Carlo di Borbone fu un monarca  illuminata e riformista in quanto ebbe il merito di adeguarsi gradualmente con la sua politica alle tendenze illuministiche imperanti a quell’epoca in Europa che dava un nuovo aspetto alle relazioni umane liberando in ogni campo l’oscurantismo di un passato dominato dall’ autorita’ religiosa e dalle rigide istituzioni.
Durante il precedente dominio vicereale spagnolo, Napoli, relegata al ruolo di provincia del regno, era stata una citta’ chiusa nel suo provincialismo mentre con il nuovo regno indipendente di Carlo fu messa a livello di Parigi, Vienna e Madrid, aprendosi così a nuove idee e altri modelli di vita.

Egli diede infatti inzio  con il Tanucci ad un importante un periodo di riforme nell’amministrazione (anche se talvolta difettose o incomplete) che erano per quei tempi molto liberali e ardite.

Risveglio’  il settore commerciale, istituendo un tribunale di commercio ed un collegio nautico che tutelava la marina mercantile (stipulo’ un trattato con l’impero ottomano che ridusse le azioni dei pirati). Istituì l’imposta fondaria e fece il catasto, miglioro’ i tribunali e la procedura civile. Fece ogni sforzo per diminuire il potere delle feudalità e per sottrarre il regno all’influenza clericale. Colpi’ la manomorta, ossia l’ immunita’ dal fisco per alcuni immobili religiosi ( sanci’ l’ imposizione fiscale ai beni religiosi prima esenti)  cosa che ancora oggi il nostro attuale governo non ha il coraggio di fare …. Egli stipulò col Vaticano (grazie alla politica anticlericale del Tanucci) un concordato in cui si prevedeva la riduzione dei privilegi ecclesiastici, delle immunita’, del numero dei chierici e si sospese il tribunale della inquisizione.
A tal proposito va ricordato un fatto esemplare che l’ambasciatore britannico sir James Gray cosi’commentò: «Il modo in cui il re si è comportato in questa occasione è considerato come uno degli atti più popolari del suo regno»

Il concordato dava inoltre al re il controllo delle nomine dei vescovi e sanciva la riduzione del numero dei conventi.

CURIOSITA’: Nel 1746 il cardinale arcivescovo Spinelli tentò d’introdurre l’Inquisizione a Napoli: la reazione dei napoletani, tradizionalmente ostili al tribunale ecclesiastico, fu violenta. Implorato dai sudditi d’intervenire, re Carlo entrò nella Basilica del Carmine e toccando l’altare con la punta della spada giurò che non avrebbe permesso l’istituzione dell’Inquisizione nel suo regno. Lo Spinelli, che fin allora aveva goduto del favore del re e del popolo, fu allontanato dalla città.

In politica estera, fu avveduto e mai spericolato, coltivando l’alleanza con l’Austria che consolidò con il matrimonio del figlio Ferdinando con la figlia di Maria Teresa, Maria Carolina.

In citta riordinò il Bosco di Capodimonte e iniziò la costruzione delle Reggia di Capodimonte
La reggia fu’ progettata da G.A. Medrano nel 1738 e fu terminata 100 anni dopo. Intorno al palazzo, il Sovrano aveva voluto due grandi boschi da destinare alla caccia e un enorme giardino.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel 1839 fu destinata ad ospitare le collezioni Farnesiane, che il re aveva ereditato dalla madre Elisabetta e successivamente impiantò la fabbrica di porcellane in omaggio alla sposa sassone.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Si tratta di grandi capolavori che hanno reso celebre la capitale dell’Impero ed erano poi finiti nella residenza della grande famiglia Farnese.

N.B.  Le statue colossali, come il Toro Farnese e l’Atlante, venivano dalle Terme di Caracalla.

Il Toro è uno dei gruppi marmorei più grandi dell’antichità. L’Ercole, rinvenuto sotto Papa Paolo III, invece è una scultura che impressionò gli artisti del Rinascimento, diventando modello di riferimento per la cultura manierista. I gioielli Farnese trovano poi il loro culmine nella stanzetta che accoglie le gemme e in particolare la Tazza, uno dei più grandi cammei dell’antichità.

Le stupende opere archeologiche che rappresentano il trionfo dei Farnese, sono oggi raccolte nelle sale del Museo Aechelogico di Napoli ( MANN ) .

Questo Museo che può vantare il più ricco e pregevole patrimonio di opere d’arte e manufatti di interesse archeologico in  Italia, è stato uno dei primi costituiti in  Europa.

Esso fu realizzato in un monumentale palazzo seicentesco tra la fine del  Settecento e gli inizi dell’Ottocento e anch’esso è parte integrante di quel grosso progetto dei Borbone di realizzare a Napoli qualcosa di unico.

CURIOSITA’ Il monumentale edificio fu costruito alla fine del Cinquecento, come caserma di cavalleria, su ordine del viceré di Spagna (di quel complesso oggi sopravvive solo il possente portale in piperno che si spalanca sul lato occidentale di via Santa Teresa). Nel corso del XVII secolo fu ampliato grazie all’opera dell’architetto Giulio Cesare Fontana, e trasformato in sede universitaria.  L’Ateneo vi rimase per circa 150 anni , fino a quando, il  re Ferdinando IV decise di traslocarlo negli spazi del Real Convitto del Salvatore, ( 1777) adibendo il vecchio Palazzo degli Studi a sede del primo Museo Borbonico e della Real Biblioteca di Napoli.
Ferdinando di Borbone , fece in modo da riunire in questa sede i due preesistenti musei reali: quello di Capodimonte, che ospitava le collezioni d’arte e d’antichità formate nel corso di oltre due secoli dalla famiglia Farnese ed ereditate da Carlo di Borbone per via materna, e il Museo Ercolanese di Portici, dedicato agli oggetti provenienti dagli scavi archeologici di Ercolano e Pompei, iniziati rispettivamente nel 1738 e nel 1748.
Il nuovo progetto museale prevedeva inoltre l’inserimento nella stessa sede anche di altri istituti di cultura, quali la Biblioteca Borbonica e l’Accademia di Belle Arti.
Napoli, Capitale del Regno, al pari di tutte le altre capitali del Vecchio Continente, poteva così fregiarsi di un polo museale tutto suo. Si andava così realizzando il progetto dei Borbone di creare a Napoli, capitale del Regno, un grandioso istituto per le arti, riunendo in un solo complesso il fondo librario, la ricchissima raccolta di antichità, appartenute ad Elisabetta Farnese, madre di Carlo III, divisa tra Roma e Capodimonte, e le collezioni archeologiche formatesi durante gli scavi intrapresi nelle cittadine vesuviane dal 1738 e precedentemente esposte nel Museo Ercolanese di Portici.

La visita a questo museo si snoda per ben dodicimila metri quadri di esposizione . Una volta entrati possiamo ammirare lungo lo scalone monumentale quattro sculture in marmo, tra le quali si segnala la statua opera di Antonio Canova raffigurante, Ferdinando I di Borbone, celebrato come protettore delle arti.

La “Real Biblioteca di Napoli”, fu aperto al pubblico, nel Gran Salone della Meridiana, solo  nel 1801 per le grandi difficoltà economiche ed i grandi rivolgimenti politici dell’epoca, che rallentarono notevolmente l’impresa, , mentre le prime sezioni museali vennero inaugurate durante il decennio francese,

Tornati i Borbone dal temporaneo esilio in Sicilia ed arricchito di nuove importanti collezioni, quali la Borgia, la Vivenzio, e parte della stessa collezione personale formata a Napoli da Carolina Murat, il Museo fu inaugurato nel 1816 col nome di Real Museo Borbonico. Nel corso del XIX secolo si susseguirono molte nuove immissioni sia di collezioni private, sia di materiali provenienti dagli scavi eseguiti in Campania e nell’Italia meridionale e soprattutto nell’agro Pompeiano e Vesuviano: tra il 1830 ed il 1840, tra i monumenti di prestigio, giunsero al Museo il mosaico di Alessandro e gli altri mosaici della Casa del Fauno, il “Vetro blu”, il “Vaso di Dario”

Nel 1860, con l’Unità d’Italia, il Real Museo Borbonico divenne proprietà dello Stato, assumendo la nuova denominazione di “Museo Nazionale”. Tra il 1863 ed il 1875 oltre ad arricchirsi della notevolissima collezione Santangelo, esso venne completamente riordinato da Giuseppe Fiorelli, secondo un criterio tipologico. Alla nuova riorganizzazione operata da Ettore Pais tra il 1901 ed il 1904 fecero seguito sistemazioni di singole collezioni, rese possibili anche dalla disponibilità di nuovi spazi creatisi con i trasferimenti, nel 1925, della Biblioteca nel Palazzo Reale di Napoli e, nel 1957, della Pinacoteca nell’attuale Museo di Capodimonte. Rimasero così in questa sede soltanto le ricche collezioni di antichità, cosicché il Museo iniziò ad assumere la sua odierna identità di Museo Archeologico.

In esso oggi sono esposti oltre tremila oggetti di valore esemplare in varie sezioni tematiche e conservati centinaia di migliaia di reperti databili dall’età preistorica alla tarda antichità, sia provenienti da vari siti antichi del Meridione, sia dall’acquisizione di rilevanti raccolte antiquarie, a partire dalla  collezioneFarnese appartenuta alla dinastia reale dei  Borbone, fondatori del Museo.

Altra grande opera meritoria di Carlo furono come vi abbiamo accennato, gli scavi di Ercolano e Pompei con cui egli porto’ alla luce un tesoro straordinario di reperti archeologici. Il suo merito fu di capire immediatamente l’importanza di tali ritrovamenti e di inaugurare una campagna archeologica continuata poi dai successori e in vigore ancora oggi.

 

Nel 1738 fu cominciata la Villa di Portici, con il suo Parco degradante verso il mare, arricchita con statue di Ercolano e Pompei che egli considerò la sua residenza estiva.  Molte famiglie gentilizie, per essere vicine ai sovrani, costruirono ville che costituirono il cosiddetto “miglio d’oro“.

Ma Carlo di Borbone, desiderava una reggia di bellezza e magnificenza ben superiore. Con la reggia di Caserta egli intese uguagliare se non superare la grandiosita’ e la bellezza di Versailles.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Scelse come architetto il figlio del pittore fiammingo Van Wittel, Luigi Vanvitelli.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Carlo di Borbone fece inoltre costruire (demolendo prima il vecchio San Bartolomeo) il Teatro San Carlo su progetto di Antonio Medrano che fu completato in soli otto mesi da Angelo Carasale e inaugurato il 4 novembre, festa di San Carlo e giorno dell’onomastico del sovrano.

Fu il teatro più’ grande e sontuoso in Italia, che divenne talmente famoso da divenire negli anni successivi tappa obbligatoria per tutti i visitatori italiani e stranieri.

Il  maggiore intervento pubblico degli anni in cui Carlo, era  re di Napol,  fu comunque la costruzione del gigantesco Albergo dei poveri, allora detto “Reclusorio”: un ospizio destinato, nelle intenzioni del sovrano, ad accogliere ottomila persone e dare asilo ad una moltetudine di poveri senza dimora per toglierli dalle strade.   Esso doveva rappresentare la pieta’ illuminista della casa Borbonica e la maggiore espreesione delle sue idee riformiste

L’edificio doveva, nelle intenzioni del sovrano, contenere il forte problema dei poveri (in citta’ erano 25.000) e sulla forte spinta esercitata da padre Rocco, egli decise di  far  costruire per i soli   poveri un  mastodontico Albergo dove essi potevano essere ospitati con separazione dei sessi e delle età.

Nel grande sogno utopistico di re Carlo,  la grande  fabbrica era destinata a ospitare ottomila persone, che avrebbero avuto a loro disposizione refettori, cortili, portici, officine, abitazioni, etc. oltre ad avere nel suo centro geometrico una grande chiesa; la comunità avrebbe potuto quindi svolgere nel Reclusorio una sua vita, se non autonoma, certamente abbastanza completa.

Il progetto e la direzione dei lavori furono affidati a Ferdinando Fuga, che legò il proprio nome a questa grande opera. L’architetto fiorentino, partito dall’idea di costruire un edificio quadrilatero, con quattro cortili quadrati nella piana situata alle spalle del borgo di Loreto, dovette poi rinunciare alla localizzazione prescelta, probabilmente perché costruire una fabbrica di tale mole praticamente sul mare, e in un’area dalla ben definita funzione militare, era poco conveniente*
Di più, si temeva forse che la fabbrica, sorgendo in una zona disabitata, potesse diventare una sorta di ghetto, tagliato fuori dalla vita della città. Il suolo dove, invece, l’ospizio fu costruito presentava caratteristiche assai più vantaggiose.

Alle sue spalle si levava la collina di Miradois, la quale costituiva, con il suo verde, una quinta ideale per il rigoroso volume della fabbrica; un intento paesaggistico aveva certamente presieduto a questa ubicazione, in quanto il Reclusorio veniva così organicamente, anche se forzatamente, integrato nella struttura naturale dei luoghi. Inoltre, lo si costruì lungo via Foria, che nel 1766 venne selciata e allargata”” e che “assume, da questa epoca, le funzioni di ingresso d’onore della città: funzione già prima disimpegnate da Porta Capuana, nella occasione dei solenni ricevimenti di regnanti e principi”.

N.B.  La scelta di costruire la colossale opera lungo Via Foria , fu una decisione strategica e ben ponderata daIi Borbone e dallo stesso architetto Fuga. Ess edificatoin manira spoporzionata rispetto al minuto tessuto edilizio circostante,  doveva simbolicamente costituire  una sorta di monumento alla gloria del monarca.

Al visitatore che giungeva a Napoli dalla Parte più alta di via del Campo si profilava la fuga prospettica della facciata maggiore del Reclusorio, lunga trecentocinquanta metri

N.B. La mappa del duca di Noja raffigura l’Albergo dei poveri nello sviluppo previsto dal progetto, con il fronte più lungo di seicento metri. Ma sopravvenute difficoltà impedirono che l’edificio fosse completato: la parte costruita corrisponde a un quinto del volume progettato.

Il progetto iniziale prevedeva una pianta rettangolare, con cinque cortili interni e una chiesa nel mezzo; i due cortili più esterni furono poi cancellati dal progetto, che rimaneva comunque estremamente ambizioso: nel 1819, quando i lavori di costruzione furono definitivamente sospesi, l’edificio era stato realizzato per poco più della metà del progetto originario.

I lavori,lunghissimi, furono  iniziati nel 1751, proseguirono per tutto il Settecento e per i primi decenni dell’Ottocento.

CURIOSITA’: Nel 1780 Francesco Milizia commentava: “Chi sa quando si finirà; e sono quasi trent’anni, che si lavora a quest’opera. Con minore spesa, e in più breve tempo si sarebbe tolta per sempre ogni povertà dall’abbondantissimo Regno di Napoli”‘. Osservazione infondata, perché ben altre erano le dimensioni dei problemi economici da affrontare; più esatta l’osservazione successiva: “È una esperienza costante, che per questi Ospizj non si tolgono i poveri’*. In realtà, l’iniziativa risultò, più che altro, un monumento alla vanità della Corona.

Comunque sia, l’Albergo dei poveri è una di quelle fabbriche che nel panorama urbano assumono un peso e un rilievo di primo piano. La sua mole e il severo schema strutturale che sovraintende alla composizione sono tali da costituire un unicum di eccezionale interesse.

Ancora oggi Il Real Albergo dei Poveri o Palazzo Fuga (nell’uso popolare, Reclusorio o Serraglio) ,voluto da Carlo III di Borbone , resta  il maggiore palazzo monumentale di Napoli e rappresenta con i suoi oltre 100mila metri quadrati uno degli edifici più grandi d’Europa.

Con la sua pianta rettangolare l’enorme edificio  misura 389 metri di lunghezza e 140 metri di profondità, con un’area coperta di 55mila metri quadrati.  I 103mila metri quadrati di superficie utile sono distribuiti su sette piani fuori terra per un totale di 440 tra sale e gallerie, mentre il volume stimato è di 830mila metri cubi.

Questo enorme edificio incompiuto ospitò bambini e ragazzi orfani, donne e uomini poveri, fu sede del tribunale per i minori, ed ha avuto nei secoli una storia travagliata, passando per citare solo gli ultimi decenni,  per danneggiamenti e crolli (terremoto del 1980), situazioni di abbandono e occupazioni abusive, per vivere finalmente, negli ultimi anni, una nuova fase di ristrutturazione e riqualificazione promossa finalmente dal Comune.

Carlo quando lasciò il regno di Napoli per prendere possesso del trono di Spagna, lascio la direttiva del regno a suo figlio minore  Ferdinando IV e al suo fidato ministro Bernardo Tanucci  . A questi tra le tante cose da fare, lasciò anche l’incarico da dare a Ferdinando Fuga di costruire  ai piedi della collina di Poggioreale , un cimitero   per i poveri, fuori porta, fornito di 366 fosse comuni da riempire  una al giorno :Il cimitero di Santa Maria del Popolo, conosciuto come cimitero delle 366 fosse o come cimitero dei Tredici .

Il sovrano volle quest’opera per evitare fenomeni di infezione (molto comuni in quel tempo) dovuti alle sepolture nelle terre sante delle chiese della città.

La mortalità in quel periodo in città era molto alte per le frequenti epidemie e un numero crescente di malattie considerate allìepoca incurabili , Gli ospedali i erano eccessivamente affollati ed il numero dei morti  aumentava di giorno in giorno .

N.B. Era  usanza comune all’epoca , sotterrare i morti nelle cavità di ospedali, chiese e grotte , ma il numero dei morti era altissimo e non si trovava in questi luoghi piu’ spazio .

Si penso’ bene quindi di non seppellire piu’ i corpi dei defunti all’interno delle chiese, o nelle immediate vicinanze di esse e prevedere la creazione di grandi fosse comuni al di fuori della mura cittadine.
Una delle aree particolarmente in uso e piena di cadaveri , era quella di una grande cavità, detta piscina, posta sotto l’ospedale degli Incurabili dove gli ammalati deceduti venivano gettati alla rinfusa . Si trattava di un’enorme fossa comune , che a causa del cattivo odore che da essa proveniva comprometteva gravemente la salubruta’ dell’ aria con conseguente pericolo di infezioni .
Il grande numero di morti  che affligeva l’ ospedale non poteva piu’ essere contenuto in questa fosse comune e si penso’ bene ad un certo punto di costruire un Cimitero a proprio uso esclusivo  lontano dall’ ospedale  che sorse nella zona di San Antonio Abate su disegno di Ferdinando Fuga.  Questo cimitero fu in assoluto il primo cimitero ad essere costruito al di fuori delle mura cittadine anticipando di circa quarant’anni l’editto napoleonico di Saint Claude  e fu anche ,il primo esempio cittadino , insieme alla realizzazione del  Real Albergo dei Poveri , di  un’area specificamente dedicata ai poveri, facente parte del grande  progetto illuministico intentato  all’epoca  dai borbone per le classi meno abbienti.

Il re, non solo affido’ l’opera di costruzione al grande architetto  ma addirittura collaboro’ ‘economicamente  alla sua realizzazione con un contributo personale di 4500 ducati .
Il 31 dicembre del 1736 venne finalmente quindi aperto il Cimitero di Santa Maria del Popolo, detto anche “Cimitero delle 366 Fosse”,  che per l’epoca fu considerata una vera e propria opera rivoluzionaria d’ingegneria, a metà tra struttura Sanitaria e centro di Smaltimento che restato  in funzione fino al 1890, si calcola che abbia ospitato circa due milioni e mezzo di salme delle classi meno abbienti .

La caratteristica di questo cimitero erano  proprio le sue 366 fosse fatte per precauzioni sanitarie in un periodo in cui carestia e peste affliggevano la città’.
Perché così tante?  . La risposta la ritroviamo in una antica relazione della segreteria dove possiamo leggere ‘«Seppellendosi i cadaveri ogni giorno in una fossa nuova  non viene prima di un intiero anno a riaprirsi quella fossa».
Ovviamente questo per motivi sanitari era un gran vantaggio perché’ permetteva l’inumazione ordinata dei morti secondo un criterio cronologico e questo non permetteva di riaprire  quella determinata buca se non prima di un anno riducendo cosi’ il rischio di infezioni .
Le 366 fosse ( come i giorni dell’anno bisestile ) secondo un criterio logico , consentivano di gestire tutte le sepolture durante tutto l’anno, e la procedura prevedeva che ogni giorno venisse aperta una sola fossa diversa in cui venivano deposti tutti i defunti di quella giornata e che poi la  sera questa venisse richiusa e sigillata.
Le fosse erano  profonde circa sette metri, ed erano allineate diciannove per file.
La sequenza procedeva da sinistra a destra, ( da un muro all’altro ) ma cambiando file la progressione cambiava andamento, da destra e sinistra, e così via.
Le lapidi di basalto, che sigillavano le fosse, furono disposte in modo che i becchini si trovassero a lavorare ogni giorno su una fila differente da quella del giorno precedente. I corpi erano lasciati cadere nelle fosse senza cura né attenzione, fino a quando, nel 1875, una baronessa inglese che aveva perduto la figlia in seguito a un’epidemia di colera, decise di donare al cimitero un macchinario, realizzato da una fonderia napoletana, che calasse con calma e precisione le salme all’interno delle sepolture.
Su ciascuna lapide , secondo un rigido ordine cronologico veniva apposta una lastra con sopra un numero inscritto in un cerchio . Questo consentiva conoscendo solamente il giorno del decesso, di poter almeno individuare, in quella  fossa comune”  riposava il proprio caro ed individuare il punto preciso in cui pregare .
Il sistema permetteva in tal modo di risolvere da un lato il problema sanitario e dall’altro  di non abbandonare delle povere anime senza dedicare loro una degna sepoltura ( cosa  improponibile a Napoli, dove  il culto dei morti è sempre stato molto diffuso

L’unicità di questo Cimitero consiste  a differenza delle Terre Sante, o delle Cave di Tufo,  nella possibilità di determinare con assoluta certezza la collocazione della Salma,  anche per  i poveri  che da allora venivano registrati.

Altre opere pubbliche di rilievo volute da Carlo di Borbone, furono: la sistemazione del Molo, l’apertura della strada di Mergellina, la costruzione dell’edificio dell’Immacolatella ed infine nel 1757 fu iniziata la costruzione dell’emiciclo al largo Mercatiello (attuale Piazza Dante) dove, alcuni giorni della settimana, c’era il mercato.
La piazza prevedeva nel nicchione centrale la statua equestre di Carlo (il modello in gesso esistente all’epoca fu poi distrutta dai giacobini nel 1799) e sul cornicione dell’emiciclo possiamo ancora oggi vedere le 26 statue allegoriche delle virtu’ del sovrano.

Le  statue delle allegorie  presenti sulle terrazze dell’ emiciclo vanvitelliano del foro carolingio ,non rappresentano solo le virtù del sovrano nel senso classico della parola.  Molte riflettono lo stile di vita del monarca, le sue politiche illuministiche, il suo desiderio di  promuovere la cultura e il benessere sociale dei suoi sudditi, il suo interesse per le arti e le scienze. Esse rappresentano quindi un “unicum” di virtù, belle arti e qualità di buon governo.

L’emiciclo fu commissionato dai Borbone al Vanvitelli per  far risaltare  la grandezza e la lungimiranza di questo sovrano illuminato, un re profondamente legato ai suoi sudditi e al suo regno, un sovrano che  avrebbe voluto  emancipare il suo popolo e la nazione napoletana. Certamente non fu solo un opera pubblica edificata per spirito di servizio, ma bensì un monumento per la gloria del re e della sua dinastia. Le sculture vennero poste  sulle terrazze dell’ emiciclo tra il luglio del 1763 e l’agosto del 1764.

CURIOSITA’: Delle 26 sculture sappiamo con certezza  che  14 sono state certamente scolpite da artisti napoletani : Francesco Pagano, Paolo Persico, Gaetano Salomome e Giuseppe Sammartino . A quest’ultimo che vi ricordiamo è lo stesso scultore che ha realizzato il famoso Cristo Velato , vengono attribuite quatrro statue :  La Meditazione, Il merito, la Costanza e la Nobiltà.

Se ora vi ponete di fronte  alle statue e al nicchione centrale del convitto , partendo dal lato sinistro,( quello vicino a PortìAlba per intenderci)vediamo di capire quali statue rapprentavano nella loro icinografia le virtù di re Carlo.

Emiciclo di sinistra: 1) La Fortezza. 2) L’ Agricoltura. 3) L’Astronomia. 4) La Prudenza. 5) La Sanità. 6) La Concordia. 7) La Vittoria. 8) La Sincerità. 9) La Felicità pubblica. 10) La Vigilanza. 11) La Filosofia. 12) La Musica. 13) La Matematica.

Continando verso l’emiciclo di sinistra troviamo invece 14) L’Architettura militare. 15) La Speranza. 16) Lo Studio. 17) Il Valore. 18) La Pace. 19) La Meditazione. 20) La Nobiltà. 21) Il Merito. 22) La Costanza. 23) La Verità. 24) Le Belle arti liberali. 25) L’Abbondanza. 26) Il Riparo dal tradimento.

 

Tratto da un bellissimo articolo scritto da Antonio Colecchia ( whipart 28 febbraio 2020 )intitolato ” le 26 virtù di Carlo di Borbone, passamo ora a cercare di capire il significato iconologico di ogni singola opera.

1) La Fortezza:

Questa opera  di ispirazione  classica è rappresentata da una possente donna  vestita da guerriera con un elmo con cimiero;  nella mano  sinistra regge uno scettro simbolo del potere e della sovranità del re  mentre nella mano destra un globo sormontato dalla croce che   rappresenta  il sovrano che “domina sul mondo in virtù della sua fede nella croce . Questa  statua non è di certa attribuzione  ma per la mediocre e semplice la fattura   è attribuibile  al gruppo di statue carraresi fornite dal De Medici . Nonostante sia  una scultura di prevalente ispirazione   barocca  si  a  nota nell’ esecuzione la presenza delle nuove  influenze neoclassiche.

“La fortezza assicura, nelle difficoltà, la fermezza e la costanza nella ricerca del bene.”

La fortezza è la capacità di resistere alle avversità, di non scoraggiarsi dinanzi ai contrattempi, di perseverare nel cammino di perfezione, cioè di andare avanti ad ogni costo, senza lasciarsi vincere dalla pigrizia, dalla viltà, dalla paura. La fortezza si oppone alla pusillanimità che è il difetto di chi  non  si esprime nella pienezza delle proprie  potenzialità, facendosi cullare dalla pigrizia o accontentandosi di condurre un’esistenza vuota. La fortezza è una delle quattro Virtù Cardinali ( prudenza, giustizia, fortezza e temperanza ), e riunisce forza e coraggio. “Essa rafforza la decisione di resistere alle tentazioni e di superare gli ostacoli nella vita morale. La virtù della fortezza rende capaci di vincere la paura, perfino della morte, e di affrontare le prove e le persecuzioni. Dà il coraggio di giungere fino alla rinuncia e al sacrificio della propria vita per difendere una giusta causa.”

2) L’Agricoltura

Anche essa  è di stile classico e rappresenta una giovane e riccioluta fanciulla che regge una cornucopia, simbolo di abbondanza, e una falce, auspicio di ottimi raccolti.  Il monarca illuminato incentivò molto l’agricoltura  che era fonte di ricchezza delle popolazioni locali. Privilegiò in modo particolare la coltivazioni di prodotti del territorio,  di alta qualità, e incentivò l’allevamento di bufale e cavalli. Le specialità campane specie le mozzarelle e i pomodori già da allora erano conosciuti e apprezzati in tutta Europa. I pastifici del regno  già  esportavano in tutta Europa. Il sovrano fece costruire molte masserie  con coloni specializzati  e allevatori dando lavoro e con prodotti di ottima  qualità. Fra le più avviate e importanti masserie che fungevano anche da  casini di caccia dei  siti reali  ricordiamo quella  di “Carditello” dove si producevano le migliori mozzarelle del regno e vi era uno dei migliori allevamenti di cavalli d’Europa.

3) L’ Astronomia

Un’ altra opera di  fattura classica. Questa scultura rappresenta una giovane donna avvolta in un ampio mantello che regge nella mano destra un compasso e nella sinistra un globo con i segni dello zodiaco, strumenti essenziali per lo studio dell’universo. Re Carlo incentiva molto lo studio e la cultura nel regno. Costruisce  il palazzo degli studi, l’attuale museo archeologico,  dove ubica l’ università e istituisce   nuove cattedre;  favorisce lo studio di numerose nuove e innovative  materie fra cui l’astronomia. Nello stesso palazzo, dopo la partenza di Carlo per la Spagna, il figlio Ferdinando IV  avrebbe voluto costruire un  osservatorio astronomico. I lavori  iniziarono nell’ala nord est dell’attuale museo archeologico nazionale. Si riesce anche a realizzare una innovativa e spettacolare  meridiana solare ( che possiamo ancora oggi ammirare nel salone dell’ Atlante)   ma la costruzione   delle successive opere è interrotta per la inidoneità dei  luoghi. Un vero e proprio osservatorio astronomico a livello europeo si edificherà  solo  durante regno murattiano  agli inizi dell’800 sulla collina di Capodimonte.

4) La Prudenza

E’ una delle quattro virtù cardinali, propria dell’anima razionale. E’ qui rappresentata da una figura femminile  con il braccio sinistro rivolto verso l’alto. Stringe tra il pollice e l’indice una  piccola freccia piatta come volesse indicare la via. La mano destra regge uno specchio di forma ovale, forse rappresenta la  capacità  di potersi  specchiare senza remore. Anche questa scultura è di dubbia attribuzione ma  è di  buona fattura e di stile classico. La prudenza  dispone la ragione pratica a discernere, in ogni circostanza, il nostro vero bene e a scegliere i mezzi adeguati per attuarlo. Da un punto di vista strettamente biblico la prudenza evoca essenzialmente il dono della sapienza  cioè la capacità di vedere ogni cosa alla luce di Dio.  Si fa istruire da Lui circa le decisioni da prendere. Concretamente la prudenza consiste nel discernimento, cioè nella capacità di distinguere il vero dal falso e il bene dal male, smascherando attraverso questa stessa virtù le false verità (a volte difficilmente identificabili) approfondendo ciò che si vede. Grazie alla virtù della prudenza applichiamo i principi morali senza sbagliare. L’uomo prudente allora non è tanto l’indeciso, il cauto, il titubante, ma al contrario è uno che sa decidere con sano realismo, non si fa trascinare dai facili entusiasmi, non tentenna e non ha paura di osare e di andare contro una cultura lontana dalla legge di Dio.

Auriga virtutum

La prudenza in epoca classica  è considerata il  cocchiere delle virtù: essa dirige le altre virtù indicando loro regola e misura. È la prudenza che guida immediatamente il giudizio di coscienza.  L’uomo « accorto controlla i suoi passi » è  moderato e sobrio. E’ una virtù che «valuta ciò che è bene per l’uomo» . La prudenza è  ” la retta norma dell’azione” e non va confusa  con la timidezza o la paura. In conclusione la prudenza è il  saper agire rettamente.

5) La Sanità

Questa scultura di mediocre valore artistico è di certa attribuzione carrarese. Rappresenta una matura donna  con il braccio sinistro che regge una coppa  (La medicina) mentre col braccio destro tiene il bastone di Esculapio, una verga  nodosa su cui si avvolge un serpente (iconografia che ancora oggi è usata per i medici e farmacisti)scelto come simbolo per la sua difficoltà ad ammalarsi. Questa “virtù” è attribuita al sovrano per la sua attenzione alla salute dei suoi sudditi  infatti sotto il suo regno si finanziarono e si costruirono strutture sanitarie e di profilassi . Fra queste è doveroso ricordare  la deputazione marittima, un’ opera architettonica commissionata ad  Antonio Vaccaro. La struttura  è stata il primo presidio sanitario in un  porto italiano. Tutti i passeggeri che sbarcavano in città venivano controllati per evitare che  potessero portare il contagio di malattie infettive. La deputazione marittima è detta ” l’ Immacolatella” in quanto è  sormontata da una statua dell’ Immacolata. Oltre ad essere un opera di estrema utilità per la profilassi  è anche una pregevole opera di architettura civile barocca.

 

 

6) La Concordia

La concordia è l’allegoria del buon governo. E’ rappresentata da una giovane figura con i capelli sciolti con un seno scoperto  e a piedi nudi  che regge una coppa  sul bordo della quale  vi sono degli uccelletti che beccano il cibo contenuto all’ interno. Alla destra della donna è raffigurato un gallo che rappresenta  “la vigilanza”. Gli uccelli mangiano con abbondanza e la donna sembra essere spensierata e felice come una fanciulla su un prato circondata da uccellini.  Il gallo dovrebbe raffigurare la vigilanza del sovrano affinché regnino concordia e abbondanza nel suo regno. Anche questa scultura sembra di fattura toscana, ma non esistono documenti certi a riguardo.

7) La Vittoria

La virtù è qui rappresentata da una donna dallo sguardo severo. Una donna decisa ma serena, col capo sormontato da un diadema. La sua mano sinistra è poggiata  su di un elmo con cimiero. La mano destra invece  regge una melagrana, il frutto che  rappresenta l’energia vitale. Secondo Giacomo  Ripa per conseguire la vittoria sono necessarie due cose: la concordia e la forza. La forza si esprime con un elmo che è atto a sopportare e subire i colpi. Quest ‘allegoria della vittoria è riferita a   Re Carlo  non tanto come vincitore di guerre  e di battaglie ma bensì come difensore del suo regno da attacchi esterni. La vittoria in questo caso si riferisce ai primi anni del  suo regno in cui ne consolidò l’autonomia e bloccò le  ingerenze straniere. La melagrana è tra i sette frutti indicati nel Deuteronomio come prodotti in abbondanza nella Terra Promessa. Rappresenta la terra donata da Dio, per questo fertile e ricca…”terra di frumento, di orzo, di viti, di fichi e di melograni; terra di ulivi, di olio e di miele”. La melagrana  rappresenta anche l’unità  fra il  popolo perché i grani sono stretti fra loro.  Carlo è vincitore nel suo regno per l’ abbondanza derivante dalla fertilità delle terre e per l’ unità e il bene  del suo popolo . Il re quindi  è pronto a difendere con le armi la felicità e l’unità dei suoi sudditi.

8) La Sincerità

L’ allegoria della  sincerità è qui espressa  da una giovane figura femminile con un volto sereno. Anche questa opera è di ispirazione classica. La scultura presenta  il braccio destro piegato  che regge con delicatezza una colomba con le ali spiegate e pronte al volo. Il braccio sinistro sorregge il mantello e un cuore. Il cuore è il simbolo dell’ animo puro mostrato a tutti e la colomba è simbolo  dell’ integrità. La sincerità è l’opposto della falsità, dell’inganno o dell’imbroglio. E’ quindi  una  nobile virtù  da cui emergono tutta la purezza e  la limpidezza dell’animo del sovrano.

9) La Felicità pubblica

L’ allegoria è costituita da una figura femminile con in capo una corona di  alloro che regge col braccio sinistro uncaduceo, appoggiandolo sulla spalla. Il braccio destro è rivolto verso il basso ed è  poggiato su di una cornucopia piena di frutti. Il caduceo è un bastone magico che permetteva al suo proprietario di passare in ogni luogo indisturbato. E’ un bastone alato con due serpenti attorcigliati intorno. Nella iconografia classica era il bastone di Mercurio, il messaggero degli dei che garantiva il passaggio ovunque. Il caduceo è  anche segno di pace e di sapienza.La cornucopia è il frutto del lavoro e segno di abbondanza  che ci permette di raggiungere la felicità. Il caduceo è  il simbolo di pace e prosperità, da non confondere con il bastone di Esculapio (con un serpente solo), simbolo della medicina. Quest’opera è grossolana, di non buona fattura e risulta anche notevolmente sproporzionata e tozza. Nella Grecia antica  Aristotele  aveva considerato la felicità come effetto dell’esercizio delle virtù pubbliche. Eudamonia  la chiamavano i greci, “ovvero condizione buona dello spirito, soddisfazione di svolgere correttamente, anzi onorevolmente e virtuosamente, il proprio ruolo sociale nella comunità”. Le comunità antiche erano comunità totalitarie, in cui il singolo era sempre asservito, in ogni sua azione, allo stato sociale a cui apparteneva. Aristotele riconosceva anche il ruolo del benessere privato nella sua eudamonia, ma non si sarebbe sognato di  elevarla a virtù pubblica.

10) La Vigilanza

La virtù della Vigilanza è rappresentata da una donna che regge una lucerna  nella mano sinistra e sullo stesso lato accanto vi è un cane con un atteggiamento  aggressivo con le orecchie basse. La bestia sembra quasi ringhiare. La lucerna garantisce la luce e il cane, fedele amico dell’ uomo, è un guardiano e un avvisatore di pericolo. Un buon re è sempre vigile per il benessere e la sicurezza dei suoi sudditi. La vigilanza è la virtù della fermezza , è la  capacità di restare fermi davanti a “quella porta” sempre e nonostante tutto; è la capacità di sostare  e vigilare nonostante il buio. Sulla sinistra della scultura è posta una  massiccia cancellata che divide una casa di proprietà del convento, affittata a privati, dalla terrazza delle monache di clausura di San Sebastiano.

11) La Filosofia o  sapienza

In questa scultura la Filosofia o la sapienza è raffigurata da  una  giovane donna dal volto sereno. Ha il piede sinistro poggiato su di un piccolo piedistallo e sulla sua gamba poggia, retto dalla mano sinistra, un libro le cui pagine sono rivolte all’ esterno  come lo si volesse far leggere all’osservatore. Con la mano destra protesa verso l’alto la giovane regge una specie di calice o una antica lampada, luce dell’intelletto, mentre il libro è la Bibbia, il libro dei libri. La filosofia è la regina di tutte le arti liberali  in quanto permette ai sovrani di governare con coscienza. Dai filosofi presocratici fino a Platone per sapienza si intendeva non solo il possesso di conoscenze razionali ma anche la connessa abilità tecnica nel mettere in opera quelle conoscenze ed assieme la virtù della prudenza nel distinguere il bene dal male e l’utile dal dannoso. Anche quest’ opera è di sicura attribuzione al consorzio di scultori napoletani.

12) La Musica

Questa figura femminile è coronata di alloro, di fattura classica,  in posa come se  volesse danzare a piedi nudi. Nella mano destra regge una tromba simile ad un antica tuba  mentre nella mano sinistra solleva in alto una specie di tamburello. Re Carlo era un amante della musica, non dimentichiamo che nel 1737 in soli due anni fece costruire il teatro San Carlo, uno dei più grandi teatri lirici  del mondo  e sicuramente fra i più belli . Il San Carlo è stato e sotto certi aspetti lo è ancora,  la culla della musica e del melodramma italiano. Su questo palco si sono esibiti i più prestigiosi musicisti e cantanti dell’ epoca. E’ stato la passerella di  quelli che furono i più prestigiosi musicisti e compositori di scuola napoletana  fra cui  Giovanni Paisiello, Nicola Jommelli, Nicolò Piccinni. E’ stato un faro di richiamo dei  più grandi geni della musica mondiale fra cui J.S. Bach, G.F. Hendel, F.J. Haydn e A.Mozart.

13) La Matematica

La matematica è una delle sette arti  liberali ed  in questa scultura è rappresentata da una figura femminile con un vistoso  collare di un ordine cavalleresco. Col braccio destro regge una coppa   mentre con la sinistra sostiene  un compasso. Ha il viso proteso verso l’alto come fosse assorta in contemplazione di  cose astratte. Nel  centro  del collare è rappresentato un  occhio  che  è simbolo della conoscenza. Il compasso indica la  conoscenza della geometria. Nell’ occhio e nel compasso si potrebbe  ravvisare una simbologia massonica  ma conoscendo l’alto sentimento religioso del sovrano è da escludere. Il re, seppur religioso, non favorì anzi contrastò i privilegi ecclesiastici tassando gli utili ed espropriando  beni della chiesa .  Pur essendo una scultura semplice è ben equilibrata ed è  di buona fattura. Sicuramente fa parte di quelle commissionate agli  artisti toscani in quanto esiste  la ricevuta di pagamento negli archivi  storici del Banco di Napoli.

14) L ‘Architettura militare

Anche quest allegoria è di sicura attribuzione al consorzio di scultori napoletani  come risulta  da una fede di credito del Banco di Napoli. Quest’ altra virtù è rappresentata da un’ imponente figura femminile di chiara impronta classica con il volto fiero e severo. La sua testa è cinta da una corona turrita, il braccio sinistro disteso lungo il corpo regge uno scudo ovale. Lo scudo e le torri sono evidenti riferimenti alla fortificazioni e alla opere di difesa del regno. Sotto il  governo di Carlo iniziarono le fortificazioni  e le opere di difesa di molte città: per la realizzazione di queste opere il re si avvalse  della collaborazione dei  più valenti architetti dell’ epoca fra cui  Ferdinando Fuga e  Luigi  Vanvitelli.

15) La Speranza

La scultura che rappresenta questa allegoria  è una donna con il seno sinistro  scoperto  e con lo sguardo rivolto al cielo. La mano sinistra tiene un cartiglio in parte svolto e  la mano destra invece è appoggiata su di un timone sulla cui parte superiore è rappresentato il volto di un uomo. La speranza insieme alla fede e alla carità fa parte delle tre virtù teologali. La presenza  di una delle tre virtù teologali  fra quelle di re Carlo fa presupporre che il suo regno  sia  protetto da Dio. Anche quest’ opera è di chiara ispirazione classica.

16) Lo Studio

E’ una delle poche figure maschili rappresentate nelle statue  esposte sull’ emiciclo. Essendo di ottima fattura,  secondo lo studioso  Borrelli  è attribuibile al Sammartino. La scultura rappresenta  un giovane con una gamba appoggiata su di una pietra,  sulla  coscia il giovane poggia un libro tenuto con entrambe le mani. E’ una figura  tutta assorta nella lettura. Secondo Cesare Ripa nel suo trattato delle iconografie lo studio è stato  sempre rappresentato con un giovane. I giovani sono gli unici a potersi applicare con impegno per superare le fatiche dello studio. Già abbiamo accennato come re Carlo  tenesse agli  studi  finanziando e costituendo  scuole e università. Egli incentivò  la cultura classica finanziando gli scavi di Pompei ed Ercolano e la conservazione  della storia della civiltà classica e romana.

17) Il Valore

Attribuita  al Sammartino solo dal  Borrelli per l’eleganza e  la raffinatezza della sua finitura, l’ opera è di sicura attribuzione al consorzio di scultori napoletani. Anche questa virtù, come lo studio, è una delle poche impersonata da una giovane figura maschile,  a corpo nudo, solo con un mantello  attorcigliato lungo i fianchi. La sua mano destra è rivolta verso l’alto  e regge uno scettro,  simbolo dell’autorità regale,  ed una corona d’alloro.  L’alloro è un sempreverde  che simboleggia   la fama e la gloria imperitura attribuibili al sovrano. Il braccio sinistro è poggiato su di un fianco con  un gesto  interpretato come  volontà di autoaffermazione. Questa postura ricorda  quelle delle matrone popolari durante qualche litigio o discussione in cui si vuol affermare la propria superiorità con forza  e autorevolezza. Sempre  sul lato sinistro si può ammirare una pelle di leone che copre una clava . Questa chiaramente  è una simbologia riferita  alla forza e al valore di  Ercole.

18) La Pace

E’raffigurata in  questa scultura una giovane, elegante donna  che, a  piedi nudi e con passo fermo ed elegante, è nell’atto di seminare. Sparge il seme con la mano destra  e con la mano sinistra regge una coppa a forma di  piccola  cornucopia piena di spighe. Il suo capo è cinto da un diadema. E’ un’ opera che ritrae bene il movimento di questa figura.  La pace di solito è espressa con la cornucopia che è simbolo del raccolto e dell’ abbondanza che si creano in tempo di pace. La donna coronata di oro rappresenta la monarchia che semina grano e ricchezza nei periodi di pace. Per questo  è intesa anche  come allegoria della speranza delle fatiche  che producono frutti  nei periodi di pace. Con la venuta di Carlo di Borbone la città  ritrova la sua  identità di capitale ma anche quel fervore di opere  e quelle certezze economiche che procurano benessere  per tutti  grazie ad un governo che garantisce la pace. Carlo avvia grandi opere di urbanizzazione della città e favorisce commercio e scambi costruendo tra l’altro  i ” granili ” . Anche in quest’ opera si riconosce l’ ispirazione classica.

19) La Meditazione

Anche  questa è una  figura  femminile con il volto sereno ed il seno destro scoperto. Il corpo è  appoggiato su un tronco tagliato all’ altezza del braccio destro che a sua volte sorregge il proprio capo, intento e assorto nella lettura di un voluminoso libro;  è un opera di pregevole fattura napoletana per cui sia il Borrelli che il Fittipaldi l’ attribuiscono al solo scalpello di  Giuseppe Sammartino “per l’impronta personalissima del suo stile e le notevoli qualità formali”.

20) La Nobiltà

La Nobiltà è qui espressa con una  figura di una giovane donna con  un lungo abito (presso i romani solo alle donne nobili era consentito portare una veste lunga). Si ha l’impressione che la statua sia in movimento  con un incedere elegante. Con la mano sinistra sorregge il lembo del suo mantello e con la sinistra impugna uno scettro. Anche questa elegante e suggestiva scultura è opera del  consorzio di scultori napoletani  ed è stata  attribuita al Sammartino  solo dal Fittipaldi.

21) Il Merito

Il merito è una  delle virtù, attribuita al Sammartino  solo dal  Fittipaldi. E’ una scultura particolare essendo posta nell’ angolo fra la parte curva dell’ emiciclo e la parte frontale. E’ fruibile e ben visibile da  entrambi i lati. Rappresenta un giovanotto dal volto sereno e con in testa una  corona di alloro. Indossa una corazza e un mantello, la mano destra è appoggiata su di uno scudo. Porta come calzari i coturni. Secondo il Ripa: “Il Merito è la disposizione mercè del quale l’ uomo fa azioni degne di onore e di gloria”.  Il Vanvitelli, che ha progettato  l’emiciclo e commissionato e scelto le statue che  dovevano ornalo, aveva una precisa concezione del Merito, che ritroviamo anche  in alcuni stucchi della reggia di Caserta. Doveva essere raffigurato come un guerriero coronato d’alloro con l’arma rinfoderata e un libro “Il merito si doveva esprimere nel servire il re o nelle cose civili o in quelle militari…” E’ una statua di ottima fattura e ben rifinita.

22) La Costanza

Solo il  Fittipaldi attribuisce quest’ opera al Sammartino;  è l’ultima dell’emiciclo circolare destro prima  che inizi  l’ultima parte della costruzione.Trovandosi  sull’apice di un angolo e ben visibile da entrambi i lati.  La costanza è la virtù con la quale tutte le cose danno il loro frutto. La costanza è l’esercizio continuo di una virtù. E’ la successione ininterrotta di opere buone. E’ la convinzione profonda della verità e la indefettibile volontà di bene. La costanza si esprime nelle opere,  si fonda e costruisce nell’essere. La costanza di qualsiasi virtù ha le sue origini nella vita divina, che è principio e fonte di ogni opera buona. Questa scultura è caratterizzata  da una piacente fanciulla appoggiata ad una colonna su cui arde  una fiamma su cui ella pone la mano destra, aperta e sospesa a mezza altezza “una mano graziosa quasi infantile”. La costanza è una delle virtù minori. La colonna indica la sua fermezza e la fiamma ardente rappresenta la determinazione e la pazienza .

23) La Verità

La figura allegorica è rappresentata  da una leggiadra fanciulla,  coperta solo  da un sottile velo di cui si può notare “la trasparenza“. Il suo  seno sinistro  è scoperto. Il braccio sinistro è posto in alto e regge una specie di disco solare “antropomorfo”; con l’altra mano con grazia solleva un lembo della  leggiadra veste.  Il piede sinistro è sollevato e posto su di una sfera . Il sole indica la luce, caratteristica peculiare della verità. La luce  ci mostra ciò che è ; il buio lo  nasconde. La sfera sotto i piedi della giovane rappresenta la tera. Per questa ragione  la Verità  è superiore a tutte le altre cose del mondo. Anche quest’opera è una  scultura molto elegante e suggestiva, di ispirazione classica.

24) Le Belle arti liberali

Le belle arti liberali è una delle  sculture  di  sicura attribuzione al consorzio di scultori napoletani.

Rappresenta  l’ arte della pittura e  della scultura  che Carlo, grande mecenate, ha sempre favorito e finanziato. E’ doveroso  ricordare la preziosissima collezione Farnese che il sovrano ha donato  alla città prima dell’ abdicazione per il trono di Spagna e le numerose collezioni  provenienti dagli scavi di Ercolano. La Virtù è  rappresenta da un’  imponente figura femminile di ispirazione classica. La mano destra è rivolta verso l’alto e  sorregge uno scalpello e un pennello.  Nella  mano sinistra si scorge  un bastone conficcato nel terreno su cui si avvolge  uno stelo di pianta. Questa allegoria  con questi  strumenti indica  l’abilità degli artisti  nel riprodurre la natura esprimendola a volte  meglio di quello che appare.

25) L’Abbondanza

Dalla prudenza viene la pace e dalla pace viene l’abbondanza. Anche questa scultura è di sicura attribuzione al consorzio di scultori napoletani. L’opera  rappresenta   una giovane figura femminile con un lungo abito di velo. Il capo è cinto da una corona di fiori con grosse corolle. Il braccio destro sorregge un fascio di spighe di grano capovolto mentre il sinistro, rivolto verso  l’alto, sorregge un fascio di fiori simili a quelli che cingono la corona. La figura allegorica del buon governo spesso è  presente nell’ iconografia settecentesca  insieme alle allegorie del buon governo  e della pace.

26) Il Riparo  dal tradimento

Opera rappresentata da una figura maschile con una barba riccia, con il volto fiero e severo. Il braccio destro è disteso lungo il corpo con la mano aperta con il palmo verso il corpo. Il braccio sinistro è piegato al gomito e  trattiene un uccello dal collo lungo e dal becco sottile, sicuramente una cicogna; con la  mano  sostiene un ramoscello di platano. La cicogna è il nemico naturale della civetta, uccello infido e subdolo,(non per nulla è visto come uccello del cattivo augurio). La civetta non ama nidificare sulle piante di platano anzi lo evita. Platano e cicogna sono i migliori antagonisti di questo uccello quindi sono i migliori guardiani dalle  insidie della civetta. Anche qui si sono volute evidenziare le doti personali del sovrano che con la sua politica e il buon governo aveva messo il regno al sicuro da insidie e  tradimenti.

CURIOSITA’: Le statue sono rifinite solo nella parte  anteriore, visibile dalla piazza. Il loro retro, visibile solo dalle terrazze delle monache domenicane di clausura, che abitarono il monastero di San Sebasiano per oltre quatro secoli dai tempi della regina Giovanna II (1400), risulta grezzo  e solo abbozzato.

Nel 1807 furono “cacciate”  dai francesi. Da allora il  monastero fu prima trasformato   in  conservatorio musicale, poi nel 1820 fu la sede del  Parlamento. Dopo l’abolizione del parlamento fu assegnato ai gesuiti che dal 1826 lo trasformarono in liceo “del Salvatore” detto pure  “Collegio dei Nobili”. Con l’ unità dì Italia nel 1861 fu  requisito ai religiosi  ed è divenuto  il primo  liceo classico statale della città : il ” Vittorio Emanuele “.

La bella descrizione della iconografia delle statue presenti sull’emiciclo di Piazza Dante che abbiamo letteralmente  estrapolato dallo scritto fatto dal bravo  Antonio Colecchia, la dice lunga sulle ardite idde liberali ed illuministche di un sovrano che fu molto amato dal popolo.

Ma vi siete mai chiesti chi era veramente quest’uomo ?

Conoscete realmente la sua vita e la sua storia ?

 

Bisogna innanzitutto chiarire, quando parliamo del re Carlo, che egli fu per ben 25 anni re di Napoli e per altri 30 anni re di Spagna.

Quando era re di Napoli  Carlo non fu mai seguito nella sua discendenza da un altro Carlo borbonico ed e’ pertanto sufficiente nominarlo con il semplice nome di Carlo di Borbone.

E’ stato pertanto re di Napoli e di Sicilia senza numerazioni (era Carlo VII di Napoli, secondo l’investitura papale, ma non usò mai tale ordinale).
E’ stato invece Carlo III (V) come re di Sicilia solo dal 1735 al 1759 e, da quest’anno fino alla morte, re di Spagna con il nome di Carlo III (Carlos III).
Quindi quando aggiungiamo ” terzo ” al suo nome, lo facciamo solo per indicare che egli fu il terzo Carlo reale spagnolo, quindi il nome di Carlo III va riferito solo al suo periodo di sovrano spagnolo.

LA VITA

Il re Filippo V di Spagna dopo la morte della sua prima moglie, sposo’ in seconde nozze Elisabetta Farnese, nipote e figliastra del duca di Parma e Piacenza.
Quando il 20 gennaio 1716, nacque da questa unione l’infante Carlo, la principale preoccupazione di Elisabetta era la sistemazione su un trono reale del suo amato figlio.
Il trono di Spagna era precluso, in quanto Carlo era preceduto nella linea di successione dai fratellastri Luigi e Ferdinando e l’unica possibilita’ di dare una corona al figlio era quella di trovarla in terra italiana, dove Elisabetta aspirava ad ereditare il Ducato di Parma e Piacenza e conquistare in seguito il Regno di Napoli che non richiedeva all’epoca grandi sforzi per la situazione politica venutasi a creare.

Elisabetta Farnese era una donna determinata ed ambiziosa e avvalendosi dei preziosi consigli dell’Abate piacentino Giulio Alberoni, lotto’ energicamente per garantire il futuro del figlio. Alla fine fu premiata, poiche’ il figlio Carlo dopo essere divenuto duca di Parma e Piacenza, divenne re di Napoli e Sicilia ed infine addirittura in maniera inaspettata,re di Spagna.

Carlo lascio’ la Spagna a soli 15 anni per prendere possesso in Italia del ducato di Parma e Piacenza e al granducato di Toscana i cui diritti di successione gli venivano riconosciuti per via materna: Elisabetta Farnese era infatti imparentata con il Farnese di Parma ed il Medici di Toscana che non avevano avuti eredi.

A 18 anni , secondo istruzioni dei genitori, si dichiaro’ fuori tutela (cioe’ libero di governare autonomamente) e, raggiunto da un potente esercito di sedicimila fanti e cinquemila cavalieri (molti di sangue reale) sotto il comando del capitano Jose’ Carrillo de Albornoz, conte di Montemar, marcio’ al comando della sua armata alla volta di Napoli.
Le milizie austriache prepararono la difesa organizzando un esercito di circa ventimila soldati, comandate dal conte Otto Ferdinando von Traun.
La marina Spagnola inflisse una pesante sconfitta alla flotta austriaca, mentre per via terra le truppe borboniche avanzavano inesorabilmente ottenendo continue vittorie nei confronti dell’esercito austriaco.

Il 9 aprile a Maddaloni una delegazione di eletti della citta’ consegno’ a Carlo le chiavi della citta’, favorendo cosi’ la sua venuta (i napoletani non avevano ben tollerato gli austriaci).
I cittadini erano stufi di vedere il loro paese governato da un funzionario, in nome del re, come la provincia di un regno e speravano di avere finalmente un sovrano in un regno indipendente.
I napoletani dopo la lunga notte del vicereame, vedevano finalmente l’occasione di “avere un re tutto per loro” …
I combattimenti per la conquista dei forti avvenne in un clima di cortesia e Carlo di Borbone di conseguenza fece il suo trionfale ingresso in citta’ il 10 maggio 1734 entrando da Porta Capuano (come tutti i conquistatori di Napoli ) tra la folla che lo applaudiva.
Cavalcava circondato dai suoi consiglieri ed era seguito da un gruppo di cavalieri che gettavano monete al popolo (depredate dalla madre in Messico). Alla testa del corteo percorse via tribunali e dopo essersi fermato davanti alla cattedrale per ricevere la benedizione dell’arcivescovo della città, proseguì fino a Palazzo Reale.

Il 15 maggio Filippo V proclama l’indipendenza del Regno di Napoli, con suo figlio Carlo come re; la giovane età del sovrano impose che gli si affiancassero dignitari spagnoli ed in particolare Bernardo Tanucci la cui nomina a consigliere giuridico fu il primo atto del sovrano.
Il papa invece non lo riconobbe legittimo sovrano (il papato reclamava a se i ducati di Parma e Piacenza) e ripetutamente rifiutò negli anni seguenti la famosa Chinea, cioe’ il tributo feudale (poi definitivamente abolito da Ferdinando IV nel 1788).

Elisabetta Farnese condiziono’ le scelte di vita e politiche del figlio fino alla sua morte nel 1776, cercando di orientarle sempre verso gli interessi della Spagna.
Ella veniva quotidianamente informata della vita privata e di governo del figlio dal segretario di stato Giuseppe Gioacchino Montealegre fino al 1746, anno in cui fu costretto da Carlo e Maria Amalia a lasciare Napoli e tornare in Spagna in quanto mal tolleravano l’ invadente tutela.
Carlo inizialmente più’ che governare amava, come suo padre, la caccia così come amava andare a cavallo e stare all’aria aperta.
Ebbe per la caccia una passione enorme con insofferenza assoluta nei confronti dei bracconieri, capaci persino di essere torturati se non rispettavano le regole.
Si racconta che per salvaguardare la selvaggina nelle riserve dell’isola di Procida fece uccidere tutti i gatti non tenendo conto delle tragiche conseguenze. L’incosciente decisione porto’ il proliferare nell’isola di milioni di topi e malattie ad esse conseguenti.
Questa sua distrazione e debolezza per la caccia, favori’ inizialmente Elisabetta che gli mise a fianco come collaboratori ai vertici del governo i suoi fedelissimi: il Conte Stefano come primo ministro e il citato marchese di Montealegre come segretario di stato.
A loro si aggiunse un toscano, docente di diritto all’universita di Pisa, cui fu affidato il ministero della giustizia.

Bernardo Tanucci, all’epoca professore universitario di Diritto a Pisa, era stato consigliato a Carlo dal granduca Cosimo dei Medici nel suo passaggio in Toscana durante il viaggio da Parma verso Napoli. Carlo lo porto’ con se ed egli rimase a Napoli per tutta la sua vita ricoprendo incarichi via via sempre di più’ maggiore prestigio come quello di assumere le funzioni di primo ministro e diventare consigliere del re in problemi di politica sia estera che interna.

Nel 1737 in seguito ad un trattato di pace firmato a Vienna, l’Austria riconosceva Carlo di Borbone sovrano del regno di Napoli mentre egli cedeva all’ Austria Parma e Piacenza ma poteva portare con se ‘a Napoli il tesoro dei Farnese.
Carlo dovette quindi rinunciare al ducato di Parma, Piacenza e Toscana (che nel suo disegno Elisabetta aveva destinato per l’altro suo figlio Filippo).

Nello stesso tempo Tanucci e il ministro austriaco ( Neipperg ) sottoscrivevano un trattato in cui si concordava che le due figlie dell’Imperatrice d’Austria Maria Teresa sarebbero andate in spose una all’erede al trono di Spagna e l’altra all’erede al trono delle due Sicilie.
Nel 1738 Carlo sposo’ Maria Amalia di Sassonia ( lui aveva 22 anni e lei solo 14) . La nuova regina al suo arrivo a Napoli fu accolta tra grandi feste.

In coincidenza con questo evento ci fu la bolla papale che riconobbe la legittima sovranita’ di Carlo.

Carlo fu marito innamorato e fedele oltre che un buon re a differenza purtroppo dei suoi successori; premuroso verso le esigenze del popolo, riflessivo e umano e attentissimo al dovere regale. Si mostrò molto rispettoso dei consigli dei suoi ministri che comportò di conseguenza un grande equilibrio di governo ed inizio’ con il Tanucci un periodo di riforme nell’amministrazione (anche se talvolta difettose o incomplete) che erano per quei tempi molto liberali e ardite.

In Spagna intanto il padre Filippo V, dopo la sconfitta subìta nella guerra contro la quadruplice alleanza (Inghilterra, Francia, Austria e Olanda contro la Spagna), fu colpito da una profonda depressione e conscio di non poter governare in simili condizioni, abdico’ in favore del suo primogenito Luigi che purtroppo regno’ per soli otto mesi prima di morire di vaiolo.

A quel punto Filippo V, pressato dalla moglie Elisabetta e dal fatto che il secondogenito non era ancora adulto, decise di ritornare sul trono.

Nel luglio del 1746, muore il re di Spagna Filippo V e gli successe sul trono di Spagna l’altro figlio Ferdinando VI.
L’ascesa al trono spagnolo del figlio di primo letto Ferdinando VI, mette in disparte Elisabetta (mettendo fine al suo potere) ponendo le premesse per l’effettiva indipendenza del regno delle Due Sicilie dalla Spagna.

Da questo momento Carlo comincio’ infatti a regnare autonomamente limitando il potere dei ministri legati a Madrid.

Intanto accadeva in Spagna che il nuovo re Ferdinando VI, molto innamorato della moglie con cui ebbe un matrimonio senza figli, alla morte di questa ( Maria Barbara di Braganza) considerata da lui l’unica ragione della sua vita, gia’ cagionevole di salute, inizio’ a manifestare i sintomi di quell’ infermità mentale che aveva già colpito suo padre e il 10 dicembre 1758 dopo aver nominato Carlo suo successore al trono di Spagna si ritiro nel palazzo di Villaviciosa de Odon dove mori’ nell’agosto successivo.

Nel 1759, per la morte del fratellastro Ferdinando VI, Carlo fu  quindi chiamato alla sovranita’ del Regno di Spagna e lascio il trono di Napoli al suo terzo figlio Ferdinando, che essendo minorenne (non aveva ancora 9 anni) fu posto sotto la tutela di un consiglio di reggenza presieduto da Bernardo Tanucci.

La designazione di Ferdinando fu dovuta al fatto che il primogenito, Filippo, affetto da infermita’ mentale era inabile al trono; soffriva di convulsioni epilettiche, lo stesso male che aveva colpito il padre e il fratellastro Ferdinando VI.
Il secondogenito Carlo, (con il titolo di erede di Spagna), dovette invece seguire il padre per succedergli sul trono di Spagna.

Il diritto di ereditare quindi il Regno delle due Sicilie passo’ al terzo maschio Ferdinando IV fino ad allora destinato alla carriera ecclesiastica.

Il 6 ottobre Carlo di Borbone, dopo aver sottoscritto l’atto di abdicazione in favore del figlio, s’imbarco’ per raggiungere il nuovo regno, dove l 11 settembre 1759 fu incoronato a Madrid re di Spagna.

CURIOSITA’ :  Carlo di Borbone devotissimo a San Gennaro prima di partire per sedere sul trono di Spagna, prese per portarlo con lui in Spagna, del sangue del Santo che si dice sia stato sottratto dall’ampolla più grande, che non è completamente piena. Da quanto si evince da uno scritto del primo ministro del Regno di Napoli Bernardo Tanucci indirizzato all’erede napoletano Ferdinando IV, papà Carlo  fece poi custodire l’ampolla nella cappella dell’Escorial e ogni 19 settembre faceva celebrare una messa per San Gennaro a Madrid.

Ma pare che questo sangue per fare il miracolo e liquefarsi necessiti assolutamente della presenza del busto-reliquiario del Santo che contiene i resti del suo cranio e quindi in Spagna  non si scioglie e non si è mai sciolto rinnegando il prodigio .

Fatto sta’ che furono poi apposti  dei sigilli alle ampolle, proprio per impedire l’abitudine di nobili e sovrani di prelevare altro sangue.

 

CENNI DI STORIA

Il trattato di Utrecht, che nel 1713 contribuì a concludere la guerra di successione spagnola, ridusse enormemente il peso politico e militare della Spagna che fu fortemente ridimensionato dalla perdita dei numerosi domini europei e in particolare di quelli italiani dove il Regno di Napoli, il Regno di Sardegna, e il Ducato di Milano passarono all’Austria ed il Regno di Sicilia fu ceduto ai Savoia.
Il re Filippo V, salito al trono era intenzionato a restituire alla Spagna il prestigio perduto.
Nel 1714, dopo la morte della sua prima moglie Maria Luisa di Savoia, il prelato piacentino Giulio Alberoni gli combinò un vantaggioso matrimonio con un’altra principessa italiana: Elisabetta Farnese, nipote e figliastra del duca di Parma e Piacenza, Francesco Farnese.

Il re Filippo di Spagna sposo’ quindi in seconde nozze Elisabetta Farnese, donna energica e autoritaria che acquistò rapidamente una grande influenza sulla corte e insieme all’Alberoni, nominato primo ministro nel 1715, fu fautrice di una politica estera aggressiva, mirante a riconquistare gli antichi possedimenti spagnoli in Italia.

Nel 1716, dopo poco più di un anno di matrimonio, la Farnese diede alla luce l’infante don Carlo, che sembrava non aver molte possibilità di occupare il trono spagnolo, poiché nella linea di successione era preceduto dai fratellastri Luigi e Ferdinando. Da parte di madre poteva invece aspirare a ereditare il Ducato di Parma e Piacenza dai Farnese, dinastia che volgeva ormai al tramonto, perché il duca Francesco non aveva figli, così come il suo unico fratello Antonio.
Essendo pronipote di Margherita de’ Medici, la regina Elisabetta tramandava al suo primogenito anche diritti sul Granducato di Toscana, dove l’anziano granduca Cosimo III aveva come unico possibile erede il figlio Gian Gastone, privo di discendenti e noto per la sua omosessualità.

 

 

 

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