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Oggi è il 6 settembre e proprio in questo giorno, nel 1921, moriva a Napoli Vincenzo Valente, uno di quei musicisti il cui nome oggi dice forse poco al grande pubblico, mentre le sue melodie accompagnarono per decenni una delle stagioni più felici della canzone e dello spettacolo napoletano.
Nato a Corigliano Calabro nel 1855, Vincenzo Valente, arrivò giovanissimo nella nostra città per studiare musica e qui finì per trascorrere quasi tutta la propria vita artistica, componendo centinaia di canzoni e lavorando accanto a uomini come Salvatore Di Giacomo, Ferdinando Russo, Roberto Bracco, Giovanni Capurro, Aniello Califano e Giambattista De Curtis.
Aveva iniziato la sua vita artistica con studi severi e con la musica sacra, componendo anche due messe, ma la città che incontrò lo portò presto altrove. Napoli viveva allora una stagione irripetibile: poeti, musicisti, editori, attori e cantanti si incontravano, collaboravano, litigavano, scrivevano versi e melodie che spesso passavano in pochissimo tempo da un tavolino di caffè a un teatro, da una festa di Piedigrotta alle strade della città.
In questo contesto egli compose più di quattrocento brani e contribuì’ con la sua musica a dare forma alla grande stagione della canzone napoletana tra Ottocento e Novecento.
Valente entrò pienamente in quel mondo. Già negli anni Ottanta partecipava ai concorsi musicali legati a Piedigrotta e nel 1883 cominciò la lunga collaborazione con Salvatore Di Giacomo musicando ’A capa femmena.
Salvatore Di Giacomo e Vincenzo Valente insieme firmarono quasi quaranta canzoni, tra le quali ’E ccerase, Canzona amirosa, ’A sirena, ’E tre terature e, molti anni dopo, Tango napulitano.

Con Ferdinando Russo il rapporto fu ancora più fecondo: insieme composero quasi settanta composizioni accompagnando con le loro melodie, un momento nel quale Napoli stava inventando non soltanto nuove canzoni, ma anche un nuovo modo di stare sul palcoscenico.
Proprio dall’incontro fra il gusto musicale di Valente, la capacità di Russo di osservare i tipi umani della città e il talento scenico di nuovi personaggi che si affacciavano alla ribalta musicale della città , nacque una delle pagine più divertenti e culturalmente interessanti dello spettacolo napoletano di fine Ottocento.

Grazie a loro e a quel genio di Nicola Maldacea nacque infatti la la macchietta, un genere nel quale canzone e teatro finivano per diventare una cosa sola.
Maldacea era napoletano, attore e cantante, e aveva capito che per far ridere non era necessario inventare personaggi lontani dalla realtà. Bastava guardarsi intorno. L’elegante vanitoso, il nobile spiantato, il falso devoto, il guappo, il marito tradito, il cicerone ignorante, il borghese che cercava disperatamente di apparire ciò che non era: la città forniva continuamente materiale. Maldacea li osservava, li trasformava con trucco, abiti, voce e gestualità e li riportava sul palcoscenico leggermente deformati, abbastanza perché il pubblico ridesse, ma non tanto da impedirgli di riconoscerli.

Valente e Russo ne furono tra i protagonisti. Nel 1891 arrivarono L’elegante e Pozzo fa’ ’o prevete?, considerate tra i primi esempi compiuti della canzone-macchietta. Maldacea le portava nei café-chantant, soprattutto in quel Salone Margherita che proprio in quegli anni stava diventando uno dei luoghi simbolo della nuova vita notturna napoletana. Qualche anno più tardi arrivò ’O pezzente ’e San Gennaro, ancora una volta costruita su uno di quei personaggi nei quali il pubblico poteva riconoscere immediatamente un pezzo della propria città.
Valente, però, non fu soltanto il musicista delle macchiette. Sapeva passare dalla comicità alla canzone sentimentale e lavorò con quasi tutti i grandi autori della sua epoca. Roberto Bracco gli diede i versi di Comme te voglio amà! e ’A primma vota; con Giambattista De Curtis scrisse Ninuccia; con *Giovanni Capurro Ttippete-ttappete; con Aniello Califano arrivò, ormai negli ultimi anni della sua attività, Tiempe belle. Musicò perfino versi di Giosuè Carducci nella romanza Amate!.
La sua casa divenne essa stessa un piccolo punto d’incontro di quel mondo. Fu proprio in casa Valente che un Giambattista De Curtis appena ventenne gli mostrò i versi di ’A pacchianella. Valente li mise in musica e quella collaborazione segnò l’esordio di De Curtis come poeta di canzoni dialettali. Anche questo piccolo episodio dice molto di come funzionasse allora la cultura musicale napoletana: i protagonisti di quella stagione non vivevano in compartimenti separati, ma si frequentavano e spesso una canzone nasceva da un incontro personale prima ancora che da un rapporto professionale.
La fama di Valente nel frattempo era cresciuta al punto che nel 1888, durante la visita a Napoli dell’imperatore tedesco Guglielmo II, gli venne affidata la direzione del concerto organizzato per l’occasione; compose anche una Serenata su versi di Ferdinando Russo. Due anni dopo fu nominato cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia.
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Continuò a scrivere per decenni, mentre intorno a lui cambiava anche il modo di ascoltare la musica. Alla Piedigrotta ottocentesca si erano affiancati gli editori musicali, i café-chantant e il varietà; le canzoni uscivano dai confini della città e cominciavano a circolare in Italia e all’estero. Valente attraversò quasi interamente questa trasformazione, mantenendo un legame particolare con quella lingua napoletana che Di Giacomo, Russo, Bracco, Capurro e gli altri gli affidavano perché diventasse musica.
Negli ultimi anni abitava al Rettifilo, in via Saverio Baldacchini, dove aveva anche aperto una scuola di canto frequentata da giovani che speravano di entrare nel mondo del varietà. La sua ultima canzone fu È Napule!, composta nel 1921 su versi di Edoardo Nicolardi.
Il 6 settembre dello stesso anno, nel primo pomeriggio, Vincenzo Valente morì nella sua casa napoletana. Aveva sessantasei anni ed era la vigilia di quella Piedigrotta alla quale aveva legato tanta parte della propria carriera.
Il giorno seguente si celebrarono i funerali. A salutarlo pubblicamente fu Libero Bovio, che pronunciò l’orazione funebre per l’uomo che aveva musicato centinaia di versi dei poeti napoletani della generazione precedente.
Sui giornali quel saluto ebbe un titolo molto semplice:
«L’ultimo grande musicista popolare è morto».
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