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Il 12 agosto 1838 nasceva a Napoli un uomo che avrebbe dedicato la propria vita a misurare il cielo; sulla collina di Capodimonte, Il suo nome era Arminio Arturo Alfonso Nobile.
Forse ai napoletani questo nome dice poco. Eppure la sua storia appartiene a quella Napoli colta e scientifica che troppo spesso rimane nascosta dietro le immagini più conosciute della città: quella delle chiese, dei palazzi, della musica, dei grandi artisti e dei suoi personaggi illustri.
Arminio Nobile apparteneva a una famiglia nella quale la cultura non era un ornamento, ma una vera vocazione.Suo padre, Antonio Nobile, era professore di algebra all’Università di Napoli e astronomo presso l’Osservatorio di Capodimonte. Sua madre, Maria Giuseppina Guacci, era una poetessa.Arminio crebbe dunque in un ambiente nel quale matematica, astronomia e letteratura convivevano nella stessa casa.
E molto presto il ragazzo cominciò a frequentare proprio quel luogo che sarebbe diventato il centro della sua vita: l’Osservatorio Astronomico di Capodimonte.
Prima ancora di aver raggiunto la maggiore età vi lavorava come calcolatore volontario. La sua strada, tuttavia, sembrò inizialmente condurlo altrove. Frequentò la Scuola d’applicazione di Ponti e Strade di Napoli e nel 1858 conseguì il titolo di ingegnere. Entrò poi nell’esercito italiano e successivamente nel Genio Navale. Ma la scienza lo richiamava. Nel 1863, dopo la morte del padre, abbandonò la carriera militare ed entrò ufficialmente nell’Osservatorio di Capodimonte come alunno. L’anno successivo ne divenne assistente.
Da quel momento la sua vita sarebbe rimasta legata al cielo sopra Napoli. Una collina diventata tempio della scienza.
Per capire Arminio Nobile bisogna però fermarsi davanti all’edificio che lo accolse.
L’Osservatorio di Capodimonte non era nato per caso. Napoli aveva già una tradizione astronomica importante. Nel Settecento e nei primi anni dell’Ottocento la città aveva conosciuto esperienze scientifiche che avrebbero portato alla creazione di osservatori sempre più moderni. Nel 1807 Giuseppe Bonaparte aveva istituito l’Osservatorio di San Gaudioso. Pochi anni dopo, durante il regno di Gioacchino Murat, si decise di costruire una nuova grande specola.
L’8 marzo 1812 venne approvata la costruzione del nuovo osservatorio sulla collina di Capodimonte, allora conosciuta anche come collina di Miradois.Il progetto fu affidato all’astronomo Federigo Zuccari e all’architetto Stefano Gasse. La prima pietra venne posta il 4 novembre dello stesso anno.Il progetto era ambizioso: Napoli avrebbe avuto un osservatorio moderno, monumentale, degno di una capitale europea.I lavori continuarono anche dopo la fine del regno di Murat e furono completati sotto Ferdinando di Borbone.Nel dicembre del 1819 furono effettuate le prime osservazioni astronomiche nella nuova sede.
Era nato uno dei luoghi più importanti della storia scientifica della città.
Un edificio neoclassico affacciato su Napoli, con il Vesuvio, il golfo e il cielo come straordinario orizzonte.Non a caso, durante una visita a Napoli, l’astronomo Franz Xaver von Zach lo avrebbe definito “il Vesuvio dell’Astronomia”.
E proprio lì, qualche decennio più tardi, sarebbe arrivato Arminio Nobile.L’uomo che cercava di misurare la Terra
La sua ricerca scientifica lo avrebbe portato verso una domanda apparentemente semplice e in realtà straordinariamente complessa: la Terra è davvero immobile rispetto alle stelle?
Nobile si occupò in particolare della determinazione della latitudine dell’Osservatorio di Capodimonte.Nel 1883 effettuò una nuova determinazione della latitudine, confrontandola con osservazioni precedenti.
E qualcosa non tornava.
Le misurazioni non coincidevano perfettamente. All’inizio si poteva pensare semplicemente a errori degli strumenti o delle osservazioni.
Ma Nobile non si fermò. Continuò a osservare e a verificare.
Per tutto il 1884 e nel 1885 tornò sul problema, utilizzando anche il grande cerchio meridiano di Reichenbach, opportunamente ammodernato dal meccanico dell’Osservatorio Heurtaux.
E arrivò a una conclusione sorprendente.
Quelle variazioni non erano necessariamente errori. Potevano essere il segno di un movimento della Terra stessa. Nel 1885 Nobile fu il primo, sulla base delle proprie osservazioni, a ipotizzare l’esistenza di variazioni a breve periodo della latitudine geografica legate agli spostamenti dei poli terrestri.
Era una scoperta importante.
Ma la storia non gli avrebbe dato immediatamente il riconoscimento che meritava.
Nel 1888 l’astronomo tedesco Friedrich Küstner, dell’Osservatorio di Berlino, pubblicò risultati analoghi. La sua ricerca attirò l’attenzione della comunità scientifica internazionale. Il problema era che Nobile aveva già osservato e interpretato quel fenomeno alcuni anni prima.La questione della paternità scientifica diventò così una controversia internazionale.
Nobile non rimase in silenzio. Nel 1891 pubblicò una memoria dal titolo eloquente:“Sopra una rivendicazione di proprietà scientifica”.
Era il tentativo di restituire alla sua ricerca il posto che riteneva le spettasse.Non fu una polemica nata soltanto dall’orgoglio personale. Dietro quella rivendicazione c’era anche il desiderio di difendere il lavoro compiuto a Napoli e, con esso, il prestigio scientifico dell’Osservatorio di Capodimonte.
Il riconoscimento, infatti, non riguardava soltanto un uomo.
Riguardava una scuola scientifica. Riguardava Napoli.
Nel 1887 Nobile, entrò anche nell’ambiente universitario napoletano, occupandosi di geodesia. Nel 1891 divenne professore straordinario e nel 1896 professore ordinario. Fu inoltre membro dell’Accademia Pontaniana, socio corrispondente dell’Accademia dei Lincei e socio ordinario dell’Accademia delle Scienze Fisiche e Matematiche di Napoli.
Nel 1871 era stato tra i protagonisti della nascita della Società degli Spettroscopisti Italiani, una delle prime organizzazioni scientifiche dedicate alla nuova astronomia fisica.
La sua carriera aveva dunque ormai superato i confini della città.
Ma il centro della sua attività rimaneva Capodimonte. Qui continuò a osservare, calcolare, confrontare dati e cercare di dare una misura a fenomeni che sembravano quasi sfuggire alla percezione umana.
Morì a Napoli il 15 giugno 1897.
Aveva trascorso gran parte della sua vita cercando di capire i piccoli spostamenti della Terra sotto le stelle, ma la sua storia non finisce con lui.
La tradizione scientifica della famiglia continuò infatti con il figlio Vittorio Nobile, che sarebbe diventato anch’egli astronomo. E così la famiglia Nobile rimase legata per generazioni all’Osservatorio di Capodimonte.
È una di quelle storie che raccontano una Napoli diversa da quella che normalmente siamo abituati a ricordare. Una Napoli nella quale, accanto ai grandi musicisti, ai pittori, agli scultori e ai letterati, esistevano uomini che passavano le loro notti davanti a strumenti astronomici, cercando di capire la posizione delle stelle e i movimenti della Terra.
Oggi l’Osservatorio Astronomico di Capodimonte è parte dell’Istituto Nazionale di Astrofisica e continua la propria attività scientifica. Ma tra quelle mura rimane anche una memoria più antica. Sono ancora conservati strumenti, documenti, libri e carte che raccontano oltre due secoli di ricerca astronomica. E tra queste carte c’è anche la memoria di Arminio Nobile.
Il suo nome è rimasto scritto nei documenti dell’Osservatorio, nelle pubblicazioni scientifiche, negli archivi e nella storia dell’astronomia.
Molto meno, invece, è rimasto nella memoria della città.
Ed è forse questo il motivo per cui vale la pena ricordarlo .Perché il 12 agosto 1838, a Napoli, nasceva un uomo che avrebbe dedicato la propria vita a una domanda immensa: comprendere i movimenti della Terra attraverso il cielo.
E sulla collina di Capodimonte, Napoli aveva costruito il luogo nel quale quella domanda avrebbe trovato strumenti, uomini e intelligenza per essere affrontata.
Una Napoli che non si limitava a guardare il mare. Una Napoli che, almeno per una parte della sua storia, seppe anche alzare gli occhi verso le stelle.
Napoli, ancora una volta, sembra dimenticare i suoi uomini più illustri. Umberto Nobile portò il nome della nostra città fino al Polo Nord e nella storia dell’aeronautica mondiale. Forse, per lui, almeno una strada, una piazza e persino un murales sarebbero stati un giusto segno di memoria. Perché una città che dimentica i propri grandi uomini rischia di perdere, insieme a loro, anche una parte della propria storia.
A Napoli abbiamo un brutto vizio ; spesso celebriamo spesso ciò che passa, mentre dimentichiamo ciò che meriterebbe di restare.









