Loading

L’antica festa della Nzegna è stata dagli inizi dell’ Ottocento fino al 1953, la più importante festa popolare  a Napoli dopo quella di Piedigrotta.

Celebrata  nell’antico borgo di Santa Lucia, era legata alla devozione per la Madonna della Catena, venerata nella piccola chiesa sorta nel Cinquecento quando il mare arrivava praticamente davanti alla sua porta. Si narra, infatti, di un episodio miracoloso che lega la Madonna della Catena ai marinai. Nella chiesa di Santa Maria del Porto a Palermo furono incatenati e condannati ingiustamente a morte tre marinai. Fu l’intervento della Vergine, che spezzò le catene, a decretarne la salvezza.

Da allora e per lunghi anni, per generazioni i luciani celebravano la loro festa ( fino agli anni 50 ) ogni anno nell’ultima domenica del mese, ma per ben  comprenderla bisogna però dimenticare per qualche momento la Santa Lucia che conosciamo oggi , cioè quella di  prima delle grandi trasformazioni urbanistiche che ne modificarono il volto tra Ottocento e Novecento.

Tornate per un momento indietro nel tempo e immaginate un borgo di pescatori e marinai disteso ai piedi di Pizzofalcone, a poca distanza da Palazzo Reale. Il mare entrava nella vita quotidiana delle famiglie, le barche erano strumenti di lavoro prima ancora che di svago e i luciani erano conosciuti in tutta Napoli per la loro abilità nel nuoto e nella pesca. Quasi a contatto con il mare si trovava nel quartiere napoletano del Pallonetto, una piccola chiesa alla quale era legata una festa  durante la quale veniva  poi incendiata sulla spiaggia una barca, intorno a cui erano poi organizzati canti e balli.

Ora prima di continuare bisogna cercare di capire l’incredibile rapporto che all’epoca esisteva tra i luciani e il re Ferdinando . Un rapporto” familiare ” che persino Tanucci guardava con una certa preoccupazione. Con questa popolazione di pescatori e marinai ,che viveva a pochi centinaia di metri da Plazzo Reale , ai piedi di Pizzofalcone,il sovrano stabilì un rapporto assai particolare.

Ferdinando IV amava il mare e la pesca e frequentava quei pescatori, considerati in tutta Napoli per la loro abilità nel nuoto e nella pesca. Essi erano  uomini che trascorrevano buona parte della giornata sull’acqua e quindi erano degli eccellenti marinai. Il sovrano amava questa gente e con loro stabilì nel corso del tempo  una confidenza poco compatibile con la rigida etichetta delle corti europee. Il re poteva uscire da  Palazzo Reale e raggiungere il Molosiglio e imbarcarsi con loro, affidandosi a uomini che conoscevano ogni corrente e ogni scoglio del golfo. Parlava spesso la loro stessa lingua, il napoletano, condivideva la passione per la pesca e finì per diventare, nella memoria del borgo, una figura molto più familiare di quanto normalmente potesse esserlo un sovrano.

I Luciani d’altro canto, erano dei sudditi molto fedeli al re e mostravano al sovrano continuamente la loro riconoscenza per essere scelti tra i marinai della flotta borbonica.  Essi , erano infatti  abilissimi marinai e la maggior parte di loro prestava servizio nelle flotte borboniche.

N.B. I Luciani erano  molto orgogliosi del loro essere marinai e all’epoca di Ferdinando IV erano conosciuti in tutta la città poiché fornivano alla flotta borbonica, il più alto numero di marinai  provvedendo  ad equipaggiare le navi dell’esercito navale con gli uomini migliori..

La  loro  fedeltà era d’altronde molto ricambiata da Ferdinando IV che amava stare tra di loro e travestirsi da pescatore. Egli mischiandosi alla gente, si divertiva a fare pernacchie ai nobili e alla regina Maria Carolina e non era raro vederlo vendere il pesce che aveva appena pescato o mangiare pizze e maccheroni con le mani tra le risate di quel  popolo.

Ferdinando aveva un rapporto strettissimo con il quartiere di Santa Lucia. Numerosi sono gli aneddoti che ci riportano dell’abitudine di Ferdinando di mischiarsi ai lazzari di Santa Lucia.
E soprattutto Ferdinando era legatissimo agli ostricari di Santa Lucia. Erano i suoi fedelissimi fornitori dei frutti di mare di cui era golosissimo ma soprattutto era una corporazione devota alla dinastia Borbone. Una gran parte degli ufficiali della marina borbonica erano “luciani “,originari cioè del quartiere di Santa Lucia.

Fra le tante usanze e feste popolari devozionali , quella della Nzegna , fatta dai luciani , che erano i veri protagonisti della festa , veniva  considerata dal re una importante celebrazione marinaresca a cui dare grossa importanza. La festa , veniva  organizzata dai Luciani per  chiudere ogni anno il loro lucroso mercato dell’acqua e con il consenso del re Lazzarone si diffuse quindi rapidamente in città , riuscendo a sopravvivere fino agli anni 50 del secolo scorso. Fatta in onore della Madonna della Catena , la festa aveva comunque connotati pagani rituali e sociali molto importanti ,

Questa festività infatti aboliva per un giorno la distinzione sociali, tutti e nessuno erano re e regine come tutti erano un solo popolo uniti da una sola lingua: il napoletano.

Durante la gioiosa festa , i Luciani erano soliti indossare un abito nuovo dopo aver gettato nel fuoco il vecchio, e con questi andare poi in giro per la città i insieme ad un gruppo di scugnizzi e un ” Pazzariello ” che attirava l’attenzione .
La mattina, fregiati il capo con un berretto rosso dai colori borbonici , i Luciani del borgo si radunavano  tutti  davanti alla chiesa di Santa Maria della Catena  per ringraziare la la Madonna per poi proseguire in corteo nel nel Borgo di Santa Lucia sotto  Castel dell’Ovo  fra musica, canti e balli locali.

N.B. In questo euforico generalizzato clima gaudente ,  chiunque passeggiasse d’estate sulla Riviera di Santa Lucia, rischiava di essere buttato a mare per scherzo tra le risate dei vari spettatori partecipanti alla festa che poi provvedevano a tirarli fuori dall’acqua tuffandosi essi stessi in mare ( qui nacquero i famosi gavettoni  di ogni estate a mare ) .Ovviamente ai poveri succubi dello scherzo poi veniva offerto , per farli un po riprendere dall’eventuale spavento , un bel bicchiere colmo d’acqua fresca e frizzante di suffregna servita con limone ed  un pizzico di bicarbonato,  servito, per renderla ancora più gustoso dalle dolci mani  delle procaci e sensuali belle luciane.

I riti della festa considerata per lunghi anni ,una delle più singolari tradizioni popolari della vecchia Napoli,  avevano inizio al mattino, con il raduno dei luciani davanti alla Chiesa di Santa Maria della Catena. Vestiti con abiti nuovi e berretto rosso, i marinai si recavano a ringraziare la Madonna.
Dalla chiesa di Santa Maria della Catena, a mezzogiorno del 10 agosto, si muoveva un corteo di “luciani” che tra balli, canti e musica, capitanati da un “Pazzariello”, che faceva da giullare insiame ad  una folla di scugnizzi, accompagnavano  la parata dal Castel dell’Ovo fino a Piazza del Plebiscito.  Durante il tragitto, arrivato in piazza Plebiscito, si aggiungevano al corteo numerosi finti cortigiani e un uomo e una donna, di una certa età che a bordo di una carrozza,  travestiti con abiti regali interpretavano  re Ferdinando I e dalla regina Maria Carolina .
N.B.Spesso però queste persone non erano gli unici Reali a partecipare alla festa poiché non era difficile vedere tra la folla lo stesso re borbonico, prima Ferdinando I e poi Ferdinando II, che assisteva divertito alla manifestazione.
Questi scortati da un festante corteo di popolo e da finti soldati borbonici, sfilavano in una  lunga processione  per le vie del quartiere sostando  davanti a Palazzo Reale, e terminando poi  il suo percorso  al Borgo Marinari,. Qui  i finti  reali  che interpretavano la coppia reale si spostavano su un palchetto allestito in acqua, per assistere ai giochi in mare, dal quale puntalmente si  ripeteva l’umile gesto di Re Ferdinando, che per venerare la madre di Dio si gettava  vestito in mare”.  Ad esso seguiva un folle bagno di gruppo, inteso come rito purificatore e propiziatorio. Qui infatti capitava e non di rado che durante il rito , giovani aspiranti pescatori , e  marinai venissero  gettati a mare per compiere un bagno purificatore e propiziatore e venire  poi  ripescati in un secondo momento.. Era  una sorta di iniziazione al mare e una demonizzazione ai suoi possibili rischi e pericoli.
Il corteo infine si recava al Molo Beverello   dove un gruppo didi barche addobbate con bandiere e insegne colorate ( da cui Nzegna ) erano pronte  per prendere il largo; i Luciani seguiti dal corteo reale, salivano quindi a questo punto sulle barche per intraprendere il famoso rito purificatore nel quale si recitando preghiere al mare  chiedevano grazie alla Madonna della Catena .
La festa continuava per tutto questo tempo tra musica, barche, cibo, scherzi e soprattutto , il grande bagno collettivo: dove i luciani si gettavano in mare vestiti e poteva capitare che anche qualche malcapitato spettatore venisse preso di peso e scaraventato nell’acqua.
CURIOSITA ‘: Le descrizioni ottocentesche ricordano uomini che correvano verso l’acqua senza spogliarsi e vi si tuffavano tra le risate della folla; qualche spettatore che aveva avuto l’imprudenza di avvicinarsi troppo poteva essere afferrato e trascinato con loro. Non era un’aggiunta bizzarra alla festa, ma un gesto perfettamente comprensibile in un quartiere che viveva del mare e nel mare riconosceva quasi una propria identità

I Borbone erano molto affezionati a questa tradizione. Infatti, si narra che amassero camuffarsi con dei travestimenti per prendere parte alla festa in maniera anonima. Per loro era un’occasione per trascorrere una giornata nelle vesti dell’uomo qualunque. Il corteo terminava con il ritorno sul litorale al quale seguiva un folle bagno di gruppo, inteso come rito purificatore e propiziatorio.

Lo  strano nome di ‘ Nzegna ‘,  pare prendesse origine secondo alcuni storici  dalle varie insegne colorate e le bandiere che adornavano le barche dei pescatori di Santa Lucia , mentre secondo gli abitanti del borgo ( i luciani ) essa prendeva questo nome solo dalla parola ” insegnare ” in dialetto napoletano ( appunto Nzegna ) che in questo caso veniva usato come ammaestramento al mare che se non ben conosciuto poteva essere causa causa di incauti e pericolosi  scherzi del destino a chi lo affrontava ,senza un ‘adeguato precedente addestramento  .

Secondo alcuni racconti che glia antichi abitanti del borgo si tramandano la ” nzegna “cioè  l’insegna, la bandiera deriva invece dal fatto che durante questa festa veniva insaponato  totalmente il  palo pricipale dell’imbarcazione proteso sul mare che i ragazzi dovevano tentare di raggiungere senza cadere in acqua.. Secondo altri invece il termine pari che derivi solo dall partica di  insegnare a nuotare ai giovani ragazzi. Infatti tutti i più giovani in quella circostanza si buttavano in acqua gridando guarda cche io nun saccio nuotà… e quindi si trattava di una sorta di battesimo dell’acqua rivolto ai giovani che non sapevano nuotare.

CURIOSITA’ :Secondo alcune fonti in tale data si rievocava il miracoloso ritrovamento,e successivamente il 28 agosto nel avvenuto nel 1759 nelle acque di Santa Lucia, di una Madonnina perfettamente conservata all’interno di una cassa incatenata.

La ” nzegna ” era una  festa che si celebrava a Napoli inizialmente nel  giorno di San Lorenzo, e successivamente il 28 agosto nel giorno di S. Agostino,  mentre solo in un secondo momento  acquisi l’abitudine di svolgersi nell’ultima domenica del mese di agosto ,

Dopo l’Unità d’Italia la Festa della ‘Nzegna fu celebrata il 15 luglio in concomitanza con la Festa del Carmine. Ma la memoria di Ferdinando , il re nasone , non scomparve. Essa continuò a sopravvivere alla morte dello stesso sovrano. La festa continuò infatti a celebrare il suo re lazzarone con il quale aveva un rapporto speciale : dopo la  sua  morte un abitante del quartiere veniva scelto per impersonare Ferdinando IV e una donna interpretava Maria Carolina. Sfilavano in abiti reali, tra applausi, scherzi e acclamazioni popolari. La tradizione popolare quindi  sopravvisse incredibilmente anche dopo la fine del Regno delle Due Sicilie e risulta praticata ancora nel Novecento. Una fotografia conservata del 1953 documenta proprio una delle ultime edizioni della ’Nzegna.

Il Regno delle Due Sicilie cessò di esistere nel 1861, mentre la ’Nzegna continuò a conservare la figura di Ferdinando nella memoria collettiva di Santa Lucia. Non era più il ricordo politico di una monarchia, quanto quello, tramandato da una generazione all’altra, del re che i racconti del borgo continuavano ad associare alle barche, alla pesca e ai luciani.

La   festa riuscì ad attraversare l’Ottocento e ad arrivare fino al Novecento, anche se già nei primi anni del secolo le autorità cercavano di contenere gli aspetti più pericolosi di quel bagno collettivo. Nel 1953 la ’Nzegna ebbe il suo ultimo, tragico capitolo: durante i giochi in mare un ragazzo morì annegato. Dopo quell’incidente le proibizioni divennero più severe e una consuetudine che aveva accompagnato per generazioni la vita dei luciani finì per scomparire insieme a buona parte del mondo che l’aveva prodotta. Di quell’ultima stagione rimangono anche alcune fotografie: uomini e ragazzi in acqua, una folla sulla banchina, frammenti reali di una Santa Lucia che oggi facciamo quasi fatica a riconoscere.

Poi arrivarono le  grandi colmate e le trasformazioni urbanistiche che difatto   allontanarono  il mare dalle case, modificando uno dei rapporti più antichi e profondi della zona. La chiesa della Madonna della Catena, che un tempo sorgeva quasi sulla riva, si ritrovò progressivamente separata dall’acqua da strade e nuovi edifici. Il vecchio borgo marinaro cominciava a diventare la Santa Lucia che conosciamo oggi e insieme alla sua forma urbana cambiavano inevitabilmente anche abitudini e riti.

Quella stessa chiesa conserva, peraltro, una delle più singolari contraddizioni della storia napoletana. Vi riposa Francesco Caracciolo, l’ammiraglio che nel 1799 aderì alla Repubblica Napoletana e che, dopo la restaurazione borbonica, fu condannato a morte e impiccato all’albero della fregata Minerva. Il corpo venne gettato in mare e furono proprio i pescatori di Santa Lucia a recuperarlo e a dargli sepoltura nella loro chiesa. Il luogo di culto di una comunità che avrebbe conservato così a lungo un’affettuosa memoria popolare dei Borbone finì dunque per custodire anche uno degli uomini messi a morte dopo il ritorno di Ferdinando.

Oggi, percorrendo Santa Lucia, è difficile immaginare il mare sotto le vecchie case, gli uomini con gli abiti della domenica che corrono verso l’acqua, le barche affollate e quel Ferdinando IV impersonato da un abitante del borgo accanto alla sua Maria Carolina. Eppure quella scena appartenne realmente alla vita della città e riuscì a sopravvivere molto più a lungo di quanto si potrebbe pensare.

Dentro la ’Nzegna c’èra molto più di una pittoresca festa napoletana. C’èla storia di Santa Lucia prima della colmata, dei suoi pescatori, della Madonna della Catena, di un sovrano che amava andare per mare con i luciani e di una comunità capace di conservare per generazioni i propri riti anche quando il mondo nel quale erano nati stava scomparendo.

Domenica 30 agosto, ultima domenica del mese, il calendario ci restituisce almeno per un giorno il ricordo di quella Santa Lucia. Quella dei luciani, delle barche, del re pescatore e degli abiti nuovi destinati a finire in mare.

’Le grandi colmate e le trasformazioni urbanistiche avevano infatti allontanato il mare dalle case, modificando uno dei rapporti più antichi e profondi della zona. La chiesa della Madonna della Catena, che un tempo sorgeva quasi sulla riva, si ritrovò progressivamente separata dall’acqua da strade e nuovi edifici. Il vecchio borgo marinaro cominciava a diventare la Santa Lucia che conosciamo oggi e insieme alla sua forma urbana cambiavano inevitabilmente anche abitudini e riti.

Quella stessa chiesa conserva, peraltro, una delle più singolari contraddizioni della storia napoletana. Vi riposa Francesco Caracciolo, l’ammiraglio che nel 1799 aderì alla Repubblica Napoletana e che, dopo la restaurazione borbonica, fu condannato a morte e impiccato all’albero della fregata Minerva. Il corpo venne gettato in mare e furono proprio i pescatori di Santa Lucia a recuperarlo e a dargli sepoltura nella loro chiesa. Il luogo di culto di una comunità che avrebbe conservato così a lungo un’affettuosa memoria popolare dei Borbone finì dunque per custodire anche uno degli uomini messi a morte dopo il ritorno di Ferdinando.

Dentro la ’Nzegna c’è quindi molto più di una pittoresca festa napoletana. C’è la storia di Santa Lucia prima della colmata, dei suoi pescatori, della Madonna della Catena, di un sovrano che amava andare per mare con i luciani e di una comunità capace di conservare per generazioni i propri riti anche quando il mondo nel quale erano nati stava scomparendo.

 

Oggi, percorrendo Santa Lucia, è difficile immaginare il mare sotto le vecchie case, gli uomini con gli abiti della domenica che corrono verso l’acqua, le barche affollate e quel Ferdinando IV impersonato da un abitante del borgo accanto alla sua Maria Carolina. Eppure quella scena appartenne realmente alla vita della città e riuscì a sopravvivere molto più a lungo di quanto si potrebbe pensare.Domenica 30 agosto, ultima domenica del mese, il calendario ci restituisce almeno per un giorno il ricordo di quella Santa Lucia. Quella dei luciani, delle barche, del re pescatore e degli abiti nuovi destinati a finire in mare.

 

Note

Ferdinando IV e i luciani

Ferdinando aveva un rapporto personale con i pescatori di Santa Lucia. Le fonti ricordano la sua passione per pesca e nuoto e la frequentazione dei luciani, considerati eccellenti marinai. Il re poteva uscire da Palazzo Reale e raggiungere il Molosiglio per andare a pescare e nuotare con loro. Persino Tanucci guardava con una certa preoccupazione a questa familiarità del sovrano con il popolo.

Ed è proprio questo rapporto che finì dentro la ’Nzegna.

La festa prevedeva musica, barche, cibo, scherzi e soprattutto il grande bagno collettivo: i luciani si gettavano in mare vestiti e poteva capitare che anche qualche malcapitato spettatore venisse preso di peso e scaraventato nell’acqua.

Una descrizione ottocentesca del 1853 racconta proprio i luciani che correvano verso la riva e si buttavano in mare senza neppure togliersi i vestiti.

Ma c’era anche la rappresentazione dei sovrani.

Dopo la morte di Ferdinando, un abitante del quartiere veniva scelto per impersonare Ferdinando IV e una donna interpretava Maria Carolina. Sfilavano in abiti reali, tra applausi, scherzi e acclamazioni popolari. La tradizione sopravvisse incredibilmente anche dopo la fine del Regno delle Due Sicilie e risulta praticata ancora nel Novecento. Una fotografia conservata del 1953 documenta proprio una delle ultime edizioni della ’Nzegna.

E questo ci offre un tema molto più profondo della semplice festa folkloristica:

perché proprio Santa Lucia rimase così legata ai Borbone?

Potremmo raccontare i luciani, pescatori e marinai che vivevano praticamente alle spalle di Palazzo Reale; Ferdinando che pescava e nuotava con loro; la Madonna della Catena; la chiesa affacciata direttamente sul mare prima della colmata; la ’Nzegna; il bagno rituale; la finta corte borbonica; e infine la trasformazione urbanistica che cancellò quasi completamente quel mondo.

C’è persino un magnifico paradosso storico dentro Santa Maria della Catena: proprio la chiesa attorno alla quale si raccoglieva una popolazione tradizionalmente legata alla monarchia custodisce oggi la memoria e i resti di Francesco Caracciolo, l’ammiraglio della Repubblica Napoletana del 1799 fatto impiccare dopo il processo presieduto da Nelson.

E abbiamo addirittura già parlato della ’Nzegna sul sito di Cose di Napoli: nel vostro articolo dedicato al Borgo di Santa Lucia viene ricordato Ferdinando «Nasone»,

Dopo la morte di Ferdinando,  la memoria del sovrano continuò a vivere nella festa. Un luciano veniva scelto per impersonare Ferdinando IV, mentre una donna del borgo interpretava Maria Carolina. Vestiti da sovrani, sfilavano davanti alla popolazione in una rappresentazione nella quale devozione, teatro popolare, nostalgia e presa in giro finivano per confondersi.

È forse questo l’aspetto più interessante della ’Nzegna.

Il Regno delle Due Sicilie scomparve nel 1861, ma nel borgo di Santa Lucia Ferdinando continuò simbolicamente a tornare.

Non attraverso una celebrazione ufficiale o un monumento, ma attraverso la memoria popolare di pescatori e marinai che per generazioni avevano tramandato il ricordo di quel re che andava in barca con loro.

La tradizione riuscì a sopravvivere persino nel Novecento. Una fotografia del 1953 conserva ancora l’immagine di una delle ultime edizioni della ’Nzegna e ci mostra quanto a lungo quel rito sia riuscito a resistere alle trasformazioni della città.

Nel frattempo, però, Santa Lucia era cambiata completamente.

Tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento le grandi trasformazioni urbanistiche e le colmate modificarono profondamente il rapporto del borgo con il mare. Dove un tempo l’acqua arrivava sotto le case comparvero nuove strade e nuovi edifici.

La chiesa di Santa Maria della Catena, costruita nel 1576 e un tempo quasi affacciata sull’acqua, rimase progressivamente lontana dalla riva.

Ed è proprio quella piccola chiesa a custodire un altro sorprendente frammento della storia napoletana.

Al suo interno riposa infatti Francesco Caracciolo, ammiraglio napoletano che nel 1799 aderì alla Repubblica Napoletana e che, dopo la restaurazione borbonica, venne processato e impiccato all’albero della fregata Minerva. Il suo corpo fu gettato in mare e successivamente recuperato dai pescatori di Santa Lucia, che gli diedero sepoltura nella loro chiesa.

Una singolare contraddizione della storia: nel luogo intorno al quale si raccoglieva una comunità rimasta così profondamente legata ai Borbone riposa uno degli uomini messi a morte dopo la caduta della Repubblica del 1799.

Oggi della vecchia ’Nzegna resta soprattutto il ricordo.

È difficile, camminando lungo Santa Lucia, immaginare uomini e donne che corrono vestiti verso il mare, barche cariche di persone, un pescatore trasformato per un giorno in Ferdinando IV e una donna del borgo nei panni di Maria Carolina.

Eppure per molto tempo quella scena appartenne davvero alla vita della città.

La ’Nzegna raccontava qualcosa che andava oltre la festa stessa: il rapporto di un quartiere con il proprio mare, la solidarietà di una comunità di pescatori e quella singolare familiarità che aveva legato il popolo di Santa Lucia alla corte borbonica che abitava poche centinaia di metri più in là.

Poi Napoli cambiò, il mare venne allontanato dalle case e molte di quelle consuetudini scomparvero insieme al mondo che le aveva prodotte.

 

 

 

La festa riuscì ad attraversare l’Ottocento e ad arrivare fino al Novecento, anche se già nei primi anni del secolo le autorità cercavano di contenere gli aspetti più pericolosi di quel bagno collettivo. Nel 1953 la ’Nzegna ebbe il suo ultimo, tragico capitolo: durante i giochi in mare un ragazzo morì annegato. Dopo quell’incidente le proibizioni divennero più severe e una consuetudine che aveva accompagnato per generazioni la vita dei luciani finì per scomparire insieme a buona parte del mondo che l’aveva prodotta. Di quell’ultima stagione rimangono anche alcune fotografie: uomini e ragazzi in acqua, una folla sulla banchina, frammenti reali di una Santa Lucia che oggi facciamo quasi fatica a riconoscere.

Sfortunatamente, fu proprio durante il bagno dell’ultima edizione della festa che si verificò un tragico incidente. Di conseguenza la celebrazione fu sospesa per non essere mai più ripristinata.

I

 

 

 

 

 

I Luciani erano pertanto dei sudditi molto fedeli al re e la loro  fedeltà era d’altronde molto ricambiata da Ferdinando IV che amava stare tra di loro e travestirsi da pescatore. Egli mischiandosi alla gente, si divertiva a fare pernacchie ai nobili e alla regina Maria Carolina e non era raro vederlo vendere il pesce che aveva appena pescato e mangiare pizze e maccheroni con le mani tra le risate di quel  popolo.

Ferdinando aveva un rapporto strettissimo con il quartiere di Santa Lucia. Numerosi sono gli aneddoti che ci riportano dell’abitudine di Ferdinando di mischiarsi ai lazzari di Santa Lucia.
E soprattutto Ferdinando era legatissimo agli ostricari di Santa Lucia. Erano i suoi fedelissimi fornitori dei frutti di mare di cui era golosissimo ma soprattutto era una corporazione devota alla dinastia Borbone. Una gran parte degli ufficiali della marina borbonica erano “luciani “,originari cioè del quartiere di Santa Lucia.

Fra le tante usanze e feste popolari devozionali , quella della Nzegna , fatta dai luciani , che erano i veri protagonisti della festa , veniva  considerata dal re una importante celebrazione marinaresca a cui dare grossa importanza.

La festa , veniva  organizzata dai Luciani per  chiudere ogni anno il loro lucroso mercato dell’acqua e con il consenso del re Lazzarone si diffuse quindi rapidamente in città , riuscendo a sopravvivere fino agli anni 50 del secolo scorso. Fatta in onore della Madonna della Catena , la festa aveva comunque connotati pagani rituali e sociali molto importanti ,

Questa festività infatti aboliva per un giorno la distinzione sociali, tutti e nessuno erano re e regine come tutti erano un solo popolo uniti da una sola lingua: il napoletano.

Durante la gioiosa festa , i Luciani erano soliti indossare un abito nuovo dopo aver gettato nel fuoco il vecchio, e con questi andare poi in giro per la città i insieme ad un gruppo di scugnizzi e un ” Pazzariello ” che attirava l’attenzione .
La mattina, fregiati il capo con un berretto rosso dai colori borbonici , i Luciani del borgo si radunavano  tutti  davanti alla chiesa di Santa Maria della Catena  per ringraziare la la Madonna per poi proseguire in corteo nel nel Borgo di Santa Lucia sotto  Castel dell’Ovo  fra musica, canti e balli locali.

In questo euforico generalizzato clima gaudente ,  chiunque passeggiasse d’estate sulla Riviera di Santa Lucia, rischiava di essere buttato a mare per scherzo tra le risate dei vari spettatori partecipanti alla festa che poi provvedevano a tirarli fuori dall’acqua tuffandosi essi stessi in mare ( qui nacquero i famosi gavettoni  di ogni estate a mare ) .

Ovviamente ai poveri succubi dello scherzo poi veniva offerto , per farli un po riprendere dall’eventuale spavento , un bel bicchiere colmo d’acqua fresca e frizzante di suffregna servita con limone ed  un pizzico di bicarbonato,  servito, per renderla ancora più gustoso dalle dolci mani  delle procaci e sensuali belle luciane.

 

La ” ‘nzegna ” era la festa che si celebrava a Napoli il giorno di San Lorenzo, dagli inizi dell’ Ottocento fino al 1953 nella zona di Santa Lucia. Dalla chiesa di Santa Maria della Catena, a mezzogiorno del 10 agosto, si muoveva un corteo di “luciani” in costume borbonico, che seguiva una carrozza sulla quale aveva preso posto una coppia non giovane, nei panni di Ferdinando IV e di Maria Carolina. I reali precedevano uno stuolo di popolani travestiti da dignitari che, giunti al mare, venivano scaraventati in acqua, come in un rito ancestrale. Perciò ‘nzegna, cioè insegnamento, ammaestramento al mare e agli scherzi del destino.
“E’ la strana usanza del popolino di Santa Lucia, in occasione della festa detta “d’a Zegna” che ricorre il 28 agosto, giorno di S. Agostino. Secondo questa pericolosa usanza, dall’alba del 28 agosto tutte le persone, gli innocui in special modo, che per loro sfortuna sono presi dai festaiuoli sulle banchine di Santa Lucia nuova e Santa Lucia vecchia, sono gettati irrimediabilmente in mare.

 

L’ultima domenica di agosto, quando Santa Lucia era ancora davvero un borgo di mare, accadeva qualcosa che oggi sarebbe difficile persino immaginare.

I luciani indossavano gli abiti della festa, le barche si riempivano di gente, si mangiava, si beveva, si suonava e, a un certo punto, quasi inevitabilmente, si finiva tutti in acqua. Vestiti.

Era la festa della ’Nzegna, una delle più singolari tradizioni popolari della vecchia Napoli, celebrata nel borgo di Santa Lucia e legata alla devozione per la Madonna della Catena, venerata nella piccola chiesa sorta nel Cinquecento quando il mare arrivava praticamente davanti alla sua porta.

Quest’anno il calendario ci offre una coincidenza perfetta: il 30 agosto 2026 cade proprio nell’ultima domenica del mese, il giorno nel quale per generazioni i luciani celebravano la loro festa.
Per comprenderla bisogna però dimenticare per qualche momento la Santa Lucia che conosciamo oggi.
Bisogna immaginare un borgo di pescatori e marinai disteso ai piedi di Pizzofalcone, a poca distanza da Palazzo Reale. Il mare entrava nella vita quotidiana delle famiglie, le barche erano strumenti di lavoro prima ancora che di svago e i luciani erano conosciuti in tutta Napoli per la loro abilità nel nuoto e nella pesca.
Proprio con loro Ferdinando IV di Borbone stabilì un rapporto particolare.
Il re amava il mare, la pesca e le escursioni in barca e frequentava con una familiarità non comune gli uomini di Santa Lucia. Poteva lasciare Palazzo Reale, raggiungere il Molosiglio e andare a pescare con quei marinai che conoscevano ogni corrente e ogni scoglio del golfo.

Ferdinando, del resto, aveva un rapporto con il popolo molto diverso da quello normalmente associato alla rigida etichetta delle corti europee. Parlava spesso in napoletano, amava la caccia, la pesca e le attività all’aria aperta e quella sua confidenza con i luciani non sempre era guardata con favore dagli uomini di governo.

La ’Nzegna finì inevitabilmente per assorbire anche questa familiarità tra il sovrano e il borgo.

L’origine stessa del nome è stata variamente interpretata. Una tradizione lo riconduce a “incignare”, cioè inaugurare, indossare per la prima volta qualcosa di nuovo. In occasione della festa, infatti, i luciani sfoggiavano gli abiti migliori, spesso preparati proprio per quel giorno.

Ma la parte più spettacolare arrivava quando cominciava il bagno.

Uomini e donne si gettavano in mare con i vestiti addosso. Le cronache ottocentesche descrivono i luciani che correvano verso la riva e si lanciavano nell’acqua senza neppure spogliarsi. E qualche spettatore troppo vicino poteva ritrovarsi coinvolto suo malgrado, afferrato e trascinato in mare tra le risate della folla.

Non era una cerimonia composta.

Era una festa popolare nel significato più autentico della parola: rumorosa, allegra, irriverente, costruita intorno al mare e alla comunità che di quel mare viveva.

E poi arrivavano il re e la regina.

Non necessariamente quelli veri.

Dopo la morte di Ferdinando, infatti, la memoria del sovrano continuò a vivere nella festa. Un luciano veniva scelto per impersonare Ferdinando IV, mentre una donna del borgo interpretava Maria Carolina. Vestiti da sovrani, sfilavano davanti alla popolazione in una rappresentazione nella quale devozione, teatro popolare, nostalgia e presa in giro finivano per confondersi.

È forse questo l’aspetto più interessante della ’Nzegna.

Il Regno delle Due Sicilie scomparve nel 1861, ma nel borgo di Santa Lucia Ferdinando continuò simbolicamente a tornare.

Non attraverso una celebrazione ufficiale o un monumento, ma attraverso la memoria popolare di pescatori e marinai che per generazioni avevano tramandato il ricordo di quel re che andava in barca con loro.

La tradizione riuscì a sopravvivere persino nel Novecento. Una fotografia del 1953 conserva ancora l’immagine di una delle ultime edizioni della ’Nzegna e ci mostra quanto a lungo quel rito sia riuscito a resistere alle trasformazioni della città.

Nel frattempo, però, Santa Lucia era cambiata completamente.

Tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento le grandi trasformazioni urbanistiche e le colmate modificarono profondamente il rapporto del borgo con il mare. Dove un tempo l’acqua arrivava sotto le case comparvero nuove strade e nuovi edifici.

La chiesa di Santa Maria della Catena, costruita nel 1576 e un tempo quasi affacciata sull’acqua, rimase progressivamente lontana dalla riva.

Ed è proprio quella piccola chiesa a custodire un altro sorprendente frammento della storia napoletana.

Al suo interno riposa infatti Francesco Caracciolo, ammiraglio napoletano che nel 1799 aderì alla Repubblica Napoletana e che, dopo la restaurazione borbonica, venne processato e impiccato all’albero della fregata Minerva. Il suo corpo fu gettato in mare e successivamente recuperato dai pescatori di Santa Lucia, che gli diedero sepoltura nella loro chiesa.

Una singolare contraddizione della storia: nel luogo intorno al quale si raccoglieva una comunità rimasta così profondamente legata ai Borbone riposa uno degli uomini messi a morte dopo la caduta della Repubblica del 1799.

Oggi della vecchia ’Nzegna resta soprattutto il ricordo.

È difficile, camminando lungo Santa Lucia, immaginare uomini e donne che corrono vestiti verso il mare, barche cariche di persone, un pescatore trasformato per un giorno in Ferdinando IV e una donna del borgo nei panni di Maria Carolina.

Eppure per molto tempo quella scena appartenne davvero alla vita della città.

La ’Nzegna raccontava qualcosa che andava oltre la festa stessa: il rapporto di un quartiere con il proprio mare, la solidarietà di una comunità di pescatori e quella singolare familiarità che aveva legato il popolo di Santa Lucia alla corte borbonica che abitava poche centinaia di metri più in là.

Poi Napoli cambiò, il mare venne allontanato dalle case e molte di quelle consuetudini scomparvero insieme al mondo che le aveva prodotte.

Ma quest’anno, domenica 30 agosto, il calendario torna a indicarci proprio quel giorno.

L’ultima domenica di agosto.

Quella in cui, nella vecchia Santa Lucia, era tempo di ’Nzegna.

 

Definitivo fecebook

Quest’anno il calendario ci offre una coincidenza perfetta: il 30 agosto 2026 cade proprio nell’ultima domenica del mese, il giorno nel quale per generazioni i luciani celebravano la loro festa.

Quella della ’Nzegna era  una festa popolare nel senso più autentico del termine, fatta di musica, barche, cibo, scherzi e soprattutto di quel mare che regolava la vita di un’intera comunità. Per comprenderne il significato bisogna ricordare com’era Santa Lucia prima delle grandi trasformazioni urbanistiche che ne modificarono il volto tra Ottocento e Novecento.

Ai piedi di Pizzofalcone, a poche centinaia di metri da Palazzo Reale, viveva una popolazione di pescatori e marinai conosciuti in tutta Napoli per la loro abilità nel nuoto e nella pesca. Erano i luciani, uomini che trascorrevano buona parte della giornata sull’acqua e che con la corte borbonica stabilirono un rapporto assai particolare.

Ferdinando IV amava il mare e la pesca e frequentava quei pescatori, considerati eccellenti marinai,con una confidenza poco compatibile con la rigida etichetta delle corti europee.Il re ogni giorno, poteva uscire da  Palazzo Reale e raggiungere il Molosiglio dove in genere volendo si poteva imbarcare affidando la propria vita  a uomini che conoscevano ogni corrente e ogni scoglio del golfo. Parlava spesso la loro stessa lingua, il napoletano, condivideva la passione per la pesca e finì per diventare, nella memoria del borgo, una figura molto più familiare di quanto normalmente potesse esserlo un sovrano.Persino Tanucci guardava con una certa preoccupazione a questa familiarità del sovrano con il popolo.

Ed è proprio questo rapporto che finì dentro la ’Nzegna. Era infatti questa la festa dei luciani ma anche quella dei sovrani borbonici con i quali tradizionalmente gli stessi abitanti del borgo erano molto legati.

La festa prevedeva musica, barche, cibo, scherzi e soprattutto il grande bagno collettivo: i luciani si gettavano in mare vestiti e poteva capitare che anche qualche malcapitato spettatore venisse preso di peso e scaraventato nell’acqua.

Le descrizioni ottocentesche ricordano uomini che correvano verso l’acqua senza spogliarsi e vi si tuffavano tra le risate della folla; qualche spettatore che aveva avuto l’imprudenza di avvicinarsi troppo poteva essere afferrato e trascinato con loro. Non era un’aggiunta bizzarra alla festa, ma un gesto perfettamente comprensibile in un quartiere che viveva del mare e nel mare riconosceva quasi una propria identità.

I protagonisti erano ovviamente gli abitanti del borgo di Santa Lucia, che si riunivano di buon mattino all’esterno della chiesa di Santa Maria della Catena per poi arrivare al Castel dell’Ovo. I “luciani” erano conosciuti in tutta Napoli poiché fornivano il più alto numero di marinai alla flotta borbonica. Per l’occasione indossavano l’abito nuovo e un berretto rosso. A seguirli una folla di scugnizzi e un “pazzariello” che faceva da giullare. Durante il tragitto, arrivato in piazza Plebiscito, si aggiungevano al corteo numerosi finti cortigiani e un uomo e una donna, di una certa età, travestiti da re Ferdinando I e dalla regina Maria Carolina a bordo di una carrozza. Spesso però queste persone non erano gli unici Reali a partecipare alla festa poiché non era difficile vedere tra la folla lo stesso re borbonico, prima Ferdinando I e poi Ferdinando II, che assisteva divertito alla manifestazione. Arrivati al molo tutti i partecipanti salivano su delle imbarcazioni contraddistinte da bandiere e insegne colorate, da qui il nome ‘nzegna. Durante il rito molti, tra marinai e pescatori, venivano però gettati in mare, per un bagno purificatore, per poi essere ripescati in un secondo momento.

 

Una descrizione ottocentesca del 1853 racconta proprio i luciani che correvano verso la riva e si buttavano in mare senza neppure togliersi i vestiti.

 

Ma c’era anche la rappresentazione dei sovrani.

Dopo la morte di Ferdinando, un abitante del quartiere veniva scelto per impersonare Ferdinando IV e una donna interpretava Maria Carolina. Sfilavano in abiti reali, tra applausi, scherzi e acclamazioni popolari. La tradizione sopravvisse incredibilmente anche dopo la fine del Regno delle Due Sicilie e risulta praticata ancora nel Novecento. Una fotografia conservata del 1953 documenta proprio una delle ultime edizioni della ’Nzegna.

E questo ci offre un tema molto più profondo della semplice festa folkloristica:

perché proprio Santa Lucia rimase così legata ai Borbone?

Potremmo raccontare i luciani, pescatori e marinai che vivevano praticamente alle spalle di Palazzo Reale; Ferdinando che pescava e nuotava con loro; la Madonna della Catena; la chiesa affacciata direttamente sul mare prima della colmata; la ’Nzegna; il bagno rituale; la finta corte borbonica; e infine la trasformazione urbanistica che cancellò quasi completamente quel mondo.

 

Anche la ’Nzegna conservò a lungo il ricordo di quella familiarità. L’origine del nome non è del tutto certa, ma una delle interpretazioni tradizionali lo riconduce al verbo napoletano “incignare”, cioè usare o indossare qualcosa per la prima volta. Nell’ultima domenica di agosto i luciani sfoggiavano infatti gli abiti nuovi, quelli preparati per la festa, anche se proprio quei vestiti rischiavano di avere una sorte piuttosto singolare.

Una parte essenziale della celebrazione consisteva infatti nel gettarsi in mare completamente vestiti. Le descrizioni ottocentesche ricordano uomini che correvano verso l’acqua senza spogliarsi e vi si tuffavano tra le risate della folla; qualche spettatore che aveva avuto l’imprudenza di avvicinarsi troppo poteva essere afferrato e trascinato con loro. Non era un’aggiunta bizzarra alla festa, ma un gesto perfettamente comprensibile in un quartiere che viveva del mare e nel mare riconosceva quasi una propria identità.

La devozione religiosa aveva il suo centro nella chiesa di Santa Maria della Catena, fondata nel 1576 e allora molto più vicina alla linea di costa. La Madonna della Catena era particolarmente cara alla gente di mare e attorno alla sua chiesa si raccoglieva quella comunità che, accanto alla dimensione religiosa della ricorrenza, aveva costruito nel tempo una propria festa popolare.

Il legame con Ferdinando fu tanto forte da sopravvivere allo stesso sovrano. Nella ’Nzegna un uomo del borgo finì per assumere le sembianze del re e una donna quelle della regina Maria Carolina: indossavano abiti regali e partecipavano alla rappresentazione tra l’allegria e le acclamazioni dei luciani. La corte borbonica, che nella realtà si trovava poco più in là, veniva così riprodotta per un giorno all’interno del quartiere, con quella capacità tutta popolare di mescolare affetto, ironia e teatro senza avvertire alcuna contraddizione.

La cosa più interessante è che questa consuetudine non scomparve insieme ai Borbone. Il Regno delle Due Sicilie cessò di esistere nel 1861, mentre la ’Nzegna continuò a conservare la figura di Ferdinando nella memoria collettiva di Santa Lucia. Non era più il ricordo politico di una monarchia, quanto quello, tramandato da una generazione all’altra, del re che i racconti del borgo continuavano ad associare alle barche, alla pesca e ai luciani.

La festa riuscì così ad attraversare l’Ottocento e ad arrivare fino al Novecento. Una fotografia del 1953 documenta ancora la ’Nzegna a Santa Lucia, mostrando quanto a lungo quella tradizione fosse sopravvissuta anche quando il quartiere che l’aveva generata era ormai profondamente cambiato.

Le grandi colmate e le trasformazioni urbanistiche avevano infatti allontanato il mare dalle case, modificando uno dei rapporti più antichi e profondi della zona. La chiesa della Madonna della Catena, che un tempo sorgeva quasi sulla riva, si ritrovò progressivamente separata dall’acqua da strade e nuovi edifici. Il vecchio borgo marinaro cominciava a diventare la Santa Lucia che conosciamo oggi e insieme alla sua forma urbana cambiavano inevitabilmente anche abitudini e riti.

Quella stessa chiesa conserva, peraltro, una delle più singolari contraddizioni della storia napoletana. Vi riposa Francesco Caracciolo, l’ammiraglio che nel 1799 aderì alla Repubblica Napoletana e che, dopo la restaurazione borbonica, fu condannato a morte e impiccato all’albero della fregata Minerva. Il corpo venne gettato in mare e furono proprio i pescatori di Santa Lucia a recuperarlo e a dargli sepoltura nella loro chiesa. Il luogo di culto di una comunità che avrebbe conservato così a lungo un’affettuosa memoria popolare dei Borbone finì dunque per custodire anche uno degli uomini messi a morte dopo il ritorno di Ferdinando.

Dentro la ’Nzegna c’è quindi molto più di una pittoresca festa napoletana. C’è la storia di Santa Lucia prima della colmata, dei suoi pescatori, della Madonna della Catena, di un sovrano che amava andare per mare con i luciani e di una comunità capace di conservare per generazioni i propri riti anche quando il mondo nel quale erano nati stava scomparendo.

Oggi, percorrendo Santa Lucia, è difficile immaginare il mare sotto le vecchie case, gli uomini con gli abiti della domenica che corrono verso l’acqua, le barche affollate e quel Ferdinando IV impersonato da un abitante del borgo accanto alla sua Maria Carolina. Eppure quella scena appartenne realmente alla vita della città e riuscì a sopravvivere molto più a lungo di quanto si potrebbe pensare.

Domenica 30 agosto, ultima domenica del mese, il calendario ci restituisce almeno per un giorno il ricordo di quella Santa Lucia. Quella dei luciani, delle barche, del re pescatore e degli abiti nuovi destinati a finire in mare.

 

 

Note

Ferdinando IV e i luciani

Ferdinando aveva un rapporto personale con i pescatori di Santa Lucia. Le fonti ricordano la sua passione per pesca e nuoto e la frequentazione dei luciani, considerati eccellenti marinai. Il re poteva uscire da Palazzo Reale e raggiungere il Molosiglio per andare a pescare e nuotare con loro. Persino Tanucci guardava con una certa preoccupazione a questa familiarità del sovrano con il popolo.

Ed è proprio questo rapporto che finì dentro la ’Nzegna.

La festa prevedeva musica, barche, cibo, scherzi e soprattutto il grande bagno collettivo: i luciani si gettavano in mare vestiti e poteva capitare che anche qualche malcapitato spettatore venisse preso di peso e scaraventato nell’acqua.

Una descrizione ottocentesca del 1853 racconta proprio i luciani che correvano verso la riva e si buttavano in mare senza neppure togliersi i vestiti.

Ma c’era anche la rappresentazione dei sovrani.

Dopo la morte di Ferdinando, un abitante del quartiere veniva scelto per impersonare Ferdinando IV e una donna interpretava Maria Carolina. Sfilavano in abiti reali, tra applausi, scherzi e acclamazioni popolari. La tradizione sopravvisse incredibilmente anche dopo la fine del Regno delle Due Sicilie e risulta praticata ancora nel Novecento. Una fotografia conservata del 1953 documenta proprio una delle ultime edizioni della ’Nzegna.

E questo ci offre un tema molto più profondo della semplice festa folkloristica:

perché proprio Santa Lucia rimase così legata ai Borbone?

Potremmo raccontare i luciani, pescatori e marinai che vivevano praticamente alle spalle di Palazzo Reale; Ferdinando che pescava e nuotava con loro; la Madonna della Catena; la chiesa affacciata direttamente sul mare prima della colmata; la ’Nzegna; il bagno rituale; la finta corte borbonica; e infine la trasformazione urbanistica che cancellò quasi completamente quel mondo.

C’è persino un magnifico paradosso storico dentro Santa Maria della Catena: proprio la chiesa attorno alla quale si raccoglieva una popolazione tradizionalmente legata alla monarchia custodisce oggi la memoria e i resti di Francesco Caracciolo, l’ammiraglio della Repubblica Napoletana del 1799 fatto impiccare dopo il processo presieduto da Nelson.

E abbiamo addirittura già parlato della ’Nzegna sul sito di Cose di Napoli: nel vostro articolo dedicato al Borgo di Santa Lucia viene ricordato Ferdinando «Nasone», la sua passione per la pesca e la partecipazione della famiglia reale alla festa; vi si propone inoltre l’etimologia da “incignare”, inaugurare, collegandola all’usanza dei luciani di inaugurare il vestito nuovo.

Quindi per il 30 agosto 2026, che cade proprio nell’ultima domenica del mese, abbiamo trovato qualcosa di molto più forte di una semplice ricorrenza:

possiamo far rivivere per un giorno la Santa Lucia che non esiste più.

Partirei dalla festa, quasi facendola vedere al lettore: la domenica mattina, i luciani, i vestiti nuovi, le barche addobbate, Ferdinando e Carolina, il pazzariello, il mare davanti alla chiesa, fino al momento in cui tutti finiscono in acqua. E mentre raccontiamo la ’Nzegna, raccontiamo il rapporto fra i Borbone e il popolo di Santa Lucia e soprattutto com’era quel borgo prima che la colmata allontanasse per sempre le sue case dal mare.

La festa riuscì ad attraversare l’Ottocento e ad arrivare fino al Novecento, anche se già nei primi anni del secolo le autorità cercavano di contenere gli aspetti più pericolosi di quel bagno collettivo. Nel 1953 la ’Nzegna ebbe il suo ultimo, tragico capitolo: durante i giochi in mare un ragazzo morì annegato. Dopo quell’incidente le proibizioni divennero più severe e una consuetudine che aveva accompagnato per generazioni la vita dei luciani finì per scomparire insieme a buona parte del mondo che l’aveva prodotta. Di quell’ultima stagione rimangono anche alcune fotografie: uomini e ragazzi in acqua, una folla sulla banchina, frammenti reali di una Santa Lucia che oggi facciamo quasi fatica a riconoscere.

C’è poi un’altra scoperta interessante: anche la data della ’Nzegna non è così semplice come sembrava. Le fonti storiche riportano sia l’ultima domenica di agosto, sia il 28 agosto, giorno di Sant’Agostino. Un articolo del Mattino dei primi del Novecento la collocava esplicitamente il 28 agosto; studi sulla storia del nuoto nel Regno di Napoli parlano invece dell’ultima domenica di agosto.

Quindi per il nostro articolo del 30 agosto 2026, che è l’ultima domenica di agosto, possiamo mantenere tranquillamente l’aggancio, ma con una formulazione storicamente più raffinata: «tradizionalmente celebrata sul finire di agosto e ricordata da diverse fonti nell’ultima domenica del mese», spiegando eventualmente che altre testimonianze novecentesche la fissavano al 28 agosto.

E questo, paradossalmente, rende il racconto ancora più bello: il 30 agosto non stiamo annunciando una festa che si svolgerà a Santa Lucia, ma stiamo approfittando del giorno in cui un tempo il borgo avrebbe potuto celebrarla per restituire alla città una tradizione scomparsa da più di settant’anni.

Su questo punto, quindi, possiamo essere tranquilli: non ho trovato alcuna evidenza di una ripresa contemporanea stabile della ’Nzegna storica a Santa Lucia; le fonti recenti continuano a trattarla come una tradizione scomparsa

 

Farei così

Quest’anno il 30 agosto cade nell’ultima domenica del mese e questa coincidenza del calendario ci riporta a una delle feste più singolari della vecchia Napoli, celebrata tradizionalmente sul finire di agosto, quando Santa Lucia era ancora un borgo di pescatori, il mare arrivava quasi davanti alla chiesa della Madonna della Catena e i luciani indossavano gli abiti migliori per celebrare la ’Nzegna.

[…]

La festa riuscì ad attraversare l’Ottocento e ad arrivare fino al Novecento, anche quando Santa Lucia aveva ormai cominciato a perdere il volto del vecchio borgo marinaro. Le fotografie d’epoca mostrano ancora uomini in acqua con i vestiti addosso e una folla raccolta lungo la banchina, mentre già nei primi decenni del secolo le autorità cercavano di limitare gli aspetti più pericolosi di quel bagno collettivo.

Nel 1953 la ’Nzegna conobbe il suo ultimo e tragico capitolo. Durante i giochi in mare un ragazzo morì annegato e, dopo quell’incidente, le proibizioni divennero più severe. Una festa che aveva accompagnato per generazioni la vita dei luciani scomparve così proprio mentre stava scomparendo anche buona parte del mondo che l’aveva generata.

Le grandi colmate e le trasformazioni urbanistiche avevano infatti allontanato il mare dalle case, modificando uno dei rapporti più antichi e profondi del borgo. La chiesa della Madonna della Catena, che un tempo sorgeva quasi sulla riva, si ritrovò progressivamente separata dall’acqua da strade e nuovi edifici. La vecchia Santa Lucia dei pescatori diventava lentamente quella che conosciamo oggi e insieme alla sua forma urbana cambiavano inevitabilmente anche abitudini, mestieri e riti.

[…]

Domenica 30 agosto, ultima domenica del mese, la ’Nzegna non tornerà dunque a riempire di gente e di tuffi il mare di Santa Lucia. Ma quella coincidenza del calendario ci permette almeno di ricordare una Napoli realmente esistita: quella dei luciani, delle barche, del re pescatore e degli abiti nuovi destinati a finire in acqua.

La Napoli della ’Nzegna.

 

Italiano: Napoli, Santa Lucia – Tradizionale festa della ‘Nzegna (qui nella sua ultima edizione nel 1953). Autore della foto sconosciuto.
La ” ‘nzegna ” era la festa che si celebrava a Napoli il giorno di San Lorenzo, dagli inizi dell’ Ottocento fino al 1953 nella zona di Santa Lucia. Dalla chiesa di Santa Maria della Catena, a mezzogiorno del 10 agosto, si muoveva un corteo di “luciani” in costume borbonico, che seguiva una carrozza sulla quale aveva preso posto una coppia non giovane, nei panni di Ferdinando IV e di Maria Carolina. I reali precedevano uno stuolo di popolani travestiti da dignitari che, giunti al mare, venivano scaraventati in acqua, come in un rito ancestrale. Perciò ‘nzegna, cioè insegnamento, ammaestramento al mare e agli scherzi del destino.
“E’ la strana usanza del popolino di Santa Lucia, in occasione della festa detta “d’a Zegna” che ricorre il 28 agosto, giorno di S. Agostino. Secondo questa pericolosa usanza, dall’alba del 28 agosto tutte le persone, gli innocui in special modo, che per loro sfortuna sono presi dai festaiuoli sulle banchine di Santa Lucia nuova e Santa Lucia vecchia, sono gettati irrimediabilmente in mare. L’anno scorso, se non andiamo errati, questa sorte tocco ad un prete, un militare, ed a parecchi scugnizzi” (da: IL MATTINO,

 

 

Si celebrava, ogni anno, l’ultima domenica di agosto e aveva per protagonisti un gruppo di luciani, e cioè abitanti del borgo di Santa Lucia, che si riunivano all’esterno della chiesa di Santa Maria della Catena per poi arrivare al Castel dell’Ovo. I “luciani” erano conosciuti in tutta Napoli poiché fornivano il più alto numero di marinai alla flotta borbonica. Per l’occasione indossavano l’abito nuovo e un berretto rosso. A seguirli una folla di scugnizzi e un “pazzariello” che faceva da giullare. Durante il tragitto, arrivato in piazza Plebiscito, si aggiungevano al corteo numerosi finti cortigiani e un uomo e una donna, di una certa età, travestiti da re Ferdinando I e dalla regina Maria Carolina a bordo di una carrozza. Spesso però queste persone non erano gli unici Reali a partecipare alla festa poiché non era difficile vedere tra la folla lo stesso re borbonico, prima Ferdinando I e poi Ferdinando II, che assisteva divertito alla manifestazione. Arrivati al molo tutti i partecipanti salivano su delle imbarcazioni contraddistinte da bandiere e insegne colorate, da qui il nome ‘nzegna.Durante il rito molti, tra marinai e pescatori, venivano però gettati in mare, per un bagno purificatore, per poi essere ripescati in un secondo momento.

Dopo l’Unità d’Italia la Festa della ‘Nzegna fu celebrata il 15 luglio in concomitanza con la Festa del Carmine. Questa manifestazione fu celebrata a Napoli fino al 1953 e fu così amata che alcuni importanti poeti del Novecento vi dedicarono dei versi. Ferdinando Russo, nel 1910, scrisse ‘O Luciano d’ ‘o Rre che recita: “A ‘Nzegna ne chiammava folla ‘e gente! D’uommene e nenne friccecava ‘o mare. Sott’ ‘o sole, cu amice e cu pariente, tu quanto te spassave, a summuzzare! ‘O furastiero, nun sapenno niente, si se fermava a riva pe’ guardare, se sentea piglià pèsole: e ched’è? Mm’ ‘o carriavo a mare appriesso a me! E che vedive, Uà! Striile e resate, e chillo ca n’aveva calatune! Doppo: ‘Signò, scusate e perdunate! E festa, e nun s’affènneno nisciune…’. Chiù de na vota nce se so’ truvate ‘a Riggina e’ ‘o Rre, sott’ ‘e Burbune… E ‘o Rre, ca tuttuquante nce sapeva, quanta belle resate se faceva!”.

FESTA
Importante celebrazione marinaresca, la festa della Nzegna era dedicata alla Madonna della Catena. Protagonisti ne erano “i luciani”, ovvero i marinai del Borgo di Santa Lucia. Si narra, infatti, di un episodio miracoloso che lega la Madonna della Catena ai marinai. Nella chiesa di Santa Maria del Porto a Palermo furono incatenati e condannati ingiustamente a morte tre marinai. Fu l’intervento della Vergine, che spezzò le catene, a decretarne la salvezza. Dunque, è proprio nel cuore del marinaresco Borgo di Santa Lucia che sorge la Chiesa di Santa Maria della Catena. La chiesa era il luogo in cui, ogni ultima domenica di agosto, partivano i riti della festa della Nzegna. Era la festa popolare più importante a Napoli dopo quella di Piedigrotta. Probabilmente, il nome deriva dalle bandiere, o insegne, con cui venivano adornate le barchette dei pescatori e dei marinai del Borgo. I luciani erano, infatti, marinai abilissimi e la maggior parte di loro prestava servizio nelle flotte borboniche. La celebrazione aveva inizio al mattino, con il raduno dei luciani davanti alla Chiesa di Santa Maria della Catena. Vestiti con abiti nuovi e berretto rosso, i marinai si recavano a ringraziare la Madonna. Da lì partiva un grande corteo, capitanato da un “Pazzariello”, al quale si aggregavano anche tanti scugnizzi. Balli, canti e musica accompagnavano la parata dal Castel dell’Ovo fino a Piazza del Plebiscito. Perno del corteo erano un uomo ed una donna in carrozza. Vestiti con abiti regali, interpretavano il re Ferdinando II di Borbone e la regina Maria Carolina. I Borbone erano molto affezionati a questa tradizione. Infatti, si narra che amassero camuffarsi con dei travestimenti per prendere parte alla festa in maniera anonima. Per loro era un’occasione per trascorrere una giornata nelle vesti dell’uomo qualunque. Il corteo terminava con il ritorno sul litorale al quale seguiva un folle bagno di gruppo, inteso come rito purificatore e propiziatorio. Sfortunatamente, fu proprio durante il bagno dell’ultima edizione della festa che si verificò un tragico incidente. Di conseguenza la celebrazione fu sospesa per non essere mai più ripristinata.

Il più antico borgo di Napoli – quello di Santa Lucia (nella prima foto una stupenda immagine prima della colmata), appartiene al popolo dei “Luciani”, con la loro storia, le loro feste e soprattutto le particolari superstizioni.
Nel “Borgo di Santa Lucia”, L’ultima domenica d’agosto, era particolarmente cara al vecchio popolo dei “marinari” napoletani.
In tale data si rievocava il miracoloso ritrovamento, avvenuto nel 1759 nelle acque di Santa Lucia, di una Madonnina perfettamente conservata all’interno di una cassa incatenata.(nella seconda immagine una delle prime rappresentazioni della festa).
Per celebrare questo avvenimento ogni anno due popolani diventavano per l’occasione Re Ferdinando 1 e
Maria Carolina. (nella terza foto il travestimento in una delle tante rappresentazioni).
La rievocazione cominciava con un corteo capitanato dal Pazzariello (in quarta foto) seguito, in carrozza, da due popolani (una certa tradizione dice, tassativamente, un pescatore e un’acquaiola).

Scortati da un festante corteo di popolo e da finti
soldati borbonici,
la lunga processione sfilava per le vie del quartiere, sostando davanti a Palazzo Reale (ed ecco le comparse in carrozza a piazza Trieste e Trento nella quinta foto) e alla chiesa della Madonna della Catena in via Santa Lucia, e concludendo il tragitto al Borgo Marinari, dove la coppia reale si spostava su un palchetto allestito in acqua, per assistere ai giochi in mare e dove si ripeteva l’umile gesto di Re Ferdinando che per venerare la madre di Dio si gettò vestito in mare”

Commenti via Facebook
  • 2
  • 0