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Quando Oscar Wilde arrivò a Napoli nell’autunno del 1897, non era più il celebre autore adorato dai salotti londinesi che fino a solo due anni prima, regnava sovrano nei circoli intellettuali di tutta Inghilterra.
Il brillante scrittore del Ritratto di Dorian Gray e de L’importanza di chiamarsi Ernesto era ormai un uomo spezzato dalla persecuzione giudiziaria, dalla prigione e dall’umiliazione pubblica. Cercava pace, anonimato e forse una possibilità di rinascita. Trovò invece un’accoglienza molto più complessa, fatta di curiosità morbosa, ostilità e isolamento. Eppure proprio sulle rive del Golfo avrebbe lasciato alcune delle pagine più intense della sua maturità letteraria.
N.B. Si faceva chiamare Melmoth, Sebastian Melmoth. Sebastiano come il suo santo preferito, perché vorrebbe morire nel conforto della fede.
La caduta di Wilde era iniziata pochi anni prima, al culmine della sua fama. La relazione con Lord Alfred Douglas, il giovane aristocratico che lui chiamava affettuosamente “Bosie”, era diventata il bersaglio dell’odio del padre del ragazzo, il Marchese di Queensberry. Quando quest’ultimo accusò pubblicamente lo scrittore di comportamenti immorali, Wilde reagì denunciandolo per diffamazione. Fu un errore fatale. Il processo si trasformò rapidamente in un’inchiesta sulla sua vita privata. Testimonianze, lettere e insinuazioni finirono per rivolgersi contro di lui, fino all’arresto e alla condanna per “grave indecenza”, il reato con cui la legge britannica perseguitava gli omosessuali.
Durante il processo, Wilde pronunciò la celebre difesa dell’«amore che non osa dire il suo nome», definendolo una delle forme più nobili di affetto. Le sue parole, tuttavia, non bastarono. Il 25 maggio 1895 venne condannato a due anni di lavori forzati. Quando uscì dal carcere di Reading, il 19 maggio 1897, era profondamente segnato nel fisico e nello spirito.
Quattro mesi più tardi raggiunse Napoli sotto falso nome. Poco dopo lo raggiunse Bosie. Per qualche tempo i due tentarono di ricostruire la loro vita lontano dall’Inghilterra e dalle convenzioni che li avevano travolti. Ma neppure la città partenopea riuscì a sottrarli al peso dello scandalo.
La fama che precedeva Wilde aveva già influenzato gran parte dell’opinione pubblica e degli ambienti culturali cittadini. Troppo diverso, troppo moderno e troppo distante dalle convenzioni morali dell’epoca, lo scrittore fu guardato con sospetto e spesso con aperta ostilità. Emblematico fu l’episodio del Caffè Gambrinus, dove lui e Douglas vennero osservati e derisi come curiosità viventi da una folla attratta più dal pettegolezzo che dalla sua statura intellettuale.
Quell’uomo, che tanto infastidiva il salotto bene della città, con la sua famo di omosessuale venne da tutti deriso e indicato come un fenomeno da baraccone da osservare con morbosa curiosità.
A Napoli Wilde cercava soprattutto tranquillità. Non la trovò. Trovò però almeno in parte l’ispirazione. Tra il 1897 e il 1898 lavorò infatti ad alcuni dei versi della Ballata del carcere di Reading, il capolavoro poetico nato dall’esperienza della detenzione e destinato a diventare una delle opere più importanti della sua produzione.
Della città conserverà tuttavia un ricordo amaro. In una lettera scritta nel gennaio del 1898 dalla sua ultima residenza napoletana, Villa Bambino a Santa Lucia, confessò senza mezzi termini: «La gente è stata molto sleale a maltrattarmi qui a Napoli». Altrove lamentò anche l’insistenza della stampa locale: «I giornalisti napoletani sono fastidiosi».
In effetti lo scrittore fu sottoposto a una sorta di assedio mediatico. Cronisti e curiosi lo seguivano costantemente, registrando ogni suo spostamento, ogni incontro e ogni eccentricità. Un fenomeno che ricorda da vicino il moderno meccanismo della cronaca rosa e del gossip sulle celebrità.
Wilde, involontariamente, alimentava talvolta questa curiosità. Era estremamente superstizioso, frequentava chiromanti e veggenti e portava vistosi anelli che riteneva dotati di particolari poteri, spesso attribuiti a misteriose origini egiziane. Questi aspetti contribuirono a rafforzare l’immagine di personaggio eccentrico che i giornali amavano raccontare.
Tra i suoi critici più severi figurò anche Matilde Serao. Sul quotidiano Il Mattino, il 7 ottobre 1897, la celebre scrittrice definì la presenza di Wilde a Napoli una sorta di calamità pubblica, arrivando a descriverlo come uno dei più insopportabili personaggi inflitti al pubblico contemporaneo. Pur invocando per lui discrezione e rispetto, contribuì anch’essa ad alimentare quella “cronaca wildistica” che trasformò il poeta in un caso mediatico permanente.
Molti altri giornalisti si mostrarono ancora più aggressivi, inseguendolo e cercando di strappargli dichiarazioni contro la sua volontà. Alcuni articoli arrivarono a descriverlo con toni apertamente sarcastici e offensivi, segno di quanto il pregiudizio nei suoi confronti fosse radicato.
Come se non bastasse, Wilde dovette affrontare anche problemi più prosaici. Durante il soggiorno a Posillipo si lamentò della presenza di topi nella villa dove abitava. Convinto che i gatti portassero sfortuna, chiese addirittura ai suoi conoscenti di trovargli una maga capace di liberare la casa dall’infestazione. Era affascinato dalle credenze popolari napoletane e ricordava le antiche incantatrici che aveva conosciuto durante una precedente visita giovanile in città.
In quegli stessi mesi attraversò anche momenti di profonda depressione. All’amico Vincent O’Sullivan raccontò una notte trascorsa in un parco napoletano che la tradizione associava ai suicidi. Disse di aver immaginato le anime di coloro che vi avevano posto fine alla propria vita e confessò che quella visione gli aveva fatto abbandonare ogni tentazione di suicidio. Quando O’Sullivan gli domandò se intendesse trascorrere il resto della sua esistenza a Napoli, rispose con una delle sue proverbiali battute: «Napoli? : “No, qui si mangia troppo male”
Nonostante tutto, Wilde cercò di godere delle bellezze della città. Con Douglas soggiornò inizialmente all’Hotel Royal, accumulando un conto che difficilmente poteva permettersi, e successivamente a Villa Giudice, poi nota come Villa Douglas, a Posillipo. Le sue condizioni economiche erano precarie: riuscì a procurarsi denaro promettendo la stesura di un libretto d’opera che non avrebbe mai realmente rappresentato una svolta finanziaria.
Le giornate trascorrevano tra caffè, passeggiate e lunghe soste sul lungomare. I due assistettero a tutte le rappresentazioni di Eleonora Duse che riuscirono a vedere e cercarono di evitare la numerosa colonia britannica residente a Napoli, dove il nome di Wilde continuava a suscitare scandalo.
Nel tentativo di sfuggire a pettegolezzi e persecuzioni si rifugiarono anche a Capri. Qui trovarono un’accoglienza ben diversa grazie ad Axel Munthe e ad alcuni amici dell’isola. Furono invece respinti da diversi alberghi i cui ospiti inglesi avevano riconosciuto il celebre scrittore. Quando finirono i soldi per pagare la villa presa in affitto, fu proprio Munthe ad ospitarli nella sua residenza di San Michele.
La permanenza italiana continuò poi tra nuove amarezze. Dopo la partenza di Douglas per Parigi, che segnò l’inizio di una dolorosa separazione, Wilde trascorse un periodo a Taormina, dove conobbe il fotografo Wilhelm von Gloeden. Tornato a Posillipo, scoprì che il domestico incaricato di custodire la villa lo aveva derubato di quasi tutti i suoi beni. Rimanevano soltanto i libri. Troppo stanco e demoralizzato per reagire, li lasciò lì, dove li troverà una signora inglese che affitterà la villa 25 anni dopo.
Negli ultimi mesi napoletani si trasferì nel quartiere di Santa Lucia. La povertà era ormai evidente. Secondo un aneddoto tramandato negli anni successivi da Graham Greene, Wilde si avvicinava ai tavoli dove si parlava inglese e, grazie al suo straordinario talento di conversatore, riusciva spesso a farsi offrire da mangiare e da bere. Ma non sempre funzionava. Talvolta veniva riconosciuto e indicato dai presenti; nei ristoranti e nei luoghi pubblici si alzavano mormorii che lo mettevano profondamente a disagio.
L’unica vera consolazione era sapere che la Ballata del carcere di Reading era ormai prossima alla pubblicazione. Mentre a Napoli molti continuavano a giudicare l’uomo, il poeta stava completando una delle opere più alte della letteratura inglese.
Oscar Wilde lasciò l’Italia pochi mesi dopo. Morì a Parigi il 30 novembre 1900, a soli quarantasei anni. Oggi il suo soggiorno napoletano resta una pagina poco conosciuta ma significativa della sua biografia: il racconto di un genio in esilio, ferito ma ancora capace di creare bellezza.
Forse proprio per questo Napoli, che non sempre seppe comprenderlo, dovrebbe ricordarlo con maggiore attenzione. Non come uno scandalo da osservare, ma come uno dei più grandi scrittori della modernità, che tra Posillipo, Santa Lucia e Capri cercò invano la pace e trovò invece l’ispirazione per la sua ultima, straordinaria rinascita letteraria.
Sarebbe cosa buona e giusta se Napoli si facesse perdonare ricordandolo adeguatamente.



