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Il 12 settembre nel 1702, nel cuore di Napoli, nasceva Gennaro Maria Sarnelli, figlio di Angelo, barone di Ciorani, e di Caterina Scoppa.
Secondo le ricostruzioni biografiche venne alla luce nel palazzo appartenuto al cardinale Antonio Zapata e successivamente acquistato dalla famiglia Sarnelli, ancora oggi affacciato sull’attuale piazza Trieste e Trento, che all’epoca era conosciuta come Largo San Francesco Saverio, dal nome della vicina chiesa.
Soltanto più tardi, quando questa venne dedicata a San Ferdinando, anche lo slargo assunse il nome di piazza San Ferdinando.
Era dunque nato a pochi passi dalla Reggia, dentro una famiglia aristocratica che avrebbe potuto assicurargli una vita agiata e una brillante carriera.
Gennaro , aveva inizialmente pensato alla vita religiosa, ma il padre lo indirizzò verso gli studi giuridici. Nel 1722, appena ventenne, conseguì la laurea in diritto civile e canonico e intraprese la professione di avvocato.
Fu negli anni dell’attività forense che conobbe Alfonso Maria de’ Liguori, anch’egli giovane avvocato appartenente a una famiglia benestante.
La loro amicizia si consolidò sopratutto lontano dai tribunali, nell’Ospedale di Santa Maria del Popolo degli Incurabili, dove entrambi prestavano assistenza agli ammalati e proprio il contatto con quella umanità sofferente contribuì a indirizzare le loro vite altrove.
Per Sarnelli quell’esperienza rappresentò uno dei contatti più diretti con una parte della popolazione napoletana che la sua nascita aristocratica gli aveva consentito fino ad allora di osservare soltanto da lontano.
Nel 1728 lasciò l’avvocatura e iniziò la preparazione al sacerdozio. Il cardinale Francesco Pignatelli lo assegnò come chierico alla parrocchia di Sant’Anna di Palazzo, nel quartiere alle spalle della Reggia che ancora oggi ne conserva il nome. Continuava intanto a frequentare gli Incurabili e partecipava alle esperienze religiose sorte intorno ad Alfonso de’ Liguori, comprese quelle Cappelle Serotine nelle quali uomini appartenenti agli strati più umili della popolazione venivano coinvolti nella formazione e nell’assistenza religiosa dei quartieri più poveri.
Nel giugno del 1729 Sarnelli lasciò temporaneamente la casa paterna e andò a vivere nel Collegio dei Cinesi, fondato da Matteo Ripa, il missionario e incisore tornato a Napoli dopo tredici anni trascorsi in Cina alla corte imperiale. Quella singolare istituzione, nata per formare giovani cinesi destinati al sacerdozio e alla missione in Oriente, sarebbe diventata nel corso dell’Ottocento il nucleo dal quale si sarebbe sviluppato l’attuale Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”. Anche Alfonso frequentò quell’ambiente, mentre Sarnelli vi rimase circa un anno prima di entrare nella Congregazione delle Missioni Apostoliche.
Fu ordinato sacerdote l’8 luglio 1732 e venne destinato alla catechesi nella parrocchia dei Santi Francesco e Matteo, nel cuore di quella parte dei Quartieri Spagnoli che le fonti dell’epoca descrivono come densamente popolata e segnata da profonde difficoltà sociali. Fu qui che Sarnelli si trovò davanti a uno dei fenomeni più dolorosi della Napoli settecentesca: la prostituzione. Non si trattava soltanto di una questione morale, come potrebbe apparire leggendo il linguaggio religioso dell’epoca. Dietro molte di quelle donne c’erano povertà, assenza di una famiglia in grado di sostenerle, impossibilità di procurarsi una dote e condizioni economiche che lasciavano pochissime possibilità di scelta. Le fonti relative a Sarnelli parlano anche di ragazze molto giovani, verso le quali avviò un’opera di prevenzione e recupero.
La Napoli che Sarnelli incontrava durante questi anni era una delle maggiori capitali europee, ma dietro le chiese, i palazzi aristocratici e una vita culturale sempre più vivace esisteva una popolazione enorme che viveva di lavori precari, espedienti e piccoli commerci. La povertà colpiva soprattutto chi non possedeva una famiglia capace di garantirgli protezione: donne senza dote e bambini che entravano molto presto nel mondo del lavoro. Le fonti relative a Sarnelli parlano dei «facchinelli», ragazzi poverissimi utilizzati per trasportare merci e svolgere lavori pesanti in cambio di compensi miseri.
Alfonso de’ Liguori, che dopo la morte dell’amico ne scrisse la biografia, racconta che Sarnelli andava a cercarli nelle piazze della città, li raccoglieva nella propria casa, si occupava della loro istruzione religiosa e dava loro da mangiare. Sono ricordate anche la sua assistenza ai bambini affetti da tigna, agli anziani di San Gennaro fuori le mura e agli ammalati legati al mondo delle galere.
Era quella la Napoli che viveva con enormi contraddizioni accanto alla capitale monumentale. Mentre in una certa Napoli si costruivano e decoravano chiese e palazzi e la città acquistava un ruolo sempre maggiore nella cultura europea, accanto ad essa esistevano luoghi che raramente entravano nella rappresentazione ufficiale della capitale.
Esistevano nel contesto di questa facciata di apparenza , vicoli e strade dove viveva in condizioni disagiate un popolo che si doveva invece adattare in quei famosi bassi bui e umidi che affacciavano direttamene sulla strada costringendo chi li abitava a disastrose condizioni ingieniche.
La plebe molta povera si ammassava in fondaci e bassi quasi tutti sprovvisti di acqua e luce . Le strette strade ed i vicoli, nel loro continuo rivolo di acqua sporca, oltre che contenere l’acqua piovana, spesso conteneva anche i resti dei miseri pasti, la lisciva del bucato ed anche a volte i propri residui organici . Gli effluvi dei bassi erano della peggiore specie ,ed i rifuiti si accumulavano negli angoli per giorni e giorni.
Erano questi dei luoghi e quartieri popolari nei quali il meretricio serviva a sopravvivere alla miseria e povertà ed il lavoro dei bambini faceva parte della normalità quotidiana.
Sarnelli nel suo mandato presso i quartieri spagnoli , entrò in contatto con una delle realtà sociali che maggiormente avrebbero segnato la sua attività. Quei vicoli, sorti nel Cinquecento per accogliere le truppe spagnole di stanza a Napoli, erano diventati un quartiere densamente popolato nel quale convivevano soldati, artigiani, bottegai, facchini, servitori e famiglie poverissime, ma dove erano fortemente presenti anche gioco d’azzardo, violenza, attività criminali e soprattutto prostituzione.
La presenza di una numerosa popolazione militare aveva favorito il meretricio e nel Settecento le prostitute napoletane erano sottoposte persino a una gabella, regolarmente data in appalto come altre entrate fiscali.
Una tradizione cittadina lega proprio il denaro ricavato dalla tassazione delle meretrici anche ai lavori delle fortificazioni di Castel Nuovo e al curioso nome di Malguadagno attribuito a un suo antico bastione.
Dietro la prostituzione esisteva però una realtà assai più complessa della semplice questione di ordine pubblico. Molte donne provenivano dagli strati più poveri della popolazione e la mancanza di una dote, di un lavoro o di una famiglia in grado di sostenerle poteva renderle particolarmente vulnerabili; le fonti parlano anche di ragazze giovanissime avviate al meretricio. Sarnelli cercò quindi di intervenire non soltanto sulle donne che già si prostituivano, ma su quelle che il linguaggio dell’epoca definiva «fanciulle pericolanti», perché esposte al rischio di finirvi.
Le biografie ricordano il tentativo di procurare loro un lavoro, una sistemazione presso famiglie ritenute affidabili o l’accoglienza nei conservatori femminili; in alcuni casi si parla anche della ricerca di un matrimonio e del contributo necessario a costituire una dote.
Erano forme di assistenza inevitabilmente legate alla morale e alla concezione della donna del Settecento, ma mostrano che la sua azione non si limitava alla predicazione contro il cosiddetto vizio.
Il problema della prostituzione aveva anche un terribile risvolto sanitario. Napoli conosceva da secoli la sifilide, comparsa in forma epidemica in Europa alla fine del Quattrocento e diffusasi rapidamente anche attraverso i rapporti sessuali. La stessa malattia divenne oggetto delle rivalità fra i popoli: in Italia fu chiamata a lungo «mal francese», mentre i francesi utilizzarono anche l’espressione mal de Naples, il “male napoletano”, ciascuno attribuendo in qualche modo all’altro la responsabilità del contagio.
Il termine sifilide sarebbe entrato nella storia della medicina con Girolamo Fracastoro e il suo Syphilis sive morbus gallicus del 1530.
Anche gli Incurabili, fondati all’inizio del Cinquecento da Maria Lorenza Longo per assistere gli ammalati poveri e quanti erano colpiti da malattie difficili da curare, accolsero persone affette dal cosiddetto mal francese. Quelle corsie frequentate da Sarnelli e Alfonso de’ Liguori appartenevano dunque alla stessa geografia della povertà e della malattia che entrambi avevano cominciato a conoscere fuori dai propri ambienti familiari.
Proprio la prostituzione divenne uno dei temi sui quali intervenne con maggiore decisione. Nel 1736 pubblicò a Napoli le Ragioni cattoliche, legali e politiche contro il meretricio, cercando di portare la questione fuori dal solo ambito della predicazione religiosa e dentro una riflessione che coinvolgesse anche le autorità civili. In questa sua pubblicazione egli portò la questione della prostituzione anche sul terreno della discussione pubblica, pubblicando le Ragioni cattoliche, legali e politiche contro il meretricio, affrontando esplicitamente anche il problema di come proteggere le «fanciulle pericolanti». La sua posizione rimaneva naturalmente quella di un sacerdote del Settecento: accanto all’assistenza e al recupero sosteneva anche provvedimenti di controllo e allontanamento delle prostitute dai quartieri più popolati.
CURIOSITA’: Da diversi dato biografici che abbiamo consultato è emerso qualcosa una immagine di padre Sarnelli molto particolare ed interessante da raccontare; non dobbiamo immaginarlo soltanto come il sacerdote che condannava la prostituzione. Era certamente severissimo moralmente e sosteneva anche misure coercitive, ma contemporaneamente cercava lavoro, sistemazione, protezione e, secondo le biografie, perfino doti e matrimoni per consentire ad alcune donne di uscirne. Sarnelli cercava contemporaneamente di soccorrere le donne e di controllare il fenomeno della prostituzione secondo le categorie morali, religiose e giuridiche del suo tempo.
Anche sui “facchinelli. ” abbiamo trovato qualcosa di affascinante . La prima biografia scritta da Alfonso de’ Liguori racconta che Sarnelli andava per le piazze di Napoli a cercare questi bambini, ragazzi poveri che vivevano trasportando merci. Li conduceva a casa propria, insegnava loro il catechismo, li preparava alla confessione e poi dava loro da mangiare. Alfonso ricorda anche la sua assistenza ai bambini affetti da tigna, agli anziani di San Gennaro fuori le mura e ai malati legati al mondo delle galere.
Grazie comunque a quella sua opera nel dicembre dell’anno successivo la Gran Corte della Vicaria emanò un bando che interveniva sulla presenza delle prostitute nella capitale, imponendo loro particolari limitazioni e cercando di concentrarne la presenza in determinate zone. Con questo provvedimento nel 1737 la Gran Corte della Vicaria ordinò infatti alle meretrici di lasciare alcune zone della città e di trasferirsi verso i borghi di Sant’Antonio e Loreto
Erano provvedimenti figli della mentalità del tempo, ben lontani naturalmente dalle moderne politiche sociali, ma mostrano quanto il fenomeno fosse esteso e quanto fosse diventato oggetto di attenzione pubblica nella Napoli del Settecento.
Nell’area di Sant’Antonio, soprattutto intorno all’Imbrecciata, la concentrazione della prostituzione sarebbe aumentata fino a trasformare successivamente quella parte di Napoli in una sorta di distretto del meretricio, sottoposto a controlli e delimitazioni sempre più precise. Gli stessi ordini di trasferimento dovettero essere ripetuti negli anni successivi, segno che allontanare le prostitute dal centro era molto più facile sulla carta che nei vicoli della città.
CURI0SITA’: Già dal Cinquecento l’area immediatamente esterna a Porta Capuana, tra il Borgo Sant’Antonio Abate e l’Imbrecciata, era diventata uno dei principali luoghi cittadini del meretricio. Le fonti ricordano la progressiva concentrazione dei postriboli nell’Imbrecciata; sappiamo inoltre che nel 1737, proprio negli anni in cui Sarnelli conduceva la sua battaglia contro il meretricio, la Gran Corte della Vicaria cercò di allontanare le prostitute dalle zone più centrali indirizzandole verso i borghi di Sant’Antonio e Loreto. Gli ordini successivi mostrano quanto fosse difficile far rispettare questa separazione. Ma il passaggio decisivo avvenne più tardi: nel 1781 un editto concentrò ufficialmente le case di prostituzione nell’area dell’Imbrecciata, che finì effettivamente per assumere le caratteristiche di un vero distretto del sesso a pagamento. Nel 1855 la separazione diventò addirittura fisica: secondo le ricostruzioni storiche, l’area , considerata un vero e proprui ” quartiere a luci rosse ” fu chiusa da un muro con un unico accesso controllato.
N.B. Da notare che il complesso Santa Maria della Fede, nelle immediate vicinanze del Borgo ,dopo la soppressione degli Agostiniani riformati, fu destinato per volontà di Maria Amalia di Sassonia, moglie di Carlo di Borbone, a ritiro femminile e successivamente divenne ospedale per le prostitute.
Nel frattempo il rapporto con Alfonso Maria de’ Liguori era diventato sempre più stretto. Alfonso aveva fondato nel novembre del 1732 la Congregazione del Santissimo Redentore e nel 1733 Sarnelli lo raggiunse a Scala, condividendone le missioni nei paesi della Costiera Amalfitana e dell’entroterra. Dal 1736 tornò a operare prevalentemente a Napoli e nel 1741 organizzò una missione permanente nei sobborghi della città, continuando a rivolgere particolare attenzione alle fasce più povere della popolazione. Accanto all’attività di predicatore e assistenza egli contiuò quella di scrittore .
Il lavoro continuo e una salute già fragile finirono per consumarlo rapidamente. Sarnelli tornò a Napoli gravemente malato e trascorse l’ultimo periodo della propria vita nella casa del fratello. Morì il 30 giugno 1744, a soli quarantun anni, e fu sepolto nella chiesa di Santa Maria dell’Aiuto; le sue spoglie furono successivamente trasferite nella casa dei Redentoristi a Ciorani.
Alfonso, Maria de’ Liguori che lo considerò uno dei suoi compagni più cari, ne avrebbe poi scritto la prima biografia. Il 12 maggio 1996 Giovanni Paolo II lo proclamò beato.





