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Il  31 luglio, nel giorno della sua morte, avvenuta nel 1556, la Chiesa cattolica celebra Sant’Ignazio di Loyola, compatrono di Napoli e fondatore della Compagnia di Gesù, uno dei più importanti ordini religiosi della storia.
Nato nel 1491 nel castello di Loyola, nei Paesi Baschi, Ignazio fu inizialmente un cavaliere. Tutto cambiò nel 1521, quando una grave ferita riportata durante l’assedio di Pamplona lo costrinse a una lunga convalescenza. In quel periodo lesse la vita di Cristo e dei santi, maturando una profonda conversione che lo portò ad abbandonare la carriera militare per dedicarsi completamente a Dio.
Negli anni successivi elaborò gli Esercizi Spirituali, destinati a diventare uno dei testi più influenti della spiritualità cristiana. Secondo la tradizione, durante il viaggio verso Roma ebbe nella cappella della Storta una visione nella quale Dio Padre gli affidò Cristo con la Croce, chiamandolo a seguirlo e a servirlo. Da quell’esperienza nacque definitivamente l’idea di una comunità di uomini pronti a essere autentici “compagni di Gesù”.
Nel 1540 papa Paolo III approvò ufficialmente la Compagnia di Gesù, destinata a diventare uno degli ordini religiosi più importanti di tutti i tempi .
I Gesuiti unirono fede, studio, educazione e missione, fondando collegi, diffondendo la cultura e svolgendo un ruolo decisivo durante la Controriforma.
Napoli divenne uno dei loro principali centri, grazie allo stretto rapporto con il governo vicereale. Soltanto nel 1767, durante il ministero di Bernardo Tanucci, furono espulsi dal Regno nell’ambito delle politiche antigesuitiche dell’epoca.
Per ricordare oggi Sant’Ignazio, una delle figure più influenti della storia del cristianesimo,
non esiste luogo più significativo nella nostra città , che quello della Chiesa del Gesù Nuovo, costruita tra il 1584 e il 1601 sul palazzo rinascimentale dei Sanseverino, confiscato dal vicerè Pedro de Toledo per conto del re, e successivamente acquistato dai gesuiti.
Questi, una volta venuti in possesso del bene, decisero di trasformare l’intero complesso in una chiesa e alla fine dei lavori del bellissimo palazzo non rimase altro che il portale rinascimentale in marmo e la celebre facciata in piperno con il caratteristico bugnato a punta di diamante, opera dei maestri pipernieri campani.
Questi ultimi nel periodo del Rinascimento napoletano , erano tra gli artigiani più richiesti da committenti nobiliari e cattolici .
Essi erano straordinari artigiani specializzati nella lavorazione del piperno, una pietra vulcanica durissima che richiedeva una tecnica e una precisione eccezionale .
Tutto sta che su quella facciata di un’antica dimora nobiliare poi trasformata dai gesuiti nel più significativo esempio di barocco napoletano, sono nate , su quelle pietre numerose leggende esoteriche, mentre studi più recenti hanno ipotizzato persino la presenza di un misterioso spartito musicale inciso sulle bugne.
Ma è entrando nella chiesa che il legame con Sant’Ignazio diventa ancora più intenso. Nel transetto sinistro si apre infatti il magnifico Cappellone di Sant’Ignazio di Loyola, un autentico capolavoro del barocco napoletano, progettato da Cosimo Fanzago tra il 1637 e il 1655, ed economicamente realizzato grazie anche al contributo del principe di Venosa.
Carlo Gesualdo, principe di Venosa, geniale ed originale compositore di madrigali del tardo Rinascimento , la cui fama e’ accompagnata dal ricordo della tragica uccisione della moglie Maria d’Avalos e del suo amante Fabrizio Carafa, sorpresi insieme nel palazzo napoletano del principe.
Entrare nel Cappellone di Sant’Ignazio di Loyola significa immergersi in uno degli ambienti più spettacolari del Barocco napoletano. Qui Cosimo Fanzago, attraverso l’uso magistrale dei marmi policromi, dei volumi contrapposti e di un sapiente gioco di luci e ombre, costruì una scenografia religiosa di straordinaria forza espressiva, nella quale architettura, scultura e pittura si fondono in un’unica visione.
Confesso che, entrando per la prima volta in questo luogo , ebbi la sensazione di perdere per un istante il senso dello spazio e del tempo. Lo sguardo veniva continuamente attratto da un nuovo dettaglio: i marmi policromi sembravano prendere vita, le luci e le ombre trasformavano la materia in movimento, mentre architettura, scultura e pittura si fondevano in un’unica, straordinaria scenografia. Più cercavo di osservare un particolare, più l’insieme mi travolgeva.
Secondo il mio personale parere , fu in questo luogo che Fanzago realizzò uno degli ambienti più spettacolari della città.
Dello stesso artista sono le statue monumentali del re David e del profeta Geremia, eseguite tra il 1643 e il 1654. Le due figure, solenni e allo stesso tempo intensamente umane, sembrano introdurre il visitatore alla contemplazione della vita e della missione del santo.
Sull’altare si trova oggi la Madonna col Bambino tra Sant’Ignazio e San Francesco Saverio di Paolo De Matteis, dipinta nel 1715. L’opera riunisce il fondatore della Compagnia e uno dei suoi primi e più importanti missionari, quasi a rappresentare le due anime dell’esperienza gesuitica: la disciplina spirituale e l’apertura verso il mondo.
La precedente pala di Girolamo Imparato, raffigurante la Visione di Sant’Ignazio alla Storta, è oggi collocata sulla parete destra. Il dipinto ricorda proprio il momento nel quale Ignazio comprese di essere stato chiamato a servire Cristo portando con lui il peso simbolico della croce.
In alto si trovano le tele dipinte da Jusepe de Ribera tra il 1643 e il 1644. Al centro è rappresentata la Gloria di Sant’Ignazio, mentre in un’altra scena papa Paolo III approva la regola della Compagnia di Gesù. Una terza tela di Ribera, che mostrava il santo intento a scrivere gli Esercizi spirituali, fu distrutta durante i bombardamenti del 1943.
Al suo posto è stata collocata una tavola cinquecentesca con la Madonna col Bambino e Sant’Anna, proveniente dalla chiesa di Sant’Aniello a Caponapoli. Sulla parete sinistra si può inoltre ammirare la Santissima Trinità e santi di Giovan Bernardo Azzolino, dipinta nel 1617.
Insomma ci troviamo di fronte ad una delle opere più belle della nostra città .
Un qualcosa capace di lasciarci letteralmente senza fiato: la bellezza del luogo è così intensa da evocare quella che viene comunemente chiamata sindrome di Stendhal, quel senso di vertigine e di profonda emozione che talvolta può nascere di fronte a un’opera d’arte eccezionale.
Quella rara sensazione che nasce quando l’arte supera la semplice contemplazione e riesce a parlare direttamente all’anima. È questo, forse, il più grande capolavoro di Cosimo Fanzago: non aver scolpito soltanto il marmo, ma essere riuscito, a distanza di secoli, a scolpire anche le emozioni di chi entra in questo luogo.
In un unico ambiente… in uno dei luoghi più spettacolari del Barocco napoletano, si possono ammirare in un unico posto capolavori di Cosimo Fanzago , tele di Paolo Paolo De Matteis. Jusepe Ribera, Girolamo Imparato e Giovan Bernardo Azzolino.
Insomma mentre fuori da questa chiesa , trionfa la puzza di pizza fritta, genovese, cuoppi di frittura e zeppole, innaffiata da limonate a cosce aperte, nel suo interno si conserva uno dei più straordinari patrimoni artistici della città…
Una straordinaria pinacoteca ad ingresso gratuito.
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