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A Napoli esistono statue che vediamo ogni giorno senza davvero guardarle. Sono lì, immobili, monumentali, parte del paesaggio urbano come il tufo o il mare. Eppure portano firme precise, storie, mani, vite. Tra queste, alcune appartengono a uno scultore nato proprio qui, il 6 agosto 1845: Achille d’Orsi. Un nome che oggi dice poco, quasi nulla ai più. Eppure, le sue opere continuano a osservare la città.
È una di quelle contraddizioni tipicamente napoletane: convivere con la grandezza senza riconoscerla.
Quanti napoletani davanti alla facciata del Palazzo Reale davvero si soffermare ad osservare con attenzione quelle statue lì presenti ?
Quanti, tra gli otto re che dominano quella scenografia di marmo, hanno mai alzato lo sguardo su Alfonso d’Aragona, chiedendosi chi lo abbia scolpito?
La sua figura, scolpita nel marmo, è parte di quel racconto solenne della città. Anche qui, però, il nome del suo autore resta nascosto, quasi inghiottito dalla monumentalità dell’opera stessa.
È un paradosso: più un’opera è grande, più il suo autore sembra scomparire.
Quanti per esempio passeggiando sul lungomare, tra via Nazario Sauro e il riflesso del mare, si sono mai chiesti chi sia l’autore di quella grande scultura in bronzo che accompagna distrattamente i nostri passi?
O, magari attraversando di fretta corso Umberto I, hanno notato la statua dedicata allo statista Ruggiero Bonghi, proprio di fronte a via Mezzocannone, senza però interrogarsi sulla mano che le ha dato forma?
La risposta è sempre una sola.
Ed è un nome che a molti non dice nulla: Achille d’Orsi.
Eppure questo artista è stato uno dei protagonisti della scultura verista partenopea di fine Ottocento. Il suo stile è rappresentativo di una scultura che diventa testimonianza e denuncia, che rese con un naturalismo dinamico e una eccellente qualità formale.
Napoli è anche questo. Una città capace di vivere immersa nell’arte senza più riconoscerla. Le opere diventano arredo urbano, presenza muta, sfondo per fotografie distratte. I nomi, invece, scompaiono. Si dissolvono nel rumore quotidiano.
Eppure, Achille d’Orsi non è stato uno scultore qualunque. Nato a Napoli il 6 agosto 1845, fu artista apprezzato, richiesto, protagonista di una stagione artistica in cui la scultura cercava di raccontare non solo la storia, ma soprattutto l’uomo.
Egli non era un artista marginale. Al contrario, era pienamente inserito nel suo tempo, richiesto, apprezzato.
Achille d’Orsi, fu uno dei massimi interpreti del verismo in scultura. La sua formazione iniziò giovanissimo al Reale Istituto di Belle Arti, sotto la guida di Tito Angelini, di cui divenne allievo e poi, negli anni, erede ideale anche nell’insegnamento e nella direzione dell’Accademia.
Nel 1872 completa la sua formazione a Roma, grazie al concorso vinto per il pensionato di Belle Arti. E’ nel corso degli anni’70 che lo stile dello scultore si indirizza verso il realismo, in sintonia con quanto andavano realizzando in pittura Domenico Morelli e Francesco Paolo Michetti: la sua produzione, finora legata alla scultura romantica e purista e caratterizzata da un modellato levigato e compatto, vira verso superfici scabre e irregolari, che ne accentuano i contrasti di luce ed esaltano le qualità cromatiche delle materie adoperate
A Napoli ottenne  una certa notorietà realizzando principalmente bozzetti in terracotta o gesso di piccolo formato rappresentanti soggetti popolari e scene di genere della vita quotidiana.
Uno dei filoni di maggior successo della produzione dello scultore furono i soggetti popolari napoletani: scugnizzi, pescatori e venditori ambulanti realizzati con evidenti richiami, soprattutto formali, alla scultura classico-ellenistica, ammirata dall’artista nel Museo Nazionale della città partenopea.
La sua poetica fu profondamente influenzata da Filippo Palizzi e dalla frequentazione con Vincenzo Gemito, con cui condivise una visione artistica attenta alla realtà sociale e popolare.
La sua ricerca si fonda su un naturalismo rigoroso, su un’osservazione diretta della realtà. Nei suoi lavori la materia diventa espressione: volti, corpi, gesti restituiscono la verità della condizione umana, lontano da ogni idealizzazione accademica. In questo percorso si muove in sintonia con l’amico Vincenzo Gemito, condividendo l’attenzione per il mondo popolare, per gli “scugnizzi”, per la vita colta nel suo farsi quotidiano.
Lo dimostra con forza Proximus tuus, presentata all’Esposizione di Torino del 1880: un contadino stremato, accasciato, segnato dalla fatica. Un’immagine che colpì per la sua crudezza, priva di qualsiasi compiacimento. D’Orsi stesso rivendicò quell’opera come semplice osservazione del “vero”, in linea con la sensibilità verista e con il pensiero di Émile Zola.
Ma accanto a queste opere più celebri, esiste un universo meno noto e altrettanto significativo.
Al Museo Nazionale di Capodimonte, ad esempio, è conservato l’opera “ Parassiti “ in gesso patinato a finto bronzo, mentre il modello originale in bronzo si trova oggi alla Galleria d’Arte Moderna di Firenze. Un’opera che segna uno dei momenti più intensi della sua produzione, già presentata a Napoli nel 1877 e poi all’Esposizione Universale di Parigi del 1878, contribuendo alla sua affermazione.
Al Museo Artistico Politecnico di Napoli si conserva invece una Testa di carrettiere del 1879: una scultura in bronzo di dimensioni contenute, ma di straordinaria intensità espressiva. In quel volto si ritrova tutta la poetica di d’Orsi: la dignità della fatica, la verità dei lineamenti, l’umanità che emerge dalla materia.
CURIOSITA’: In questa occasione, per la resa realistica della testa, l’autore fu accusato d’averla “… gettata da una persona viva, non d’averla modellata” .
L’opera è caratterizzata da precisi riferimenti che rimandano al carattere propriamente napoletano del personaggio ritratto “incominciando dal piccolo particolare esteriore delle medaglie sacre appese al collo, e ancor meglio per il modellato del volto dove lo sguardo ha un certo cipiglio di bravura plebea che rende caratteristica l’espressione” . Inoltre la testa “stroncata inegualmente al collo come se fosse stata staccata da una statua intera, dà l’impressione d’un frammento”
La sua produzione fu vastissima: busti, ritratti, sculture di genere, opere monumentali disseminate tra Napoli e l’Italia, come la statua di Quinto Orazio Flacco a Venosa o la Vittoria Alata di Forenza o il monumento a Umberto I d’Italia a Napoli, che testimonia il riconoscimento istituzionale di cui godeva in vita.
Ma per comprendere davvero d’Orsi, bisogna allontanarsi dai grandi scenari.
Bisogna uscire dal centro, lasciare il rumore della città, e arrivare a San Giorgio a Cremano.
È lì, a Villa Bruno, che ho scoperto qualcosa che non conoscevo.
Non è stato uno studio, né una ricerca programmata.
È accaduto quasi per caso, durante il matrimonio di un caro amico. Tra una sala e l’altra, tra voci e momenti di festa, qualcosa ha attirato la mia attenzione. Una presenza silenziosa, ma magnetica.
Sono entrato nel Museo Civico quasi per curiosità.
E lì l’ho visto.
Il Ragazzo con nassa.
L’opera raffigura un giovane pescatore, colto in un momento di intensa concentrazione mentre scruta l’interno di una nassa, da cui emerge il tentacolo di un polpo. Il fanciullo, nudo,
è rappresentato in una posa accovacciata, con le mani saldamente strette intorno al cesto, in una composizione che trasmette un profondo senso di intimità tra il pescato ed il pescatore, tra l’uomo e la natura, tra la vita e la morte.
La nudità esalta la naturalezza del gesto quotidiano, caricato di una tensione plastica che conferisce all’opera una straordinaria forza espressiva. Il modellato attento e la resa vigorosa del corpo rivelano la piena adesione dell’artista al verismo partenopeo, elevando una semplice scena di pesca a riflessione universale sulla condizione umana.
Un giovane pescatore, colto in un gesto semplice, quotidiano. Nessuna celebrazione, nessuna retorica. Non c’è eroismo. Solo vita. Solo verità.
È in quell’opera che Achille d’Orsi si rivela davvero.
Non lo scultore dei re, non l’autore delle grandi commissioni pubbliche, ma l’uomo capace di fermare un istante reale e restituirlo con una forza disarmante. Il suo sguardo si posa sugli ultimi, sulla quotidianità, sulla verità delle cose semplici.
Ed è forse proprio qui il punto più amaro.
Napoli attraversa la propria bellezza, la consuma, la trasforma in sfondo. Ma raramente si ferma a riconoscerla. È il segno di una città che guarda senza vedere.
E quando una città non riconosce i propri artisti, finisce per non riconoscere nemmeno sé stessa.
Napoli attraversa le sue piazze, sfiora le sue statue, ma raramente si ferma. Non osserva, non si interroga. Consuma la propria bellezza senza ascoltarla e perde ogni volta una parte della tua identità.
Achille d’Orsi è vittima di questo silenzio.
Le sue opere sono sotto i nostri occhi. Monumentali o intime, pubbliche o nascoste, continuano a raccontare una storia che abbiamo smesso di ascoltare.
Il 6 agosto non è soltanto una ricorrenza.
È un invito a rallentare.
A guardare davvero.
A restituire un nome a ciò che, da troppo tempo, chiamiamo semplicemente “paesaggio”.
Perché Napoli non è fatta solo di pietra e mare.
È fatta di mani.
E tra queste mani, ci sono anche quelle – dimenticate, ma ancora presenti – di un uomo che mori in povertà nel 1929.
Achille d’Orsi e’ uno di quegli artisti della nostra città oggi poco ricordato da tutti .
Forse perché Napoli, nella sua stratificazione infinita, tende a dimenticare. Accumula, sovrappone, ingloba. Le opere restano, i nomi svaniscono. E così uno scultore che ha raccontato il popolo e celebrato i re finisce per essere ignorato proprio nella città che gli ha dato i natali.
Passano gli anni … aumenta il turismo .. e Achille d’Orsi resta ancora lì , spesso nell’ombra.
Eppure egli vive in quei bronzi, nei marmi e nei volti che ha saputo rendere vivi. Non chiede attenzione. Ma attende, silenziosamente, che qualcuno si accetta di lui .
Il 6 agosto non è solo una data. È un’occasione per fermarsi, alzare lo sguardo, e restituire un nome a quelle forme di marmo e bronzo che da troppo tempo consideriamo mute.
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