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Oggi è il 2 settembre e proprio in questo giorno, nel 1875, nasceva a Pozzuoli Ezechiele Guardascione, un pittore che trascorse buona parte della propria vita osservando il golfo nelle ore in cui il mare sembra perdere i suoi colori più accesi e Napoli, Pozzuoli, le barche e i moli acquistano quella luce incerta che precede la sera.
Figlio di Vincenzo, proprietario terriero, e di Rosa e la sua formazione avvenne a Napoli, all’Istituto di Belle Arti, sotto la guida di Filippo Palizzi, mentre vi insegnava ancora Domenico Morelli.
Era una scuola nella quale continuava a vivere una delle esperienze più importanti della pittura napoletana dell’Ottocento: quella ricerca del vero che aveva progressivamente allontanato molti artisti dalle convenzioni accademiche per riportarli davanti alla natura, alla luce e alla realtà quotidiana.
Non poteva esserci scuola migliore per un giovane attratto dal paesaggio: Palizzi ne era stato uno dei maggiori interpreti e Guardascione assimilò quella lezione senza diventarne un semplice continuatore, trovando presto nel paesaggio marino e nelle atmosfere del golfo una sensibilità molto personale.
Guardascione, liberando la sua pittura dalle convenzioni accademiche, trovò però presto un linguaggio proprio. Non era tanto il mare spettacolare delle grandi vedute a interessarlo, quanto il porto quando il lavoro cominciava a fermarsi, le paranze, le barche alla fonda, le banchine e quella luce incerta che confonde lentamente i contorni.
Preferiva quindi alle grandi vedute del golfo le marine dei porti di Napoli e Pozzuoli nelle loro «ore misteriose e silenti» ore del tramonto.
Ben presto divenne un impressionista d’ingegno vivace e versatile capace di lavorare con la stessa disinvoltura a tempera ed a olio.
Il riconoscimento arrivò presto. Nel 1898, a ventitré anni, partecipò all’Esposizione nazionale di Torino con Nel pantano, una veduta della tenuta reale di Licola che ottenne il primo premio.
Visse a Pozzuoli fino alla fine dell’ottocento partecipando alla vita culturale della città intrecciando fertili rapporti con colleghi artisti e letterati, ospiti della sua casa che svolge funzione di cenacolo culturale
Nel 1910 inizia ad operare da uno studio galleggiante; una chiatta messa a sua disposizione da un industriale del carbone, il commendatore Roberto De Sanna che per un certo tempo era stato anche impresario del teatro San Carlo nonché amico ed ispiratore di Eduardo Scarfoglio.
Continuò a esporre alla Promotrice napoletana Salvator Rosa e nel 1911 Il porto venne premiato dal Regio Istituto d’Incoraggiamento. Nel 1924 arrivò alla Biennale di Venezia con Sera a Pozzuoli e vi tornò nel 1928 con Castello e barche.
Ma fermarsi ai suoi quadri significherebbe raccontare soltanto una parte di Guardascione.
La sua casa di Pozzuoli divenne infatti un piccolo cenacolo frequentato da artisti e letterati e, con il passare degli anni, alla pittura affiancò sempre più intensamente l’insegnamento, la critica e la promozione della cultura artistica napoletana. Conobbe Benedetto Croce e Salvatore Di Giacomo, che gli furono amici, e nel 1924 dedicò un importante studio a Gioacchino Toma, pittore del quale contribuì a rivalutare proprio quella sobrietà cromatica che altri avevano considerato un limite.
Non gli mancava neppure il gusto della polemica. Nel 1928 pubblicò un articolo duramente critico nei confronti di Vincenzo Gemito, allora all’apice della celebrità. Nell’ambiente artistico napoletano la reazione fu tale che qualcuno arrivò a chiedere la sua esclusione dalla Biennale di Venezia. Guardascione non negava il talento di Gemito, ma ne contestava quella che considerava una sopravvalutazione critica: una posizione discutibile, certamente, ma anche indicativa di un uomo poco disposto ad adeguarsi alle opinioni dominanti.
Alcune tracce del suo lavoro sono ancora dentro luoghi che molti napoletani frequentano senza associarli al suo nome.
Quel rapporto con Napoli non rimase infatti confinato alle sole tele da cavalletto. Ancora oggi chi entra nel Gambrinus può incontrare qualcosa del suo lavoro nei paesaggi realizzati per le sovrapporte, mentre a Palazzo Zevallos Stigliano, quando l’edificio divenne sede della Banca Commerciale Italiana, Guardascione decorò il vestibolo con scene capresi d’ispirazione settecentesca. Nel 1940 gli fu affidata anche una realizzazione di dimensioni completamente diverse: per la Mostra d’Oltremare dipinse un enorme telone, circa venti metri per venti, con una prospettiva marina nella quale comparivano mare, navi, moli, torri, montagne e nuvole. Quell’opera è purtroppo andata perduta.
Nel 1943, mentre Napoli viveva uno degli anni più terribili della propria storia, pubblicò Napoli pittorica. Ricordi d’arte e di vita, raccogliendo testimonianze e riflessioni su quel mondo artistico ottocentesco del quale si sentiva ormai anche custode. Un interessante libro da leggere tutto d’un fiato, con gustose note di vita puteolana.
Personaggio stravagante, benevolmente definito Ingordo Autodidatta da Gianni Race, era un uomo eclettico e incline al cambiamento. Si dilettava di poesia e raccolse un’importante collezione di statuine settecentesche da presepe con la quale allesti’ presepi scenografici a scopo benefico il cui ricavato veniva destinato sopratutto per le opere assistenziali del partito fascista .
Guardascione è una figura ancora da indagare; la causa principale del disinteresse storiografico e critico è da ricercare verosimilmente nella sua compromettente e piena adesione al fascismo.
Muore a Napoli il 23 novembre 1948 e questo comune dedica alla sua memoria una piazzetta di Ponticelli, già detta di San Rocco, situata sul retro dell’ospedale “Villa Betania”.
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