80 mila persone che venne sloggiata, e purtroppo  costretta ad  andare   ad occupare altre case ugualmente fatiscenti, motivo per cui si ritrovava  in ogni caso priva di sostentamento perché molti vennero  sradicati da quella minima fonte di sopravvivenza che era “l’economia del vicolo”, senza che una politica sociale si preoccupò di offrire alternative.

 

Lo  spuntareinsomma,  di quel  Rettifilo dedicato al re Umberto e quella piazza chiamata in un primo momento dell’Unità Italiana e poi intitolata, nel 1904, a Giuseppe Garibaldi. come precedemente era successo durante il processo di unificazione, non aveva eliminato i problemi di Napoli .

Dopo appena una ventina di anni tutti incomnciarono a capire che il Risanamento aveva fallito; era stato uno specchietto per le allodole, utile alle banche che sarebbero state travolte da scandali e crisi.  Quel Risanamento servì poco e nulla al popolo napoletano.

Il risultato del Risanamento fu solo un caos di appalti trucati, politici corrotti e scandali finanziari che terminò in opere gigantesche, bellissime, ma incomplete . Fu infatti realizzato solo un quinto di quanto preventivato, spendendo più del triplo di quanto stanziato.

Il Risanamento di Napoli non fu quindi mai completato, ma  lasciò comunque un segno eterno nel volto della città.

La mancanza più grave  fu quella di aver “rinunciato alla costruzione di ogni edificio pubblico“, come denunciò il deputato socialista De Martino nel 1899. Oltre al  Palazzo della Borsa  (che tra l’altro non entrò mai in funzione)  e l’Università Federico II, ( che facevano molto meglio a non farla ) infatti, durante il Risanamento non furono mai mai costruiti Ospedali, scuole, e servizi pubblici previsti nel progetto originale.

Al fine di lasciare comunque  un ricordo di quei luoghi e quei costumi della città che si sarebbero persi in seguito all’opera di bonifica e risanamento, il Ministero della Pubblica Istruzione commissionò al giovane pittore napoletano Vincenzo Migliaro la realizzazione di una serie di dipinti che avessero come soggetto questi quartieri e i loro abitanti, da collocare poi al Museo di San Martino. Dopo il primo dipinto, “Vico Grotta e Vico Forno” del 1887, il pittore realizzò “Santa Lucia”, “Strada Pendino”, “Strettola degli Orefici”, “Piazza Francese” e “Strada di Porto”, a cui si aggiunsero qualche anno dopo anche “Vico Cannucce” e “Castelnuovo”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il ciclo pittorico, che ben si inserisce nella corrente del realismo pittorico napoletano, è caratterizzato da una lunga ricerca sia dal punto di vista artistico che da quello sociale che approda ad un linguaggio fortemente anticelebrativo e ha come unico scopo quello di essere una chiara e immediata testimonianza della realtà. L’obiettivo di Migliaro e di altri suoi contemporanei fu quello di fissare la memoria storica della città, inquadrandola nella sua connotazione sia urbanistica che sociale.

Vincenzo Migliaro , nato a Napoli , nei quartier spagnoli, l’otto ottobre del 1858 ebbe fin dai primi schizzi rappresentati, come princicipale fonte di ispirazione pittorica   la vita popolare di Napoli ed è attraverso essa che egli ottenne fama e successo.

La pittura del Migliaro nelle sue opere giovanili si caratterizza infatti sopratutto per  un attento studio della grande pittura del passato, ma è soprattutto della scuola napoletana seicentesca, nella maturità  che la sua produzione si caratterizza per un forte realismo, unito alla forza del colore e alla consistenza plastica.

Molti dei suoi ritratti traducono in pittura le immagini poetiche di Salvatore Di Giacomo dove, l’universo femminile, dall’aggressiva e sfacciata bellezza delle popolane al pudore di giovani donne o alla miseria morale di altre, è indagato con forte realismo ma sempre con umanità e partecipazione.

Da giovane Migliaro, dopo aver appreso  l’arte dell’intaglio e intarsio del cammeo   ai corsi della Società Centrale Operaia Napoletana ed aver frequentato lo studio di Stanislao Lista  si iscrisse nl 1875 all’Istituto di Belle Arti di Napoli , completando poi la sua formazione di pittore come allievo sotto la guida di Domenico Morelli.

Nel 1877 partecipa al concorso nazionale di tutte le Accademie di Belle Arti, indetto dal ministero della Pubblica Istruzione, classificandosi al secondo posto con una Testa di donna oggi a Napoli,(Galleria dell’Accademia di Belle Arti, in deposito alla Pinacoteca di Capodimonte).

Il premio gli consentirà di recarsi per un breve viaggio a Parigi, studiando le opere esposte al Louvre e frequentando Giuseppe De Nittis, Giovanni Boldini e Vincenzo Gemito.

Da qui inizia la sua carriera di cantore della vita napoletana che lo rende celebre sia in Italia (è presente alla Biennale di Venezia dal 1901 al 1928) che all’estero (a Barcellona nel 1911 ottiene la medaglia d’argento)

La sua prinicipale fonte di ispirazione pittorica  fu la vita popolare di Napoli ed è attraverso essa che egli ottenne fama e successo.

La sua pittura ci ha lasciato una Napoli che non c’e più.  I suoi quadri esprimono il colore della verità … sopratutto se pensiamo al radicali interventi del Risanamento e allo sventramento di molte aree che la gente del popolo  ha dovuto per forza di cose abbandonare 

Tutte zone che  il pittore amava ritrarre con capacità uniche : egli in perfetta silente sintesi compositiva e cromatica, con la sua pittura dava luce a piazze inondate dal sole caldo, ma anche una incredibile vivicità a quei stretti vicoli e bassi stretti dove s’annidava la variopinta miseria degli umili, conferendo agli stessi un tipico carattere pittoresco ,

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Vincenzo Migliaro morì a Napoliil 16 marzo 1938 .Quand’era ancora in vita già Vincenzo Migliaro veniva celebrato quale profondo conoscitore e schietto cantore di Napoli,

Tutta la sua produzione  si costellò di vedute di grandi o piccole dimensioni, su tela o tavola o carta, dei più celebri scorci partenopei o degli angoli più nascosti ed angusti della città, non senza talvolta una certa invenzione che, seguendo i dittami del maestro Domenico Morelli, prevedeva che cose immaginate fosse raffigurate secondo i canoni della pittura dal vero.

Qualunque sia il soggetto prescelto, ad ogni modo, sono in egual misura assenti tanto il patetismo tipico della pittura verista coeva al Migliaro che l’impianto folkloristico adottato da tanti pittori per vendere facilmente le proprie opere ai viaggiatori borghesi; l’autore sa restituirci l’essenza stessa di Napoli e dei suoi abitanti per ciò che essa è autenticamente, come se una fotografia potesse animarsi di alta poesia. Proprio per questo a partire dal 1885 circa fu richiesto a Migliaro di “fissare” in pittura gli scorci partenopei che sarebbero andati perduti nei molti e radicali interventi del Risanamento.

 Oggi solo grazie alla sua pittura,  con malinconia  ritroviamo  la tipica strada del Pendino con la piazza della Sellaria.

Ed  inevitabilmente ci chiediamo di cosa  ha poi  finito per fare  quel roboante mercato in cui fin dal Medioevo si vendevano le selle ? Cosa ne è stato ? 

Esiste ancora un mercato delle selle ? E dove se non in Piazza della Sellaria ?

La sorte delle botteghe intorno, dei chianchieri e delle ovaiole da presepe, dei pescivendoli e dei pollieri che sotto tendoni chiari urlavano accanto a donne con larghe gonne e scialli, purtroppo quelli si sono dovuti arrendere alla globalizzazione dei supermercati e peggio ancora del dittatore  Amazon.

Per fortuna di quei dipinti solo almento  la fontana seicentesca è sopravvissuta davanti al Grande Archivio, Almeno quella …

Di sicuro però certo non rimpiangiamo le fabbriche che fino agli anni Venti opprimevano la vista del Maschio Angioino, ma forse ci manca il caratteristico, spagnolo, vico delle Cannucce, con le sue  arcate di origine catalana, e  la piazza Francese di un tempo, coi suoi banchi per la vendita di ferro, rame, ottoni, poco prima di un supportico che ci fa sembrare di essere in un anfratto della Londra di Dickens.

E poi le Gradelle di San Giuseppe, che ci inducono a pensare a una Montmartre in miniatura. Erano uno dei luoghi più frequentati della città e sorgevano poco distanti da Rua Catalana. Insieme con esse sulla sommita delle scalette e nei palazzi attorno si vendevano lane, ceste di vimini o tappeti .

E mi piange il cuore se invece penso che a sparire fu anche  la cinquecentesca chiesa di San Giuseppe Maggiore, che dava nome a un intero quartiere. Ancora oggi a distanza di tanti anni , non capisco  come abbiano potuto solo minimamente pensare di poterla distruggere ed il perchè ci hanno tolto  la possibilità di poterla ammirare.

Mi fa invece solo provare  sconforto il solo pensare  allo scempio dell’abbattimento dei due grandi monasteri: quello della Croce di Lucca e sopratutto quello della Sapienza, che dovettero cedere il loro spazio alla costruzione del vecchio policlinico (( roba da non credere..).

Due grandi monasteri, entrambi ricchi di opere d’ arte, pregevoli affreschi e dipinti ( fate silenzio, vi prego, non lo raccontate in giro per l’Europa altrimenti ci pigliano per pazzi…), vennero allora abbattuti per dar luogo in pieno centro storico ad una struttura brutta e completamente fuori contesto in un luogo ricco di opere d’arte . Quei padiglioni del Primo Policlinico, sono una delle cose più brutte fatte  alla nostra città da un punto di vista architettonico.

L’abbattimento di queste strutture provocò la sdegnata opposizione di Benedetto Croce il quale si scagliò con fermezza contro la distruzione del grande patrimonio costituito dalle strutture monastiche e in particolare nel 1903 si appellò al sindaco Luigi Miraglia dalle pagine della rivista ” Napoli Nobilissima
Ma nonostante tutto i conventi furono abbattuti insieme a 2 palazzi nobiliari (palazzo d’ Aponte e palazzo De Curtis ) per costruire al loro posto parte del policlinico.
La veduta delle cliniche universitarie inevitabilmente accende un tono polemico difficile da controllare e una domanda mi viene in mente: ma veramente non c’era nessun altro posto a Napoli dove costruire delle cliniche universitarie ? …. e proprio nel centro storico ? … e proprio radendo al suolo un patrimonio storico ?

Il monastero delle chiesa dela croce di Lucca,  era di notevole estensione con preziosi affreschi, dipinti su tela e fregi ed era stato fondato da Maria Carafa – sorella di Giovanni Pietro Carafa cioè papa Paolo IV noto per la brutale e feroce attività inquisitoria dell’epoca.

Oggi di quel magnifico posto resta soltanto la chiesa ( mutilata dell’abside ) salvata grazie solo al prodigarsi di Benedetto Croce, che fece anche il miracolo di salvare la vicina chiesa della Sapienza che nei progetti iniziali doveva essere abbattuta, Se oggi possiamo ancora ammirrare la  bella facciata del Fanzago, lo dobbiamo solo al grande Benedetto Croce.

Il suo interno con un bellissimo pavimento in marmo bianco ( opera di Dionisio Lazzari) e affreschi nella volta e nell’abside  di Cesare Fracanzano, è stata completamente vandalizzata delle sue opere e versa in un cattivo stato di manutenzione a causa di infiltrazioni d’acqua, furti e atti vandalici.

L’ antico monastero  ed il suo magnifico chiostro era frequentato da suore che provenivano da famiglie ricche e nobili, le cui generose donazioni venivano utilizzate per acquistare terreni e abitazioni vicine con lo scopo di espandere la struttura, poi completamente distrutta da un sindaco che proprio perchè non si fece mai  intimidire da nessuno .qualcuno gli ha poi dedicato per los cempio fatto, anche il nome della Piazzetta . Egli  impettito continuò la sua folle iniziativa a dispetto di tutto e tutti.

Costruire un Policlinico e delle cliniche universitarie in un luogo dove a stento riesci talvolta a circolare e’ una vera follia.

 

 

 

 

 

 

 

 

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