LEGGENDE E STORIE DELLA NAPOLI ANTICA CON LE SUE DIVINITA’ GRECO-ROMANE , LE SUE STATUE ED I SUOI ANTICHI TEMPLI

L’antica Neapolis venne fondata ad opera dei Cumani secondo uno schema urbanisto talmente perfetto da un punto di vista geometrico che venne addirittura preso a modello dal grande architetto e scrittore romano Vitruvio . Egli infatti si ispirò  al tracciato della napoli-greco romana per il suo modello di  città ideale  che  venne  eretta come la sola Atene  in base a precise osservazioni astronomiche ,  riproducendo sul terreno la proiezione della configurazione del cielo al momento della sua fondazione  .

Il grande quadrato urbano con cui la città venne costruita , con dentro  un’area  corrispondente  al centro della vita politica , sociale , commerciale  e  sacro della città  era considerata all’epoca un ideale di perfezione urbanistica .

CURIOSITA’: Un tracciato basato sulle figure del cerchio e del quadrato , ovvero sul  principio geometrico della sezione aurea , veniva da tutti considerato la proporzione divina ,cioè un  ideale di bellezza e di armonia .

L’antica Neapolis venne  eretta  come tutte le città greche in base a precise osservazioni astronomiche , definendo un particolare rapporto fra la situazione terrestre e quella cosmica , e riproducendo sul terreno la configurazione del cielo al momento della sua fondazione  ( a dir la verità questa concezione era anche nota anche agli Etruschi che  affermavano di averlo appreso dagli Dei  , i quali a sua volta  lo  trasmisero poi  ai romani ).

Nella volontà  dei  Cumani , quando costruirono  la nuova città  in  essi vi era  il desiderio di costruire una città ideale che aspirasse alla perfezione  almeno in termini architettonici – religiosi . Essi quando costruirono la città avevano ben in mente i miti della popolazione che andavano da Partenope ad Apollo , e per farlo si servirono di una simbologia astronomica e matematica   Oggi , ad osservarla tutto ciò che vi racconteremo può risultare casuale, ma in realtà tutti gli indizi  portano a credere che la perfezione architettonica di Napoli sia stata perseguita per uno scopo ben preciso: omaggiare gli dei

La scelta del luogo che aveva visto  fondare la città fu qualcosa di estremamente calcolato : la sua costruzione non fu un fatto  casuale ma solo il frutto di una serie di indicazioni ” divine.
Una volta scelto il luogo dove erigere la città e stabilite le quattro direzioni dello spazio , venne infatti  posto al centro dello stesso un palo eretto e conficcato nel suolo . Si attese a questo punto il giorno dell’equinozio  ( quando cioè il Sole sorge ad est e tramonta ad ovest ) per tracciare una linea sull’ombra proiettata dal palo dall’alba  al tramonto .
Si ottenne  in questo modo un primo asse viario  rivolta perfettamente verso Oriente corrispondente poi al Decumano Maggiore che incrociato da un secondo asse perpendicolare ( cardo ) che andava da nord a sud , diede  luogo alla suddivisione della futura città in quattro parti ( quadranti ). Questi a sua volta venivano divisi poi in tre parti ognuna delle quali era destinata ad una tribù ( tribù deriva da tre ) o come nel caso di Napoli e Atene ad una Fratia .

Per omaggiare gli dei fu  necessario in questo caso orientare la città ,  verso l’astro predisposto al ciclo vitale, cioè  il dio Sole   celebrandone  il mito e le sue arti .  Neapolis , fu quindi costruita secondo una diversa angolatura ed invece di seguire il corso naturale della costa orientata a 40 gradi , i cumani preferirono scegliere un’angolatura diversa posizionata fra i 23 ed i 24 gradi .

Napoli è infatti , secondo un rapporto numerico pitagorico , l’unica città in cui il Sole  , durante i solsitizi d’estate e d’inverno  riesce a raggiungere l’angolatura di 36 gradi , un angolo considerato  segno del beneplacito di Apollo cioè un’angolatura molto vicina alla misura di 1\16 di cerchio ,  una singolare predisposizione numerica che nasconderebbe un simbolismo  ben preciso : il numero  16 non a caso è la stella a 16 punte  (detta anche Stella di Verghina o Argeade diffusa nell’antica Grecia) che rappresenta il  dio Apollo  la divinità del  Sole .

A vedere , a quel tempo  una antica città greca dall’alto avremmo quindi certamente osservato che lo schema della città era  quadrata e divisa in quattro quartieri e dodici settori secondo un grafico quadrato  dei dodici segni dello zodiaco su cui anticamente venivano eretti degli oroscopi.

Le  4 grandi aree  o quartieri si distinguevano con i nomi di Termense , di Palatina , di Montana , e di Nilense .  Ciascuna di esse aveva le sue porte , le sue strade ed i suoi tempi ,ed  un certo numero di edifici pubblici e privati e moltissimi vicoli .

La regione Termense , rivolta ad oriente della città che acquistò  tale denominazione dalle Terme , o luoghi pubblici di bagni che in essa si trovavano numerosi . La regione contava  ben tre porte ; la Marittima , che si trovava probabilmente nei pressi di Portanova , la Bajana , che si trovava presso la fontana di Medusa ( oggi dei serpi ) , ed infine quella Nolana ,non lontana dall’attuale chiesa della Maddalena .

La regione Palatina , verso settentrione , fu così chiamata dalla presenza in loco della Basilica Augustale . La regione veniva talvolta anche chiamata ” campana ” per la presenza di una porta dal medesimo nome presente nelle adiacenze della Vicaria che era diretta verso la Campania .Nella regione erano però presenti anche altre due porte : una di cui si ignora il nome che si trovava presso la chiesa di Santa Sofia e l’altra , di cui pure si ignora il nome che invece si trovava alle spalle dell’odierno convento di Donna Regina .

La regione Nilense , rivolta a mezzogiorno , prese questa denominazione da una statua giacente del  fiume Nilo eretta da una comunità egizia stabilitasi a Napoli  da tempi remotissimi e solo per tutelare il loro commercio. La regione si estendeva dall’odierno sito di San Girolamo e  prolungandosi per San Domenico e San Angelo a Nilo giungeva fino al convento di San Severino .In questa regione vi erano due porte : la Licinia , detta anche Ventosa che si trovava nel sito di S. Girolamo ( allora presso il mare ) e la Cumana , vicino al Tempio di Vesta , nel luogo preciso dove oggi si trova l’odierna guglia di San Domenico .

La regione Montana , ad occidente , venne distinta con quest nome perchè collocata nella parte più elevata  della città  . Essa occupando quasi per intero tutto il sito delle anticaglie comprendeva i siti dove oggi vediamo la chiesa della Sapienza , di San Pietro a Majella e quella della Pietrasanta .La regione Montana aveva una sola porta che si trovava poco lontano dall’odierno sito di San Pietro a Majella . Essa  per qualche tempo fu chiamata di Don Orso , dal nome di una famiglia del posto.

La prima area era quella cosidetta Termense per la presenza in luogo di numerose grandi terme o  pubblici bagni. Essa si trovava tra l’attuale San Lorenzo e la conosciuta zona di Forcella.

Essa era un’area  dove  si trovavano  oltre a numerose  terme , anche un famoso  Ginnasio ed  un maestoso Tempio dedicato ad  Ercole. Per questo motivo , in onore al Tempio di Ercole , la zona venva anche denominata Ercolense oppure Forcillense , dalla greca forcuta lettera Y, chiamata pitagorica , che si trovava scolpita in varie mura dell’abitato  , come embleva della scuola Pitagorica che pare sorgesse proprio in questi luoghi ( alcune dicerie ereditate dalla storia sostenevano  che probabilmente Pitagora avesse qui avuto la sua scuola e la sua casa ).

L’origine del nome “Forcella” risalirebbe quindi secondo una ipotesi molto più mistica , alla presenza , anticamente nel passato   , nel quartiere  , della  Scuola Pitagorica ,  il cui simbolo era la Y , lettera presente anche sullo stemma del seggio di Forcella.

Una   lettera Y , che  secondo i pitagorici era un  simbolo  sacra alle scuole pitagoriche in quanto ,   secondo una loro  interpretazione, rappresenterebbe la metafora della vita. La lettera ricorda, infatti, un albero in cui il tronco simboleggia la fase embrionale dell’esistenza e la biforcazione indicherebbe da un lato  il passaggio dalla fase adolescenziale della vita a quella adulta  e da un altro  rappresenterebbe ,  la ” nascita del tutto ” cioe’ il tronco della vita che si va a dividere, l’albero di Jesse per la religione cristiana da cui tutto ha origine.

Era pertanto per il suo misterioso significato divenuta nel tempo un simbolo esoterico della scissione tra il mondo visibile ed invisibile , tra il bene ed il male che sempre hanno ossessionato l’intera zona. Secondo questa  origine del nome Forcella alla Y pitagorica  l’intero quartiere avrebbe quindi  un carattere mistico.

N,B. Ricordiamoci  che in matematica la Y e’ una incognita e la scuola di Pitagora la considerava un simbolo di augurio e di buona fortuna .

Ma il simbolo  Y è anche l’inconfondibile tratto della strada principale di forcella , che nella sua parte finale si biforca assumendo l’aspetto appunto di una ” forcella “, Questo bivio si trovava in passato anch’esso a ridosso della Porta Ercolanense che come abbiamo già detto occupava l’aerea dell’attuale piazza Calenda .

L’origine dell’ attuale nome Forcella , quindi secondo alcuni potrebbe avere origine invece proprio  dalla  biforcazione  in cui termina la strada principale, che, ad un certo punto del percorso, interessa la via  per dividerla in due ed ha pertanto  una forma simile a una forcella  ( Il bivio , in origine doveva trovarsi appena fuori della porta Ercolanense ) .

CURIOSITA’: la biforcazione della strada evoca anche l’immagine del bivio e quindi della possibilità di scegliere tra due strade e due direzioni diverse ,ognuna con un tipo di esistenza diversa : la prima lunga agiata e felice , ma comune ; la seconda invece , irta di difficoltà e ricca di sofferenze , ma gloriosa ed eroica secondo determinati modelli sociali . Due modelli di vita diversi che hanno da sempre caratterizzato la scelta di vita dei giovani ragazzi del luogo.

A mio parere , poichè , l’intera zona era il vero sito delle terme napolitane , a dare il nome al quartiere furono proprio le sue grandi terme che secondo storiche ricostruzioni oltre alla loro imponenza  e vastità , univano nella costruzione anche una grande elegante perfezione architettonica .Esse si estendevano tra Forcella e l’attuale Via Duomo e caratterizzavano per lunga estensione  l’intera zona. L’intera insula era infatti un lungo susseguirsi di bagni termali dove si riversavano gente di tutte le estrazioni sociali che venivano a rilassarsi con bagni e massaggi o a fare ginnastica , ma anche a dilettarsi nel canto e nella recitazione .

N.B. Le considerevoli rovine scoperte in tutta quella parte di città conosciuta con il nome di Nunziata , Giudea vecchia Maddalena e di Caserti  erano sedi di magnifiche terme .

Nel mezzo delle pubbliche Terme si ergeva anche un superbo e magnifico  Ginnasio destinato all’uso dell’arte ginnastica , dovi i nudi atleti si esercitavano nei giochi che contibuivano da un lato alla robustezza e all’agilità del corpo e da un altro ad approfondire la loro abilità nell’arte della lotta , del pugilato, della corsa del salto , del lancio del disco ed altre discipline .

Intrisa di storia e leggenda , Forcella era infatti ,  un tempo un luogo famosissimo dove vi accorrevano persone da ogni parte del mondo per assistere ai giochi ludici quinquennali che si svolgevano nel suo grandioso ginnasio presente nella zona dell’ attuale Corso Umberto  , vicino all’odierna piazza Nicola Amore .

In questo enorme edificio decorato da grandiosi portici , vaste gallerie, bellissimi viali e spaziosi giardini , divisi in diversi ripartimenti secondo la propria discipina atletica ,  i giovani atleti napoletani praticavano l’educazione del corpo e dello spirito .Qui essi imparavano a maneggiare con destrezza l’arco , la lancia e lo scudo. Gli esercizi praticati nel ginnasio erano quelli classici dell’età greco.romana : salto in lungo. lancio del giavellotto, lancio del disco , corsa e lotta . Quel tipo di lotta , in particolare , che ancora oggi è conosciuta come lotta greco-romana .

Nello stadio e nella palestra si eseguivano le corse , le lotte , ed il pugilato . Nel Cenisterio i lottatori ed i gladiatori venivano aspersi di polvere e nell’Eleoterio si ungevano per facilitare la destrezza e l’agilità del corpo .Nell’Efebeo si addestravano i giovani nell’arte della ginnastica .  Nel Sisto invece discutevano  i filosofi , gli oratori ed i poeti .

CURIOSITA’: Una delle lapidi infisse a ricordo di quell’ antica gloria sulle pareti dei portici del ginnasio è tutt’ora visibile nel complesso dell’Annunziata , accanto alla Ruota degli Esposti , in un androne accanto all’antico portale originale del complesso .

In questo grande edificio si svolgevano  e celebravano , sul modello dei giochi olimpici della Grecia , i Sebastà (giochi simili a quelli olimpici, tenuti in onore di Augusto), cioè delle formidali gare fra atleti provenienti da ogni dove , molti dei quali  formatisi nelle stesso ginnasio napoletano. Il Ginnasio di Forcella formò infatti una generazione di atleti particolarmente venerati dai greci e dai romani per il loro valore ma anche per la loro prestanza fisica . Essi infatti non solo imparavano a maneggiare con destrezza l’arco , la lancia e lo scudo ma rappresentavano per la loro avvenenza fisica il modello dell’eroe classico : fisico scolpito e coraggio da vendere . Il più valoroso di tutti , bello come un dio dell’olimpo , molto amato dai cittadini e dallo stesso imperatore romano che spesso assisteva alle sue gare , si chiamava Melancoma. Egli divenne molto famoso all’epoca  divenendo  nel tempo  per i romani , una vera e propria leggenda .Egli diede molta fama al ginnasio di Forcella e molti accorrevano per assistere alle  gare di lotta  dell’atleta più bello e forte di tutti.  Alla sua morte a recitare l’orazione funebre si scomodò addirittura il grande oratore Dione Crisostomo.

Inseparabile dal Ginnasio e dalle Terme come sempre avveniva nel tempo greco-romano , nellle immediate vicinanze si trovava anche un tempio di Ercole , e una volta identificato  il sito dove era presente l’antico Ginnasio  , non è stato poi  difficile determinare nelle sue vicinanze il luogo dove si doveva trovare questo Tempio . Esso doveva infatti trovarsi in prossimita della porta Ercolanense che  trovandosi nell’attuale piazza Calenda , si apriva in direzione di Ercolano , città che si diceva fosse stata fondata dall’eroe. Si racconta infatti che Ercole dopo aver compiuto la sua decima fatica , fosse passato per le nostre terre durante il lungo viaggio compiuto con la mandria che aveva sottratto al mostruoso Gerione presso la costa merdionale della Spagna nell’isola di Eritia .

Lungo questo  viaggio , da lui effettuato , dopo aver eretto le sue famose colonne sullo stretto di Gibilterra , dopo aver scofiito Gerione , egli , impradonitosi  della  sua mandria , incominciò il difficile ritorno verso la Grecia , costruendo , dalle nostre parti , la via Eraclea , un lunga diga con la quale aveva separato il lago di Lucrino dal mare per farvi transitare la sua mandria che poi avrebbe portato a pascolare sul monte Lucullano .

 

Eracle o Ercole 

Ercole nato da Zeus e la bella regina di Tebe Alcmena è noto in particolare per le “dodici fatiche”: queste indicano come il mito derivasse direttamente da qualche precedente culto solare. Le sue dodici fatiche simboleggiano il passaggio del Sole attraverso le dodici case dello zodiaco. Numerose sono le leggende religiose che hanno Ercole come protagonista.Anch’egli come tutti i figli nati dai tradimenti di Zeus dovette subire le ire vendicative di Era ( Giunone ). La dea era così gelosa del piccolo che , quando egli era ancora nella culla , mandò due enormi serpenti perchè lo soffocassero . Ma quando egli li vide , li affrontò coraggiosamente soffocandoli .

Ercole crebbe forte , coraggioso ed orgoglioso ma era anche  facilmente preda di scatti di rabbia ed  accessi di ira che Era non cessava continiamente di ispirargli , al punto che un giorno giunse addirittura a scagliare una cetra contro il suo maestro che l’aveva rimproverato .  Questo episodio costrise la madre Alemena  ad allontanarlo con dolore dalla reggia per affidarlo a certi pastori che vivevano sui monti . Anzichè rattrissarsi , Ercole ne fu felice : imparò a cacciare , a usare l’arco , a non temere la notte , nè il freddo nè le belve .

Un giorno , nel suo vagare giunse in un punto in cui il sentiero si biforcava ( notate il parallelismo con la  strada principale di forcella , che nella sua parte finale si biforca assumendo l’aspetto appunto di una Y ) dove ad attenderlo c’erano due donne . Una giovane e bella  che rappresentava il PIACERE , indicandogli una via , ricca di verde erba e fiori ,  gli offriva ricchezza e felicità . L’altra invece non giovane bella , che rappresentava la virtù , gli offri invece tra sassi e rovi la gloria immortale.

Scelse ovviamente la gloria che però non fu priva di difficolta , ostacolata come accadeva spesso dalla collera.  Quando andava in collera , Eva gli faceva calare sugli  occhi  una benda avida di sangue . In uno di questi momentidi follia , arrivò addirittura ad uccidere sua moglie e i suoi due figli . Pianse a lungo quando l’ira fu passata , ma il suo delitto aveva sdegnato perfino gli Dei . Per implorare  allora il perdono degli Dei ,ed essere così poi accolto nell’Olimpo , Ercole andò a Delfi dove in quel luogo si trovava una sacerdotessa ( la Pitia ) che ispirata da Apollo leggeva nel futuro .

La Pitia , per avere il perdono degli Dei , consigliò Ercole di  andare nella cittò di Tirinto e mettersi al servizio del re Euristeo ;  suo zio Euristeo per allontanarlo  subito dalla sua città , pur di non vederlo più tornare perchè impaurito dalla sua presenza gli impose dodici fatiche per umani esseri impossibili .

Nelle sue famose dodici fatiche egli nelle prime quattro , uccise un leone che nelle foreste di Nemea sterminava greggi e sbranava pastori , uccise un mostro con sette teste nel lago di Lerna , catturò il gigantesco  cinghiale d’Erimanto che uccideva affrontandoli molti uomini , e  catturò la Cerva di Cerinea ,che  sacra a Diana ,  veloce come il vento correva instancabile  ( Ercole per catturare la cerva dalle corna d’oro e dai zoccoli d’argento la inseguì per un anno intero ).

La quinta fatica fu una delle più difficili . Egli dovette uccidere i mostruosi uccelli con becco , artigli e penne di bronzo , infestavano la regione del lago di Stinfalo .

La seste fatica di Ercole , prevedeva la conquista della cintura di Ippolita , regina delle Amazzoni , le misteriose donne guerriero . Era una cintura meravigliosa , intessuta d’oro e tempestata di gemme . Ercole che aveva raggiunto il paese delle Amazzoni , si presentò alla regina e gentilmente in un primo momento le chiese in dono la cintura . Tanta era la sua bellezza e la sua gloria che Ippolita acconsentì a donargliela ma … a questo punto riapparve la perfida Era . Essa travestita da Amazzone cominciò a gridare che Ercole voleva rapire la regina . Le donne guerriero corsero tutte alle armi alle armi e diedero battaglie . In essa , una delle frecce di Ercole raggiunse e uccise Ippolita : sul corpo della bella regina , l’eroe pianse a lungo .

La settima fatica di Ercole , fu quella di pulire in un solo giorno  le stalle del re Augia . Questi aveva  aveva migliaia di buoi  che pascolavano nei buoi e che, ogni sera ,  tornavano in sterminate stalle che da trenta anni nessuno aveva ripulito . In esse , la sporcizia aveva creato altissimi cumuli abitati da vermi schizosi  e da feroci mosche : dalle stalle usciva un lezzo insoportabile . Ripurirle in un giorno era impresa che avrebbe scoraggiato tutti , ma non Ercole . Scorrevano vicino , due fiumi e l’eroe macigno dopo macigno , formò uno sbarramento , deviando le loro acque facendole così scorrere nelle stalle : la corrente scrostò la sporcizia , ripulendo completamente le stalle.

L’ottava fatica fu la cattura delle cavalle del re Diomede ,dei terribili animali che gettavano fiamme dalle narci e che si nutrivano di carne umana .

La nona fatica fu invece la cattura  del toro di Creta che devasta  i pascoli e decimava le greggi dell’isola .

La decima , fu la cattura dei tori rossi del gigante Gerione , un mostro con due sole gambe , tre busti , tre teste , e sei braccia .

La undicesima avvenne ai confini del mondo , dove in un’isola , quella delle Esperidi ,le bellissime figlie di Atlante e di Espero , vi era un giardino incantato , dove cresceva un melo dai frutti dai frutti d’oro , dono di nozze per Era , la regina degli Dei . A guardia dei preziosi frutti era posto un drago dalle cento teste  di nome Ladone .Il semidio , per prima cosa dovette informarsi sulla strada da prendere conosciuta solo da Nereo , un Dio marino Egli cercò in ogni modo di dissuaderlo assumendo anche svariate forme per spaventarlo . Diventò in rapida successione prima un drago , poi un leone , ed infine un grosso serpente . Eracle , reduce da undici immani fatiche , non era certo a quel punto il tipo da scoraggiarsi tanto facilmebte . Sollevato quindi di peso Nereo , lo convinse con aria minacciosa no solo ad indicargli la strada ma anche a dargli il piccolo suggerimento di non raccogliere con le mani nessun pomo .

Eracle , messosi in cammino , giunse finalmente  ai confini del mondo nel luogo dove il sole ,giunge al tramonto dove incontrò  Atlante , un gigante condannato  a reggere sulle possenti spalle ,   tutto il peso del globo terrestre. Questa punizione gli venne inferta per essersi ribellato a Zeus ed essersi alleato col padre di Zeus, Crono, durante la famosa guerra degli Dei .  Per questo Atlante venne punito dal capo di tutti gli dei.Da lì in poi, la mitologia riprende fedelmente la versione di Atlante che sostiene il peso della terra, tanto che nel libro primo dell’Odissea viene descritto come colui che regge la volta del cielo .

Eracle pensò di mandare lui a cogliere i frutti sacri , sia perchè , essendo altissimo avrebbe scavalcato facilmente il recinto , sia perchè era il padre delle Esperidi , custodi del giardino .

” Non posso aiutarti ” rispose Atlante , Devo reggere il peso del cielo , guai se lo lasciassi andare … e poi c’è quel terribile drago , Ladone , che non mi lascerebbe passare . Eracle a quel punto sistemò subito il drago con una delle sue frecce avvelenate , poi promise ad Atlente di prendere sulle proprie spalle la volta del cielo , mentre lui prendeva i pomi.

Ben contento di levarsi per qualche momento dell’enorme peso , Atlante gli posò il cielo sulle spalle e poco dopo tornò con tre pomi d’oro .

” Lascia che li porti io a Euristeo , ” disse .

Ma l’eroe capì che il gigante non sarebbe più tornato , lasciandolo lì per sempre . Finse quindi di accettare dicendo ” Riprenditi il cielo solo per un attimo , mentre mi metto un cuscino sulle spalle .. non sono cos’ forte come te e mi occorre per reggere il peso più agevolmente ..

Atlante cadde nel tranello . Quando si riprese il cielo , Eracle afferrò i tre pomi e fuggì di corsa .

N.B. Sempre secondo la mitologia , Atlante per non aver voluto ospitare Perseo , venne da questo pietrificato che gli mostrò la testa della medusa, che aveva il potere di trasformare in pietra chiunque. Così Atlante  si trasformò il quella grande catena montuosa, l’Atlante, che si trova in Africa Centrale.

L’ultima fatica fu quella della cattura di Cerbero , il ringhiante cane dalle tre teste che custodiva la porta del regno dei morti .

Non sembrava giusto ad Ercole sottrarre Cerbero al suo padrone , Ade ( Plutone ) , re delle Ombre e fratello di Zeus ( Giove ) . Si recò quindi prima da lui e umilmente gli chiese il permesso di prendere il cane per portarlo ad Euristeo . Ade , che sapeva come l’eroe dovesse essere perdonato rispose ” Fà pure , bada però , dovrai affrontarlo senza nessun aiuto e senza armi .. ”

Ercole dopo averlo ringraziato affrontò quindi a mani nude Cerbero che si difese disperatamente  arrendendosi però quando l’eroe riuscì a serrargli tra le mani la base dei tre colli . Seguì quindi docilmente Ercole , che lo portò da Euristeo : vedendo quel cane , che giungeva dall’inferno stesso , il re gridò pieno di paura ” porta via questo mostro ! E vattene , Ercole una volta pre tutte .

Ercole , compiute le dodici fatiche e ottenuto il perdono degli Dei , lasciò così Tirinto e riprese a vagare per il mondo . Visse tante avventure combattendo mostri , belve e giganti , castigando i malvagi e soccorrendo i deboli .

Tra le tante avventure liberò anche Prometeo che per aver donato agli uomini il fuoco che apparteneva fino a quel momento solo agli Dei che gelosamente custodivano ben protetto nelle visceri della terra ( nell’officina di vulcano , il dio fabbro ), fu duramente punito da Zeus .con un castigo atroce .  Il fuoco divino sarebbe dovuto restare privilegio degli dei e non essere offerto a creature terrene.    Prometeo invece che amava gli esseri umani  cercò di regalare loro il fuoco con il quale avrebbero poi , potuto scaldarsi d’inverno , cuocere la carne , tenere lontane le fiere , illuminare le caverne la notte e fondere metalli per costruire attrezzi per lavorare la terra e costruire armi con cui cacciare e difendersi dalla ferocia delle belve Per questo Zeus era in collera.

Prometeo , rubò quindi una notte il fuoco , dopo aver addormentato con una tazza di vino drogato Vulcano . Nascose in un bastone di ferro cavo qualche scintilla di fuoco e subito corse dagli uomini annunciando loro che recava loro il dono più grande . Poco dopo , tutta la terra brillava di fuochi , attorno i quali gli uomini cantavano felici .
Tutto questo attirò l’attenzione di Zeus che arrabbiatosi tantissimo diede ordine allo stesso Vulcano di catturare Prometeo e incatenarlo su un’alta rupa con infrangibili catene che aveva preparato . Egli da quel giorno non solo rimase legato a vita su vertiginosi precipizi a soffrire in solitudine fame , freddo e sete , ma anche la tortura di una grande aquila che avventandosi su di lui , ogni giorno con gli artgli gli squarciava il ventre divorandogli il fegato col becco adunco .
 La tortura però non finiva qui perchè durante la notte il fegato di Prometeo ricresceva , le ferite si rimarginavano , ed il mattino dopo era di nuovo pronto a subire il martirio.
Tutto questo fino al giorno in cui Ercole  , vide passando per quei luoghi l’aquila straziare Prometeo incatenato , egli mosso a pietà chiese il permesso a suo padre Zeus di abbattere il rapace e spezzare le catene per liberare Prometeo .
Dall’Olimpo Zeus gridò ” sei libero Prometeo “
Ma egli volgendo gli occhi al cielo implorò Zeus di farlo restar su quel monte per sempre perchè in questo modo gli uomini guardandolo si sarebbero ricordati così di lui e del suo regalo .
Fu subito trasformato in una grande e maestosa roccia .
 Zeus , oltre che punire Prometeo , decise di punire anche gli esseri umani regalando loro una donna di nome Pandora .  Si trattava , come vedremo  di una sottile vendetta perché Pandora, resa bellissima da Afrodite è destinata ad arrecare la perdizione al genere umano. La bellissima fanciulla il cui nome significa “tutti i doni”;  custodiva in sé pregi e virtù di ogni sorta, comprese l’astuzia e la curiosità, perché ciascun dio le offrì in dono una qualità. Era gli  aveva insegnato le arti manuali , Apollo  la musica,  e da Ermes purtroppo anche il dono della curiosità .
Efesto ( Vulcano ) secondo i racconti mitologici classici aveva forgiato lui il primo uomo su ordine di Zeus impastandolo con la terra e la pioggia, gli aveva infuso astuzia e timidezza, forza, fierezza e ambizione e l’aveva poi animato col fuoco divino e per punire gli uomini fu costretto da Zeus questa volta a forgiare la bella Pandora a cui rese vita la dea Atena . Essa era un dono divino: bellezza, virtù, abilità, grazia, astuzia, e ingegno caratterizzavano il suo aspetto .

Dopo averla forgiata con simili fattezze , Zeus incaricà Ermes di condurre Pandora dal fratello di Prometeo (che nel frattempo era stato liberato da Eracle  ), Epimeto . Questi, nonostante l’avvertimento del fratello di non accettare doni dagli dei, la accolse, si innamorò, ed infine decise di sposarla . Pandora recava con sé un vaso regalatole da Zeus, che però le aveva ordinato di lasciare sempre chiuso. Tuttavia, spinta dalla curiosità, Pandora disobbedì: aprì il vaso e da esso uscirono tutti i mali che si avventarono furiosi sul mondo: la vecchiaia, la gelosia, la malattia, il dolore, la pazzia ed il vizio si abbatterono sull’umanità. Sul fondo del vaso rimase solo la speranza  , che non fece in tempo ad allontanarsi perché il vaso fu chiuso nuovamente . Aprendo il vaso, Pandora condanna l’umanità a una vita di sofferenze, realizzando così la punizione di Zeus.

Prima di questo momento l’umanità aveva vissuto libera da mali, fatiche o preoccupazioni di sorta, e gli uomini erano, così come gli dei, immortali. Dopo l’apertura del vaso il mondo divenne un luogo desolato, cupo ed inospitale, fino a quando Pandora aprì nuovamente il vaso e permise anche alla speranza di liberarsi tra gli uomini.

 

LA FINE DI ERCOLE
 Ercole un giorno giunse nel reame d’Etola , dove si innamorò perdutamente della figlia del re , la bellissima principessa Deianira che presto divenne sua sposa  . Un giorno, durante una delle sue imprese, Ercole e Deianira dovevano attraversare un fiume tumultuoso. L’eroe lo attraversò, ma lasciò che la moglie fosse traghettata da un centauro battelliere, Nesso, che tentò di rapire Deianira. Ercole allora colpì il centauro con una delle frecce avvelenate col sangue dell’Idra. Il centauro morente si prese la sua vendetta offrendo a Deianira il proprio sangue, e convincendola che esso avrebbe costituito un potentissimo filtro d’amore che avrebbe reso Ercole fedele a lei per sempre. Un giorno Deianira ebbe il sospetto che il suo sposo fosse un po’ troppo interessato ad un’altra donna. Così, dette ad Ercole una camicia su cui aveva sparso un po’ del sangue del centauro morente. Ovviamente il sangue era un potente veleno, dato che era stato contaminato dal sangue dell’Idra. Quando Ercole indossò la camicia avvelenata, si compì la vendetta del centauro: cominciò ad essere preda di dolori lancinanti e sentì le carni bruciargli in modo talmente insopportabile da preferire la morte. Ma nessun mortale poteva ucciderlo, ed Ercole decise di darsi la morte da sé, facendosi bruciare vivo su una pira funeraria. Giove, impietosito dalla sorte del suo figlio prediletto, scese dal cielo e lo prese con sé nell’Olimpo, ponendo fine alla sua agonia

Il Tempio di Ercole sorgeva nella nostra città , come già detto nell’attuale area del quartiere di Forcella  e con maggior precisione precisione secondo molti su un vicolo , anch’esso anticamente detto Ercolanense e poi dei tarallari , sul luogo della chiesa di Sant’Agrippina a Forcella oppure secondo altri nei pressi della chiesa di Santa Maria Ercoles ( poi intitolata a Sant’Eligio dei Ferrari ) e volgeva per vico dei chiavettieri e delle colonne a Forcella , il quale , senza dubbio, acquistò un tal nome dagli avanzi di alcune antiche colonne qui rinvenute, appartenute prima al tempio.

Il Tempio di Ercole , era molto  famoso nell’antichità per l’imponenza delle sue strutture, tanto da essere ricordato come il tempio delle quaranta colonne. Il magnifico tempio poi crollato in seguito ad un terribile terremoto ,  era del genere chiamato perptero esastilo , di forma colossale , con maestosa scalinata, vestibolo , cella , portico e con doppio giro d’ale, che determinavano il numero di trenta e più colonnedi verde antico

CURIOSITA’: Nei secoli passati e fino alla seconda metà dell’Ottocento nel cavarsi le fondamenta di nuovi edifici sono stati ritrovati nel quartiere di Forcella , antiche vestigia di  colonne di marmo verde alte 20 palmi per lo più rimaste poi interrate appartenenti secondo molti storici all’antico Tempio di Ercole . L’edificio dava il nome a tutta la regione limitrofa denominata “Regione Herculanensis” e nella quale erano presenti anche l’ippodromo, lo stadio, le terme, il ginnasio ed il gineceo.

Forcella quindi come avete avuto modo di constatare è un  quartiere con  origini molto antiche risalente a circa 2000 anni fa  . Non c’è pietra , in questo quartiere che non racconti il passato . Un passato ricco di suggestioni anche esoteriche come quello legato all’incantesimo che il sommo poeta e mago  Virgilio  , considerato dai napoletani il primo vero santo protettore della città , mise in atto per liberare Forcella dai rettili che la infestavano .Secondo una leggenda egli infatti dopo aver catturato una serpe enorme e velenosissima , l’avrebbe prima uccisa e poi sotterrata sotto due netri di terra . Da quel momonto come per incanto i rettili smisero di terrorizzare i napoletani del luogo.

Ovviamente di questa storia il cui unico testimone è rimasto il vico della serpe , se ne impradonì poi la chiesa che per affermare il proprio credo religioso e offuscare quello di Virgilio , affermò in maniera postuma ,  che a liberare la città dai serpenti fu la Madonna e quindi si adoperò per costruire nel luogo del prodigio una chiesa che venne dedicata a Maria . Un altro esempio di come la chiesa nel corso dei secoli si sia impradonita dei miti e delle leggende pagane per accreditarsi e guadagnare nuovi consensi.

Il quartiere  come avrete modo di  notare recandovi sul luogo , e ammirare alcuni suoi antichi palazzi storici ha origini molto antiche e molto nobili . Una grande parte degli edifici che oggi vediamo presenti poggiano sopra reliquie di antichi basamenti laterizi o sopra avanzi di terme , come spesso si è avuto modo di accertare quando nello scavare le fondamenta di molte abitazioni e di alcune chiese si sono costantemente rinvenuti ampi avanzi di concamerazioni sotterranee, di stufe , di serbatoi , di nicchie , di fornaci, oltre un numero considerevole di grossi massi riquadrati , di basi , di cornicioni, pezzi ci colonne e grandi architravi .  Fu proprio qui, inoltre, che note famiglie aristocratiche come gli Orsini, i Carafa, i Caracciolo e la stessa regina Giovanna II vantavano splendide dimore. 

A riprova della sua antica età, in piazza Calenda,  si erge il cosiddetto cippo a Forcella , una struttura circolare di pietra dell’antica Neapolis (molto probabilmente i resti della porta Herculanensis o dell’antica cinta muraria). Il Cippo è  stato ritrovato durante i lavori del Risanamento  e da qui è nato uno dei detti più famosi per i napoletani: “sta’ cosa s’arricorda o’ cipp’ a Furcella”, espressione che serve a indicare che una cosa è molto vecchia.

La  lunga e affascinante storia di Forcella ha visto poi il quartiere essere una delle tre giudecche di Napoli ,  prima che gli Spagnoli, nel 1510, cacciassero tutti gli Ebrei dal loro regno ed ha visto sorgere nel tempo il secolare ospedale Ascalesi e la Real Casa dell’Annunziata , il primo centro di assistenza e cura per i bambini abbandonati .

CURIOSITA’ : Napoli ha un legame indissolubile con questo luogo, perché da qui nasce il cognome più diffuso nel capoluogo partenopeo, ovvero  Esposito . Su via dell’Annunziata, a sinistra dell’arco cinquecentesco d’ingresso, è ancora visibile – benché oggi chiuso – il pertugio attraverso il quale venivano introdotti nella  ruota gli  ” Esposti “, cioè i neonati che le madri abbandonavano, per miseria o perché illegittimi.

Nello stesso quartiere è presente anche quello che resta dopo tante trasformazioni dell’antico Castel Capuano ( il primo in città ) , il Teatro Trianon , il Pio Monte della Misericordia , il Museo del Tesoro di San Gennaro , e la stessa Cattedrale  insieme a tante altre chiese come quella di San Giorgio Maggiore, Sant’Agrippino, Sant’Agostino alla Zecca) e Santa Maria Egiziaca (uno degli esempi migliori dell’architettura barocca napoletana con le opere di importanti artisti tra cui Luca Giordano ) .Quest’ultimo ’edificio con annesso monastero fu fondato nel 1342 per volere della regina Sancha d’Aragona, che volle una struttura che accogliesse le prostitute pentite.

N.B . Il palco dell’antico Teatro Trianon fondato nel 1911  è stato calcato dai personaggi più famosi del secolo scorso: Eduardo Scarpetta, De Filippo, Totò, Viviani e Roberto De Simone.

Oggi purtroppo il luogo è tristemente famoso sopratutto perchè diventato lo scenario di molti episosodi della famosa serie Gomorra e molti turisti si aggirano tra i suoi antichi vicoli e vasci solo alla ricerca di luoghi da riconoscere perchè oggetto della macchina da presa della serie televisiva senza neanche immaginare invece solo lontanamente tra quali gioielli essi si ritrovano . Basta solo dirvi che in uno di questi vicoli , anticamente detto Lampadius , ed oggi corrispondente all’attuale vico della Pace , si svolgevano le gare più famose della Napoli greca dedicate alla dea sirena Partenope . Si trattava delle famose corse  lampadiche,  delle corse cioè che avvenivano con  le fiaccole accese e in cui i partecipanti dovevano correre di notte tra due ali di folla stringendo sempre nel pugno la  fiaccola accesa senza mai farla spegnere . Percorrendo i stretti vicoli e le strade  della città , giovani  atleti completamente nudi , dovevano raggiungere il sepolcro innalzato a Partenope che si trovava in un punto , in corrispondenza del porto dove oggi sorge la Basilica di San Giovanni Maggiore .  La difficoltà ovviamente consisteva nel non far spegnere la fiaccola , e la palma del vicitore spettava al primo corridore che arrivava al traguardo con la fiaccola ancora accesa.

A proposito di serie televisive vale la pena ricordarvi a tal proposito che le strette vie di Forcella sono  state  anche lo scenariodel primo episodio di Ieri, oggi, domani di Vittorio De Sica, in cui Adelina (Sophia Loren) per evitare la prigione per spaccio di sigarette di contrabbando continua a farsi mettere incinta dal marito (Marcello Mastroianni). Il film si ispirò ad un fatto realmente accaduto che fu anche  oggetto di un’interrogazione parlamentare.

Ad accogliervi oggi nel quartiere , entrando da via Duomo , è presente a Piazza Crocelle ai Mannesi il grande volto di ” Gennaro ”  omaggio al santo Patrono napoletano firmato dall’artista  Jorit Agoch . L’opera di  street art  ha restituito alla città una versione contemporanea del  volto di San Gennaro , ispirata, come lo stesso artista ha dichiarato, ad un amico dello stesso, un giovane operaio. Il tratto di Jorit, ispirato ai modelli caravaggeschi, è immediatamente riconoscibile grazie allo studio del ritratto fotografico e dall’incisione del “rito pittorico”, sua firma e simbolo di appartenenza alla “Human Tribe” fondata sul principio assoluto dell’eguaglianza. A seguito del particolare fermento religioso popolare incitato dall’opera, per la prima volta nella storia dell’arte urbana, l’opera ha ricevuto una benedizione dal parroco della Chiesa di San Giorgio Maggiore.

Per concludere ci piace ricordarvi che il qurtiere Forcella  vanta alcune delle le pizzerie più conosciute a Napoli come l Antica pizzeria da Michele  ( un mito per chiunque arrivi a Napoli )  e la pizzeria  Trianon da Ciro ,  Mentre in via Giudecca Vecchia c’è l’Antica pizzeria le Figliole  che rappresente  il tempio della pizza fritta .

Concludiamo invece ricordandovi quanto successo  nel 1943 quando durante i lavori per la rimozione delle macerie della chiesa di Santa Maria del Carmine ai Mannesi, sventrata e distrutta in seguito ai bombardamenti avvenuti durante la Seconda Guerra Mondiale .

In quell’occasione venne portato alla luce l’antico complesso termale di San Carminiello ai Mannesi che copre un’area di circa 700 mq.

I resti del  grosso edificio d’età romana  collocabile cronologicamente fra la fine del I sec. a.C. ed il II sec. d . sono quelli di una grande casa privata  di  età imperiale  che  dopo il terremoto del 62 e l’eruzione del 79 d.C., fu poi convertita in grande complesso termale di cui  sono state identificate le condutture idrauliche, alcune vasche in marmo ed un mitreo in cui è rappresentato  il dio Mitra nell’atto di sacrificare un toro.

Ed eccoci di fronte ad un ‘altra grande divinità presente a Napoli nel passato .

Il mitreo di San Carminiello ai Mannesi come tutti i  mitrei era di dimensioni modeste e ridotte . Essi  non avevano nulla in comune con i maestosi tempi e altari dedicati ad altre divinità.  Erano caverne naturali somiglianti ad una grotta nel quale sarebbe nato appunto il Dio Mitra.
Mithra era una divinità di origine indiana e persiana, venerato dagli antichi persiani il cui culto era una delle religioni più diffuse nell’antichità che fu importato nell’antica Roma dalle truppe romane impiegate ad oriente.
Era un culto destinato ai soli uomini ed ebbe una grande diffusione a  Roma ( Nerone e Commodo ne erano grandi  devoti) divenendo nel mondo militare il culto di forza dei soldati romani  incoraggiato addirittura dagli stessi  Imperatori.

Il suo culto ad un certo punto fu così diffuso che lo si ritrovava in tutte le classi sociali, passando dagli schiavi, ai commercianti e finanche ai più alti funzionari di governo. Divenne un culto imperiale talmente potente e consolidato che probabilmente se Costantino non avesse scelto di adottare il Cristianesimo, il mondo occidentale potrebbe oggi essere diventato mitriaco.
I  luoghi di culto dove si venerava il Dio Mitra erano chiamati mitrei.
Mitra sarebbe  secondo il suo culto , nato in una grotta il 25 dicembre e al termine del suo operato con l’aiuto del sole, sarebbe poi assurto in cielo a 33 anni, da dove continuerebbe  a proteggere gli esseri umani.
Vi ricorda niente tutto questo ?

Nei Mitrei durante la funzione rituali o celebrazioni era necessaria la presenza di un curatore intermediario poichè la dottrina prevedeva che la conoscenza del massimo mistero prevedeva il concorso di una presenza ( come lo spirito santo che pervade il sacerdote cristiano al momento della comunione) ed in una stanza specifica del Mitreo si teneva solitamente un banchetto rituale che era a base di vino, acqua e pane secondo uno schema molto simile a quello dell’eucarestia dei primi cristiani.

 

 

 

 

 

 


Il Mitreo si trovava quindi dove ora  si trova la piccola chiesa del 500,  di Santa Maria del Carmine ai Mannesi  che precedentemente inglobava una preesistente chiesa eretta in  periodo Medioevale. Il toponimo della chiesa (ai Mannesi ) derivava dal nome che caratterizzava tutta l’intera zona. Esso era dovuto agli artigiani falegnami che qui vi lavoravano, riparando o costruendo carri ( I falegnami erano detti mennesi dal latino “manuensis”,  cioè che lavoravano con le mani, artigiani).
La chiesetta sorgeva  in Vicolo San Carminiello ai Mannesi, cosi chiamato proprio perché percorrendo quella stradina si arrivava ad una chiesetta in cui tutto era minuto e di dimensioni modeste al punto di ispirare tenerezza.
Poichè il vasto ritrovamento archeologico interessava l’intera area allora occupata dalla chiesa il sito archeologico prese di conseguenza il nome di San Carminiello ai Mannesi.

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La seconda area o quartiere dell’antica Neapolis ,  era la regione  Nilense  o Patriziana , che si trovava  tra mezzocannone e l’antico porto rinvenuto recentemente vicino al maschio angioino durante gli scavi per la nuova stazione della metropolitana . In questa zona ,abiatata sin da tempi lontanissimi dagli egiziani per ragioni di commercio, esisteva parte dell’antico porto di napoletano che penetrando  infatti per un lembo di mare giungeva fino al colle di San Giovanni Maggiore dove secondo la maggior parte dei grandi storici , si ergeva il sepolcro ed il grande Tempio della dea sirena Partenope .

Nell’attuale Basilica sorta sui resti dell’antico Tempio e sepolcro della sirena , si trova una strana epigrafe risalente al Medioevo recante la scritta . ominigenum rex aitor/scs + ian/partenopem tege fauste .

Le due frasi sono separate da una croce iscritta in un cerchio tra le parole SNS e IAN , ovvero a San Gennaro , affinchè protegesse l’antico sepolcro di Partenope ?

CURIOSITA’: Nel sottosuolo della chiesa di San Giovanni Maggiore tra i tanti oggetti che si scoprirono in occasione della sua fondazione , furono anche ritrovati alcuni stanzoni sotterranei adorni di marmo e con bellissimi pavimenti a mosaico in cui era presente  tra l’altro una  statua alata femminile con trecce annodate e vari ruderi di antica struttura greca .

In questa zona caratterizzata oggi dalla significativa presenza della statua del Nilo, detta il ” corpo di Napoli “, risiedeva in epoca greco-romana , una colonia alessandrina che crebbe in  numero elevato sopratutto  ai tempi di Nerone , perchè l’imperatore apprezzava molto le loro modulate adulazioni e quindi  fece  in modo da far giungere nel luogo quanti più alessandrini possibili .La gente del luogo non era affatto infastidita, anzi ,  fin dagli albori, i napoletani tendevano ad accogliere usi e costumi di altre popolazioni, soprattutto se questi erano portatori di buona fortuna come gli  alesssandrini .

I primi coloni erano mercanti che si stabilirono in zona con il solo iniziale scopo di vigilare e tutelare sui propri negozi e sul loro commercio, ed una volta insediatisi nel tempo in maniera stabile  portarono ovviamente con loro anche i loro costumi , le proprie abitudini , ma sopratutto le loro divinità , che come vedremo erano ricche di preziosi misteri . 

L’intera zona , che prese la denominazione “Nilense ” da una statua giacente del fiume Nilo , cominciava dall ‘ odierno S. Girolamo e prolungandosi per i quartieri di San Domenico grande , di Sant’Angelo a Nilo e del Salvatore,  giungeva poi fino al convento di San Severino e Sossio e l’attuale chiesa di San Giovanni a Mare .Praticamente come vedrete , tutta la zona che rappresenta buona parte del nostro centro storico e che di conseguenza era anche il tratto della città dove vi erano maggiormante ubicati i templi dedicati alle antichità egiziane .

L’intera zona era anche il luogo  che ogni anno vedeva tenersi la  festa alla sirena Partenope che avveniva con grandi   libgioni e sacrifici di buoi che venivano offerti alla dea . La sua memoria veniva ogno anno onorata con delle corse che avvenivano lugo untratto di strada , chiamato ” corso Lampadico “che iniziava dal Ginnaio in zona Forcella ed attraversando la regione Nilense finiva  al sepolcro della dea sul colle di San Giovanni Maggiore .Si trattava delle famose corse lampadifere che altro non erano che pagani giochi funebri e solenni , celebrati di notte , al chiarore di fiaccole ardenti portate da nudi giovanotti .

La statua in onore del dio Nilo , , un’entità fluviale, quindi figlia dell’oceano ,   venne eretta , nel periodo greco-romano ,  dalla colonia Alessandrina  proprio nello stesso luogo dove attualmente si trova ,  in memoria della loro patria lontana .  La statua , che affettuosamente i napoletani chiamano il ” corpo di Napoli ” si trova infatti  ancora oggi nel piccolo spiazzale  ,denominato   Piazzetta Nilo, che come avrete modo di vedere è situato nel decumano inferiore , lungo  la via Spaccanapoli  . Essa fu  eretta come gia vi abbiamo detto dagli Alessandrini che duemila anni fa si stanziarono con abitazioni e botteghe in questo punto della città denominato Regio Nilensis  e rappresenta oggi la manifestazione visiva dell’anima egiziana che in qualche modo è poi entrata a far parte del patrimonio genetico della nostra città.

Il  monumento raffigura il dio Nilo che giace sdraiato possente e muscoloso, col il viso arricchito da una saggia barba lunga che inbraccia una cornucopia adornata con fiori e varia natura, simbolo della fertilità e dell’abbondanza , il fianco appoggiato su di un sasso ed i piedi su una testa di coccodrillo.L’immagine è poi completata da una sfinge , sulla quale il Dio si appoggia .
La scultura, ha subito nel corso dei millenni varie “peripezie” sparendo per un certo periodo nel XV secolo, perdendo la testa nel XVII secolo (poi ricostruita dagli amministratori dell’epoca); malgrado tutto oggi la statua è ancora lì dove la vollero gli Alessandrini più di duemila anni fa.


La scultura come vedete non riflette  certo il modello iconografico della tradizione egiziana più antica , in base al quale Hapi , il Nilo era raffigurato come un uomo barbuto , con il ventre sporgente e un seno femminile , a simboleggiare il suo ruolo insieme fecondante e fertile .

Nel  nostro caso infatti , la scultura  è una personaificazione del fiume che rientra nei canoni della statuaria ellenistica che pur se allontanandosi dal disegno originario , ne ripropone comunque lo schema simbolico . Non a caso quando fu ritrovata , priva di testa , durante la demolizione di una parte del monastero di Donnaromita ( nel quale era inglobata ) nel XV secolo , si ritenne che inizialmente che fosse una figura femminile , a causa di una certa mollezza del suo corpo e dei giocondi bambini che l’attorniavano . In realtà questi cinque  bambini , che circondavano la statua , avrebbero dovuto invece essere sedici pigmei e simboleggiare solo la massima altezza che le acque del fiume potevano raggiungere  .  La massimo altezza che il fiume al sorgere della Luna Nuova dopo il solstizio d’estate poteva raggiungere  era appunto di 16 cubiti , e rappresentava per il popolo gioia e benessere mentre il minimo era di 5 cubiti ed era presagio di carestia e catastrofi .

L’idea della fertilità nella nostra statua è stata comunque simboleggiata da una ricca cornucopia .

Ma la  principale divinità che gli egiziani di Napoli comunque adorarono non fu la statua del Dio Nilo  , ma la dea Iside , il cui santuario si trovava proprio nella regione nilense , forse proprio nei pressi  del  monumento del Nilo , all’inizio della via Pignatelli , dove il ritrovamento di grossi quadroni di pietra fanno pensare che essi siano le  fondamente del Tempio  ( nelle vicinanze è stata inoltre ritrovata un’epigrafe dedicata ad Iside e al dio  Apollo ) .

Secondo altri invece il Tempio è da ricercare nei sotterranei del palazzo fatto erigere al Largo Corpo di Napoli da Antonio Beccadelli , detto il Panormita , esponente di spicco dell’Umanesimo napoletano , durante il regno di Alfonso V d’Aragona . Il palazzo sorge lateralmente alla statua del Nilo , in un tratto di strada che veniva chiamata ” de bisi ” , dal napoletano “mpsisi ” ( appisi ) perchè vi passavano , provenienti dalle carceri della Vicaria , i condannati all’impiccagione prima di andare al supplizio.

Secondo molti altri invece l’antico Tempio di Iside era preesistente nel luogo dove poi è stata costruita poi la famosa cappella del principe di Sansevero

Il Tempio della Pietà, ossia la Cappella San Severo, infatti per molti è stata proprio edificata probabilmente sull’area sacra di un preesistente luogo di culto dedicato alla dea Iside,  e secondo gli stessi autori essa proprio per questo motivo è  ritenuta ancora oggi , come in tempi antichi  un sito iniziatico pregno di simbologia esoterica.

La stessa statua raffigurante la “Pudicizia” sembrerebbe far riferimento a Iside velata e parrebbe essere collocata nello stesso punto geografico dove in precedenza era disposta la statua della divinità egizia.

La scultura situata nel bel mezzo della cappella de la Pudicizia velata,  fu fatta costruire in onore della madre del principe morta in giovane eta ‘ , all’ eta’ di soli 23 anni ( Cecilia Gaetani dell’ Aquila d ‘Aragona). La statua e’ opera dello scultore veneto Antonio Corradini : Essa rappresenta una bellissima donna con il capo ed il corpo ricoperti da un sottilissimo velo attraverso il quale traspaiono le belle ed eleganti sembianze della giovane .
La statua del Disinganno , invece, posta di fronte alla Pudicizia e’ dedicata al padre ( Antonio de Sangro ) e’ invece opera di Francesco Queirolo e raffigura un uomo nell’ intento di liberarsi da una rete( il padre da uomo di mondo , divenne sacerdote) . Essa vuole significare la redenzione del padre , il quale dopo una vita dissoluta , vuole uscire ” dall’ inganno terreno ” per convertirsi finalmente alla fede .

La dea Iside era in quei tempi una delle divinità più famose in tutto il bacino Mediterraneo e la dea più popolare dell’antico egitto  ed I mercanti egiziani ovviamente   non mancarono di portare  con loro anche  i   misteriosi  riti i molto noti tra gli egiziani . Essi avevano al seguito numeroso devoti e per omaggio ad essi e ad Iside , costruirono in luogo  una statua della dea all’interno  di un tempietto . Il santuario doveva essere  molto  somigliante a quello  di Pompei : esso era costituito  da un cortile , nel quale erano esposti gli ex-voto dedicati alla dea e le are per i sacrifici , e dal Tempio vero e proprio , all’interno del quale erano collocati i simulacri delle divinità . Nel luogo più interno e segreto del Tempio doveva invece essere costruita l’immagine della Dea , che solo i sacerdoti e gli iniziati potevano contemplare .

I riti religiosi che gli egiziani portarono con loro nella nostra città furono diversi ma quelli più famosi furono  certamente quelli dedicati a Iside ma paradossalmente erano anche i più segreti: essi venivano infatti celebrati solo dagli adepti, per lo più Alessandrini, e spesso venivano celebrati di nascosto  ( possiamo certamente sostenere che essi hanno influenzato più di ogni altro culto nel passato la cultura della nostra città  ).

Un rito tanto misterioso incominciò ovviamente ad attrarre la curiosità di tutti e sopratutto dei romani e possiamo con certezza affermare che da  quel momento i riti egiziaci legati ad Iside incominciarono  a diffondersi e proliferare anche a Napoli  e successivamente a Roma .Il suo culto duro’ migliaia di anni e si diffuse sia nel mondo ellenico che in quello romano dove nonostante all’inizio fosse ostacolato, dilagò con gran fervore in tutto l’impero . Qui , il suo culto subi’ comunque una metamorfosi e si trasformo’ in un culto misterico per i legami della Dea con il mondo ultraterreno  . I sacerdoti che gestivano il tempio di Iside erano molto ammirati tra i piu sapienti greci e le loro dottrine ricche di simboli ed enigmi influenzò molto i sapienti maestri greci che presto considerarono l’Egitto come il depositario di tutti i culti e tutte le scienze ,memtre i loro misteri legati al culto divennero presto appannaggio quasi esclusivo di quasi tutte le scuole esoteriche ed iniziatiche.

Sorella e sposa di Osiride, il suo nome, Iside, significa antico ed era chiamata anche Maat, che significa Conoscenza o Sapienza.

BREVE STORIA DI ISIDE

Iside era la prima figlia di Nut,( Dea del cielo) e di Geb, (Dio della terra) e nacque nelle paludi del Nilo ; era sorella di Nefti, Horus il vecchio, Seth ed Osiride.
Una volta raggiunta l’età adulta, Iside andò in sposa al fratello Osiride. Essi regnarono felici sull’Egitto . Essi si amavano tanto, molto, troppo, più di quanto possa esprimere la parola. Non c’e nulla di pi grande del loro amore…L’armonia che li circondava era tale che tutti ne rimanevano piacevolmente coinvolti. Le loro giornate scorrevano all’insegna del nutrimento del mondo; i poteri di Iside associati a quelli di Osiride facevano sì che il cibo scaturisse a profusione dal ricco suolo egiziano e dal fertile Nilo e per tale motivo veniva considerata la benefattrice dell’Egitto.
Le loro notti erano scandite dall’estasi dell’amore; non vi era luna o stella che potesse offuscare la loro passione.
Osiride era la Luna e Iside la natura.Ma in seguito essa divenne la luna – sorella, madre e sposa del dio della luna.
Iside, La luna, è anche Madre Natura, che è sia buona che cattiva
Osiride girava continuamente per tutto l’Egitto ad insegnare alla gente a coltivare i campi e piantare le vigne .
Tutti amavano Iside e Osiride – tutti tranne Set, il loro gelosissimo fratello (geloso anche perchè sua moglie Nefti si era innamorata di Osiride) .
Il popolo era felice e Osiride godeva di tanta popolarita’, ma questo non faceva altro che rendere sempre più geloso Seth che non faceva altro che pensare a cosa organizzare per prendere il suo posto e ricevere gli stessi onori .
Alla fine fece costruire un magnifico cofano istoriato che aveva le dimensioni esatte del corpo di Osiride e durante un banchetto promise di regalare il prezioso stipo a quello fra i convitati che sdraiatosi in esso lo avrebbe riempito perfettante .
Molti ci provarono ma il cofano risultava sempre o troppo grande o troppo stretto ; infine anche Osiride fece la prova ma quando gia’ si rallegrava di aver vinto la gara , perché il suo corpo occupava perfettamente il vano , gli amici congiurati di Seth irruppero nella sala , lo inchiodarono e lo saldarono con il piombo e infine lo gettarono nelle acque del fiume Nilo in piena . Osiride di li a poco mori’ affogato .
Iside travolta dal dolore si tagliò i capelli e si strappò le vesti soffrendo per la perdita subita . Disperata si mise, accompagnata da Anubis, a cercare la bara.
Essa si lamentava e piangeva ambra che rese d’oro il deserto . Setacciò ogni angolo alla ricerca del suo innamorato e dopo molto vagare giunse in Fenicia, dove la regina Astarte fu presa da pietà per lei senza tuttavia riconoscerla e la prese come nutrice del principe ancora bambino.
Iside curò tanto bene il piccolo da metterlo come fosse stato un ciocco nel focolare del palazzo, dove la madre, terrorizzata, lo trovò fumante. Essa afferrò il piccolo e lo estrasse dalle fiamme, annullando in tal modo la magia che Iside stava effettuando su di lui per dargli l’immortalità. Iside fu chiamata a spiegare il suo comportamento e così venne rivelata l’identità della Dea e raccontata la sua ricerca. Allora Astarte rivelo’ alla dea che ella aveva usato un sarcofago trovato ed utilizzato come colonna : Iside subito si accinse ad aprirlo e come sperato ci trovò Osiride, ma egli era morto .Iside riportò finalmente il cadavere in Egitto per sepellirlo ma il malvagio Set ( il mostro dalla faccia di mulo ) non si diede per vinto: animato dalla più feroce crudeltà, trovò il corpo di Osiride, lo riconobbe, sguainò la spada e fece a pezzi Osiride. Come se non bastasse sparse i pezzi per il mondo. Uno al Cairo, uno a Luxor, uno a Meroé, uno a Gerusalemme, uno a Napoli…..
Quando Iside stava per mummificare Odiride vide la bara vuota e ci pianse sopra un giorno intero. ( per questo motivo era anche chiamata la Dea piagnona )
Senza perdersi d’animo, Iside si trasformò in uccello e percorse il Nilo in lungo e in largo, raccogliendo ogni frammento di Osiride. Nel collocare ciascun frammento l’uno accanto all’altro, servendosi della cera per unirli, Iside si accorse che mancava il fallo di Osiride; per questo motivo, essa ne plasmò uno nuovo usando l’oro e la cera.
Successivamente, grazie ai suoi poteri magici, Iside fece rivivere Osiride per un breve lasso di tempo. Fu in questa occasione che inventò i riti di imbalsamazione per cui gli egizi sono ancora famosi e li eseguì sul corpo di Osiride, pronunciando delle formule magiche: il dio risorse vivo come lo è il grano dopo le inondazioni primaverili in Egitto. E la magia del loro amore le permettè di concepire un figlio suo.
Quel bambino, il dio Horus con la testa di falco, divenne forte e possente  e la sua forza lo spinse a vendicarsi di Set per l’assassinio di Osiride. Ma Iside, madre di tutte le cose, non gli permettè di distruggerlo fino in fondo.

Osiride, vendicato dal figlio Horus e resuscitato da Iside per il solo tempo del concepimento , non pote’ comunque stare tra i vivi e regnò sul regno dei morti.  Iside invece ,  poichè aveva cercato disperatamente  con l’aiuto della sorella Nefti  le parti del corpo di Osiride,  dopo averle assemblate lo riportò  alla vita ed anche se solo nell’oltretomba , aveva comunque permesso che il marito Osiride continuasse a vivere ed a regnare . Per la sua capacità di riportarlo  dalla morte alla vita ,  era quindi considerata anche una divinità associata alla magia e all’oltretomba.

Ma oltra ad essere la vedova di Osiride , ovvero del sole tramontato , Iside era anche la madre di Horus , il sole nascente , ed era pertanto lei che assicurava la continuità della vita sia sulla superficie della terra che nel mondo sotterraneo .

Iside era quindi considerata la detentrice di conoscenze segrete e di poteri magici grazie ai quali non solo aveva potuto assicurare una nuova vita sotterranea al defunto Osiride , ma anche ottenuto che egli generasse in lei , dopo la morte , il figlio Horus , dio del segreto iniziatico .

Iside insieme ad Osiride , diede luogo ad una vera e propria religione a sfondo misterico riservata a pochi eletti e fu la base su cui molti alchimisti basarono la loro ricerca dell’immortalità e  la capacità di sopravvivere dopo la morte . I riti e le cerimonie della religione di Iside e Osiride avevano un carattere pubblico e popolare , ma la conoscenza dei suoi misteri era riservata agli iniziati , e questi erano vincolati da un severo impegno al segreto .

Ancora oggi , a distanza di tanti anni , non abbiamo ancora ben chiaro in cosa esattamente consistessero questi misteri . Essi sono infatti restati tali , porporio grazie al segreto che gli iniziati in maniera rigida conservavano . L’impegno che vincolava gli iniziati al segreto è infatti l’unica ragione per cui non ha consentito ai numerosi storici che hanno approcciato il problema di giungere a delle descrizioni esaurienti di questi misteri .

CURIOSITA’ : I misteri di Iside , più ampiamente diffusi , costituivano i cosidetti ” piccoli misteri ” , mentre quelli di Osiride , riservati ad una cerchiapiù ristretta di iniziati , erano considerati ” i grandi misteri ”

Nei rituali pubblici celebrati in suo onore, nella festa della fertilità, e nel mese di Hathor, (novembre) erano portati in processione un fallo, rappresentante Osiride, e un vaso pieno di acqua che lo precedeva.

La coppa e il fallo sono gli eterni simboli della generazione che ricorrono sempre. Li troviamo nei riti primitivi – la torcia, che è chiamata l’uomo, e la coppa in cui penetra, che è detta la donna. Il foro nella terra al centro dell’accampamento in cui ogni soldato romano gettava la sua lancia; il calice del santo graal, nel quale era conficcata una lancia che faceva gocciolare eternamente sangue, la sacra fonte battesimale fertilizzata dall’immersione della candela accesa.

Iside  , originaria del Delta, era  la grande Dea della maternità e della fertilità e ha rappresentato per secoli la forza di una donna che ama e che soffre per tale amore , combatte e vince la morte per riportare il suo amato alla vita, e può pertanto con altrettanta facilità abolire la morte per i suoi seguaci pieni di fede . La sua devozione al marito  Osiride fu tale che lei potè salvarlo dalla morte per ben due volte, ricomponendone i pezzi e restituendogli la vita. Essa ha quindi rappresentato per secoli la compagna ideale , l’anima gemella per eccellenza . Ella Insegno’ alle donne  come convivere con gli uomini istituendo il matrimonio e In Egitto proteggeva le madri dei bambini ammalati

Iside ha rappresentato dunque per interi secoli  il potere femminile , simbolo di sposa fedele e madre premurosa , protettrice del focolaio domestico e protettrice dei naviganti . Era la moglie dolente e tenera sorella, era colei che apportava la cultura e dava la salute.  Insegno’ nella mitologia greca alle donne d’Egitto l’agricoltura l’arte di macinare il grano , filare il lino , tessere e ricamare .

Essa ha quindi   rappresentato per lunghi secoli con il suo culto  il modo forse più completo del principio femminile della natura che raccoglie nel suo seno i germi vitale dell’intero universo ” nutrice e grembo ” che tutto riceve , rappresentando im mistero della materia ed  al tempo stesso il luogo in cui generare .In quanto sorella e al contempo sposa del Dio solare Osiride , essa simboleggiava la luna , mentre il suo corpo rappresentava invece la fertile terra fecondata dal Nilo , la natura sottoposta all’azione del sole .

 

Iside  venne rappresentata in vari modi: come una vacca, insieme ad Hathor, o con corna bovine tra le quali è racchiuso il sole, oppure con l’icona del falco o come una donna con ali di uccello. Questa immagine della donna alata la si ritrova spesso dipinta sui sarcofagi nell’atto di prendere l’anima tra le ali per condurla a nuova vita. Solitamente, però, la si conosce raffigurata come una donna vestita con in testa un trono e con in mano un loto, immagine di fertilità. Il suo simbolo è tiet, chiamato anche nodo isiaco, probabilmente indicante la resurrezione e la vita eterna.
Il suo culto ha lasciato un segno tangibile nella cultura napoletana. Lo si può riconoscere nel ferro di cavallo che spesso accompagna il corno per i riti scaramantici. Il ferro di cavallo, infatti, non è altro che l’icona delle corna di Iside e dell’immagine arcaica che indica il ventre materno e la mezza luna, che sono i simboli della fertilità della donna.

Nelle antiche statue della Dea egiziana la si  riconosce come il prototipo dell’immagine della Vergine ed in particolare di quelle delle Vergini Nere che nella tradizione cristiana medievale furono oggette di una particolare venerazione  . Sia le statue  di Iside che quelle delle Vergini Nere , erano spesso dedicate alla Virgo Paritura , ovvero alla vergine che deve partorire , simbolo per gli alchimisti , della terra primitiva , ovvero del soggetto della loro opera ,cioè  di quella Materia prima allo stato minerale che i testi ermetici descrivono come una sostanza nera, pesante, friabile , che ha l’aspetto di una pietra.  Per questo il volto di queste antiche Vergini era di colore nero , così come era nero il volto della Artemide di efeso , le cui sattue dai molti seni esprimevano in modo palese la generosa fecondità della Natura , o come era nero il colore della pietra che simboleggiava Cibele , la grande madre degli Dei.

Per un certo periodo Iside vide quindi a Napoli , il suo culto intrecciarsi con i culti dedicati alla Luna Nera : cioè LILITH , il demone femminile mesopotamico associato alla tempesta e ritento portatore di disgrazia , malattia e morte .Raffigurata con il volto di donna , lunghi capelli rossi , grandi ali sulle spalle e artigli di uccello al posto dei piedi .

Lilith , è anche citata sia nell’antico Testamento che nella vasta letteratura ebraica post biblica . Essa , secondo la tradizione della cabala ebraica è stata la prima donna donna creata ( precedente quindi ad Eva ) , e per  gli antichi ebrei  era la prima moglie di  Adamo  che da lui  fuggì da rifugiandosi nel Mar Rosso, perchè pretendeva di godere degli stessi privilegi del suo consorte in quanto nata anch’essa dalla polvere del suolo. 

Nell’immaginario popolare ebraico venne quindi per tale motivo , per lungo tempo considerata e  temuta come demone notturno capace di portare danno ai bambini di sesso maschile . Essa rappresentava in un mondo prevalentemente maschilista tutti gli  aspetti punibili e negativi allora attribuibili alla  femminilità:  adulterio , stregoneria e lussuria .

Alla fine dell’ottocento , in parallelo alla crescente  emancipazione   femminile nel mondo occidentale , la figura di Lilith diventa il simbolo del femminile che non si assoggetta al maschile.

Il suo corrispettivo astronomico è un presunto  satellite della Terra , ritenuto compagno della  Luna , in seguito identificato con la Luna Nera  , che corrisponde all’apogeo dell’orbita lunare , cioè il punto dell’orbita più lontano dalla Terra.

CURIOSITA’ : Le vergini nere erano statuette di legno realiazzate prevalentemente tra l’XI ed il XII secolo , che raffiguravano la vergine con il volto nero seduta su un trono con il bambino sulle ginocchia

A Napoli  il culto domestico di Iside , era fortemente presente . Essa era  venerata come ‘ la mamma ‘ per eccellenza . La dea che allatta un bambino in una posa simile a quella della Madonna della Seggiola di Raffaello, che appare in sogno e ascolta le preghiere dei fedeli e che ha a che fare con un mito che parla di resurrezione.
Le testimonianze del culto domestico della Dea presenti in Campania sono innumerevoli al punto che possiamo considerare la Campania , la regione prima in Italia con un numero di templi dedito alla Dea . « Centri come Benevento vantavano qualcosa come quattro templi a Iside chiamati Isei .

La più’ grande testimonianza giunta a noi della diffusione nel mondo romano del culto egizio della dea Iside e’ comunque senza dubbio rappresentato dal tempio di Iside a Pompei eretto tra la fine del II e l’inizio del I secolo a.c.
Assai danneggiato dal terremoto, il tempio fu ricostruito dopo il 62 a.c., ed è stato rinvenuto in ottimo stato di conservazione, adorno di stucchi, statue e dipinti, e con tutta la suppellettile per il culto ancora al suo posto.
Numerosi affreschi provenienti dal tempio di Iside sono conservati presso il Museo archeologico nazionale di Napoli, dove è anche esposto un plastico che ricostruisce l’originale struttura del tempio.
Altro poco conosciuto Tempio di Iside si trova a Marechiaro . La Chiesa di Santa Maria del Faro, fu infatti costruita a Marechiaro sulle rovine di un precedente tempietto della Dea Iside, denominata poi Dea Fortuna. La famiglia Mazza nel 1600 aveva collocato una grande lapide nella nicchia di un’antica rovina romana sotto la chiesa, in riva al mare, con l’attestazione della presenza in quel luogo di un antico tempietto dedicato alla Dea Iside – Fortuna; purtroppo la preziosa iscrizione venne frantumata e dispersa come diabolica. Tuttavia possiamo ritrovarla nell’opuscolo del Guiscardi (Napoli, 1906).

È’ da notare inoltre che in città esistono due chiese dedicate ad una monaca ed eremita  egiziana nata ad Alessandria d’Egitto nel 344 , venerata come santa dalla Chiesa cattolica :  le chiese dedicate a Santa Maria Egiziaca, si trovano una sulla collina di Pizzofalcone, ( una delle chiese basilicali della città) e l’altra  monumentale e barocca nella zona di  Forcella .

Inoltre varie pratiche pagane che ricordavano quelle egiziane venivano praticate in molti luoghi della città’ , uno su tutti “il Cimitero delle Fontanelle”, una necropoli pagana dove veniva usato un sistema di inumazione che ricorda quello della mummificazione: fino al 1700 le inumazioni erano fatte in nicchie a forma di sedia in cui il cadavere veniva deposto seduto, “in posizione faraonica”.

Il povero filosofo Giordano Bruno,che studio’ e prese i voti nel convento di San Domenico , ricordiamo che fu condannato a morte per eresia dalla Chiesa perché, tra l’altro, sosteneva che la religione cristiana fosse diretta emanazione di quella egizia. Bruno inoltre affermava che la religione magica egiziana fosse l’unica vera religione .

Questo culto delle divinità egizie , quando nel corso dei secoli la chiesa cattolica prese il sopravvento sulle altre diffuse religioni , miti o credenze ,  non erano ben accette dalla religione ufficiale , ed  insieme ad altri culti paralleli  ( come il Dio Mitra ) dovevano necessariamente sparire e proprio per questo la statua del Dio Nilo ricca di fogli di carta che chiedevano grazie alla divinità, monete , capelli e qualsiasi cosa pur di convincere il Dio Nilo ad aiutare quella gente bisognosa , fu decapitata e spodestata e perduta per secoli. Finché nel Medioevo non fu ritrovata ma mancante, oltre che della testa, anche di vari altri pezzi tra cui le teste del coccodrillo e della Sfinge solo da poco ritrovati.
Nel XVII, per amore del Neoclassico, furono eseguiti numerosi restauri, ricerche e ciò che hanno portato alla ricostruzione della statua per come la conosciamo oggi.
Così nel 1667 la statua fu posta su quello che viene chiamato “sedile” di marmo, recante una scritta in latino che in grandi linee racconta le vicissitudini vissute da questo pezzo importante di storia e cultura partenopea.
La statua ha subito di recente un ‘ importante restauro con il ripristino definitivo della piccola testa di sfinge marmorea , trafugata oltre 50 anni fa e recuperata lo scorso dicembre in Austria.

Molti  noti e misteriosi personaggi vissuti a Napoli nel diciottesimo secolo insieme a famosi esponenti  della tradizione alchemico – ermetica riconducibile ai culti egizi , frequentarono questo luogo saccompagnati da un alone di mistero legato al culto egizio . Tra questi ricordiamo  Giuseppe Balsamo , conte di Cagliostro , fondatore in Francia di una massoneria di Rito Egizio che abito’ a Napoli per qualche anno intorno al 1773 , portando con se teorie iniziatiche che si ispiravano tutte all’antico Egitto .

In verità pare che il Cagliostro per qualche strano motivo fosse non solo venuto in possesso del famoso Codice Egizio , dettato millenni anni fa ed applicato nei templi egizi , ma addirittura fosse  riuscito a  a decifrarlo nei suoi messaggi occulti ,in maniera da renderlo almeno comprensibile per gli addetti ai lavori . Nella sua scrittura , nelle sue figure e nei suoi caratteri  il codice , attraverso la fugura di Caglisotro dettò misteriosi segreti concetti alchemici del tempo   lasciando ai futuri iniziatici i messaggi occultati nella pietra, nelle note musicali, nell’arte e nella scrittura di testi letterari.

Cagliostro, dichiarando che la sua arte sia da attribuirsi all’influenza proveniente dagli insegnamenti di un filosofo napoletano, lasciò fortemente  intendere che la sua evoluzione esoterica era senz’altro  riconducibile alla tradizione partenopea, ai culti egizi e al triangolo magico napoletano trasmessogli da un grande  ermetista, alchimista e studioso di esoterismo egizio.

Il personaggio in questione non poteva essere altri che il famoso Principe di Sansevero reputato, da molti studiosi, il punto nodale cui giunge l’Arcano Sapere, in altre parole, la Sapienza Iniziatica generata dall’Antica Tradizione. Secondo tali specialisti, utilizzando questa Sapienza con una consistente purezza di cuore e di pensiero, il Principe sembrerebbe riuscito ad avvicinarsi alla “Grande Opera Alchemica”.

La ” conoscenza ” iniziatica della forza energetica e l’importanza dei triangoli energetici ebbe quindi tra i pricipali protagonisti oltre che il grande alchimista e studioso di esoterismo egizio Sansevero anche il  conte Cagliostro . Essi capirono l’importanza del santuario energetico ed i nodi di forza che collegavano i vari punti dando luogo a  fantastici flussi di energia che caratterizzavano alcuni punti della nostra città .  Loro in particolare cercarono più di ogni altro alchimista del tempo , di sfruttare al massimo l’energia  in cui la Terra, assieme all’acqua, sarebbe un centro energetico ricco di potenza nonché sacro e certamente capirono prima di ogni altro  alchimisti del loro tempo che nei triangoli napoletani aleggiavano strane forze e che essi rappresentavano dei “luoghi di potere ”  in cui un essere umano attraverso determinati riti può manifestare capacità extrasensoriali, diventando talmente sensibile da poter giungere in diretto contatto con il trascendente .

La regione Nilens , fu un luogo volutamente scelto dai sacerdoti che si dedicavano ai rituali dedicati ad Oside nella nostra città . Esso fu scelto sopratutto per la presenza del Taglina , un piccolo fiume che scorreva un tempo  in questo luogo e  convogliava acqua nella Vasca Sacra del Tempio , attraverso la quale si poteva poi dar seguito alle abluzioni che precedevano i riti sacri.

Il Taglina , secondo i sacerdoti , non era un semplice corso di acqua . Essi , infatti , si resero subito conto che il fiumicello era  un catalizzatore di energie ed un luogo di forze e per tale motivo decisero che l’altare per i sacrifici fatti in onore di Iside , fosse eretto proprio sulle sue sponde .

I sacerdoti , in epoca romana,  affascinati dai misteri del cielo e insieme devoti agli dei dell’Olimpo,  collaboravano molto con esperti architetti per conoscere i maggiori punti di convergenza delle energie cosmiche e sappiamo anche con certezza che nel corso dei secoli , il luogo da loro cercato nella nostra città si è sempre più affermato trovarsi  in una particoalre  area triangolare i cui vertici erano e sono tutt’ora la chiesa di San Domenico Maggiore , la statua del Nilo e la famosa cappella di Sansevero.

Questi tre punti formano un triangolo dentro il quale aleggiano strane forze. Molti storici sudiosi  lo hanno definito come un  ” luogo di potere ” in cui un essere umano attraverso determinati riti può manifestare capacità extrasensoriali, diventando talmente sensibile da poter giungere in diretto contatto con il trascendente . L’area infatti , circoscritta dal congiungimento di questi tre vertici del centro antico di Napoli, oltre a celare meravigliosi gioielli del patrimonio artistico cittadino, pare sia anche  caratterizzata da misteriosi avvenimenti che sembrano scaturiscano proprio dal flusso di forze energetiche che percorrono il luogo.

Il triangolo dove è completamente contenuta la regione Nilens , sarebbe  determinante nel mondo , per alcuni studiosi , per la sopravvivenza della terra stessa in quanto creerebbero con la loro energia dei luoghi di forza  in cui la Terra, assieme all’acqua,  abbia dei pilastri  energetici sacri e ricchi  di potenza  capaci di dare stabilità ed equilibrio al mondo intero .

Un ” Luoghi di forza” della terra quindi , dove si sommano, più che in altre zone delle componenti magnetiche naturali, dovute alla composizione delle rocce o del terreno che permettono l’avverarsi di alcuni fenomeni particolari normalmente attribuiti alla volontà divina. Un luogo di forze ed energie , come vedremo , spesso utilizzata nel passato per fini materiali dalla comunità egizia, che qui è rimasta grazie ad un arcano lascito della tradizione iniziatica e sapienziale, imperniata sulla spiritualità egizio – alessandrina.

Gli  antichi sapienti sacerdoti sapevano riconoscere dal colore della vegetazione, o dalla assoluta mancanza della stessa, dalla diversa disposizione delle pietre, quei particolari ” luoghi delle forze” sui quali si sarebbe potuto operare per ottenere il fenomeno magico” e dopo accurati studi  innalzarono questa zona geografica ad una potente area di forza e di potere dove potersi dedicare al culto di Iside e praticare le loro  scienze esoteriche egizie .

La fusione dei loro misteri e credenze con la spiritualità del luogo portò alla formazione di una tradizione esoterica di tipo egizio-italica che, grazie all’opera di circoli iniziatici segreti, si sarebbe poi tramandata dall’epoca romana sino ai giorni nostri.

In seguito infatti diversi studiosi di esoterismo ritenendo   quest’area, un vero e proprio “centro cosmico” atto a legare il cielo alla terra e capace quindi di  custodire arcani fenomeni ,come un “luogo eccelso” capace di sprigionare vibrazioni cosmiche e magnetiche.

Un ” triangolo magico napoletano “delimitata da  tre poli energetici, definibili come condensatori ricchi di energia vitale che grazie alla particolare morfologia terrestre, le sue rocce , la diversa disposizione delle pietre ,il diverso colore della vegetazione oppure l’assoluta mancanza della stessa ,  il sotteraneo  magico fiume Taglina , rappresenterebbe  un luogo nel cui interno , grazie ad antichi riti  ,sarebbero custoditi   molti dei simboli massonici legati agli antichi egizi ed preziose “cosmiche  forze energetiche ” attraverso le quali , in passato  si sarebbe potuto operare per ottenere  l’avverarsi di alcuni fenomeni particolari normalmente attribuiti alla volontà divina, e definiti per alcuni “magici ”

I tre vertici del triangolo ,  un tempo collegati tra loro mediante misteriosi cunicoli sotterranei, testimoniano gli studi oltre che il transito spirituale e fisico di personaggi metastorici dal grande spessore esoterico. Il trait d’union che li congiunge è rappresentato da una sorta di consistente ed ermetico codice egizio. Diversi esperti di scienza ermetica, quali  Giordano Bruno , il Conte di Cagliostro , Tommaso Campanella , Luigi D’Aquino dei Caramanico, Giovanbattista della Porta, Tommaso d’Aquino , il Principe di San Severo e tanti altri , hanno certamente percorso chissa quante volte quei stretti cunicoli sotteranei alla ricerca di approfondimenti, percezioni, intuizioni, occulti esperimenti e  rituali particolari nel tentativo di  pervenire al sovrannaturale, e  ascendere quindi verso l’infinito.

La sua grata di accesso ( Camera Caritatis ) , considerato il luogo di massima caduta di energia , a questi cunicoli sotterranei ,  si trova sotto il monumento dell’obelisco di San Domenico . La grata , che si trova dislocata  alle spalle e all’esterno dell guglia di San Domenico ,era il posto dove nel lontano 700 , attraverso i corridoi sotterranei ,  gli altri adepti  massonici raggiungevano il luogo segreto ed eseguivano i propri riti

Particolarmente poi studiato da  Giordano Bruno, Il Principe Raimondo e il Conte di Cagliostro ,  esisterebbe, secondo questa pratica, una  sorta di santuario energetico   fatto di messaggi occultati nella pietra, nelle note musicali, nell’arte e nella scrittura di testi letterari che porterebbero alla vera conoscenza .

Questo santuario energetico , rappresenta un luogo ricco di potenza dove  grazie al confluire di energia  viva , avvengono normalmente strani fenomeni paranormali .

 

Curiosita’: Aproposito delle pietre e della sua sua diversa disposizione , nella nostra città , a partire dal 500 ,  la pavimentazione delle  strade cittadine e delle stesse piazze venne realizzata  con delle caratteristiche pietre laviche che hanno la forma di  piccoli blocchetti  cubici ,  detti ” Basoli ” o ” Sanpietrini ” , ma che i napoletani chiamano anche con il termine più colorito di ” cazzimbocchi “.Essi , di colorito nero , secondo un simbolismo alchemico potrebbero svolgere un importante ruolo nel triangolo magico .

Gli antichi alchimisti hanno da sempre affermato che la loro preziosa materia primitiva , di aspetto umile e oscuro  , si trovava sotto gli occhi di tutti , anche se nessuno la vedeva  , che poteva  essere comprata a poco prezzo e che veniva  ” calpestata con i piedi ” .

I nostri Sanpietrini , utilizzati nel tempo per lastricare le nostre strade potrebbero quindi tranquillamente essere identificati per la forma ed il colore se ci fate caso ,  proprio con questa materia prima e quindi svolgere un importante ruolo esoterico nei nostri due grandi triangoli magici presenti in citta .

Essa era probabilmente  la pietra base che con il suo aspetto nero,  attraverso sofisticati procedimenti alchemici , poteva dar luogo al luminoso oro della famosa pietra filosofale .

L’associazione della preziosa pietra con il nome sanpietrino è solo dovuto al aftto che  San Pietro ha gettato le basi per la chiesa cristiana e il suo nome è associata a questa pietra perché anche essa rappresenta la base di un qualcosa poi divenuto estremamente grande .
Lo stesso potenziale quindi della piccola pietra nera che attraverso determinati sofisticati procedimenti alchemici , poteva dar luogo a qualcosa di estremamente grande come la famosa pietra filosofale .

 

 

I misteri legati alla dea Iside restano  come vedete  sono i più importanti  segreti di Neapolis. La dea era identificata con la luna, quindi solo conoscendo la forza trascinante dei riti lunari praticati per lungo tempo dalla comunità di alessandrini presente a Napoli in epoca romana – rituali notturni legati al nascere e al tramontare della luna – si può capire il grande amore dei napoletani per la luna e la notte.

 

 

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Nella regione Nilense , pressi il Tempio di Partenope sul colle di San Giovanni Maggiore , presso il mare , si ergeva un tempo anche un altro Tempio pagano dedicato da Adriano ad Antinoo, il giovane e bellissimo amante dell’Imperatore Adriano morto annegato durante una crociera sul Nilo.     L’imperatore , che amava con eccessivo trasporto il giovane Antinoo, dopo averne lungamente pianto la perdita , fece innalzare in sua memoria numerosi templi in vari luoghi dell’ Impero e destinò al suo culto numerosi sacerdoti .Il Tempio di Napoli era uno dei piu belli per magnificenza .

CURIOSITA’:  Sulla tragica morte di Antinoo, annegato nelle acque del Nilo a soli diciannove anni e sulle cause che hanno portato al  tragico evento, ancora oggi, a distanza di tanti anni sono aperte tutte le possibilità: incidente, omicidio o addirittura sacrificio volontario.
Sappiamo con certezza solo che il  ” suicidio-sacrificio ” di Antinoo sconvolgerà in seguito  la mente dell’imperatore Adriano.  A sublimazione del suo grande dolore egli fece un Dio del suo divino amante. Per prima cosa cambiò il nome della città di Besa (dove era morto Antinoo) in quello di Antinopoli e la ingrandì con numerosi edifici, vi eresse un tempio e vi istituì un culto.
In tutto l’Impero si dedicarono templi e statue ad  Antinoo e nella sua bellissima villa di Tivoli, dove sono state rinvenute decine di statue, busti, e simulacri di Antinoo; creò un vero e proprio santuario dedicato al giovane amante.

Il culto e la divinità di Antinoo si estinse poi in seguito alla morte  di Adriano .

 

 

 

 

Nel luogo dove oggi si trova il palazzo Casacalenda , esisteva prima al suo posto la chiesa di Santa Maria alla rotonda sorta sul peesistente Tempio di Vesta . Il sontuoso edificio , come solitamente era solito fare per i templi dedicati a questa Dea , per rappresentare l’universo , aveva una forma rotonda ed era decorato con marmi molto preziosi e ricercati , preziose sculture ed eleganti colonne ricche di pregevoli iscrizioni .

Negli scavi che si operarono successivamente in questo luogo per la costruzione del palazzo , furono rinvenuti a diverse profondità molti antiche reperti archeologici tra cui una bella statua della Dea Vesta con la benda , un gran fonte antico di marmo per l’acqua lustrale , un tripode ed altri oggetti di culto della Dea .

Vesta era la dea del focolare, o più precisamente, del fuoco che arde su un focolare rotondo. Essa forse è la meno nota fra le divinità dell’Olimpo e  fu raramente rappresentata da pittori e scultori con sembianze umane, ma era comunque  tenuta in grande onore e a Lei venivano destinate le offerte migliori che i mortali presentavano agli dèi.   La sua presenza si avvertiva nella fiamma viva, posta al centro della casa, del tempio e della città. Il suo simbolo  era un cerchio e poichè  I suoi primi focolari erano rotondi anche  i suoi templi ebbero la stessa forma . Il sacro fuoco di Estia ardeva sul focolare domestico e nei templi. La dea e il fuoco erano una sola cosa e univano le famiglie l’una all’ altra, le città-stato alle colonie. Estia era l’anello di congiunzione spirituale fra tutti loro.

Il focolare di Estia, di forma circolare, con il fuoco sacro al centro, ha là stessa forma del mandala, un’immagine usata nella meditazione come simbolo di completezza e di totalità. Un punto centrale  della nostra personalità quindi al quale tutto è correlato e rappresenti  un importante fonte di energia per diventare ciò che vogliamo ed assumere poi , in relazione al mondo esterno la  forma caratteristica della propria natura.

Una forma interna di amore e luce che ci da una forte sicurezza  di essere ( del  Sé  ) che metaforicamente, in questo caso , scaldate e illuminate da un fuoco spirituale,  scaldano anche  coloro che amiamo e con cui condividiamo il focolare e ci tiene in contatto con chi è lontano.

Estia era la primogenita di Rea e di Crono, e quindi sorella maggiore degli dèi delI’Olimpo  inghiottita da Crono per prima e quindi  vomitata per ultima . Per tale motivo quindi i fratelli tendevano a considerarla la più piccola ed avevano nei suoi confronti un atteggiamento sempre protettivo. Lei d’altronde era molto semplice da amare con il suo carattere mite e garbato . Non era appariscente, chiassosa o eccentrica ma sempre molto dolce ,carina  e guidiziosa e non diceva mai una parola negativa su nessuno . Era una persona molto gradevole , silenziosa e tranquilla e tutti su all’Olimpo le volevano bene.

Lei adorava i suoi fratelli ed i suoi nipoti   ed il suo desiderio più grande era che tutta la sua famiglia andasse d’accordo e passasse dei bei momenti intorno al focolare  intrattenendosi a chiacchierare .Veniva infatti spesso rappresentata seduta accanto al grande focolare della sala del trono , non badando troppo a quello che le accadeva intorno .

CURIOSITA’: Nei tempi antichi in ogni casa c’era sempre un focolare nella stanza principale di ogni casa che forniva calore nei giorni più freddi  eera il luogo dove si cucinava il cibo . Era quindi il luogo dove più di ogni altro posto si avvertiva il senso della casa e della famiglia .

Vesta chiese a Zeus di non volersi mai sposare e nonostante la dea  Afrodite fece in modo che  Poseidone e Apollo si innamorassero lei , vennero entrambi respinti poiche aveva fatto giuramento di restare vergine . Entrambi non furono incolleriti con Estia e la perdonarono per lo stesso motivo per cui avevano voluto sposarla . Essa era dolce , indifesa e amabile ed entrambi onorarono il suo desiderio a non sposarsi per prendersi cura del focolaio .

Estia  da quel momento rimase nella casa o nel tempio, racchiusa all’interno del focolare e quel luogo  divenne per tutti gli dei un porto sicuro nelle tempestose discussioni degli Olimpi . Tutti sapevano che quello era un territorio neutrale . Ci si poteva andare per una pausa , un boccale di nettare od una dolce chiacchierata con Esta . Lì si poteva riprendere fiato senza essere scocciati da nessuno.

In  quel luogo , Estia si prendeva cura di tutti e tutti si prendevano cura di lei .Un sempio di tutto questo avvenne quando una sera ,avvenne  durante una grande festa tenuta sul mone Ida per celebrare l’anniversario della vittoria degli Olimpi su Crono , dove furono invitati tutti glidei , i Titani le ninfe ed i satiri.

Tutti ad un certo punto al culmine della festa avevano alzato un po il gomito e molti erano ubriachi , Nella grande sala vi era un gran casino ed Etria che non era abituata a tale confusioen , decise , alla ricerca di un po di tranquillità di allontanarsi dalla festa ed incamminarsi verso i boschi dove dopo un po del suo cammino si imbattè con un asino legato ad un albero . . Ella pensò che probabilmente uno dei satiri lo aveva usato per arrivare alla festa e pensando che potesse fargli da guardia , decise , stanca di addormentarsi proprio sotto lo stesso albero . Nei pressi intanto si aggirava il dio Priapo che avendo bevuto parecchio era alla ricerca di una ninfa con cui passare qualche dolce momento come usualmente era solito fare . . Alla vista di Vesta , egli non riconoscendola fu sul punto di inchinarsi verso dil lei , quando fortunatamente l’asino ragliando svegliò Estia che visto Priapo incominciò a gridare. Alla festa tutti udirono il suo grido e corsero in suo soccorso perchè si trattava di Estia e tutti incominciarono a percuotere Priapo che a stento riuscì a salvarsi ma venne definitivamente espulso dall’Olimpo .

Dopo questo evento tutti gli dei divennero ancora più protettivi nei confronti di Vesta ed il suo focolare ancora più amato perchè simbolo dell’amore familiare .

A differenza delle altre divinità, Estia non era quindi come vedete per gli antichi greci nota per i miti e le rappresentazioni che la riguardavano: la sua importanza stava nei rituali simbolizzati dal fuoco. Nessuna  abitazione né tempio in epoca greca erano consacrati fino a che non vi aveva fatto ingresso Estia, che, con la sua presenza, rendeva sacro ogni edificio. Era una presenza avvertita a livello spirituale come fuoco sacro che forniva illuminazione, tepore e calore.

Perché una casa diventasse un focolare, era necessaria la sua presenza. Quando una coppia si sposava, la madre della sposa accendeva una torcia sul proprio focolare domestico e la portava agli sposi, nella nuova casa, perché accendessero il loro primo focolare. Questo atto consacrava la nuova dimora.
Dopo la nascita di un figlio, aveva luogo un secondo rituale estiano. Quando il neonato aveva cinque giorni, veniva fatto girare intorno al focolare, come simbolo della sua ammissione nella famiglia.
Allo stesso modo, ogni città-stato greca, nell’ edificio principale, aveva un focolare comune dove ardeva un fuoco sacro. E in Ogni nuova comunità che veniva fondata si portava il fuoco sacro dalla città di origine per accenderlo nella nuova.
Così, ogni volta che una coppia o una comunità si accingevano a fondare una nuova sede, Estia li seguiva come fuoco sacro, collegando la vecchia residenza con la nuova, forse come simbolo di continuità e di interdipendenza, di coscienza condivisa e d’identità comune.

Estia era la maggiore delle tre dee vergini.dell’Olimpo .  A differenza delle altre due, però lei non si avventurò nel mondo a esplorare luoghi selvaggi come Artemide  , o a fondare città come  Atena . Estia rimase , a differenza di loro sempre nella casa o nel tempio, racchiusa all’interno del focolare.
A uno sguardo superficiale, l’anonima Estia sembra avere poco in comune con un’Artemide dalla vivace intraprendenza o con un’intelligente Atena dall’armatura dorata. Eppure, qualità fondamentali e impalpabili accomunavano le tre dee vergini, per quanto fossero diverse le loro sfere di interesse o le loro modalità d’azione.

Tutte e tre erano “complete” in , se stesse’, qualità che caratterizza la dea vergine. Nessuna di Ioro fu vittima di divinità maschili o di mortali. Ciascuna aveva la capacità di concentrarsi su quanto la interessava, senza lasciarsi distrarre dal bisogno altrui o dal proprio bisogno degli altri.

Ma mentre  Artemide o Atena, erano concentrate  sul conseguimento di mete o sulla realizzazione di progetti verso il mondo esterno, Estia  si concentrava sopratutto  sull’esperienza soggettiva interna: quando infatti essa meditava , ad esempio, era completamente concentrata e quindi meglio capace di percepire  ciò che sta accadendo o il significato delle azioni.
L’introversa Estia, quando si occupava di ciò che la interessava poteva  anche diventare emotivamente distaccata e percettivamente disattenta a quanto la circonda. In aggiunta alla tendenza a ritirarsi dalla compagnia degli altri, il suo essere ‘una in sè stessa’ era vista come  una qualità che ricerca la tranquillità silenziosa, che si ritrova più di tutto nella solitudine.

 

Estia rappresentava  l’archetipo della famiglia ed  il punto fermo che dava  senso  a qualsiasi attività.  Il  punto di riferimento che  ognuno  nella consueta agitazione della vita quotidiana  sapeva di avere  ben saldo  in mezzo al caos del mondo esterno .  Quando Estia era  presente nella personalità di una donna, la sua vita per gli antichi greci acquistava un senso.

Estia, in quanto dea del focolare, era  l’archetipo attivo nelle donne che consideravano le occupazioni domestiche un’ attività significativa e non semplicemente ‘le faccende di casa’. Con Estia, la cura simbolica del focolare  ed il prodigarsi dell’attendere alle cure domestiche , da parte di una donna , non era un ruolo sminuente la figura femminile ma al contrario la sua esaltazione , in quanto il principale artefice con  lo svolgere le proprie mansioni quotidiane casalinghe ,di quella che era l’unione familiare . Il vero ed indiscusso anello sulla cui presenza ruotava la famiglia . Il perno importante che  con la sua saggezza era capace di tenere unitia una intera famiglia . L’immagine di una donna che senza fretta , smistava e ripiegava la biancheria, rigovernava i piatti e metteva in ordine la casa , al contrario di oggi ,  era nell’antica grecia prima e presso gli antichi  romani poi , l’agognato luogo con il suo focolare dove ogni soldato reduce da una battaglia desiderava tornare. Era il luogo dove la dea  Estia era  presente.

La donna che si occupava della casa , associata alla figura di Estia , era ben felice di svolgere questo ruolo  e non le pesava perchè consapevole della sua importanza sociale , anzi la faceva sentire  socialmente importante e la rendeva sicura di se.

 

Prendersi cura della casa e del focolare domestico equivale per la donna a prendersi cura della propria famiglia e questo la faceva sentire bene ed importante in società . Con un ruolo sociale importante essa si sentiva realizzata e sicura di se.

Ad essa come alla  dea Estia andavano infatti i più alti onori. Quando per qualsiasi motivo i valori femminili legati al suo archetipo venivano  dimenticati e disonorati, l’importanza  della famiglia come santuario e sorgente di calore, diminuiva  o andava perduta.

Estia con i valori che essa rappresentava  ha perso nel tempo valore ed è stata dimenticata. I suoi simbolici fuochi sacri non vengono oggi  più custoditi e ciò che rappresentava non è più onorato. Quando i valori femminili legati al suo archetipo vengono come spesso oggi accade dimenticati , rifiutati o  disonorati, l’importanza  della famiglia come santuario e sorgente di calore, diminuisce o va perduta ed accade poi  contemporaneamente  che scompare anche il seguente senso di  legame con gli altri  abitanti di una città, di un paese o della terra,  che avevano , almeno tanto tempo fa , il bisogno di sentirsi uniti da un vincolo spirituale comune.

L’importanza di Estia  presso i Greci era connessa col legame profondo che univa tutte le stirpi di una stessa nazione: quelli che andavano a colonizzare terre straniere, come simbolo del legame che mantenevano vivo con la madrepatria, portavano con sé il fuoco dell’altare pubblico eretto in onore della dea.

Presso i Romani fu molto venerata .  La divinità corrispondente a Estìa era Vesta e ad essa  andavano dedicati i i più alti onori.

  

Ovviamente anche a Roma  Vesta era la dea protettrice e  custode del focolare domestico, della pace e della prosperità .Anche qui il suo fuoco sacro univa tutti i cittadini in un’unica famiglia. Essa  era venerata dalle singole famiglie, ma a Roma ebbe grande importanza anche  un suo culto pubblico che aveva  luogo presso il focolare dello Stato, nella rotonda “aedes Vestae” (tempio di Vesta) del Foro, dove la Dea era venerata come “Vesta publica populi Romani” . Il tempio fatto costruire nel  Foro romano , dal re Numa Pompilio  era una piccola costruzione a pianta circolare e su di esso vegliavano le vregini sacerdotesse Vestali.  Le  solenni rituali cerimonie che in esso si svolgevano erano molto antiche e duravano dal 7 al 15 giugno, culminando nel giorno 9 ((Vestalia sacra) . Esse  consolidavano  il particolare legame fra la rassicurante divinità e la popolazione.

Come patrona del focolare dello Stato, Vesta era invocata in caso di pubbliche calamità e si attribuiva grande efficacia alle preghiere delle vestali.

CURIOSITA’: Augusto, nel 12 a.C., a seguito della sua nomina a Pontefice Massimo, fondò presso la sua abitazione, sul Palatino, un nuovo tempio di Vesta.

Il tempio principale della dea era una piccola costruzione a pianta circolare fatto costruire nel  Foro romano , dal re Numa Pompilio e le  solenne
festività  di Vesta (Vestalia sacra), che  si celebravano  il 9 giugno consolidavano  il particolare legame fra la rassicurante divinità e la popolazione.

Le Sacerdotesse di Vesta erano le  Vestali , che godevano di grandissimo prestigio in quanto incarnavano la verginità e l’anonimato della Dea ed  In un certo senso, ne erano la rappresentazione umana, la sua  immagine vivente, al di là di ogni raffigurazione scolpita o pittorica.

Le fanciulle scelte come vestali venivano portate al tempio in età molto giovane, per lo più quando non avevano ancora sei anni. In origine due, divennero quattro e infine sei o sette. Esse venivano tutte scelte dal Pontefice Massimo all’interno di un gruppo di 20 bambine di età compresa fra i 6 e i 10 anni appartenenti a famiglie patrizie .  Tutte vestite allo stesso modo, con i capelli rasati come neo iniziate, qualunque cosa le rendesse distinguibili e riconoscibili veniva eliminata. Vivevano isolate dagli altri, ed erano onorate e tenute a vivere come Estia ma in compenso godevano di onori e privilegi ignoti alle comuni donne romane: erano le uniche che potevano fare testamento, potevano testimoniare senza giuramento e avevano il diritto di chiedere la grazia per il condannato, a patto che quest’ultimo non fosse un loro conoscente.

Il loro  compito principale  era di mantenere sempre acceso il fuoco sacro a Vesta nel tempio circolare: il suo estinguersi era considerato un segno di sventura e colei che si fosse resa colpevole di tale negligenza sarebbe stata gavemente punita.

Le Vestali avevano l’obbligo rigoroso di vivere in castità durante il tempo del loro sacerdozio che durava trent’anni: dieci per la preparazione, dieci per l’esercizio del ministero e dieci, infine, per la formazione delle nuove giovani. Trascorso questo periodo potevano rientrare in famiglia e anche  sposarsi.

A loro veniva imposto di conservare la verginità per tutto il periodo del loro sacerdozio e se malauguratamente durante tale periodo  venivano meno alla verginità le conseguenze erano atroci. I rapporti sessuali della vestale con un uomo profanavano la dea, e come punizione la vestale veniva sepolta viva in una piccola stanza sotterranea, priva di aria, con una lucerna, olio, cibo e un posto per dormire. La terra soprastante veniva poi livellata come se sotto non ci fosse niente. In tal modo la vita della vestale (personificazione della fiamma sacra di Estia) che cessava di impersonare la dea veniva spenta, gettandovi sopra la terra, come si fa per spegnere la brace ancora ardente nel focolare.

CURIOSITA’ :   Nel periodo repubblicano le vestali facevano parte del collegio dei pontefici. Il Pontefice esercitava una forma di “patria potestas”, nella quale non interferivano di regola né il popolo né i magistrati. Il loro compito più importante era quello di non far spegnere il fuoco sacro della città. Nel caso questo si fosse estinto o la vestale avesse perso la verginità, quest’ultima poteva essere fatta seppellire viva dal pontefice. Il collegio delle vestali sopravvisse insieme al culto di Vesta fino alla fine del paganesimo.

Estia fiorisce nelle comunità religiose, specialmente là dove si coltiva il silenzio.
Gli ordini contemplativi cattolici e le religioni orientali la cui pratica spirituale si basa sulla meditazione fornivano  un buon ambiente per le donne Estia.
Le vestali e le suore avevano  in comune questo modello archetipico. Le giovani donne che entravano  in convento rinunciavano alla precedente identità. Il loro primo nome viene cambiato e il cognome non viene più usato. Vestivano come già detto  tutte allo stesso modo,  si sforzavano di praticare l’altruismo, vivevano  una vita di castità e  dedicavano quella vita al servizio religioso.  Entrambe le discipline mettono in primo piano la preghiera o la meditazione.

Nelle case  Estia compariva spesso insieme ad Ermes  , messaggero degli dèi, noto ai romani come Mercurio  la cui  sua effigie era una pietra a forma di colonna, chiamata erma.Ciascuno dei due svolgeva però una funzione distinta e preziosa. Mentre infatti  il focolare rotondo di Estia ,  posto all’interno della casa  provvedeva  a dare calore all’ambiente e tenere unita intorno a se la famiglia ,  il pilastro fallico di Ermes si trovava sulla soglia e provvedeva  a portare fortuna e a tenere lontano il male , ma rappresentava anche la guida quando si era in giro per il  mondo per orienatarsi ed avere l’intelligenza di cercare il ritorno verso casa e la propria famiglia  . Ermes , insieme ad Estia , insieme ma separati rappresentavano quindi  il luogo  dove fare ritorno a casa.

A livello mistico, e più tardi anche a livello alchemico , gli archetipi di Estia ed Ermes acquistarono un importante simbologia . Ermes ed Estia ,  attraverso l’immagine del fuoco sacro posto al centro rappresentarono  lo spirito alchemico che veniva immaginato come l’elemento fuoco, un fuoco considerato fonte di conoscenza mistica e simbolicamente collocato al centro della terra ed in quanto tale rappresentavano le idee archetipiche dello spirito e dell’ anima.
Ermes era lo spirito che accende l’anima. In questo senso, è come il vento che soffia sulla brace sotto cui cova il fuoco, al centro del focolare, e che fa alzare la fiamma.
Allo stesso modo, le idee possono infiammare sentimenti profondi e le parole possono dare espressione a ciò che fino allora era rimasto inesprimibile e illuminare ciò che era stato percepito in modo oscuro.

CURIOSITA’: Il fuoco sacro, custodito nel tempio di Vesta a Roma , venne spento nel 391 d.C. per ordine dell’imperatore Teodosi nel 380 d.C.con il suo Editto di Tessalonica  attraverso il quale  proibì i culti pubblici e fece chiudere tutti i templi pagani.

Nell’arte romana Vesta appare in rilievi e statue, seduta in trono e velata. Dall’Atrium Vestae, area aperta situata presso il tempio di Vesta, provengono varie statue di vestali, rappresentate costantemente con tunica cinta e il capo adorno di vittae (nastri) e dell’infula (benda di lana bianca con cui si cingeva il capo dei sacerdoti, delle vestali e delle vittime sacrificali). Avevano i capelli intrecciati “crines” e il seno era coperto dal corto velo,“suffibulum”, che arrivava poco sotto le spalle, agganciato sul davanti.

 

La terza area o quartiere dell’antica Neapolis era chiamata Palatina o Campana e si trovava nell’attuale via Duomo .Essa fu così chiamata dal palazzo, o Basilica Augustale e dal foro , e comprendeva gli odierni quartieri di San Paolo, dell’Arcivescovaso , di San Giuseppe dei Ruffi e dei S.S. Apostoli .

La regione veniva anche denominata campana  per la presenza di una porta che era diretta verso la Campania ed in essa si innalzavano gli importanti Tempi di Apollo , di Mercurio , di Nettuno , e dei  dei Dioscuri oltre che la Basilica Augustale ed  il Foro .

Il Tempio di Mercurio , messaggero degli dei e protettore dei viandanti e dei mercanti ,  si trovava dove adesso sui suoi resti hanno poi eretto la Chiesa de’ S.S. Apostoli ( Mercurio era stranamente anche il protettore di ladri ed imbroglioni , purchè dotati di vivace ingegno ) .
Il suo Tempio , non lontano dal Tempio di Apollo ,  sorgeva in via Tribunali , in Piazza Riario Sforza , dal lato del campanile del Vescovado che venne fondato su una parte delle sue rovine . Esso era sostenuto da grosse colonne di marmo cipollino ed era caratterizzato dalla presenza  dinanzi al pronao , o vestibolo del Tempio , nel luogo oggi detto guglia del Vescovado , dalla presenza di un colossale cavallo di bronzo che si trovava , eretto sopra una grande base .
Il  colossale cavallo di bronzo ,  considerato sacro al Dio del mare , era una  superba opera greca , il cui corpo nel 1322 , una volta fuso , fu poi impiegato nella costruzione delle grandi campane del Duomo privando Napoli di uno dei suoi più preziosi monumenti .
Intorno a questo cavallo posto su di un alto piedistallo  , nacquero numerose credenze popolari . Il popolo convinto che  fosse stato scolpita dal mago Virgilio con una stregoneria  credeva  che tale statua avesse il potere di guarire i cavalli malati. Vi  portava quindi  gli animali malati ornati di ghirlande di fiori e tarallini (simbolo del grano e della fertilità) che, per guarire, dovevano girare tre volte intorno alla statua .
Ovviamente questo rito pagano e le numerose credenze e  superstizioni nate  attorno alla scultura  che nonostante i secoli passati continuava a resistere nel tempo , diede poi a distanza di anni ,  molto fastidio alla chiesa cattolica . Il suo rito , in quanto pagano era molto inviso ed andava eliminato .
 Il colossale cavallo quindi spari’nel 1322 per decisione dell’arcivescovo . La grossa scultura venne fusa  ed Il suo corpo, si dice, servì per forgiare le campane del Duomo ( c’è chi racconta che quando suonano, tendendo l’orecchio si sente il nitrito del cavallo di Virgilio ) .
Il cavallo aveva per i napoletani un grosso significato in termini di orgoglio e liberta’ poiche sessantanove anni prima , in occasione della conquista della città da parte di Corrado IV; questi aveva fatto mettere al cavallo un freno che lo imbrigliava , in segno di dominio sul popolo napoletano.
In tal modo il cavallo divenne simbolo della città di liberta’ e orgoglio .

Non poco lontano dove ora si trova il sito dell’Arcivescovado era  invece presente un bellissimo Tempio del Dio solare  Apollo  nel cui interno  si trovava una stupenda  opera greca mostrante il nume (concetto astratto di divinità ) nel suo carro in procinto di percorrere i segni celesti  ( Il dio  Apollo ,  rappresentava uno dei culti principali dell’ epoca ) .

I due bellissimi Tempi di Mercurio e di Apollo , sono oggi purtroppo andati distrutti ma in qualche modo ancora sopravvivono . A  beneficiare infatti  del gran numero di colonne del Tempio di  Apollo e di quello contiguo di Nettuno è stata sopratutto la nostra Cattedrale  di Santa Maria Assunta ( Duomo  di San Gennaro ). L’edificio fu infatti fondato sulle rovine e sui materiali ritrovati di questi due tempi che furono  ritrovati nello scavare le sue fondamenta ( furono ritrovati grossi pezzi  di architravi , capitelli e sopratutto un gran numero di colonne ) . Tutti i materiali , sopratutto le colonne furono infatti poi riutilizzati per la costruzione del Duomo.

Esse dopo aver essere state sepolte per secoli sotto terra , ritornarono a svolgere l’antica funzione di sostegno ( stavolta però di un tempio cattolico e non pagano ) di un edicicio sacro. Le tre navate della Cattedrale sono ancora oggi sostenute da quelle altissime colonne di granito orientale e africano che purtroppo hanno perso il loro colore originale poichè qualche stolto ha poi deciso di ricoprirle interamente di stucco ( forse per rendere più luminosa la chiesa ) . Nell’ antichissima Basilica di Santa Restituta , oggi ridotta al ruolo di cappella laterale , possiamo ammirare ben 16 colonne di marmo greco d’ordine corintio atte a sostengono gli archi  che appartengo al distrutto Tempio di Apollo.

L’attuale cappella di Santa Restituta è un vecchio luogo di culto di eta’ paleocristiana e rappresenta  quindi il luogo piu’ antico della cattedrale . Essa , inglobata nell’attuale Cattedrale riveste un particolare interesse storico, quale esempio di architettura paleocristiana : l’antica basilica voluta dall’imperatore Costantino  fu rimaneggiata con stucchi e affreschi nel Seicento a seguito di un terremoto. Oggi  si presenta con tre navate divise da colonne, ed ospita alcune  opere di Luca Giordano e diverse sculture trecentesche. A destra dell’abside c’è l’accesso al Battistero di San Giovanni in Fonte, considerato il più antico d’occidente.

Ermes, figlio di Zeus e della ninfa Maia, ( Mercurio per i romani )  era il messaggero degi dei . Velocissimo grazie ai suoi  suoi calzari alati, aveva il potere di entrare nell’Ade a portare i messaggi ed uscirne senza alcuna conseguenza . Egli riceveva da Zeus e dagli altri dèi le missioni più delicate e aveva la libertà di trattarle a modo suo, poiché gli dèi avevano molta fiducia nella furberia e nell’abilità e prudenza con cui portava a termine l’incarico.

Era specialmente venerato  dai pastori in quanto impersonava il vento , ma fu specialmente adorato dai viandanti di cui era il protettore , dai commercianti e come vedremo anche dai ladri . 

La sua storia nacque quando Zeus, per evitare di farsi scoprire dalla moglie Hera, segretamente sgusciava di notte fuori dal letto di nozze e si precipitava nella grotta dove la figlia del gigante Atlante Maia lo attendeva. Da questa unione nacque Hermes e non poteva che essere figlio del Padre degli Dei. Precocemente, la sera della sua nascita, scappò dalla sua culla e si incamminò nella boscaglia. Con stupore la prima cosa che vide fu una tartaruga, animale corazzato e buffo; Hermes preso dallo stupore riportò l’animale nella grotta e con un coltello lo uccise e dal suo guscio ne ricavò una nicchia dove vi posizionò sette corde di nervo di pecora che iniziò a pizzicare, in quell’istante ne scaturì un suono dolce ed armonioso che incantava. Era nata la Lira.

Nacque, secondo la leggenda, in una grotta sul monte Cillene, in Arcadia , in segiuto ad una delle tante ” scappatelle ” di Zeus . Da bambino, fuggì dalla culla, e, si incamminò nella boscagliadei i monti della Pieride. La prima cosa che vide fu una tartaruga, un animale corazzato e buffo che il piccolo Hermes una volta preso ,  riportò con se  nella grotta . Nel suo guscio  vi posizionò  poi sette corde di nervo di pecora che iniziò a pizzicare, fiono a quando non ne scaturì fuori un suono dolce ed armonioso che incantava. Egli inventò così la  Lira.

Un’altra leggenda intorno ad Hermes gli conferì invece il titolo di protettore dei ladri e riguarda un furto da lui operato ai danni del Dio Apollo.

Il Dio Apollo , adirato con il padre Zeus che aveva ucciso suo figlio Asclepio perchè con la sua superbia voleva grazie  a tutti i segreti della medicina che egli conosceva , sconfiggere la morte , aveva da nove anni abbandonato l’Olimpo e rifugiatosi presso il suo amico Admeto , re di Tessaglia.

Per tutti questi anni egli si comportò come un semplice pastore , pascolando le giovenche del re  e suonando il flauto nei verdi pascoli .

Ma la sua tranquillità venne turbata proprio dal giovane e ladro Hermes . Egli , un pomeriggio , vedendo Apollo addormentato , gli rubò ben  cinquanta vacche portandosele via una dopo l’altra trascinandole per la coda su di un terreno sabbioso  , in modo che le orme degli animali sembravano avvicinarsi ad Apollo e non allontanarsi . Per confondere ulteriormente le idee  prese delle calzature enormi con foglie e rami, pensando che nessuno avrebbe mai sospettato che il ladro fosse un bimbo in fasce, ma un gigante o un mostro . Arrivato in un luogo sicuro nascose le vacche e ne macellò quattro , che con buon appetito hermes e argodivorò nello stesso posto. .

N.B. Si pensa che quel gesto portò il Dio Hermes ad inventare il fuoco e nuove tecniche per cucinare gli alimenti. Insomma dopo appena due avventure di vita l’infante inventò la Lira, il fuoco e l’arte culinaria.

Il Dio Apollo quando si svegliò ,cominciò a guardarsi intorno infuriato e subito cercò di rintracciare chi lo aveva derubato .Egli  non si capacitava sopratutto del fatto che le impronte provenissero da una parte improbabile e poi quelle impronte giganti, nessuno poteva lasciare impronte simili. Visto al lavoro un vignaiolo lo interrogò ed il vignaiolo, che non se la senti di mentire al Dio del Sole, racconto un fatto strano, un bimbo che conduceva una cinquantina di vacche che procedevano all’indietro. A quel punto Apollo andò su tutte le furie e si precipitò nella grotta, dove nel frattempo il neonato fratello  Hermes era tornato per un riposino ristoratore.

Preso Hermes per un orecchio , che nel frattempo faceva l’innocente calunniato , lo condusse sull’Olimpo. Una volta al cospetto del Padre degli Dei, Hermes giurò e spergiurò che non sapeva nulla di queste “vacche” ma che era solo un povero neonato. 

Zeus dall’Olimpo aveva visto tutto  a quel punto scoppiò in una risata ma rimproverò il neonato intimandogli la restituzione del maltolto , ammonendo di comportarsi in futuro in modo più corretto. 

Un ammonimento che Hermes non seguì mai per via della sua natura scaltra e furtiva. Tuttavia, per fare pace con il fratello Apollo, gli donò lo strumento che da poco aveva inventato, la Lira. Felicissimo di quel dono , Apollo si riappacificò con Hermes e da quel giorno portò sempre con se lo strumento .Avendolo nelle sue mani Apollo divenne anche il Dio della Musica.

Come abbiamo detto egli era il Messaggero degli Dei, e faceva da tramite fra l’Olimpo e la terra, ma non solo, faceva da collegamento anche  fra il mondo dei vivi e quello dei defunti. Egli velocissimo viaggiava ad una velocità di soglia  tra il visibile e l’invisibile e arrivava leggero ed inavvertito ovunque comparendo quasi sempre improvvisamnete.

CURIOSITA’:  Per questa sua capacità di essere ovunque e giungere in qualsiasi luogo improvvisamente , divenne  non solo patrono delle comunicazioni e dei viaggi ma anche del furti (tutti i ladri di questo mondo, per forza di cose, debbono avere un protettore potente per potersi destreggiare con fugacità).

Hermes veniva rappresentato come un giovane vigoroso e snello, dall’aspetto benevolo e   intelligente . Nelle rappresentazioni più diffuse, appare come un giovane vestito di semplici abiti (come un pastore o viaggiatore), sulla testa sfoggia il petaso, ovvero un cappello alato e calza un paio di sandali anch’essi dotati di al i(petasi). In mano stringe il caduceo, attorno al quale si intrecciano due serpenti.



Spesso il caduceo di Ermes è confuso con il bastone di Asclepio. La differenza si riconosce dal fatto  che il caduceo , simbolo di pace e prosperità ed oggi simbolo dei farmacisti è alato e mostra intorno al bastone di Hermes due serpenti ,mentre il bastone di Esculapio , mostra un serpente solo ed è il bastone simbolo della medicina .

Il primo è adesso simbolo dei farmacisti, mentre l’altro è emblema del pronto soccorso.

Come vediamo intorno al bastone di Ermes sono intrecciati due serpenti ed è alato.


Nell’Olimpo , Zeus lo fece divenire ‘araldo e il messaggero degli dei . Egli viaggiava per tutto il mondo aveva anche un compito più gravoso, ossia quello di accompagnare le anime dei defunti nell’Aldilà, nell’Ade. Il Dio le radunava e con il suo bastone magico le conduceva attraverso le porte dell’inferno dove esse erano condannate a rimanere in eterno e questa operazione si ripeteva tutte le notti, non a caso Hermes veniva anche identificato come una divinità esoterica ed un malinconico custode dell’oltremondo.

CURIOSITA’: Poichè accompagnava le ombre dei morti nell’Erebo,  era per questo anche  chiamato Psicopompos, “il conduttore delle anime”.

Egli riceveva da Zeus e dagli altri dèi le missioni più delicate e aveva la libertà di trattarle a modo suo, poiché gli dèi avevano molta fiducia nella furberia e nell’abilità e prudenza con cui portava a termine l’incarico. Tra le tante mansioni, fu mandato a liberare Ares, quando cadde prigioniero di Oto e di Efialte; a persuadere Ade di restituire per qualche tempo Persefone alla madre Demetra; a condurre Hera, Afrodite e Atena sul monte Ida, al giudizio di Paride; a guidare il re Priamo alla tenda di Achille, per riavere il cadavere del figlio Ettore; a proteggere Ulisse contro i raggiri di Circe.

CURIOSITA’ : Egli aiutò anche  il semidio Perseo nell’uccisione della Mesusa , procurando ad esso ,  il falcetto di Zeus, le sue scarpe alate, l’elmo di Ade e lo scudo di Atena.

Nell’antica mitologia greca Medusa era  la più famosa di tre sorelle mostruose, passate alla storia col nome di “Gorgoni”.

Le tre sorelle, Steno, Euriale e Medusa, erano le figlie di Forco e Ceto, e vivevano “al di là del famoso Oceano ai margini del mondo”. Delle tre, solo Medusa veniva considerata mortale, mentre Steno ed Euriale erano immortali.

 

Originariamente  secondo Ovidio  , la gorgone  Medusa , di cui nell’immagine superiore vediamo un bellissimo  bronzo che si trova in esposizione nel nostro Museo archeologico nazionale era una bella fanciulla cusode del Tempio  di Atena . Era talmente bella che ben presto  attirò le attenzioni del  dio del mare Poseidone  che la desiderò e la sedusse proprio all’interno del tempio. Atena  arrabbiata per questo atto, trovò vendetta trasformando  Medusa in un orribile mostro trasformando i capelli di Medusa in serpenti,  e conferendosgli la maledizione di trasformare in pietra ogni essere vivente che guardava il suo viso.

Sebbene Medusa sia comunemente considerata un mostro, la sua testa viene inquadrata miticamente come un amuleto protettivo, in grado di tenere lontano il male e rendere giustizia all’eroe. Si racconta infatti che Perseo consacrò la testa del mostro a Minerva  che scesa. aprenderla , l’appese poi nel   centro del suo  scudo per atterrire i suoi nemici in battaglia  . L’immagine della Medusa  la  si può trovare infatti  ache in numerosi reperti greci e romani come scudi, corazze e mosaici.

Nel mito di Perseo, l’eroe viene inviato da Polidette, re di Serifo, a tagliare la testa di Medusa. Polidette in realtà cercava semplicemente l’occasione per allontanare Perseo dalla corte ed avere finalmente la possibilità di vivere e godere da solo con Danae ( la mamma di Perseo  ).

L’eventuale morte di Perseo , inviato in un’impresa impossibile quale quella di uccidere un terribile mostro che abitava un antro  nelle terre della notte ed aveva serpi velenose al posto dei capelli , aveva il solo scopo di ottenere la morte di Perseo in modo da poter finalmente avere per se tutto  l’amore di Danae, sua madre.

Medusa inoltre aveva il terribile potere dei suoi occhi : chiunque la guardava negli occhi infatti ne rimaneva pietrificato.

Tale missione avrebbe dovuto far morire l’eroe, ma questi era figlio di Zeus e venne aiutato dagli dei. Perseo ricevette l’elmo dell’invisibilità da Ade, un paio di sandali alati da Ermes che gli permettevano di volare , uno scudo di bronzo riflettente come uno specchio da Atena e una spada da Efesto.

Accompagnato da Mercurio , insieme , con un fantastico viaggio , volarono fino alle terre della notte confinanti con quelle della morte e scesero sulla triste spiaggia dovo si apriva l’antro delle Gorgoni . Entrambi aspettarono quieti che le tre sorelle si addormentassero per entrare nell’antro .

Perseo entrò a quel punto nell’antro camminando all’indietro e guardando Medusa riflessa nello scudo lucente . Con un solo colpo della sua spada a quel punto le mozzo la testa che raccolse e mise in una bisaccia . Al rumore , le altre due gorgoni si svegliarono , videro ed urlando cercarono di agguantare Perseo : questi mise subito l’elmo che lo rendeva invisibile ed grazie ai  calzari  avuto da Ermes , volò via velocemente sottraendosi così alla cattura.

Immediatamente dopo che la Gorgone venne decapitata, saltò fuori magicamente dal suo collo , il cavallo alato Pegaso e Crisaore un gigante nato con una spada d’oro in mano, concepito dall’unione di Medusa con Poseidone.

Il bellissimo cavallo bianco ,  uscito dal collo di Medusa , una volta abbeveratosi  alla fonte Pirene, sulla strada che conduceva al santuario di Poseidone,  volò poi  sul monte Elicona mentre era in corso una gara di canto tra le  muse e le Pieridi .

Curiosita’: Pegaso, commosso dalla dolcezza del canto, quando il Monte Elicona cominciò a salire verso il cielo per il piacere datogli dal canto delle Pieridi in gara con le Muse, Pegaso per ordine di Posidone lo arrestò con un colpo di zoccolo che fece sgorgare la fonte Ippocrene («sorgente del cavallo»). alla quale poi le Muse si sarebbero dissetate, nutrendo la loro ispirazione, per poi volare alla volta dell’Olimpo cantando con voce sublime. Così Pegaso, che aveva fatto sgorgare la sorgente delle Muse, diventò da quel momento l’emblema dell’immaginazione creatrice, del furore poetico e dell’ispirazione.

Quando il Monte Elicona cominciò a salire verso il cielo per il piacere datogli dal canto delle Pieridi in gara con le Muse, Pegaso per ordine di Posidone lo arrestò con un colpo di zoccolo che fece sgorgare la fonte Ippocrene («sorgente del cavallo»).

Pegaso fu per anni il cavallo di  Bellerofonte un valoroso cavaliere  ed abile domatore di cavalli  a cui, quando era ancora un ragazzo, un veggente disse che avrebbe avuto bisogno di Pegasus, il cavallo alato, nella sua missione di uccidere la Chimera , un mostro dalla testa di leone, dal corpo di capra e dalla coda di drago, che vomitava fuoco e fiamme.

Molti anni più tardi , una volta cresciuto , il giovane Bellerofonte grazie a  delle briglie d’oro avute in dono da Atena , si recò alla fonte Pirene, sull’Acropoli e ben nascosto , con l’aiuto di Atene , arrivato al tramonto , attese la venuta di Pegaso che  come era sua abitudine,  si inginocchiò per bere.

A questo punto Bellerofonte, uscito dal nascondiglio, dopo aver rapidamente imbrigliare la testa del cavallo, con le briglie d’oro, gli balzò in groppa. Pegasus, cercò di disarcionarlo, senza riuscirci perchè Bellerofonte era un grande domatore di cavalli. Da quel momento Pegaso e Bellerofonte diventarono inseparabili fino alla morte dell’eroe che morì proprio cadendo da cavallo.

Bellerofonte dopo aver corso, con il suo cavallo alato, molte avventure, tra le quali quella di  vincere la Chimera e combattere con le Amazzoni.

Egli era diventato ricco e famoso, ma alla fine si era montato la testa e voleva salire in cielo fino all’Olimpo, la residenza degli dei, per diventare immortale.
Per questa eccessiva ambizione, il padre degli dei, Zeus lo punì: mandando un tafano che punse Pegaso, il quale sgroppò, facendo precipitare il cavaliere dal cielo sulla terra.

Storia di Pegaso il Cavallo alatoMorto Bellerofonte, Pegaso  restò con Zeus, che lo utilizzò per trascinare nel cielo il suo mitico carro che trasportava le folgori e le sue armi Anche Aurora , la dea dell’alba, a volte cavalcò Pegaso tenendo la torcia per scacciare la notte e cominciare la giornata. Gli dei amavano il cavallo e, come ricompensa per il suo servizio, Zeus , quando divenne vecchio , lo trasformò in una nube di stelle scintillanti  che divenne una costellazione con il suo nome, visibile dalla Terra nel cielo notturno.

CURIOSITA’: Il mito di Pegaso arrivò ai greci dall’antichità, associato con la Grande Madre.
Il cavallo alato nasceva dalle viscere della terra o dagli abissi del mare; figlio della notte, era portatore di vita e di morte, era legato all’acqua di cui conosceva i cammini sotterranei. Per questo motivo aveva tradizionalmente il dono di far scaturire sorgenti con un colpo del suo zoccolo.

Dopo l’uccisione della Gorgone e la fuga dalle sorelle di questa, grazie all’elmo dell’invisibilità di Ade, Perseo tornò a Serifo dove Polidette che sperava di non vederlo più tornare non mancò di mostrare il suo disappunto . Egli  dopo averlo pubblicamente accusato di essere un bugiardo per non aver ucciso la Medusa gli ordinò di andar via e non tornare mai più nella sua città .

Perseo replicò mostrandogli la testa della Medusa che Polidette stupefatto guardò diventando di conseguenza subito una statua di pietra .Mprto Poldette , egli decise quindi insieme alla mamma di far ritorno ad Argo .

Perseo da quel momento  usò spesso come suo  “aiutante magico”  , la testa della Medusa in diverse occasioni. Passando dall’africa pietrificò infatti grazie alla testa della Medusa , il titano Atlante (che darà il nome alla catena montuosa), un mostro marino che stava per uccidere la vittima sacrificale Andromeda (che sarà poi sua moglie), e poi Fineo, lo zio della ragazza suo precedente promesso sposo. La scia di uccisioni grazie alla testa della Gorgone non si fermò però alla sola  Africa ma giunge anche in Grecia, dove Perseo pietrificò lo zio Preto, fratello del nonno Acrisio .

Lo stesso nonno , re di Argo , che anni prima , ancor prima che egli nascesse , in seguito a quanto detto da un indovino , aveva fatto rinchiudere la figlia Danae in prigione . L’indovino lo aveva messo in guardia da un ipotetico nipote che un giorno potesse ucciderlo e Acrisio rinchiudendo la sua unica figlia , in una prigione dove nessuno poteva entrare , sperava di poter così risolvere il problema . Il ragionamento era logico : se nessuni uomo poteva entrare , lei mai avrebbe potuto avere un figlio e nessun mai nipote qundi sarebbe nato , ma non aveva fatto i conti con Zues che intenerito fece in modo che Danae potesse generare  un suo figlio  . Quando Acrisio seppe che Danae aveva avuto un bimbo , cui era stato dato il nome di Perseo , tremante di paura ordinò che madre e figlio venissero gettati in mare chiusi in una cassa in modo che annegassero .

Zues , ovviamente fece in modo che la cassa non affondasse e la fece galleggiare e sospingere dal vento fino all’isola di Serifo dove alcuni pescatori la trovarono e l’aprirono . Essi meravigliati , condussero poi , Danae e Perseo davanti al loro re Polidette che immediatamente innamoratosi di Danae , sperando di sposarla la tenne insieme al figlio Perseo , ospite con se nella sua reggia .Il resto già lo sapete  ….

Quando il re di Argo , Acrisio ,anni dopo  seppe che sua figlia Danae , insieme al figlio Perseo stavano tornardo in patria , pensando alla vecchia storia raccontatagli dal suo indovino circa la sua uccisione da parte di suo nipote , venne preso dal terrore , e dopo aver scrutato ogni giorno il mare , nella vana speranza di vedere affondare la nave , quando invece questa apparve all’orizzonte , tra lo stpore dei suoi sudditi balzò su di un cavallo e galoppò furiosamente via senza far più ritorno per anni alla reggia.

Poco dopo Peseo con Danae si presentarono alla reggia dove non trovarono ovviamente Acrisio che scappato aveva lasciato il trono vuoto . Danae venne riconosciuta con gioia dagli abitanti che dopo molto tempo , visto che il trono da lungo tempo era vuoto , ed essi non potevano rimanere senza re , chiesero a Perseo di occupare la poltrona reale un tempo occupata da Acrisio , visto che oramai di lui da lungo tempo non si aveva più notizia.

Ma che fine aveva fatto Archisio ? Egli rinunciando al trono per paura della morte era fuggito in Tessaglia , dove sotto falso nome viveva come un cittadino qualsiasi , sperando così di sfuggire al suo destino .

Qualche anno dopo accadde però che Perseo , volle partecipare a delle feste che si tenevano in Tessaglia e volle prendere parte alla gara del lancio del disco . Si presntò dunque allo stadio gremito di folla e quando fu la sua volta si fece consegnare il disco e si preparò al lancio . Serrò bene nelle mani l’attrezzo , l’impugnò con sicurezza e dopo averlo girare due volte su se stesso lo lanciò con forza . Accadde però che all’ultimo momento , il disco , lievemente bagnato , gli scivolò tra le dita e anzichè andare a cadere nel centro del campo , andò a cadere tra gli spettatori .

Vi furono grida di dolore e di spavento , molta gente si levò in piedi e fuggì , diversi spettatori vennero urtati , travolti e caddero a terra . Quando fu tornata la calma , stava riverso sul terreno in un bagno di sangue solo un anziano uomo  . Il disco purtroppo lo aveva colpito in piena testa e Perseo pieno di angoscia corse subito in suo aiuto . Dispiaciuto dell’incidente , giustificandosi chiese scusa al’anziana persona chiedendogli il suo nome .

” Tu non hai nessuna colpa , balbettò il ferito .  io sono ,,, anzi ero un re … una volta ….  il re di Argo . E tu chi sei ? ”

” Acrisio ? Esclamò il giovane . E prendendo per le mani il pallido volto dell’uomo aggiunse … io sono Perseo , figlio di Danae , tuo nipote …

” Mio nipote .. rantolò Acrisio … alla profezia proprio non si può sfuggire … e non riuscendo nemmeno a finire la frase venne colto dalla morte ….

La profezia si era avverata .

 

 

Ritorniamo al nostro Hermes .

Egli come messaggero degli dèi, era anche il dio dei sogni, in quanto il sogno era considerato come un messaggio di Zeus; chiudeva gli occhi dei mortali toccandoli con la sua magica verga.

In quanto araldo, Hermes doveva parlare bene, saper convincere la gente a cui si rivolgeva, per questo era anche il dio dell’eloquenza abile, sottile, persuasiva. Era sempre in viaggio per il mondo, considerato il protettore dei viaggiatori e della sicurezza delle strade; nei punti più pericolosi e dove una via biforcava, veniva in suo onore innalzata un’Erma, come dal suo nome, una pietra quadrangolare sormontata dalla testa del dio. Fu venerato anche come dio dei commerci, dei traffici e dei guadagni. Per la prontezza dell’ingegno, si attribuiscono ad Hermes molte invenzioni: l’alfabeto, i numeri, la musica, l’astronomia, gli esercizi ginnici, i pesi e le misure.

 Sull’Olimpo per lui il lavoro non mancava mai, veniva anche impiegato nel disbrigo delle faccende domestiche come pulire la tavola degli Dei, dopo i banchetti, oppure fare il loro coppiere, insomma una sorta di Dio “factotum”.

ErmafroditoGli amori di Hermes furono diversi e tutti con conseguenze bizzarre per la sua discendenza, essendo il Messaggero degli Dei ambiguo nella sua natura stessa, chiaramente, anche la sua prole era alquanto stravagante.

L’amore per la Dea Afrodite portò a generare uno splendido fanciullo dal nome Ermafrodito*. Si dice che Ermafrodito avesse la bellezza di Afrodite e le vivacità di Hermes, nel suo nome sta la chiave degli illustri genitori, ma accadde che durante una scampagnata per i boschi il bel giovane si trovò nei pressi di una fonte e decise di prendersi un bagno, non sapendo però che la Ninfa Salmacide, protettrice di quella fonte, lo spiava interessata a tutta quella bellezza e non appena il ragazzo si tuffo nelle dolci acque della fonte Salmacide entro anch’essa in acqua e si unì a lui, il giovane Ermafrodito, che non voleva saperne di congiungersi con Salmacide, tento di divincolarsi ma la Ninfa presa da una furia cieca fece un giuramento solenne a gli Dei: non venga mai il giorno in cui i nostri due corpi si staccheranno… Pronunciato questo giuramento dall’acqua usci un essere che non era né uomo né donna ma entrambe le cose. Aveva fattezze da fanciulla ma attributi maschili.

dio-panUn altro figlio molto particolare  di Hermes, fu quello avuto avuto con la ninfa Driope ( ninfa della quercia ) che lui avrebbe sedotto  sulle montagne dell’Arcadia.

Secondo la leggenda , invaghitosi di lei il Messaggero degli Dei si trasformò in un caprone e si avvicinò furtivamente alla ninfa.  Una volta giunto nei suoi pressi con un balzo gli fu addosso e abusò di lei. Ecco perché da questa unione nacque una divinità tanto capricciosa e surreale, con il corpo di uomo e con gli arti inferiori di capra . Il suo aspetto era orribile avendo una coda ed un viso caratterizzato da una folta barba , un naso schiacciato e grandi corna .

Si racconta che egli quando nacque fosse talmente brutto che  la mamma Driope appena lo  vide  ne fu talmente spaventata che lo abbandonò nei boschi.

Visse quindi sempre da solo vagando per i campi, i prati e le foreste in compagnia di altri fauni e ninfe con le quali condivideva i piaceri sessuali.

 

 

Aveva un espressione terribile ed aspetto orribile (bestiale ) ed in considerazione del fatto che era fortemente dotato nei suoi genitali era visto come la forza generatrice della natura in senso maschile nonchè considerato il simbolo della supremazia da parte del maschio .

 

Il suo aspetto repellente ,e la sua voce spaventosa incutevano in chiunque lo vedeva o udiva una grande paura . Il termine panico deriva appunto dal Dio Pan .

Egli  amava i boschi, i pascoli e la campagna, grande amante del sesso e della danza, era solito inseguire le ninfe mentre suona il suo strumento, la siringa o flauto di Pan. Era anche un dio scherzoso e appariva d’improvviso terrorizzando  pastori e viandanti emettendo urla terrificanti  ( ancora oggi parliamo di “panico” per le paure improvvise e immotivate).

Il suo Tempio nella nostra città si trovava accanto al Tempio di Diana , dove ora sorge   la cappella Pontano ( un vero gioiello di architettura di epoca rinascimentale appartenente alla famiglia del poeta umanista Giovanni Pontano ).

 

 

Il Dio Pan era considerato il protettore dei boschi e dei campi , dei greggi , dei pastori e degli animali selvatici . Protettori dei boschi e dei campi, conduceva una vita semplice e bucolica, suonava il flauti, allevava le api e dormiva all’ombra dei vecchi alberi, assaggiando con le ninfe tutti i piaceri del sesso. In epoca pre-cristiana, era considerato ovunque una divinità benevola e portatore di vita.

 

Ad esso ed ai suoi amici satiri sono state associate le ninfe , creature bellissime generate dalla natura e dotate di una forte carica sessuale (la parla ninfomane deriva da loro ). Le ninfe ed i satiri secondo leggenda si sono accoppiati tra loro in antichi rituali ( messe ) nei boschi sotto millenarie querce in un gioco sessuale antichissimo . I rituali orgiastici erano collegati alla fertilità dei campi e connessi con la luna ( Dea Selene, regina della notte e del culto dei morti ma anche Dea della fecondità ) simbolo in questo caso della seduzione che Pan operò con inganno nei confronti della Dea che lo rifiutava.

Nei riti orgiastici egli si accoppiava con tutte le sue sacerdotesse chiamate Menadi .

 

Pur essendo dotato di un carattere sempre allegro , gioviale e generoso ,disponibile con tutti , e sempre disposto ad aiutare quanti chiedevano il loro aiuto, con l’avvento del Cristianesimo il Dio Pan venne identificato col diavolo che nella cultura cristiana è avversario dell’uomo e delle creazione .

Una religione come quella cristiana che reprimeva il sesso non poteva certo accettare una mitologia che del sesso aveva fatto la propria stessa ragione di vita. L’unione di fanciulle apparentemente umane con esseri umani simili alle bestie era una cosa repellente da eliminare a tutti i costi .

Una unione selvaggia che non aveva nessun concetto di amore cristiano ma dominata solo da lussurie e piacere andava assolutamente eliminata e demonizzata perché fosse di monito agli uomini .

L’accoppiamento tra i satiri e le ninfe ( la donna con la bestia ) era vista all’epoca nell’immaginario collettivo come qualcosa di repulsivo da un lato ma anche attraente e conturbante dall’altro .Il fascino del proibito che poteva evocare un desiderio di puro atto sessuale nelle donne affascinate dall’altissima carica sessuale di questi esseri umanoidi, superdotati divenne peccato mortale da combattere per secoli con persecuzioni ed inquisizione .
Così le ninfe divennero streghe ed il Dio Pan Satana ed i loro piacevoli incontri nel cuore della foresta sabba infernali dove le streghe si accoppiavano con diavoli caprini e deformi
Nel ricordo di Pan e delle sue ninfe, migliaia e migliaia di donne hanno dovuto nel corso dei secoli affrontare il rogo, qualcuna colpevole di averlo incontrato solo nei propri sogni,altre di averlo amatoaccettandonei suoi doni, e altre colpevoli solo di averlo incontrato quale innocente vittima .

Alla chiesa non bastò demonizzarlo ma addirittura lo fece morire . Pan infatti è l’unico Dio immortale ad essere morto e quando la sua immagine muore lo fa per lasciare spazio all’ immagine del diavolo .

A Napoli il mito di Priapo si diffuse a macchia d’olio , ed il suo simbolo fallico finì per divenire un fantastico amuleto contro il male come testimoniano le numerose opere pittoriche e sculturee presenti negli scavi di Pompei giunte a noi per mezzo dell’eruzione del Vesuvio del 79,. Esse testimoniano ancora oggi quanto quotidiana fosse la presenza di Priapo nelle case dei cittadini campani. A portar fortuna in una casa ma sopratutto molto utile nello scacciare il malocchio era sopratutto un oggetto fallico posto nell’atrio della casa.

Nacque intorno al fallo di Priapo addirittura una caratteristica forma di artigianato che produceva oggetti  molto diffusi  nella vita quotidiana dei cittadini  come per esempio ” il fallo volante”  , una sorta di animale mitologico con zampe posteriori, ali, e pene in luogo del collo e della testa e della coda.

N.B. Ancora oggi Priapo è presente in ogni corniciello e in ogni peperoncino vengano utilizzati per scacciare il malocchio. Essi non sono altro infatti che la forma stilixìzzata del fallo di Priapo ed il colore rosso è lo stesso colore  con cui venivano sovente dipinte le statuette del dio greco.

Durante i Carnevali napoletani, non era insolito ritrovarsi , pur non volendo , al centro delle Falloforie, una sorte  di cortei organizzati in periferia, in cui la tematica sessuale di ispirazione priapesca era il fulcro della festa. In quei giorni veniva fatta girare per le strade una statua lignea di Priapo, dotata di un mostruoso fallo di spropositate dimensioni.

Addirittura la sua presenza venne ritrovata nelle catacombe di San Gennaro dove  fu rinvenuta una stele di marmo con un’evidente forma fallica,verticale  . Ovviamente l’oggetto venne conservato in una saletta per lunghi periodi dichiarata inagibile, ma in realtà essa era solo chiusa al pubblico per questioni di decenza (il luogo era sacro). Si tentò persino di occultare la notizia, per evitare ironiche allusioni. Ma le scritte sulla stele riportavano chiaramente il nome “Priapo”, il dio più odiato nel ventaglio del paganesimo greco dalla Chiesa Cattolica.

CURIOSITA’ : A spiegare la presenza di questo oggetto fallico in un luogo così sacro , ci viene in aiuto una  delle funzioni meno note di Priapo nell’antichità: quella di custode di sepolcri. Priapo e la sua potenza generatrice, Priapo e la sua prepotente fertilità, è anche alla base del sistema di creazione del Cosmo, e quindi al confine tra la morte e la vita. Era infatti frequentissimo in tempi antichi ritrovare statuette di priapo nelle tombe, perchè marcava i limiti dell’uno e dell’altro mondo.

Priapo nonostante la continua guerra mossagli dalla chiesa cattolica è riuscito per secoli ad avere il suo culto anche in occasioni e festività religiose :  le Sacre Rappresentazioni della Natività, si trasformavano sovente in un’occasione per lasciarsi andare a cori scherzi e lazzi nei quali la figura di Priapo era citata spesso e volentierie tutto questo spesso portava ad un incredibile connubio tra il sacro ed il profano . La resistenza di questo culto è stata non solo per secoli presenti nelle grotte del Chiatamone divenute  a lungo teatro di oscuri riti orgiastici propiziatori ma anche  sopratutto presente  in piccolo tempio dedicato a Priapo, nei pressi della Crypta Neapolitana.

Il tempietto era un  luogo di riti pagani sessuali che si svolgevano  in nome del Dio Priapo.Durante questi riti pagani alcune vergini scelte da una sacerdotessa venivano portate all’interno di grotte sotterranee e svestite dei loro abiti. Ultimato il rito iniziatico della nudità, imprescindibile per il significato e l’atmosfera, venivano vestite con uno strato di pelle di pesce, e da lì in poi consumavano un amplesso con un giovane vestito alla stessa maniera.

Quando la Chiesa, esasperata dalla persistenza di queste pratiche oscene, decise per la costruzione di un santuario mariano proprio in quei luoghi, le vecchie abitudini si fusero con le nuove istanze religiose. La cappella eretta in onore della Madonna dell’Idria divenne la meta preferita di quelle donne che intendevano chiedere a Maria un aiuto per poter rimanere incinte.

La stessa cosa avvenne anche per la statua dell’Arcangelo San Raffaele presente nella chiesa di Materdei dove  si recavano a chiedere la grazia soprattutto le donne che purtroppo non riuscivano ad avere figli.

La statua di San Raffaele in questa chiesa , mostra  un grosso pesce deposto ai suoi piedi che ricorda la storia di Tobia e dell’ arcangelo Raffaele .e tanto bastò per far esplodere la fantasia napoletana e la sua fedele credenza .

All’epoca il mare, era visto come fonte di fertilità e il pesce ( usato da sempre come simbolo cristiano ) era simbolo di abbondanza . Si giunse così nen presto  alla conclusione che venerare l’Arcangelo Raffaele potesse portare abbondanza e fecondità, soprattutto nelle donne che purtroppo non riuscivano ad avere figli.
Si mescolarono ben presto usanze pagane che accompagnavano dei riti campani della fecondita’ con la ritualita’ popolana cristiana e un bacio al pesce che la statua di San Raffaele, ospitata nella omonima chiesa del rione Materdei a Napoli divenne un rito che evocava sicura  futura fertilita’ .

La Chiesa ufficiale non ha potuto ostacolare questa tradizione, perchè nella storia cristiana il pesce era utilizzato come simbolo di riconoscimento dei cristiani perseguitati, oltre che un acrostico che stava per Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore. Conosciamo tutti anche fin troppo bene il significato che ogni napoletano attribuisce alla parola “pesce”. E probabilmente non c’è bisogno di fornire ulteriori spiegazioni al perchè di quel bacio al pesce di San Raffaele.

Priapo era considerato il Dio della fertilità degli uomini e della potenza virile maschile e secondo i racconti mitologici egli era stato cacciato via dall’Olimpo perchè  ubriaco aveva tentato  di abusare nel sonno di Estia . A salvare  la reputazione della tranquilla dea della casa e del focolare fu un asino, che ragliò a squarciagola tutto il suo disappunto per quanto stava accadendo.Egli pertanto odiava  tra le tante creature l’asino e gli adepti del suo culto   erano soliti sacrificare  in suo onore almeno un asino all’anno.

 

 Non lontano dal Tempio dedicato a Mercurio , si trovava l’importante e bellissimo Tempio di ordine corinzio del Dio Apollo , fondato nel sito dell’arcivescovado .  Il tempio del Dio protettore della città , Helios / Apollo era ben distinguibile dagli altri vicini Templi grazie alla sua  bella  facciata di otto bianche colonne corinzie e il frontone, sul quale era  dipinto, con il suo carro del sole, il Dio il cui culto era  caro ai Cumani, fondatori della città .

Tra i vari oggetti di ammirazione che esso conteneva , vi era il NUME esposto nel suo carro , in atto di percorrere i segni celesti . Quest’opera , era considerata all’epoca , la più perfetta nel suo genere e rappresentava il più bel monumento greco del Tempio .

 

 

Apollo, dio della musica, dei canti e della poesia , nacque anche lui da una ” scappatella ” di Zeus . Nacque infatti da  da Zues e Latona  che anch’essa come tutte le altre donne protagoniste  dei tradimento di Zeus , dovette subira la vendetta di Era.

Le ire gelose della moglie di Zeus  , questa volta consistettero nell’ordinare  alla Madre Gea ( la terra ) di non accogliere in nessun punto della terraferma , Latona quando in preda alle doglie doveva poi partorire i suoi due gemelli .

Quando giunse il famoso momento e per  Latona incominciò il travaglio di parto nessun luogo sulla terraferma volle quindi accoglierla . Ella in preda alle contrazioni del suo utero vagò  in ogni luogo del mondo ma nessuno volle accoglierla per non inimicarsi la potente Era .

Disperata si recò a Delfi , che una volta era stato il luogo sacro a sua madre Febe , sperando che almeno l’oracolo le avesse dato rifugio , ma presto scopiì che il luogo era occupato dal un serpente gigante , lungo trenta metri , di nome Pitone che mangiatosi tuuti i sacerdoti , indovini e pellegrini , ben presto si avventò anche su di lei .

Latona riusci per fortuna a fuggire in tempo ed una volta preso di nuovo il mare , ordinò a quel punto al suo capitano di dirigersi verso l’ isola galleggiante di Delo che non essendo attaccata a nessun lembo di terra vagava da sola nell’oceano . Non fu facile trovarla , ma aiutata dalla fortuna , alla fine sbarcò nell’unico posto senza radici nella terra . Qui finalmente potè partorire i suoi due gemelli che divennero subito i due nuovi dei dell’Olimpo .

Apollo , appena nato ebbe in regalo da Efesto un bellissimo arco d’oro ed una faretra piena di frecce magiche , e dagli altri dei un Keras , una sorte di trombetta . Cresciuta a velocità incredibile si procurò subito un tunica greca intessuta d’oro e annunciò al mondo che sarebbe stato non solo il  il dio del tiro dell’arco , ma sopratutto il dio della profezia in quanto avrebbe interpretato la volontà di Zeus e le parole dell’oracolo per i poveri mortali .

La sua prima impresa fu quella di vendicare la madre , uccidendo il gigantesco serpente Pitone e prendere possesso dell’oracolo di Delfi , accogliendo di nuovo sacerdoti e pellegrini .

Dal momento che una volta l’oracolo era appartenuto a sua nonna Febe , da allora fu chiamato Febo Apollo . La somma sacerdotessa che prediceva il futuro fu conosciuta come la Pizia , che vuol dire pitonessa , dal serpente Pitone . Ella riceveva  sue profezie direttamente da Apollo e i suoi versi erano sempre indovinelli  o poesie . Abitava nella stessa caverna dov ‘era morto il serpente e di solito sedeva su uno sgabello a tre gambe , vicino a una delle enormi spaccature che esalavano un putrido gas vulcanico . In cambio di una preziosa offerta essa prediceva il futuro o rispondeva in maniera enigmatica alle varie domande .

Le  Pizie ( o Sibille )  erano quindi sacerdotesse vergini con il dono della profezia che si trovavano ovunque esistesse il culto di Apollo.

Il culto di Apollo partito dall’Asia Minore , raggiunse le colonie italiche e successivamente anche Roma .I suoi principali luoghi di culto oracolare furono oltre quello più famoso di Delfo , anche quello dell’Africa e sopratutto di Cuma .

Il santuario di Apollo a Delfi era il principale Centro Sacro della civiltà ellenica , e vi era custodito l’Omphalos , la pietra sacra che gli antichi Greci definivano ” Ombelico del Mondo “e che rappresentava per loro , il simbolo del Centro della Terra , e in quanto tale , costituiva una sorta di proiezione del Polo celeste sulla terra .

CURIOSITA’: L’Omphalos veniva raffigurato come avvolto nella sua forma ovoidale da un serpente sacro ad Apollo .

Il serpente era collegato ad Apollo , sia perchè come abbiamo visto aveva ucciso il Pitone sotterrandolo poi nella stessa caverna divenuta poi il suo luogo di culto , ma anche per il suo simbolismo legato alla rinascita del Sole , in quanto egli , abbandonando ogni anno la vecchia pelle sembra periodicamente rigiovanire .

Delfi  infatti , possiamo considerarlo , da questo punto di vista ,  il centro dal quale la civiltà ellenica si è poi irradiata nel Mediterraneo e , da quanto viene tramandato , spesso fu proprio seguendo le indicazioni dell’oracolo e dei suoi sacerdoti , che gli eroi e i coloni greci scelsero la loro rotta e si recarono verso Oriente o verso Occidente per fondare nuove città .

Ogni luogo di culto di Apollo aveva la sua Pizia che si differenziava nel nome per tradizione
Tutti gli scrittori dell’antichita ‘ sono d’accordo nell’ammettere che le Sibille siano realmente esistite ma discordavano intorno al loro numero .
Platone nel Fedro accenna ad una sola , l’Eritrea .
Solino ed Ausonio ne citano invece tre : ‘Eritrea , la Sardica e la Cumea.
Eliano ne conta quattro : l’Eritrea, la Sardica , l’Egizia e la Samia.
Varone ne elenca invece dodici : l’Eritrea , la Delfica , la Caldea , la Frigia , la Persica , l’Ebraica , l’Egizia , la Libica , la Cumana , l’Ellespontica , la Tiburtina e la Sardica .
Feneci infine ne aggiunse altre due : l’Europea e la Tiburtina .
Tre di esse erano italiane : la Frigia , la Cumea e la Tiburtina .
La importante fu quella Cumana che inizialmente si chiamava Cumea .

 

Tanta fu la fama e la devozione per le Sibille che ogni anno i rappresentanti di tutti i popoli affrontavano lunghi e pericolosi viaggi per poterle consultare . I volti delle Sibille furono scolpiti sui marmi , incisi sui metalli , intarsiati sui legni , dipinti sulle tele e sulle pareti .

Oltre a questa sacerdotesse , anche altre donne reputate indovine e profetesse furono chiamate Sibille come : Cassandra ( figlia di Priamo ) , Campusia , Colofonia , Manto ( figlia del famoso indovino Tebano in Tessaglia ) , Elissa , Carmenta , Fauna o Fatua ( adorata sotto il nome di Dea Bona ) e la regina Saba ( ebbe fama di Sibilla presso gli ebrei )

 

Le profezie delle Sibille venivano operate in uno stato di trance mediatico e mentre erano in trance certamente non potevano trascrivere ” le loro profezie che venivano invece interpretate e trascritte per opera delle sacerdotesse presenti al rito .
I sacerdoti che assistevano ai riti sacri delle veggenti , raccoglievano i reconditi messaggi delle Pizie e abbellendoli e depurandoli li trascrivevano nei famosi libri sibillini . Sorsero cosi’ diversi libri di profezie che circolavano nei templi dedicati ad Apollo che servivano sopratutto a sostituire le sacerdotesse li’ dove non potevano essere presenti . I più ‘ famosi di questi libri furono certamente quelli della Sibilla Cumana giunti fino a Roma nel gravoso destino di governare i grandi eventi della potente citta’.
Le sacerdotesse , durante il rito preparatorio mettevano in bocca foglie di lauro , cioe’ una pianta che se masticata a lungo ha il potere di favorire una sorte di trance ipnotica .
Inoltre alcune condizioni locali , come ad esempio i fumi di anidride carbonica presenti presso il il lago di Averno , potevano indurre fenomeni di intossicazione tali da causare stati temporanei di euforia psicotica.
L’ alternativa al classico vaticinio consisteva nella ” scrittura su foglie “.
La scrittura su foglie era legato all’ dell’interpretazione dei segni ed in particolare all’interpretazione dei tagli presenti sulle foglie masticate , che venivano letti allo stesso modo dei visceri degli animali o dei segni nel cielo .
A Cuma , la Sibilla ricorreva ad entrambi i modi per proporre i propri vaticini , uno per mezzo del tradizionale responso su foglie , l’altro in uno stato di trance furioso mentre era invasa .
E’ per questo che Enea chiedera’ alla Sibilla di esternare il proprio responso a voce e non su foglie che facilmente il vento puo’ sconvolgere .

Di tutti i libri attribuite alle Sibille di Apollo nelle varie aree del mondo , i più’ importanti furono quelli della Sibilla Cumana custoditi all’interno del Campidoglio a Roma .

Questi libri , detti sibillini e tanto celebri nella storia di Roma contenevano i grandi destini dell ‘alma citta'( Fata Urbis Romae ).
La leggenda racconta che la Sibilla Cumana si reco’ personalmente da Tarquinio il Superbo e offri’ in cambio di trecento monete d’oro i nove libri che contenevano tutte le profezie .
Davanti al rifiuto del re , la vecchia sacerdotessa brucio’ tre dei nove libri e chiese ancora al re la stessa somma di denaro stavolta per i rimanenti sei libri .
All’ennesimo rifiuto di Tarquinio , la Sibilla diede nuovamente alle fiamme tre dei rimanenti libri e chiese lo stesso prezzo .
A quel punto il re , impressionato da questo gesto e timoroso di vedere distrutti per sempre gli ultimi manoscritti , diede alla Sibilla quanto richiesto e custodi’ gelosamente gli scritti.


Si racconta che fossero scritti su figlie di palma , parte in versi e parte in geroglifici simbolici , ed erano custoditi dentro una cassa di pietra da due sacerdoti il cui numero fu successivamente portato a quindici.
Solo ai sacerdoti era concesso la facolta’ di prendere i libri dalla cassa e la loro consultazione avveniva in occasione di terremoti , pestilenze , inondazioni , guerre o prodigi strani che facevano intravedere i segni di un grosso cambiamento o di un imminente catastrofe per lo stato.
I sacerdoti , accompagnati da schiavi che conoscevano il greco , leggevano quindi le profezie e le interpretavano attraverso una serie di rituali rimasti sconosciuti .
La consultazione suggeriva gli atti da compiere per modificare il corso degli eventi e le cerimonie ed appare quindi ovvio come ” il potere dei libri ‘ fosse enorme .
Sapientemente manipolati e interpretati potevano dare addirittura indirizzi politici .
Al popolo non era dato vedere i libri , pena il supplizio destinato ai parricidi cioe’ cuciti vivi in un sacco di cuoio e gettati in mare .
Quando nell’83 un grande incendio distrusse i libri custoditi nel Campidoglio si apri’ una fase incerta della politica romana e poco tempo dopo venne dato incarico ad una apposita commissione( che giro’ attraverso tutti i templi della Grecia e dell’Asia Minore) , di ricostruire i libri perduti alla ricerca delle originarie profezie .


La commissione , di chiara matrice politica , provvide quindi a ricostruire i libri oracolari che sancirono da quel momento in poi il potere divino di Giulio Cesare , di Antonio e di Ottaviano .Da quel momento in poi infatti l’Impero trovera’ la propria conferma nelle antiche profezie .
( Ottaviano fece stralciare quasi duemila profezie non in linea con il suo nuovo corso politico )
Sotto il regno di Nerone i libri bruciarono nuovamente e furono nuovamente ricostruiti .
Sotto il regno di Giuliano bruciarono di nuovo e furono per la terza volta raccolti e stavolta rinchiusi in casse dorate e alloggiate sotto la base del tempio di Apollo Palatino dove stettero fino al 450 D. C. per poi essere raccolti e posti ancora una volta in Campidoglio dove vennero consultati fino al VI secolo

L’ antro della famosa  Sibilla di Cuma , ancora oggi presente e’ formato da un lungo corridoio rettilineo (dromos) lungo m. 13 1,50, largo m. 2,40 e alto circa m. 5, di forma trapezoidale scavato nel tufo con luce e aria che gli arriva da alcuni pozzi .


Il complesso si apre , alla fine , piegando verso destra ,su una sala rettangolare e su un ambiente diviso in tre celle, ( Oikos endodatos), la sala oracolare ovvero il luogo dove la Sibilla pronunciava le sue sentenze e diffondeva i suoi vaticini e ad alcune stanze sotterranee , identificabili , secondo tradizione con i lavacri della Sibilla , oggi sommersi dalle acque a causa del bradisismo .
Il monumento, tutto scavato nel tufo, affascina e incute paura, per l’atmosfera di mistero che lo circonda. Stando alla descrizione di Virgilio è proprio in questo luogo da ricercare la sede della leggendaria sacerdotessa di Apollo.
Il luogo , come cita Virgilio nell’Eneide ( libro VI) fu anche visitato da Enea nella speranza di conoscere il proprio destino per mano della Sibilla Cumana  .

CURIOSITA’: Una antica leggenda narra che la Sibilla di Cuma era una donna affascinante la cui bellezza fece invaghire il dio Apollo . Davanti ai suoi continui rifiuti egli decise di tentarla con l’offerta di un dono . Chiese percio’ alla fanciulla di chiedere qualunque cosa . Ella , a questo punto si chino’ a terra , prese nel proprio pugno una manciata di granelli e chiese al dio di poter vivere quanti anni erano i granelli di sabbia stretti nella sua mano , dimenticando di chiedergli pero’ che quegli anni fossero di gioventu’ e quindi far accompagnare a questo desiderio il dono della giovinezza eterna .

 


Il dio accontento’ la Sibilla che presto’ capi ‘ il suo errore . Apollo pur di possederla propose di porre rimedio alla sua richiesta facendo accompagnare al suo desiderio di vivere a lungo anche il dono della giovinezza eterna , ma la bella Sibilla purtroppo ‘ disprezzo’ l’ offerta pur di non cedere ai desideri del potente dio .
Ben presto pero’ la Sibilla comprese la condanna che il suo desiderio le aveva inflitto .
Da allora fu costretta alla lunga penosa vecchiaia che inesorabilmente la rendeva sempre piu’ brutta e piccola
La longevita’ accompagnata dai danni della vecchiaia , fece si che l’indovina si riducesse ad una sorte di larva umana che passava i suoi giorni con l’unico desiderio di poter porre fine alla propria esistenza , desiderosa solo di morire .

” … quanto alla Sibilla cumana , io l’ho veduta con questi occhi , sospesa in una bottiglia . I ragazzi le domandavano< ‘ Sibilla , che vuoi ?” e lei rispondeva < voglio morire >….
( Petronio , Satyricon ).

Apollo , fra le divinità greche è quella che forse più di tutte trasmette il senso totale della luminosità: egli infatti  rappresenta la personificazione del Sole e quindi della luce , intesa sia in senso materiale che spirituale donando agli uomini tanto l’ispirazione profetica che quella artistica.

Non a caso al suo seguito gli antichi avevano posto le nove Muse , figlie di Zeus e di Mnemosine ( la memoria ) che rappresentavano le personificazioni delle principali forme d’arte. Facendo corona intorno ad Apollo , esse formavano il disegno circolare della Decade , corrispondente al segno geroglifico del Sole , costituito da un cerchio il cui centro è rappresentato dal Dio.

CURIOSITA’: Le Muse , che in origine erano solo tre e si chiamavano Melete ( esercizio ) , Mneme ( memoria ) , e Aoide ( canto ) , vennero con il tempo collegate alle varie attiività artistiche  e per questo motivo aumentarono di numero  . Divennero quindi nove :  Clio ( la storiografia ) , Euterpe ( la lirica o la musica dei flauti ),Talia (la commedia ) , Melpomene ( la tragedia e i vanti funerari ) , Tersicore ( la danza o la musica della lira ) , Erato ( la danza o la poesia amorosa ) , Polimnia ( la narrativa o la poesia lirica ) , Urania ( l’astronomia ), e Calliope (la poesia epica ) .

Secondo la leggenda , fu proprio Apollo , attraverso il suo oracolo più famoso nel Tempio di  Delfo a consigliare ai naviganti greci di andare alla ricerca di nuove terre e fondare la città di Cuma dove  costruire un nuovo Tempio a lui dedicato.

Questo Tempio di Apollo di cui oggi sono rimaste poche tracce doveva essere bellissimo come ci viene ricordato da Virgilio . Egli infatti ,nella sua famosa Eneide ci raccontala sua bellezza attraverso gli occhi di Enea, che fermatosi a Cuma, raggiunse questo tempio, consacrato ad Apollo .

Egli ancora in lutto per la tragica sorte toccata a Palinuro trucidato brutalmente dagli indigeni sul lido di Velia , con la sua barca prese nuovamente terra nella poco distante Cuma dove, sulla Rocca piu’ alta , dominava , incontrastato , il magnifico tempio di Apollo .

Approdato al litorale di Cuma , Enea sali al tempio di Apollo e si soffermò  a guardare le gigantesche porte in oro , decorate con gli antichi miti cretesi.
Dedalo , dice Virgilio , era l’artefice di quelle porte . Lui sfuggito alle insidie di Minosse grazie alle ali di cera , aveva preso terra proprio sull’Acropoli , dove poi , dopo aver posto e consacrato al dio le ali prodigiose , aveva eretto il tempio dalle porte d’oro .
Enea rimase attonito ad ammirare le superbe sculture delle pareti del tempio raffiguranti la morte di Androgeo ( figlio di Minosse ) ,la storia del labirinto ,  le immagini del Minotauro , il tributo di sangue che gli ateniesi dovevano pagare ogni anno a Minosse , Pasife e  la storia di Arianna .

Questa immagine molto suggestiva che arriva  dal passo virgiliano , suggerisce a tutti noi l’idea di una tradizione misterica e culturale che dall’antica Creta monoica sia giunta fino a Capua , portanto con se il culto di una misteriosa divinità di nome Ebone , raffigurata come un toro dal volto umano barbuto. Il suo culto era  amministrata da un collegio sacerdotale che prevedendo dei riti segreti ed iniziatici che si svolgevano in un Tempio ubicato nei pressi della Piazza della Selleria , nel quale su di in un’area rotonda Ebone era raffigurato insieme alle sirene ed al fiume Sebeto .

Dedalo, era un uomo dall’ingegno straordinario tanto che si racconta che fosse stato allievo del dio Ermes o secondo altri della dea Atena. Egli godeva di una fama straordinaria in tutto il mondo conosciuto grazie alle sue abilità di architetto, scultore e inventore.
Abitava ad Atene, dove aveva un avviato laboratorio. Molti apprendisti lavoravano con lui e tra questi c’era anche suo nipote Talo figlio della sorella.
Questi era uno dei suoi piu’ giovani e geniali apprendisti ; un ragazzo di soli 12 anni divenuto presto famoso ad Atene per aver inventato la sega , la ruota mobile per costruire i vasi ed il compasso .
La sua fama ad Atene divenne tale da offuscare l’immagine dello stesso Dedalo ( il quale tra l’altro rivendicava per se il merito dell’invenzione ) e addirittura si incominciava a vociferare che lo avesse superato in abilita e creatività’.
Dedalo , un giorno , preso da un insano gesto di gelosia e preoccupato dal fatto che il nipote stesse oscurando la sua fama, decise di ucciderlo.
Una mattina si recò con Talo sull’Acropoli, sul tetto del Tempio di Atena e lo spinse giù dal cornicione .
Dopo aver spinto il ragazzo nel vuoto , Dedalo si precipito’ ai piedi dell’Acropoli e chiuse il corpo dello sciagurato in un grosso sacco , proponendosi di seppellirlo in un luogo deserto . Naturalmente , la visione dell’ uomo che a gran fatica trasportava il grosso sacco rendeva curiosi quanti lo incontravano lungo la strada ma egli , alle domande dei passanti , rispondeva di aver raccolto un serpente morto, come la legge prevedeva.
Ben presto pero’ sul sacco apparvero delle macchie di sangue ed il folle delitto venne scoperto .
La notizia fece scalpore. Dedalo tentò di far credere che Talo fosse caduto accidentalmente ma non fu creduto.
Dedalo era considerato un artista eccelso e l’idea che fosse condannato per omicidio faceva discutere l’intera popolazione .
Seguì un lungo processo e alla fine, considerata la sua fama, si decise di rendere piu’ mite la condanna condannandolo al solo esilio.
Rifugio’ a questo punto a Cnosso , presso l’isola di Creta , dove Minosse ,fu ben lieto di accogliere un cosi’ grande architetto gli conferendogli il titolo di ‘artista di corte ‘.
A lui ben presto affido’ diversi incarichi tra i quali la commissione del famoso labirinto di Cnosso, dove rinchiudere il Minotauro e successivamente la moglie Pasife.
Negli anni in cui fu “ospite” a Creta Dedalo diede prova di grandi doti anche in campo architettonico e si dimostrò più volte un “inventore” geniale.
Gli sono state attribuite l’invenzione della scultura Daidala, e delle Agalmata, le statue con occhi aperti e membra mobili rappresentanti divinità.
In seguito si sposò con una schiava del sovrano, Naucrate, innamorata perdutamente della sua bellezza e delle sue abilità artigianali, con la quale ebbe un figlio che cihamarono Icaro .
Negli anni in cui fu “ospite” a Creta lo scultore Dedalo diede prova di grandi doti anche in campo architettonico e si dimostrò più volte un “inventore” geniale.
La sua vita trascorse a Creta tra onori le lussi fino al giorno dell’episodio di Arianna e del Minotauro …….
Facciamo un piccolo passo indietro per capirne a questo punto qualcosa in più’:
Androgeo , figlio di Minosse e sua moglie Pasife , grande atleta dimostatosi presto forte e coraggioso , una volta andato ad Atene per i giochi, vi fu ucciso.
Si dice che fu ucciso dagli ateniesi perché’ avendo vinto troppi premi ai loro giochi , li aveva disonorati .
Minosse infuriato mosse guerra ad Atene sottoponendola e per vendicarsi impose agli Ateniesi il tributo annuo di sette fanciulli e sette fanciulle , ordinando che fossero estratte a sorte e venissero offerte in pasto al Minotauro che si cibava di carne umana . ( era particolarmente feroce perché’ la testa di toro gli conferiva un istinto animale ).
Ma chi era questo orrendo mostro per meta’ toro e meta’ uomo ? Sentite questa :
Pasife ebbe dal marito Minosse 4 figli : Androgeo , Arianna , Fedra e …….Minotauro .
La regina Pasifae (sorella della maga Circe ) moglie di Minosse, un giorno disse al marito che del sesso non le importava proprio niente. Senonché Venere, dea dell’amore, offesa, decise di vendicarsi e tramutò Pasifae in una ninfomane scatenata.
Il re Minosse non sapeva più cosa fare, così decise di confinare la moglie in una zona sperduta dell’isola di Creta e le mise accanto solo persone di sesso femminile.
Ma quell’isolamento risultò inutile: Pasifae s’innamorò di un bellissimo toro che pascolava in quei paraggi .


Nel frattempo Minosse ne combino ‘ una grossa ; era costume, a quei tempi, che il re Minosse sacrificasse, annualmente, a Poseidone il più bello fra i tori dei suoi armenti.
Un giorno, però, Poseidone dio del mare, fece emergere dalle acque un bellissimo toro bianco affinché Minosse, re di Creta, lo sacrificasse a lui per propiziare fecondità e prosperità.
Minosse, invece colpito da tanta bellezza, si rifiutò di sacrificarlo al dio, offrendone un altro al suo posto , pensando bene di tenere lo splendido esemplare taurino per sè e scatenando così le ire del dio
Poseidone arrabbiatosi, per vendicarsi fece uscire di senno la regina , la moglie del re, facendola innamorare del toro. La moglie di Minosse si struggeva dal desiderio di accoppiarsi con l’animale, ma la cosa presentava qualche piccolo problema pratico, oltre che morale.
La regina si rivolse a Dedalo affinche’ l’aiutasse a risolvere il problema ; al toro piacevano solo le vacche, Dedalo, allora, costruì una struttura a forma di vacca di legno , che rivesti’ con pelle bovina , internamente vuota e per completare l’opera, insegnò a Pasife come sistemarvisi all’interno affinché potesse unirsi al toro. Da tale unione nacque una creatura orribile, il famoso e mitico Minotauro, metà toro e metà uomo.


Lo scandalo fu enorme e i I cretesi per prendere in giro Minosse, e ricordargli che era stato tradito anche con un toro ogni volta che lo vedevano passare per le strade gli facevano il segno delle corna, che da quel giorno divenne il simbolo stesso del tradimento.
Una creatura tanto orrida e ferale doveva essere nascosta alla vista del popolo, così Minosse ordinò a Dedalo di progettare e costruire un intricatissimo complesso di stanze, corridoi e gallerie dove imprigionarla: l’atenese obbedì e legò il suo nome a quello del Labirinto di Creta che progettò, fece costruire e per il quale viene ricordato ancora oggi.


Tutto sta che in questo labirinto in cui era nascosto il Minotauro venivano ogni anno sacrificati i giovani ateniesi di cui vi abbiamo parlato.
Nel frattanto ad Atene certo non se la passavano meglio ed ogni anno erano obbligati per ordine del Minosse a sacrificare sette giovani fanciulli e sette giovani fanciulle .
Allora Teseo , figlio del re di Ateniese Egeo si offri’ di far parte dei giovani da sacrificare per cosi’ provare a sconfiggere e uccidere il Minotauro .
Prima di continuare dobbiamo ricordare che Teseo era nato dall’ unione di Egeo con la sua prima moglie ( Etra ) , anche se pare fosse figlio di Poseidone che con inganno giacque con Etra e pertanto in qualita’ di semidio ebbe caratteristiche sia divine che mortali . ( la seconda moglie di Minosse si chiamava ‘ Medea ‘.
Egeo , padre di Teseo era contrario alla sua partenza temendo per la sua vita e la riuscita dell’ impresa e una volta convinto raccomando’ al figlio di issare le vele bianche al suo ritorno , in modo tale che lui potesse vederle e capire subito il successo della spedizione e tranquillizzarsi che fosse vivo . ( non vi erano telefonini ).
Una volta giunto a Cnosso , Arianna ( figlia di Minosse e Pasife ) si innammoro’ perdutamente di lui .
Arianna voleva assolutamente salvare il suo amato e si rivolse a Dedalo affinche’ l’aiutasse
Dedalo , allora consigliò ad Arianna, di dare a questi il gomitolo che gli avrebbe permesso di uscire dal labirinto.
Teseo , sapeva che la pelle del Minotauro era invulnerabile e che invece il suo corno era capace di perforare ogni armatura .
Attese quindi che il Minotauro si addormentasse e uso’ la sua spada per staccare un corno con il quale poi trapasso’ la belva.


Uscito dal labirinto , Teseo salpo’ con Arianna , montando vele bianche in segno di vittoria .
Più avanti abbandono’ dormiente poi , Arianna , sull’isola deserta di Nasso.
Il motivo di tale abbandono e’ rimasto controverso ; si dice che l’eroe si fosse invaghito di un’altra o che si sentisse in imbarazzo a ritornare in patria con la figlia del nemico , oppure che venne semplicemente intimorito da Dionisio ( futuro marito di Arianna ) che in sogno gli intimo’ di lasciarla in quell’isola per poi raggiungerà e farla sua sposa.
Arianna , rimasta sola , inizio’ a piangere , finche’ apparve al suo cospetto il dio Dionisio che per consolarla le dono ‘ una meravigliosa corona d’oro , opera di Efesto che venne poi alla sua morte , mutata dal dio in una costellazione splendente . : la costellazione della corona .
Poseidone , adirato contro Teseo , invio’ una tempesta che squarcio’ le vele bianche , costringendo l’eroe a sostituirle con quelle nere.
Pur di continuare a viaggiare verso il ritorno , ansioso di mostrare la sua vittoria e annunciare la morte del Minotauro egli dimentica di ammainare le vele nere al suo ingresso nel porto .
Egeo , vedendo all’orizzonte le vele nere , credette che suo figlio fosse stato divorato dal Minotauro e si getto’ disperato in mare che dal suo nome fu chiamato Mar Egeo .
Alla morte del padre Teseo viene proclamato re di Atene.
Intanto quando Minosse venne a sapere che ad aiutare sua figlia e Teseo fu Dedalo, e non potendo prendersela con la figlia fuggita insieme all’eroe, pensò di punire Dedalo, rinchiudendolo insieme al figlio, Icaro, nel Labirinto, che egli stesso aveva progettato. L’unico modo per uscire dal Labirinto era evadere volando; ingegnoso come era, Dedalo costruì due paia di ali, uno per sè e l’altro per il figlio. Si raccomandò con Icaro di restargli sempre dietro durante il volo, di non strafare e soprattutto di stare attento a non avvicinarsi troppo ai raggi del sole perchè, le ali, attaccate alle spalle con della cera, potevano staccarsi in quanto il calore avrebbe sciolto la cera.

 

Come non detto, Icaro durante il volo, provando piacere si allontanò dal padre e raggiunse i raggi del sole che sciolsero la cera e lo fecero sotto gli occhi del padre che niente poteva precipitare nel mare dove affogando morì.


Recuperato il corpo del figlio, Dedalo lo portò in un’isola vicina che chiamò Icaria, in onore di Icaro e triste e desolato, volando radente al mare e bagnando spesso le ali, riuscì ad arrivare sano e salvo sino all’Acropoli di Cuma dove costruì un tempio al dio Apollo, consegnando le ali che aveva inventato per evadere dal Labirinto di Creta.
Dedalo, in seguito raggiunge la Sicilia (Agrigento), presso il territorio in cui regnava il re sicano Cocalo, che lo ricevette a corte e diventarono amici .
Al suo servizio Dedalo gli costruisce una diga, fortifica una cittadella per proteggere i tesori del re, edifica su una roccia a picco le fondamenta di un tempio ad Afrodite, installa uno stabilimento termale…
Dedalo visse a lungo con Cocalo e con i Siciliani, dando prova del suo ingegno e costruendo, in Sicilia, moltissime opere.
Tra le opere che gli sono attribuite è da ricordare la costruzione di una grotta artificiale presso Selinunte, dove i fumi che svaporavano dal fuoco erano tali che facevano sudare lentamente, portando alla guarigione i frequentatori della grotta che avevano qualche malanno
Ad Erice, su una rocca che si alzava a strapiombo dove si trovava il tempio di Afrodite, Dedalo costruì delle mura con cui allargò il ripiano sopraelevato sul burrone, che stava alla base del tempio e vi costruì, inoltre, un ariete d’oro di mirabile bellezza.
La zona in Sisilia di S. Angelo di Muxaro viene identificata da alcuni con l’antica Camico e legata alla leggenda di Cocalo e Minosse. Qui, oltre ad alcune tombe somiglianti alle ‘tholoi’ cretesi-micenee, furono rinvenute quattro coppe d’oro, di cui solo una conservata al British Museum.
Nel frattempo Minosse aveva allestito una grande flotta con la quale lo cercava ovunque portando con se una conchiglia di Tritone e un filo promettendo, in ogni luogo dove si fermava, una grossa ricompensa a colui che avesse saputo far passare il filo tra le spire della conchiglia. Minosse sapeva che nessuno sarebbe stato in grado di risolvere il problema, eccetto Dedalo.
Il re di Creta Minosse, venuto a conoscenza della fuga di Dedalo in Sicilia, organizzò una spedizione esbarcò con le sue navi in una località nel territorio di Agrigento, che fu poi chiamata in suo onore Minoa, e per trovare Dedalo si servì del suo particolare stratagemma: promise come sempre una grossa ricompensa a chi sarebbe riuscito a far passare un filo attraverso le spirali di una conchiglia di chiocciola.
Cocalo allettato dalla grossa somma di danaro , propose la soluzione a Dedalo che legò il filo ad una formica spingendola in quel nuovo labirinto. Quando Cocalo fece portare la conchiglia a Minosse, questi capì che Dedalo doveva essere nei paraggi e inviò degli ambasciatori affinché chiedessero a Cocalo di restituirgli il fuggitivo.
Cocalo, allora, invitò Minosse e, dopo aver promesso di assecondare le sue richieste, lo invitò a casa sua, dove aveva dei bagni stupendi lavorati da Dedalo e ne concesse l’uso a Minosse, ma mentre questi, per nulla insospettito, si lavava servito, secondo il costume di quei tempi, dalle figlie di Cocalo, le fanciulle, violando le sacre leggi dell’ospitalità, lo affogarono e lo tennero nell’acqua calda fino a quando non morì. Cocalo restituì il corpo ai Cretesi, dicendo loro che Minosse era morto scivolando accidentalmente nell’acqua calda.
I Cretesi chiesero ed ottennero di seppellire sontuosamente il loro re, costruirono una tomba a due piani dove, nella parte nascosta dalla terra posero le ossa ed in quella sopraelevata costruirono un tempio dedicato ad Afrodite.
La leggenda vuole che Minosse per la sua integrità morale e la sua rettitudine fu assunto da Zeus come giudice supremo dell’Ade.
Dedalo, finalmente libero, visse in Sicilia fino alla sua morte. Secondo un’altra versione Dedalo, dopo essere vissuto per molti anni con i Siciliani, si trasferì in Sardegna, dove costruì i nuraghi, chiamati anche dedalei.

Il Tempio di Apollo a Cuma può forse essere considerato il luogo di origine da cui noi tutti napoletani proveniamo . Il luogo dove tutto è iniziato . Secondo la leggenda , fu proprio Apollo , attraverso il suo oracolo più famoso nel Tempio di  Delfo a consigliare ai naviganti greci di andare alla ricerca di nuove terre e fondare la città di Cuma dove  costruire un nuovo Tempio a lui dedicato .

Questi cumani furono gli stessi  poi quelli che  successivamente neglli annia seguire decisero , spostandosi di  far sorgere il primo nucleo urbano  nell’area a valle di Pizzofalcone, sulle sponde del fiume Sebeto che chiamarono Parthenope, solo perchè trovarono tra le genti del luogo molto diffuso , un particolare culto legato ad una sirena, chiamata appunto  PARTHENOPE.

Essa si  chiamava Partenope , dal greco ” “vergine” e venne a morire sulle spiagge di Opicia ( cosi’ detta dagli antichi Opici , abitanti della Campania)solo perchè  affranta per non aver saputo ammaliare con il suo canto l’eroe Ulisse ( che aveva dato ascolto ai consigli di Circe ). Delusa , amareggiata e ferita nel suo orgoglio ,  si getto’ dall’isola ( i Galli o Capri ) ed il suo cadavere fini’ trasportato dalle onde sull’isolotto di Megaride dando luogo al culto di Partenope che fu vivo per secoli.
La citta’ le costrui’ un sepolcro e ogni anno con libagioni e sacrifici di buoi onoravano Partenope innalzata a prima vera protettrice della citta’.
Davanti alla sua tomba si celebravano giochi ginnici e attorno al sepolcro la citta’ con il tempo eresse le sue formidabili e maestose mura.

L’ubicazione del sepolcro di Partenope non è mai stata stabilità con certezza ,ed ancora oggi divide storici, antropologi ,archeologie letterati .

Il primo luogo che venne da tutti ipotizzato fu quello che  si ritiene sorgesse nella zona portuale , presso la foce del Sebeto, ai piedi del Castel dell’Ovo, sull’isolotto di Megaride ( quando questo era ancora unito alla terraferma ) e per la precisione nelle fondamenta dell’attuale chiesa di Santa Lucia a Mare che è stata innalzata  sulla struttura di una primitiva basilica Paleocristiana . In questo luogo , molto tempo prima che si arenasse la sirena , secondo antichi greci già esisteva un antico porto con una famosa torre  . Si tratta della mitica Torre di Falero ,  punto di osservazione di un antico porto greco che pare fosse il vero punto di approdo della povera Partenope sbattuta dal mare.

Eumelo Falero , fu il mitico eroe greco Ateniese ( arciere ) compagno di Giasone , che partecipò insieme ad altri protagonisi alla spedizione degli Argonauti alla volta della conquista del Vello d’Oro, cioè del Vello ( mantello ) magico dell’ariete Crisomallo , che secondo la leggenda aveva il potere di guarire le ferite . Esso, secondo leggenda  fu donato da Frisso , figlio de re Atamante al re Aiete che regnava in Colchidia quale ricompensa per averlo accolto dopo il lungo viaggio fatto in volo su un montone dal vello  d’oro che aveva salvato lui e la sorella da morte certa in un sacrificio agli Dei magistralmente architettato dalla loro crudele matrigna con la complicità di corrotti sacerdoti . Aiete lo appese ad una antichissima e gigantesca quercia , davanti alla quale pose a guardia un drago . Da quel momento non c’era eroe greco che non sognava di conquistarlo .Qualcuno tentò ma ben presto tutti capirono che era un’impresa impossibile .

Falero  , reduce dalla vittoriosa impresa , decise di continuare il suo viaggio nel Mediterraneo sbarcando , intorno al 1225 a.C. ai piedi dell’attuale collina di Pizzofalcone . In questo luogo con i suoi fedelissimi uomini , abituati a solcare i mari e a fondare città , costruirono , in quell’area poi denominata Megaride , un piccolo borgo fatto di semplici abitazioni che affacciavano su una piccola insenatura e costituirono forse il primo antico porto della nostra città che diede luogo più tardi alla importante Fratia degli Eumelidi che aveva la sua sede nell’attuale Largo Donnaregina ,  Essa venerava Eumelio Falero, dio patrio ritenuto da molti primo mitico leggendario fondatore della nostra città. Questa era una delle principali Fratie considerata all’epoca molto potente e prestigiosa che pare occupava , nella Regione Palatina , la zona fra Santa Patrizia , Santa Maria Donna Regina e l’Arcivescovado . Dedicate a questa Fratia , troviamo presenti in città alcune importanti iscrizioni che testimoniano la sua presenza . Molto importante tra queste sicuramente quella ritrovata su un massiccio piedistallo , sul quale probabilmente doveva ergersi una statua di Eumelo , scoperta presso la chiesa di Santa Maria Rotonda , all’angolo di Mezzocannone .

N.B. Quindi prima della Dea Sirena , arrivò sulle nostre coste  un eroe Argonauta e la città si chiamava Phaleros e non Partenope e la mitica Torre non era altro che un monumento dedicato al fondatore della città , eretta nel punto dove , possiamo presumere egli prese terra .

Ed ora, prima di continuare  tocca raccontarvi un po di Giasone figlio di Esone  , re di Iolco e Alcimeda ,che appena nato la madre riuscì a salvarlo dalla violenza di Pelia , fratello del marito , il quale dopo aver strappato la corona ad Esone , volendo  dominare su tutta la Tessaglia, cercò di uccidere  tutti i discendenti del fratello  .

Esone fece credere il figlio Giasone  morto al fratello e per poi affidarlo  al saggio centauro Chirone  che badò a lui istruendolo in tutte le arti ed in tutte le discipline . Divenuto adulto Giasone si recò dallo zio per rivendicare il trono che gli spettava di diritto, ma questo richiese in cambio il magico Vello d’Oro . Allora Giasone, ambizioso e determinato, radunò con se  più famosi eroi greci e partì alla conquista del magico manto dando vita ad una delle più note e affascinanti narrazioni della mitologia greca.

Il gruppo dei cinquantadue famosi eroi greci tra i quali Teseo, Peleo  ( futuro padre di Achille ) , Orfeo, Castore e Polluce ( i due Dioscuri ) , Laerte ( futuro padre di Ulisse ) , il  “nostro  ” arciere Falero , il mitico Eracle di Tirinto  e tanti altri .  Si unirono cioè in questo gruppo i più promettenti e coraggiosi giovani di tutta la Grecia .

Essi salparono con la benedizione degli Dei dal porto di Iolco  a bordo della nave Argo così chiamata dal nome del suo costruttore  che diede il nome così anche tutto il gruppo :  ARGONAUTI.

Il loro viaggio fu lungo e avventuroso e solo dopo numerose avventure la spedizione riuscì a raggiungere la terra di Colchide. Re Eeta decise di consegnare il Vello d’Oro all’uomo unicamente se egli fosse riuscito a superare due impossibili prove: dapprima avrebbe dovuto aggiogare all’aratro due feroci tori dagli zoccoli di bronzo e dalle narici fiammeggianti e in seguito avrebbe dovuto tracciare quattro solchi nel terreno chiamato Campo di Marte e seminarci dentro dei denti di drago.

A questo punto entra in scena Medea , figlia di Eeta e sacerdotessa di Ecate ( nipote della maga Circe ) esperta  e gran conoscitrice delle arti magiche  che si innamorò di Giasone non appena lo vide (opera di Afrodite ). Essa  pur sapendo di tradire la sua famiglia, decise  di aiutarlo nella sua impresa.  Grazie infatti alla sua astuzia e alle grandi doti magiche , gli Argonauti riuscirono  a superare numerosi ostacoli che altrimenti li avrebbero sopraffatti . Ma nonostante il superamento delle prove Eeta si rifiutò di cedere il Vello. A quel punto  Giasone, senpre con l’aiuto di Medea, addormentò il drago messo a guardia del Vello e impadronitosene ripartì in direzione di Iolco.  La Argo affrontò , nel viaggio di ritorno dalla Colchide un numero enorme di pericoli e rischi . Al suo ritorno Pelia, incredulo, comunque rifiutò di cedere il trono. Con uno stratagemma Giasone  , sempre aiutato da Medea  ( che intanto era partita con lui ), uccise lo zio e prese finalmente  il posto  che gli spettava di diritto.

La conquista del Vello d’oro tuttavia non portò fortuna a Giasone . Egli aveva conquistato il regno e aveva sposato Medea che per seguirlo aveva abbandonato suo padre e la sua casa , ma non furono felici. Il figlio di Pelia infatti per vendicare la morte del  padre fece guerra a Giasone , il quale incapace di resistere , dovette fuggire , abbandonando Iolco e rifugiandosi nella città di Corinto dove venne accolto con grande onore dal re Creonte , il quale addirittura gli offrì in sposa la giovane figlia Glauce .

Medea ovviamente fu a questo punto travolta dalla gelosia ; il pensiero che Giasone potesse lasciarla la rese capace di cose orribili . Non solo inviò a Glauce un diadema e una veste avvelenati , per cui la fanciulla morì, ma giunse ad uccidere anche i due figli che aveva avuto da Giasone , prima di fuggire ad Atene .

Giasone colpito dal dolore , decisea questo punto  di ritirarsi a vivere da solo in un luogo isolato . Prima di lasciare Corinto donò al Tempio di Apollo la sua celebre nave per poi partire e nascondersi in un luogo remoto . Da allora nessuno sentì più parlare di lui .

Qualcuno sostiene che passati gli anni , un giorno , un vecchio che somigliava a Giasone con gli occhi gonfi di pianto salì a bordo della Argo che era ancorata presso il Tempio di Apollo . Una volta salito videro qualche lacrima scendere  sulle sue guance scavate dal tempo ….. e poi improvvisamente videro anche rompersi l’albero della nave che colpì al capo il povero vecchio che cadde a terra senza vita. Nessuno riconobbe in quel vecchio e stanco l’eroe e capo degli Argonauti ma qualcuno giura che si trattasse proprio del mitico eroe che passati gli anni , sentita  la forte nostalgia della sua impresa , volle rivedere la vecchia e gloriosa Argo con la quale aveva compiuto la memorabile conquista del vello d’oro.

Il secondo luogo dove  invece si ipotizza si trovava un tempo , tanti secoli fa ,  il sepolcro di Pertenope pare  trovarsi nell’ altura di Pizzofalcone , in Via Nicotera dove in un’antica necropoli son state  rinvenute alcune strane tombe scavate nei banchi di  tufo .

Il terzo  luogo oggetto di studi ed ipotesi trova invece collocata la tomba di Partenope , nella Basilica di San Giovanni Maggiore come sembra dimostrare una lapide che si trova  nel suo interno su cui sono incise le parole : “Omnigenum Rex Aitor Scs Ihs Partenopem tege fauste” (o sole che passi nel segno del mese di gennaio, generatore di tutti i beni, proteggi felicemente Partenope).

Una quarta  ipotesi colloca invece il sepolcro nel sito più alto all’epoca della città e quindi a Sant’Aniello a Caponapoli , in cima alla via del Sole , presso l’antico Tempio della Fortuna . Questo è stato per lungo tempo il luogo in cui maggiormente si è sempre creduto che la tomba di Partenope sia effettivamente celata  e alcuni ritrovamenti archeologici venuti alla luce  a seguito dei bombardamenti della seconda guerra mondiale, fecero in qualche modo a tutti sperare che finalmente il sepolcro di Partenope con il suo Tempio fosse stato finalmente ritrovato . In seguito a questi bombardamenti  il pavimento della navata centrale della chiesa sprofondò e  vennero alla luce delle mura greche del quarto secolo e mura romane del secondo, ma dopo acurate ricerche della  tomba della famosa sirena non fu trovata alcuna traccia.  A seguito degli scavi, nessun sepolcro di tale portata venne scoperto ma solo cinta murarie.

Una quinta ipotesi la colloca invece sotto la fontana di Spina Corona ,  una fontana del 500 in marmo bianco , ubicata nel centro antico di Napoli addossata alla  Chiesa di Santa Caterina  in Via Giuseppina Guacci Nobile . La fontana , totalmente in stile barocco, e soprannominata in modo pittoresco dai napoletani ” la fontana delle zizze ” , mostra una sirena alata e nuda, ritta tra due monti che versa, in una vasca rettangolare e sottostante, l’acqua che le scaturisce dalle mammelle (zizze in napoletano) sul Vesuvio lambito da rivoli  di lava ed un violino. Al di sopra di esse  si trovava una epigrafe in marmo , ormai perduta , su cui era incisa la frase” Dum Vesevi Syerena Incendia Mulcet ”  (mentre la sirena mitiga l’ardore del Vesuvio ). Una esortazione  alla protezione divina della città contro la furia del fuoco vulcanico .  Sembra, infatti, che i napoletani invocassero spesso la dea Sirena per placare l’ira funesta del Vesuvio, particolarmente attivo in quegli anni.

Una sesta  affascinante ipotesi parla del sottosuolo del Teatro San Carlo che si trova su di un tratto di terra all’epoca  molto più vicino al  mare. L’affascinante ipotesi che vede costruire un Teatro sopra il sepolcro di Partenope sembra avvalorata sia per la vicinanza al mare , che per la vicinanza del posto al mondo del canto e rafforzata dalla presenza di una statua che la raffigura proprio sul tetto nell’atto di incoronare due entità alate quali la musica e la poesia . 

 

 

Parthenope divenne lentamente un’ importante citta’ della Magna Grecia , totalmente impregnata della relativa civilta’, cultura, etnia, pur essendo del tutto autonoma sia amministrativamente che politicamente. La citta’ risenti’ infatti fortemente dell’influenza ateniese. Ci furono grandi traffici commerciali tra le due citta’ e questi continui contatti favorirono e portarono grandi vantaggi sia in crescita culturale che civile.

Nei due secoli successivi ,Parthenope , pesantemente minacciata dagli Etruschi e dai Sanniti non ebbe grande sviluppo urbanistico. Ricordiamo infatti che mentre i greci occuparono tutta la costa , gli etruschi occuparono tutta l’entroterra campana avendo in Capua la loro capitale ed estendendosi dietro al Vesuvio fino a Fratte e Pontecagnano ( Salerno ).
Nel 524 a.c., gli Etruschi assalirono Cuma , non riuscendo ad espugnarla ma la loro pressione fu comunque un forte vincolo allo sviluppo di Cuma che comunque perse la roccaforte di Partenope .

CURIOSITA’; Pare , secondo alcuni studiosi  , che la perdita di Partenope  divenuta da piccolo e tranquillo borgo ,una prospera e popolosa città , fece un tantino ingelosire la stessa Cuma , che spaventata dal suo enorme sviluppo non si prodigò più di tanto nel difenderla , preferendo quindi perderla e vederla distrutta .

I Cumani e gli Etruschi ,animati dalle stesse ambizioni di dominio e di crescita per anni furono in guerra e dopo tante battaglie gli Etruschi furono definitivamente battuti in un epico scontro a mare che sancì la definitiva supremazia greca sul territorio campano .Fu una data storica ed importante ( 474 a.C.) poichè i cumani  , alleati con il tiranno di Siracusa Serone , vincendo questa  battaglia contro gli etruschi  ripresero il tranquillo dominio della zona.

Dopo quattro anni dalla vittoria sui rivali i Cumani decisero di espandersi e quindi  edificare una nuova più grande città per avere il pieno controllo di tutto il golfo e dei suoi traffici.

CURIOSITA’: Un’altra leggenda vuole che sia stato il Dio Apollo in persona a consigliare ai Cumani di cercare il sepolcro di Partenope e di erigere una nuova città in suo nome, a seguito di una grande pestilenza che minacciò Cuma e decimò la popolazione.

Fondarono quindi  a poca distanza da quel vecchio  primo impianto a suo tempo perso ,in appena dieci anni , un’altra citta’, nella zona pianeggiante , che fu chiamata Neapolis , ” la città nuova . La piccola Partenope divenne così di conseguenza la città vecchia cioè  Palepolis  ( si ergeva sulla collina di Pizzofalcone ).
Si tratto’ in effetti di una nuova zona urbana , a poca distanza dalla prima costituendo con questa una sola polis ( il cui confine era il fiume Sebeto ).

Neapolis , cioe’ la citta’ nuova fu la sede definitiva di quella colonia greca che quindi partita da Eubea si fermo’ prima a Pithecusa ( Ischia , isola delle scimmie ) e poi a Cuma . Parthenope fu invece poi chiamata Palepoli cioe’ citta’ vecchia .

L’antica Neapolis venne  eretta  come tutte le città greche in base a precise osservazioni astronomiche , definendo un particolare rapporto fra la situazione terrestre e quella cosmica , e riproducendo sul terreno la configurazione del cielo al momento della sua fondazione  ( a dir la verità questa concezione era anche nota anche agli Etruschi che  affermavano di averlo appreso dagli Dei  , i quali a sua volta  lo  trasmisero poi  ai romani ).

Nella volontà  dei  Cumani , quando costruirono  la nuova città  in  essi vi era  il desiderio di costruire una città all’insegna del Sole e quindi al dio Apollo che già veneravano a Cuma dove come abbiamo visto si trovava un Tempio a lui dedicato sull’Agropoli .

I coloni greci di Cuma, intorno al 470 a.C., progettarono l’antica Neapolis con una griglia stradale rigorosamente ortogonale anticipando le regole di Ippodamo. Le tre strade principali sono chiamate decumani e le ventuno strade minori ortogonali sono chiamate cardini. Il decumano superiore è ora via Sapienza, via Pisanelli e via Anticaglia; il decumano principale è via dei Tribunali; il decumano inferiore è Spaccanapoli che punta direttamente sulla collina di Sant’Elmo. Tra i principali cardini ricordiamo via San Gregorio Armeno (noto come la via dei presepi), via del Sole e via Duomo.

Un recente  studio archeoastronomico dimostra che l’orientamento e le proporzioni della griglia stradale dell’antica Neapolis greca,cioè  l’attuale centro storico di Napoli, furono scelte in modo che la città potesse essere riconosciuta come la città di Helios/Apollo (il dio del sole dei greci) e di Partenope.  Lo stesso studio dimostra che la griglia stradale di Neapolis , e quindi lo scorrere delle strade e della vita della città , fu progettata come un microcosmo ispirato dalla cosmologia di Pitagora basato sull’armonia della sezione aurea che metteva il sole divino al centro di un universo armonico di dieci sfere concentriche.  Neapolis fu quindi concepita volutamente nella sua costruzione come la città del sole ed il dio Apollo era una delle divinità il cui culto era maggiormente praticato insieme a quello dei Dioscuri e di Demetra.

CURIOSITA’: Napoli è l’unica città che nel solstizio d’estate e nel solstizio d’inverno raggiunge l’angolatura di 36 gradi: l’angolo aureo, segno del benestare di Apollo, simbolo sacro pitagorico.

L’organizzazione urbana della città e quindi il modo di vivere dei cittadini venne stabilita con una precisa organizzazione religiosa attribuendo ad ognuna delle tre Platee napoletane le tre maggiori divinità corrispondenti appunto al Dio solare Apollo , Demetra ed i Dioscuri . Una tripartizione culturale che come vedremo , intendeva sottolineare l’idea della polarità tra un principio celeste , luminoso e maschile ed un principio femminile , terrestre e notturno .

Ad Apollo fu attribuito la Platea superiore e a Demetra quello inferiore e tutto questo aveva un suo preciso significato e fu il vero motivo per cui  la  costruzione della città , inizialmente essa  venne volutamete costruita secondo una diversa angolatura rispetto a quella consetua . Gli antichi greci cumani ,invece di seguire il corso naturale della costa orientata a 40 gradi , costruirono Neapolis secondo  un’angolatura diversa posizionata fra i 23 ed i 24 gradi .  La città venne costruita orentando il suo polo  superiore verso il dio Sole ed il suo ciclo vitale , mentre la zona più bassa , in prossimità del mare venne dedicata alla dea della terra Demetra che come madre di Persefone si collega anche alle sirene e agli inferi .

Non lontano dal Tempio di Apollo ,  separato dalla solo piccolo vico chiamato Radius , si trovava anche un Tempio dedicato al Dio Nettuno . Esso era sostenuto da alte e grosse colonne di marmo cipollino senza basi e capitello ed occupava con la sua bella facciata parte dell’attuale via tribunali , sorgendo sul  sito dove oggi si trova  il campanile del Vescovado che venne poi fondato sopra una parte delle sue rovine . Dinanzi al pronao , o vestibolo del Tempio , nel luogo dove ora c’è la guglia di San Gennaro, in Piazza Riario Sforza ( un luogo un tempo denominato  appunto ” guglia del vescovado ” ) , si ergeva posto sopra un alto piedistallo  marmoreo , un colossale meraviglioso cavallo imbizzarrito di bronzo considerato come sacro al Dio del mare.

Esso è rimasto in quel luogo , fino al Medioevo, periodo in cui intorno alla sua figura aleggiava una strana leggenda . Si diceva infatti che  fosse stato scolpito dal mago Virgilio ,con una stregoneria e che tale statua avesse il potere di guarire i cavalli malati. . Lì si portavano gli animali malati ornati di ghirlande di fiori e tarallini (simbolo del grano e della fertilità) che, per guarire, dovevano girare tre volte intorno alla statua .
Il colossale cavallo spari’nel 1322 per decisione dell’arcivescovo, il quale mal sopportava tali riti pagani , le credenze e le superstizioni attorno a quella scultura .
La statua poi fu fusa perché tali riti pagani erano invisi alla chiesa. Il corpo, si dice, servì per forgiare le campane del Duomo (  c’è chi racconta che quando suonano, tendendo l’orecchio si sente il nitrito del cavallo di Virgilio ) mentre la testa salvatasi dalle barbarie dei tempi è oggi  esposta nelle sale del Museo Archeologico Nazionale (una copia è nella stazione Museo della Metropolitana di Napoli e un calco di terracotta , si trova nell’ atrio del palazzo di Diomede Carafa, Duca di Maddaloni, ai Decumani .

CURIOSITA’: Il cavallo aveva per i napoletani un grosso significato in termini di orgoglio e liberta’ poiche sessantanove anni prima , in occasione della conquista della città da parte di Corrado IV; questi aveva fatto mettere al cavallo un freno che lo imbrigliava , in segno di dominio sul popolo napoletano.
In tal modo il cavallo divenne simbolo della città di liberta’ e orgoglio .

Il colossale cavallo sfrenato fu come gia detto fuso integralmente, ma una certa corrente, nel corso dei secoli, ha condotto una mistificazione dei fatti, narrando che fosse stata risparmiata la testa, e che essa fosse quella presente nel palazzo Carafa in via San Biagio dei Librai . Ma in verità , Del Corsiero del Sole ( il cavallo di bronzo ) non esiste più alcun pezzo e la testa di proprietà di Diomede Carafa è tutt’altra scultura . Essa è  una testa di cavallo realizzata a Firenze da Donatello .
La Testa di cavallo è  infatto solo la  parte di un monumento equestre che Donatello avrebbe iniziato per Alfonso V d’Aragona, re di Napoli dal 1442 al 1458. Il monarca ambiva ad ottenere un monumento equestre a lui dedicato, simile a quello che Donatello stava concludendo a Padova per il Gattamelata, per collocarlo al centro dell’arco superiore dell’immane portale di ingresso a Castel Nuovo a Napoli, una delle opere più imponenti e ambiziose del primo Rinascimento italiano.
Desideroso da tempo di avere Donatello a Napoli per impegnarlo nella realizzazione del portale di Castel Nuovo, iniziato nel 1453, Alfonso riuscì a raggiungere l’artista grazie all’appoggio del mercante fiorentino Bartolomeo Serragli, agente di tante commissioni ad artisti fiorentini per committenti napoletani e di acquisti sul mercato antiquario per collezionisti di Firenze.
Nel febbraio del 1453 il Serragli inviò un proprio intermediario a Padova per stipulare un accordo con Donatello e pagargli un anticipo per “un cavallo di bronzo ancora da fare”.Nell’autunno del 1456 il Serragli effettuò altri pagamenti all’artista, che doveva aver portato a buon punto la parte superiore del monumento. Motivo ispiratore dell’opera fu probabilmente la Testa di cavallo antica che Donatello aveva visto a Firenze nel giardino di Palazzo Medici.
Di lì a poco però lo scultore dovette abbandonare l’opera bronzea non riuscendo a far fronte alle troppe commissioni, e nel 1457 andò a Siena, per poi tornare a Firenze solo nel 1461. Nel frattempo nel 1458 morirono sia re Alfonso che il Serragli. Il monumento di Donatello per Castel Nuovo rimase incompiuto, anche perchè il successore sul trono di Napoli, Ferrante I, non aveva l’interesse e il denaro per portare avanti i lavori dell’immane portale, ripresi solo nel 1465 e conclusi nel 1471.
Nel 1466 morì anche Donatello e l’opera a quel punto , seppure incompleta , fu inviata a Napoli da Lorenzo de’ Medici nel 1471, proprio nell ’anno in cui fu compiuta la conclusione del portale.
Ferrante d’Aragona, successore di Alfonso, decise di donare la testa , oramai inutilizzabile per l’Arco, a Diomede Carafa, illustre rappresentante della corte aragonese in città.
Quando il palazzo passò dai Carafa al marchese Santangelo, la testa di cavallo del cortile fu trasferita al Museo Nazionale al quale fu donata dai principi di Colubrano che erano sul punto di vendere lo storico Palazzo . Il Santagelo ne fece eseguire una copia in terracotta dipinta, collocandola sul piedistallo originale
Da quel momento la sostituita copia in terracotta ha continuato ad essere per due secoli l’attrazione di quel cortile. Impossibile non affacciarsi almeno una volta a contemplarla. Ma anche la copia col tempo , esposta alle ingiurie del tempo e delle intemperie si è deteriorata e ad evitare il peggio è intervenuto un provvidenziale restauro .

Il grande bellissimo cavallo era condiderato un vero capolavoro capolavoro di arte bronzea e rappresentava il massimo grado di perfezione in cui era giunta l’arte in quei tempi lontanissimi . Esso come vi abbiama accennato era dedicato a Poseidone , il  Dio del mare, dei cavalli e dei terremoti.(  Scuotitore della terra )  .

Figlio di Crono e Rea, venne anche lui come  i suoi fratelli  divorato dal padre, che lo rigurgitò e poi liberato  da Zeus . Egli  originariamente nacque  come un dio-cavallo e  solo in seguito fu assimilato alle divinità acquatiche orientali quando i popoli greci mutarono la loro fonte di sostentamento principale passando dalla coltivazione della terra allo sfruttamento del mare con la pesca e i commerci marittimi.  La leggenda narra infatti che tra gli Olimpi chi dovesse regnare sulle acque fu stabilito con un sorteggio.

CURIOSITA’: Nella successiva divisione dei tre regni, che fu estratta a sorte, tramite un sorteggio , Zeus ebbe il cielo, Ade l’oltretomba, e Poseidone i mari.

Capriccioso e violento, vendicativo e benefico,Poseidone ,  dominava  l’elemento liquido, scatenava  e placava  le burrasche, suscitava  e incatenava  i mostri, faceva sorgere in pieno mare una isola o un arcipelago , far sorgere da un’assolata rupe una fonte d’acqua e  spesso , volendo faceva tremare la terra con il sussulto della sua collera . In suo onore i Greci istituirono i Giochi Istmicisi che si svolgevano in un’area boschiva a sud est dell’istmo di  Corinto e sotto la supervisione dell’omonima città: i giochi comprendevano gare ginniche, di  lotta e ippiche.

La sua reggia arredata di madreperle e  coralli, si trovava tra misteriose grotte verdeazzurro , fiori marini e grandi alghe ,  in fondo al mare . Egli in questo bellissimo luogo  regnava  con la sua sposa Anfitrite, figliola dell’Oceano, a lui fedele dal giorno in cui due delfini la vennero a prendere sulle falde del monte Atlante e la condussero al dio in un carro a foggia di conchiglia.

CURIOSITA’: Quando decide di prendere moglie  , Poseidone corteggiò Anfitrite, una Nereide, che sdegnò le sue proposte e si rifugiò sul monte Atlante. Ma un messaggero del dio del mare, un certo Delfino, perorò la causa di Poseidone con tanta efficacia da indurre Anfitrite al consenso. Subito si fecero i preparativi per le nozze e Poseidone, grato a Delfino, ne immortalò l’immagine tra le stelle del firmamento.

Afrodite  ebbe da Poseidone ben  50 figlie ( le ninfe Oceanin ) che erano immortali.

Tra gli altri suoi amori ( scappatelle ) vi ricordiamo in particolare quello secondo leggenda con Etra . attraverso la quale divenne padre del  celebre eroe Teseo. e quello con Medusa sul pavimento del tempio di Atena che, per vendicarsi dell’affronto, trasformò la Gorgone in un mostro, cioè una donna con serpi al posto dei capelli ( quando fu decapitata da Perseo dal suo collo emersero il cavallo alato Pegaso ed il gigante Crisaore ) .

I suoi amori n realtà, come usava tra gli Dei e dunque all’epoca, furono per la maggior parte stupri.Secondo  un antico mito, una volta Poseidone tentò di insidiare  anche Demetra, che rifiutò i suoi approcci e si trasformò in una giumenta per nascondersi confondendosi tra una mandria di cavalli. Poseidone però la individuò, si trasformò a sua volta in uno stallone e in questo modo riuscì a farla sua: dall’unione nacque Arione, un cavallo dotato della parola.

 

Poseidone era venerato come divinità principale in molte città: ad Atene era considerato secondo soltanto ad Atena, mentre a Corinto e in molte città della Magna Grecia era considerato il protettore della polis.

Ricordiamo che nel lontano anno 447a.C. ,quando Pericle decise di costruire ad Atene il Partenone sull’agropoli , i cittadini erano discordi sulla divinità se dedeicarlo ad  Atena o a  Poseidone.  Pericle indeciso come tutti i cittadini , per meglio  prendere una decisione decise decise di chiedere ai due Dei un dono alla città,.  In tal modo , a colui  o colei che avesse fatto il dono più prezioso sarebbe stato dedicato il tempio. Gli Dei, evidentemente i loro sacerdoti, portarono in dono rispettivamente il cavallo per Poseidone e l’ulivo per Atena.

Pericle . di fronte ai due doni , decise allora di affidare il voto ai cittadini per  la dedica del tempio . Si racconta  che le donne scegliessero Atena e gli uomini Poseidone e che la cosa venisse messa ai voti, perchè all’epoca le donne avevano il voto. Vinsero le donne, si disse, per un solo voto, al che i maschi accettarono Atena ma tolsero il voto alle donne.  Le donne vennero anche obbligate  inoltre a portare il peplo e le vesti lunghe fino ai piedi, visto che prima indossavano il costume corto con una sola spallina che vediamo spesso addosso a Diana cacciatrice( è evidente il passaggio dal matriarcato al patriarcato ).

Poseidone secondo alcuni sudiosi era uno dei custodi dell’Oracolo di Delfi prima che Apollo ne assumesse il controllo,ma nonostante questo egli continuò a cooperare con Apollo . Insieme ad Apollo infatti, secondo la mitologia greca ,  si occuparono della fondazione di nuove colonie dividendosi i compiti .Apollo per mezzo dell’Oracolo autorizzava i coloni a partire e indicava loro dove stabilirsi, mentre Poseidone si prendeva cura dei coloni durante la navigazione verso la nuova patria e procurava le acque lustrali per celebrare i sacrifici propiziatori per la fondazione della nuova città Poichè il Dio cavalcava i mari col suo seguito di tritoni dotati di trombe ricavate da grosse conchiglie, e dal suo seguito di ninfe marine, a lui , insieme al dio Marte , vennero associate nell’antica Roma le corse dei cavalli .

In epoca romana a Roma  agli vennero  dedicati,  forse dallo stesso Romolo, due  tempi, unoche  che si trovava al Circo Flaminio, e unaltro  all’interno del Campo Marzio, costruito il 25 a.c..

Il più grande Tempio oggi  a noi rimasto con un’architettura straordinariamente integra, è però il Tempio di Nettuno di Paestum che fu costruito intorno alla metà del V secolo . Esso conservatosi magnificamente grazie al  secolare stato di abbandono del sito, verificatosi attorno al IX sec. d.C. ed il suo successivamente all’impaludamento ,  viene considerato come l’esempio più perfetto dell’architettura dorica templare in Italia e in Grecia..

Il Tempio sorge su di un basamento a tre gradini su cui si imposta un colonnato di 6×14 colonne doricche   , la cui pianta  composta  di tre ambienti, mostra al suo centro la sede della statua di culto ( la cella di m. 3,30) .

Diviso in tre navate da due file di due ordini sovrapposti di sette colonne doriche ( caratterizzati da un assotigliamento che va dal basso vero l’alto ) ,su cui venivano a poggiare le capriate del tetto.

Il cosidetto Tempio di Nettuno di Pozzuoli è in realtà sinvece solo cio che resta di un grande edificio termale disposto su tre livelli digradanti verso il porto utilizzati fino al IV secolo d.C. e poi abbandonato presumibilmente a causa delle difficolta di mantenere operativo il complesso sistema di approvigionamento idrico e quindi il suo  funzionamento

A Neapolis , invece già come detto , il suo Tempio si trovava pressapoco dove ora sorge piazzetta Riario Sforza , alle spalle della nostro Duomo  .

A far parte dell’area chiama” Palatina ” vi era anche a Neapolis ,  un Tempio di ordine corinzio dedicato ai  Dioscuri , due eroi nati da un uovo considerato nella mitologia greca classica come un simbolo ” cosmico “. Due eroici miti greci costretti , pur di stare  insieme a vivere e a morire ciascuno di loro a giorni alterni .

Il Tempio  fu  fatto erigere da Tiberio Giulio Tarso in onore di Castore e Polluce e  fu  poi perfezionato e  consacrato da Pelagone ,un  liberto e procuratore di Augusto .Esso  sorgeva nella Piazza Augustale , ossia nell’odierna Piazza San Gaetano , in quel luogo  cioè dell’antica città greco-romana Neapoli in cui il  vecchio decumano maggiore si allargava a formare l’ agora’ , il foro del tempo romano, centro della vita cittadina politica , religiosa e commerciale di quei tempi .

Il Tempio  con la sua superba mole ,era considerato in quei tempi uno dei più sontuosi edifici della Napoli antica  innalzandosi  in zona maestoso ed elegante . La sua alta facciata era composta da  sei colonne di fronte e due sui lati che sostenevano un grosso architrave ed un maestoso cornicione con fregio in cui erano scolpite varie iscrizioni in greco , che sorreggevano un frontespizio trilaterale nel cui timpano si trovavano le effigie di Apollo col tripode , Mercurio col caduceo , il Sebeto in figura umana che versava acqua , Cerere ( Demetra ) coronata di spighe e di papaveri con la  cornucopia in mano ( forse per far notare l’abbondanza ) ed infine vari animali tipici della Campania . Del genere chiamato anfiprostilo esastilo era sostenuto da alte colonne accanalate ,coronate da leggiadricapitelli corinzi , conteneva nella sua pianta ,una vasta scalinata ,un vestibolo ,una cella e un doppio portico , ad esso si accedeva da una vasta scala che portava ad un doppio portico .

Due delle antiche colonne che sostenevano il Tempio secondo molti studiosi sono ancora oggi incastrate nel frontespizio del Tempio dei Dioscuri ( oggi Basilica di SanPaolo Maggiore ) nella  porzione dell’architrave dove si ritrovano in basso i dorsi di Castore e Polluce.
Questi mitici gemelli   , sono stati venerati per secoli nella nostra città nell’attuale Piazza , un tempo chiamata Piazza Augustale  ed il loro tempio rimase intatto fino al terremoto del 1688 quando crollò del tutto  lasciando intatte solo due colonne ed il dorso dei Dioscuri .
CURIOSITA’ : Per lungo tempo la piazza dove sorgeva il Tempio dedicato ai due gemelli ,  ebbe il nome di Piazza Augustale o di Mercato vecchio , poiche’ sotto il porticato della piazza vi si trovavano botteghe di commercianti e cittadini provenienti da ogni parte in preda a frenetiche contrattazioni . Il luogo era il vero cuore della vecchia Neapolis , animato e frequentato da greci, romani ,siriani , alessandrini ,egiziani tutti misti tra loro con l’ unico intento di realizzare un buon affare.

 

 

Zeus , secondo la mitologia greca sedusse Leda , moglie di Tindaro , re di Sparta , sotto le sembianze e la forma  di un cigno : una bella rappresentazione di questo congiungimento carnale è presente nel sensuale affresco presente nella camera da letto della famosa Domus di Leda ed il cigno , una antica abitazione  rinvenuta, nella meravigliosa Pompei ,  lungo via del Vesuvio .  Una scena  ‘ad alto tasso di sensualità’  che vuole ricordare come dal doppio amplesso, prima con Giove e poi con Tindaro, nasceranno, fuoriuscendo da uova, i gemelli Castore e Polluce , cioè i Dioscuri.

Castore e Polluce,  detti anche Dioscuri erano infatti ufficialmente due gemelli figli di Leda e del re spartano Tindaro , ma  si narra  secondo pettegolezzi dei miti greci che Leda, la loro madre, li avesse concepiti separatamente, unendosi nella stessa notte prima con Zeus e poi con suo marito : dall’unione con il dio sarebbe nato Polluce, dotato di natura immortale; da quella con Tindaro il mortale Castore ( Zeus da buon seduttore e dongiovanni  si era trasformato in cigno perer sedurre Leda )

 

Leda ritratta in un amplesso con Giove trasformato in cigno nella Domus intitolata 'Leda e il cigno'

 

 

I due gemelli erano inseparabili e sempre uniti nel compiere le loro imprese.: Castore era un grande domatore di cavalli, Polluce era invece un grande pugile  ed entrambi nelle loro discipline risultarano essere i vincitori nelle prime Olimpiadi  greche.

I due eroici miti greci fratelli parteciparono a numerose imprese: aiutarono gli Dei dell’Olimpo contro i Giganti, parteciparono alla spedizione degli Argonauti con la  spedizione per la ricerca del Vello d’oro ed alla caccia contro il cinghiale Calidonio. Durante il viaggio verso la Colchide Polluce inoltre mostrò tutto  il suo valore, sconfiggendo e uccidendo in una sfida di pugilato il violento e tracotante Amico, re dei Bebrici.

 

Il fratello del  re spartano Tindaro, di nome Afareo  era anche lui  padre di due gemelli:  Idas e Linceo . Il destino volle che questi cugini  oltre ad avere in comune il fatto di essere gemelli avevano in comune anche l’amore per  due giovani sacerdotesse di Apollo  figlie di Leucippo, re di Messenia, già promesse in matrimonio a Ida e Linceo. .Castore  e Polluce le rapirono allo scopo di  sposarle ma purtroppo  ignoravano che le ragazze erano già state promesse spose ai cugini gemelli  .Questi ultimi, vistosi sottratte le fanciulle, si misero  all’inseguimento dei Dioscuri e finalmente riuscirono a  raggiungerli  presso la tomba di Afareo. Castore e Polluce, preparandosi alla lotta  si posero in agguato  nascondendosi  nel tronco cavo di una vecchia quercia. Linceo, che aveva il dono di penetrare tutto con gli occhi, li scoprì, e Idas, scagliando la sua lancia attraverso l’albero, uccise Castore. Furente Polluce in un un violentissimo scontro uccise con la sua lancia  Linceo.  A  questo punto il gigantesco Ida divelle la stele tombale di Afareo e la scagliò contro Polluce, stordendolo . Egli era pronto a scagliare la sua lancia  contro Polluce, quando venne folgorato da un fulmine lanciato  da  Zeus, che intervenne per proteggere suo figlio.  Rimasto privo del fratello, Polluce non si rassegna alla solitudine e chiede a Zeus di rinunciare al privilegio dell’immortalità. Zeus accoglie la sua richiesta e concede ai due fratelli di abitare, a turno, un giorno sull’Olimpo e un giorno nella loro tomba a Terapne, nel territorio dell’amata Sparta.

 

Polluce, afflitto da un incommensurabile dolore per la morte del fratello , rimasto solo ,  chiese al padre  Zeus di non separarlo da Castore e di accettare in cambio anche la rinuncia al privilegio dell’immortalità. Zeus accoglie la sua richiesta e concede ai due fratelli di abitare, a turno, un giorno sull’Olimpo e un giorno negli inferi ,nella loro tomba a Terapne, nel territorio dell’amata Sparta.  Zeus, visto il loro profondo legame , gli concede inoltre di vivere per sempre nel cielo, sotto forma della costellazione dei gemelli .

Sorella di Castore e Polluce , figlia di Leda e Re Tindaro era anche la famosa Elena rapita da Paride , con la quale i due gemelli avevano  , in qualità di fratelli maggiori , un particolare rapporto di protezione  : quando la fanciulla, ancora giovanissima, viene rapita da Teseo, essi infatti subito accorsero  a liberarla con un intervento fulmineo ma nulla poterono quando venne invece rapita da Paride per i precedenti problemi accaduti con Idas e Linceo  ed in questo caso poterono solo proteggere la nave che portava la sorella verso Troia, cavalcandole a fianco  a difesa delle onde furiose. Il mito racconta infatti che Poseidone avesse loro affidato il potere di dominare il vento dei mari e per questo motivo erano venerati come protettori  dai marinai  e divinità  sempre pronti a soccorrere coloro che si trovavano in difficoltà in mare . Venivano identificati  con i cosiddetti fuochi di sant’Elmo  come vennero chiamate dai naviganti le manifestazioni di elettricità atmosferica che talvolta di notte apparivano sugli alberi delle navi  o con stelle la cui apparizione annunciava la calma sul mare. Rappresentati come dei   dotati di ali si pensava attraversassero in volo il cielo per accorrere in aiuto delle navi durante le tempeste.

Il loro culto, nacque a Sparta ma   si diffuse rapidamente in tutta la Magna Grecia specialmente perché li si venerava come protettori dei navigatori,  (  la Magna Grecia era appunto una nazione di grandi navigatori )

Vennero venerati anche a Roma dove venivano celebrati nel tempio che si trovava nel Foro Romano, per effetto di una antica leggenda . Questa  narra che i due fratelli comparvero durante la battaglia del Lago Regillo, e aiutarono la vittoria dei romani, mettendo in fuga l’esercito dei Latini. Il risultato della battaglia, inizialmente sfavorevole ai romani ,secondo la leggenda pare sia stato deciso proprio  dall’apparizione dei mitologici Dioscuri, che, sotto forma di due giovani cavalieri di splendore divino, si posero  alla testa delle truppe romane trascinandole alla vittoria. Finita la battaglia, scomparvero per ricomparire sul Foro romano, dove abbeverarono i loro cavalli ed annunciarono la vittoria alla popolazione.

 

Per celebrare questa vittoria Il 15 luglio si svolgeva una  processione verso il tempio, a cavallo, dato che i Dioscuri erano cavalieri ed a Roma erano ricordati e rappresentati  come aurighi o cavalieri in nudità eroica  su di un cavallo con in testa un copricapo ( pileo ) a forma di guscio ( per ricordare che erano nati da un uovo fecondato da un Dio ) e recante con se una lancia .La loro immagine venne  rappresentata per lungo tempo  sul rovescio della principale moneta romana il  denario .

Vengono oggi talvolta considerati anche patroni dell’arte poetica, della danza e della musica.

Nell’antica Napoli il loro tempio si trovava proprio dove ora sorge sulle sue rovine la seicentesca Basilica di S.PAOLO MAGGIORE edificata tra l’VIII ed il IX secolo . Al posto delle statue di Castore e Polluce spiccano oggi le grandi sculture di Pietro e Paolo , propulsori del Cristianesimo nel mondo rappresentando così un altro fantastico luogo in città , sede dei grandi  contrasti    dove l’antico culto pagano , dialoga con la religione di Cristo in una elaborata strana teoria di opposti che coincidono nello stesso posto .

L’ antico Tempio dei Dioscuri è rimasto  intatto fino al terremoto del 1688  che lasciò dopo il suo arrivo intatte  solo due  colonne del tempio pagano e i dorsi dei Dioscuri. Nell’odierna facciata della Basilica , le 2 colonne  scanalate di stile corinzio che oggi vediamo sono infatti  le sole  rimaste delle 8 che  precedentemente sorreggevano il tempio . Pensate che bello doveva essere l’intero colonnato con il timpano sovrastante prima del terribile terremoto . Questo purtroppo oltre a danneggiare seriamente la chiesa  fece crollare le 6 colonne di marmo i cui resti comunque  furono reimpiegati da Domenico Antonio Vaccaro e Francesco Solimena per la decorazione del pavimento e per le paraste della navata centrale dell’attuale  Basilica di San Paolo Maggiore.

 

La Basilica di San Paolo Maggiore fu eretta per celebrare la vittoria sui saraceni , avvenuta nel giorno di S. Paolo . Da Tempio pagano divenne inizialmente Basilica paleocristiana, finche’ nel 1538 fu affidata ai Padri Teatini , ordine fondato da San Gaetano Thiene. (da cui prende appunto il nome la piazza ) . Alle 2 estremità dell’ attuale facciata sotto le statue di San Pietro e di San Paolo , si vedono i dorsi dei Dioscuri che furono trovati , a loro tempo , tra le rovine del tempio pagano.

 

CURIOSITA’ : Per lungo tempo il luogo ebbe il nome di Piazza Augustale o di Mercato vecchio , poiche’ sotto il porticato della piazza vi si trovavano botteghe di commercianti e cittadini provenienti da ogni parte in preda a frenetiche contrattazioni . Il luogo era il vero cuore della vecchia Neapolis , animato e frequentato da greci, romani ,siriani , alessandrini ,egiziani tutti misti tra loro con l’ unico intento di realizzare un buon affare.

Tra la seconda metà del XVI secolo e gli inizi del XVII secolo la chiesa venne restaurata ed ampliata più volte: priva di cupola, oggi, l’ interno vasto e sontuoso ,tipicamente barocco , presenta rivestimenti in marmi policromi e pavimentazione a intarsi marmorei . La pianta è a croce latina suddivisa da tre navate con cappelle laterali .
Qui l’architettura barocca si manifesta in tutto il suo splendore, con i più potenti effetti scenografici delle strutture , dei marmi e delle innumerevoli opere pittoriche di autori del 600 e del 700 napoletano.

 

 

 

La Basilica , risalente alla fine dell’ottavo secolo , si eleva , in posizione scenografica, alla sommità di una seicentesca scalinata a doppia rampa che domina  l’intera piazza San Gaetano , dove forse più che in ogni altro luogo della nostra città si respira il passato di una volta . Tra antiche rovine e storici edifici si raccoglie ogni giorno come anticamente accadeva una enorme folla di persone che con il suo vociare si aggira tra caratteristici  locali  caratterizzati da vecchi sapori . Un luogo  dove confluiscono riti arcaici e memorie di un trascorso ancora presente accerchiato da odori di babà e di sfogliatelle appena sfornate con l’ eco di qualche tamburello e folkloristiche canzoni cantate da un bravo poco conosciuto nuovo artista di strada .

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L’antica Neapolis si sviluppava  intorno ad un quadrato che misurava 2×2 stadi greci (1 stadio è circa 190 m) limitato dai decumani superiore e inferiore e dai cardini di via Atri e via Duomo. Questo quadrato centrale è ruotato rispetto agli assi cardinali di circa un sedicesimo di cerchio e la stella a sedici raggi rappresentava tra i Greci il sole e il dio Apollo. Questo fu anche il disegno della “città ideale” di Vitruvio.

Questo quadrato centrale è diviso in dieci settori dai cardini e definisce un cerchio con raggio uguale a √5 stadi che limita lo spazio della città interna alle mura. Questo cerchio definisce anche un altro cerchio concentrico con raggio uguale a 1+√5 stadi, cioè due volte la sezione aurea, che inscrive un decagono o una stella a dieci punte che, a sua volta, definisce simultaneamente sia lo spazio esterno della città che lo stesso quadrato centrale e la distanza tra i decumani.

Neapolis fu quindi , come vediamo , progettata come un microcosmo ispirato dalla cosmologia di Pitagora basato sull’armonia della sezione aurea che metteva il sole divino al centro di un universo armonico di dieci sfere concentriche.

Immagine relativa al contenuto La Neapolis greca è stata progettata per essere la Città del Sole e di Partenope

 

L’ antica Neapolis greco-romana nella sua architettura urbanistica era quindi  simile ad un grande quadrato ruotato però di rispetto agli assi cardinali di circa un sedicesimo di cerchio  in modo da poter essere contenuto in una stella a dieci punte come il Sole . Essa come vedete è perfettamente contenuta in un’immagine che rappresenta  il Sole e per questo motivo è sempre stata celebrata nei secoli come la ” città del Sole “.

Lo studio archeoastronomico della città ha infatti oggi dimostrato  che l’orientamento e le proporzioni della griglia stradale dell’antica Neapolis greca, cioè l’attuale centro storico , furono scelte in modo che la città potesse essere riconosciuta come la città di Helios/Apollo (il dio del sole dei greci) e di Partenope, l’antenata reale divinizzata e/o la sirena che diede il nome alla città.

CURIOSITA’: Antiche monete  di Neapolis mostrano Partenope, un toro ed una dea alata in posizioni che richiamano il sorgere del sole sopra il Vesuvio durante gli equinozi di autunno quando il sole era nel segno della Vergine che in greco è detto Parthenos da cui deriva il nome Partenope.

La città  era compreso tra le attuali via Foria e Corso Umberto e veniva attraversato da tre grandi strade principali tutte con la medesima precisa larghezza ( 5 mt. e 92 cm.) disposte in maniera parallela da est verso ovest e  tutte rigorosamente  distanti 200 metri una dall’ altra .queste tre strade erano  chiamate decumani ( i decumanus dei romani e plateai dei  greci ) : il maggiore , il superiore e l’inferiore .Essi erano poi  erano intersecati ad angolo retto (disposte da Nord a Sud ) da diverse stradine secondarie e minori dette Cardini ( cardines dei romani e stenopoi dei greci ) che corrispondono ai tanti vicoli del centro storico di oggi.

L’incrocio tra questi assi dava come risultato le insulae, larghe trentacinque metri e lunghe centottantacinque metri  ( antenate degli odierni isolati ).

Il centro nevralgico dei vari incroci era  il “forum”, ossia la piazza principale della città, che oggi corrisponde a piazza San Gaetano.In questo posto si riuniva l’assemblea dei cittadini per discutere le sorti della città ; qui si eleggevano i magistrati , tra i quali alcuni formavano il collegio sacerdotale della Laucerlachia che si occupava di celebrare riti e misteri.

I decumani erano in numero di tre ( forse quattro ) mentre i cardini erano diciotto ed erano tutti uguali nelle loro dimensioni : circa 6 metri per i decumani e 3 per i cardini ( forse anche meno ). Ai lati opposti dei tre decumani vi erano delle porte , in quanto tutta la città era circondata da mura altissime impenetrabili che resistettero persino agli attacchi di Annibale

Il decumano maggiore  ,si trova al centro dei tre decumani  e si estende lungo tutta via tribunali portandosi  da Porta Capuana all’attuale Piazza Bellini dove si trovava la Porta Domini Ursitate che poi si chiamò Porta Donnorso.

Il decumano inferiore iniziava invece da via Forcella dove si trovava la Porta Ercolanese ( chiamata poi Furcillensis ) e proseguiva per via San Biagio dei librai fino  all’angolo di Piazza San Domenico Maggiore deve allora era presente Porta Puteolana ( poi chiamata Cumana ) chiamata poi Porta Reale e successivamente Porta dello Spirito Santo . Possiamo quindi dire che è in realtà  parte dell’attuale Spaccanapoli .

Il decumano superiore (così chiamato solo perchè si trovava più in alto degli altri due) si estende  da Porta Carbonara  chiamata poi S. Sofia che si trovava presso la chiesa dei S.S, Apostoli  fino a Porta Romana nei pressi di Costantinopoli e corrispondeva all’attuale percorso fatto da via S.S. Apostoli , via Anticaglia , via Pisanelli , via Sapienza e Largo Donnaregina .  Attualmente esso prende il nome “Anticaglia” grazie alla presenza di numerosi resti di  costruzioni romane che caratterizzano la zona .In particolare caratterizzano il luogo due archi poco distanti uno dall’altro che cavalcano la stretta via poco dopo il Vico Cinquesanti che rappresentano i resti delle mura  delimitanti l’antico Teatro Romano che qui si trovava.

L’ipotesi di un quarto decumano prevede il susseguirsi di via San Marcellino , via Bartolomeo Capasso , e via arte delle Lana a distanza esattamente uguale a quella degli altri decumani ( 200 metri ). 

Il modo con il quale fu costruita l’ antica Neapolis era lo stesso con cui venivano costruite le varie città romane dove le strade  principali erano ugualmente chiamate ” decumanus “Esse erano costruite ad imitazione degli accampamenti romani ed avevano sempre una porta ad ognuna delle due estremità. Le vie trasversali ai decumani erano chiamate ” cardini “e corrispondono nel nostro centro storico ai nostri stretti vicoli .

CURIOSITA’: Negli accampamenti romani la via principale che attraversava il campo militare da una porta all’altra era chiamata decumanus . La porta principale era chiamata decumana mentre la porta sul lato opposto dove si trovava l’uscita contro il nemico era chiamata porta Pretoria per la vicinanza della tenda del pretore.

Tra i principali cardini via del Sole era uno dei più importanti e non era certo rappresentato da quel piccolo tratto di strada che oggi vediamo mortificato senza alberi tra l’antica caserma dei pompieri , (oggi  un grande edificio vuoto e un enorme portone chiuso, dal quale una volta entravano e uscivano gli automezzi a sirene spiegate ) e l’obrobrio edile  del vecchio Policlinico . Della grande e maestosa , ariosa e alberata grande Via del Sole , oggi è rimasta solo una stretta stradina assolata e senza alberi, che sale dritta verso il decumano superiore . Del famoso l “vicus radii Solis”,( cioè strada del raggio di sole) in onore di Apollo ,  è rimasto purtroppo solo il nome.

L’antica strada, ombreggiata da grandi pini marittimi ,inerpicandosi attraverso campi e orti saliva e conduceva nella parte più alta della città ,dove tra edifici civili , amministrativi e religiosi sorgeva l’ Agropolisi e si trovava  secondo alcuni studiosi , non solo  l’antico Tempio della Fortuna ,  ma dove oggi sorge l’antica chiesa di Sant’ Aniello a Caponapoli , anche l’antico  sepolcro della sirena Partenope .

Da questo luogo , in cima alla Via del Sole , si poteva vedere il mare e il porto con le loro navi panciute da carico all’ancora , la cinta muraria della città e l’immancabile vulcano che incombeva sul golfo .

 

Un ‘altro importante cardine è quello oggi certamente  più famoso di tutti : lo stretto cardine di San Gregorio Armeno , nota come la via dei Pastori ed un tempo luogo dove sorgeva , nello spazio oggi occupato dalla bella chiesa di Santa Patrizia , l’antico Tempio dedicato a Demetra e la casa dove probabilmente venivano formate le sacerdotesse al culto di Cerere.

 

A svelare l’antico culto e tracce dell’importante Tempio sono stati ritrovati in questa zona due incredibili  bassorilievi,  di cui uno posto proprio nela stretta via di San Gregorio , accanto ad una bottega presepiale e l’altro presente invece nell’androne di un vecchio palazzo poco distante da Piazza San Gaetano .

Nella famosa via  San Gregorio Armeno, il bassorilievo , risalente all’incirca al VII secolo a.C. , raffigura una giovane  sacerdotessa  ( canafora ) di Demetra abbigliata con una veste leggerissima  drappeggiata e con un in testa un copricapo a forma di corona : nella mano destra regge una fiaccola ardente mentre nella sinistra cinge una cesta ricolma di oggetti sacri, che porta in processione a Demetra-Cecere . Si tratta , come vedremo di una scena tipica dei famosi Misteri Eleusini legati alla dea ,ovvero riti religiosi misterici di origine greca, praticati nella città di Eleusi e celebrati annualmente nel tempio di Demetra che  ricordavano principalmente il mito di Demetra o Cerere nella ricerca dell’amata figlia Persefone sottratta dal Dio degli Inferi, Ade.

L’altra epigrafe ,  in lingua greca , e risalente stavolta al II secolo D.C. è invece presente poco distante, in un palazzo presente alle spalle di piazza San Gaetano, e racconta la storia di Cominia Plutogenia, sacerdotessa di Cerere appartenente alla magistratura . La lastra , rappresenta una straordinaria testimonianza dell’importanza di cui godeva la donna nella Neapolis greco-romana e dimostra quanto Napoli fosse all’avanguardia per quel che riguarda l’emancipazione della donna già tanti e tanti secoli fa.

Entrambe le raffigurazioni, ci riporta alle Lampadoforie, quelle famose  corse di cui vi abbiamo parlato precedentemente che venivano organizzate in onore di Demetra e Partenope proprio attraverso queste strade.

DEMETRA - bassorilievo

 

Anticamente quindi come possiamo vedere , già nell’antenata Neapolis , dalle nostre parti si dava si dava un’ enorme importanza alla Donna e alla figura femminile in generale, come dimostrano i reperti storici e archeologici rinvenuti nel sottosuolo di Napoli, con templi e riti dedicati alle divinità della fecondità tra cui le maggiori Partenope, Cerere, Diana, custodi di profonde conoscenze legate al concetto di terra-madre.
Così, la chiesa di San Gregorio, si dice sarebbe stata voluta per volere di Sant’Elena mentre il convento fu fondato nel VIII secolo da un gruppo di monache armene fuggite dalla persecuzione con le reliquie del Santo.  Ed è questo luogo che fa da proscenio alle vicende di Santa Patrizia , patrona di Napoli assieme a San Gennaro , fuggita anch’ella dall’Oriente  e che trovo’ ospitalita’ presso l’isolotto di Megaride. Qui sono custodite le spoglie della santa e ogni anno nel giorno di Santa Patrizia (25 agosto ) avviene la liquefazione del suo sangue.

CURIOSITA’: Secondo il folklore popolare, Santa Patrizia è  venerata da tutte le ragazze in cerca di marito.

 

Le feste in onore di Demetra a Neapolis , venivano i celebrate  di notte dalle sacerdotesse napolitane , al chiarore di fiaccole di pino accese e le donne maritate , per tutto il periodo della festa cge durava ben nove giorni , erano obbligate di stare lontano dai loro mariti.

CURIOSITA’: I due leoni rappresentano i personaggi mitologici di Melanione e Atalanta  , trasformati in leoni da Zeus   e condannati a trascinare il carro della dea come punizione per aver profanato un tempio di quest’ultima.

Il suo compagno Attis è un misterioso personaggio che la mitologia si è sbizzarita nel conferirgli molteplici origini . Egli secondo numerose antiche  narrazioni era il consorte giovanile di Demetra e come una divinità frigia. suo culto come divinità veniva spesso associato a quello di Cibele ( quando è visualizzata con Cibele, è sempre il, dio minore minore, o forse il suo sacerdotale addetto ). In epoca  imperiale , il ruolo di Attis ,  la cui morte e resurrezione simboleggiava il ciclo vegetativo della primavera, si accentuò gradualmente, dando al culto una connotazione misterica ed esoterica . ( il suo culto venne proclamato ufficiale dell’Impero Romano nel  160 d.C.)

CURIOSITA : In Frigia, “Attis” era sia un nome comune e sacerdotale.

Una leggenda narra che Zeus   fosse innamorato di Cibele e cercasse  invano di unirsi alla dea. In una notte di incubi angosciosi, mentre Zeus la sognava ardentemente, ebbe una eiaculazione notturna ed il suo seme schizzò su una pietra generando l’ermafrodite Agdistis . Questi era malvagio e violento e con continue prepotenze oltraggiò tutti gli dei.  Dionisio , perciò, giunto all’esasperazione, volle vendicarsi e architettò ai suoi danni uno scherzo atroce: gli portò in dono del vino e lo accompagnò a bere in cima a un grande albero di  melograno, finché Agdistis si addormentò ubriaco in bilico su un ramo. Con una cordicella Dioniso gli legò i genitali al ramo e, sceso in terra, scosse l’albero con tutta la sua forza. Nel brusco risveglio il malcapitato precipitò, strappandosi di netto i genitali: così Agdistis morì dissanguato, mentre il suo sangue bagnava il melograno e lo faceva rifiorire rigoglioso e carico di succosi frutti.

La ninfa  del Sangario  , il fiume che scorreva nelle vicinanze, sfiorò con la sua pelle uno di quei frutti e rimase incinta di un dio: fu così generato Attis il bello, il grande amore di Cibele. Costei suonava la lira  in onore di Attis e lo teneva perennemente occupato in voluttuosi amplessi.  Cibele innamoratasi di questo pastore frigio ,  lo mise a custodia del suo tempio, a patto che egli si conservasse puro, ma egli mancò la promessa e ingrato e irriconoscente, volle abbandonare quelle gioie e fuggì per vagare sulla terra alla ricerca di un’altra donna. Cibele sapeva bene che nessuna infedeltà di Attis sarebbe potuta sfuggire alla sua vista onnipotente e lo sorvegliava dall’alto sul suo carro trainato da leoni. Colse così Attis mentre giaceva spensieratamente con una donna terrena, convinto che le fronde di un alto pino fossero sufficienti a nascondere il suo tradimento. Vistosi scoperto, Attis fu assalito da un rimorso tormentoso e implacabile, e per punirsi si mutilò con un sasso tagliente. La dea lo tramutò in pino, che è l’albero sacro a Cibele. Nei misteri Eleusini si celebravano la vita e i dolori di questo giovane pastore. I Sacerdoti di Cibele trovano Attis alla base di un albero di pino; muore e lo seppelliscono, evirando se stessi , e lo celebrano nei loro riti alla dea.

CURIOSITA’: Atiis viene considerato il fondatore di Galli sacerdozio di Cibele,   ed i sacerdoti eunuchi di Cibele che si mutilavano , non erano altri che i successori quindi di Attis .

Altre versioni del mito vogliono che Attis fosse direttamente figlio (oltre che amante) di Cibele, mentre la ninfa  Sangaride  fosse una sua amata durante il viaggio sulla terra. Durante il banchetto nuziale di Attis con la figlia del re di Pessinunte  , l’ermafrodito Agdistis si sarebbe innamorato del giovane e – non essendo corrisposto – per vendetta lo fece impazzire, facendolo fuggire sui monti, dove si uccise evirandosi o gettandosi da una rupe. Ulteriori varianti dicono che Attis sia poi resuscitato, o che fu salvato da Cibele che lo afferrò per i capelli e poi lo trasformò in un pino non appena toccò il terreno. La versione più conosciuta è comunque quella che vuole che Cibele abbia ottenuto solamente l’incorruttibilità del corpo di Attis.

Le due divinità sono sovente raffigurate insieme sul carro divino trainato da leoni in un corteo trionfale . Nelle  cerimonie funebri che si tenevano in suo  onore insieme a Demetra ,  nell’eqinozio di primavera , i sacerdoti della dea, i  Coribanti , suonando  tamburi e cantando  in una sorta di estasi orgiastica, sotto l’effetto dell’ oppio derivato dal papavero  ( fiore sacro a Demetra ) , nel corso della cerimonia  alcuni di loro arrivavano addirittura ad evirarsi con pietre appuntite. Catullo descrive i coribanti come eunuchi  che vestivano da donna.

CURIOSITA’: Virgilio riferisce che nei pressi di Avellino  , nei luoghi in cui oggi sorge il  santuario di Montevergine  si trovava un tempio dedicato alla dea. A tal proposito è interessante notare che ancora oggi Montevergine è un luogo di culto per persone omosessuali e transessuali, che ogni anno, in occasione della  Candelora , si recano al santuario per accendere una candela in omaggio all’icona bizantina della Madonna che vi è conservata.

Nel calendario romano le celebrazioni di Cibele avvenivano nel mese di marzo , fra le Idi, l’Equinozio di primavera ed i giorni immediatamente successivi ed appare subito evidente leggere in essi un’ allusione simbolica alla vicenda delle stagioni, al fiorire della primavera, alla fecondità della terra e tutta la  concezione che l’uomo antico aveva della natura ; la natura era espressione sensibile del sovrasensibile, manifestazione del sacro, vissuto come Trascendenza immanente, come una sacralità che si cala nel mondo della manifestazione e nella stessa quotidianità dell’uomo.

La sequenza liturgica partiva dall’ingresso del giunco (Canna intrat) il 15 marzo, che simboleggiava la nascita di Attis, passando poi all’ingresso dell’albero (Arbor intrat) il 22 marzo, del pino consacrato che simboleggiava Attis defunto. Il pino veniva portato in processione al tempio di Cibele sul Palatino dove veniva esposto alla venerazione dei fedeli, come una salma prima della sepoltura. Intorno al pino-Attis risuonavano le lamentazioni funebri, che riattualizzavano l’evento mitico della morte del dio.

N.B. il 15 marzo (Idi) , Canna intrat ,  segna la nascita di Attis e la sua esposizione nei canneti lungo il fiume frigio Sangarius , dove è stato  poi scoperto  da Cibele .  La canna è stato raccolto e portato dai cannophores .

Il compianto funebre raggiungeva il parossismo il 24 marzo, giorno della sepoltura del pino e celebrazione del Sangue; i Galli si flagellavano a sangue le braccia, si percuotevano il petto; il sangue offerto alla Dea, l’offerta sacrificale del principio vitale che esso rappresentava era un atto di fecondità, interiore ed esteriore. Sul piano interiore, offrire il sangue voleva dire compiere un dono alla dea per riceverne protezione, ossia per riarmonizzarsi col Principio femminile, visto come principio tellurico-materno. Sotto l’aspetto esteriore, era un atto inteso a propiziare la fecondità della natura ( le scene riportano alla mentevenivano alla mente le scene dei “battenti” di Guardia Sanframondi o la emotività e la frenesia dei fedeli della Madonna dell’Arco nelle adiacenze di Napoli ).

Seguiva poi la sepoltura del pino-Attis, la veglia funebre notturna con relative lamentazioni rituali, cui subentrava poi l’annuncio del sacerdote “Confidate, o iniziati, nel dio che si è salvato, poiché anche a voi ne verrà la salvezza dai dolori ”. Era l’annuncio della resurrezione del dio che preludeva alla festa Hilaria del 25 marzo, giorno della letizia che, secondo l’astronomia antica, era il primo giorno più lungo della notte, quindi giorno e festa della luce, del sole e della primavera. Durante la festa Hilaria, si svolgeva una solenne, fastosa e rumorosa processione in cui la statua della Madre era portata su una quadriga avendo al fianco Attis, di cui si esaltava il matrimonio sacro con Cibele.

N.B. IL 22 marzo: Arbor intrat ( “L’Albero entra”), era il giorno che  commemorava  la morte di Attis sotto un pino. Era un periodo di tre giorni di lutto in cui i   I dendrophores ( “albero portatori”) tagliavano  un albero, che rappresentava  l’immagine di Attis, e lo portavano  al tempio con lamenti.

Alla Letizia seguiva il Riposo (Requietio) ,  il momento del raccoglimento, del silenzio interiore ed esteriore, quello in cui si interiorizza il senso di tutta la esperienza religiosa precedente, con la sua vicenda di morte e rinascita; è il giorno in cui si personalizza il senso del rinnovamento, si assimila tutta la valenza del ciclo di Attis in tutte le sue sfumature.

Il ciclo di Attis terminava poi col giorno della Lavatio, la purificazione della statua della Dea – che recava nel capo la pietra nera, simbolo  universale, presente in tante tradizioni, con significati di stabilità spirituale e di centralità metafisica – e coi Ludi sacri nel Circo il 28 marzo.

I Cannophori partecipavano alla processione del 15 marzo (Canna intrat) e venivano reclutati negli strati popolari senza distinzione di sesso né di età; essi avevano lo stesso modello statutario ed organizzativo degli altri collegia cultorum che gremivano l’Impero, con un luogo di sepoltura per i confratelli (come accade ancor oggi per le Arciconfraternite cattoliche) ed un luogo di riunione per il culto. La loro funzione è verosimilmente connessa all’aspetto pubblico, exoterico del culto.

Dendrophori partecipavano ufficialmente al rituale del 22 marzo (Arbor intrat) e venivano reclutati fra persone facoltose, soprattutto fra i commercianti di legname; le loro associazioni sono attestate dalle iscrizioni soprattutto nei centri marittimi e commerciali dell’Impero. La loro funzione era quella di garantire un adeguato supporto economico per la continuità del culto e si colloca comunque nel profilo esterno, exoterico, del culto stesso.

 

Demetra era una Divinità che possiamo considerare triforme  nei suoi aspetti : il primo aspetto era quello di madre  furiosa per la perdita della figlia, il secondo era quello benevola  e amorevole per la figlia ritrovata ed infine il  terzo era quello sotterraneo di Dea lunare dei morti ,considerato indispensabile nell’iniziazione ai Sacri Misteri.

Nella mitologia greca fu talvolta identificata e confusa con Rea , la madre degli dei , e  moglie di Crono   venerata come Madre Terra; ma mentre Gea rappresentava l’elemento primordiale e la potenza generatrice, Demetra  invece era solo la divinità della terra coltivata, la Dea del grano, della fertilità e dei raccolti.  La  dea per eccellenza, una specie di essere supremo femminile, una dea sovrana,di cui i suoi subordinati erano un dio-Cielo (detto talvolta Papas, Padre), un mitico essere semidivino, denominato Attis  e una schiera di spiriti-demoni (Coribanti).

Con il dono dell’agricoltura, fondamento di civiltà, Demetra dette agli uomini il vivere civile e le leggi . Ella donò  infatti  al genere umano la conoscenza delle tecniche agricole: la semina, l’aratura, e la mietitura e per questo motivo era particolarmente venerata dagli abitanti delle zone rurali, in parte perché beneficavano direttamente della sua assistenza, in parte perché nelle campagne c’è una maggiore tendenza a mantenere in vita le antiche tradizioni, e Demetra aveva un ruolo centrale nella religiosità Greca delle epoche pre-classiche. Esclusivamente in relazione al suo culto sono state trovate offerte votive, come porcellini di creta .   Il suo nome era noto anche come Ceres, Cereris, o anche Kerria, in lingua osco. “Ker”, radice indoeuropea, significherebbe ‘colei che fa crescere’.

Per i greci era anche la Dea dei papaveri ( nelle mani reggeva fasci di grano e papaveri ) che portò con se da Creta nei misteri Eleusini dove pare si facesse uso di oppio con questo fiore.

Le notizie sul suo culto  riguardano pratiche orgiastiche (processioni e danze al suono di strumenti a fiato e a percussione) eseguite, pare, a scopi guaritori da operatori sacrali detti anch’essi coribanti e da sacerdoti eunuchi (galli), che diventavano tali autoevirandosi durante la festa della dea a Pessinunte.

 

Il suo culto apparve in Italia per primo in Sicilia nella piana di Lentini dove nacque , grazie alla sua fertile terra , il cosidetto grano selvatico . i  Siciliani  infatti , secondo la leggenda mitologica , furono i primi abitanti ,che  nel suo vagare prestarono  aiuto a  Demetra nel  cercare la figlia rapita . Essi , per prestare  aiuto a Demetra , accesero le fiaccole dai crateri dell’Etna, e lei in cambio donò ai siciliani , il frutto del grano . Gli abitanti della Sicilia, avendo ricevuto per primi la scoperta del grano , consacrarono l’intera isola a Cerere e Proserpina e fecero proprio il mito delle due dee  istitutuendo  in onore di ciascuna delle due Dee, sacrifici e feste . Al suo sacrario che si trovava nella parte più interna dell’isola , si trovava un’antichissima statua di Cerere, che le persone di sesso maschile non solo non conoscevano nel suo aspetto fisico, ma di cui ignoravano persino l’esistenza. Infatti a quel sacrario gli uomini non potevano accedere.

Nell’isola divenne idea comune che sia Cerere che Proserpina erano nate in quei luoghi e che il famoso rapimento da parte di Ade , fosse avvenuto in un bosco degli Ennesi . Il rapimento di Proserpina viene con precisione consumato nello scenario dei monti Erei , una zona preferita dalle ninfe e caratterizzati da abbondanti  sorgenti e ruscelli  . Furono fissarono  il ritorno di  Proserpina sulla terra nel momento in cui il frutto del grano si trova ad essere perfettamente maturo.e  scelsero per il sacrificio in onore di Demetra il periodo in cui si incomincia a seminare il grano.

In Sicilia , a Palagonia , ancora oggi resiste una versione  dei riti pagani in onore della dea Cibele . Essi si possono  può contemplare nel rito de “‘A Spaccata ‘o pignu” (La spaccata del pino) che si svolgono alla  vigilia della festa di  Santa Febronia  (il 24 giugno): sull’altare maggiore della Chiesa Madre troneggia una grande pigna che schiudendosi svela al suo interno l’immagine della Martire, che viene incoronata e assisa in cielo dagli angeli tra scene di giubilo e grida entusiastiche dei fedeli presenti. La pigna in questo caso simboleggia il corpo mortale che libera l’anima della vergine Febronia al compimento dei vari supplizi patiti per essere consegnata all’eternità.

Dalla Sicilia, il culto si propagò a Roma nel V secolo a.C .,popolare soprattutto fra i plebei, dove alle due dee corrispondevano Cerere e Proserpina (  la parola “cereali” deriva dal suo nome) . Nella mitologia latina è identificata con Cerere, dea della vegetazione e delle biade il cui culto veniva festeggiato nelle feste cosiddette “cerialia” dove venivano sacrificate delle scrofe, a lei sacre e si offrivano le primizie dei campi.

CURIOSITA’: Demetra , Dopo il ratto di Kore ,si recò in molti luoghi della terra abitata e beneficò gli uomini che le offrirono la migliore ospitalità, dando loro in cambio il frutto del grano. Essa fu molto venerata  presso i greci ,  sopratutto molto  dal popolo ateniese che  la onorò con famosissimi sacrifici e con i misteri eleusini, i quali, superiori per antichità e sacralità, divennero famosi presso tutti gli uomini…

Gli Ateniesi , come i napoletani , accolsero la Dea con grandi onori , ed anche   a  loro dopo i Siciliani ,  Demetra donò il frutto del grano,.

 

 

Il Tempio di Demetra si trovava nella nostra città al posto dell’antico monastero di San Gregorio . Essa era celebrata ogni 19 aprile (altre fonti attestano il 12 aprile) , con riti e sacrifici nelle famose “Cerealia” , cioe delle feste  che avevano la funzione di proteggere la crescita delle messi nonché assicurare un abbondante raccolto grazie  allo splendore del sole. Durante questo tempo venivano sacrificati buoi e i maiali, ed offerti frutta e miele. Si compivano anche sacrifici per purificare la casa da un lutto familiare (quando si verificava un lutto in famiglia, c’era l’usanza di sacrificare una scrofa a Demetra per purificare la casa ).

Il collegamento tra Cerere e un buon raccolto.era dovuto al fatto che lei era la dea che aveva  insegnato agli uomini la coltivazione dei campi e per questo veniva solitamente rappresentata come una matrona severa e maestosa, tuttavia bella e affabile, con una corona di spighe sul capo, una fiaccola in una mano e un canestro ricolmo di grano e di frutta nell’altra.
Ma la dea della crescita doveva presiedere anche alla sua inevitabile fine. Così Cerere, una dea del munifico agosto, mese in cui le donne celebravano dei riti segreti in suo onore era anche a dea della morte delle piante che le rende commestibili e della morte degli essere umani che li fa ritornare alla Mater Tellus, la terra.

CURIOSITA’ : La Dea era legata anche al mondo dei morti attraverso il Caereris mundus, una fossa che a Roma veniva aperta soltanto in tre giorni particolari, il 24 agosto, il 5 ottobre e l’8 novembre .Questi giorni erano i Dies religiosi, vale a dire che ogni attività pubblica veniva sospesa perché l’apertura della fossa metteva idealmente in comunicazione il mondo dei vivi con quello sotterraneo dei morti. In questi quei giorni non si attaccava battaglia con il nemico, non si arruolava l’esercito e non si tenevano i comizi. L’apertura del mundus era un momento delicato e pericoloso, non tanto per paura che i morti invadessero il mondo dei vivi ma al contrario perché, secondo Macrobio, il mundus avrebbe attratto i vivi nel mondo dei morti, specialmente in occasione di scontri e battaglie.

 

 

Le feste in onore di Demetra , denominate  Thesmoforia , in cui si svolgevano sacrifici ed anche un banchetto , erano feste a cui partecipavano solo  donne e le riunioni notturne avvenivano in un sacro recinto (temenos) vicino a un boschetto. Le partecipanti erano sia donne maritate che nubili , spose e madri, mentre le fanciulle erano escluse dagli “orgia”che questa volta non significava  un’ammucchiata sessuale.  L’orgia  in questo caso infatti , era solo  un abbandono e un’estasi, un rito di invasamento, simile ai riti vodoo, facilitati forse da allucinogeni o bevande alcoliche .La vittima ordinaria sacrificata a Demetra era una scrofa gravida . Al sacruario di Demetra le persone di sesso maschile  non potevano accedere.

Gli antichi greci nella fondazione di Partenope prima e Neapolis dopo , portarono con loro l’antico e amato  culto di Demetra e sua figlia Proserpina (chiamata anche  Core o Persefone )  insieme ai suoi misteri  in cui come vedremo sono coinvolte anche le sirene . Pare infatti che le Sirene siano  state un tempo ancelle e compagne della bella Persefone, scelte da Demetra con il compito   di proteggere la figlia poi rapita da Plutone.
Demetra  disperata per la scomparsa della figlia, e furibonda per il fallimento delle sue compagne,  le punì dapprima trasformando in esseri dal corpo di uccello e dalla testa di donna e successivamente in esseri umani  con la coda di pesce affinchè potessero cercare l’adorata figlia anche negli abissi più profondi del golfo .

 

Pare infatti che le Sirene siano  state un tempo ancelle e compagne della bella Persefone, scelte da Demetra con il compito   di proteggere la figlia poi rapita da Plutone.
Demetra  disperata per la scomparsa della figlia, e furibonda per il fallimento delle sue compagne,  le punì trasformando in esseri dal corpo di uccello e dalla testa di donna.
( le Sirene della mitologia greca,  con la coda di pesce giunsero nell’iconografia popolare in un secondo momento ).

 

 

 

 

Proserpina figlia di Demetra ( Cerere) , apportatrice di vita e di Zeus era una dolce e bellissima fanciula ( Core significa fanciulla ).  Un giorno mentre si intratteneva  felice sulle sponde del lago di Pergusa ( Sicilia )  a giocare  con le Ninfe e cogliere papaveri con i quali ornava i suoi lunghi capelli ,  fu notata da Ade che di tanto in tanto girovagava nel regno dei vivi. Egli si innamorò subito della bella fanciulla e approfittando della momentanea assenza delle ninfe che dovevano sorvegliare su di lei, decise di rapirla per sposarla.
Improvvisamente quindi la terra si apri’ sotto i piedi  di Persefone ed Ade, venuto fuori dalla terra su un cocchio tirato da 4 cavalli , la rapì e la condusse  con se nel suo mondo deglii abissi.

Cerere la aspettava nel suo palazzo d’oro e non vedendola tornare cominciò a cercarla nei boschi, nei campi, in ogni foresta, chiamandola sempre più disperatamente. Per quanto la chiamasse, Proserpina, dal profondo degli Inferi, non la sentiva e piangeva. Pianse finchè il Sole, che aveva assistito al rapimento, decise di rivelarle l’accaduto: “Invano cerchi tua figlia, Cerere, perchè è stata rapita dal dio Plutone, che ha deciso di farne la regina degli Inferi.” Cerere corse da Giove, per supplicare lui e gli altri dei di aiutarla a liberare Proserpina. Ma nessuno era disposto a darle aiuto. Disperata, lasciò l’Olimpo e prese a peregrinare tra i campi, poiché non si rassegnava. Le sue lacrime non cessavano di scendere e appena toccavano il terreno, seccavano gli alberi e tutta la vegetazione. Gli uomini, privati dei frutti della terra, cominciarono a soffrire la fame.

Niente più germogliava, e gli animali morivano perché non c’era più vegetazione. Alla fine Giove ebbe pietà degli uomini e inviò Mercurio, il messaggero degli Dei, all’inferno, con l’ordine di lasciare libera Proserpina e restituirla a sua madre. Mercurio, indossati i calzari magici che gli permettevano di volare, si recò da Plutone e gli comunicò il messaggio di Giove. “La volontà di Giove verrà rispettata”, gli rispose Plutone.” Lascerò libera Proserpina perché ritorni da sua madre.” Chiamata la fanciulla, le disse che era libera di andarsene, ma le diede da mangiare alcuni chicchi di una melagrana magica: chi la assaggiava era preso dalla nostalgia di tornare. Proserpina lasciò l’oscurità degli Inferi per risalire alla luce del sole. Cerere le corse incontro per riabbracciarla e improvvisamente la terra ridivenne verde, fiori e gemme spuntarono dappertutto e animali e uomini poterono di nuovo sfamarsi e vivere felici. Passarono alcuni mesi. Un giorno Proserpina, colta da nostalgia disse alla madre: ” Sto bene qui con te, ma qualcosa mi spinge a ritornare agli Inferi, dove mio marito mi aspetta.”

Cerere capì che Plutone le aveva fatto assaggiare la melagrana magica. Per quanto tentasse di convincerla a rimanere non potette trattenerla. Proserpina tornò da Plutone e rimase con lui alcuni mesi. Durante questo periodo, gli alberi persero le loro foglie e i loro frutti, la neve ricoprì la terra e i venti del Nord presero a soffiare, portando il gelo e le tempeste. Quando, dopo alcuni mesi, Proserpina tornò dalla madre, la terra ridivenne verde, e si coprì di fiori e foglie. “Proserpina”, stabilì Giove, “passerà parte dell’anno con Cerere, sua madre, e parte con suo marito, Plutone. Così tutti saranno soddisfatti”. Ecco spiegata l’origine delle stagioni: quando Proserpina scende agli Inferi, la terra è in lutto; e questo alternarsi, nella tradizione antica, non avrebbe mai dovuto avere fine.

 

 

Quando Demetra qualche tempo prima ,si accorse della scomparsa della figlia , ella  disperata  incominciò a cercarla  ovunque.  Affranta da dolore vagò sui monti e corse sulla terra in cerca della figlia perduta.  Alla sua vista colma di dolore ,  le fierefuggivano  e le ninfe si coprivano il volto. Corse per lungo tempo  a piedi nudi senza un grido, gli occhi sbarrati e la bocca muta dal dolore. I rovi strappavano i bordi della tunica ornata, ed  i nastri cadevano al suolo come fiori appassiti.

Tutta la terra , al suo dolore aveva un fremito . Nell’aria si sentiva un pianto infinito , ed un grido disperato : “Persefoneeeee!!!”

La Dea piangeva e gridava, e malediceva il ruscello, e i monti, e il bosco, e i campi coltivati, perché tutti interrogava e nessuno sapeva  dire dov’e si trovava sua figlia Persefone. 

Demetra a quel punto maledice il mondo ,e per sfogare il suo dolore, impedisce alla terra di dare frutti e tutti gli uomini e gli animali rischiano di perire. le piante non danno più frutti, e gli animali non sgravano più, e  scappano nelle loro tane .Gli uomini non si accoppiano più ed i grembi delle donne sono sterili , le madri non hanno più latte. Gli uccelli non cantano più , il cielo è muto, il tempo sospeso. 

L’universo intero piange con lei, ma nessun  Dio mostra di aiutarla , neanche lo stesso Zues  preso  e sopraffatto come sempre dalle numerose  beghe sul dominio degli uomini. e  ssi sono sordi da sempre  al dolore  e fingono di non vedere, perché nel dorato Olimpo, così alto nelle nubi perché non giunga il lamento e la sofferenza degli uomini,
nulla deve turbare la pace. Gli Dei non sopporterebbero un dolore così grande.   Nessuno può quindi aiutare Demetra, se non Demetra stessa.

Riprende quindi a corsa, scende negli orridi e nei crepacci, sale sulle vette innevate, passa nei villaggi come un tuono e gli uomini si chiudono in casa. Ricorda quando pettinava i riccioli biondi della “piccola Dea”, intrecciandoli di fiori profumati, quando correva nel bosco tenendo stretta la piccola mano, o curava con foglie e baci le piccole ferite alle ginocchia, e la faceva cavalcare sulle giumente mansuete, o rotolava con lei tra i campi fioriti del foraggio e le messi mature.

 

 

 

 

Persefone intanto , con  il candido volto  solcato di lacrime, ed il cuore colmo di terrore fino a poco tempo prima vezzeggiata dalla più amorosa delle madri, si ritrova prigioniera  scaraventata in un buio senza fine, denso d’ombre vaganti, demoni ghignanti, e mostri coperti di sangue. Un regno dominato da un dio oscuro e terribile, che odia vita e gioia: una belva assetata che si nutre della sofferenza e del terrore degli altri.

Essa terrorizzata non riesce ad darsi una ragione del perchè  “proprio a lei” sia  successa questa cosa orribile . Tutto gli sembra un incubo senza risveglio, ha freddo e fame, ma non vuole vesti né cibo, perché ogni cosa, nelle tenebre là sotto, sa di dolore, morte e malvagità. Tutto è contaminato. Il Dio oscuro è nebbioso nelle forme, eppure orrido, perché “la piccola Dea” intravede un lucore di squame, un’ombra di corna, a volte invece il pelo irto e ispido, o la coda puntuta, e sempre un lezzo di putredine e marcio. Le offre ghignando ogni cosa: vesti, cibo, gioielli, e ogni volta lo respinge, col terrore che la violenti sadicamente, in un orrore senza fine. In cuor suo invoca il nome della madre, ma Ade, (, che sa ogni cosa, le ripete che alla Dea, come a tutti, mortali e immortali, è interdetto il mondo degli Inferi.

– E se anche le dessi il consenso, – aggiunge con voce di ghiaccio – ella non lascerebbe mai il suo comodo mondo per cercarti nell’Ade. Ora hai solo me. –
Persefone non risponde, perché ha troppa paura, ma è certa, divinamente certa, che sua madre per lei affronterebbe ogni cosa, perché le è più cara di se stessa. Questo le impedisce d’impazzire, un filo di speranza, anche se non sa come sua madre potrebbe trarla da lì, in quel mondo senza uscita, e con un dio così potente che neppure gli dei uniti oserebbero sfidare.

Persefone non ce la fa più in quella fredda grotta e s’arrischia a vagare, tra ombre che strisciano sui muri e aliti ansimanti. Continua ad andare, nella speranza d’un po’ di pace, d’un luogo ove posare il capo: vorrebbe solo dormire e dimenticare quell’incubo. Vaga a lungo e non sa quanto, perché nel regno c’è un’eterna notte senza luna. E’ sempre più pallida ed essa stessa appare come un’ombra. Spera non veder più l’orrido Dio, e per fortuna non le appare. Sempre più affamata e gelida la vaga per i meandri dell’Ade e si perde, ma che senso ha perdersi in un luogo che è già perduto alla luce degli Dei e degli uomini?

Dopo immense caverne e corridoi, anse e cunicoli cechi, scale che scendono su precipizi o salgono contro rocce sbarrate, ponti sospesi nel vuoto e ripidi corridoi, trova uno spazio più aperto, dietro un cancello. I capelli hanno perso lucentezza, i teneri piedi piagati, la gola arida e secca, e dischiude il cancello. Nell’aria caliginosa vede un campo con strani alberi, d’un pallido verde grigiastro, poggia i piedi sull’erba e prova un refrigerio. Un uomo curvo dissoda la terra con la pala. S’avvicina, e lui si dichiara il giardiniere dell’Ade.

– Com’è possibile senza sole? – mormora la “piccola Dea  allo stremo delle forze, il contadino non risponde ma va all’albero più vicino, stacca un frutto lo apre e glielo porge.

– Vuoi avvelenarmi? – chiede in un sospiro, e l’altro dice che chi è dedito alla terra non può desiderare il male. Persefone annuisce, anche sua madre ama la terra, e il suo cuore è pieno d’amore per tutte le creature. Allunga la tenera mano e accetta il frutto che brilla di semi di granato. Lo porta alle labbra e assaggiò unun seme di qual melagrana magico che  come vedremo la obbligherà poi a restare negli inferi divenendone la regina.

 

Cerere , continuava intanto imperterrita a cercarla  in terra .Per nove giorni , durante i quali non gustò l’ambrosia, il nettare degli dei,  la cercò in maniera disperata . Senza mai arrendersi  continuava a girovagare per le numerose città del mondo , dove in cambio dellla  migliore ospitalità, concedeva ad ognuna di loro il prezioso  frutto del grano. Continuò a girovagare finchè non approdò in una città chiamata Eleusi .

In questo luogo , pur di raccogliere eventuali  notizie intorno alla scomparsa della figlia , assunse  sembianze umane si diresse  , come faceva in ogni altro luogo , verso l’edificio dove era custosito il focolare della cittadina , perchè era questo il luogo dove normalmente andavano i forestieri quando volevano chiedere aiuto agli abitanti .

Nella piazza , in quel luogo , si era intanto raccolta una piccola folla , intorno alla regina del posto Metanira , che con la sua famiglia protetta dalle  guardie , stave festeggiando la nascita del suo ultimo figlio Demofoonte , celebrando una preghiera proprio a Demetra . Dopo aver pregato la Dea , la regina , avendola  notata come forestiera , nonostante il suo aspetto da malvestita vecchia mendicante , con garbate gentilezza le offrì ospitalità  presso la sua dimora reale . Scoperto che le avevano rapito sua figlia , addirittura si offrì di aiutarla inviando uomini ai quattro punti cardinali della terra .

Demetra , mentre il primo  figlio della regina si occupava di cercare sua figlia , per ricambiare la gentilezza si offrì di fare la balia al piccolo neonato e regalare a quest’ultimo il dono dell’immortalità . Per fare tutto questo , dopo aver cosparso il corpo  del piccolo  con l’ambrosia ,  pose il piccolo durante l’intera notte sul fuoco “come un tizzone” (allusione simbolica alla potenza purificatrice del fuoco e ad un probabile rito di iniziazione che si svolgeva in presenza di un fuoco rituale) in  maniera tale che le fiamme potessero bruciare la sua essenza mortale ma non il corpo  che la dea provvedeva a proteggere  nel frattempo dalle fiamme . Il bambino assomigliava sempre più ad un dio, ma questo processo di rigenerazione fu come vedremo interrotto dalla regina Metanira .  Lo stesso trattamento doveva essere ripetutto per ben tre notti per rendere il piccolo forte ed immortale , ma mentre la seconda notte tutto andò per il verso giusto , non possiamo dire che le cose andarono invece bene per la terza ed ulima notte . La regina infatti , insospettita dalla grande crescita avuta da suo figlio durante quelle due precedenti notti decise di spiare di nascosto quello che accadeva nella stanza e presto scopri , entrando improvvisamente nella stanza , suo figlio ardere sul fuoco al canto di una ninna nanna . Ovviamente la regina , lanciò un forte urlo e si precipitò a togliere il nenoato dal fuoco , ordinando alle guardie reali accosre di imprigionare la vecchia.

Demetra allora si dissolse dal suo travestimento e incominciò a rimproverare la regina di aver rovinato tutto. Poche ore ancora e suo figlio sarebbe diventuto immortale , mentre ora era destinato a divenire solo alto e forte ma purtroppo condannato ad una vita mortale .

La regina , riconosciuto Demetra supplicò la dea di non punirla che solo seccata invece  semplicemente la rimproverò .

Nel frattempo giunge il primogenito della regina , Trittolemo , con nuove notizie circa la scomparsa di Proserpina . Qualcuno in una caverna , aveva sentito dire ad un tizio che si faceva chiamare Elio , il titano del Sole , che lui aveva assistito ad un rapimento di Persefone .

Demetra , subito trasformatasi in una tortora , uno dei suoi uccelli sacri , subito volò via  dalla finestra dopo aver salutato la famiglia reale e presto raggiunge Elio . Questi gli confidò di aver visto Ade rapire sua figlia. Demetra aveva già sospettato  che Persefone non stava  più sulla terra, altrimenti avrebbe risposto attraverso il vento al suo richiamo d’amore. Ora però finalmente aveva la certezza che sua figlia era  nel mondo del Tartaro, nel mondo senza sole nè luna, privo di speranza, dove tutto si trasforma in dolore.

Scoperto il rapimento da parte di Ade si rivolse a Zeus per porre rimedio a tale malefatta. Ma Zeus , cosciente del rapimento aveva nel trattempo  già dato il suo consenso al fratello perchè sposasse Proserpina e non aveva alcuna voglia di ritrattare la sua parola . Ella in preda al pianto  supplicò  Zeus e gli altri dei di aiutarla a liberare Proserpina. Ma nessuno era disposto a darle aiuto. Zeus aveva deciso di dare in sposa Kore a suo fratello Plutone. Furibonda contro il sovrano degli dèi, Demetra non tornò sull’Olimpo.

Disperata, lasciò l’Olimpo e prese a peregrinare tra i campi, poiché non si rassegnava. Le sue lacrime non cessavano di scendere e appena toccavano il terreno, seccavano gli alberi e tutta la vegetazione. Gli uomini, privati dei frutti della terra, cominciarono a soffrire la fame.

 

Demetra sapeva bene  che né l’aiuto degli Dei, né le preghiere o i sacrifici degli uomini potevano far nulla per lei, e presa dal troppo dolore  non aveva  più lacrime . Essa in preda  alla rabbia e allo sconforto abbandonò i propri compiti causando carestia e siccità in terra.

Ma Demetra non aveva alcuna intenzione di arrendersi . Ella sapeva bene di essere la dea a cui erano attribuiti i poteri di dare fertilità alla terra e di renderla feconda ( dea del grano e dell’agricoltura protettrice del matrimonio e delle arti sacre). Tutti i fiori, i frutti e le  terre coltivate e specialmente quelle a grano erano doni di Demetra.

La Dea si ritirò nella città di Eleusi dove era stata ben accolta. Esso  rappresentava  l’unico luogo in cui in qualche modo il suo dolore veniva mitigato . In questo luogo si sentiva molto amata ed il suo sentirsi bene fece di questo luogo  l’unico nel mondo in cui la terra era fertile , la natura rigogliosa ,il grano cresceva ed i frutti erano maturi . Nel resto del  mondo la terra senza l’aiuto di Demetra si inaridì , i terreni coltivati si seccarono , nessun albero diede piu’ frutti e senza grano tutta l’umanita incomincio’ a soffrire la fame .

Il soggiorno  che Demetra trascorse nella città di Eleusi  rappresenta la fonte basilare per la conoscenza dei Misteri eleusini . E’ in questo periodo che essa infatti  istituì i Misteri di Eleusi . Tutte le iscrizioni e le raffigurazioni a noi pervenuti di questi misteri , mostrano infatti costantemente la Dea Demetra  e sua figlia Persefone in relazione coi Misteri di Eleusi ed ogni aspetto del loro sofferto  e amorevole  rapporto acquista un preciso significativo messaggio da trasmettere durante le orgia a tutti gli  iniziati .

La Dea, “ospite dei mortali”, ad Eleusi , riposa e attende sotto le mentite spoglie di una vecchia nutrice, ma in realtà è una Madre che attende di partorire, è cioè la terra  che si trova in uno stato di attesa  per “ritrovare”, il suo seme cioè dare di nuovo alla luce sua figlia.  Nel tempo dell’attesa però la Dea non sta con le mani in mano, ma usa la sua intelligenza emotiva e intuitiva,per condividere e diffondere le sue conoscenze alla comunità. Come Dea Celeste, cerca di rendere immortale il piccolo figlio della regina, istruisce  gli abitanti sui suoi “Riti di perfezionamento” e chiede che per questo motivo le sia costruito un Tempio nel quale insegnare all’anima come poter accedere alle zone più felici dell’aldilà.

La dea  affida i suoi segreti a sacerdoti che vengono scelti tra gli esponenti delle famiglie che l’hanno ospitata, ovvero una stirpe di ierofanti formata in prevalenza da pastori (Eumolpo), procari (Eubuleo) e bovari (Trittolemo .Tre  mitici personaggi umani ebbero l’importante ruolo di  sviluppare  e/o importarono le tecniche dell’agricoltura ad altri uomini e civiltà affinchè la specie umana migliorasse il loro stato e  trasformassero  il loro  sistema di istruzione iniziatica da familiare-tribale in sociale-urbano .

CURIOSITA’: Demetra  ringraziò Trittolemo per l’aiuto resogli , regalandogli il suo cocchio con le ruote di serpenti . Lo promosse seduta stante dio dell’agricoltura e gli affidò il delicato ruolo   da quel momento  di viaggiare per il mondo e insegnare alla gente a coltivare le messi .

Gli  abitanti di Eleusi furono pertanto per lungo tempo i soli a godere dei benefici e benevolenza della dea Demetra che proteggendoli , divulgò loro le tecniche per seminare, raccogliere e trasformare la terra  raccogliendo il grano , uno dei  più importanti elementi per la sopravvivenza della società rurale stanzializzata. Questo spiega perchè molti antichi detti  vedono la nascita dell’agricoltura collegata all’azione soprattutto delle Donne. Il culto di Eleusi nella sua forma più antica, a differenza degli altri culti agricoli, è infatti una religione “al femminile”. In esso non troviamo la coppia divina della Dea e del Dio. Demetra non ha un figlio, fratello e compagno, ma la storia gravita intorno al rapporto affettivo tra una Madre e una Figlia.

 Madre Natura rivela se stessa nella forma di Demetra come Dea delle messi,  e quindi della Terra , e attraverso  le tappe della ricerca della figlia vengono poi distinti , come vedremo ,  precisi momenti stagionali. La Natura si manifesta sul piano materiale in Demetra e la presenza  Persefone .  La Dea con i suoi stati d’animo è capace di influenzare la natura , la vegetazione  ed i raccolti . Per una  terza parte dell’anno , quando sua figlia vive negli inferi accanto al marito Ade , la vegetazione si ritira e si occulta  , mentre per due terzi dell’anno , quando l’amata figlia Persefone torna dalla madre , la vegetazione  inonda i campi di fiori rigogliosi e messi abbondanti. ed in questo senso la figura di Persefone va inquadrata come in quanto seme di Demetra , come presenza del  seme che feconda la terra.

Nel periodo in cui Demetra va in cerca di sua figlia per liberarla indossa l’abito nero, come nera è la terra nel  tempo che intercorre tra la mietitura e la semina, tra fine estate e inizio autunno. La terra in questa fase è apparentemente sterile, nel senso che non ha ancora ricevuto il suo stesso seme da ritrasformare, ma nasconde dentro di sé tutta la potenzialità della generazione che verranno alla luce con il seme simbolicamente rappresentato da Persefone..

CURIOSITA’: Ricordiamoci  che I Rituali dei Misteri Eleusini si celebravano tra settembre e ottobre e il tempo della semina, si collocava proprio a metà autunno, verso ottobre/novembre  il mese dei morti .

Nella città di Eleusi quindi gli abitanti non se la passavano male ma il resto del mondo soffriva . Trascorsero settimane e poi mesi . Gli esseri umani morivano di fame e se questi morivano , non potevano certo bruciare offerte agli dei , non potevano costruire agli stessi  nuovi templi .

Alla fine Zeus non potendo  più permettere che la terra morisse costrinse il fratello Ade a lasciare tornare Persefone e per rimediare a quanto stava accadendo  invio’  Mercurio a riprendere Proserpina negli inferi .

 

Ma l’innamorato Ade prima di lasciare  andare Proserpina , come abbiamo visto , aveva spinto con furbizia ,  con un trucco  , a far mangiare , alla bella fanciulla , un seme di melagrana magico .
Il messaggero divino si reco’ nel mondo dei morti ma purtroppo non pote’ assolvere al proprio compito perché’ Proserpina aveva intanto mangiato il  chicco di melagrana Mangiando anche un solo chicco lei infatti aveva firmato la sua condanna a restare per sempre nel mondo delle tenebre . Era infatti risaputo che chiunque si fosse recato nell’aldila’ non avrebbe dovuto cibarsi di nulla se voleva far ritorno nel mondo dei vivi .

 

Ma Cerere non accetto’ di buon grado la sorte della figlia e mentre continuava  indispettiva e addolorata in maniera imperterrita a causare carestia e siccita’ su tutta la terra , scelse di recarsi  negli inferi per liberare in qualsiasi maniera sua figlia .

Decise quindi a questo punto di recarsi essa stessa negli inferi a riprendersi sua figlia . Per fare questo dovette recarsi in Campania tra i  nostri luoghi ,  e precisamente nei campi flegrei , presso il  lago d’Averno dove si trovava circondato da colline  l’ingresso all’Ade. Il luogo aveva un aspetto  terrificante .averna-12
Dalle sue sponde si innalzavano fumi densi, mentre dalle sue acque scure venivano fuori esalazioni di gas che non permettevano neanche agli uccelli di volarci sopra. Intorno era circondato da  una inestricata e inesplorata foresta sacra ricca di   folti e scuri alberi così da formare tenebre boschi che furono poi  , successivamente proprio  consacrati a Proserpina.

CURIOSITA’ : La parola «Averno» viene da a-ornis, senza uccelli. I volatili, infatti, sorvolando il lago morivano a causa delle esalazioni sulfuree sprigionate dall’acqua, trattandosi di cratere vulcanico. Per questo gli antichi credevano che fosse lì il regno dei morti, l’Ade, dove Odisseo incontrò l’indovino Tiresia e dove il pio Enea poté rivedere il defunto padre Anchise, accompagnato dalla Sibilia, e Orfeo provò a riprendersi Euridice incantando Plutone.  Il luogo appariva ricco di paura e mistero era anche il luogo dei vaticini della Sibilla, delle misteriose grotte abitate dai Cimmeri .

Demetra , giunta nell’oltretomba dove incomincia a vagare invasita alla ricerca della figlia .  Incomincia quindi a percorrere il lungo corridoio dell’Ade dove  i morti gelidi le corrono incontro, le chiedono panni per scaldarsi, . La Dea pietosa si toglie le vesti e li dona, senza fermarsi. mentre sempre più numerosi gruppi di morti le balzano attorno . Essa pur di continuare il suo percorso , concede loro tutto quello che posside , compreso  nastri e gioielli. Compaiono ad un certo punto anche i i mostruosi cani dell’Ade, ma a un cenno le danno il passo, riconoscendo l’antica Ecate. Vari  demoni l’attorniano ma nessuno osa toccare la Dea dagli occhi di fiamma.e finalmente dopo lungo percorso , giunge nel gigantesco antro  di Plutone  Il Dio è sul trono, orribile a vedersi, puzzolente, con pelo di capra, criniera da leone, coda di serpe e corna da toro. I suoi occhi sono cechi perché nel buio non c’è nulla da vedere.

– Rendimi la figlia – grida Demetra con freddo furore – o sterminerò il mondo dei viventi!-
Il Dio oscuro ride, e i demoni con lui, un lungo, osceno latrato che empie la sala di miasmi.
La voce sembra provenire da mille bocche, con un’eco spaventosa: – Sono il re dei morti, dici che vuoi ampliare il regno dei miei sudditi? –

– Scellerato , – tuona la Dea – se stermino i mortali non ci saranno più figli, e quando le tue ombre si dissolveranno resterai senza morti, e sarai Signore del nulla! –
Ade ruggisce, si contorce, e la coda sibila furiosa. Infine parla di nuovo: – A due condizioni, che mi regali ciò che non ho avuto e mai potrei avere, e che Persefone non abbia accettato cibo dall’Averno.-

Demetra accetta, perché crede in sua figlia e perché può dare al ricco Dio qualcosa che non ha mai avuto e che non può avere, se non tramite lei. Si toglie i bellissimi occhi e li porge al Dio. Ade è soddisfatto, perché ora potrà guardare Persefone, la stupenda. Quando finalmente vede nel buio, scorge per primo il volto bellissimo della Dea senza occhi. Demetra è la statua del dolore, ma non piange, e Pluto s’accorge che avere la vista è un dono prezioso e crudele, perché guardando la Dea gli scendono le lacrime.



Ora Ade  nei misteri , guarda la bella Persefone e la desidera come l’unica cosa che conti nella vita, e guarda il corpo nudo della Dea, e ne ha paura, guarda le occhiaie vuote, e ne ha una pena infinita. Ora che lui  può vedere con gli occhi della Dea, vede tutto l’amore e tutto l’odio del mondo, tutta la gioia e tutto il dolore.
Vuole amare Persefone ma sente quanto finora l’amore gli è mancato, e prova un orribile dolore, tanto forte che vorrebbe strapparsi gli occhi. Ma Persefone, che ha mangiato sette chicchi di melograno, esattamente sette, ha pietà del Dio ferito nel cuore, e mentre con una mano carezza il volto della madre, con l’altra sfiora il viso del Dio.

Ade non vuole lasciare Persefone, che ora ama più di se stesso, e chiede a Demetra di rispettare la promessa, non può trarre la figlia che ha mangiato il frutto dell’Ade. Ma Persefone si dichiara libera, proprio perché ha assaggiato il melograno. Demetra aggiunge che lui  sarà distrutto, perché non si guarda impunemente la nudità della Dea, ma Ade è un Dio anch’egli, e morire non può, ma come l’uva si muta in vino, lui si trasforma, e prende sembianze da umano.

Ora è bellissimo, e un tralcio di vite gli orna la fronte, e lo segue una pantera, nera come la luna nera. Persefone e Demetra sono tanto vicine tra loro che le chiome non si distinguono, così vicine da fondersi, di due si fanno una, donna e ragazza insieme, e insieme formano la Luna. Sembra che da quel giorno l’Ade non sia più così buio, che lo rischiari la fioca luce lunare, che le nozze tra Dioniso e Core furono splendide, e tutta la terra germogliò per la loro felicità.

I tre Dei son così uniti da essere uno solo, e le Dee sono due in una, e percorrono su un carro trainato da cani latranti il profondo dell’Ade, e da un cocchio di cervi la terra rigogliosa. Ora sono Signori dei due mondi, e gli Dei non possono farci nulla, perchè ormai, insieme, conoscono il dolore e la gioia del mondo, che è il segreto della vita e della morte.

Intanto Zeus , preoccupato di quello che stava accadendo sulla terra decise di rimediare trovando una soluzione che potesse accontentare tutti.
Non potendo infatti , contraddire in tutto il fratello Ade decise che Proserpina avrebbe trascorso due terzi dell’anno accanto alla madre nel mondo dei vivi (dalla primavera all’autunno ) e l’altro terzo nel mondo degli inferi con colui che oramai era divenuto il suo sposo .

Demetra e Ade furono d’accordo e quando la madre e la figlia furono di nuovo insieme , in breve tempo i campi si riempirono di grano ,  le piante rifiorirono e gli alberi si riempirono di frutti .    Felice di aver ritrovato sua figlia, in primavera Demetra faceva nascere dalla terra fiori, frutti e grano in abbondanza, ma in autunno, quando Persefone era costretta a ritornare nel mondo sotterraneo, il suo dolore provocava la morte della vegetazione e l’arrivo dell’inverno.

Da quel giorno tutto e’ verde e fertile per otto mesi l’anno mentre per i restanti quattro mesi durante i quali Demetra perde sua figlia per tornare nel mondo delle ombre da suo marito ,  la terra ridiventa spoglia e infeconda  .. Questi quattro mesi  mesi sono chiaramente quelli invernali durante i quali la maggior parte della vegetazione ingiallisce e muore .

Alla fine quindi tutti trovarono un accordo , Demetra , Ade , Proeserpina e Zeus . Ebbero inizio le stagione e sopratutto la terra ricominciò ad essere fertile .
Le uniche creature che invece rimasero danneggiate e ci rimisero le penne ( o meglio guadagnarono le penne e invece persero le gambe ) furono le belle ancelle deputate alla guardia di Persefone che rimasero trasformate in sirene .

Esse inviate da Demetra in mare alla ricerca della figlia ,da giovani ancelle vennero trasformate trasformarle in sirene, cioè delle  bellissime misteriose creature acquatiche dotate di una voce incantevole capace di ammaliare chiunque ascoltasse il loro canto.Esse vennero descritte dai vari marinai come creature bellissime e affini alle fate.

I racconti e le avventure intorno alla loro rale presenza con il tempo si ingigantirono e le belle fanciulle  ben presto finirono per trasformarsi in leggendarie muse divine

Le storie  raccontate dai marinai nelle locande dei vari porti consegno’ ai vari ascoltatori delle figure misteriose capaci di attirare gli uomini fino a farli annegare. Molti marinai infatti attratti dalle belle ragazze presenti in riva spesso non facevano ritorno perchè vittime di agguati predeterminati e ben organizzati che usavano le belle ragazze solo come esca.

CURIOSITA’ : Probabilmente, inizialmente si trattava solo di bellissime fanciulle che si mostravano  nude presso le rive o gli scogli  al solo scopo di attirare per desiderio sessuale i marinai di passaggio.

 

 

 

 

 

 

 

 

Vennero raccontate, spesso anche a seconda della quantità di vino ingurgitato nelle varie locande portuali, a volte come innocue donne bellissime capaci di arti amatorie fantastiche che con la loro bellezza spesso distraevano  i pescatori dai loro compiti  facendoli naufragare  ( ipotesi più credibile), altre volte come divinità marine dalle sembianze di donne bellissime fino al busto e con la coda di pesce capaci con il loro canto di ammaliare i pescatori  oppure come esseri   maligni ( arpie) con tratti di uccello capaci di scatenare terribili burrasche marine e pronte a divorare  marinai di passaggio nei loro mari o nel peggiore dei casi a rubarne l’anima.

 

 

 

Erano dunque creature misteriose che frequentavano i mari e talvolta i percorsi fluviali protagoniste dei principali racconti di vecchi marinai. Essi tenevano banco , sotto lo sguardo meravigliato dei tanti presenti , che a bocca aperta seguivano con passione i loro racconti  e …. spesso il racconto si arricchiva di particolari spettacolari non sempre veritieri  ……. ed ecco che cosi’ di porto in porto la leggenda aumentava.
Secondo molti queste misteriose creature non avevano un’anima e quindi non potevano accedere al paradiso dopo la loro morte. Potevano però guadagnarselo sposando un comune mortale
Secondo altri invece erano ninfe acquatiche e come tutte le ninfe erano quindi immortali. Se pero’ si innamoravano di un mortale con il quale facevano un figlio esse perdevano l’immortalità.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il significato generale dei Misteri.

Prima di entrare nel merito dei Misteri di Eleusi è bene chiarire subito  il significato generale che, nel mondo classico, si attribuiva al sostantivo “Mysteria”. Esso designa i segreti, ossia conoscenze inaccessibili, in ragione stessa della loro natura e della loro profondità, alla maggioranza degli uomini e riservate solo a quei pochi, dotati delle qualità intellettive e della sensibilità spirituale necessarie per accoglierle ed interiorizzarle.

Un livello di conoscenza quindi riservato a pochi eletti (ossia persone scelte secondo un criterio rigorosamente selettivo), quindi esoterico nel senso pieno del termine ed iniziatico in quanto concernente il percorso interiore per l’inizio di una nuova vita.

Gli antichi Elleni non concepivano il fatto che chiunque , volendo , poteva  partecipare a determinate   dottrine spirituali , sopratutto se esse poi potevano in qualche modo riguardare  l’accesso alle arti ed alle scienze. Per essi la medicina e la stessa filosofia, nei suoi aspetti più profondi, restavano  scienze segrete. Le cose sacre si rivelavano solo a uomini consacrati: i profani non potevano occuparsene, prima di essere stati iniziati ai sacri riti di quela determinata  scienza .

CURIOSITA’:  Per la medicina, ad esempio Ippocrate insegnava la sua arte a coloro che erano qualificati per apprenderla, facendo loro prestar giuramento… . Un giuramento che ancora oggi viene prestato da tutti colori che laureandosi si apprestano a svolgere la nobile arte medica .

I misteri , quindi qualsiasi essi erano , partivano sempre  tutti con  un’ispirazione sacra , fondandosi  sempre su un mito e sulla narrazione di una vicenda divina avvenuta illo tempore, in un tempo fuori del tempo, per poi calarsi nella quotidianità dell’uomo e dare un  tono generale a tutta una civiltà influenzane la storia.

Quelli dedicati a Demetra e Persefone erano  chiamati  Mysteria ed erano delle feste che si tenevano ad Atene . Essi erano divisi in minori e maggiori e non potevano essere celebrati al di fuori di Eleusi , il luogo prescelto dalla Dea Demetra . Pertanto non fu possibile alcuna diffusione del culto al di fuori del luogo consacrato , in contrasto con altri tipi di sacro mistero .  

Mysteria minori erano celebrati nel mese di Anthesterion (da metà febbraio a metà marzo)ad Agrai, un sobborgo di Atene. Essi avevano sopratutto  la funzione di purificazione preliminare con abluzioni nel fiume Ilisso. Il santuario dedicato alla dea ,l’Eleusinion, si trovava d Atene, ai piedi dell’acropoli, al margine dell’agorà . Esso era il luogo  dove si svolgevano i riti connessi con i Mysteria ed era anche il punto da dove partiva la processione diretta ad Eleusi.Una strada , detta via Sacra , univa Atene ad Eleusi .  
Mysteria maggiori erano invece celebrati nel mese di Boedromion (da metà settembre a metà ottobre)ad Eleusi, una città a circa 20 chilometri a nord-ovest di Atene, sul golfo Saronico, di fronte all’isola di Salamina.
La processione si svolgeva dapprima da Eleusi ad Atene, dove venivano portati gli oggetti sacri, e sei giorni dopo da Atene ad Eleusi. Ad essa vi partecipavano iniziati, iniziandi e giovani (efebi).

I Misteri eleusini come abbiamo visto trovano la loro base nell’allontanamento ed  ricongiungimento delle due dee .  Demetra,  ritrova sua figlia Kore, grazie all’intervento di Zeus su Plutone, ma non riesce del tuuto a salverla perche Persefone mangia un chicco di melagrana  magico ; ciò determina il ritorno annuale di Kore, per quattro mesi, presso il suo sposo nell’Ade.  Durante questo periodo, gli alberi perdono  le loro foglie e i loro frutti, la neve ricopre la terra e i venti del Nord ripresendono  a soffiare, portando il gelo e le tempeste.

Il ritorno di Persepefone presso la madre , la dea della natura , comporta la rinascita della vegetazione ,la terra ridiventa  verde, e si copre di fiori e foglie . Questo  aspetto mitico è quello  vissuto sopratutto nei Piccoli Misteri celebrati nel mese di Antesterione, in primavera, segnati da purificazioni, digiuni e sacrifici; In questi misteri l’aspetto della manifestazione era quello minore, rispetto alla fase in cui si poneva il seme spirituale della nuova nascita, il seme che deve morire per fruttificare.

“Proserpina”, stabilì Giove, “passerà parte dell’anno con Cerere, sua madre, e parte con suo marito, Plutone. Così tutti saranno soddisfatti”. Ecco spiegata l’origine delle stagioni: quando Proserpina scende agli Inferi, la terra è in lutto; e questo alternarsi, nella tradizione antica, non avrebbe mai dovuto avere fine.

Demetra, inoltre dopo aver ritrovato sua figlia, acconsente a ritornare fra gli dèi e la terra si ricopre di vegetazione (allusione all’origine sacra e misterica dell’agricoltura). Prima di tornare sull’Olimpo, la dea rivela i suoi riti e insegna i suoi misteri a Trittolemo, Diocle, Eumolpo e Celeo. Dona cioè all’uomo la tecnica della  coltivazione della terra ed il imistero dell’agricoltura che risulta fondamentale  per l proprio destino proprio come è successo a Persefone che ha ricevuto una nuova vita ed una nuova anima.

“Felice chi fra gli uomini che vivono sulla Terra li ha contemplati! Chi non è stato perfezionato nei sacri Misteri, chi non vi ha preso parte, mai avrà, dopo morto, un destino simile al primo, oltre l’orizzonte oscuro” (Inni omerici, vv.473-482) “

Mediante i Misteri Eleusini , probabilmente l’uomo riceveva  una nuova vita ed una nuova anima. Acquisiva il  potere di una  nuova vita iniziatica e acquisiva una maggiore consapevolezza  della vita e della morte . Persefone  nel suo bellissimo simbolismo è, al tempo stesso, la dea della vita e della morte, a dimostrazione dell’inestricabile nesso vita-morte che caratterizzava la visione del mondo e della vita presso gli Antichi, un nesso presente anche in altri filoni misterici, come quello mitriaco, in cui la spiga di grano – simbolo  comune all’iconografia eleusina – nasce dalla coda o dal sangue del toro sacrificato.

I Misteri di Eleusi oltre ad essere un simbolo della vita , sono anche una preparazione al post-mortem.  Gli Antichi iniziati ai Misteri  mantenevano infatti sempre viva la consapevolezza del loro  destino mortale e della necessità di prepararsi alla morte ed alle esperienze che l’anima dovrà affrontare nel post-mortem.con la sua rinascita . Una sorta di  prova per  l’aldilà .La discesa agli Inferi, l’esperienza delle tenebre e poi della luce ci richiama alla necessità di conoscere sé stessi, di osservarsi, per vedere i propri limiti ed adoperarsi per superarli. I Pitagorici e gli Stoici praticavano l’“esame di coscienza” quotidiano, come momento di autoconoscenza e stimolo al perfezionamento morale .  La comprensione, anche solo intellettuale, della spiritualità misterica rappresentava quindi  un validissimo aiuto per un diverso atteggiamento esistenziale e dare  un senso alla vita.

I Misteri di Eleusi  sono oggi più che mai utili . Essi ci richiamano alla consapevolezza della nostra impermanenza, come base per una diversa scala di valori, per fondare un modo diverso, più limpido e distaccato, di guardare alla vita e quindi anche al vivere sociale.

L’unione fra Cielo (Zeus) e Terra (Demetra), l’origine sacra dell’agricoltura, il nesso fra questa e i Misteri, ci richiamano alla coscienza dell’intima unità del tutto, della partecipazione dell’uomo ad un Tutto cosmico cui è legato da mille fili, dall’aria che respira ai frutti della terra di cui si nutre, all’acqua che gli è indispensabile, all’energia solare ed a quella della luna. La base di una vera ecologia non può che essere di natura spirituale, in termini di visione del mondo; lo stravolgimento dell’ecosistema è, innanzitutto, un’alterazione delle forze cosmiche, delle energie universali i cui effetti si ritorcono a danno dell’uomo. La natura può essere trasformata, non distrutta. E’ l’uomo che pone le basi per la sua stessa distruzione.

Le fonti di informazioni su questi riti sono molteplici: iscrizioni e dipinti presenti sulle mura dei santuari, così come su vasi ed altre suppellettili di ceramica, ma anche resoconti di scrittori che parteciparono alle cerimonie, come per esempio Eschilo, Sofocle, Erodoto, Aristofane, Plutarco, Pausania.

Nonostante questo però ancora oggi noi non conosciamo ancora con esatezza  i contenuti esperienziali dei Grandi Misteri, che si svolgevano nel mese di settembre-ottobre (Boedromione), ma è intuitivo ritenere che essi consistessero in una reiterazione esperienziale del mito della discesa agli Inferi di Kore, quindi in una esperienza di buio e di tenebre cui seguiva una esperienza di luce, ed una trasformazione dello stato interiore 

Mancano però descrizioni complete e dettagliate, perché tutti i partecipanti ai Misteri Eleusinici facevano giuramento di non divulgare la parte più segreta dei riti stessi. 

Sappiamo solo con certezza che essi erano divisi in due parti : un periodo di festa, organizzato dalla polis , durante il quale si svolgevano azioni sacre, celebrazioni e riti indirizzati alla salvezza della polis stessa ( si  richiedeva la protezione degli dei contro gli eserciti invasori, l’allontanamento delle epidemie, la cessazione delle carestie, ecc.) ed una  festa notturna dall’atmosfera mistica in cui gli iniziati ,in una forma di culto personale  si avvicinavano ai beati mystai,  danzano alla fioca luce di  fiaccole ardenti . Queste feste  miravano invece, alla beatitudine dell’individuo dopo la morte.

CURIOSITA’ : In un epitaffio del II secolo d.C. si afferma che quanto è stato “mostrato” dallo ierofante durante le notti sacre “è che la morte non solo non è un male, ma anzi è un bene” 

 

Quando si svolgeva per due volte all’anno la festa dei Mysteria con la celebrazione dei piccoli e i grandi  misteri , gli ateniesi decretavano per mezzo di araldi un periodo di tregua  .
Il 16 di Boedromion (il primo di ottobre) avveniva la convocazione degli iniziati, mentre il  17 era il giorno dove avveniva  la vera cerimonia di purificazione. Gli iniziandi, accompagnati da mistagoghi, si recavano alla baia del Falero al grido di “Halade mystai” (Iniziandi al mare) e si tuffavano in acqua con un porcellino destinato al sacrificio. Dopo la purificazione tornavano in città, incoronati di mirto e con una veste nuova. Il 19 partiva poi da Atene la processione per riportare ad Eleusi gli oggetti sacri (hiera). Sul fiume Cefiso si svolgeva un’altra cerimonia di purificazione con un bagno rituale. Alla sera la processione arrivava ad Eleusi, la cerimonia pubblica aveva termine nel cortile esterno del santuario ed iniziavano le celebrazioni riservate agli iniziandi. La notte era dedicata a danze e canti in onore di Demetra e Persefone. Il 20 gli iniziandi digiunavano ed offrivano sacrifici.
Gli iniziandi non potevano bere vino, forse segno dell’antichità del rito, anteriore alla introduzione della coltura della vite. I partecipanti bevevano il ciceone, una bevanda sacra a Demetra, composta da acqua, farina d’orzo e menta. Forse si trattava di birra, conosciuta già nel III millennio a.C. dai Sumeri.

 

Nelle notti tra il 21 e il 23 le cerimonie segrete si svolgevano nel telestérion, un ampio locale coperto che poteva contenere centinaia di persone. Qui si svolgeva il rito di iniziazione che si concludeva con un grande fuoco ed una luce sfolgorante. Nella prima notte si aveva l’iniziazione al livello più basso. Nella seconda notte coloro che erano stati iniziati l’anno precedente divenivano epoptai.Quello che accadeva in questo locale doveva assolutamente e rigorosamente  rimanere segret.  I riti che svolgevano nel Telesterion, la parte più interna del Tempio di Demetra non andavano assolutamente svelati . La violazione di questo segreto era considerato un reato gravissimo, tale da essere punito con la morte.  Il segreto è stato ben mantenuto durante tutto il lungo periodo nel quale furono celebrati i Misteri Eleusini, per cui oggi è possibile solo tentare di ricostruire quanto realmente avvenisse Si sa comunque che questi iniziati dovevano effettuare un digiuno preparatorio alla cerimonia , durante il quale potevano bere una particolare bevanda chiamata ” KYKEON ” i cui ingredienti erano  acqua , menta e grano e probabilmente anche qualche piccole quantità di clavices purpurea , un fungo parassita di cereali che produce sostante allucinogene  responsabile di stati alterati di coscienza .
Curiosita’ : Socrate ed i suoi discepoli vennero accusati sospettati a suo tempo di usare la bevanda sacra dei Riti Eleusini, al di fuori della Cerimonia,

 

L’atto rituale nei Mysteria non si eseguiva sull’immagine cultuale della divinità, ma sulle persone che partecipavano alla festa. Il mystes, cioè l’iniziato, infatti subiva i misteri,egli ne era oggetto, ma nello stesso tempo ne era anche soggetto e putroppo ad oggi non conosciamo ancora con esatezza in cosa essi consistessero.Il loro rito era accompagnato da grande segretezza e tutti gli iniziati erano obbligati al silenzio del loro contenuto .Sappiamo però con certezza che essi erano la festa dell’entrata nell’oscurità e dell’uscita verso la luce. Il rito era composto da dròmena (cose fatte), legòmena (cose dette) e deiknùmena (cose mostrate) .  La sua segretezza  consisteva nella indicibilità della esperienza (pathein), che da alcuni era riferita con orrore ed erano presi dal panico , mentre per altri era addirittura associata con un abbandono della loro identità. Essi atraverso dei simboli sacri ,  acquistavano familiarità con gli dei, e sperimentavano così la possessione divina.
Cerere era , non dimentichiamolo , anche legata al mondo dei morti attraverso il Caeresis mundus , una fossa che veniva aperta soltanto in tre giorni particolari : il 24 agosto , il 5 ottobre e l’8 novembre . Questi giorni erano considerati  dies religiosi , vale a dire cioè che ogni attività pubblica in quei giorni veniva sospesa perchè l’apertura della fossa  metteva idealmente in comunicazione il mondo dei vivi con quello sotterraneo dei morti . In quei giorni inoltre , era preferibile non attaccare battaglia con il nemico , non arruollare soldati nell’esercito e non tenere comizi . L’apertura del mundus , era come vedete considerato quindi un momento delicato e pericoloso , non tanto per paura che i morti uscissero in massa invadendo il mondo dei vivi , ma al contrario esso era considerato pericoloso perchè poteva attrarre i vivi nel mondo dei morti , specialmente in occasione di scontri e battaglie .

CURIOSITA’ : Un altro riferimento al mondo dei morti sembra essere il termine cerritus che significa “invaso dallo spirito di Cerere”. Il termine indica qualcuno che oggi si definirebbe “posseduto” (come il termine analogo larvatus).

Il simbolismo dei Mysteria comunicava messaggi di vita e di speranza ma parlava anche di morte e ruotava intorno alla spiga di grano che come sapete venivano seppellite all’epoca con i morti.La spiga di grano  rappresentava il ciclo di vita: concepimento, crescita, morte e nuova vita.
 Demetra era infatti la Madre Terra e Persefone era il soffio vitale presente nel granoma rappresentava anche i  morti che tornavano nel grembo della Madre Terra . Immagini e iconografie in contesti funerari, e l’ubiquità del suo nome frigio Matar ( “Madre”), suggeriscono che lei era un mediatore tra i “confini del conosciuto e sconosciuto”: il civilizzato e selvaggio, il mondo dei vivi e la morte.

 

Secondo molti esperti durante i misteri , in una camera sotterranea del santuario e quindi simbolicamente nelle tenebre , avveniva una ierogamia , cioè una unione sessuale ( sacre nozze ) tra lo ierofante , cioè il sacerdote , la grande autorità  religiosa  in possesso di alta dottrina ed una sacerdotessa. Questa unione veniva definita sacra in relazione al fatto che le ” nozze ” erano eseguite da due  elementi di carattere non umano ma divino, oppure come più spesso accedeva . avveniva fra un elemento umano ed uno divino .
La  grande folla di presenti nel santuario  credeva   che la propria salvezza dipendava  da ciò che  i due (lo ierofante ed una sacerdotessa) facevano nelle tenebre. Al culmine della celebrazione, veniva mostrata in silenzio una spiga e dette  dai myste le parole “Piovi”, guardando il cielo, e “Porta frutto”, guardando la terra. 

 

L’ atto ierogamico aveva come fine  una  consacrazione rituale e per essere tale dovevaessere in possesso dei  seguenti elementi:

  • si doveva compiere attraverso un rapporto carnale fatto fra un maschio e una femmina;

  • vi doveva necessariamente essere una disparità fra i partner: uno doveva cioè possedere uno status superiore all’altro;

  • quando lo status superiore era  assunto dal maschio,  costui poteva i manifestarsi anche  in forma trasmutata animale; quando lo status superiore era assunto dalla femmina, l’epifania raramente avveniva invece  in forma alterata . Considerata l’impostazione patriarcale della maggioranza delle società umane, il “sacerdote” della comunità era  per lo più un maschio e quindi nella pratica ad essere certamente più diffusa era la forma ritualistico-ierogamica  in cui era il maschio a compiere l’atto con un potere divino associato ad una donna “prescelta” per rappresentare il “femminino sacro .Nei rari casi in cui invece era la  donna a rappresentare il piano divino (il superiore) essa non si travestiva quasi  mai, ma si presenta tal qual è; come era nelle sue vesti sacerdotali .  Il travestimento bestiale del sacerdote (qualora doveva  manifestarsi nel Rito), assumeva  anche un altro valore fondamentale che, come visto, rimane sempre sotteso alla Ierogamia, quello del rituale di passaggio.   In molti riti di iniziazione all’età adulta, ad esempio, la ierogamia è preceduta da una serie di “prove” fisiche di grande impegno che si fondano sulla capacità di affrontare elementi “inferiori”/ “bestiali” che devono essere domati dall’aspetto umano “superiore”.

  • doveva sempre avvenire in  presenza della ciclicità delle gravidanze o del ritorno alla verginità;

  • il rapporto non  doveva essere mai  fine a se stesso e per tale motivo quindi potevano verificarsi al termine dello stesso solo due casi (a volte sovrapposti): avvenire  la procreazione di un figlio sopratutto quando il maschio era  il Dio e la femmina l’essere umano);  o divenire un rito di passaggio iniziatico che consacra ad uno status superiore . In questo caso il rapporto sessuale diviene solo un atto di  consacrazione  (in genere il maschio) verso una crescita superiore . Il culmine dei Grandi Misteri di Eleusi era  perciò come potete osservare  una Ierogamia cioè un atto sessuale ,  il cui prodotto, simbolico, era  il perdurare della felicità, della pace e del benessere garantiti dalla salute di madre natura e dalla fertilità del ventre divino. Notizie riguardo a questi rituali provenienti  da diverse fonti dicono  con certezza che vi era una parte pubblica – la lunga  processione di trenta chilometri che da Atene giungeva fino ad Eleusi – e una parte riservata ai Mustai, gli Iniziati,  che “tenevano tenevano tenacemente chiusa la bocca e nulla riferivano .Qualcosa  perà è trapelato dai dati archeologici e pur se non  non ci permette  di ricostruire con precisione la parte  segreta della cerimonia, possiamo con certezza però affermare che essa, molto probabilmente, comprendesse l’esibizione di simboli fallici e l’annuncio del ciclico ritorno di Persefone dal mondo catactonio. ”. Il  rapporto sessuale, tanto più se esso avveniva  con una forma divina ed ultra-umana, era nelle sue varie sfacettature legato  a Persefone e Demetra , divinità legate al potere uterino e al rinnovamento . Esso era legato  come le due dee  ai concetti di rinascita, vita, fertilità e  benessere ,  elementi da sempre presenti nelle tradizioni rituali e cultuali dei popoli . L’atto sessuale  , quindi come potete immaginare nei misteri eleusini riassume in sé il trionfo della vita sulla morte e, pertanto, la fertilità e la potenza virile assurgono, archetipicamente, a simbolo del benessere e dell’armonia universale.

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La partecipazione ai Mysteria di Eleusi non era esclusiva. Si poteva partecipare ad altri sacri misteri ed essere devoti anche ad altri dei. La libertà di culto era momento essenziale nel concetto di religione degli antichi. Non esistevano eretici, apostati o religioni concorrenti contro cui combattere. ( Nessuno aveva sviluppato una organizzazione esclusiva religiosa, ad eccezione degli ebrei e dei cristiani ). 
Ai Misteri Eleusini erano ammessi uomini e donne, liberi e schiavi, greci e barbari purché parlassero la lingua greca. Erano esclusi solo gli impuri, coloro che avevano sparso il sangue di altri uomini.
Ogni iniziato, dopo la celebrazione delle sacre notti, ritornava alla sua vita di ogni giorno. Ma ogni mystes ricordava la sua esperienza e i symbola o synthemata che aveva appreso.
La fine , almeno ufficiale di questi riti che vi dico con certezza continuano invece ancora ad esistere , avvennero in seguito ai   decreti fattied emanati dall’ imperatore cristiano Teodoro il grande , che dichiarò il cristianesimo religione di stato . La sua storia bimellenaria giunse quindi al termine nel periodo compreso tra il 391ed il 393d.c. quando la persecuzione contro i pagani venne intensificata ed i loro templi chiusi e distrutti . Il santuario  di Eleusi venne incendiato nel 363 d.c. dai Goti di Alarico . 

 

I luoghi pricipali in cui il  culto di Demetra era praticato si trovavano sparsi per tutto il mondo greco : suoi Templi sorgevano oltre che ad  Eleusi , anche a  Creta , Ermione , Megara , Lerna Egila, Munichia , Corinto , Delo , Pergamo , Selinunte Tegea, Katane ed altre città greche , ma anche ad Agrigento  , Enna  e Siracusa , Paestum , Neapolis  e successivamente anche a Roma ai piedi dell’Aventino,  che venne costruito  in seguito al responso dei Libri sibillini, ( forse per spingere la classe plebea a combattere, alla vigilia dell’importante Battaglia del Lago Regillo) .
Nel 204 a. C. per uno strano motivo metereologico con eccessiva frequenza piovvero pietre di grandine particolarmente grandi csulla città che incominciò a preoccupare la popolazione  diffondendo in quel perioso in Roma una forma di panico superstizioso a tal punto che il Senato avvertì la necessità di consultare i Libri Sibillini, ossia i testi oracolari per rinvenirvi una predizione adatta alla situazione di quel momento.
In seguito all’esame dei libri sibellini si trovò un vaticinio secondo il quale, quando un nemicio esterno avesse portato guerra in Italia , sarebbe stato possibile cacciarlo e vincerlo solo se si fosse fatta giungere a Roma da Pessinunte la pietra nera di forma coniva simbolo della  Dea  madre Demetra . In caso contrario era certa una sconfitta con tutte le sue ovvie conseguenze .

Ale porte minacciosa vi era in quel periodo il potente esercito di Annibale e a  quel punto per ottenere la vittoria era quindi assolutamente necessario , secondo oracoli e presagi trasferire a Roma la Dea . Venne quindi subito organizzata una nave che giunta sul luogo , ricevette dai sacerdoti la statua della Dea .Durante il viaggio di ritorno , la nave , giunta all’imboccatura del Tevere, si arrestò e non si riusciva più a farla procedere in avanti. Allora si consultò  di nuovo l’oracolo e questi rispose che solo una vergine avrebbe potuto farla procedere nel fiume. Vi era in quel tempo a Roma una vestale, Appia Claudia, sulla cui condotta si nutrivano dei sospetti. Per sventare le maligne dicerie sul suo conto e provare la sua innocenza, Appia Claudia scese verso il fiume, si sciolse dal cinto una esile cintura e con quella legò la nave; fece un’invocazione alla dea e senza alcuno sforzo si mosse. La nave la seguì come se non avesse peso e raggiunse felicemente il posto di sbarco.

CURIOSITA’ : Il culto della dea era officiato da sacerdoti che in suo onore si erano castrati nel  Dies sanguinis ( “Giorno di sangue”) di Cibele . Essi erano chiamati ” i Galli  o gàlloi e con  capelli oliati ,facce in polvere e membra languide , ed avevano tutti un andatura femminile . Nel più alto rango Gallo erano  conosciuto come “Attis”, e nel  più giovane  come “Battakes” .   Come eunuchi, incapaci di riproduzione, a loro fu proibito la cittadinanza romana e dei diritti di eredità . Essi  erano tecnicamente mendicanti la cui vita dipendeva dalla pia generosità degli altri. Per alcuni giorni dell’anno, durante la Megalesia,   era  permesso loro di lasciare le loro quartieri, ( che si trovavano  all’interno del complesso del tempio della dea) e poter liberamente  vagare per le strade a mendicare per soldi. Erano estranei,   venivano segnalati come Galli per la loro insegne, il loro comportamento ed il loro  abito notoriamente effeminato , ma come sacerdoti di un culto di stato, erano sacri e inviolabili. Fin dall’inizio, essi furono oggetto   di fascino , disprezzo e timore religiosoI . 
Ad accogliere  la pietra nera   nel suo ingresso a Roma, vi furono le più insigni matrone della città che si passarono la Dea di mano in mano una dopo l’altra mentre nel frattempo intanto l’intera città si si era slanciata loro incontro . ; davanti alle porte delle case dove la Dea veniva fatta passare furono collocati dei turiboli dove fu fatto bruciare l’incenso , mentre si pregavava la Dea di entrare nella città di Roma di sua volontà e propizia . Il 12 aprile la Dea fu collocata dapprima sull’Ara nella Curia del Foro e successivamente nel Tempio della Vittoria sul Palatino , realizzato nel 191 a. C. nei pressi della casa di Romolo . La giornata fu proclamata festiva ed il popolo in massa recò doni alla Dea sul Palatino dove ebbe  luogo una cerimonia religiosa (  Lectisternio)   in cui si offrirono  abbondanti e ricchi banchetti alla divinità e organizzati anche dei  giochi pubblici  che vennero poi  tenuti periodicamente in onore della Dea  . Per celebrare infatti tale evento, durante la  Repubblica  venivano organizzati dei giochi in suo onore, i  Megakesia , o Ludi Megalensi. Le feste in onore di Cibele e Attis si svolgevano nel mese di marzo, dal 15 al 28, nel periodo dell’equinozio di primavera, e prevedevano il rito del  Sanguem . Esse  si protrassero fino al IV secolo d.C,   per la precisione fino al 389  quando l’editto di Teodosio  ordinò l’abbattimento di tutti i templi pagani.

Nell’antica Roma era d’uso iniziare le festività, a Cerere – Demetra il 19 aprile, e i ludi ceriales dal 12 al 19 aprile, le medesime festività si celebravano anche in agosto, dalla fine del 3º sec. a.C., il rituale era “il sacrum anniversarium Cereris”,  ( una sorta di adattamento dei misteri greci EleusiniI ).  Il primo giorno dedicato alla celebrazione di queste feste era chiamato “Agirmo” ed era il giorno dell’adunanza.

N.B. La pietra nera, detta anche “ago di Cibele”, e la pietra bianca detta “ago di Candia”, costituiva uno dei sette pignora imperii  , cioè uno degli oggetti che secondo le credenze dei romani garantiva il potere dell’impero. Il tempio bruciò per ben due volte, nel 111 a. C.   e nel 3 d. C.  e fu ricostruito per l’ultima volta da Augusto . L’edificio seguiva un orientamento ben determinato da motivi di  culto , e lo stile era corinzio   a pianta regolare; all’interno le pareti erano sostenute da un colonnato.

CURIOSITA’ : da notare il forte ruolo delle matrone romane nell’ accogliere Cibele , che sottolinea in questo caso come tanti altri l’importanza che  Roma riconosceva al ruolo sacerdotale delle donne, in un diverso contesto culturale e sociale, fondato sulla figura centrale e preminente del pater familias e sulla esclusività del ruolo pubblico degli uomini, sebbene poi, nella storia di Roma, le donne compaiano puntualmente in tutti i momenti cruciali e di crisi, svolgendo una funzione di mediazione sociale o religiosa, come appunto in questo caso, in cui le matrone sono in primo piano nell’atto di accogliere la dea straniera.   Cibele venne quindi  collegata  con il suo ingresso in Roma , concepita come figura strettamente necessaria e garante della  vittoria militare su Annibale; in ciò deve vedersi una esplicazione della concezione religiosa romana che prevedeva la necessità di propiziarsi le divinità straniere e, più specificamente, quelle del nemico.

Il culto di Cibele , come abbiamo visto , prevedeva comunque sacerdoti eunuchi , strani rapporti sessuali di consacrazione , incalzanti ritmi musicali  e misteriosi finali in cui si abusava di bira ed oppio derivato dal sacro papavero . Il Senato , reputando che l’esuberanza rituale di questo culto fosse troppo lontana dal severo ed austero costume religioso romano  ( ricordiamo che siamo in periodo repubblicano, nel pieno della guerra annibalica )  proibì ai cittadini romani di partecipare ai rituali del culto e, ancor di più, di diventarne sacerdoti.

Col tempo  il culto si andò quindi per necessità ad amalgamare  col diverso clima culturale romano e l’imperatore Claudio, nel I secolo d.C., conferì alla Magna Mater una posizione di privilegio, per cui, a quel punto, le interdizioni disposte secoli addietro non ebbero più senso, tanto più che le confraternite di cultores della Magna Mater accettarono volentieri le norme di disciplina religiosa stabilite dallo Stato per rendere il culto più adatto alla sensibilità religiosa romana che, nel frattempo, era stata ampiamente impregnata di apporti religiosi stranieri, greci, egizi, persiani o comunque ellenistici.

La  regola più importante di tale disciplina rituale d’età imperiale fu la sostituzione dell’evirazione col sacrificio, offerto alla dea, dei genitali del toro sacrificato (taurobolium). In virtù di tale innovazione anche i cittadini romani entrarono a far parte del sacerdozio della dea sia come Arcigalli (qualificati nelle iscrizioni come Antistites sacrorum, sacerdotes maximi, sanctissimi), sia come semplici sacerdoti. Sotto questo aspetto, il culto romanizzato della Dea presenta affinità col rituale mitriaco della tauromachìa, benché le più recenti acquisizioni inducano a ritenere che nel mitraismo il sacrificio di sangue dell’animale riguardasse solo i gradi minori della gerarchia mitriaca.

Claudio , introdusse un più alto livello  sacerdotale di Galli , quello dell’Arcigalli . Questo non era un eunuco ed aveva diritto alla piena cittadinanza romana , Essi venivano reclutati fra le persone più facoltose di un dato municipio o di una data colonia e la loro carica era confermata dal senato municipale e convalidata dal collegio sacerdotale dei Quindecemviri, che in Roma sovrintendeva ai culti stranieri. La nomina di questi sacerdoti era vitalizia e li obbligava alla residenza nel luogo ove si esercitava la loro giurisdizione religiosa; essi avevano la funzione primaria di compiere i vaticinii ,  ossia interpretare la volontà della Dea Madre  sia nelle grandi feste di marzo sia in circostanze speciali nelle quali venivano consultati , nonché di celebrare i sacrifici del toro (taurobolii) per il bene di Roma e dell’Impero ..

N.B.  I sacerdoti semplici venivano invece scelti nell’ambito dei liberti, ossia gli ex schiavi emancipat.i. La loro nomina non era vitalizia e non era affatto incompatibile con altre cariche sacerdotali relative ad altri culti; ciò li poneva in contatto coi sacerdoti ufficiali dell’Impero (pontefici, flamini, auguri) a dimostrazione del sincretismo religioso d’età imperiale.

 

Il culto della Mater Magna prevedeva anche e sopratutto il sacerdozio femminile; le donne avevano il compito di preparare i candidati ai Misteri, candidati che esse nutrivano col miele della pura dottrina, sì da ricevere il titolo di Api (Melissae). Esse disponevano i i seggi per l’introduzione dei mysti (i nuovi adepti), preparavano il letto funebre di Attis ed il talamo delle nozze sacre dopo la resurrezione del dio, predisponevano le immagini sacre e curavano la manutenzione degli arredi sacri. La prima sacerdotessa del tempio di Cibele in Roma era  la prima delle ancelle della Grande Madre, ma nonaveva mai però  parità di rango con l’Arcigallo.

Il rituale della Dea prevedeva un largo uso della musica rituale, al fine di propiziare particolari stati emotivi nel fedele come   la frenesia, il delirio e  l’estasi, . Essa fcon il suo ritmo incalzante finiva sempre con il suscitare uno stato di trance al fine di orientare tutte le energie verso la scompostezza emotiva . Attraverso  l’estasi si cercava di unire l’uomo col divino, e  tutto era supporto per avvicinarsi al Sacro, al “più che umano”.

I romani  pur conservando nello stile musicale ratti gioiosi ed esuberanti, adoperarono  strumenti quali il flauto diritto (tibia) che dava un suono acuto e stridulo, ed il flauto ricurvo (keras) che dava un suono rauco lugubre, adoperati rispettivamente nel giorno di Hilaria ,  la festa della letizia per la resurrezione di Attis   ed in quello della sepoltura del dio. Altri strumenti musicali erano i cembali che davano un suono acuto e forte (in consonanza con quello della tibia) ed i timpani che producevano una sonorità grave corrispondente al suono del flauto ricurvo. In tutto ciò può vedersi un’affinità col rituale dionisiaco, che rievocava e riattualizzava il mito dello smembramento e della ricomposizione del dio, con l’alternanza del dolore e dell’esultanza, del lutto e della gioia estatica.

 

 

TEMPIO DI CERERE AVENTINA

 

Tra i vari grandi Templi dedicati a Demetra  va certamente ricordato  il bellissimo Tempio di Cerere presente a Paestum

Esso risale al 500 a.c., con frontone molto alto e fregio dorico composto di larghi blocchi di calcare. La pianta interna era composta dal pronaos e dalla cella nella quale non ci sono tracce della camera del tesoro.
Il pronaos aveva otto colonne con capitelli ionici, quattro sul fronte e due su ciascun lato. Delle colonne ioniche si vedono solamente le basi e due capitelli, i più antichi in stile ionico rinvenuti in Italia, custoditi ora nel vicino Museo Archeologico. La costruzione amalgama due stili differenti: il dorico arcaico e lo ionico.

A Neapolis invece la sede del Tempio sembra che sorgesse proprio dove ora si trova la chiesa di San Gregorio Armeno . Tratto significativo a testimonianza dell’esistenza di questo Tempio e del culto di Demetra in Napoli e’ la presenza sotto l’arco della torre di San Gregorio Armeno ,di un bassorilievo murato che raffigura una fanciulla che reca sul capo un cesto e reggente una fiaccola in una mano . Si tratta di una significativa e antichissima testimonianza dell’esistenza del culto di Demetra in Napoli , opera di un ignoto artista dell’epoca  .

 

Rappresenta la figura tipica delle sacerdotesse di Demetra (canefora ) : vergini fanciulle appartenenti alle piu’ altolocate famiglie patrizie del tempo che solitamente in occasione di alcune solennità portavano sul capo in un cestello sacro tutti gli arredi sacri occorrenti alla sacra cerimonia

 

 

 

 

 

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La quarta ed ultima area di Neapolis era quella cosidetta ” Montana “o Montagna in quanto comprendeva la parte più elevata della città corrispondente alla zona di Sant’ Aniello a Caponapoli dove sorgeva un santuario dedicato alla dea Madre ed un Tempio dedicato alla dea Fortuna . Questo luogo era il punto più alto della città ( molto più alto di oggi ) che si è poi abbassato nel tempo colpa terremoti e alluvioni e secondo molti era il luogo dove esisteva il sepolcro di Partenope . In questa regione oltre al Teatro e all’Odeon , si ritrovava anche il Tempio di Diana che si ergeva sul luogo della chiesa di Santa Maria Maggiore , accanto al campanile della pietra santa ed il piccolo santuario dedicato al dio Pan dove al suo posto poi il poeta letterato umanista Pontano ( segretario di Alfonso d’ Aragona ) fece al suo posto poi  erigere la sua cappella di famiglia ( un vero gioiello di architettura di epoca rinascimentale )

Questa area  conteneva il monumento più grande e magnifico che possedeva una volta Napoli .Esso era lungo oltre cento metri e poteva contenere a sedere molte migliaia di spettatori ( circa 6000). Si trattava dell’antico Teatro Romano che dopo lunghe ed accurate ricerche si è accertato che occupava quasi tutto il sito delle Anticaglie .
Il maestoso edificio   , era ordinato da due contigue figure geometriche , cioè da un semicerchiolegato ad un paralleligramma rettangolo : la parte semicircolare , destinata per l’uso degli spettatori , era disposta in gradazioni , in vomitori , in corridoi ed in logge : la parte  a parallelogramma invece serviva all’azione ede era divisa in iscenia e proscenio , in orchestra ed in pulpito .

Oggi , dopo lunghe accurate ricerche , sappiamo con certezza che la parte semicircolare del teatro cominciava dall’odierna chiesa di San Paolo Maggiore , perorreva con un  lugo giro tutto il sito dell’ Anticaglia , per poi giungere  fino  alla strada di Somma Piazza ( oggi via Pisanelli ) , mentre la parte a parallelogramma occupava invece tutto il sito dell’attuale convento di San Paolo Maggiore .

Nel teatro si rappresentavano drammi satirici , tragedie e commedie Particolare successo ebbe nel teatro di Napoli una commedia scritta dall’ Imperatore Claudio che fu anche premiata: cosi’ come ebbero fama di grandi artisti i mimi , i danzatori e gli istrioni napoletani , tanto da essere chiamati dagli imperatori i a Roma per esibirsi .
Accanto al teatro scoperto , era situato l’ Odeon , il teatro coperto , di dimensioni piu’ridotte dove si svolgevano la maggior parte dei spettacoli per evitare la dispersione di voci e suoni .

N.B.Il teatro fu realizzato in opus mixtum di reticulatum e latericium, tra la fine del I e gli inizi II secolo d.C. , periodo in cui venne completamente ricostruito, forse dopo il terremoto del 62 o l’eruzione del 79 d.C.

Per farvi avere un’idea di quanto era grande e vasto questo Teatro basta sapere  che la parte scenica era capace di conenere migliaia di cori ed un alto  consirdeevole numero di mimi e che proprio per la sua enome mole fu scelto secono Svetonio  dall’Imperatore Nerone per esibirsi pubblicamente nel canto circondato da una quantità prrodigiosa di giovanetti scelti dall’ordine equestre , e da circa cinquemila persone della plebe che disposti in gruppo accompagnavano e applaudivano i suoi ” ululati ” .

Nerone , appassionato di canto, era convinto di avere una bellissima voce e una tecnica di canto di fine bellezza e da tempo aveva oramai deciso di voler esibirsi pubblicamente .
L’ imperatore reputava perà  il popolo romano inadeguato per poter apprezzare le sue doti ( in realta’ non voleva esporsi troppo in Roma convinto che i giudizi nei suoi confronti sarebbero stati troppo severi ) e così prima di  partire per la Grecia dove si doveva esibire nei giochi Olimpici di Atene , decise di  esibirsi davanti a un pubblico più raffinato come quello di Napoli che  di antica dominazione greca era certamente dotato  di  una maggiore sensibilità ed  in grado  di apprezzare quindi al meglio le sue eccezionali doti canore.
Non fidandosi completamente decise comunque di assoldare una folla  di persone  che vennero  appositamente pagate per osannarlo e applaudirlo ( una vera e propria claque). La sera dell’ esibizione il teatro era gremito in ogni ordine di posto e quando l’ imperatore giunse con la sua lettiga , un coro di cento vergini e di altrettanti maschietti intonò uno dei canti da lui composto scatenando un vero delirio.

Tornando dalla Grecia come vincitore dei giochi olimpici , entrato  in citta’ dove fu accolto molto festosamente da tutta la popolazione decise per festeggiare di  esibirsi di nuovo a teatro dove ebbe come sempre grande successo , inaugurando cosi’ la prima di una lunga serie di rappresentazioni.
Egli a Napoli porto’ in scena grandi spettacoli musicali con grande successo , mobilitando grandi folle da tutta la Campania  ( Baia, Pompei , Stabia , Nuceria ) e allestendo rappresentazioni particolarmente ricche , fastose e di grande effetto scenografico , con la partecipazioni di un pubblico di giovanetti finemente adornato ( giovinetti romani che portava sempre con se’ ) e di un folto gruppo di Alessandrini del Seggio del Nilo , che rispondevano con dei cori e degli applausi caratteristici , muniti di strumenti rudimentali ( bombi , embrici, e cocci )
Nessun spettatore poteva lasciare il teatro prima della fine dello spettacoli per cui erano costretti ad assistere alla performance dell” imperatore che talvolta sul palcoscenico instancabile,nei momenti di pausa mangiava pubblicamente dinanzi alla folla costretta ad osservare.
Fu tale la vanita’ dell’ imperatore che volle addirittura esibirsi nel teatro scoperto , inadatto per la sua grandezza ; egli nonostante le difficolta’ riscosse comunque un grande successo grazie anche ad un pubblico accondiscendente ( quando si esibì Nerone quasi tutti erano schiavi portati da Roma a Napoli per applaudirgli…) che volle accoglierlo al suo ritorno a Napoli con gli onori dedicati soltanto agli eroi dei giochi sacri di antica grava memoria.
Durante una sua manifestazione canora, la città fu attraversata da una scossa di terremoto. Nerone per calmare il pubblico affermò che gli dèi, affascinati da cotale bravura, gli applaudivano estasiati ….

 

CURIOSITA’; Il teatro che doveva avere una facciata semicircolare , è rimasto visibile sino alla fine del 1500 dopodiché, durante la dominazione spagnola del 1600, fu istituita una legge che permetteva l’edificazione in qualsiasi punto della città. Il motivo fu semplice: troppi abitanti. Napoli contava all’epoca 250.000 cittadini, ed era tra le città più popolose d’Europa (era seconda soltanto a Parigi). Da quel momento incominciano a sorgere centinaia di abitazioni private in un’ edificazione selvaggia che sfruttavano qualsiasi tipo di spazio a disposizione senza nessun rispetto per siti storici poiche’ non vi era nessun piano regolatore che imponeva divieti e obblighi di costruzione . Cosi’ si ammassarono abitazioni moderne su luoghi e case antiche in un totale disordine architettonico.

 

Per accedere oggi all’antico Teatro bisogna oggi farlo da un insolito accesso . Bisogna infatti recarsi presso un ” vascio ” ,  cioè un ‘abitazione, al piano terra , che si trova in vico Cinquesanti ,nel nostro centro storico.

Essa entrando , si presenta come una normale abitazione antica: macchina per cucire, cucina, quadri alle pareti, qualche mobiletto e un letto.


Al letto è legata una corda, e la corda, una volta tirata, sposta il letto che rivela una botola. La griglia metallica separa il vascio da una scalinata sotterranea: discendendo è possibile giungere ai resti dell’ antico teatro romano.
Per il vecchio proprietario del vascio, non era possibile accedervi direttamente, data la presenza di un blocco di terreno a sbarrargli il passo. Ma egli si accontentava di scendere le scale per tenere al fresco del tufo le sue scorte di vino.
Una volta aperta la botola, la “cantina” era in realtà il corridoio di sottoscena: una sorta di “spogliatoio” dove gli attori (rigorosamente tutti maschi) correvano all’impazzata per raggiungere il palcoscenico, nel mentre si cambiavano continuamente.

 

Dall’ingresso si viene guidati nei “vomitoria”, i corridoi per raggiungere la cavea, e negli ambulacri esterni, su per le scale usate per arrivare fino alla “media cavea”, i posti centrali.
Si attraversano locali interni a edifici cresciuti intersecandosi con la muratura antica. Locali che hanno cambiato destinazione d’uso nei secoli: cisterne, riconoscibili per un intonaco speciale, stanze di appartamenti, a volte ottenute con soppalchi in legno che si vedono ancora.
Subito all’ingresso , prima che il Comune l’acquisisse per permettere gli scavi, i locali ospitavano una fabbrica di camicie: sotto il basolato è stato trovato il massetto romano. Di volta in volta lo spazio occupato dal teatro è stato ostruito o dedicato a funzioni diverse, come per esempio al seppellimento: infatti al VII secolo d. C., risale una piccola necropoli con sepolture multiple, dove sono stati trovati anche dei corredi funebri interessanti. Come spesso accade per gli scavi archeologici, è stata trovata una grande quantità di vasellame che sarà ospitata in un’area museale di prossimo allestimento.

 

Proseguendo verso il cuore dei resti, si trova un’arcata corrispondente all’ingresso del teatro. Fino a pochi anni fa, però, lo spiazzo veniva utilizzato come garage per motorini.
Uscendo dall’ex garage, si giunge al centro di un cortile tutt’ora abitato dove sempre all’interno del teatro stesso possiamo notare un grosso blocco di cemento in alto, incassato tra i mattoni d’epoca romana. Nient’altro che il bagno di una casa abitata, con tanto di finestrella che spunta nel lato del teatro.
Lo stupore iniziale nel vedere queste cose , lascia poi spazio al fantastico scenario di strutture murarie di epoca romana tra quelle moderne , creando una bellissima scenografia in cui domina la visione dell’antico attraverso le opere dei secoli successivi che ha finito per incastonare il vecchio teatro tra moderni edifici .

Un po piu avanti , lungo lo stesso decumano vi era anche un altro Tempio che faceva parte  della regione Montana : era il famoso  Tempio di Diana e sorgeva dove oggi  si trova la chiesa di Santa Maria Maggiore che fu  costruita proprio sulle rovine dell’antico Tempio di Diana   . Esso  doveva  essere una struttura molto bella ed elegante come testimoniano i numerosi resti di pregevole fattura architettonica rinvenuti nelle sue fondamenta . Sono stati infatti ritrovati pregevoli sculture , eleganti capitelli di marmo d’ordine corinzio, pitture marmoree imitanti il porfido e molte iscrizioni greche.

L’attuale chiesa di Santa Maria Maggiore , detta della ” Pietrasanta ”  venne eretta come basilica paleocristiana su una preesistente struttura di epoca romana, risalente al IV secolo proprio nello stesso luogo dove si ergeva un tempo  il tempio dedicato alla dea  Diana ,dea della Luna e della caccia, e  protettrice delle donne.

Le sue sacerdotesse e seguaci, dette janare  , erano le depositarie di un sapere astronomico e religioso senza tempo ed erano a conoscenze di molti culti misterici ( Il termine janara era la trascrizione dialettale del latino dianara, che significa “seguace di Diana”).
Esse conoscevano il ciclo dei pianeti e miracolosi rimedi fito-terapici e pertanto secoli fa, quando non esistevano ospedali o ambulatori medici, era proprio a loro che si rivolgevano le genti locali per essere curate.

le ianare

Il culto per la dea Diana era  riservato alle sole donne (perché a queste prometteva parti non dolorosi ) che sopratutto in  corrispondenza con la luna nuova, si recavano in processione al tempio di Diana/Artemide per propiziare il parto o per ringraziare la dea per averle assistite ( in molti scavi sono emersi ex voto anatomici e statuette di madri con lattanti).

 

Le sacerdotesse di Diana erano anche esperte ostetriche, e praticavano gli aborti attraverso infusi di erbe, come il prezzemolo. Il ritrovamento negli scavi di Pompei di oggetti simili a raschietti ha fatto supporre l’ipotesi che nell’antichità venisse praticato anche l’aborto con raschiamento dell’utero.
Queste sacerdotesse erano temute e rispettate, depositarie di un sapere astronomico, religioso e medico senza tempo e si tramandavano in maniera ereditaria antichi culti e pratiche occulte di magia.

CURIOSITA’: Gli uomini  furono ingelositi  da tale culto che li escludeva del tutto anche da questioni familiari  e furono infastiditi da tali arti magiche  che incominciarono a temere. Gli uomini inoltre erano irritati dalla popolarità che il culto di Diana  riscuoteva in questa zona poiché molte promesse spose  pur di evitare matrimoni infelici, preferivano votarsi alla Dea Diana e offrire la loro castità. Le ragazze divenute poi sacerdotesse venivano appellate dagli stessi uomini amareggiati, in maniera dispregiativa col sostantivo di  ianare (da dianare o sacerdotesse di Diana) ed infine per vendicarsi bollate di stregoneria, capaci di invocare il demonio. La parte maschile del popolo, quindi che mal vedeva questo luogo frequentato da sole donne, temendo di perdere il loro potere in società, incominciarono a fare di tutto per screditarlo.

Incominciarono con lo screditare le sacerdotesse accusandole di eresia, adulterio apostasia, blasfemia, e bigamia e tante altre numerose ingiurie con il solo scopo di annullarne il potere acquisito.

Già tutto questo basterebbe a dare un significato misterioso al luogo che invece come se non bastasse pare che esso sia il luogo dove secondo un’antica leggenda, sotto la piccola piazzetta antistante ,  vi abitasse il diavolo in persona. Egli  tutte le notti travestito  da enorme maiale, pare che si aggirava minaccioso per la piazza e le strade limitrofe per spaventare col suo diabolico grugnito i passanti.

 

Il  feroce maiale dal grugnito infernale, appariva nel cuore della notte aggredendo i passanti e squarciando porte e finestre. Per tutti si trattava della personificazione del male: era il Diavolo, incarnatosi nel corpo di un maiale, con l’intento di suscitare terrore e disperazione.
Secondo gli abitanti del luogo, il centro di tale malvagità  si trovava proprio  sui vecchi resti del tempio di Diana, dove alcune donne (streghe) continuavano a praticare strani vecchi rituali sinistri in gran segreto,  che avevano il solo scopo di alimentare  la furia vendicativa di Diana, che per vendicarsi della distruzione del tempio a lei dedicato aveva così consegnato alla città un orribile maiale, invaso di violenza e ira accecante che con il suo spaventoso grugnito, sembrava uscire dall’ inferno.

Il popolo napoletano anticamente, nonostante da tempo avesse accettato la fede cristiana, continuava di tanto in tanto a praticate culti pagani in città’ e fino a tutto il seicento si continuava a svolgere in questo luogo ogni mese di maggio una grande festa conosciuta come ” gioco della Porcella“.
Si trattava di una reminiscenza dei sacrifici di maialini dedicati a Demetra, dea della terra, che aveva il suo tempio poco lontano, vicino piazza San Gaetano, dove ora sorge la chiesa barocca di San Gregorio Armeno. Bisogna anche ricordare che durante il Medioevo era comunque consuetudine uccidere un maialino o una scrofa in questo periodo nella cattedrale principale di una città’ o paese.
Avete mai sentito ammazzare un maiale purtroppo? Le urla sono alte e strazianti e questo spaventava il popolo …  ed esse sembravano provenire proprio da quel luogo, da quella piazzetta ….. da sotto a quel campanile che fu considerato maledetto dal demonio.

N.B. Nel vicino Campanile della Pietrasanta , la cui architettura è costituito da frammenti di epoche diverse , si possono notare anche delle  delle piccole sculture in marmo di teste di suino, che fanno riferimento alla leggenda del Porco-Diavolo e alla Festa della Porcella.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Furono proprio  questi riti pagani e la paura di quete urla di maiali uccisi durante la famosa festa  le origini della intuizione, nel 533 d.C. che spinsero San PomponioVescovo di Napoli, a cogliere l’occasione per erigere una basilica Paleocristiana sui resti del tempio pagano di Diana. Egli non aspettava altro che l’occasione buona. Ed un giorno questa avvenne…

Un giorno, in concomitanza di più persone che avevano contemporaneamente deciso di praticare l’antico culto pagano, le urla di notte si levarono strazianti e spaventose.
Le persone impaurite associarono la presenza dell’animale alle donne che praticavano il culto della Dea Diana, quindi per loro quell’animale era il Diavolo travestito da maiale. Spaventati corsero dal vescovo Pomponio, e lo supplicarono di pregare la Madonna per allontanare il demonio. Il vescovo spinto dalla folla organizzo’ subito una messa che dedico alla vergina Maria pregandola di intervenire seduta stante.

La risposta avvenne secondo il vescovo durante la notte grazie ad un suo sogno: la Vergine avrebbe raccomandato a Pomponio di andare nel luogo dove appariva il demonio, e di cercare con attenzione un panno di colore celeste,  e di scavare sotto quel panno fino a quando non riusciva a trovare una pietra di marmo che li si nascondeva.
Quello era il luogo dove egli doveva costruire una Basilica paleocristiana da dedicare alla Madonna se voleva liberarsi del demonio.

Soltanto così si sarebbero liberati della satanica apparizione, e così nacque la chiesa di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta, che deve il proprio nome alla pietra santa e che sembra si trovi ancora all’interno della chiesa stessa.
Sulla pietra che mostrava una croce incisa  fu posta un’immagine della Madonna e ad essa fu dato un potere enorme:  quando la si baciava essa procurava l’ indulgenza  da tutti i peccati ed il salvataggio eterno.
La famosa pietra Santa pare che fosse stata portata da pellegrini provenienti da Gerusalemme, ed in particolare si pensa che la pietra provenga dalla chiesa di Santa Maria Maggiore di Sion e che essa sia stata addirittura benedetta dal papa nell’anno 533. Dopo inutili tentativi di ricerca fu rinvenuta durante i lavori di restauro del  1657, eseguiti dal famoso architetto dell’epoca Cosimo Fanzago  e conservata nel suo interno. Essa fu posta ai piedi della statua della Madonna della Neve , un tempo presente nella chiesa ed oggi andata perduta .

Anora oggi , a distanza di secoli , la possiamo vedere esposta ai piedi della stessa cappella votive dedicata alla Madonna , incastonata su un piedistallo di pietra lavica nera .

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Campanile appare impregnato di iscrizioni e simboli misteriosi fra cui la tavola del gioco romano «ludus latrunculorum»  una sorta di anrenato del gioco della dama .  Una  scacchiera , che richiama la pianta “ippodomea” di Napoli.

La scacchiera, ricordiamelo , è uno dei simboli della Massoneria  ed è il pavimento rituale di ogni loggia massonica. Ritroviamo il quadrato infatti  in riferimento alla Tetractys pitagorica ed è considerato il numero della manifestazione Universale nel concetto del quadrato Perfetto.

 

 

L’evento della costruzione della Basilica e la sconfitta del diavolo, simbolo del bene che prevale sul male, e’ stato per molti anni ricordato dallo stesso  vescovo con un particolare cerimoniale. Egli affacciato alla finestra della Basilica, ogni anno, per ricordare la data dell’evento, sgozzava dinanzi a tutti un’enorme suino che doveva essergli offerto dai fedeli. La pratica poi per fortuna è stata abbandonata perché ritenuta indecorosa e pagana.
Il furbo vescovo Pomponio provvide dopo la costruzione della basilica, a dare una nuova immagine all’intero luogo affidando la chiesa ai  monaci benedettini, che curavano sia uomini che donne con erbe speciali e pozioni medicamentose;  particolare attenzione fu data alle donne che soffrivano per parti difficili.
Incominciò contemporaneamente una campagna denigratoria e diffamatoria nei confronti di quelle misteriose sacerdotesse detentrici di poteri magici a lui e a tutta la chiesa sconosciuti. Con l’aggravante di aver rifiutato Dio, le dianare vennero di conseguenza designate come donne possedute dal diavolo che esse servivano con riti magici.  Secondo il tribunale dell’inquisizione si dedicavano all’esercizio della stregoneria grazie ai loro poteri occulti con l’unico intento di servire Belzebu’ ma non adorarlo . Esse infatti erano solo seguaci della misteriosa divinità Diana che  nella mitologia greco-romana, era seguita nelle sue peregrinazioni notturne da una schiera di morti senza pace: i morti anzitempo, i bambini deceduti prematuramente, le donne morte di parto , le vittime di morte violenta e quelle appartenenti ad entità   stregonesche .Con la decadenza della religione antica e l’avvento del cristianesimo, Diana assunse  «le sembianze inizialmente di una sorta di fata-maga – per poi giungere a quello di strega che dovevano necessariamente essere  combattute , distrutte e  perseguitate .   Tutte le donne che ricorrevano al culto di Diana furono a quel punto accusate di stregoneria e bandite dalla città.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La loro persecuzione iniziò come quelle di tutte le streghe,  con le prediche di San Bernardino da Siena.  Egli  le indicava come causa di sciagure e sosteneva la tesi secondo la quale dovessero essere sterminate. Nel 1486 fu addirittura pubblicato  il “Malleus Maleficiarum “, che spiegava come riconoscere le streghe, come processarle e come  interrogarle con torture atroci. Proprio attraverso tali torture furono raccolte diverse confessioni, nelle quali si parlava di sabba a Benevento, di voli, di scope e della pratica di succhiare il sangue dei bambini.  Di conseguenza molte di queste fantomatiche streghe finivano poi per essere mandate al rogo o al patibolo.

 

La leggenda delle streghe di Benevento ebbe risonanza amplissima in tutta Europa e, l’albero del “noce stregato”, ipoteticamente situato in una località chiamata Ripa delle Janare, nei pressi del fiume Sabato, divenne il più famoso del mondo.

Secondo una leggenda e strane confessionati carpite sotto tortura ,  queste streghe di Benevento pare , si raccogliessero attorno ad un noce magico, in un rito magico detto Sabba. Prima di avviarsi le streghe si preparavano al sabba cospargendosi il petto con un unguento gelosamente conservato sotto il letto o nel camino, dopodiché uscivano volando sulle proprie scope di saggina, al suono dell’antico adagio: “Sotto l’acqua, sotto ‘u viento, sott’ a noce ‘e Beneviento” . Giunte in una località chiamata Ripa delle Janare, le streghe una volta reso omaggio al capo (assomigliante ad un grosso cane o ad un caprone) si davano poi al rituale.
Questi consistevano in banchetti, con spiriti e demoni sotto forma di caproni o gatti. Il banchetto veniva consumato intorno a “’na tavola longa longa”, carica di dolci, vini ed altre cose prelibate. Seguiva la danza cui le streghe partecipavano con grida,imprecazioni , ostie profanate, crocifissi calpestati, imprecazioni e fracasso infernali culminanti in vere e proprie orgie dove spesso si accoppiavano con demoni  Qualcuno a tal proposito ha avanzato l’ipotesi che il misterioso unguento fosse una sostanza allucinogena (amanita muscaria). Dopo le riunioni le streghe seminavano il terrore. Si credeva che causassero aborti, deformità nei neonati, facessero dispetti, facendo trovare le criniere dei cavalli intrecciate. Ancora oggi nei paesini del beneventano circolano voci secondo le quali le streghe rapiscano dalle culle i neonati, per passarseli tra di loro e riportarli infine al loro posto. Il rituale di carattere erotico-orgiastico ebbe grande diffusione popolare , fino a quando fu bandito, nel 139 a.C.. In seguito il culto proseguì in forma misterica ed esoterica.

La pianta del noce era considerata “Simbolo di fertilità” (si evince dal termine glans, ghianda, da cui deriva anche la parola “glande”) in quanto gli antichi romani vedevano anche una somiglianza tra i testicoli ed il mallo (il guscio) della noce. Le noci venivano usate per scherzi nuziali: durante il corteo venivano gettate sul marito, oppure (secondo Virgilio) lanciate dallo sposo stesso.

L’albero di noce era anche sacro a Dionisio ed anche nei rituali pagani della celebrazione dei Misteri Dionisiaci, le sacerdotesse del dio, cioè le Menadi, chiamate anche Baccanti, celebravano danze sfrenate ed estatiche attorno ad un albero di noce.
La chiesa locale non poteva però accettare che tutto questo si svolgesse sotto i suoi occhi, e approfittando di una delle periodiche guerre tra Longobardi e Bizantini il vescovo del periodo: San Barbato fece tagliare il Noce di Benevento. Ma lo stesso albero pare che più’ volte sia ricresciuto nonostante più volte tagliato continuando ad essere il luogo preferito dalle streghe per i loro Sabba.

Il rito sembra avere origini similitudini lontane importate dalle dominazioni locali.
In particolare il tutto sembra probabilmente legato al periodo in cui la città di Benevento venne conquistata dai Longobardi.

I longobardi infatti, che celebravano il culto di Wotan, padre degli dei, con un rito orgiastico presso il fiume Sabato, erano usi appendere ad un albero sacro la pelle di un caprone. Successivamente i guerrieri, correndo a cavallo intorno all’albero, gareggiavano per colpire la pelle con le frecce, la quale poi veniva strappata a brandelli e mangiata.

Questi particolari riti celebrati presso il fiume Sabato, sono stati probabilmente all’origine dell’idea dei riti delle streghe.
I Longobardi inoltre adoravano un serpente d’oro (probabilmente legato alla dea Iside, che era dominatrice dei serpenti).
Nonostante che la sua immagine venga spesso confusa con lo stereotipo della strega cattiva, la janara è, in realtà, il simbolo della vita vissuta in armonia con la natura, ossia in sintonia con la madre Terra. Si ritiene che le ultime vestali del tempio di Iside e Diana a Benevento, scacciate dalla città, furono costrette a vivere nei boschi della valle del fiume Sabato, e siano le progenitrici delle janare, le quali conoscevano il ciclo dei pianeti, e i rimedi fito-terapici. Secoli fa, quando non esistevano ospedali o ambulatori medici, era proprio a loro che si rivolgevano le genti locali per essere curate.

Non si conosceva l’identità delle janare: esse di giorno potevano condurre una esistenza tranquilla senza dare adito a sospetti. Una Janara poteva essere una persona normale, magari anche sposata, in grado di frequentare le messe domenicali.
Di notte, però, dopo essersi cosparse il petto del suo unguento magico, esse avevano la capacità di spiccare il volo a cavallo di una una scopa costruita con saggina essiccata.

Nelle campagne lentamente incominciò a diffondersi la paura per le streghe e si cercò di trovare un rimedio utile per allontanarle. Presso gli usci si ponevano quindi scope o sacchetti con grani di sale, in modo che, se la janara riusciva ad entrare, sarebbe stata costretta a contare i fili della scopa o i granelli di sale, senza poter venire a capo del conto. L’alba sopraggiungeva a scacciarla, poiché non si accorgeva del passare del tempo, impegnata nell’insulsa operazione. Gli oggetti posti a tutela delle porte infatti avevano ed hanno insite virtù magiche: la scopa per il suo valore fallico, oppone il potere maschile e fertile a quello femminile e sterile della janara; i grani di sale sono portatori di vita, poichè un’antica etimologia connette sal (sale) con Salus (la dea della salute).

Pe combattere le streghe , c’erano fortunatamente , nel mondo contadino popolari , i  benandanti , una serie di persone predestinate fin dalla nascita a contrastare il potere delle streghe e dei stregoni .Essi credenze popolari medievaliavevano  il potere e la capacita di uscire come spirito dal proprio corpo per affrontare le streghe e le altre creature diaboliche che come vedremo minacciavano la fertilità dei campi. Queste battaglie notturne si svolgevano durante le quattro tempora, e i benandanti combattevano armati di rami di finocchio contro streghe e stregoni armati, invece, di canne di sorgo. Se i benandanti vincevano, il raccolto sarebbe stato propizio e quell’anno sarebbe stato quello dell’abbondanza , se  altrimenti perdevano  il raccolto era misero e quell’anno era quello della carestia.

Il loro potere secondo  credenze popolari nasceva dalla fortuna di essere  nati «con la camicia», cioè ancora avvolti dopo il parto , da una piccolo residuo di menbrane del sacco amniotico , Questo segnale veniva considerato  benaugurante ed il neonato che ne era in possesso veniva non solo considerato un futuro uomo fortunato, ( si riteneva addirittura che la «camicia» amniotica avesse il potere di proteggere dalle ferite), ma addirittura un futuro benandante .

I benandanti venivano comunque divisi in quelli  «agrari» le cui battaglia erano finalizzate per la fertilità dei campi, ( in genere riservate ai benandanti uomini),  in quelli  «funebri»  che in processioni notturne  parlavano con i morti ,(  perlopiù benandanti donne) ed in quelli  «terapeutici»  che invece  curavano malattie e ferite, praticando una magia positiva e benefica in opposizione alla magia diabolica distruttiva delle streghe ( in queste attività erano coinvolti sia benandanti uomini sia donne).

In generale erano comunque considerati almeno inizialmente come elementi positivi . Essi oltre che combattere streghe e stregoni , si racconta che conoscevano il passato e il futuro, erano in grado di ritrovare oggetti perduti, allontanavano la grandine e conoscevano incanti che proteggevano la gente e gli animali dall’azione delle streghe . Non solo: essi dichiaravano anche di essere capaci di evocare «l’esercito furioso, composto da bambini morti prima di essere battezzati, dagli uomini uccisi in battaglia e da tutti gli “ecstatici”», cioè da coloro la cui anima aveva abbandonato il corpo senza farvi più ritorno. Ancora, essi affermano di essere in grado di compiere tali prodigi per essere stati ammessi nel «misterioso regno di Venere»: ciò, naturalmente, li ricollega alla divinità femminile adorata durante questi ambigui convegni notturni, la Frau Venus germanica che ricorda la Afrodite mediterranea. Non stupisce, quindi, perchè poi in un secondo momento  l’inquisizione ,in meno di un secolo, fu pronta a metterli sotto  pressione trasformandoli  in odiati antagonisti. Furono infatti con il tempo trasformati da amichevoli benefici  guaritoi  in incredibili  adoratori del demonio  che si recavano a misteriosi raduni notturni, di cui non potevano  far parola sotto pena di essere bastonati, cavalcando lepri, gatti e altri animali

Artemide ( Diana ), figlia di Zeus e di Leto (Latona per i Romani) e sorella gemella di Apollo, era come avete avuto modo di capire , era un tempo molto venerata nei nostro centro storico . In questo luogo vi era una fratia a lei dedicata ( fratia degli artemidi ) e come vi abbiamo parlato un suo particolare Tempio a cui solo le donne potevano accedere .

Diana non era solo la  dea della caccia , della luna. , ma era sopratutto la  protettrice delle donne ed in particolare delle partorienti nonchè  guaritrice , ed esperta in magie e sortilegi . Artemide infatti pur essendo dea della caccia e signora degli animali,  veniva solitamente invocata dalle donne che stavano per dare alla luce un bambino, perché la madre della dea l’aveva partorita senza dolore.

Artemide era però anche  la Dea della guerra e della saggezza perchè al contrario di Ares ( Dio della guerra ) si occupava più della fase difensiva che offensiva di una battaglia e non amando molto combattere , cercava sempre di vincere grazie a buone strategie e abili trucchi . I suoi simboli erano  l’arco, il cervo ,e a volte la falce di luna , mentre i suoi animali sacri erano la civetta ed il serpente , simbolo entrambi  della saggezza  : la civetta di quella del cielo mentre il serpente di quella della terra . Il suo albero sacro era l’ulivo, simbolo di pace.

CURIOSITA : I vincitori  dei famosi giochi Olimpici che  nel  776 a.C. si tenevano nell’antica città di  Olimpia, ricevevano in premio solo una corona di olivo selvaggio composta di rami del santuario di Zeus ( ulivo di Ercole ) .A loro non erano infatti previsti vantaggi economici . Gli atleti esclusivamente uomini ( alle donne non era permesso né assistere né partecipare ai giochi)  , gareggiavano  nudi e con il solo intento di dare con la vittoria lustro alla sua stirpe e onore alla sua città per l’intera Grecia . L’atleta vincitore non ottenendo  alcun compenso in termine economici mirava durante i giochi unicamente alla vittoria sapendo bene che  con il suo  successo individuale poteva  in questo modo eternare  la sua fama ed essere per sempre  considerato un  eroe .

Nella propria città ed in tutta la Grecia , il vincitore, considerato un eroe , per il resto della sua vita, beneficiava del fatto di essere esonerato da tasse e oneri economici di altro tipo . Al suo rientro nella propria città dopo la vittoria , sfilava su di un carro da parata e riceveva numerosi premi onorifici, tra cui il privilegio di iscrivere il proprio nome nella lista dei vincitori, di erigere una propria statua,  di erigere il proprio ritratto in luoghi pubblici, in banchetti sacri e in ginnasi o palestre, di essere mantenuti a spese dello stato, di avere posti riservati a teatro.

Atena era quindi la  Dea della saggezza alla quale ci si rivolgeva per ottenere buoni consigli ed è stata per la mitologia greca  una Dea molto utile all’uomo . Essa ha infatti insegnato all’uomo a  a tessere stoffe, e ad usare i buoi per tirare l’aratro .Nella sua generosità gli ha poi donato anche un bene prezioso che l’uomo purtroppo non sempre ha ben utilizzato : l’albero di ulivo e con esso la pace.

Tutto questo nacque in una sfida tenutasi tra Atena e Poseidone per il possesso della bellissima città di Atene , ricca di splendidi palazzi di marmo e di Templi imponenti . Fino ad allora la città onorava soltanto la saggia figlia di Zeus , Atena e questo irritava moltissimo il Dio del mare che invidiosissimo fremeva dalla voglia di diventarne il signore .

Un giorno decise di impossessarsi della città e giunto con il suo carro sul punto più alto di Atene , l’Agropoli , battendo sulla roccia con la sua arma ( il tridente ) fece sgorgare una fonte d’acqua marina vendicando la proprietà della città. Artemide si fece avanti protestando e Poseidone la invitò a battersi in un duello per riavere la città.. La saggia Dea ben sapendo che in un normale duello fisico avrebbe avuto la peggio invito invece Poseidone ad una gara pacifica . A vincere la gara e quindi la città , era colui che regalava agli abitanti di quella terra la cosa più utile .

Fu subito organizzata nell’Olimpo una giuria di Dei e di Dee , in numero uguale compreso Zeus . Poseidone regalò il cavallo mentre Atena regalò la pianta di ulivo . Dopo infinite discussioni durate giorni e giorni , tutti gli Dei si dichiararono  in favore di Poseidone mentre tutte le Dee al contrario diedero voto favorevole ad Artemide . Ma a vincere  fu quest’ultima perchè il padre Zeus , in qualità di giudice supremo si astenne dal voto dando maggioranza alle Dee. Da allora l’ulivo divenne il simbolo della pace e tale è rimasto anche ai nostri tempi.

Il fratello Apollo rappresentava il Sole mentre Artemide rappresentava la Luna e proprio per tale motivo essa   anche una po ” lunatica  “e vendicativa . Teneva molto alla sua privacy e non sopportava nessun mortale che potesse vederla nuda senza essere punito come ebbe a sperimentare il giovane cacciatore Atteone , che durante una battuta di caccia si imbattè casualmente nella grotta in cui Diana e le sue compagne facevano il bagno. Non appena si accorse della sua presenza la dea, irritata per essere stata sorpresa nuda mentre si bagnava in un laghetto , per l’oltraggio subito gli spruzzò dell’acqua sul viso trasformandolo in un cervo impedendogli così di raccontare ciò che aveva visto.  Il cacciatore scappando giunse ad una fonte dove, specchiatosi nell’acqua, si accorse del suo nuovo aspetto. Scappando , fu  inseguito e catturato dai suoi stessi cani, che inferociti gli si aizzano contro sbranandolo ( la scena ci è mostrata nella belle fontana del meraviglioso Parco della Reggia di Caserta ).

Altra vittima della sua facile suscettibilità fu certamente Aracne , una giovane ragazza che viveva in Lidia ( oggi Turchia ) ce con il suo grande talento sapeva tessere come nessun altro essere umano . Essa divenne in poco tempo la fanciulla più famosa del regno sopratutto per la sua bravura con cui faveva gli arazzi , degli enormi riquadri di tessuto con motivi artistici da appendere alle pareti . Essi erano fatti solo per bellezza ed erano difficilissimi da realizzare e visto il loro costo erano spesso solo ad appannaggio delle famiglie reali. Aracne li faceva invece solo per piacere e molte volte li regalava alle feste cui partecipava.Tutto questo la rese molto famosa e molto amata . La gente del posto prese l’abitudine di raccogliersi ogni giorno davanti la sua capanna a vederla lavorare . Persino le ninfe lasciavano i loro boschi e fiumi e rimanendo a fissare la fanciulla che tesseva i suoi arazzi .

Aracne era certamente molto brava ed il suo unico torto fu quello di non ringraziare Atena per il suo talento . Aveva imparato l’arte del tessere da sola e nessun  Dio fino ad allora si era mosso per lei . I suoi genitori  erano morti e non gli avevano lasciato nemmeno un soldo. Non credeva quindi agli Dei e tantomeno al fatto che la sua bravura fosse un dono di Atena . L’arte della  tessitura secondo la mitologia greca era stata  inventata proprio da Atena e era impensabile che un essere umano per quanto bravo non tributasse la giusta riconoscenza ad Atena per la sua bravura..Era solo la Dea a consentire ai mortali il talento per tessere.

” Tessere è un mio merito . Se Atena è così brava può benissimo venire giù e mettere alla prova le sue capacità contro le mie ”

A questa sua frase nei confronti di una ninfa che con lei si era complimentata invitandola a ringraziare Atena per il suo talento , ecco scatenata la irritabilità di Atena che appare ad Aracne e accetta la sua sfida .

Si sfidarono tessende ognuna di loro un magnifico arazzo : Atena tessè una scena in cui pose gli Dei in tutta la loro gloria , seduti nella sala del consiglio dell’Olimpo mentre Aracne tessè un arazzo dove  apparivano  tratteggiate tutte le cose ridicoli e orribili che gli Dei avevano fatto nei secoli .Mostrò Zeus trasformato in toro per rapire la principessa Europa , Poseidone sotto sembianze di stallone che inseguiva la bianca giumenta Demetra e la povera Medusa trasformata in un mostro orribile da Atena stessa.

Quando gli arazzi furono terminati , la folla che era accorsa ad assistere alla sfida piombò nel silenzio assoluto . I due arazzi erano entrambi di ottima qualità . . La gara era finita in parità. Ma era finita anche la pazienza di Atena che a quel punto indispettiva dalla boria e dall’ennesima frase insultante gli Dei proferita da Aracne  distrusse prima la  sua tela e poi incominciò a bastonarla tra le risa e gli sberleffi della gente che divertita la insultavano schernendola mentre Atena la colpiva .

Quando la rabbia di Atena si placò , vedendo i mortali che indicavano Aracne sghignazzando capì  che forse aveva esagerato con la punizione e ammonì la folla intimandogli di smettere .

Ma mentre Atena era impegnata a rimproverare la gente , Aracne sollevatasi a fatica da terra , ferita nell’orgoglio  per la vergogna e rinnegata dai suoi concittadini  che l’avevano messa in ridicolo , raccolto un grosso gomitolo di filo sufficiente per una corda fatta a mano , fece un cappio , e se lo passo intorno al collo . Lanciò l’altro capo della corda su una trave presente sopra di lei e per vergogna e autocommiserazione si tolse la vita.

Quando Atena e la folla se ne accorsero , Aracne era già appesa lassù . Atena a quel punto fu colta dalla pietà e visto che riteneva  il suicidio un gesto di vigliaccheria decise di non lasciarla morire trasformando la fanciulla in un ragno in maniera da poter continuare a vivere e tessere per sempre ma in maniera tale da non potersi mai più vantare sfidando gli Dei.

Secondo altri invece le cose , tranne  il finale , non erano andate proprio in questo modo . Aracne era secondo questi invece solo la più abile delle allieve di Atena che fiera della sua arte , decise di ricamare su un immenso arazzo di porpora la storia degli dei . Una volta terminato decise poi di esporre il suo capolavoro nella piazza del paese . Molti accorrevano ad ammirarlo da tutta la Grecia complimentandosi con Aracne che divenne in poco tempo famosissima . Il commento più diffuso era . ” Nemmeno Atena potrebbe fare di meglio “.

Questi commenti arrivarono ovviamente anche all’orecchio di Atena che abbandonò subito i suoi lavori per andare a vedere quello dell’allieva .Aracne quando la vide arrivare , spaventata non mancò di inginocchiarsi tremando davanti a lei sapendo che forse si era troppo vantata di ciò che sapeva fare . Atena le sorrise benevola , ma appena posò gli occhi sui stupendi disegni dell’arazzo che brillava catturando i raggi del sole , aggrottò la fronte irritata.: la sua allieva l’aveva davvero superata .

A quel punto Atena , Dea della saggezza e figlia prediletta di Zeus , nonchè protettrice di tutte le arti e fonte di assennati consigli , perde il lume della ragione e afferrata la tela ricamata , la stracciò con rabbia spargendone attorno i pezzi .

Aracne lanciò un urlo e scappò via . In un attimo era stato distrutto il suo lavoro più bello , che le era costato anni di pazienti fatiche . Corse a nascondersi nella foresta e Atena , che l’aveva seguita , forse pentendosi del suo gesto crudele , la ritrovò morta appesa ad un ramo con la sua cintura . La Dea pianse sul corpo senza vita dell’allieva e … il resto già lo sapete .

Aracne continuò a vivere tessendo ma stavolta senza gloria e senza più vanto nei confronti degli Dei .

Artemide , era come abbiamo detto considerata padrona e signora degli animali e della caccia: i cacciatori, infatti, la veneravano offrendole le corna e la pelle degli animali uccisi, che appendevano a un albero o a un palo. Questa consuetudine, che ha tutto il sapore del ringraziamento oltre che del rito propiziatorio, conferma come la caccia fosse molto importante nell’ambito delle attività degli antichi. Ella , chiese e ottenne dal padre Zeus ,  il dono di restare sempre casta ed  il permesso di non sposarsi mai . Non amava molto gli uomini e non aveva  nessuna intenzione che un uomo pretendesse di essere il suo signore e padrone  per tutta la sua immortale vita . Era quindi una gelosa custode della verginità femminile incontaminata e indipendente dalla presenza maschile . Non amava le sdolcinate amorose storie di cui andava sempre cianciando Afrodite e chiese al padre di abbigliarsi con una tunica giallo cromo bordata in rosso. Per ottenere le armi che desiderava (un arco d’argento, la faretra e le frecce) si recò nell’isola di Lipari dove si trovava la fucina dei Ciclopi (da altri collocata sotto l’Etna o altrove in Sicilia). Ottenne anche un  corteggio di 60 ninfe Oceanine e di 20 ninfe dei fiumi  ( ninfe Amisie ) che dovevano prendersi cura dei suoi calzari e accompagnarla nel suo vagare per i boschi accudendo  nella circostanza anche  alle  sue cerve , nutrendole con lo stesso trifoglio che costituiva il cibo preferito dai cavalli di Zeus ( (  si spostava su un cocchio trainato da due cerve dalle corna d’oro) . Le ninfe che l’accompagnavano erano  anch’esse dedite alla castità perché la dea non ammetteva che nessuna delle sue compagne prestasse attenzione alle profferte amorose.

Artemide era una Dea all’epoca molto venerata da tutte le giovani vergini perchè essa era l’unica che le proteggeva da un matrimonio infelice . A quei tempi infatti la maggior parte delle fanciulle non poteva scegliere il marito. Era solo il padre che sceglieva ,  ( per veri scopi patrimoniali  ),l’uomo da sposare . Non importava se era grasso , vecchio e brutto. Non avevano altra scelta che sposarlo .Se diventavi sacerdotessa di Atena nessuno poteva più costringerti ad un matrimonio non voluto .

Possiamo in definitiva definirla la prima protettrice in assoluto delle donne  ed il primo ostinato difensore dei suoi diritti : Pensate solo che , secondo molti ,nell’antica città di Troja si  trovava un antico Tempio chiamato ” PALLADIO ” ( significa luogo di Pallade ) dove le sole donne potevano entrare e chiedere protezione  ad Atene . In questo luogo mai nessuno uomo si sarebbe azzardato a fare loro del male e a nessuno di loro addirittura  era anche concesso di guardare la sua statua pena la morte.

Il Tempio era dedicato a Pallade , una ninfa divenuta nel tempo la migliore amica di Atena e unica nel tenerle testa in combattimento .  Erano  entrambe molto brave nell’arte del combattere ed erano solite allenarsi combattendo tra loro .  Un giorno  accadde che si allenassero  sulla sponda del lago combattendo con furia ad una velocità così impressionante  da apparire agli occhi del padre Zeus  come  uno scontro normale in cui la figlia stesse per soccombere .Decise allora di intervenire in favore di Atena e fece in modo che Pallade non schivasse un colpo inferto dalla prediletta figlia . Era un colpo che Pallade normalmente avrebbe evitato come ben sapeva Atena ma queste volta la lancia trapasso il ventre della ninfa ed uscì dall’altra parte uccidendola . Atena cadde in ginocchio e singhiozzando preda di un forte dolore si mise a cullare il corpo senza vita della sua povera amica . Il dolore fu immenso e dopo aver poi disciolto il corpo della sua amica nelle acque del fiume Tritonio , decise di onorare Pallade con unTempio a lei dedicato.

Nell’antica Neapolis , nell’area  tra l’attuale Via Mezzocannone e l’odierna Piazza San Domenico , si trovava  trovava un tempo anche un antico Tempio dedicato a Dionisio e Vulcano. Nella chiesa di Santa Maria Rotonda , che un tempo sorgeva sopra questo Tempio , venne infatti tempo fa , ritrovato un cippo marmoreo , attualmente depositato presso il nostro Museo Aercheologico, dove in bassorilievo sono  scolpite le immagini di Dionisio ed alcune iscrizioni probabilmente riferite ad Anubi , la  divinità egiziana dalla testa di cane .

Dionisio ( Bacco per i romani ), è una delle più affascinanti divinità della mitologia greca. Conosciuto soprattutto per aver introdotto il vino, bevanda “dionisiaca” per eccellenza, egli con il suo mito ha offerto agli antichi uomini un ben più ampio simbolismo Egli con la sua proprompente energia e forza rappresentava  la natura che accompagnava i frutti alla maturazione, ma poichè  questa energia tendeva poi  a scomparire con l’inverno, gli antichi gli attribuirono  a lui anche una serie di simbologie connesse ad un’idea di sofferenza, persecuzione e follia. Era un Dio di sesso maschilema dall’indole profondamente femminile,  e per questo anche il simbolo della diversità , della follia, del piacere senza limiti e di tutto  ciò che viene rinnegato . perché fa paura . Era per questo motivo quindi spesso contemporaneamente amato e odiato, più di una volta ucciso e poi rinato. 

Dioniso non era solo  il dio del vino ma, più propriamente, era  il Dio dell’estasi e dell’ebrezza vitale, il Dio della forza dell’esistenza, dell’eternarsi della potenza vitale.  Le sue sacerdotesse, le Menadi, erano deputate allo svolgimenti di riti che richiamavano, nella potenza delle trance, quella follia priva di freni razionali che è la potenza della natura nella sua massima espressione. Dioniso è, per questo, un Dio selvaggio, che si accompagna al Dio Pan, ai Satiri, ai leopardi e, più in generale, alle belve feroci della natura incontaminata.

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L’origine di questa associazione si deve al fatto che il Dio Dioniso nasce come sacralizzazione della linfa vitale delle piante: Dionisio è la clorofilla, le vene delle foglie, la resina, il succo dei frutti, la polpa dei semi, il sangue delle belve feroci.

Come avviene per tutte le divinità intrinsecamente legate alla natura, Dioniso è una divinità ciclica: il suo mito, le sue feste sono tutti elementi legati al potere indistruttibile di quella vita universale che, rinnovandosi, va oltre la morte apparente.

L’ebrezza, il sesso, l’uso di maschere, la preparazione di torte con semi, melagrana e vino, la sospensione di ogni attività in nome di una festa estesa anche agli schiavi e persino ai fanciulli: questi erano gli elementi chiave della celebrazione delle Antesterie; un Trionfo carnevalesco della Vita che si andava ad equilibrare all’evocazione dei progenitori – i Cari – simbolo del Trionfo della Morte, in un ciclo che produce eterno dinamismo.

E’ in questo contesto che, probabilmente, avveniva in un luogo deputato una forma più o meno simbolica di ierogamia, sottolineata dalla danze delle devote attorno alla statua del Dio.


Dionisio era figlio di Zeus e di Semele ,figlia del re di Tebe Cadmo .

Semele era una pricipessa bellissima che  aveva suscitato l’amore dell’infedele  Zeus che la fecondò sotto le spoglie di un mortale.
La gelosa moglie Era lo scoprì e decise vendicarsi contro Semele e il suo bambino non ancora nato. Le apparve quindi sotto le spoglie della sua vecchia nutrice, e convinse l’incauta fanciulla ad assicurarsi della natura divina del suo amante, insistendo perchè  si presentasse a lei nella sua vera natura divina .
Quella stessa notte, quando Zeus venne a trovarIa nella sua solita veste di mortale , Semele lo pregò di farIe un favore, e Zeus giurò sul fiume Stige (un giuramento irrevocabile) che avrebbe fatto qualsiasi cosa gli avesse chiesto. Semele, che era stata ingannata da Era, gli chiese di apparirle in tutta la sua maestà di sovrano dell’Olimpo; non sapeva che ciò per lei avrebbe significato la morte, in quanto la visione di un Dio ,nella sua vera veste non è cosa che gli umani potevano sopportare . Avendo però giurato sullo Stinge egli fu costretto a rispettare il giuramento, Zeus prese allora le sue sembianze divine, una presenza che nessun mortale poteva sostenere.Il travestimento mortale di Zeus si dissolse così in una fiammata ed il Dio apparve in tutto il suo splendore , come una vorticante colonna di fumo . Tutto prese fuoco , la porta si disintegrò e le ante delle finestre esplosero .

Il fuoco di folgore ovviamente uccise Semele, che si polverizzò all’istante .Il bimbo dentro di lei però sopravisse grazie allo stesso Zeus che rapidamente riuscì ad estrarre   il piccolo   dal suo grembo .

Ovviamente Zeus rimase scioccato dalla morte della bella Semele ma capì  in quel momento che la cosa più importante era il bambino. Il piccolo non era ancora completamente formato e maturo . Egli avrebbe avuto ancora bisogno di qualche mese per svilupparsi del tutto prima di nascere . Il bimbo avava peranto bisogno di una incubatrice . Zeus pensò rapidamente. Tirò fuori il suo fulmine e si praticà un’incisione sulla coscia , vi caccià il bimbo dentro e poi ricucì la pelle.  La sua coscia, che gli fece quindi da incubatrice  ( cose da Dei ) finché il piccolo non fu pronto per nascere. Quando il bimbo fu pronto ,Zeus tagliò di nuovo la pelle e lo tirò fuori .L’ insolita levatrice di questo parto fu Ermes ed appena nato comiciò a piangere e strillare talmente tanto da creare un gran baccano . Questo fu il motivo per cui Zeus decise di chiamarlo Bacco . 

Era , quindi ,  aveva si avuto ,  la sua tremenda e feroce vendette su Semele  ma non sul bimbo nato  che fu da Zeus , subito dopo nato inviato  tramite Ermes , per sottrarlo alla vendetta della moglie ,  presso la sorella e il cognato di Semele che lo allevarono come fosse una bambina, per despistare Era. Come richiesto , da Zeus , i due zii , Ino e Atamante , vestirono Bacco , durante i suoi primi anni di vita con abiti da bambina . Il piccolo di questa cosa ne fu alquanto confuso . Egli infatti non capiva perchè i genitori adottivi lo chiamassero con un nome maschile in privato e con uno femminile in pubblico .

Alla fine pensò che fosse così per tutti i bambini .

Questo  camuffamento non gli evitò   comunque la vendetta di Era, che dopo averli  individuati ,fece impazzire i suoi genitori adottivi che cercarono di ucciderlo. Ancora una volta Dioniso fu però salvato dalla morte da Zeus, che lo trasformò velocemente in una capra  e lo portò sul monte Nisa, un mitico luogo divino abitato dalle Ninfe, che lo allevarono in una grotta. 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le cose non andarono meglio però per i suoi gentori adottivi e per i loroi figli. La Dea infatti  inflitto ad Atamante e Ino una forma di grave pazzia  portò loro ad essere protagonisti di una vera e propria tragedia .

Atamante pensando che suo figlio maggiore  Learco , fosse un cervo , lo uccise con arco e frecce mentre Ino , pensando che il figlio più  giovane , Melicerte , avesse bisogno di un bagno caldo , lo annegò in una tinozza piena di acqua bollente . Accortisi poi , in un secondo momento di quello che avevano fatto , disperati , si gettarono dalla cima di un colle e morirono sfracellati . 

Dionisio però grazie al tempestivo intervento di Zeus si salvò ancora una volta e affidato come detto , alle ninfe , venne di nuovo trasformato in un bambino . 

Tutta questa storia fu comunque molto importante per Dionisio che imparò innanzitutto come la pazzia poteva essere un arma , ma aveva anche imparato ad amare le capre che infatti divennero uno dei suoi animali sacri , ma sopratutto aveva imparato che non ci si può nascondere semplicemente mettendosi degli abiti diversi .Più tardi infatti diventò il dio di tutti quelli che si sentono confusi riguardo il proprio sesso , perchè sapeva cosa voleva dire . 

CURIOSITA’: Il capro era nelle feste di Dioniso,  la vittima preferita dal dio.  Il sacrificio di questo animale  era quasi sempre presente nei suoi riti orgiastici in quanto egli  era il suo animale sacro per eccellenza . Questo era dovuto non solo  al fatto che i capri mangiassero con avidità i tralci della vite  ma certamente anche alla sua ben nota lascivia e sfrenatezza sessuale .

Zeus per convicere le ninfe a crescere sotto la loro protezione e la pericolosa vendetta di Eea , Dionisio , concesse loro l’immortalità  e da quel momento il giovane ragazzo divenne il figlio di Zeus che viveva sul Nisa , abbreviato in Dio di Nisa , che alla fine divenne il suo nuovo nome Dionisio . 

Dionisio , da quel momento crebbe sul Monte Nisa con le ninfe come matrigne e i satiri come patrigni . Qui il suo tutore Sileno, metà uomo e metà cavallo , lo mise a conoscenza  dei suoi segreti della natura e gli insegnò a produrre nettare spremendo tutto quello che proveniva da qualsiasi  pianta . 

Un giorno , mentre egli era in giro per i boschi con il suo migliore amico , un giovane satiro di nome Ampelo , egli vide un tralcio rampicante mai visto prima , avvolto intorno ad un grosso rammo di un albero che si alzava per almeno sei metri sopra le loro teste.

Il tralcio attirò molto l’attenzione di Dionisio che cercò senza riuscirci di scalare il tronco d’albero . A questo punto Ampelo , per accontentare l’amico , nonostante il volere non favorevole di Dionisio , cominciò ad  arrampicarsi sul troco e ben presto si ritrovò a cavalcioni di un ramo .  Cominciò quindi a staccare il rampicante, lasciando cadere una delle estremità verso Dionisio che appena lo colse dovette purtroppo poi assistere alla caduta dall’albero dell’amico che battè la testa sulla roccia e morì.

Per Dionisio , la morte di Ampelo fu un dolore enorme , pianse per giorni interi . Egli provava tristezza e rabbia e si sentiva colpevole della morte dell’amico .

Nel fratempo  , sul  rampicante che l’amico gli aveva raccolto  , c’era  del sangue che  assorbito dalla pianta , aveva fatto spuntare grappoli di piccoli frutti di colore rosso scuro dai quali in onore di Ampelo ,decise di estrarre il nettare  più buono che egli avesse mai fatto.

Si mise quindi all’opera e incominciò a produrre  un nettare rosso che egli chiamò vino .

La pianta di vite , causa della morte dell’amico ,contemporaneamente incominciò a crescere a ritmo incredibile invadendo tutto il bosco e producendo tantissimipiccoli frutti.

CURIOSITA’ :  secondo alcuni racconti , il giovane satiro Ampelo fu il primo amore di Dioniso e a far crescere le viti durono le Moire che  a seguito della supplica inviata loro dallo stesso Dionisio ,  concessero ad Ampelo una seconda vita in forma di tralcio di vite.

Dionisio guardandola ne fu molto soddisfatto . Era felice che il mondo si potesse riempire di viti in onore di Ampelo.

 

Dopo aver riempito del nuono nettare la sua fiasca, Dionisio , tornato alla sua caverna , mostrò la sua nuova bevanda alle sue matrigne ninfe che una volta assaggiatolo , lo trovarono talmente buono da cominciare da berlo  in grandi quantità . Ne bennero talmente tanto da incominciare ad ubricarsi . Stessa cosa successe anche con i satiri , accorsi sul luogo perche richiamati dal gran ridere delle ninfe .

Dopo un po , nessuno riusciva più a pensare in modo sensato , vedere o camminare diritto , ma tutti apparivano  comunque divertiti . Ben presto l’intera montagna si trasformò in una festa colossale, con canti e danze.

Da quel momento in poi Dionidio divenne il Dio del Vino e la notizia di questa deliziosa bevanda si sparse velocemente in giro per il mondo .

Le ninfe ed i satiri viaggiarono in lungo ed in largo ,  vestite con pelli animali  e con in testa una corona di edera o quercia o abete , decantavano  a chiunque volesse ascoltare la magnificenza del vino e del Dio che lo aveva inventato .
Successivamente , come vedremo , accompagneranno anche il Dio Dionisio nei suoi viaggi in giro per il mondo .

 

 

 

 

 

 

 

 

Dionisio divenne quindi presto anche molto famoso e molti comuni mortali cominciarono , sempre più frequentemente ad affluire sul Monte Nisa ogni sera , dove bevendo troppo non solo si ubriacavano ma si divertivano danzando al ritmo di frenetica musica fatta da  zampogne, tamburi e cembali, fino ad  entrare  in uno stato estatico , dove per celebrare il Dio Dionisio  si lasciavano poi andare  ai piu fantasiosi giochi erotici .

Essi, danzando ad un ritmo frenetico , e bevendo vino in maniera esagerata , perdendo il controllo di se stessi ,  entravano nella dimensione delle emozioni e dell’irrazionalità che li portava puntualmente  , ad unirsi tutti insieme , per celebrare il culto di Dionisio ,in ver e propri finali  orgiastici. .La celebrazione  di Dioniso era  infatti detta ‘orgia’ del Dio.

L’orgia arrivava al culmine nel momento in cui si faceva a pezzi e mangiava cruda la carne cruda di un animale sacrificale, ritenuto un’incarnazione del Dio. Si trattava di un atto di comunione grazie al quale Dioniso entrava nel celebrante.

Queste estasiastiche feste che Dionisio organizzava ogni sera per il suo culto , portarono a fargli avere numerosi seguaci che iniziarono a chiamarsi Baccanti . Tra i più fanatici  di questi seguaci vi era un gruppo di donne chiamate Menadi che oltre a partecipare in maniera ativa all’epilogo orgiastico spesso  mettevano a rischio la propria vita, giocando con la morte, tramite la manipolazione di serpenti che per questo motivo divennero poi un altro animale che finì per rivestire  un ruolo fondamentale nel culto di Dioniso. Il serpente veniva considerata una  bestia ambigua, doppia: sanguinaria e divina e per questo spesso  collegato con la  sfera della morte  e rappresentavano un  binomio vita-morte che è segno di ambiguità, della doppia natura di Dioniso.

N.B.  In epoca più tarda il culto di Dioniso pretendeva che le Menadi adoperassero serpenti non velenosi, quale barbaro ornamento della loro acconciatura di Baccanti.

Nell’iconografia classica le menadi vengono raffigurate come l’oggetto del desiderio dei satiri tra le braccia dei quali vengono spesso raffigurate.
Le Baccanti vengono anche nominate nella leggenda di Orfeo ed Euridice: Orfeo, dopo aver perso per la seconda volta Euridice, vaga per i boschi, dove incontra proprio un gruppo di Baccanti, che invitano Orfeo a festeggiare insieme a loro. Ma Orfeo, dopo la morte di Euridice non vuole più compagnie femminili, e le Baccanti, offese, lo uccidono. Così Orfeo può scendere agli Inferi e riunirsi alla sua amata Euridice.

CURIOSITA’: Lo stesso Dionisio partecipava spesso alle sue fantastiche feste orgiastiche e  mostrando   una non bene identificata natura maschile o femminile, si accoppiava in maniera ambigua talvolta con esseri maschili e talvolta con esseri femminili. La leggenda infatti , lo vuole sia amante del centauro Chirone , dal quale apprende le arti del canto e della danza, e le  alle regole iniziatiche dei futuri riti bacchici , sia amante di Afrodite dal cui amore si narra sarebbe nato Priapo.  Per questo motivo Dioniso incarna e rappresenta quella parte dell’uomo che nel suo istinto primordiale è presente in ogni essere vivente. E’ cioè  quella parte dell’uomo  originaria e insopprimibile, che può riemergere ed esplodere in maniera violenta se repressa e non elaborata correttamente.

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel rito orgiastico a scatenare stati d’eccitazione psicologica erano il suono del flauto  e sopratutto del timpano,  una sorta di piccolo tamburo, costituito da un cerchio di legno, sul quale era distesa una pelle di toro, uno degli animali simbolo del dio.  I timpani erano ovviamente suonati dalle Baccanti che li innalzavano sopra il capo, e con il loro continuo ritmo continuo provocavano  una sorta di droga sonora capace di indurre nel tempo i fedeli  atraverso in  trance .

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A Dionisio adesso per essere un vero Dio , mancava solo che in ogni città ci fosse un Tempio dedicato al suo culto .

Ed ebbe per farsi costruire questo primo Tempio dedicato, l’infelice idea di cominciare con la città a lui piu vicino in quel momemto governata da un re di nome Licurgo .

Egli era un re violento e cattivo . Di lui si diceva che gli piaceva frustare animali indifesi come cani , cavalli e qualsiasi altra creatura incontrasse sul proprio cammino. Aveva con se , una frusta speciale lunga  tre metri fatta di pelle nera intrecciata con spine di ferro e schegge di vetro e se non gli capitavano un giorno sotto la mani animali,  egli a volte solo per divertimento  , frustava i suoi schiavi ed eventuali suoi sudditi che gli si presentavano davanti al trono con qualche richiesta .

Dionisio , pur avendo sentito alcune voci non positive su Licurgo decise ugualmente di recarsi dal re e incominciò a dirigersi  con tutto il suo esercito composto da  ninfe e satire  verso la città governata dal re .

L’allegro gruppo incominciò quindi a marciare in un’allegra processione offrendo per strada a chiunque loro incontrassero , grappoli di uva , piantine di vite e bicchieri di vino . Mentre camminavano  cantavano e intonavano festosi canti intorno a dionisio cche non mancavano di annunciare come il Dio del vino e dei festeggiamenti .

Dionisio si presentò quindi al palazzo del re vestito come solito con la sua costosa tunica rosso porpora con posato sul capo una corona di foglie di vite e con uno scettro speciale chiamato tirso , con una pigna sulla sommità . Si  annunciò come il Dio del vino e non fece altro che chiedere al re di far apprender alla sua gente l’arte della coltivazione delle vite e della produzione del vino . Promise inoltre a Licurgo la prosperità del suo regno laddove egli acconsentisse ad erigere un Tempio in suo onore .

Tutto sommato quindi Dionisio chiese a Licurgo solo di divenire il Dio protettore  della sua città , ma la risposta del re fu delle più feroci , incominciando a frustare tutto e tutti con la sua speciale frusta mentre le sue guardie di palazzo facendosi avanti circondarono le ninfe ed i satri per arrestarli tutti .

Dionisio riuscì fortunatamente a scappare e inseguito dai soldati quando stava quasi per essere catturato si tuffo da un’altura nell’Oceano .

Fu qui salvato dalla ninfa del mare  Teti che una volta curatigli  le ferite , lo esortò a vendicarsi di di Licurgo . Reatisi di nuovo dal re , minacciò lo stesso di esaudire non solo le sue richieste , ma anche liberare tutte le ninfe e satiri che lui teneva prigionieri .

Minacciò Licurgo di far divenire il suo regno sterile grazie al fatto che egli non avrebbe fatto crescere e maturare nesun fiore e nessun frutto .

Al rifiuto del re , Dionisio questa volta  provvide a far diventare momentaneamente  pazzo il re che immediatamente si piegò in due dal dolore e scambiò suo figlio Driado per un tronco di vite i cui tralci che si contorcevano .Strappo quindi un’ascia dalla guardia più vicina e provvide a tagliare la colonna di tralci . Solo in un secondo momento si accorse che quello a cui aveva dato piu fendenti non era altro che il figlio che aveva quindi ucciso .

Ordino ai suoi umomini di ucciderlo ma questi stavolta ebbero paura del nuovo Dio e lo lasciarono andare . Prima di lasciare il palazzo invito tutti a lasciare liberi  tutti i suoi seguaci e destituire il re , pena l’insecchimento delle loro terre e la sofferenza dell’intero regno .

Nei giorni seguenti tutto il territorio incominciò ad avvizzire . Nella città e nei campi le piante appassirono . I frutti marcirono ed il pane si coprì di muffa L’acqua nei pozzi divenne calda e putrida . I contadini non riuscivano a coltivare più niente e gli abitanti dopo un po non avevano di che sfamare i propri familiari

Alla fine dopo due settimane , le guardie reali invasero il palazzo e catturarono Licurgo . Lo trascinarono urlante e protestante nella piazza della città e gli legarono ciascun arto ad un cavallo che poi frustarono sulla groppa . I quattro cavalli scattarono al galoppo in quattro direzioni diverse.

Dopo questo orribile delitto , gli abitanti liberarono i seguaci di Dionisio e immediatamente le piante ripresero a crescere e i fiori a sbocciare . Le viti ricoprirono i muri del palazzo , caricandosi di succosi grappoli d’uva.

I cittadini a quel punto non solo impararono a produrre il vino ma cominciarono anche a costruire un Tempio dedicato a Dionisio .

Dionisio , ottenuta la sua vittoria , si mise quindi in marcia per far erigere altri tempi in suo onore in altre città . In ogni luogo dive andava distribuiva vono e diffondeva l’arte di produrre il vino .

Molte città accolsero con grande gioia Dionisio ed il suo esercito di baccanti  e molte di prodigaro a rendergli  onore impegnandosi a costruire un Tempio a lui dedicato . Ovunque andava portava gioia ed allegria ed i pochi re che non apprezzarono il nuovo Dio fecero tutti una brutta fine .

Tra questi il re di Tebe Penteo , che venne letteralmente fatto a pezzi per essersi senza permesso , spinto a spiare come non credente  ad una festa orgiastica dove non era stao invitato . Scoperto venne trucidato dai seguaci del Dio

Ad Atene prima di  avere il benvenuto fu prima costretto a far impazzire numerose donne ateniesi . Successivamente nella città venne istituita una festa annuale in suo onore

Ad Argo,  manifestò la propria potenza in modo analogo facendo impazzire le figlie di re Preto e tutte le donne del paese che divorarono i propri nati.

Nelle isole  dell’Egeo,  noleggiata una nave diretta a Nasso , venne poi fatto da questi prigioniero . Essi rivelatisi poi di  essere pirati ,  intendevano venderlo come schiavo in Asia, ma egli  si salvò tramutando in vite l’albero maestro della nave e sé stesso in leone, popolando nel contempo la nave di fantasmi e di animali feroci che si muovevano al suono di flauti;.I marinai, sconvolti, si gettarono in mare ma il dio li salvò trasformandoli in delfini: pur consapevoli che non avrebbero più riacquistato la forma umana, i giovani compresero anche che il dio aveva voluto concedere loro la possibilità di riscattarsi, e così dedicarono il resto della loro vita a salvare i naufraghi. Per essersi dimostrato più buono degli altri pirati, Acete , il timoniere, non subì metamorfosi, divenendo sacerdote del dio.

Sbarcato nell’isola di  Nasso , Il dio  incontrò la giovane Arianna  abbandonata in questo luogo da Teseo.

Arianna , figlia del re ateniese Egeo , si era  follemente innamorata di Teseo e per questo motivo  , decise di aiutarlo  ad uccidere  il famoso Minotauro . Grazie ai preziosi consigli di Dedalo a cui Arianna  aveva chiesto aiuto , Teseo  dopo aver aspettato che  il Minotauro si addormentasse ,  uso’ la sua spada per staccare un corno con il quale poi trapasso’ la belva. Uscito dal labirinto , poi  salpo’ con Arianna , che  poi  abbandonò dormiente ,  sull’isola deserta di Nasso.
Il motivo di tale abbandono e’ rimasto controverso ; si dice che l’eroe si fosse invaghito di un’altra o che si sentisse in imbarazzo a ritornare in patria con la figlia del nemico , oppure che venne semplicemente intimorito da Dionisio ( futuro marito di Arianna ) che in sogno gli intimo’ di lasciarla in quell’isola per poi raggiungerà e farla sua sposa.
Arianna , rimasta sola , inizio’ a piangere , finche’ apparve al suo cospetto il Dio Dionisio che per consolarla le dono ‘ una meravigliosa corona d’oro , opera di Efesto che venne poi alla sua morte , mutata dal dio in una costellazione splendente . : la costellazione della corona .
Come avuto modo di capire Dionisio dopo aver incontrato Arianna , abbandonata nell’isola di Nasso decise di farla sua sposa.

Sposato Arianna ,riprese di nuovo il mare allo scopo di diffondere il culto del vino ed insegnare all’uomo come farselo da soli . Insegnò loro a coltivare le viti e l’arte della vendemmia .

Era intanto fece un ultimo tentativo per ucciderlo . Dopo averlo isolato dalla sua chiera di seguaci lo fece impazzire ed egli in preda alla frenesia vagò con il tutore Sileno e un gruppo di satiri e baccanti fino in Egitto, dove si batté con i Titani, restituendo ad Ammone lo scettro che questi gli avevano rubato; in seguito si diresse in oriente, verso l’India, sconfiggendo numerosi avversari lungo il suo cammino (tra cui il re di Damasco, che scorticò vivo) e fondando numerose città. Al suo ritorno gli si opposero le  Amazzoni  che egli aveva già precedentemente respinto fino ad Efeso, ma vennero sbaragliate dal Dio e dal suo seguito.
Quando fece ritorno dall’india, Cibele o Rea lo liberò della follia e lo purificò degli assassini commessi in stato di ebbrezza e gli insegnò i misteri e i riti di iniziazione, per cui divenne il sacerdote della grande Dea e Dio lui stesso.

Durante queste sue peregrinazioni Dioniso insegnò agli abitanti delle regioni che percorreva l’arte della coltivazione della vite e pose al tempo stesso le basi della vita civile. Poco diffuso nella Grecia omerica, il culto di Dioniso si rafforzò in epoca ellenistica, e a  Roma assunse gli aspetti più sfrenati e orgiastici, tanto che nel 186 a.C. il Senato dovette proibire le celebrazioni dei Baccanali. Il culto fu comunque continuato dalle sette mistiche che celebravano i misteri di Dioniso.

A Delfi, Apollo cedeva il proprio santuario a Dioniso per i tre mesi invernali. Lì, le feste in suo onore avevano sempre una natura orgiastica ma erano limitate a una rappresentanza ufficiale di donne provenienti dalle diverse città della Grecia e venivano celebrate ogni due anni.
Dioniso non veniva soppresso, bensì riconosciuto, moderato e istituzionalizzato. A Delfi, le celebranti diedero inizio anche a una sacra danza annuale con la scoperta rituale e il risveglio del piccolo Dioniso.
Gli accessori caratteristici dell’abbigliamento ritualistico del culto di Dioniso erano il tirso, la nebride e la mitra .

Anche gli animali avevano un ruolo particolarmente importante nel suo culto. Sacri gli erano il capro, il toro, la pantera, il leone, il serpente e l’asino.    Le piante a lui care sono la vite, l’edera, il pino, il fico e il mirto ; gli strumenti musicali con cui viene rappresentato nelle immagini iconografiche sono flauti, nacchere e cimbali .

Spesso Dionisio si manifestava ai suoi fedeli anche con aspetto taurino visto che il toro  fra i popoli antichi fu considerato come il simbolo della fecondità e della forza generatrice ma insieme ai suoi seguaci anche con la pelle di pantera . Questo animale grazie alla sua bellezza e alla stazza della sua taglia,  era stato consacrata a Dioniso ed il  carro nuziale su cui salì dopo le nozze con Arianna era appunto trainato da sei pantere.

Essendo “Signore degli animali selvatici” spesso appare nell’iconografia anche fiancheggiato da due leoni che appaiono addomesticati  ed in suo potere ,grazie al  suo gesto di imporre le sue mani sollevate sopra gli animali.

La cavalcatura solita di Dionisio era sul dorso di un asino che anch’egli quindi divenne un animale sacro al dio anche grazie alla sua forza fallica  legata alla fecondità e alla potenza generatrice della natura. L’asino poi, come il capro, era  divoratore di piante predilette da Dioniso, vite e anche fico. Come sempre, tuttavia, nel ciclo della rinascita e nel segno dell’ambiguità dionisiaca, la vita coincide con la morte e, non a caso, l’asino farà parte integrante anche del simbolismo funerario degli antichi.

Accanto al vino nel mondo dionisiaco oltre al vino e alla vite che sono i simboli che maggiormante rappresentano il Dio , troviamo anche l’edera  (  I  suoi devoti si facevano tatuare sul corpo foglie d’edera  )   con cui era avvolto il l tirso ,  il pino che con la sua pigna incorona il tirso e con la sua resina serve alla conservazione e a temperare il gusto del vino ,  il fico divenuto simbolo  della vita sessuale perchè  sul suo legno si intagliavano i “falli” ed infine il mirto poichè per  desiderio dei signori dell’Ade, Dioniso avrebbe lasciato nell’oltretomba il mirto in sostituzione della madre Semele, che egli sottrasse al regno dei morti ( così veniva motivata la credenza che il mirto appartenesse al dio e alle ombre degli inferi ).

Nella mitologia e nel culto di Dioniso vita e morte si intrecciano. La tomba del Dio si trovava nel santuario di Apollo a Delfi, dove veniva adorato ogni anno come il fanciullo risvegliato. Egli era cosiderato un dio adulto che moriva, un dio che trascorreva un certo tempo nell’oltretomba, e un dio neonato

Egli  veniva onorato anche come il fanciullo divino e divenne il Dio di tutte quelle persone che si sentivano sessualmnte ” diverse ” dall’ordinario o che si sentivano nel loro modo di vivere un po’ come “pesci fuor d’acqua”, troppo emotivi, troppo sensibili o troppo sognatori e pertanto vivevano in maniera inadatta la propria vita .

Ancora oggi quando ci si riferisce ad una persona con atteggiamenti da “sognatore” e perdita di contatto con la realtà , in quello che viene dalla società di oggi identificato  come ” l’eterno adolescente ” ad essere chiamato in causa è la fgura di Dionisio . Con esso si identifica solitamente sotto l’aspetto psicologico , un tipo di persona intensa ed emotiva, che si lascia prendere completamente dalla passione del momento, dimenticando impegni, incarichi o appuntamenti. Di conseguenza, non sembra potersi impegnare stabilmente né in rapporti duraturi, né tantomeno con impegni lavorativi concreti. Come il dio Dioniso, chi sviluppa questo archetipo di solito vaga da un posto all’altro, attirando le donne, sconvolgendo la loro vita e poi andando via. Attratto da qualsiasi cosa renda più intensa l’esperienza, non rimane indifferente alle sostanze allucinogene e nel migliore dei casi si lascia trasportare dalla musica. Fintanto che questa rimane una fase adolescenziale non c’è problema, quando però diventa uno stile di vita stabile, abbiamo a che fare con l’eterno adolescente che non vuole assumersi responsabilità nella vita.

Il  rapporto di Dionisio con l’oltretomba lo si deve al fatto che egli decise di scendere nel regno dei morti per riportare in vita la madre e riguarda una delle storie più note e particolari che circondano la figura di Dionisio .

Si tratta del rapporto omosessuale avuto dal giovane Dionisio con Prosimmo , un uomo che lo condusse in un lungo viaggio fino alle porte di Ade  sulla costa dell’ Argolide nei pressi di  Lerna  (e considerato da tutti un pozzo infinito senza possibilità alcuna d’uscita) . Questi come ricompensa per averlo accompagnato gli chiese di farsi amare come una donna: Dioniso accettò, gli chiese solo di aspettare che avesse portato in salvo Semele dalle grinfie della morte. Al suo ritorno dagli inferi però Dioniso scoprì che il pastore era morto prima ch’egli potesse onorare il suo impegno. Direttosi al tumulo che conteneva le spoglie mortali di Prosimno, Dioniso s’impegnò a soddisfarne almeno l’ombra: da un ramo di ulivo ( o di fico )  creò un Phallos   di legno e vi si sedette sopra. Infine pose la figura dell’amico tra le stelle del cielo.

Questo racconto  sopravvissuto solamente grazie a fonti cristiane, il cui obiettivo primario era quello di screditare moralmente tutta la religione pagana precedente serve se non altro a capire e dare spiegazione ad alcuni tra gli oggetti segreti che venivano rivelati durante  i misteri dionisiaci.

Come avete potuto capire dunque Dioniso è un Dio,  di sesso maschile ma di indole femminile, istintivo e passionale, assolutamente irrazionale e pulsionale. Anche per Lui, come per il padre Zeus, le donne giocano un ruolo fondamentale, tant’è che le sue seguaci sono prevalentemente donne.
La madre morì quando Dioniso era ancora un feto, e lui crebbe circondato da nutrici e madri adottive, e in seguito discese nell’Ade per cercare sua madre. Nell’ambito della mitologia greca, Dioniso è l’unico dio che salva e risana (anziché dominare e violentare) le donne che rappresentano precedenti divinità, detronizzate perché il popolo che le venerava è stato sconfitto.
Dioniso infatti discese nell’Ade per riportare in vita la madre Semele. Poi, insieme, ascesero all’Olimpo, dove lei divenne immortale. Semele era stata adorata nei tempi pre-ellenici come una dea associata alla luna e alla terra; lo stesso dicasi di Arianna, che Dioniso ebbe in sposa.
Arianna, figlia di Minosse, che era stata abbandonata sull’isola di Nasso da Teseo, si sarebbe sicuramente uccisa per la disperazione, se Dioniso non l’avesse salvata facendola sua sposa e per  intercessione di Dioniso, Zeus la rese poi immortale . Ella fu adorata a Cipro come  una mortale ingiustamente perseguitata che grazie a Dioniso era stata nuovamente deificata.

Le feste in onore di Dioniso avevano una grande importanza nell’Atene antica . Esse si tenevano quattro volte l’anno ; iniziavano  a fine dicembre con le ‘Piccole Dionìsie’ o ‘Dionisìe Rurali’ e proseguiva con le ‘Lenee’ o ‘Dionisie del Leneo’ di fine gennaio e le ‘Antesterie’ di fine febbraio , per poi terminare con le grandi feste di fine marzo. In occasione delle Grandi Dionìsie di fine marzo la pòlis imponeva a un cittadino ricco la coregìa, cioè le spese di allestimento dei cori per l’intera rappresentazione tragica. Il corego godeva d’altra parte di altissima considerazione e se vinceva le gare riceveva un premio ufficiale.
Durante queste feste si tenevano numerose  rappresentazioni teatrali.

Le Dionìsie Rurali si svolgevano nei borghi (demi) attici intorno ad Atene, ed alla splendida processione prendeva parte tutto il coro degli efèbi. Vi si rappresentavano opere già allestite nelle grandi Dionìsie precedenti. ( alcuni demi (Kollytòs, Pireo) giunsero però a rivaleggiare con Atene e ad ospitare opere prime, ad esempio di Euripide)

Le Lenee si svolgevano nella brutta stagione ed avevano quindi una risonanza solo locale, priva dello sfarzo delle Grandi Dionìsie. Comprendevano una processione di carri, rappresentazioni tragiche e soprattutto comiche; mentre infatti vi partecipavano i maggiori commediografi, per la tragedia si rappresentavano opere di autori giovani o ancora poco noti.

Le Antesterie non comprendevano rappresentazioni teatrali. Duravano tre giorni tra febbraio e marzo, e costituivano una tipica festa primaverile di desacralizzazione del vino nuovo. Il primo giorno, l’undici del mese di Antesterione, si aprivano i vasi del vino nuovo. Il dodici, giorno “dei chòes”, si distribuiva il vino in chòes, brocche spesso miniaturistiche e adatte a bimbi. Vi era un pubblico banchetto e chi finiva il suo vino per primo, ne vinceva un otre. Il simulacro di Dioniso veniva portato in processione dal Lenàion al Ceramico di Atene e viceversa, accompagnato da un ricco corteggio. Il sacrificio ed il rito della ierogamia erano tesi ad assicurare la fertilità: la ierogamia era letteralmente il matrimonio celebrato o tra due divinità oppure tra una divinità e un essere umano; nel caso delle Antesterie, Dioniso si univa alla moglie di uno dei magistrati di Atene, l’arconte re. Alla fine delle Antesterie si fugava il clima di impurità creato da demoni e defunti (che si credeva vagassero per la terra in questi giorni) al grido ripetuto thyraze kêres, oukét’Anthestèria (‘fuori, dèmoni, sono finite le Antesterie’).
Durante la festa dei fiori (le Antesterie), che segnava l’inizio della primavera nel Mediterraneo, si portava il vino nuovo con una cerimonia davanti a una grande maschera di Dioniso.
Gli occhi della maschera guardavano direttamente il fedele, per il quale il Dio in persona era presente nella maschera.
La maschera ha una ruolo importante nel dionisismo e durante alcune celebrazioni i fedeli indossavano una maschera bianca, come simbolo del Dio, dell’infinito, del principio e fine di tutte le cose .

 

 

La maschera di Dionisio nel corso della storia è diventata qualcosa di misterioso e portatore di ignoti messaggi  in quanto nel passato esse   erano venerate come “epifanie” del dio stesso, e non come semplici suoi simboli. L’uomo che indossava una simile maschera, in un certo senso, indossava il dio, e non solo in apparenza, assumendo le sue fantastiche sembianze del volto, ma anche nella sostanza, immedesimando il proprio spirito con quello di Dioniso. L’adepto che compiva questo camuffamento diventava, per così dire, un essere ‘altro’ da se stesso.  Chi indossava la maschera, dunque, diventava “altro”.
Ed essere “altro” in campo dionisiaco era sinonimo di ” tutto ” ,  significava quindi divenire uguale alla “totalità”: totalità che in questo caso è coincidentia oppositorum,cioè  unione dei contrari.

La maschera stessa, di per sé, contiene una polarità di significati opposti: è “presenza”, perché considerata epifania di Dioniso, ma allo stesso tempo è “assenza”, perché ha le orbite vuote, e aspetta di essere indossata da qualcuno. E questo qualcuno diventa Dioniso, pur rimanendo se stesso, e, anche se UNO, rispecchia in sé i MOLTI.
C’è un mito orfico in cui Dioniso ci appare bambino che, con la faccia tutta impiastricciata di gesso (una sorta di maschera bianca), si guarda allo specchio e non riconosce più la sua stessa figura, considerandosi “altro” da sé. Che cosa significa questo mito?
Esso ci dice che il dio bambino, guardando la sua faccia bianca in uno specchio, non vede più se stesso, ma il Tutto. Ed ecco perché nel celebre affresco della Villa dei Misteri a Pompei è raffigurato un adepto che guarda in una coppa di vino, nella quale è riflessa l’enigmatica espressione di una maschera dionisiaca: in quella coppa c’è il Tutto.
Il dionisismo, dunque, è la ricerca di una divina armonia con l’universo, il tentativo di abolire le differenze fra animale e uomo e fra uomo e dio. Tappa forzata, però, e straziante, è l’annullamento dei contrari: la maschera costituisce l’arché e il tèlos, il “principio” e il “fine”, di questo cammino di misteriosa trasformazione; e lo sguardo inquietante delle sue orbite vuote apre l’adepto a prospettive oscure e luminose, comunque sovrumane.

 

 

 

 

 

 

 

Sempre a Pompei a proposito di immagini riflesse vi ricordiamo che si può ammirare anche un affascinante affresco di Narciso che si specchia nell’acqua e ammira la propria immagine .  L’opera è emersa alle spalle di dove è stata scoperta l’immagine di Leda e il cigno e fa parte dell’atrio di una magnifica e lussuosa abitazione ricca di suggestive immagini  che hanno resistito al tempo.  Nell’ingresso possiamo ammirare  il  beneaugurante dio Priapo ,  nella stanza  da letto il sensuale affresco di Leda e il cigno, e alle sue spalle uno splendido affresco del mito di Narciso.

Il dipinto si trova nell’atrio della lussuosa casa, a fianco di  figure di menadi e satiri che, in una sorta di corteggio dionisiaco, accompagnano  i visitatori all’interno della parte pubblica della casa.

Narciso è raffigurato secondo l’iconografia classica, nell’atto di specchiarsi nell’acqua, rapito dalla sua immagine.

Narciso era un bellissimo ragazzo figlio del fiume Cefiso e della ninfa Liriope; Egli completamente disinteressato all’amore, preferiva trascorrere il tempo nelle foreste, andando a caccia. Si innamorò perdutamente di lui la bellissima  Eco , ninfa della montagna  ma Narciso non se ne curò e la ninfa si consumò per questo amore impossibile.

Così si rinchiuse in una caverna ai piedi della montagna dove Narciso era solito andare a caccia,  econ la sua bella voce continuò a chiamare per giorni e notti il suo amato. Egli pur sentendo Eco , non la raggiunse mai e della ninfa nel  l tempo, rimasero solo le ossa e la voce, che continuò a vivere sulla montagna.

La dea Nemesi che aveva assistito a tutta la toria decise allora di punire Narciso per la sua crudele indifferenza e lo fece innamorare della propria immagine  riflessa in uno specchio d’acqua; nel vano tentativo di afferrare l’immagine che credeva essere di persona vera, un giorno si sporse di più, finché perse l’equilibrio, cadde e le acque si rinchiusero sopra di lui. Si trasformò così in un fiore bellissimo e profumato : il narciso .

Narcisismo e bellezza erano anche due attributi che certo non mancavano ad Afrodite , dea della bellezza e dell’amore che secondo quanto raccontatoci da Omero pare fosse figlia di  Zeus e della ninfa  Dione anche se la versione più diffusa dice invece che fosse nata dalle spume del mare dell’isola di Cipro fecondate dal pene di Uranio che Crono aveva evirato nella sua ribellione . Da quel membro , a contatto con il mare, si formò una bianca spuma da cui nacque la fanciulla divina, che appena uscita dalle acque ,fu trasportata da Zefiro sulle onde del mare nell’isola di Cipro dove venne accolta dalle tre Ore , le Dee delle stagioni che provvidero a coprirla con un meraviglioso vestito di velo bianco . Dopo averle poi adornata il collo con una collana d’oro e posto sul capo una sottile corona in oro , provvidero ad portarla all’Olimpo , dove tutti gli Dei , folgorati da tanta bellezza, incominciarono presto a sbavare ….. Essi, completamente affascinati dalla bellezza di Afrodite , litigando e sgomitando tra loro incominciarono a corteggiarla in modo sfacciato , offrendole vari doni in cambio della sua mano .Essa era indubbiamente la più bella tra le Dee, con il suo fascino irresistibile ed attraente incarnava e rappresentava come nesun’altra donna l’Amore.

CURIOSITA’ : Nata in primavera , in un periodo quindi dove la natura rigogliosa e pura sboccia e tutto fiorisce e rinasce incontaminato e perfetto ,Afrodite era vista nell’antichità come portatrice di fertilità, e spesso rappresentata come nel famoso dipinto di Botticelli,( la Nascita di Venere) con un viso etereo, dei lunghi boccoli biondi che le percorrono tutta la schiena, ed un espressione di serafica e celestiale dolcezza. A lei erano sacre molte piante, come la rosa, il mirto, il melo ed il papavero, e diversi animali, come la lepre, la colomba, il delfino, il cigno ed il passero .

Poseidone , Apollo ed Ares entrarono quindi come avete capito tra loro in competizione ( lo stesso Zues non mancava di qualche erotico pensiero … ma era inibito da Era ) e facevano a gara per avere in sposa Afrodite . Atena ed Era , capirono subito che da quel momento la loro supremazia sarebbe stata messa in forse da una ben pericolosa rivale. Con un pizzico di gelosia ,esse notarono che nessuno riusciva a resistere al suo potere: tutti, uomini e animali, persino le piante a primavera obbedivano al suo dolce richiamo , ma da donne sagge non potevano permettere che l’intero consiglio degli Dei finiva nel totale caos per una donna .

Afrodite si doveva sposare immediatamente o a causa sua le discussioni non sarebbero mai finite sull’Olimpo
A porre fine a tutto questo provvide Era , la moglie di Zeus , che vestendosi della sua autorità di dea del matrimonio, decise che a sposare Afrodite , fosse suo figlio Efesto .
La cosa creò molto stupore tra i contendenti . Efesto era il più brutto degli dei. Pur essendo figlio della bellissima Era e del grande Zueus, nacque così brutto che sua madre ,appena nato vedendolo emise un grido di orrore e terrorizzata dall’orribile aspetto del proprio figlio ,lo scagliò giù dall’Olimpo con tutta l’energia che aveva in corpo . Il poverino , dopo una caduta durata un giorno intero , finì in mare , dove le ninfe , pietose , lo raccolsero e lo allevarono nell’isola di Lemmo , che essendo vulcanica ardeva di fuochi .Efesto fu subito attratto dal bel colore della fiamma sin da bambino si dedicò con applicazione all’arte di fabbro .Aveva un’officina nel cratere dell’Etna , dove con l’aiuto dei Ciclopi , dei giganti con un solo occhio , fabbricava armi e ornamenti per gli dei . Per se creava invece oggetti straordinari come per esempio dei tavoli con tre gambe che si spostavano da soli e persinodelle ancelle tutte in oro che si muovevano come se fossero vive e alle quali spesso si appoggiava quando era stanco ( non dimentichiamo che era zoppo e come tale si stancava facilmente quando rstava a lungo in piedi ).

N.B. non dimentichiamo che secondo la mitologia greca Efesto fu lui , su ordine di Zeus , a creare prima l’uomo e poi la donna ( Pandora ).

Efesto era continuamente tormentato dal fatto che sua madre lo avesse rifiutato e addirittura buttato via e per vendicarsi per tutto questo , un giorno ad Era in regalo una bellissima sedia tutta in oro e magnificamente scolpita. Sembrava a tutti un regalo meraviglioso e perfettamente adatto ad una donna del suo rango , ma in realtà era una specie di trappola.
Appena Era , infatti vi prese posto lanciò subito un grido : immediatamente la dea si trovò legata alla sedia da mille invisibili fili che non la facevano più muovere . Inutilmente tutti gli dei si impegnarono intorno a lei nel tentativo di liberarla ma ben presto tutti vennero alla soluzione che solo il costruttore poteva conoscere il segreto di quella sedia infernale .
Zues , allora mandò a chiamare Efesto chiedendogli gentilmente di liberare sua madre . Il fabbro divino si fece ovviamente un pò pregare e decise di accettare di liberare la madre solo se gli fosse concesso , come gli spettava , un posto tra gli Dei nell’Olimpo. Egli era si brutto , ma del tutto simile a loro ed in quanto figlio di Zeus ed Era ne aveva tutti i diritti.

Zeus , anche per sdebitarsi del torto fatto dalla moglie accettò, Era fu così libera  e per farsi perdonare offrì poi  come vedremo , successivamente  ad Efesto Venere in sposa .   Efesto  molto soddisfatto per come erano andate le cose ottenne un posto tra gli Dei e la facolta di potersi trattenere sull ‘Olimpo ( anche se poi nell’Olimpo si fermò poco perchè si trovava meglio tra i Ciclopidi ) . Almeno   inizialmente si trovò bene sull ‘Olimpo  perchè fu ben accolto dagli altri Dei   e iniziò  quindi a costruire palazzi ed oggetti utili a tutti gli  dei come il tridente di Poseidone, il carro del sole, spade, elmi ed altro. Col tempo  dimenticò  anche il torto subito dalla madre e si affezionò a lei, e proprio perché la difese durante un litigio con Zeus , si ritrovò di nuovo scaraventato giù dall’Olimpo su Lemmo, però questa volta per mano del padre. In seguito stanco per essere deriso per la sua goffaggine e per i continui tradimenti di Venere, decise di lasciare per sempre l’Olimpo e di rifugiarsi nelle viscere del monte Etna. Qui aiutato dai Ciclopi continuò la sua abilità di lavorare qualsiasi oggetto.

Il deforme Efesto quindi , come dicevamo , fu scelto dalla madre ,forse per ricompensarlo dell’amore che lei non aveva saputo dato al figlio ,come sposo per la più bella delle donne. Tutti gli altri Dei , ovviamente ci rimasero male . Tutti infatti volevano sposare Afrodite e nessuno di loro si capacitava come costui , zoppo e deforme potesse avere in sposa una donna così bella, ma presto dovettero ammettere che Era aveva ragione . Se a sposare infatti Afrodite fosse stato uno di loro , gli altri non avrebbero mai smesso di azzuffarsi e di sentirsi offesi . Ma se Afrodite avesse sposato Efesto , nessuno poteva essere geloso di lui . Egli era uno scherzo della natura e aveva una faccia deforme e gambe malandate. Per di più , se Afrodite fosse stata costretta ad un matrimonio infelice , ognuno di loro avrebbe avuto parecchie chance di diventare il suo amante segreto .
E così fu … Afrodite sposò Efesto ma girava il più possibile alla larga dal marito a cui era puntualmente infedele .Non ebbe mai figli con Efesto ma in compenso ebbe un sacco di figli con altri …. già di sposare Efesto, da una relazione con il principe troiano Anchise, generò il grande Enea (Afrodite per tale motivo divenne protettrice dei Troiani durante la guerra con i Greci, anche se non poté evitare né la disfatta di Troia né la morte di Paride al quale aveva promesso in sposa Elena ).
Subito dopo sposata comincio una relazione con il Dio della guerra Ares da cui nacque Eros , dio dell’amore ( il famoso Cupido ) che come sapete , con le sue frecce era capace di far innamorare uomini e donne , solo colpendoli .Alla sua nascita , Zeus , sapendo che avrebbe combinato motli guai , ordinò ad Afrodite di toglierlo di mezzo . Ma lei disobbendo a Zeus, lo nascose in un bosco , dove venne allattato da animali selvatici.

CURIOSITA’ :I Romani ebbero il corrispondente di Eros in Cupido. Essi lo descrissero come un ragazzino malizioso e capriccioso che colpiva all’improvviso facendo continuamente vittime. Talvolta aveva gli occhi bendati, per indicare che l’amore è cieco e non vede i difetti della persona amata (di solito viene rappresentato con alle sue spalle due alette) .

Intorno alla sua figura vi è la bellisima favola di Amore e Psiche che ci viene narrata da Apuleio nel suo romanzo L’Asino d’oro. Essa pur sotto metafora, dimostra la stretta unione fra Amore e Anima.

La favola narra di una giovane bellissima fanciulla di nome Psiche che tutti ammiravano ma nessuno chiedeva in sposa perchè in quanto troppo bella metteva paura.

La storia di Afrodite , che bellissima era stata data in sposa ad Efesto e poi proprio perchè  così bella era ovviamente molto desiderata e corteggiata da altri uomini , portava gli uomini a diffidare delle donne ” particolarmente ” belle . Esse erano continuamente soggette a tentazioni da parte di altri uomini e c oeme Afrodite aveva tradito Efesto con Ares , questo poteva ovviamente capitare a chiunque sposasse una donna bellissima

Sposare una donna bella all’epoca veniva considerato quindi come avere una spada continuamente sospesa sul capo .

CURIOSITA’ :Avere la spada sospesa sul capo trova spesso un suo riferimento a Damocle . Egli era un uomo che viveva alla corte del tiranno Dionigi I di Siracusa .  Continuamente egli , vivendo a corte dell’amico  Dionigi , sosteneva pubblicamente che questi fosse un uomo molto fortunato  poiché deteneva un grande potere. Il tiranno  gli propose dunque di sostituirsi a lui per un giorno, così da poter godere della stessa fortuna, e Damocle ovviamente acconsentì.  Durante il banchetto serale Damocle iniziò a gustare i privilegi del potere e solo a fine serata notò, sopra la sua testa, la presenza di una spada  sospesa al soffitto mediante un sottile crine di cavallo . Dionigi voleva che Damocle comprendesse che la posizione dei potenti li esponeva sempre a pericoli e attentati. Immediatamente perse tutto il piacere del banchetto  e chiese a Dionigi di cessare l’esperimento di cambio .

 

Ritornando alla nostra bella Psiche , il padre visto l’avviarvi di un immeritato zitellaggio della sua amata e bella figliola decise di consultare addirittura l’oracolo.

 

Consultato dal padre a tal proposito l’oracolo , questi consigliò di agghindarla come per un matrimonio e di condurla poi su una montagna isolata . La cosa fece subito irritare Afrodite .La dea pensando che ella volesse sposarsi ad un Dio e potesse poi con la sua bellezza contendergli il trono di donna più bella dell’Olimpo , decise di punire quella fanciulla che aveva la sfacciataggine di essere bella come lei con un brutto scherzo . Chiamò quindi suo figlio Eros e gli chiese di far sposare Psiche al più brutto degli uomini.Quando però Eros vide Psiche se ne innamorò perdutamente e decise di portarla in un meraviglioso palazzo ,dove andava poi a trovarla tutte le notti. Nessuno e tantomeno Afrodite dovevano sapere chi fosse il misterioso sposo di Psiche e per tale motivo egli chiese a Psiche di non guardarlo mai in faccia . Ella promise ma tutte le mattine , allo spuntare del Sole , il suo sposo spariva e lei restava sola e triste . Le sue sorelle , che erano sempre state invidiose della sua bellezza , le suggerirono così di rompere il patto .Instillarono in lei il dubbio che forse era il più brutto degli uomini e che non voleva farsi vedere perche orribile come un mostro . Cosi una notte , Psiche , tormentata com’era da mille dubbi , accese una lampada e si avvicinò allo sposo che dormiva .
Con sorpresa scoprì che il suo sposo era il bellissimo Eros , il dio dell’amore e presa da entusiasmo fece però cadere in quel momento una goccia d’olio caldo dalla lampada sulla spalla di Eros , che si svegliò. Egli a quel punto spiegò immediatamente le ali e volò via . Da quel momento , la povera fanciulla soffrì mille pene , tormentata crudelmente da Afrodite , ma alla fine rirovò Eros , che la prese tra le braccia e la portò con se tra gli immortali.

CURIOSITA’ : Con Ares Afrodite ebbe anche altri figli oltre ad Eros . Dalla loro unione nacquero Anteros (personificazione dell’amore corrisposto), Demo (Terrore), Fobo (Paura ), Armonia ed infine Imene, il Dio delle nozze, in onore del quale giovani e giovinette cantavano inni durante le cerimonie solenni dello sposalizio.

Con la sua bellezza divina Afrodite nonostante rappresentava la Dea dell’amore, della sensualità e della lussuria, , non possedeva affatto , come vedremo , le qualità di una donna romantica , dolce e sopratutto fedele . Viene infatti descritta nella mitologia classica come una creatura infedele e lussuriosa, vanitosa, irritabile e permalosa. Essa era certamente la più bella donna del creato e lei ne era perfettamente consapevole , pertanto era anche  gelosa, passionale, e facile all’ira ed alla vendetta, soprattutto nei confronti di coloro che pretendevano di strapparle i suoi amanti , o anche solo di volerli condividere .

Afrodite fu uficilamente l’amante di Ares che comunque non mancò di tradire con il bellissimo Adone, un cacciatore che morì a causa delle profonde ferite riportate in seguito all’aggressione di un grosso e feroce cinghiale. Sulle sue spoglie Afrodite recitò un incantesimo ordinando che queste tornassero in vita ogni primavera con le sembianze di un anemone, il fiore dall’intenso colore porporino.

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La storia avuta da Afrodite con Adone, un giovane di rara bellezza , suscitò ovviamente la gelosia del suo amante Ares che, scagliandosi contro il giovane sotto forma di cinghiale, lo uccise.

N.B. Ares era un Dio particolarmente infurioso e bellicoso , spavaldo , arrogante e dotato di una particolare  forza bruta Il suo culto nella nostra città era  presente nella Fratia  degli Aristei che si trovava nei pressi di Castel Capuano

Adone scese nelle tenebre dell’Oltretomba, dove la stessa Persefone si innamorò di lui. Afrodite, però, con preghiere insistenti, ottenne da Zeus che il giovane fosse richiamato alla vita. Di fronte all’opposizione di Persefone intervenne la musa Calliope, la quale stabilì che Adone trascorresse parte dell’anno presso Afrodite e parte presso Persefone. Ma una volta terminata la permanenza di Adone presso Afrodite, questa non volle cedere il giovane. Zeus allora divise l’anno in tre parti: Adone per quattro mesi sarebbe stato libero di vagare sulla Terra, per quattro mesi sarebbe stato nel regno dei morti presso Persefone, e per i restanti quattro mesi presso Afrodite. Così, come Proserpina, anche Adone simboleggiò l’alternanrsi delle stagioni.

Ares (Marte nella religione e cultura romana), era il  dio della guerra,  del sangue e della lotta. Fratellastro della dea Atena, entrambi erano gli Dei  della guerra, ma con una precisa  distinzione: Ares prediligeva  della guerra gli aspetti più sanguinari e violenti, Atena invece della guerra intesa come strategia e scaltrezza  .

Ares nato in Tracia da Zeus ed Era ,  viveva in un tempio protetto dalle Amazzoni, e andava in battaglia indossando un’armatura di bronzo ed impugnando una lancia. Spesso in battaglia era accompagnato da temibili presenze, come  il demone del frastuono e lo spirito della battaglia e dell’omicidio. Altri dei suoi compagni di lotta erano il Terrore, Deimos, la Paura, Fobos, e la Discordia Eris (o Epis); talvolta erano anche presenti Polemos (in greco significa guerra) ed anche sua figlia Alalà, personificazione dell’urlo di battaglia. Animali a lui sacri erano l’avvoltoio, il cinghiale, il cane, il gufo ed il picchio. Suoi simboli erano  invece, erano l’armatura bronzea e la quadriga, trainata da cavalli immortali con finimenti dorati.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CURIOSITA’ : La leggenda certamente più famosa riguardante Ares è quella, riguarda il momento in  cui egli fu sorpreso, insieme all’amante Afrodite, durante uno dei loro incontri amorosi, dal dio del sole Helios. Quest’ultimo riferì ciò che aveva visto al deforme marito di Afrodite, il dio del fuoco Efesto, il quale decise di tendere una trappola alla moglie infedele ed al suo amante. Forgiata una rete dorata, Efesto li intrappolò, bloccandoli, nell’atto dell’unione.  Non ancora soddisfatto, il dio del fuoco andò a chiamare gli altri dei e dee dell’Olimpo: le dee si rifiutarono di accrescere ulteriormente la vergogna dei due amanti, mentre gli dei accorsero nella camera di Efesto a sbeffeggiare i due intrappolati. Per intercessione di Poseidone, infine, Zeus liberò i due dei dalla catena dorata. Ares, per la grande vergogna, fuggì nella sua terra natia, la Tracia.

Il culto di Ares nella nostra antica Neapolis era particolarmente venerato  nella importante Fratia  degli Aristei che si trovava nei pressi di Castel Capuano  . Il nome dato alla Fratia sembra che derivasse proprio da  Ares , anche se secondo invece il suo nome pare derivasse  da Aristeo , figlio di Apollo e della ninfa Cerere che allevato dal saggio centauro Chirone era diventato esperto nelle arti della medicina ,  nonchè un abile cacciatore  ( aveva inventato la caccia con le reti e le trappole ) ed infine anche un abile coltivatore di viti e sopratutto un grande allevatore di api .
Ad Eristeo  era legato nella mitologia greca la triste vicenda che lo voleva colpevole ( o almeno la causa ) della morte di Euridice , moglie di Orfeo e gli dei per punirlo avevano fatto morire con un’epidemia tutte le sue api   ( secondo altri distrutte per vendetta dalle altre driadi).
Orfeo , figlio di Eagro e della musa Calliope era un abile cantore e musicista . Egli con il suo canto e le musica della sua inseparabile cetra suonava con tanta dolcezza e armonia che tutti si fermavano per ascoltarlo ( animali , esseri umani e dei ) . Tornato dalla difficile spedizione degli Argonauti , dove era riuscito ad aiutare i compagni con la sua arte , scelse in sposa la bella ninfa Euridice . Erano entrambi felici ma questa fu breve perchè  il giorno stesso delle nozze il giovane Aristeo  che da tempo era innamorato di Euridice andò a cercarla per rapirla . Appena lo vide la fanciulla capendo le sue intenzioni si mise a correre spaventata attraverso il bosco dove non vide un serpente velenoso nascosto nell’erba che calpestandolo la morse facendola morire .
Orfeo disperato decise di scendere nell’Ade per riprendersi la sua sposa . Si avviò  e scese nella profondissima caverna che conduce nel cuore della terra (  nei pressi del lago d’Averno )  giungendo al fiume Stinge che con le sue acque grigie segnavano il confine del Regno dei morti e con il suo canto e la sua dolcissima musica riuscì dapprima a convincere Caronte a traghettarlo fino alla soglia dell’inferno e poi anche intenerire con la dolcezza della sua cetra il feroce cane Cerbero dalle tre teste .
CURIOSITA’ : Il termine ” essere cerbero ” significa comportarsi da guardiano severo , controllare tutto e sottoporre gli altri ad una disciplina molto rigida . Esso deriva proprio dal famoso cane a tre teste che montava la guardia sulla sponda dello Stige . Con la sua ferocia guardia era pronto a divorare qualsiasi vivente che si introduceva negli inferi , oppure qualsiasi ombra che tentava di fuggire.

 

Orfeo , giunto dinanzi a Plutone ( Ade ) si mise nuovamente a suonare , Il dio degli inferi commosso dalla sua melodia , e non volendo privare il mondo della sua musica  acconsentì a restituirgli la sua amata che lo avrebbe seguito ma al patto di non voltarsi mai a guardarla fino all’ uscita . Ma quando l’uscita era oramai vicina  e si vedeva il tenue bagliore della luce del sole , temendo che Euridice fosse rimasta indietro ed avesse perso la strada  , Orfeo purtroppo si girò e perse di conseguenza per sempre l’amata sposa.Il patto era stato infranto .

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il povero Orfeo disperato e piangente tornò alla selve della Tracia dove inutilmente continuò a cantare il suo dolore . Ovunque lui andasse , lo seguivano languore e malinconia ; nè egli aveva occhi per le altre fanciulle . Pensava sempre e soltanto alla sua Euridice . Ciò parve una sfida alle donne baccanti della Tracia che amavano solo chi faceva baldoria con loro . Un giorno esasperate dal contegno di Orfeo , lo aggredirono e lo uccisero .

Aristeo , intanto , per conoscere la causa della morte delle sue api  interrogò Proteo , il vecchio del mare che era in grado di mutare forma continuamente . Egli dopo averlo incatenato per non permettergli di fuggire , si fece rivelare con forza la causa dell’ira degli dei e il da fare per placare la loro rabbia .Consigliato anche dalla madre Cirene, praticò così  un rito purificatorio, per chiedere perdono agli dei. Seguendo le sue istruzioni , Aristeo sacrificò quindi 4 bei tori e 4 giovenche in onore di Euridice , dopo aver ucciso una pecora nera per placare la sua ombra , Nacquero così finalmente nuove api , che uscirono dalle carcasse dei tori consumate dal fuoco del sacrificio .

Noi comunque non crediamo che questa importante fratia sia legata ad Aristeo . Siamo invece convinti che in essa vi si particava il culto di Ares, il Dio della guerra . Egli essendo molto forte, era  anche molto bello ed  ebbe di conseguenza  molte amanti e svariati figli. Le più importanti furono: Afrodite, da cui ebbe Eros, Anteros, Armonia, Fobos, Deimos, Priapo ed altri, dalla regina di Atene Agraulo ebbe Alcippe, dall’eroina Atalanta ebbe Partenopeo, un eroe, dalla Musa Calliope ebbe Eagro, un dio fluviale, da Pirene ebbe Cicno (che fu ucciso da Eracle), Licaone e Diomede di Tracia, dalla regina delle Amazzoni Otrera ebbe 5 figlie, tra cui Pentesilea e Melanippe, ed infine dalla vestale Rea Silvia ebbe i due leggendari fondatori di Roma, Romolo e Remo.

Il culto di Ares era principalmente celebrato a Sparta, città particolarmente devota all’arte della guerra e della lotta. In questa città  era presente  una possente statua del dio. La splendida e lussuriosa Afrodite ebbe comunque altre numerose relazioni sentimentali con dei e mortali. Oltre al gia citato bellissimo Adone , ella ebbe come vi abbiamo accennato anche una relazione con Anchise , il principe troiano dalla cui unione nacque Enea. Per questo motivo i Romani la venerarono come loro protettrice, considerandola una loro progenitrice.

CURIOSITA’ : L’incondizionato aiuto portato da Afrodite ai Troiani per tutta la durata della guerra , si ricollega con la leggenda del pomo d’oro della Discordia concesso alla Dea piú bella.
Tutto accadde per un mancato invito ad un matrimnio . Quando infatti sul monte Pelio , si celebrava il matrimonio della nereide Teti con Peleo, re dei Mirmidoni , erano stati invitati allo stesso tutti gli dei , tranne Eris, la dea della discordia che per questo affronto era molto arrabbiata . Decise allora per vendicarsi, di far cadere dall’alto sulla mensa una magnifica mela d’oro con su scritto “alla più bella”.
Era subito l’arraffò, ma Afrodite e Atena la reclamarono con grida. Zeus allora ordinò che l’arbitro della questione fosse il più bello degli uomini,che in quel periodo pare fosse Paride, figlio di Priamo, re di Troia, che in quel momento si trovava sul monte Ida.
Hermes , fu quindi incaricato da Zeus di condusse le tre dee contendenti sul monte Ida e spiegò le circostanze a Paride.Egli doveva giudicare chi tra le tre dee era la più meritevole di avere il pomo.
Paride non sapeva quale di esse scegliere poiché erano tutt’e tre belle. Le tre dee, allora, gli fecero una promessa a testa: Atena gli avrebbe dato la sapienza e l’invincibilità in combattimento , Era lo lusingò invece con il possesso di un vastissimo regno ( il dominio dell’Asia) e Afrodite con l’amore della donna più bella del mondo come sposa( Elena ). Nonostante le allettanti proposte , il giovane Paride consegnò il pomo e la palma della vittoria ad Afrodite, e questo giudizio ebbe conseguenze funeste perché da esso derivò la guerra di Troia.

Ovviamente nella guerra di Troia , Atena ed Era che erano furiose con Paride, perchè gli aveva preferito in bellezza Afrodite  , parteggiarono e spesso aiutarono i greci , mentre invece   Afrodite  parteggiò e spesso aiutò   i Troiani.

Afrodite anche se in qualche modo venne collegata al matrimonio e alla generazione dei figli, non fu mai la Dea dell’unione coniugale, quale fu invece Era. Lei rappresenta l’amore passionale ed indossava sotto la tunica ( il famoso cinto magico ) , una particolare cintura magica capace di rendere irresistibile chiunque lo possedesse, e quindi far innamorare chiunquetu volessi .Per spostarsi , guidava un cocchio d’oro tirato da uno stormo di colombe bianche, passeri e grossi cigni ( una sua rappresentazione la possiamo ammirare attraverso uno splendido   capolavoro dell’800  in porcellana presente nel nostro Museo di  Capodimonte) .   I suoi animali preferiti erano il coniglio e l’oca ( spesso viene raffigurata mentra cavalca all’amazzone una grossa oca ).La  sua pietra sacra era la perla (essa proveniva dal mare proprio come lei ).

Afrodite ha incarnato per secoli per gli uomini ma anche per le donne ,il principio del piacere sessuale fine a sé stesso Lei come dea e donna amava per il piacere di amare, a differenza di molte altre donne che amavano invece solo per compensare un vuoto, o per “sistemarsi” o per procreare. Ella sceglieva ad uno ad uno i suoi amanti, non subendo mai le altrui scelte. Con i suo cinto magico, che indossa per sedurre chiunque lei sceglieva di amare, chiunque voleva e gli piaceva facendo dono della sua bellezza e del suo amore, senza altri scopi se non l’amore stesso. Afrodite utilizzava l’erotismo come strumento di seduzione che che doveva prima di tutto gratificare Lei.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CURIOSITA’: Il patriarcato ebbe tra i suoi tanti risultati anche la scissione del femminile in due parti: la madre e la vergine, dove non sembrava esserci molto spazio per la funzione sessuale se non per riprodursi .
Il sesso poteva essere vissuta dalla donna solo all’interno del matrimonio, allo scopo di riprodursi, oppure prima del matrimonio o fuori da esso, con tutte le conseguenze che questo comportava .

Afrodite veniva spesso rappresentata con uno specchio in mano. Lei si specchia e si piace, indipendentemente dall’altrui giudizio e contro ogni morale collettiva voleva sopratutto invitare le donne di epoche passate a scoprire sè stesse riflesse in ciò che si ama, per poi ancor più amare sé stessi, la vita, e l’amore.
Gli antichi greci lo avevano capito e come vedremo dopo , osservando alcuni affreschi ritrovati a Pompei , essi avevano un completo diverso rapporto con il sesso . All’epoca la  libertà sessuale era sicuramente maggiore rispetto ai nostri tabù moderni e Afrodite rappresentava l’espressione massima della potenza dell’amore.


A dimostrare quanto gli antichi Greci davano importanza ad Afrodite e la sessualità che essa rappresentava , sorsero nel tempo molti miti in cui la dea addirittura si vendicava contro coloro che disprezzavano l’amore .
Uno su tutti fu il mito di Pigmalione , re di Cipro nonchè abile scultore. Egli per la sua passione scultorea non aveva tempo né voglia  di pensare all’amoree al matrimonio. Afrodite se ne accorse e volle vendicarsi. Lo fece così innamorare di una statua d’avorio da lui stesso scolpita che raffigurava una fanciulla bellissima. Da quel giorno, il disgraziato non ebbe più pace: passava giorno e notte a contemplare la figura scolpita, ad accarezzarla, a dirle soavi parole d’amore, e di ardente passione …. ma nonostante tutte le sue espansioni, la statua restava lì muta, fredda ed insensibile.
Pigmalione credeva d’impazzire e supplicava umilmente Afrodite se volesse in qualche modo aiutarlo. Afrodite godeva di quella vendetta, ma poi si commosse e, toccando con le sue divine mani la statua, le diede la vita. La fanciulla scese allora dal piedistallo e si avvicinò a Pigmalione col sorriso. Lo scultore la sposò e dalla loro unione nacque un figlio, Pafo.

In epoca tarda il nome di Afrodite subirà un cambiamento e si fece una chiara distinzione tra tra Afrodite Pandemo (ovvero l’Afrodite terrena ,protettrice anche di amori volgari), Afrodite Urania (l’Afrodite marina, protettrice delle navigazioni e dei naviganti) e l’Afrodite Pontia (ovvero colei che ha potere su tutta la natura ed era considerata la Dea dell’amore celeste, datrice di ogni benedizione.

Il culto di Afrodite nella nostra antica città era fra i più antichi praticati e secondo molti era addirittura presente come Afrodite Leucothea, la Dea che concedeva una felice navigazione, addirittura prima della fondazione di Neapolis. Una sua bella rappresentazione la possiamo ammirare in una sala del nostro bellissimo Museo Archeologico Nazionale . Si tratta di una statua che come vedrete non è esposta come tutte le altre frontalmente come qualsiasi altro reperto, bensì di spalle.
Naturalmente non è un caso se la statua è esposta in questo modo. Il suo nome è già un indizio: ‘Callipigia’ che in greco significa ‘dalle belle natiche’ . Si tratta infatti di quello da tutti definito ‘il più bel fondoschiena dell’antichità’ ed uno dei migliori esempi dell’ideale di bellezza femminile della civiltà classica.
Ovviamente il fondoschiena è quello di Afrodite e dopo averlo osservato vi sarà , sono certo , ben chiaro il motivo per cui quest’opera d’arte è insolitamente esposta di schiena anziché frontalmente.Le natiche della dea della bellezza Venere, sono un gran capolavoro che merita sicuramente un primo piano. La bellezza morbida delle forme e la rifinitura estremamente curata della pietra che riproduce in maniera così realistica e perfetto la parte inferiore del lato B della Dea ha reso leggendaria la Venere Callipigia ,apprezzata e indicata da molti come uno dei più erotici capolavori della storia dell’arte ellenica.

La storia di questo capolavoro dell’arte antica è in parte ignota. Sappiamo che la statua è stata rinvenuta nei pressi della Domus Aurea e che risale all’età adrianea, quindi al II sec.d.C.; si tratta di una copia romana da un originale greco del II sec.a.C., sebbene l’iconografia risalga al IV sec.a.C. Nel 1594 fu acquistata dalla famiglia Farnese, di cui abbellì il palazzo meglio noto come Villa della Farnesina. La statua fu esposta al centro della ‘Sala dei Filosofi’ e formava un gruppo di tre statue insieme alle due Veneri accovacciate, anch’esse in esposizione al MANN. Nella ‘Sala dei Filosofi’ erano esposti ritratti di filosofi e letterati, ed è curiosa la collocazione che i Farnese scelsero per la Venere Callipigia che, essendo posizionata al centro della sala, sembrava essere osservata dai filosofi e dai letterati i cui ritratti la circondavano. Nel 1786, insieme a gran parte della famosa Collezione Farnese, fu trasferita a Napol ed esposta nel 1792 al Museo di Capodimonte . Solo nel 1802 fu trasferita al Palazzo degli Studi, oggi Museo Archeologico Nazionale di Napoli, e inizialmente posta nella collezione segreta per la sua spiccata sensualità.

CURIOSITA’ : La statua della Venere Callipigia è uno dei più belli esempi di scultura greca che sono arrivati fino a noi.Essa realizzata in epoca romana durante l’impero di Adriano, fu ritrovata priva di testa nella Domus Aurea. Essa fu aggiunta in un primo momento dalla famiglia Farnese quando l’acquistarono. Al definitivo restauro dell’opera che avvenne successivamente al trasferimento a Napoli, fu incaricato Carlo Albacini che provvide in particolare alla sostituzione della testa, e al ripristino delle spalle, del braccio sinistro con parte del lembo del peplo, della mano destra e del polpaccio destro. Il restauro, molto ben fatto, ha lasciato alla statua il suo stile ellenistico.

La dea è raffigurata nell’atto dell’anasyrma, ovvero mentre scopre i fianchi e il fondoschiena sollevando il peplo, e volge lo sguardo all’indietro per ammirarli con consapevole malizia ( probabilmente la dea viene colta nel momento in cui si accinge a fare un bagno, e solleva l’abito ).

Per la sfacciata posa resa ancor più realistica dallo stile esecutivo tipico del tempo, pur sempre ammirata e custodita gelosamente, fu per un certo periodo oggetto di censura e quindi custodita nella collezione segreta dei Farnese lontano da occhi indiscreti.

Gli stessi occhi indiscreti che per anni sono stati i soli a poter visionare il famoso ” Gabinetto segreto ” dove sono state raccolte sculture ed oggetti “osceni”,  ad alto tasso erotico e pornografico  , ritrovati durante gli scavi archeologi di Pompei ed Ercolano . Essi al momento della scoperta  vennero immediatamente occultati alla vista tramite teloni o rinchiusi in magazzini senza alcuna possibilità di accedervi da parte del pubblico, ma aperti solo su esplicita richiesta degli studiosi .

Ad imbarazzare I vari esploratori dei siti archeologici esplorati era sopratutto il grande simbolismo fallico che caratterizzava buona parte delle   sculture e di alcuni  affreschi.

Il fallo veniva infatti spesso  accentuato con evidenza in molti oggetti ed addirittura chiari temi sessuali erano pure presenti in alcuni articoli  casalininghi  o comunque di uso domestico comune .

Specchi in bronzo, vasi attici a figure rosse, campanelli, candelieri, flaconi per profumo, statue , affreschi ed altri numerosi reperti  scabrosi   si accumularono in misura sempre maggiore tra lo stupore persino degli stessi  addetti ai lavori .Erano  reperti che alla loro scoperta scandalizzarono parecchio la società dell’epoca e per lungo tempo furono  quindi tenuti  ben nascosti al pubblico  e solo gli archeologi , dietro formale richiesta potevano accedere alla loro visione  .Si trattava per l’epoca di uno shock culturale troppo forte e l’imbarazzo di esporli mise in considerevole crisi il mondo archeologico  : ; ad esempio un affresco murale raffigurante il Dio Priapo  , dio sessuale per eccellenza e  con il pene  eccezionalmente dotato sia per dimensioni che per lunghezza, venne ricoperto addirittura con l’intonaco ( quest’ultimo è venuto via soltanto nel 1998 a causa di una serie di abbondanti precipitazioni ).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il rinvenimento sempre più copioso di oggetti “osceni”, portò alla decisione  di dedicare a questi particolari reperti  una loro sala  riservata  ( gabinetto  segreto ) nel famoso nascente Museo Ercolanense di Portici , per poi essere in fase successiva trasferiti al  Museo Archeologico di Napoli dove al momento continuano  a trovarsi e poter essere visualizzati.

CURIOSITA’. Nel 1819, quando il re Francesco I delle Due Sicilie  visitò la mostra dedicata a Pompei presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli   in compagnia della moglie e della figlia, rimase talmente imbarazzato per le opere di contenuto così esplicitamente sessuale da decidere di far raccogliere tutto all’interno di stanze apposite ( appunto il gabinetto segreto ), e diede disposizione che al ” gabinetto segreto “potessero avere accesso all’ingresso solo unicamente  le persone di matura età e di conosciuta morale”,

 

 

Gabinetto SegretoL’incredibile scoperta di un’arte erotica , durante gli scavi archeologici di Pompei ed Ercolano così fortemente voluta da Carlo I di Borbone , portò presto tutti a ritenere Pompei in passato un luogo di sesso , libertinaggio e perdizione dedito alla più sordida e dissoluta impudicizia per cui da Dio meritò , come Sodoma , il castigo del fuoco , ma ben presto capirono che Pompei non era tanto diversa da altre città romane dove la  libertà sessuale era sicuramente maggiore rispetto ai nostri tabù moderni, e i luoghi del piacere non erano assolutamente ritenuti scabrosi, anzi, le prostitute, svolgevano un ruolo fondamentale nella società, consentendo agli uomini la loro libertà e alle donne di poter rimanere oneste e virtuose secondo il mos maiorum.

La prostituzione infatti per la società romana dell’epoca non era un crimine e le meretrici svolgevano abbastanza liberamente la loro professione, vendendosi nelle strade, trivia, oppure alle dipendenze di un lenone, uno sfruttatore di prostitute, in osterie o bordelli.  Addirittura   il calendario romano prevedeva una festa  dedicata alle prostitute che avveniva il 23 aprile ed una festa  per i prostituti maschi che avveniva invece il 25 aprile .

La presenza di tali reperti ed immagini indicava solo  che gli usi e costumi della civiltà Romana erano molto più liberali rispetto alla maggior parte delle culture dei nostri giorni , e  molti  di quegli oggetti  che a noi oggi sembrano  esclusivamente immaginario erotiche  erano invece anche simboli richiamanti alla fertilità, o scaramantici talismani portafortuna.

I falli eretti e sopratutto quelli di grandi dimensioni  avevano un valore propiziatorio della fertilità e rappresentavano dei potenti  talismani  portafortuna e beneauguranti. Ad esso si attribuiva il potere di allontanare il male  e veniva considerato un simbolo di fecondità ,augurio e prosperità . Per tale motivo ,  per proteggere dal male la  casa  e attirare verso di essa invece la buona sorte , venivano spesso venivano esposti o affissi sul muro nell’atrio dell’abitazione .

 

 

Il fallo era quindi particolarmente presente nelle Domus romane . Un esempio su tutte è per esempio la  famosa casa dei Vetti . Essa di proprietà di  due mercanti arricchiti , meglio rappresenta il lusso degli ultimi decenni di vita della citta’, caratterizzata da fantastiche decorazioni perfettamente conservate delle mura che appaiono nobilitati da soggetti mitologici ed eroici con ricorrenti fregi di Amorini e Psichi .
All’ ingresso della bella abitazione , oltrepassato il vestibolo , si nota e incuriosisce un’oscena figura di Priapo che poggia il suo enorme fallo sul piatto  di una bilancia , mentre    sull’altro piatto , poggia una borsa di monete ,quasi a simboleggiare il prezzo da pagare per la protezione .
Questa figura era stata messa all’ingresso della casa con lo scopo ben preciso di allontanare il malocchio degli invidiosi e dei gelosi della ricchezza dei Vetti .
I due proprietari Aulo Vettio Restiuto e Aulo Vettio Conviva , fecero di questa abitazione una vera e propria lussuosa abitazione privata che dopo due secoli di scavi continua a rimanere forse , nella sua ricca e completa decorazione parietale la piu’ bella casa romana che il tempo ci ha restituito .

 

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CURIOSITA’:  Nel mondo Romano il membro virile era considerato un potente amuleto capace di  proteggere dal male e ancora oggi , sopratutto dalle nostre parti non è raro osservare persone che contro il malocchio sono soliti toccarsi i genitali in senso scaramantico .

L’attuale  corno , simbolo per eccellenza della scaramanzia napoletana, non è altro che la stilizzazione del fallo del dio grecoromano Priapo, custode dei campi, protettore dal malocchio e dio della prosperità della casa e della pesca.  Esso viene ” regalato ”  come   antidoto contro il malocchio , inteso come un “portabene” che esorcizza il male e le negatività e spesso viene sostituito alle porte o ai balconi da cascate di peperoncini rossi, che con i loro semi piccanti hanno la funzione simbolica di allontanare le malelingue.

 

tintinnabulum (campanelli eolici), sculture in bronzo rappresentanti animali o divinità erano elementi alquanto comuni nella decorazione delle case. Ovunque, sono stati ritrovate sculture di grandi peni in erezione, con tutta probabilità da intendere quindi come simboli di fertilità e fortuna.

 

 

 

 

 

Gli oggetti  oggi esposti nel nostro Museo Archeologico , toccano tutte le sfere della sessualità antica, e mostrano quanto libero fosse il sesso ed  il piacere sessuale nell’antica Roma che come vedrete dalle immagini seguenti  veniva vissuta senza ipocrisie e falsi bigottismi, nella piena libera espressione della gioia del vivere come sosteneva il buon Epicuro .

Gabinetto SegretoGabinetto Segreto

Il simbolo non ufficiale del Gabinetto Segreto è una statuetta, ubicata all’ingresso della mostra, che vede il dio Pan  (umano solo nella parte superiore del corpo) mentre si congiunge con una capretta in una posizione piuttosto esplicita, con una notevole resa di particolari che esalta la natura ibrida del dio.

 

 

 

Il  Gabinetto segreto come vedrete ospita reperti pompeiani con natura unicamente a sfondo erotico e sessuale:  Troverete Pigmei intenti ad accoppiarsi su barchette sul Nilo, lunghi falli pendenti o eretti, un Ermafrodito in fuga e tante  incredibili scene di accoppiamento sessuale senza veli o censure .

Sono tutti pezzi d’epoca romana che abbellivano lupanari o stanze private, simboli di un mondo dove la sessualità veniva vissuta senza pregiudizi .

 

Gabinetto Segreto, museo archeologico nazionale di Napoli

 

 

 

 

 

 

 

Gabinetto Segreto

 

Museo archeologico di Napoli, Il Gabinetto Segreto: PAN

 

 

 

N.B. A Pompei , come a Roma , e come in tutto il mondo romano, seppur molto diffusa, la prostituzione  era comunque considerata infamante al pari del mestiere di attore o di chi praticava l’usura .Coloro  che decidevano di esercitare questa  professione  cadevano quindi comunque  nella vergogna sociale , e venivano private  della maggior parte dei propri diritti civili inclusa la facoltà di testimoniare di fronte a un giudice . Esse venivano relegate alla condizione di infamia , persone cioè totalmente mancanti di qualsivoglia posizione sociale e deprivate della maggior parte delle protezioni concesse a chi possedeva i requisiti di  cittadinanza dal diritto romano .

I nomi più comuni con i quali  esse venivano indicate erano sopratutto  quelli di meretrix e lupa. Il primo deriva dal verbo merere, che indicava un guadagno dietro una prestazione; la meretrix non era una prostituta qualunque, ma una cortigiana esperta nell’ars amatoria, nella musica, nella danza e nel canto: una vera intrattenitrice spesso con un nome esotico, greco o orientale. ( ricordiamo sempre infatti che chi esercitava era una schiava che spesso veniva da terre lontane o una donna di ceto umile ).

Il secondo invece, quello cioè di “lupa” , era sopratutto riferito ad una prostituta di bassa categoria, e da qui deriva la parola lupanare (luogo delle lupae). Esisteva però anche la fornicatrix, colei che si prostituiva sotto i ponti (fornices); la bustuaria, che si prostituiva presso i cimiteri dove c’erano i busti in marmo dei defunti; e la circulatrix, che passeggiava ricercando i clienti.

N.B. Solitamente, il ceto sociale dei clienti era medio; i  romani più ricchi potevano liberamente disporre di schiavi e schiave che avevano nelle loro domus e volendo potevano  ricevere  le prostitute scelte direttamente in casa propria .

Esistevano  prevalente 3 classi di prostitute :

Le prime chiamate ” Pornai ”  erano la classe inferiore di donne che commerciava il proprio corpo, allo stesso modo dei colleghi uomini, i Pornoi.  Esse erano quelle donne spesso costrette a questo mestiere da una grave condizione sociale che non lasciava scampo ad altra soluzione (schiave o cittadini senza diritti).  Erano quelle in genere , per la maggioe parte impiegate nei bordelli al servizio di un protettore, che le gestiva in modo professionale come un mestiere equiparato a tanti altri. La  paga della sua prestazione era di un “obolo”  ( nell’antica Roma divennero gli Sprintria ) che corrispondeva a un sesto di una dracma, e che costituiva un prezzo accessibile a tutti.  Durante la Grecia classica le Pornai erano quasi sempre donne “barbare”, che giungevano in condizioni di schiavitù ad Atene, mentre durante la Grecia ellenistica poteva trattarsi anche di giovani ripudiate dalla famiglia e costrette a prostituirsi per sopravvivere.

CURIOSITA’ :Le Spintriae erano dei particolari gettoni romani, usati in genere per pagamenti all’interno di un lupanare, e su di essi vi erano di solito raffigurate inequivocabili scene erotiche. Essi i erano utilizzati per pagare le prestazioni sessuali delle prostitute e di norma venivano coniati in ottone o bronzo con le dimensioni di una moneta da 50 centesimi di euro. Su un lato vi era la rappresentazione di scene in 15 diverse forme di coito o fellatio, mentre sull’altro i numeri da I a XVI. In alcune spintriae si trova a volte impressa la lettera “A”, probabilmente ad indicare il costo delle prestazioni in assi. Molti di questi particolari gettoni vengono spesso rinvenuti nel corso degli scavi archeologici, soprattutto nelle vicinanze dei Lupanari.

 

 

 

La  seconda classe di prostitute erano quelle ” libere ” cioè senza alcun protettore , Esse erano quindi quelle   donne che erano riuscite  a liberarsi dalle case di tolleranza, e potevano quindi  esercitare la prostituzione in strada, liberamente, sempre versando i tributi allo stato . La loro condizione era immediatamente superiore a quella di “schiave sessuali” come le pornai, ma era comunque infima, e non a caso condividevano il nome con le donne impiegate nei bordelli. Esse per attrarre in strada  clienti visto che  che non potevano esporsi nude come facevano le colleghe dei  lupanari, indossavano dei  sandali speciali che, nella suola, recavano la scritta: ΑΚΟΛΟΥΘΕΙ – Seguimi

Un esplicito invito a fruire delle prestazioni in luoghi appartati.

CURIOSITA’: Era abbastanza comune nell’antichità scrivere sotto la suola delle scarpe ed i Greci sotto le suole scrivevano il nome dell’oggetto dei propri desideri. Le prostitute greche, sapendo che la pubblicità era  l’anima del commercio, incidevano la suola delle loro scarpe a mò di timbro, in modo che rimanesse impressa sulla strada da loro percorsa la frase “SEGUI I MIEI PASSI”.

 

N.B. Era comunque, tuttavia assai improbabile che una donna liberata potesse esercitare la professione nella speranza di arricchirsi: la maggior parte di esse erano schiave con necessità di un alto tenore di vita, perchè costrette a cercare di mantenere sempre un aspetto giovanile.

La terza classe di prostitute erano le ” Etere” , cioè la classe più elevata che si dedicava anche alla prostituzione, paragonabili per molti aspetti alle ” Geische giapponesi ”  o alle  prestigiose cortigiani veneziane del Rinascimento. Esse  erano donne coltissime, che costituivano spesso compagne abituali dei ricchi uomini greci (fra loro si ricordano Socrate, Pericle e Alessandro Magno, fra gli altri),  che erano gli unici a poter sostenere le ricchissime parcelle che queste richiedevano, anche solo per la loro compagnia. Le Etere avevano infatti dei  costi salatissimi che potavano arrivare anche a  30 mine (  una mina corrispondeva a 100 Dracme ) . Tenete presente che  3000 Dracme era il salario di un dipendente pubblico con  8 anni di servizio, era di circa 3000 Dracme .

Le Etere  in privato, erano solite  indossavano abiti sgargianti e pregiati in seta trasparente. Le prostitute di bassa estrazione sociale, invece  tendevano a mostrarsi quasi del tutto nude di fronte al proprio cliente. Essa doveva dare subito all’occhio, per attirare clienti e vestivano  quindi con abiti  succinti e trasparenti, trucco marcato e capelli tinti con colori sgargianti come il rosso o il biondo .

CURIOSITA’: Tra i tanti graffiti ritrovati sulle mura di Pompei, vi sono anche quelli di molte prostitute che esprimevano giudizi sui loro clienti oppure facevano pubblicità enfatizzando le loro specialità e il prezzo.

 

 

A Pompei durante gli scavi , fino ad oggi sono stati riconosciuti oltre trenta bordelli, alcuni erano molto modesti, altri erano posti nei piani superiori delle cauponae (alloggio),I che erano degli esercizi aperti al pubblico e destinati alla ristorazione (la piu famosa  cauponae, era quella di Sempronia Asellina )  , altri ancora erano appositamente costruiti e organizzati per questo tipo di attività. Spesso come vi abbiamo accennato le prostitute lavoravano  in questi luoghi  per un ruffiano, il quale aveva il compito di procurare loro la clientela. Molte di loro erano schiave o ex schiave. e purtroppo in quanto tali erano spesso costrette a svolgere questo mestiere .

 CURIOSITA’:  I luoghi dell’epoca dedicati al piacere sessuale , quelli che oggi noi chiameremmo bordelli o case chiuse , erano chiamati Lupanari (dal latino lupa = prostituta), e per  la maggior parte  erano degli ambienti composti da una singola camera situata nel retro di una locanda. Le stanze (cellae meretriciae) erano generalmente spoglie, infatti vi era situato sempre un letto (spesso in muratura) provvisto di materasso resistente. L’unico ornamento delle camere erano le pitture murali a sfondo erotico che decoravano l’ingresso. Sulla porta della camera vi era scritto il nome della prostituta al suo interno e il tariffario; inoltre, qualora la stanza fosse stata momentaneamente occupata, veniva posizionato un cartello sulla porta che invitava il cliente successivo ad attendere il proprio turnoI lupanari erano frequentati maggiormente dalla plebe (ma sono accertate anche presenze di patrizi). Tutti i lupanari erano   personalizzati da una particolare lanterna e dagli organi maschili scolpiti, ben visibili, mentre gli interni erano caratterizzati da un desolante squallore, da un ambiente insalubre e sporco e spesso affumicato dal fumo delle lanterne. Generalmente questi luoghi non erano situati lungo le vie principali della città, ma in strade secondarie vicino a luoghi pubblici particolarmente affollati come le Terme.

Una prostituta, in alcuni casi, poteva mettersi in proprio e affittare una camera per il lavoro. In altri casi, invece, una prostituta poteva convivere con una ruffiana o lena (da cui deriva il termine lenocinio) o mettersi in affari sotto la gestione diretta di sua madre. Questi accordi suggeriscono che le prostitute spesso nascevano come donne libere, ma, a causa di gravi problemi economici, sceglievano lpoi a via del meretricio.  Nonostante ciò, molte delle prostitute furono schiave o ex schiave. Essendo quindi donne schiavizzate o liberte, è difficile determinare se la scelta di questo mestiere fosse o meno scelto liberamente

CURIOSITA’ :Il termine prostituta deriva da prostare, stare davanti e prostituere, mettersi in mostra.

Lupanari

 

Lupanari

 

Il numero dei luoghi dove si praticava la prostituzione a Pompei è incerto. Il motivo è che non tutti gli impianti sono identificabili come luoghi del piacere. Spesso si è attribuito il nome di Lupanare a luoghi dove erano presenti solo graffiti osceni, facendo arrivare il numero dei postriboli a 34; dato senz’altro spropositato  sia per la grandezza comunque modesta della città sia per il numero di abitanti ( molto probabilmente essi erano solo 25 ).

Il Lupanare più  famoso e tra i più visitati dai turisti  è sicuramente quello  localizzato a Pompei fra Vicolo del Balcone pensile e Vicolo del Lupanare . Esso , posto  all’incrocio di due strade secondarie; era sorto  sin dall’inizio con lo scopo specifico di ospitare prostitute. Appare  costituito da un piano terra, accessibile da due ingressi che immettono in una stanza centrale su cui si affacciano sei stanzette semplicemente arredate con un letto in muratura  appoggiato alla parete e coperto da un materazzo. Le stanze erano  chiuse da porte di legno su cui erano presenti dipinti a soggetto erotico . . Un terzo ingresso porta al piano superiore . Ad esso si poteva accedere tramite una scaletta posta nella stradina che scendeva dal Foro. La scala conduceva in una specie di corridoio esterno che permetteva l’accesso ad altre cinque stanze che presentavano una decorazione più ricercata, in IV stile, prive però di scene erotiche e sicuramente riservate ad una clientela di rango più elevato.

N.B. Il piano terra era destinato alla frequentazione delle classi sociali modeste e degli schiavi, mentre il primo era riservato a una clientela più ricca . Le pareti delle celle erano intonacate di bianco e quasi completamente coperte da graffiti incisi sia dagli avventori che dalle ragazze che vi lavoravano. I graffiti è certo che sono posteriori al 72 d.C. ciò si può asserire dall’impronta lasciata da una moneta sull’intonaco fresco . Le pareti della saletta centrale erano decorate con riquadri e ghirlande stilizzate su fondo bianco, ma al disopra delle porte d’ingresso alle celle, erano sistemate, come fregio, una serie di pitture murali erotiche che, probabilmente, costituivano una specie di catalogo circa le possibili prestazioni che le prostitute potevano offrire al cliente.

Le  decorazioni pittoriche dell’edificio si trovano al piano inferiore, le quali si caratterizzano non tanto per la semplice pittura dell’ambiente centrale ma per i famosi quadretti erotici appesi alle pareti , molto utili per creare  la giusta atmosfera ( secondo alcuni rappresentavano invece le diverse “prestazioni” che si potevano richiedere e ognuna di queste aveva un prezzo ben preciso )  . Il prezzo andava dai due agli otto assi, ma il ricavato di ogni prestazione andava al padrone o al tenutario del bordello, poiché le prostitute non possedevano alcuna personalità giuridica.

 

Oltre ai dipinti, sono conservati nelle celle meretriciae molti graffiti e iinteressanti incisioni  fatte sulle pareti sia da parte degli avventori che delle prostitute). Nelle 120 iscrizioni a noi pervenute troviamo, oltre a diverse scritte scurrili, anche le lamentele dei clienti che avevano contratto malattie veneree e nomi di donne, in particolar modo orientali e greche.

CURIOSITA’: All’entrata dei lupanari, compreso quello di Pompei, si potevano acquistare dei preservativi. Costituiti con intestini essiccati di pecora, essi avevano soprattutto la funzione di evitare la trasmissione di malattie veneree. Facevano infatti parte della dotazione dei soldati romani impegnati nelle lontane e lunghe campagne militari, per evitare che questi contraessero malattie veneree capaci di decimare eserciti interi.

Ancora oggi non è ben chiaro se le immagini sulle pareti delle case in cui esercitava la prostituzione   fossero una sorta di pubblicità sui servizi offerti dalle ragazze, o fossero semplicemente destinati ad aumentare il piacere e la tensione erotica nei visitatori e nei clienti maschi. Alcuni di questi dipinti ed affreschi sono divenuti immediatamente molto famosi, dopo il loro ritrovamento, proprio perché rappresentano scene erotiche esplicite raffiguranti una varietà di  posizione sessuali .

Le eloquienti opere d’arte  sparse in giro per le domus ed i  numerosi graffiti con ragazze e ragazzi che si mettevano in vendita, potevano quindi essere solo una sorta di catalogo illustratico che spiegava con dovizia di particolari le varie  abilità delle prostitute , fissando con puntualità il prezzo per quella  prestazione offerta.

 

Lupanari

 

Lupanari

 

Lupanari

 

 

Lupanari

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ritornando alla quarta regione vi abbiamo solo dato solo un piccolo accenno ai due Templi dedicati alla Dea Madre ed al Tempio della Dea Fortuna .

La Dea Madre era un  antichissimo culto presente un tutta la Campania a cui la gente locale  era devotissima.  Da Capua fino a Paestum , sono state infatti ritrovate nei vari scavi archeologici numerose statuette stilizzate di donna seduta (talvolta in piedi) con dei bambini in braccio. Esse , chiamate matres matutae rappresentano appunto il retaggio di un’antica  devozione alla Madre e alla Fertilità.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Si tratta di un  culto ancestrale  che senza alcun dubbio , vive ancora oggi come possiamo vedere guardando la   misterica Madonna dell’Arco o Mamma schiavona a Montevergine , la Grande Madre per eccellenza, oppure la peculiarissima Madonna del Granato di Capaccio e le decine di Madonne  del latte  che, da Capodimonte fino alle aree interne della Campania, nessuno è riuscito a strappare dal cuore dei fedeli.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Grande Dea Madre  era certamente   una divinità femminile ed era presente nelle nostra regione fin dai tempi degli antichi Oschi nella cui civiltà  si concretizzava  in forme molto diverse . Nella nostra cultura probabilmente ricevendo  profonde influenze  nella religione e nelle mitologie veniva identificata a seconda dei luoghi  alla Dea Demetra (  popolazioni rurali )  se la civiltà era centrata sopratutto  sull’agricoltura e l’allevamento animale , ma anche identificata con Isidela Dea che per eccellenza veniva identificata nel passato come moglie e la madre ideale . Essa era simbolo della fertilità e della purezza. Suo figlio Horus detto anche  ” Dio Sole ” nasceva il 25 dicembre, era il figlio di Dio, veniva considerato un messia e nella sua vita terrena compiva molti miracoli. Il suo culto della  si sviluppò soprattutto in Campania, attraverso i grandi porti commerciali di  Puteoli e Neapolis e come vi abbiamo detto il suo maggior centro culturale si trovava nella Regione Nilensis proprio grazie  alla numerosa presenza di mercanti alessandrini.

 

Il culto di  Iside verrà praticato fino al 305 d.C. raggiungendo il suo apogeo con l’imperatore Diocleziano   per poi sparire definitivamente con l’editto di Costantino  nel 312 d.C.  E’ plausibile quindi suppore che vi sia un’affinità tra la vergine Iside e la vergine Maria anche considerando che spesso la religione cattolica l’arte  si è ispirata proprio  a vecchie iconografia di antichi culti .   Infatti, proprio come la nostra vergine  Maria , la Dea Iside veniva rappresentata seduta mentre allattava Horus ( iconografia molto simile a quella della Madonna Nera ), oppure in tunica ed con il capo ornato dal disco solare ( rappresentazione che poi i cristiani riprenderanno proprio per l’iconografia  dell’Immacolata Concezione ).

 

Tempio di Iside a Pompei
Tempio di Iside a Pompei perfettamente integro nelle sculture e nell’apparato decorativo.

La Madre Terra è il simbolo della Grande Madre, Dea della Natura e della Spiritualità, la fonte divina di ogni nascita che dà e sostiene la vita che a Lei ritorna per rinascere come nei cicli della vegetazione, il suo potere è nell’acqua  nelle pietre, negli animali, nelle colline, negli alberi, nei fiori.

Con la crescita e la  complessità delle culture, la Grande Madre  poteva essere anche Afrodite, in un concetto diverso della donne, ma anche  Diana,che ha sempre protetto il genere .

La vera ” Grande Madre della nostra città , quella a cui ci riferiamo quando parliamo di un santuario  nella cosidetta  regione ” Montana “o Montagna che allora era la zona  più elevata della città ced oggi corrispondente alla zona di Sant’ Aniello a Caponapoli , era niente altro secondo noi ,che la nostra Parthenope . Essa da secoli proteggi come una Grande Madre la nostra città infondendo in essa passione , arte ,amore  musica e canto . Essa come scriveva Matilde Serao , vive ancora tra le strade della nostra città

Parthenope, la vergine, la donna, non muore, non muore, non ha tomba, è immortale …è l’amore.”, .

Ora penso vi stiate ponendo la seguene domanda : Che fine ha fatto il citato  il santuario della Dea Fortuna ?

Come in tante altre città’ greco-romane , Neapolis aveva anche lei un luogo di culto dedicato a Tiche , la dea del Fato , e del destino ( corrispondente alla Dea  romana Fortuna ) . Il suo santuario come abbiamo accennato si trovava anch’esso nella regione Montana ,  nel luogo più alto della città , cioè sull’altura di  Caponapoli dove  la tradizione popolare voleva che si trovasse la leggendaria Tomba di Partenope  L’ intera zona fino al Medioevo era ricca di templi con funzione religiosa dove si veneravano varie  divinita’  ( Dio Sole, di Demetra, di Apollo  di Diana  e di Tichie ) e si svolgevano riti religiosi e vari sacrifici . Le processioni  avvenivano principalmente lungo l’attuale Via del Sole .Tutte queste Dee si contendevano il ruolo della ” Grande Madre “.

N. B. Anche del suo santuario , così come quello di Partenope si sono completamente perse ogni traccia possibile .

Tiche o Tyche era considerata come una delle Oceanine, figlie del Titano Oceano e della Titanide Teti, e al contrario di molte altre divinità non possedeva un proprio mito, e di conseguenza non si narra su di lei alcuna leggenda . Sappiamo con certezza che essa era la divinità tutelare della fortuna e del destino di ogni città ellenica e che venne venerata in modo particolare ad Antiochia e Alessandria , dove addirittura divenne la  Dea protettrice della due città . Il  suo culto crebbe moltissimo in  età ellenistica,  assumendo in ogni città una grande importanza ed una sua particolare   specifica versione iconica . La  Dea, veniva infatti raffigurata in ogni città cindossando ogni volta  una diversa corona ( le amministrazioni cittadine dedicavano  alla Dea Tiche una statua che portava una corona raffigurante le mura della città stessa ) .

La Dea non aveva nulla di personale, non aveva esigenze o caratteristiche sue, lei recava aiuto, o indifferenza o sventura, ma concedeva un responso particolare: quello delle Sorti. Lei concedeva alle sue sacerdotesse il potere di mostrare ai mortali il loro destino.  Veniva raffigurata come una donna completamente nuda, con gli occhi bendati, che teneva nelle mani una cornucopia, simbolo di abbondanza, rovesciata, di cui essa spargeva a caso il contenuto, oppure  un timone… dato che era lei che pilotava la vita degli uomini . .A volte teneva in braccio il giovinetto  Pluto , Dio della Ricchezza .  Considerata colei che portava  la fertilità e la fortuna , spesso veniva anche  rappresentata come una donna cieca e calva, cosicché non fosse possibile afferrarla per i capelli, e con le ali ai piedi, per poter fuggire più velocemente. Con uno dei piedi si posava sopra una ruota che girava senza posa (la Ruota della Fortuna), mentre l’altro era proteso in aria, come per significare che non avesse fondamento su cui posarsi ( talvolta veniva rappresentata con un elmo sulla testa ed associata alla guerra ). Molti le attribuivano come figlia la Necessità e come simbolo le venne attribuito il Globo proprio per indicarne l’importanza sui destini collettivi del mondo .

N.B. Ancora oggi si è solito dire  nei proverbi popolari  che la fortuna “è cieca”

A Roma , venne inizialmente venerata come  la dea dell’Abbondanza, che presiedeva alla fecondità della natura e della vita umana. Essa era venerata ed onorata come patrona del pubblico  benessere e solo più tardi successivamente  divenne anche dea della sorte favorevole o avversa, del caso e della felicità che aveva il potere di decidere la fortuna dei singoli umani e della collettività. Come tale, presiedeva a tutti gli avvenimenti e distribuiva il bene e il male regolando  in tal modo gli eventi al di fuori dell’opera umana . Se si mostrava con un aspetto benevolo portava la buona sorte, se invece si mostrava  ostile portava la malasorte. Era quindi ritenuta responsabile dei destini di tutti gli esseri umani.

Le matrone avevano per lei una venerazione speciale. Come  Dea Primigenia  di nascita, vita e morte , in essa , le matrone vedevano  la Dea in cui si intrecciavano sia i motivi della fertilità che quelli del destino di ogni donna  . Come Dea della nascita assisteva ai parti e faceva nascere le piante. Come Dea della crescita faceva crescere il raccolto e gli animali, nonchè le persone assumendo il ruolo di medica, cioè guaritrice . Ad essa si rivolgevano le donne non sposate  per cercare di attirare il compagno ideale , ma anche le donne in cerca di una gravidanza che tardava ad arrivare  oppure per proteggere  i mariti od i figli  combattenti che partivano per la guerra . Esse la pregavano perchè li facesse   tornare a casa vittoriosi ma sopratutto sani.

La Dea TICHE era proprio per questa caratteristica definita una Dea forte  ed estremamente potente perchè c’erano cose che la Fortuna determinava e che non potevano essere cambiate, ma c’erano anche cose che solo da lei potevano essere cambiate .Essa decideva il destino dei mortali, ma nessuno di essi doveva  mai  elogiarsi della sua buona fortuna o trascurare di ringraziare gli Dèi, altrimenti ciò conduceva inesorabilmente  all’intervento di Nemesis (“giustizia compensatrice” o “giustizia divina”). Si riteneva infatti che la Dea greca distribuiva gioia o dolore secondo il giusto, e la  “nemesi” era solo un atto di giustizia compensatrice distribuita dal Fato. Nemesis  era un evento o una situazione negativa che seguiva un periodo particolarmente fortunato . Esso era visto come un atto compensatorio all’eccessiva fortuna ricevuta che rispondeva ad un concetto di armonia in cui  soggiace  il mondo . Un’armonia, per cui il bene debba essere compensato dal “male” in egual misura.

La Dea Fortuna,  era una Dea forte che possedeva  la forza del dominio sull’uomo e sul mondo intero e divenne con il suo ruolo  di Madre Natura, un simbolo per molte donne dell’epoca che benchè non appariscenti  esprimevano  molta forza pure essendo fragili fisicamente. Perchè la forza è determinazione e non prepotenza. La vera forza è dolce.

Le matrone romane vedevano in lei , sovrapponendola spesso ad Iside , Demetra e la stessa Partenope come la Grande Madre  che dà la vita ed è  pertanto connessa alla fertilità dei campi, nonchè della riproduzione di uomini e bestie e quindi preposta anche alla sessualità. Quella che nutre e che fa crescere, facendo maturare le spighe e i campi e quella che fa morire, quindi Dea dell’oltretomba e pure Dea della guerra che appunto porta la morte . Essa  proteggeva i combattenti e li faceva tornare a casa vittoriosi . La Dea rappresentata spesso nuda o con un seno scoperto aveva  anche un aspetto erotico, il che la designa come ex Grande Madre.  .

CURIOSITA’ : Secondo alcuni ,  la Grande Madre ,cioè colei che non può essere svelata,  era proprio Tiche , la dea della Fortuna . Essa  era considerata la Dea Primigenia cioè la prima nata, colei che sorta dal Caos nasce per prima e partorisce da vergine tutti gli Dei. (Primigenia =”nata per prima).

Molte antiche  fonti  affermano che esistevano due statue della Dea Fortuna: una di bronzo dorato e una di marmo bianco, nella posa di allattare Giove bambino. Questo sottolinea il lato Primigenio della Dea, come antica Grande Madre da cui tutti gli Dei provengono ( sono state anche ritrovate effigie di Giove e Giunone ancora piccoli  in grembo alla dea Fortuna mentre vengono allattati ) e conferma il fatto che il Fato ( l’Ananke,) secondo gli antichi greci , era quella determinata  ,  situazione venutasi a creare contro cui nemmeno gli Dei potevano fare  nulla , neppure  Giove, il re degli Dei. Anch’egli infatti doveva sottostare a questo stato di cose e quando il Fato decideva egli doveva stare ben attento a pesare sulla bilancia il destino delle persone e dei popoli. Il Fato non poteva modificarsi neppure per Zeus e se le cose andavano in un certo modo non potevano andare che in quel  modo.. .. non poteva essere cambiato .Esso veniva visto come qualcosa di giusto e divino .

 

Essa  era preposta sopratutto al fato e nei  suoi templi si prediceva il futuro.

Nei suoi  santuari  il culto ufficiale alla Fortuna era gestito dai patres e dai sacerdoti virili, mentre quello femminile delle matres era legato alla fecondità e agli oracoli che  venivano redatti all’interno del pozzo da una invisibile sacerdotessa. All’interno del pozzo si calava un fanciullo che, appena ricevuti i responsi, consegnava le tavolette a coloro che avevano posto le domande e che avevano fornito il pagamento dovuto.

Le sue sacerdotesse nel Tempio a lei dedicato , lanciavano dei legni, o listelli d’avorio, su cui erano incise delle immagini, o forse solo dei segni, attraverso cui loro  leggevano la sorte del richiedente, per cui lui sapeva se la nave su cui desiderava salpare sarebbe arrivata a destinazione sana e salva, o se sarebbe tornato vivo dalla guerra, oppure lei sapeva se suo marito la tradiva, o se avrebbe mai avuto un figlio, o se  sarebbe morta di parto.

Ovviamente poichè  era ritenuta responsabile dei destini di tutti gli esseri umani, a lei sopratutto le matrone romane , dedicarono statue e  maestosi templi  talvolta più grandi di quelli dedicati allo stesso Giove ) nella sola speranza di attirarne i buoni auspici.

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CURIOSITA’ : Tiche  era una divinità antica, sicuramente  precedente alla fondazione di Roma anche se i romani ne attribuivano l’introduzione del culto a Servio Tullio, il re che più, fra tutti, fu straordinariamente favorito dalla Fortuna . Egli  dedicò infatti ben 26 templi nell’Urbe alla Dea Fortuna, ciascuno con un diverso attributo della Dea . Si narra ancora oggi che la Dea l’avesse amato, nonostante fosse un mortale e si introducesse nottetempo nella sua stanza attraverso una finestrella. Per questo una statua del re Servio Tullio si ergeva in ogni  tempio romano della Dea.

Servio Tullio , sapeva perfettamente il gran peso che la buona Fortuna aveva nelle vicende umane , visto che grazie a lei  , egli era salito al regno come sesto re di Roma provenendo da una schiava di guerra.

 

Fu adorata sotto diversi aspetti e con diversi volti ed epiteti: Fortuna Primigenia -Fors Fortuna, – Fortuna Averrunca (che allontana la sventura), Fortuna Barbata (in quanto accompagnava i ragazzi nello sviluppo verso l’età adulta , passando  dalla fanciullezza alla virilità),- Fortuna Blanda (benigna), -Fortuna Bona- Fortuna Brevis (che dura poco), -Fortuna Comes (compagna e guida dei viaggiatori),- Fortuna Equestris (dei cavalieri), Fortuna Libera (degli uomini), – Fortuna Liberarum (dei figli),-  Fortuna Muliebris (delle donne) –  Fortuna Virginalis (protettrice delle figlie femmine )- Fortuna Publica –  Fortuna Privata –  Fortuna “Virile ( perché simbolo di “forza” ) -Averrunca, (che allontana la sfortuna) – Annonaria, che protegge i raccolti, – Volubilis (che cambia, e  Viscata ( che  come con il vischio, l’uomo viene catturato e vi rimane attaccato) .