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Ci sono personaggi che sembrano appartenere alla storia fin dal momento in cui nascono.

Carlo Pisacane, invece, prima di diventare il protagonista della spedizione di Sapri, prima di essere ricordato come uno dei più radicali rivoluzionari del Risorgimento, prima ancora di essere trasformato dalla poesia di Luigi Mercantini nel simbolo dei «trecento giovani e forti», fu semplicemente un ragazzo napoletano.

 

Nacque a Napoli il 22 agosto 1818, in una famiglia aristocratica del Regno delle Due Sicilie. Suo padre, Gennaro Pisacane, era duca di San Giovanni; sua madre Nicolina Basile de Luna apparteneva anch’essa a una famiglia dell’aristocrazia napoletana. Era dunque nato dentro quel mondo che molti anni più tardi avrebbe deciso di mettere radicalmente in discussione.

CURIOSITA’ :Alcune ricostruzioni locali indicano come luogo della sua nascita Palazzo di Sangro, nell’area di San Domenico Maggiore. È un’indicazione suggestiva, che collocherebbe i suoi primi passi proprio nel cuore più antico della città, ma che non possiamo considerare certa.

Rimasto presto senza padre, Carlo sembrava destinato a seguire la strada che la sua nascita gli aveva indicato: quella delle armi e del servizio alla monarchia borbonica.

A tredici anni entrò nella Nunziatella.Ed è difficile immaginare un luogo più lontano, almeno apparentemente, dal futuro che lo attendeva. La prestigiosa scuola militare di Pizzofalcone era una delle istituzioni attraverso le quali il Regno formava le proprie élite militari. Qui Pisacane studiò matematica, scienze e arte militare e si preparò a diventare ufficiale. Il futuro rivoluzionario veniva dunque educato proprio dall’esercito che un giorno avrebbe combattuto.

È uno dei tanti paradossi della sua vita.

Terminati gli studi, entrò nel Corpo del Genio e fu impiegato anche nei lavori per la strada ferrata verso Capua.

Prima di diventare un nemico del regime borbonico, Pisacane aveva quindi contribuito, con il proprio lavoro, alla modernizzazione dello stesso Stato che avrebbe poi cercato di abbattere.

Ma la vita di Carlo Pisacane avrebbe preso una direzione completamente diversa da quella che la sua famiglia aveva immaginato.

E a cambiarla non fu soltanto la politica.

Fu anche l’amore. Enrichetta Di Lorenzo era sposata con Dionisio Lazzari. La loro relazione con Pisacane divenne uno scandalo in una società nella quale le convenzioni familiari e sociali pesavano ancora enormemente sulle scelte individuali.

Pisacane era un ufficiale borbonico, Enrichetta una donna sposata e madre di tre figli.

La loro scelta di stare insieme significava quindi rompere con tutto ciò che li circondava.

Nel 1846 Carlo venne aggredito e gravemente ferito a coltellate. La versione ufficiale parlò di un’aggressione da parte di malfattori, ma sulla vicenda rimasero sospetti e collegamenti con la relazione con Enrichetta. Pochi mesi dopo arrivò la decisione più difficile.

Nel febbraio del 1847 i due lasciarono clandestinamente Napoli. Non era soltanto una fuga d’amore.

Per Pisacane significava abbandonare l’esercito, la carriera, la famiglia e il mondo aristocratico nel quale era cresciuto.Per Enrichetta significava lasciare il marito e i figli.

 Da quel momento la loro vita sarebbe stata quella degli esuli.

Prima Marsiglia, poi Londra e Parigi. E l’esilio non ebbe nulla di romantico. Arrivarono le difficoltà economiche e Pisacane, per necessità, finì persino nella Legione straniera francese e venne inviato in Algeria.

La vita che aveva conosciuto a Napoli sembrava ormai lontanissima.

Poi arrivò il 1848.

L’Europa si riempì di rivolte e Pisacane tornò in Italia. Combatté nella prima guerra d’indipendenza, fu ferito gravemente e dovette rifugiarsi a Lugano. Nel 1849 raggiunse Roma, dove era stata proclamata la Repubblica Romana.

Qui il giovane ufficiale borbonico era diventato ormai un rivoluzionario.

Nella Repubblica venne nominato capo di Stato maggiore e partecipò alla difesa della città. Ebbe anche contrasti con Garibaldi, soprattutto sulle questioni organizzative dell’esercito repubblicano. Ma Roma fu importante per Pisacane soprattutto per un’altra ragione.

Fu il momento in cui le sue idee politiche diventarono sempre più radicali.

Pisacane non credeva che fare l’Italia significasse semplicemente sostituire un governo con un altro. Non gli bastava una costituzione. Non gli bastava cacciare gli austriaci. E non gli bastava nemmeno un’Italia unita se, una volta raggiunta l’unità, la vita della maggioranza della popolazione fosse rimasta sostanzialmente la stessa.

Per lui la questione politica e quella sociale erano inseparabili. La rivoluzione nazionale doveva essere anche una rivoluzione sociale.

È qui che Pisacane si allontanò da Mazzini.

Non perché avesse smesso di credere nella necessità dell’indipendenza italiana, ma perché riteneva che l’indipendenza politica, da sola, non avrebbe dato al popolo una ragione sufficiente per combattere.

CURIOSITA ‘:Quando nel  1849 rPisacane aggiunse Roma. Qui era nata la Repubblica Romana e Pisacane tornò a fare ciò che sapeva fare meglio: organizzare uomini, armi e battaglie.Venne nominato capo di Stato maggiore e partecipò alla difesa della Repubblica. Fu questa un’esperienza fondamentale. A Roma Pisacane si confrontò anche con Garibaldi, con il quale ebbe contrasti sull’organizzazione dell’esercito repubblicano. Ma soprattutto iniziò a maturare una convinzione destinata a separarlo progressivamente da Mazzini e da una parte del movimento patriottico. Per Pisacane l’Italia non sarebbe stata veramente libera semplicemente sostituendo un governo con un altro.Non bastava cacciare gli austriaci.Non bastava creare uno Stato italiano. Bisognava cambiare la società. La questione nazionale e quella sociale, secondo lui, non potevano essere separate.L’emancipazione politica doveva accompagnarsi a quella delle classi popolari e alla trasformazione delle strutture economiche.Era questa la grande differenza tra Pisacane e Mazzini.Mazzini considerava prioritaria la conquista dell’unità nazionale.Pisacane riteneva invece che senza affrontare la questione sociale, soprattutto quella contadina, l’unità sarebbe rimasta incompleta.

Il suo pensiero diventò sempre più radicale e vicino a un socialismo libertario.

Non voleva semplicemente cambiare chi comandava.

Voleva cambiare il modo stesso in cui la società era organizzata.

Il suo pensiero arrivò così a sostenere il primato della questione sociale e una trasformazione radicale dell’ordine economico e politico. Treccani lo considera infatti uno dei primi teorici del socialismo in Italia.

E c’è qualcosa di particolarmente significativo nel fatto che queste idee fossero maturate proprio in un uomo nato nell’aristocrazia napoletana.

Pisacane conosceva dall’interno il mondo che voleva cambiare. Aveva frequentato i suoi palazzi. Aveva studiato nelle sue istituzioni. Aveva indossato la divisa del suo esercito. Aveva conosciuto le sue gerarchie.

Forse proprio per questo la sua ribellione fu così radicale.

Dopo la caduta della Repubblica Romana, Pisacane tornò all’esilio e attraversò anni difficili anche nella vita privata. La sua relazione con Enrichetta conobbe momenti di crisi e di separazione. Le difficoltà economiche furono continue. Ma i due rimasero insieme.

E nel 1853 nacque la loro figlia Silvia.

Intanto Pisacane studiava, scriveva e pensava a come trasformare le proprie idee in azione.

Perché Carlo non era un rivoluzionario da salotto. Credeva che una rivoluzione dovesse essere iniziata da qualcuno. E soprattutto credeva che il gesto rivoluzionario potesse diventare l’esempio capace di trascinare il popolo. Alla metà degli anni Cinquanta cominciò così a guardare sempre più decisamente verso il Mezzogiorno.

E qui ritorna Napoli.

Perché il Sud nel quale Pisacane voleva portare la rivoluzione non era per lui una terra sconosciuta. Era la sua terra. Era Napoli. Era il Regno nel quale era nato. Era l’esercito del quale aveva fatto parte. Erano quelle stesse popolazioni meridionali che egli pensava potessero diventare protagoniste della trasformazione sociale.

L’idea era straordinariamente ambiziosa: una spedizione avrebbe dovuto arrivare nel Mezzogiorno, provocare una rivolta e collegarsi con le forze cospirative che operavano nel Regno. Non si trattava quindi soltanto di attaccare i Borbone.

Pisacane voleva accendere una rivoluzione.

Il primo tentativo, il 9 giugno 1857, fallì.

Ma Pisacane non rinunciò.

Tornò a Napoli per incontrare i cospiratori e verificare la situazione, poi rientrò a Genova deciso a riprovarci. La rete clandestina sulla quale il progetto avrebbe dovuto contare era però già stata in gran parte smantellata dalla polizia borbonica. Nonostante tutto, Pisacane andò avanti.

Il 24 giugno, il giorno prima della partenza, consegnò alla giornalista inglese Jessie White il suo Testamento politico.

Quella carta è forse uno dei documenti più importanti per capire l’uomo che stava per partire.

Pisacane non ignorava il rischio. Sapeva che avrebbe potuto morire.

E scrisse come un uomo che aveva già messo in conto il sacrificio della propria vita.

Nel suo testamento ribadiva la fede nel socialismo, nella rivoluzione e nell’indipendenza italiana. Ma soprattutto lasciava capire che, se si fosse presentata un’occasione concreta per tentare l’impresa, non avrebbe potuto sottrarsi. Il giorno dopo salì sul Cagliari con poco più di venti compagni.

Il piroscafo fu preso dai rivoluzionari e diretto verso il Sud. Prima di arrivare a Sapri fecero tappa a Ponza. Conquistarono il castello e liberarono circa trecento detenuti, molti dei quali non erano prigionieri politici.

Poi ripartirono.

Il 28 giugno sbarcarono a Sapri. Ed è in quel momento che il grande progetto di Pisacane cominciò a scontrarsi con la realtà. L’insurrezione che avrebbe dovuto esplodere non arrivò.Non ci fu la sollevazione popolare che Pisacane aveva immaginato. A Torraca e Casalnuovo i rivoluzionari tentarono inutilmente di coinvolgere la popolazione.

Il progetto che sulla carta avrebbe dovuto accendere il Mezzogiorno stava invece spegnendosi. A Padula arrivarono le forze borboniche.

Gli uomini della spedizione furono circondati, decimati e costretti a cercare una via di fuga verso Buonabitacolo e poi Sanza.

A Sanza, il 2 luglio 1857, si consumò l’ultimo atto.

I borbonici e gruppi di popolani si lanciarono contro i superstiti. Una parte della popolazione era stata mobilitata dal parroco e, secondo le ricostruzioni, molti credevano di trovarsi davanti a dei briganti. Quello che Pisacane aveva immaginato come l’inizio di una rivoluzione si trasformò in una tragedia.

Molti dei suoi uomini furono uccisi. Altri vennero catturati.

Pisacane fu ferito.

E morì quel giorno, a soli trentotto anni.

Ma anche qui, proprio nel momento della morte, la sua storia conserva una zona d’ombra. La tradizione ha raccontato che Pisacane, ferito e circondato, si suicidò.

È la versione che per lungo tempo è entrata nella memoria del Risorgimento.

Ma la ricostruzione storica non permette di considerare la dinamica della morte assolutamente certa.

Resta quindi più prudente dire che Pisacane morì a Sanza dopo essere stato ferito nello scontro finale; secondo la versione tradizionale si tolse la vita, ma non è stato possibile stabilire definitivamente se si trattò di suicidio o di uccisione.

È un dettaglio che può sembrare secondario.

Non lo è.

Perché proprio il suo Testamento politico, scritto pochi giorni prima, aveva già trasformato la possibilità della morte in una parte consapevole della sua scelta rivoluzionaria.

La spedizione era fallita.

Ma il sacrificio sarebbe diventato mito.

Luigi Mercantini trasformò pochi mesi dopo la tragedia nella Spigolatrice di Sapri.

E da allora Carlo Pisacane non fu più soltanto l’uomo che aveva perso una battaglia.

Diventò il simbolo di un ideale sconfitto dalla realtà.

«Eran trecento, eran giovani e forti…»

Quei versi hanno finito per coprire quasi completamente la complessità dell’uomo che stava dietro alla leggenda. Perché Pisacane non era soltanto un patriota.

Era un aristocratico che aveva rinnegato il mondo aristocratico. Era un ufficiale borbonico diventato rivoluzionario. Era un uomo che aveva scelto l’esilio per amore. Era un pensatore socialista che riteneva la questione sociale più importante della semplice conquista del potere politico. Ed era soprattutto un uomo convinto che il popolo dovesse essere protagonista della propria liberazione.

Proprio per questo il fallimento di Sapri è così significativo.

Pisacane aveva creduto che il suo arrivo potesse far scattare una rivolta.

Ma la storia gli rispose diversamente.

Il popolo che aveva immaginato come protagonista non si sollevò.

In alcuni luoghi rimase indifferente.

A Sanza una parte della popolazione combatté contro di lui.

Eppure, appena tre anni dopo, il Mezzogiorno sarebbe diventato decisivo per l’unificazione italiana con la spedizione dei Mille.

È uno dei grandi paradossi del Risorgimento.

Pisacane aveva tentato di provocare la rivoluzione nel Sud e aveva fallito. Garibaldi sarebbe arrivato tre anni dopo e avrebbe trovato condizioni completamente diverse.

Ma il nome di Pisacane non sarebbe scomparso.

Anzi.

Napoli, soprattutto, non lo avrebbe dimenticato. Nel Cimitero Monumentale di Poggioreale esiste ancora oggi un monumento dedicato a Carlo Pisacane.

Fu fatto innalzare nel 1872 da Giovanni Nicotera, uno dei superstiti della spedizione di Sapri e compagno di Pisacane nell’ultima impresa.

Sul monumento l’iscrizione lo ricorda come «ordinatore e capitano dell’audace impresa di Sapri» e Nicotera lo definisce il proprio «compagno inseparabile».

È una presenza forse poco conosciuta, ma profondamente significativa.

Perché quel monumento non si trova a Sapri. Non si trova a Sanza.

Si trova a Napoli.

Nella città dove tutto era cominciato. La città nella quale un bambino aristocratico era entrato alla Nunziatella. La città nella quale un giovane aveva indossato per la prima volta la divisa.

La città dalla quale era fuggito insieme alla donna che amava.

La città che aveva lasciato per diventare un esule, poi un soldato, poi un rivoluzionario.

E anche la città nella quale, probabilmente, era nata quella insofferenza che lo avrebbe portato a mettere in discussione tutto ciò che aveva ricevuto dalla propria nascita.

Anche la toponomastica napoletana conserva il suo nome.

Una via Carlo Pisacane continua a ricordare quell’uomo che dalla città era partito per non farvi più ritorno.

E allora forse la storia di Pisacane può essere raccontata proprio partendo da Napoli.

Non dal Cagliari. Non da Sapri. Non dai Trecento.

Da Napoli.

Perché prima del rivoluzionario c’era un ragazzo napoletano. Prima del socialista c’era un giovane aristocratico. Prima del comandante della spedizione di Sapri c’era un allievo della Nunziatella. Prima dell’uomo che avrebbe sacrificato la propria vita per un’idea c’era un ufficiale del Genio dell’esercito borbonico.

E forse è proprio questo il paradosso più bello della sua storia.

Carlo Pisacane cercò per tutta la vita di distruggere il mondo nel quale era nato, ma quel mondo aveva contribuito a renderlo l’uomo che sarebbe diventato.

Napoli gli diede la formazione. Napoli gli diede l’esercito. Napoli gli diede l’amore e lo scandalo. Napoli gli diede il primo motivo per fuggire.

E, molti anni dopo la sua morte, Napoli gli restituì almeno una parte della memoria.

Perché il rivoluzionario di Sapri, il socialista, il cospiratore, il patriota, il «martire» della leggenda, prima di tutto era stato un ragazzo nato a Napoli il 22 agosto 1818.

E forse è proprio questo che vale la pena ricordare oggi.

Non soltanto l’eroe dei Trecento.

Ma il figlio inquieto di Napoli che volle trasformare un ideale in una rivoluzione e finì per trasformare, suo malgrado, la propria sconfitta in leggenda.

 

 

 

 

 

 

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