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Quella nella quale oggi ci stiamo addentrando è la notte di San Giovanni, ed è anche la notte in cui si prepara il famoso nocillo. Un liquore scuro e profumato che ha rappresentato a lungo una presenza costante nelle case napoletane, dove veniva custodito come un piccolo patrimonio domestico e servito come amaro digestivo a fine pasto.
Sono convinto che molti giovani sorriderebbero davanti a questa domanda. Oggi, nell’epoca dello spritz e dei cocktail internazionali, il nocillo è quasi diventato un illustre sconosciuto. Ma loro, probabilmente, non hanno avuto una nonna come la mia… e forse da questo punto di vista, sono stati solo un po’ sfortunati.
ll liquore, un tempo, quando nelle famiglie non c’era molto denaro e i consumi erano sobri, veniva fatto in casa e preparato proprio in questa notte magica, tra il 23 e il 24 giugno.
La sua origine non è soltanto gastronomica, ma profondamente rituale. Viene infatti preparato direttamente con le noci del Vesuvio , e tradizionalmente confezionato con 24 noci fresche raccolte il 24 giugno , giorno dedicato a San Giovanni Battista.
Le noci vanno assolutamente raccolte in questo giorno perchè una leggenda vuole che in questo giorno i prodotti della terra abbiano una particolare forza e potere, ma vanno raccolte di notte prima che esse vedano la luce del sole , prima cioè che la rugiada li ricopra ed incominci la festa di San Giovanni .
Per effetto di questa forza particolare la tradizione vuole che il nocillo come effetto abbia oltre che una azione digestiva anche un una efficace azione lenitiva sull’emicrania e secondo molti anche nei confronti delle malattie mentali e ferite alla testa.
Ma oltre al nocillo, in questa stessa notte si preparano molte altre cose. Perché tutte le piante e le erbe, in queste ore sospese, sembrano acquisire una forza particolare.
Per i napoletani , in quella notte tutto era possibile che potesse accadere… quella era uno notte di prodigi e di meraviglie, di veglie e di riti, dove la magia può essere buona ma anche oscura e gli spirit imaligni si tenevano lontani con le erbe e i fiori.
Acqua, fuoco, erbe, rugiada e metallo fuso diventavano strumenti attraverso cui interrogare il destino e cercare protezione.
Il fuoco dei falò e l’acqua della rugiada che consacrava le erbe, le rendeva propizie agli usi terapeutici ma sopratutto prodigiosi in quanto miracolosi. Nella farmacopea esoterica per esempio, era preziosissima la ersula campana,considerato un ingrediente fondamentale per i filtri, che si raccoglievano la notte della vigilia della festa. Essa mescolata con la rugiada che quella notte impregnava i petali di piante e di fiori veniva denominta dal popolo, l’acqua di San Giovanni.
Ottenuta lasciando fiori ed erbe aromatiche all’aperto durante la notte, al mattino, quella rugiada raccolta veniva considerata benefica e utilizzata per lavare il viso come gesto di purificazione e buon auspicio.

N.B,Con le erbe magiche raccolte nella notte si prepara ancora oggi un’acqua “magica”, le cui abluzioni fanno guarire ogni malattia di gola e di polmoni. Meglio ancora se infuse nella rugiada della notte di San Giovanni che addirittura fa crescere i capelli e secondo alcuni ginecologi eternamente presenti su tiktok favorisce addirittura la fertilità.

Quella della notte di San Giovanni era una notte magica, una notte stregata, intrecciata a riti ancestrali legati alla terra, ai raccolti e alle streghe. Si racconta infatti che le streghe si riunissero, proprio in questa notte, attorno a un antico albero di noce.
Le giovani donne napoletane leggevano il destino delle future nozze nella disposizione delle foglioline della piantina d’orzo pallido fatto crescere al buio, mentre le donne più anziane e sopratutto quelle vecchie , si vestivano da sibille e sedute accanto al fuoco, tornavano protagoniste nel predire amori cercando responsi sciogliendo il piombo. Tra le gambe stringevano la casseruola fino all’alba, mentre tizzoni infuocati attendevano altre sorti e altri futuri. Basta una goccia, una lacrima di metallo puro lasciato a sfrigolare in due dita d’acqua. La forma che prende è il sigillo indurito fissato sull’avvenire.
La tradizione prevedeva che in occasione della festa le piantine d’orzo inserite in piccoli vasi di terracotta veissero esposti dalle ragazze in cerca di marito , sui davanzali delle proprie abitazioni , le quali chiedevano nel giorno della festa al proprio innamorato e agli eventuali spasimanti dei doni da ricevere in occasione della festività. Una vera e propri festa degli innamorati festa , dove giovani uomini offrono un soldo, ricevendo in cambio una promessa e una piantina di grano, simbolo della morte e della rinascita, del ciclo stagionale della vita
La festività come notate raggiunse quindi sopratutto nella notte un aspetto tipicamente pagano dove erano frequenti rituali e pratiche propiziatorie che utilizzavano semi d’orzo, erbe, rugiada, acqua di mare o elementi come il piombo liquefatto e versato nell’acqua bollente con effetti divinatori o la raccolta della rugiada in provette con effetti medicamentosi.
La festa iniziava con una funzione nella vicina chiesa di San Giovanni a mare , per lungo tempo sconsacrata e poco conosciuta agli stessi napoletani, come celebrazione del battesimo di Cristo nel Giordano, e continuava nello stesso giornol con a processione della a miracolosa statua del Santo ricca di argento oro e pietre preziose. Il mattino del 24 giugno la festa si spostava in S. Giovanni a Teduccio, un quartiere presente lungo la costa.che aveva una spiaggia con una sabbia vulcanica considerata profetica ma solo se veniva raccolta a mezzanotte di quel giorno dedicato a San Giovanni. La sabbia da raccogliere a mezzanotte, veniva prima abbrustolita sul fuoco, mescolandola con un’asticella di legno, e versata poi calda su una superficie liscia. A quel punto si restava fermi a guardare il suo potere. Quando essa si solidificava chi era esperto guardandola rispondeva alla domanda che qualcuno le aveva posto.
L’intero litorale dinanzi alla chiesa che come certamente sapete risulta essere l’unica testimonianza architettonica cattolica normanna in citta’, divenne il protagonista indiscusso di una delle feste più popolari e appassionanti, che la nostra città abbia mai avuto. Falò e mare, fuoco e acqua facevano da sfondo a uomini e donne che si concedevano al mare, nudi, di notte sulla spiaggia accanto alla chiesa di San Giovanni a Mare, proprio dietro piazza Mercato.
Il mare diventava così uno spazio simbolico in cui sacro e profano si incontravano finendo per acquisire una dimensione ludico-erotica che spesso degenerava di notte fino ad arrivare ad un punto tale che esso dovette essere soppresso, dal viceré Spagnolo per la piega pagana e misterica che stava prendendo ( il bando di abolizione del periodo vicereale parla di promiscuita’ fra ” homini et femine”.).
A rendere ancora più affascinante questa notte contribuisce una delle più celebri storie d’amore del Rinascimento napoletano. La tradizione racconta infatti che proprio durante i festeggiamenti di San Giovanni il re Alfonso d’Aragona incontrò la giovane bellissima Lucrezia d’Alagno. La fanciulla, secondo il racconto popolare, si avvicinò al sovrano chiedendo il dono che la tradizione prevedeva per la festa. Alfonso le offrì una borsa colma di monete d’oro; Lucrezia ne prese una sola, affermando che le bastava un solo “Alfonso”. Da quell’incontro sarebbe nata una delle relazioni più celebri della corte aragonese.
La notte del 24 giugno come notate è stata da sempre qui in città, considerata una notte speciale… una notte carica di magia e di presagi … ricca di incantesimi e di sortilegi.. una notte cristiana pregna di tradizioni pagane, sospesa tra storia e leggenda, tra devozione e superstizione, tra memoria popolare e antichi riti. Una notte in cui Napoli, come poche altre città, ha saputo fondere il cristianesimo con le più remote tradizioni della sua anima mediterranea, lasciandoci in eredità racconti che ancora oggi continuano ad affascinare.

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