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Oggi la Chiesa celebra San Domenico, il sacerdote spagnolo che con la forza della parola, dello studio e della fede diede vita a uno degli ordini religiosi più influenti della storia del cristianesimo. A Napoli il suo nome è legato indissolubilmente a una delle basiliche più belle e significative della città, un monumento che racconta non soltanto la devozione verso il santo, ma anche la storia di un regno, di una dinastia e di una stagione culturale che ha lasciato un’impronta profonda nel volto della capitale del Mezzogiorno.
Domenico di Guzmán nacque a Caleruega, in Castiglia, intorno al 1170. In un’epoca attraversata da profonde trasformazioni religiose e sociali , egli dopo aver vissuto per lungo tempo come sacerdote missionario ed umile ministro della predicazione nelle regioni sconvolte dall’eresia albigese, soparavvivendo per sua scelta nella più misera povertà e parlando continuamente con Dio o di Dio, comprese che la fede non poteva essere annunciata soltanto con l’autorità, ma soprattutto attraverso la conoscenza, il dialogo e l’esempio di una vita semplice. Meditò quindi d’istituire un ordine di uomini religiosi i quali accoppiassero agli esercizi di pietà lo studio delle scienze ecclesiastiche per dedicarsi specialmente alla predicazione. Da questa intuizione nacque l’Ordine dei Predicatori, al fine di ripristinare nella Chiesa la forma di vita degli Apostoli, e raccomandò ai suoi confratelli di servire il prossimo con la preghiera, lo studio e il ministero della parola.
L’Ordine dei Domenicani ,così come quello dei Francescani sono un ordine mendicante ed il fine di questo nuovo ordine era quello di trovare un nuovo modo di propagare la fede , I Domenicani erano infatti chiamati a studiare, insegnare e diffondere il Vangelo con competenza e rigore. La loro presenza nelle università europee, accanto all’attività di predicazione, contribuì a fare dell’Ordine uno dei pilastri della cultura medievale.
L’Ordine ebbe un successo straordinario diffondendosi in tutta l’Europa, specie nei centri universitari come Parigi e Bologna. A loro si deve in particolare la diffusione della pratica del Rosario.
NB Il Rosario è composto di venti “misteri” (eventi, momenti significativi) della vita di Gesù e di Maria, divisi dopo la Lettera Apostolica Rosarium Virginis Mariae in quattro Corone.La prima Corona comprende i misteri gaudiosi (lunedì e sabato), la seconda i luminosi (giovedì), la terza i dolorosi (martedì e venerdì) e la quarta i gloriosi (mercoledì e domenica).
Dopo la morte del fondatore, avvenuta nel 1221, i Domenicani si diffusero rapidamente in tutta Europa. Anche Napoli accolse ben presto la nuova comunità. Era il 1231 quando i frati si stabilirono presso l’antica chiesa di San Michele Arcangelo a Morfisa, destinata poco dopo a essere dedicata proprio a San Domenico. La loro presenza acquistò rapidamente prestigio e importanza, tanto che nel 1255 papa Alessandro IV consacrò ufficialmente il complesso al fondatore dell’Ordine.
La crescita della comunità domenicana rese però insufficiente quella prima sede. Nel frattempo Napoli era diventata la capitale del Regno angioino e una delle città più importanti del Mediterraneo. Fu così che Carlo II d’Angiò, a partire dal 1283, promosse la costruzione della grande basilica che ancora oggi domina l’omonima piazza.
Secondo una tradizione tramandata nei secoli, il sovrano volle sciogliere un voto fatto a Maria Maddalena durante la prigionia seguita ai Vespri Siciliani. Questa motivazione, certamente significativa sul piano della devozione personale, non esaurisce tuttavia il significato dell’opera. Oltre all’aspetto devozionale, la nuova chiesa serviva anche a rafforzare il prestigio della dinastia angioina e dell’Ordine domenicano nella capitale del Regno di Napoli.
N.B : L’antica chiesa fu conclusa bella sua costruzione intorno al 1324 e fu inizialmente intitolata alla Maddalena, la santa della Provenza, proprio per un voto di Carlo II d’Angiò. Nel 1442 Alfonso V d’Aragona entrò trionfalmente a Napoli: mecenate e sovrano umanista, il Magnanimo promosse lavori di rifacimento per la sistemazione dello slargo corrispondente all’attuale Piazza San Domenico Maggiore.
In origine, i frati domenicani arrivarono a Napoli nel 1231 e si stabilirono presso una chiesa già esistente, dedicata a San Michele Arcangelo a Morfisa. Con il tempo, la loro comunità crebbe e si rese necessaria una chiesa più ampia e prestigiosa. Nel 1255 papa Alessandro IV consacrò il complesso a San Domenico, fondatore dell’Ordine dei Predicatori.
La grande basilica che vediamo oggi fu però voluta da Carlo II d’Angiò, che ne avviò la costruzione nel 1283. Secondo la tradizione storica, il sovrano mantenne un voto fatto a Maria Maddalena durante la prigionia seguita ai Vespri Siciliani. Oltre all’aspetto devozionale, la nuova chiesa serviva anche a rafforzare il prestigio della dinastia angioina e dell’Ordine domenicano nella capitale del Regno di Napoli.
N.B. La costruzione della basilica fu voluta e finanziata dagli Angioini, in particolare da Carlo II d’Angiò,non solo perchè il sovrano aveva una sincera devozione versol’orfine dei domenicani e secondo la tradizione, volle adempiere a un voto, ma anche perche i domenicani erano all’epoca uno degli ordini più prestigiosi della Chiesa, impegnati nella predicazione e nell’insegnamento.In sintesi, la basilica fu costruita non solo per onorare San Domenico, ma anche per dare ai domenicani una sede degna della loro importanza e per affermare il potere e la devozione della monarchia angioina nella città di Napoli.
Gli Angioini fecero della basilica uno dei luoghi simbolo della loro presenza a Napoli,, Sostenere i domenicani in quel preciso momento storico, significava allearsi con un ordine molto influente, fedele al papato e presente nelle principali città europee. Questo rafforzava il legame tra la monarchia angioina e la Chiesa, Va infatti a tal proposito anche ricordato che nel XIII secolo i domenicani, insieme ai Ordine dei Frati Minori (francescani), erano gli ordini mendicanti più influenti d’Europa. Per un sovrano era naturale sostenerli con grandi fondazioni religiose: a Napoli gli Angioini promossero infatti sia la Basilica di San Domenico Maggiore sia la Basilica di Santa Chiara, legata ai francescani. Questo mostra che il loro sostegno era rivolto agli ordini religiosi più importanti del tempo, non esclusivamente ai domenicani.Gli Angioini di conseguenza in questo luogo di culto celebrarono cerimonie, finanziarono opere d’arte e predisposero sepolture per membri della famiglia reale e dell’aristocrazia.
La scelta degli Angioini rispondeva quindi anche a una precisa visione politica e culturale. I Domenicani rappresentavano uno degli ordini religiosi più autorevoli del loro tempo: erano uomini di studio, di predicazione, fedeli al papato e presenti nelle principali città d’Europa. Sostenere il loro Ordine significava consolidare il rapporto con la Chiesa di Roma e, nello stesso tempo, dotare la capitale del Regno di un centro religioso e culturale di altissimo livello.
La basilica divenne così molto più di una semplice chiesa. Fu convento, scuola, luogo di formazione teologica e punto di riferimento per la vita intellettuale della città. Tra le sue mura insegnò anche San Tommaso d’Aquino, il più grande teologo del Medioevo, la cui presenza contribuì a fare del convento domenicano napoletano uno dei più prestigiosi centri di studio dell’Europa del tempo.
Anche le più importanti famiglie aristocratiche vollero legare il proprio nome a questo luogo, finanziando cappelle, opere d’arte e monumenti funerari. Successivamente gli Aragonesi continuarono ad arricchire la basilica, che nei secoli divenne uno scrigno di arte, spiritualità e memoria storica. La chiesa divenne con il tempo il luogo prediletta di molte famiglie nobili, soprattutto durante il periodo aragonese, che vi realizzarono cappelle e sepolture.
Sarebbe però riduttivo pensare che gli Angioini fossero devoti esclusivamente ai Domenicani. La loro politica religiosa guardava ai due grandi ordini mendicanti del tempo. Accanto alla Basilica di San Domenico Maggiore promossero infatti anche la costruzione di Santa Chiara, destinata ai Francescani. Le due grandi chiese rappresentavano le due anime spirituali della Napoli medievale e testimoniano come la monarchia sapesse coniugare fede, cultura e prestigio istituzionale.
Ancora oggi, entrando nella Basilica di San Domenico Maggiore, si percepisce il valore di quella scelta compiuta oltre sette secoli fa. Le sue navate, le cappelle, le opere d’arte e il silenzio del convento raccontano una storia che va oltre la bellezza architettonica. Raccontano l’incontro tra la spiritualità di un santo che fece dello studio uno strumento di evangelizzazione, la lungimiranza di una dinastia che comprese l’importanza della cultura e la storia di una città che, attraverso quella basilica, ha custodito nei secoli uno dei suoi simboli più alti.
Celebrare oggi San Domenico significa allora ricordare non soltanto il fondatore di un grande Ordine religioso, ma anche un uomo che intuì come la conoscenza, la ricerca della verità e il dialogo potessero diventare vie autentiche per avvicinare l’uomo a Dio. Forse è anche per questo che la basilica napoletana dedicata al suo nome continua, dopo oltre settecento anni, a essere non solo uno straordinario monumento d’arte, ma anche il segno vivo di un’eredità spirituale e culturale che il tempo non ha cancellato
Per celebrare San Domenico, il modo migliore è forse entrare nella Basilica di San Domenico Maggiore, luogo che più di ogni altro a Napoli custodisce la memoria dell’Ordine dei Predicatori. Tra le sue mura sono passate figure di grande rilievo, da padre Gregorio Rocco a Giordano Bruno. Quest’ultimo, però, rappresenta una vicenda singolare: entrato giovanissimo nell’Ordine domenicano, ne abbandonò i voti dopo alcuni anni e le sue idee lo portarono a essere processato e condannato per eresia. Una parabola in netto contrasto con la missione stessa dei Domenicani, tradizionalmente definiti Domini canes, i “cani del Signore”, appellativo che richiama il loro compito di custodire e difendere la fede e la dottrina della Chiesa.
N.B. Tra i religiosi che hanno dato lustro al convento merita di essere ricordato anche padre Gregorio Rocco ,un frate domenicano, predicatore e instancabile uomo d’azione. Fu una figura molto amata dai napoletani per il suo impegno sociale e per l’attenzione rivolta ai più poveri.’ A lui si devono importanti iniziative di risanamento urbano come quello dell’Albergo dei poveri dove giovandosi della preziosa alleanza della regina Maria Amalia, riusci’ a fare emettere a re Carlo III il decreto che autorizzava la costruzione di un ospizio capace di dare asilo a tutti i poveri della citta’ e sopratutto quello legata alla prima illuminzione delle strade che a Napoli, nel 700, erano inesistenti. Per il suo spirito pratico e la sua instancabile opera a favore della città fu considerato uno dei religiosi più influenti della Napoli dell’Ottocento.
Tra le personalità che ebbero un rapporto con questo luogo e con il suo ambiente culturale non va dimenticato Tommaso Campanella ,il grande filosofo, teologo e utopista calabrese. Entrato giovanissimo nell’Ordine domenicano, Campanella fu profondamente influenzato dalla tradizione filosofica di san Tommaso d’Aquino e dal clima di studi che caratterizzava i conventi domenicani del Mezzogiorno. Anche se la sua formazione principale si svolse in Calabria e in altri centri dell’Ordine, Napoli rappresentò per lui uno dei luoghi più importanti di confronto intellettuale. La sua figura si inserisce idealmente nella grande linea di pensiero che unisce il mondo domenicano napoletano a personalità come Tommaso d’Aquino e Giordano Bruno: una tradizione di ricerca filosofica, teologica e scientifica spesso inquieta e innovatrice. Autore della “Città del Sole”, Campanella immaginò una società fondata sulla conoscenza, sulla giustizia e sull’armonia universale, pagando con anni di carcere le sue idee ritenute sovversive.
Anche la basilica riserva una particolarità poco nota. Presenta infatti due ingressi: quello principale, preceduto dal suggestivo cortile che si raggiunge attraverso il vico San Domenico, e un secondo accesso che si apre direttamente su piazza San Domenico Maggiore, in corrispondenza dell’abside e accanto all’altare maggiore dove, come possiamo notare è venerato un antico Crocifisso ligneo al quale è legato un episodio tramandato nei secoli. La tradizione racconta che, mentre San Tommaso d’Aquino era raccolto in preghiera davanti al Crocifisso, Cristo gli avrebbe rivolto queste parole: «Bene scripsisti de me, Thoma; quam ergo mercedem accipies?» («Hai scritto bene di me, Tommaso; quale ricompensa desideri?»). Il grande teologo avrebbe risposto semplicemente: «Non altro che Te, Signore.» Al di là del valore storico dell’episodio, questo dialogo è diventato uno dei simboli più intensi della spiritualità domenicana, nella quale lo studio non è mai fine a sé stesso, ma conduce all’incontro con Dio.
Da un punto di vista artistico va detto che la tavola del Crocifisso è pregevole e un raro esempio di pittura duecentesca in Campania, che presenta evidenti influssi iconografici orientali.. Essa risulta essere ben conservato e giunta pressoché integro fino ad oggi anche è soprattutto alle cure che gli sono state riservate in virtù anche della leggenda a cui si è legato fin dalle sue origini di opera artistica
Nella sua interezza opera si presenta con una forte intensità drammatica che può senz’altro scorgersi nel volto di Gesù crocifisso ed in quello delle figure che ai lati della croce sembrano patire con partecipazione l’evento che si sta consumando.
Nei volti dunque dei personaggi traspare una forte umanità impressa dalle pennellate dell’anonimo artista che l’ha realizzata che non so quanto volontariamente, riporta ad una dimensione terrena i sentimenti rappresentati nella tela.
Essa raffigura un Christus patiens tra la Vergine, San Giovanni Evangelista (dolenti), due angeli posti superiormente e due domenicani in basso,
La cella dopo importanti rifacimenti presenta oggi un ambiente che è stato interamente recuperato nel suo aspetto originale.
Nella stanzetta che funge da sagrestia, sulla parete sinistra, troviamo il dipinto di San Tommaso d’Aquino, opera di Francesco Solimena. In basso, il reliquiario contenente l’omero sinistro o del Santo. All’omero manca la testa dell’articolazione del gomito, staccata e rinchiusa nella statua argentea che si trova nella cattedrale, in occasione della proclamazione, nel 1605, di San Tommaso d ’Aquino ad ottavo patrone di Napoli per voto fatto durante la peste del 1600.
N.B.La reliquia, sistemata in un reliquiario recente, viene esposta nel giorno della festa del Santo.
Con la sua pianta rettangolare scandita dalla presenza di stalli lignei, anche la Sagrestia merita almeno di essere citata, Essa è vero un gioiello barocco del XVIII secolo, progettato da Giovan Battista Nauclerio e arricchito dalla volta decorata nel 1709 da Francesco Solimena. Alzando gli occhi si vede una balconata che corre su tre lati della sala rettangolare . Su questa , si possono osservare le casse lignee, rivestite di tessuti preziosi che contengono i corpi mummificati dei re aragonesi e di illustri membri della corte napoletana che, in un’epoca compresa tra il Cinquecento e l’Ottocento, scelsero la basilica di San Domenico Maggiore e, quindi, la Sagrestia come luogo di sepoltura
È anche per tradizioni come questa che la basilica continua a essere uno dei luoghi più amati dai napoletani. Non è soltanto un monumento ricco di opere d’arte,grazie a personaggi come Luca Giordano , Tino da Camaino , Cosimo Fanzago , Giovanni di Nola , Francesco Solimena , Tiziano e Caravaggio, ma sopratutto uno spazio nel quale storia, fede e memoria popolare convivono da oltre sette secoli, rendendo ancora viva l’eredità spirituale di San Domenico.


















