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Ci sono uomini capaci di far ridere semplicemente entrando in una stanza. Peppino De Filippo apparteneva a questa rara categoria di attori: quelli per i quali la comicità non era soltanto un mestiere, ma sembrava essere un modo naturale di guardare il mondo.

Il grande attore nacque nella nostra città il 24 agosto 1903, dentro una famiglia nella quale il teatro non rappresentava semplicemente una professione: era quasi un destino.
Nelle sue vene scorreva il sangue degli Scarpetta e insieme a Eduardo e Titina e’ la prova vivente per cui il talento teatrale sí trasmette nel DNA dal padre ai figli .
Essi erano infatti tutti figli naturali del grande Eduardo Scarpetta, quello de Na santarella, e della sarta della compagnia, Luisa De Filippo, con cui il commediografo ebbe una relazione, come sí dice, extraconiugale. Ecco perché vennero detti “‘ figli del bottone”, Presero il cognome della madre Luisa, De Filippo, che peraltro era nipote della moglie di Scarpetta, che pure si chiamava De Filippo.
La sua infanzia non fu semplice . Trascorse infatti parte dei suoi primi anni a Caivano, lontano dalla mamma e affidato alle cure di una balia, prima di tornare a vivere a Napoli.
Molti anni dopo sarebbe stato lui stesso a raccontare quella difficile stagione della propria vita nell’autobiografia pubblicata nel 1977.
Peppino, terzogenito, anche lui come Eduardo non ebbe un rapporto facile con il padre Scarpetta( che era costretto a chiamare zio ), a differenza di Titina che invece era la prediletta. Dopo i tristi anni dell’infanzia, trascorsi con una balia a Caivano, poi in collegio ed infine in casa della nonna, dopo che la famiglia si era trasferita a Roma, Peppino fu ammesso a recitare nella compagnia di Scarpetta, fin quando non ne fondò una propria, assieme ai fratelli Eduardo e Titina .
Egli si distinse dai fratelli per la sua comicita’ semplice e meno amara di quella dei suoi fratelli e dello stesso Scarpetta.
Era infatti dotato di una comicità naturale … lo ammetteva anche lo stesso Eduardo, suo fratello, che in una intervista lo paragonò a Charlie Chaplin.
Per anni i tre fratelli lavorarono insieme, fino alla dolorosa rottura del 1944 , quando differenze caratteriali, artistiche e una convivenza professionale tra lui ed Eduardo diventarono talmente difficili da portarli alla separazione. Da quel momento le loro strade presero direzioni diverse.
Il grande successo di Peppino, però, arrivò con il cinema, quando tra gli anni cinquanta e sessanta diventò la spalla ufficiale di Totò in tantissimi film.
Ma diciamoci la verità, il termine “spalla” per Peppino è riduttivo, i due attori, infatti, dimostravano una straordinaria intesa e capacità di compensarsi, Peppino e Totò formavano una vera e propria coppia comica.
Dal loro  sodalizio nacque la coppia di ferro del cinema italiano con 16 film di successo
Tra i tanti ricordiamo Totò, Peppino e la malafemmina, Totò, Peppino e i fuorilegge e La Banda degli onesti tutti del 1956.
CURIOSITA’ : La scena durante la scruttura di questa letera  è dominata dal grande Totò. Egli per il tono  con il quale detta la lettera , impartisce con  fare sicuro , con un certo ciglio e con le dita nel taschino del panciotto, lezioni di sintassi,  grammatica e punteggiatura al fratello Peppino ,   monopolizzando  la scena e attraendo inevitabilmente   l’attenzione dello spettatore. Peppino svolge invece nella scena della lettera, in apparenza,  il classico ruolo della spalla, sia pure di altissimo livello. Nella realtà l’importanza del  ruolo di Peppino nella scena della lettera è paritaria a quello di Totò: è eccezionale la sua interpretazione del contadino poco avvezzo all’uso della penna e messo quindi in gravissima difficoltà dal  dover scrivere anche   poche righe. Se volete veramente capire quanto era bravo Peppino De Filippo , rovecete la scane e connentrate sopratutto la vostra attenzione su Peppino .Osservate come “fatica” a scrivere la lettera, arrivando a sudare abbondantemente. Osservate ancora come all’inizio scriva in maniera “larga”, poi si accorge che lo spazio  sta finendo e, non pensando per nulla a prendere un altro  foglio, prosegue a scrivere sempre più piccolo, sempre più piccolo e sempre più storto. Tenete però sempre presente  che la scena della Lettera di Totò e Peppino sembrerebbe che sia stata girata “all’impronta”; così almeno ha riferito il testimone Teddy Reno, che in quel film interpretava il nipote dei fratelli Caponi.
Notate quindi come Peppino “regga la botta” perfettamente a Totò e alle sue improvvisazioni, inserendosi con qualche battuta di sua creazione; ricordiamo, ad esempio, l’equivoco della “insalata” (confonde “vi consoliate” con “con l’insalata”), il commento “troppa roba!” all’abbondanza di punteggiatura proposta da Totò, il “senza nulla a pretendere” finale.
Ma Peppino non fu soltanto teatro e cinema.
La televisione gli regalò un’altra vita attraverso uno dei personaggi più popolari degli anni Sessanta: Pappagone.
Un personaggio che riuniva in sé alcuni dei massimi aspetti della napoletanità comica, riunendo tratti della comicità delle maschere di Pulcinella e di Felice Sosciammocca ma trasformati attraverso il linguaggio della televisione moderna.
Peppino costruì intorno a lui persino una lingua.
“Piriché”, “ecquequà”, “carta d’indindirindà” e altre deformazioni linguistiche entrarono nelle case degli italiani e alcune finirono nel linguaggio comune.
Persino il nome Pappagone nasconde una curiosità. Il personaggio non sarebbe infatti all’origine dell’antica espressione napoletana ”’a ’e tiempe ’e Pappagone”, usata per indicare qualcosa appartenente a un passato remotissimo. Quell’espressione deriverebbe dalla deformazione del cognome Pappacoda, appartenuto a un’antichissima e importante famiglia nobile napoletana.
La nostra città ha voluto ricordare quella coppia anche sui propri muri.
Nel Rione Sanità, in vico Arena della Sanità, lo street artist spagnolo Tono Cruz ha raffigurato Totò e Peppino in una celebre scena de La banda degli onesti: quella nella quale Totò cerca di spiegare al suo compagno che cosa sia il capitalismo servendosi di una tazzina di caffè e dello zucchero.
Dietro la maschera di Pappagone, tuttavia, continuava ad esserci Peppino: un uomo capace di osservare con ironia le debolezze umane senza trasformarle necessariamente in cattiveria.
Ed è forse per questo che, nel giorno della sua nascita, mi piace ricordarlo non soltanto attraverso le scene che ancora oggi ci fanno ridere, ma attraverso una pagina molto più intima che egli stesso ci ha lasciato e che mi ha maggiormente commosso :
“ Una delle volte che mi recai a casa sua, Totò, mi espresse il desiderio di venire a visitare la mia villetta sulla Nomentana, e dopo pochi giorni ci riunimmo nella mia casa. Dopo colazione andammo a sorbire una tazzina di caffè in giardino. Ad un certo punto, passeggiando, portò la mano destra sugli occhi e tenendola curva a schermo contro il sole il cui riverbero troppo forte non gli faceva ben distinguere qualcosa che aveva attirato la sua attenzione, fissò un punto e disse: «Che c’è là? ». « È il cimitero dei miei cani », risposi. Si fermò all’istante. Guardò meglio, chiuse ancora meglio la mano sull’occhio destro a guisa di cannocchiale per meglio diaframmare la vista (quel poco di vista che gli era rimasta) e lesse, lentamente decifrando ogni parola, una scritta, composta da me, scolpita su una delle dodici lapidette: « Tanto ti fui fedele o mio padrone / tanto t’ho amato e t’ho voluto bene / che son felice in questa eterna cuccia / come a dormir tra le tue care braccia ». Finito di leggere si girò verso di me e tendendomi le braccia disse: « Damme nu bacio… m’è fatto chiagnere! ». Mi baciò. Ricambiai il gesto senza immaginare che quell’abbraccio caro ed affettuoso tra noi due sarebbe stato l’ultimo “
Per ultimo vi pubblichiamo la  lettera integrale di Totò e Peppino .
 (Totò si avvicina allo scrittoio per iniziare la dettatura e invita a gesti il fratello ad affrettarsi a sedersi per scrivere la lettera)

T: Giovanotto…carta, calamaio e penna, su avanti  scriviamo!…Dunque hai scritto?
P: (Si siede e si asciuga il sudore) Un momento!
T: Comincia, su!
P: (Infastidito per la fretta che gli sta dando Totò) Carta, calamaio e penna, … la carta…
T: Ooooo! (spazientito, inizia la dettatura)… signorina… signorina…
P: (Girandosi a guardare) Dove sta?
T: Chi?
P: La signorina!
T: Quale signorina!?
P: Hai detto signorina?
T: E’ entrata una signorina?
P: E che ne so! (Girandosi verso la porta) Avanti!
T: Animale! Signorina è l’intestazione autonoma, della lettera (riprende)…Ooooh! Signorina…
Peppino cambia foglio
T: Non era buona quella “signorina” lì?… Signorina, veniamo, veniamo noi   con questa mia addirvi …
(riflette se la frase è corretta; se ne convince e conferma) veniamo noi con questa mia a dirvi.
P: A dirvi
T: Addirvi. Una parola!  (con la mano indica a Peppino che addirvi è una parola sola) Addirvi! Una parola!
P: (non capisce) A dirvi una parola
T: Che…
P: Che!
T: Che!
P: Che?
T: Che!
P: Uno…quanti?
T: Che?
P: Uno che?
T : Uno che!
P:. Che.
T: Che! Scusate se sono poche.
p: Che…
T: Che, scusate se sono poche,  ma settecentomila lire, punto e virgola, noi, noi ci fanno specie che quest’anno, una parola, quest’anno c’è stato una grande moria delle vacche, come voi ben sapete! Punto! Due punti!! Ma si, fai vedere che abbondiamo. Abbondandis in abbondandum. Questa moneta servono, questa moneta servono, questa moneta servono che voi vi consolate. Scrivi presto!
P: Con insalata.
T: Che voi vi consolate!
P: Ah! Avevo capito con l’insalata.
T: (infastidito) E non mi far perdere il filo, che ce l’ho tutto qui.
P: Avevo capito con l’insalata.
T: Dai dispiacere, dai dispiacere che avreta…che avreta…che avreta (riflette sulla correttezza della parola)  e già, è femmina, è femminile, che avreta perché… (guarda Peppino interrogativamente) perché?
P: Non so!
T: Che è  non so?
P: Perché che cosa? (Interrompendo la scrittura)
T: Perché che?? Ooooh!! Perché…dai dispiaceri che avreta perché… è aggettivo qualificativo, no?!
Perché dovete lasciare nostro nipote, che gli zii che siamo noi, medesimo di persona; (Peppino si asciuga il sudore…) ma che stai facendo una faticata che ti asciughi il sudore?….che siamo noi medesimi di  persona vi mandano  questo (alzando il pacchetto con le mani ), perche’ il giovanotto e’ studente che studia, che si deve prendere una laura……..
P: laura….
T: laura. Che deve tenere la testa al solito posto, cioe’….
P: Cioe’…
T: Sul collo. Punto, punto e virgola, un punto e un punto e virgola.
P: Troppa roba!
T: Lascia fare! Che dicono  che noi siamo provinciali, che siamo tirati.
P: Ma è troppo!
T: Salutandovi indistintamente… salutandovi indistintamente… sbrigati!!! Salutandovi indistintamente, i fratelli Caponi che siamo noi…apri una parente e dici che siamo noi, i fratelli Caponi.
P: Caponi.
T: Hai aperto la parente? Chiudila!
P: Ecco fatto.
T: Vuoi aggiungere qualcosa?
P: Io, insomma, senza nulla a pretendere, non c’è bisogno….
T: In data odierna?
P: Eh, ma poi?
T: Ma no, va bene’, si capisce.
P: Si, si, si capisce.

Peppino all'ultimo rigo della lettera

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