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Il 23 agosto 1946 moriva Fulco Ruffo di Calabria, uno di quei napoletani il cui nome molti incontrano ancora oggi senza necessariamente conoscere la storia che vi si nasconde.
Ogni giorno lungo la strada che la nostra città gli ha dedicato, passano automobili, autobus, viaggiatori diretti verso l’aeroporto. Poco più in là decollano aeroplani capaci di attraversare l’Europa in poche ore, macchine enormemente lontane dai fragili velivoli sui quali il nostro Ruffo rischiava la vita più di un secolo fa.
Molti leggono quel nome su una targa senza neanche sapere chi fosse, eppure nessuna collocazione fu forse più appropriata.
Dietro quelle poche parole c’è invece la storia di un napoletano che fu tra i pionieri dell’aviazione militare italiana, che combatté accanto a Francesco Baracca, che vide morire molti dei suoi compagni e che arrivò a comandare la leggendaria Squadriglia degli Assi.
Ma prima dell’aviatore c’era stato un giovane appartenente a una delle più antiche famiglie dell’aristocrazia meridionale.
Fulco Ruffo di Calabria nacque a Napoli il 12 agosto 1884, figlio di Fulco Beniamino Ruffo di Calabria e della nobildonna belga Laura Mosselman du Chenoy.
Portava un cognome che attraversava da secoli la storia del Mezzogiorno e che a Napoli aveva lasciato profonde tracce nella vita politica, sociale e urbana.
Suo padre, Fulco Beniamino, era stato anche sindaco di Napoli, tra il 1895 e il 1896.
Da ragazzo frequentò il collegio di Mondragone e successivamente partì per l’Africa. Lavorò in Somalia, dove diresse un’azienda commerciale e si occupò anche di esplorazioni e navigazione fluviale.
Il giovane Fulco avrebbe potuto trascorrere la propria esistenza all’interno di quel mondo aristocratico. Scelse invece una strada molto diversa quando l’Italia entrò nella Prima guerra mondiale,
Ruffo tornò in patria e si offrì volontario. Inizialmente prestò servizio nella cavalleria, ma presto la sua vita incontrò una delle più straordinarie invenzioni di quegli anni: l’aeroplano.
Bisogna provare a immaginare cosa significasse volare allora.
Non esistevano cabine pressurizzate, radar o sofisticati strumenti di navigazione. Quegli apparecchi erano costruiti essenzialmente con legno, tela, fili metallici e motori ancora relativamente fragili. I piloti volavano con l’abitacolo aperto, esposti al vento e al freddo, e durante i combattimenti potevano vedere il volto dell’avversario a poche decine di metri.
Su quelle macchine Fulco Ruffo di Calabria diventò uno dei migliori piloti italiani.
Conseguì il brevetto e raggiunse il fronte. Combatté dapprima come pilota da ricognizione e successivamente passò alla caccia, distinguendosi rapidamente per capacità e coraggio.
Il suo nome finì così accanto a quello del più celebre aviatore italiano della Grande Guerra: Francesco Baracca.
Ruffo entrò nella 91ª Squadriglia aeroplani da caccia, costituita nel 1917 e destinata a diventare famosa come la “Squadriglia degli Assi”. Ne facevano parte alcuni dei migliori piloti dell’aviazione italiana.
Partecipò a decine di combattimenti e ottenne numerose vittorie aeree. Le fonti dell’epoca ricordano in particolare il 20 luglio 1917, quando affrontò da solo cinque velivoli avversari, riuscendo ad abbatterne due e a mettere in fuga gli altri.
Non era soltanto una questione di abilità tecnica. Ogni combattimento aereo di quegli anni significava accettare un rischio enorme. Bastava un proiettile nel punto sbagliato, un guasto al motore o un errore di pochi secondi perché non ci fosse possibilità di ritorno.
Alla fine della guerra gli furono riconosciute venti vittorie aeree, che lo collocarono tra i principali assi dell’aviazione italiana.
Ricevette numerose decorazioni, tra le quali la Medaglia d’oro al valor militare, oltre a medaglie d’argento e di bronzo.
Ma accanto a momenti di gloria, come tutte le guerre ad attenderlo ci furono anche grandi momenti di dolore .
Nel giugno del 1918 il grande aviatore Francesco Baracca non tornò da una missione sul Montello.
Fu un dolore terribile .
In quella missione che vide morire molti dei suoi compagni e il grande amico Francesco egli conobbe la vera faccia della guerra .
Ruffo non perdeva come l’intera patria, soltanto uno dei più grandi aviatori italiani, ma un compagno d’armi e un amico con il quale aveva condiviso il cielo,il pericolo e la quotidiana possibilità di non fare ritorno.
In quei giorni, segnati dalla morte di Baracca e di tanti altri compagni, Ruffo conobbe forse il volto più autentico della guerra: quello che nessuna medaglia riesce a rendere glorioso. Dietro ogni vittoria rimanevano uomini che non tornavano, famiglie che attendevano invano e amici costretti a continuare portandosi dentro il peso di chi era rimasto lassù.
Ruffo attraverso quella morte dell’amico capì che dietro le medaglie, gli onori e quella parola — gloria — che così spesso accompagna il racconto delle guerre, c’era una realtà assai diversa. Perché la guerra, qualunque uniforme si indossi e qualunque bandiera si serva, rimane soprattutto dolore, paura, distruzione e perdita di vite umane
Capì che alla fine, tolta la retorica degli eroi e delle imprese che la guerra non restituisce mai tutto ciò che porta via.
Dopo la morte dell’amico e comandante, Fulco Ruffo di Calabria assunse comunque il comando della 91ª Squadriglia.
Il ragazzo nato nell’aristocrazia napoletana si ritrovava così alla guida del reparto che aveva riunito alcuni dei più grandi aviatori italiani.
Quando la guerra terminò, Ruffo aveva poco più di trentaquattro anni ed era ormai entrato nella storia dell’aviazione.
La sua vita, tuttavia, non terminò con gli aeroplani.
Lasciato successivamente il servizio militare, si dedicò alle attività agricole e sviluppò un forte interesse per la botanica. Nel 1934 venne nominato senatore del Regno d’Italia.
Morì il 23 agosto 1946 quando da poco compiuto sessantadue anni nella sua casa di Poveromo, presso Ronchi di Apuania, nell’attuale territorio di Massa.
Oggi il corpo di quell’aristocratico nato a Napoli che divenne uno dei pionieri della guerra nei cieli , riposa a Roma, nel Cimitero Monumentale del Verano, nella cappella della famiglia Ruffo di Calabria.
Sono trascorsi più di cent’anni dai cieli nei quali volavano Ruffo e Baracca . Abbiamo raccontato le sue imprese, il coraggio, le decorazioni, i combattimenti nei cieli della Grande Guerra. Abbiamo ricordato Francesco Baracca e quei giovani aviatori che salirono sui loro fragili apparecchi sapendo che ogni volo avrebbe potuto essere l’ultimo.
E forse è proprio qui che la storia di Fulco Ruffo di Calabria dovrebbe costringerci a fermarci e riflettere .
Perché sarebbe un errore lasciare che il fascino dell’avventura, il rombo dei motori e la parola eroismo finissero per nascondere ciò che una guerra realmente è.
Sono passati tanti anni e sino cambiate le armi, sono cambiate le divise, sono cambiate perfino le distanze dalle quali gli uomini riescono a uccidersi.
Ma non è cambiato il risultato.
Perché dietro ogni medaglia c’è quasi sempre una ferita. Dietro ogni vittoria ci sono uomini che non sono tornati. E dietro ogni nome inciso su un monumento c’è stata una madre, un padre, una moglie, un figlio o un amico che ha continuato ad aspettare qualcuno che non sarebbe più arrivato.
Ogni colpo esploso da un’arma costruita per uccidere, ogni drone lanciato contro un obiettivo, ogni missile sparato significa, in ultima analisi, che da qualche parte qualcun altro dovrà morire, essere ferito, perdere una casa, un padre, una madre o un figlio.
Possiamo chiamarla strategia, offensiva, difesa, conquista, vittoria. Possiamo osservare una guerra sopra una carta geografica e seguire l’avanzamento di un esercito con frecce e linee colorate. Ma sotto quelle linee continuano a esserci esseri umani.
Per questo ricordare oggi Fulco Ruffo di Calabria non significa soltanto celebrare uno dei grandi aviatori italiani. Significa anche guardare attraverso i suoi occhi quel cielo nel quale vide scomparire amici e compagni e domandarci quanto possa essere terribile il prezzo che gli uomini continuano a pagare quando affidano alle armi ciò che non sono riusciti a risolvere con la ragione.
Fulco Ruffo di Calabria sopravvisse alla Grande Guerra. Francesco Baracca no. Come lui non tornarono milioni di giovani, appartenenti a eserciti e nazioni differenti, ai quali fu chiesto di uccidere altri giovani che probabilmente, in circostanze diverse, non avrebbero avuto alcuna ragione per odiarsi.
Ed è forse questa la più amara verità che la storia continua a insegnarci e che troppo spesso continuiamo a dimenticare:esistono cose che l’umanità dovrebbe finalmente imparare a non fare.
Né di giorno né di notte.
Né per mare, né per terra, né nel cielo.
E tra queste, prima di tutte, la guerra
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