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Nicola Amore nacque il 18 aprile 1828 a Roccamonfina un paese dell’Agro Falerno fra l’alto Volturno e il Garigliano, e dopo aver terminato gli studi medi scolastici al collegio di Maddaloni , si trasferì a Napoli per laurerasi in giurisprudenza e dare quindi iniziò alla sua pratica legale di avvocato.
Una delle sue prime delusioni avvenne quando , pur avendo studiato ed avere con se titoli e lubblicazioni adatte, non riuscì a superare la prova, che gli permettevano di entrare in magistratura per una sua precedente precedentecondotta politica che lo avevano visto protagonista anti- borbonico sulle barricate di via Medina, dove venne arrestato e poi condannato a pochi giorni di prigione.
Le cose cambiarono quandoin città nel 1860 arrivò Garibaldi e Silvio Spaventa divenne ministro degli Interni nel governo della luogotenenza . Questi infatti chiamo Nicola Amore come segretario presso il suo gabinetto.
Il neosegretario ebbe un bel da fare per contrastare i focolai di filoborbonici: furono concluse con successo due operazioni, quella di monsignor Bonaventura Cenatiempo e quella di Achille Cosenza, ufficiale dell’esercito borbonico, che portarono all’arresto e alla condanna di numerosi congiurati.
Amore, avendo dimostrato di saper fare molto bene anche il mestiere di poliziotto, a quel punto nel 1862 fu promosso questore.
In questa veste , possiamo quindi in parte ritenerlo responsabile di quella strage avvenuta presso la grande fabbrica di Pietrarsa dove a perdere la vita furono operai, padri di famiglia, che difendevano il proprio lavoro.
N.B. E’ importante chiarire prima di continuare l’articolo il contesto istituzionale dell’epoca: subito dopo l’Unità d’Italia (1861), i sindaci delle grandi città non avevano ancora il ruolo politico “forte” che immaginiamo oggi. Erano spesso nominati o fortemente condizionati dal governo centrale, e soprattutto non controllavano le forze armate, non decidevano l’uso dell’esercito e avevano competenze limitate sull’ordine pubblico.Eventuali repressioni violente di scioperi o proteste in quegli anni dipendevano quasi sempre dal prefetto, in qualità di rappresentante diretto dello Stato, dal questore e sopratutto dalle autorità militari, in un periodo in cui l’esercito interveniva spesso anche per questioni interne.
Questo periodo delle vita di Nicola Amore ed il suo coinvolgimento nella strage avvenuta presso l’Opificio di Pietrarsa ,forse rappresenta il periodo più buio della sua popolarità, valutata dai napoletani a distanza di anni anche se ad oggi non ci sono dati storici o prove solide che sia stato comunque lui ad essere il comandante diretto delle truppe né l’autore materiale dell’azione repressiva. Nelle fonti storiche egli compare piuttosto ,nelle relazioni ufficiali, come l’autorità che giustificò a posteriori l’accaduto di quanto eseguito sul luogo dai reparti di bersaglieri dell’esercito italiano.. Resta il fatto che in quel periodo ere lui il Questore e quindi il responsabile dell’ordine pubblico in città.
Nel 1865 Amore, ritenendo chiusa anche l’esperienza di poliziotto, decise di intraprendere la carriera politica e, nello stesso anno, fu eletto deputato nel collegio di Teano.
Nel nuovo governo il neoonorevole fu chiamato dal presidente del Consiglio Bettino Ricasoli alla segreteria generale del ministero degli Interni e poi venne nominato direttore generale della Pubblica Sicurezza. La promozione non dovette entusiasmarlo troppo, infatti dopo due anni si dimise e tornò a Napoli dove riprese a fare l’avvocato.
Le elezioni del marzo del 1868 rappresentano una data storica nella vita politica di Nicola Amore: si presentò alle elezioni amministrative e divenne per la prima volta consigliere del Comune di Napoli. Da quel momento non lascerà più la sala consiliare di palazzo San Giacomo, ritenendo che in quella posizione avrebbe potuto lavorare molto per la sua città : il 17 marzo 1884 fu quindi nominato sindaco.
Quando quindi nella nostra citta nell’agosto del 1884 scoppiò una devastante grossa epidemia di colera , egli era sindaco di Napoli da solo pochi mesi . Quelle tremenda epidemia che sconvolse la città fu putroppo solo l’inizio di un terribile disastro.
Essa durò fino al 1886 e causò un numero enorme di decessi che avvennero sopratutto sopratutto nei quartieri popolari dove la plebe che risultava essere molta povera si ammassava in fondaci e umidi bassi bui quasi tutti sprovvisti di acqua e luce, che affacciavano direttamene sulla strada costringendo chi li abitava a vivere in disastrose condizioni igieniche.
Le strette strade ed i vicoli , nel loro continuo rivolo di acqua sporca , oltre che contenere l’acqua piovana , spesso conteneva anche i resti dei miseri pasti , la lisciva del bucato ed anche a volte i propri residui organici . Gli effluvi dei bassi erano della peggiore specie ,ed i rifuiti si accumulavano negli angoli per giorni e giorni .
Nicola Amore , consapevole che la causa della diffusione del morbo erano le pessime condizioni igieniche in cui si trovavano alcuni quartieri della città, assunse subito una serie di provvedimenti per arginare la diffusione dell’epidemia ma purtroppo i provvedimenti da lui presi si rilevarono solo come delle misure tampone che non riuscirono di fatto ad impedire una falcidia di 15 mila vittime sui 30 mila casi di colera accertati.
Il morbo dilagando partito dai quartieri, nonostante il grande fa fare del sindaco che incurante del contagio, continuava a girare nei vicoli più oscuri e fetidi della città (spesso lo sorpresero a piangere ) continuava imperterrito a estendersi senza pietà anche ad altri meno degradati quartieri della città mietendo vitttime ovunque .
Quando finalmente il colera placò la sua furia e le vittime incominciarono a diminuire lasciando Napoli comunque mortalmente ferita, Nicola Amore comprese che la città aveva bisogno di una radicale trasformazione se si voleva evitare il ripetersi di analoghe tragedie
Era ormai chiaro che la causa di tutto erano i quartieri bassi, di cui parlava anche Matilde Serao. Dunque il primo cittadino di Napoli elevò alto un grido: «Bisogna sventrare Napoli!», dare aria e sole ai polmoni della città.
Occorreva una legge speciale per il risanamento di Napoli, capace di finanziare i quattro punti del programma del sindaco: rendere disponibile e obbligatoria l’acqua del Serino, costruire le fogne, realizzare una rete stradale, eliminare i vermicai della zona orientale e ampliare l’area abitabile.
Nulla era stato fatto dallo stato italiano fino ad allora , quando precedentemente il morbo del colera aveva già colpito la città . Dopo l’indifferenza che prima regnava nei confronti di questo problema, di fronte alla drammaticità delle condizioni sanitarie presenti, il re Umberto I e il Presidente del consiglio Depretis, furono quindi quasi costretti a partire per Napoli e giunti in città iniziarono a visitare ospedali ed entrare nei quartieri infetti per “rendersi conto di persona di come stavano realmente le cose.
Il neo sindaco Nicola Amore li condusse nelle zone infette, nei «quartieri bassi» della città: Porto, Pendino, Mercato e Vicaria, che costituivano l’antico «Quartiere angioino». e l’epicentro del colera. Non vi erano né acqua né fogne, le condizioni igienico-sanitarie erano pessime. Qui vi abitava la plebe napoletana, calcolata in circa 200.000 persone , quasi due terzi della popolazione (per lo più analfabeti che non avevano diritti civili, tantomeno il diritto di voto).
Non ci volle insomma molto per capire fin da subito che le condizioni igieniche in cui versavano alcune zone della nostra città erano assolutamente disastrose, la plebe si ammassava in fondaci e bassi gremiti di persone in cui si cucinava in uno stambugio, e si mangiava nella medesima stanza dove anche si dormiva.
In tale occasione, un nuovo censimento denunciò 22.785 locali di quel tipo, occupati da 105.257 abitanti, e i cosidetti “vasci, cioè dei piccoli locali di alcuni edifici con ingresso dalla strada posti al piano terra di vicoli bui e stretti, dove in non rari casi in poco più di una dozzina di metri viveva una famiglia di almeno otto persone, in condizioni igieniche disastrose trovarono purtroppo celebrità su tutti i rotocalchi italiani.
L’intera Italia a quel punto ( e solo allora ) trasalì, richiamando l’attenzione dell’Europa e del presidente del Consiglio Agostino Depretis che a quel punto si dichiarò disponibile: «Faccia Napoli tutti i sacrifici che può, al resto penserà lo Stato».
In questo scenario, il re, ed il presidente del Consiglio dopo aver assistito a scene per loro inimmaginabili,e ad uno spettacolo di degrado abitativo impressionante, decisero di mettere fine a questo degrado .
Secondo la cronaca fu in questa occasione che il Depretis esclamò quella famosa frase “Bisogna sventrare Napoli”, una frase che rimbalzerà sui giornali, diventerà nota in tutto il paese, e sarà assunta a sinonimo degli interventi urbanistici degli anni successivi.
Nel novembre Nicola Amore fu nominato dal re senatore del Regno. Il 15 gennaio del nuovo anno vide l’approvazione della legge per il «Risanamento di Napoli»,
La reazione di molti napoletani sopratutto quella di Matilde Serrao fu feroce …
“Sventrare Napoli? Credete che basterà? Vi lusingate che basteranno tre, quattro strade, attraverso i quartieri popolari, per salvarli? […] Per distruggere la corruzione materiale e quella morale, per rifare la coscienza e la salute a quella povera gente, per insegnare loro come si vive […] – per dire loro che essi sono fratelli nostri, che noi li amiamo efficacemente, che vogliamo salvarli, non basta sventrare Napoli: bisogna quasi tutta rifarla.”
Ed aveva ragione …. l’occasione che si presentava era troppo ghiotta per la Camorra , per politici corrotti e dubbi imprenditori … l’’Onorata Società aveva molti suoi affiliati nel Comune di Napoli, tramite essi gestiva appalti, manovalanza e cantieri le cui gare di appalto per le opere pubbliche venivano vinte sempre dai stessi soggetti .
Alcuni terreni comprati con ribassi insoliti ed ingiustificabili dalle stesse persone venivano poi espopriati dal comune pagandoli con rialzi colossali dei prezzi .
Napoli divenne allora un immenso cantiere aperto, e una gallina dalle uova d’oro da spennare .
Il Risanamento insomma alla fine si rilevò solo come qualcosa di disastroso: un caos di appalti truccati, politici corrotti e scandali finanziari che portò a quache opere forse bella, ma di certo incomplete. Dietro la più grande opera pubblica mai realizzata a Napoli che portò allo sventramento della città, si nascosero moti soldi sporchi e la criminalità organizzata .
In pratica fu spesa una cifra 10 volte maggiore di quella preventivata per costruire metà del minimo previsto . Alla fine di tutta l’opera del Risanamento , Il Rettifilo si dimostrò soltanto un grosso “paravento” dietro cui la città antica continuò a brulicare e a vivere nel disagio, forse anche più di prima, come provò a denunciare la stessa, instancabile, donna Matilde.
E in ultimo, sapete che è accaduto? Che il popolo, non potendo abitare il Rettifilo, di cui le pigioni sono molto care, non avendo le traverse a sua disposizione, non avendo delle vere case del popolo, è stato respinto, respinto dietro il paravento! Così si è accalcato molto più di prima; così il censimento potrebbe dirvi che tutta la facciata del Rettifilo è poco abitata e tutto ciò che è dietro, disgraziatamente, è abitato più di prima; che dove erano otto persone, ora sono dieci; che lo spazio è diminuito e le persone sono cresciute; che il Rettifilo, infine, ha fatto al popolo napoletano più male che bene! In quell’intrico che va da Porto a Mercato, a Vicaria, si aggroviglia una folla spaventosa; non vi sono che poche fontanelle di acqua e le case, che debbono essere demolite (?) ne mancano; non vi sono fognature regolari; non vi sono lampioni, poiché il piano stradale è assolutamente dissestato: tutto cio che serve nella vita, vi manca. Se una epidemia, lontana sia, dovesse capitarci, impossibile circoscriverla; impossibile dominarla: in quei quartieri farebbe novellamente strage, come venti anni orsono […]. E quel popolo che è stato tradito, non resiste alla suggestione del vizio, del male: e giuoca: e ruba; e si vende: e ferisce: e uccide.
Probabilmente questa è la pagina più intensa scritta dalla Serao nel corso della sua lunga carriera. Poche righe di denuncia ci raccontano mali ancora presenti e il loro perché. A nulla sono valse le sue parole, quando non meno di una cinquantina d’anni fa urbanisticamente e socialmente sono stati commessi gli stessi errori, se non peggiori, di fine Ottocento. Il male è dilagato, la piaga si è allargata anche alle periferie. Viene da domandarci: ne è valsa davvero la pena. Per quanto sia amabile passeggiare tra gli odierni negozi del corso Umberto, è davvero stato un bene, col senno di poi, distruggere diverse strade e piazze della vecchia Napoli?
E Nicola Amore ?
Certo ora tutti vorrete sapere che fine fece il nostro sindaco che tanto si era battuto per il Risanamento…
Egli il 15 giugno 1889, con il cuore gonfio di amarezza lasciò la sua poltrona di sindaco: le invidie, le gelosie, le reazioni dei piccoli imprenditori edili esclusi dagli appalti vedevano finalmente il trionfo della loro meschinità.
Nicola Amore ritornò allora ad esercitare la sua professione di avvocato, ma il suo cuore era lì, a palazzo San Giacomo; tentò altre due volte di tarsi eleggere, non ci riusci.
Si dedicò ai diseredati del Reale Albergo dei Poveri, di cui fu nominato sovrintendente.
Le elezioni amministrative del 7 gennaio 1894 lo riportarono al Consiglio comunale, ma non riuscì a partecipare che a qualche seduta: morì il 10 ottobre nella sua casa di Santa Brigida, non riuscendo a vedere l’inaugurazione del Rettifilo, emblematica opera di risanamento che egli aveva cominciato.




