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Il  29agosto, la Chiesa ricorda uno dei martirii più celebri e drammatici della storia cristiana: la decapitazione di San Giovanni Battista.La sua testa, secondo il racconto evangelico, venne portata su un vassoio davanti alla corte di Erode. Ma dietro quella scena, resa celebre nei secoli da pittori, scultori e scrittori, c’è qualcosa di più profondo di una macabra vicenda di palazzo. Giovanni aveva commesso un’imprudenza che il potere difficilmente perdona: aveva detto pubblicamente ciò che riteneva vero.

Erode Antipa aveva preso con sé Erodiade, moglie di suo fratello, e Giovanni non aveva taciuto. Per questo era stato arrestato e imprigionato. Poi vennero il banchetto, la danza, la promessa di Erode e quella terribile richiesta: la testa del Battista.

Anche Napoli ha raccontato molte volte quella storia.

Lo ha fatto attraverso alcuni dei suoi più grandi artisti, trasformando chiese e tele in pagine di un racconto che attraversa i secoli. A San Domenico Maggiore Mattia Preti rappresentò Giovanni mentre ammonisce Erode e, in un’altra tela, il momento estremo della sua decapitazione. A Marianella Andrea Vaccaro affidò alla pittura la stessa tragica scena. E nella chiesa di San Giovanni Battista delle Monache persino Luca Giordano raccontò, invece, il Battista ancora vivo, mentre predicava.

Sono quasi i diversi capitoli della stessa storia: la parola, la sfida al potere, la condanna. Giovanni Battista non viene ricordato soltanto perché perse la testa. Viene ricordato perché, pur sapendo quanto potesse essere pericoloso, non chinò la testa.

Nello stesso giorno il calendario religioso ricordava quel Giovanni Battista il cui sangue sarebbe entrato, attraverso una reliquia e una tradizione secolare, nella particolare geografia sacra napoletana
È una ricorrenza che a Napoli ci permette di parlare non soltanto del santo e della sua tragica morte, ma anche del  grandi edificioreligioso davanti ai  quali migliaia di persone passano ogni giorno, spesso senza conoscerne la storia.

Lo si trova  percorrendo via Santa Maria di Costantinopoli, lungo quel tratto che dal Museo Archeologico conduce verso Port’Alba e piazza Bellini, in quella  zona dell’Accademia di Belle Arti. Tra il traffico, gli studenti e il continuo movimento di questa parte del centro antico, la monumentale facciata della chiesa di San Giovanni Battista delle Monache insieme a quello della  chiesa di Santa Maria della Sapienza,rischia ogni giorno   quasi di confondersi con il paesaggio urbano, eppure dietro quel prospetto si conserva la memoria di due dei più importanti complessi monastici della Napoli seicentesca.

La storia della chiesa di San Giovanni Battista delle Monache è legata alle monache domenicane e a un monastero che nel corso del tempo aveva raggiunto dimensioni considerevoli. Pensate solo che esso si sviluppava alle spalle della chiesa con chiostri, ambienti conventuali e spazi destinati alla vita della comunità religiosa, formando un organismo molto più vasto di quanto l’attuale assetto urbano lasci immaginare.

Per comprenderne le dimensioni basta guardare ciò che oggi si trova dall’altra parte di via Conte di Ruvo. Una parte dell’antico complesso monastico è infatti legata agli spazi nei quali si insediò l’Accademia di Belle Arti di Napoli. L’apertura ottocentesca della nuova strada modificò profondamente l’area e separò fisicamente la chiesa dal monastero, spezzando un’unità architettonica che per secoli aveva caratterizzato questa parte della città. Quello che oggi appare come un insieme di edifici distinti apparteneva dunque a una storia comune, cancellata in parte dalle trasformazioni urbanistiche della Napoli moderna.Ma San Giovanni Battista delle Monache non era importante soltanto per le sue dimensioni. Il suo interno custodiva un patrimonio artistico di straordinario valore, al quale lavorarono alcuni dei protagonisti della pittura napoletana tra Sei e Settecento. Dietro quella facciata lavorarono Francesco Antonio Picchiatti e Giovan Battista Nauclerio; sull’altare maggiore Luca Giordano collocò il suo Battista intento a predicare; un capolavoro artistico che oggi non si trova più nella sede per la quale era stata concepita. Esso rappresenta infatti uno dei pochi monumenti fortunatamente sopravvisuti ai successivi dissesti dell’edificio. La grande tela, restaurata, è oggi conservata nel Museo Diocesano di Napoli, insieme alla memoria di quella straordinaria stagione artistica.


San Giovanni Battista delle Monache era una di quelle chiese napoletane che vantava un tempo un patrimonio artistico di grande rilievo e purtroppo la  sua storia nel corso del tempo  è stata segnata da terremoti ,e dissesti strutturali che resero necessari  numerosi interventi,per problemi  statici dell’edificio accentutati anche  dalle profonde trasformazioni subite dall’intera zona, che finirono progressivamente per condannare la chiesa all’abbandono.

Ma fu soprattutto dopo il sisma del 1980 che la situazione precipitò. Nei primi anni Ottanta un grave crollo interessò la cupola e le strutture che la sostenevano, aggravando ulteriormente le già precarie condizioni dell’edificio. Da allora San Giovanni Battista delle Monache conobbe una delle sorti più amare che possano toccare a un monumento: l’incuria aprì la strada al degrado, il degrado al vandalismo e il vandalismo ai furti. Una chiesa che per secoli aveva custodito opere d’arte e testimonianze della grande stagione artistica napoletana rimase progressivamente indifesa, esposta alle razzie dei ladri d’arte e alla dispersione di parte del suo patrimonio. Ciò che il tempo e i terremoti non erano riusciti a distruggere, finirono così per disperderlo l’abbandono e la mano dell’uomo.

Da tempo queste due le monumentali chiese di una volta sono purtroppo accomunate entrambe da un insolito destino, sono diventate una di quelle presenze “fantasma” sottratte alla sua vita quotidiana. Esse continuano a far parte del paesaggio della città con le loro  facciate in un centro storico che sempre di piu puzza di girono di frittura e la notte di piscio. Sono li, lungo una delle strade più frequentate del centro storico,nascoste o soffocate tra impalcature e ferraglia. Uno spreco d’arte incommensurabile talvolta ricolmi di  rifiuti, sporcizia, polvere e cartacce dove è presente un olezzo nauseabondo dato dalle carcasse di animali di piccola taglia morti. Queste chiesa e come tante altre  della nostra città hanno oggi  perso totalmente la loro funzione per diventare una  costruzione fatiscente che neanche chi ci abita vicino nota più.

E forse la rabbia nasce soprattutto da questo. Dalla consapevolezza che molto di ciò che abbiamo perduto non ci è stato portato via soltanto dai terremoti o dal trascorrere del tempo. Lo abbiamo perduto perché, a un certo punto, abbiamo smesso di custodirlo.

Per chi ama Napoli, questa è probabilmente la ferita più difficile da accettare.

Il  29 agosto ci offre comunque anche  un buon motivo per fermarci davanti a queste chiese chiesa e ricordare un pezzo importante della storia artistica e urbana di Napoli. Lasciate per un momento da parte quell’insana quanto scadente invasione di fast food, bar , barretti da 2 euro a Spritz , commercio indiscriminato di zeppole , panzarotti e cuoppi ,limonate a cosce aperte, pizze a prtafoglio o attività di dubbio gusto come kebabbari e negozi di souvenir made in China.

Ricordatevi che il nostro centro storico è portatore sopratutto di cultura, arte , storia e   conoscenze . 

Lo sapete  per esempio che nel  monastero conosciuto soprattutto per Santa Patrizia, tra le numerose reliquie accumulate nel corso dei secoli, ne è conservata anche una contenente quello che la tradizione identifica come sangue di San Giovanni Battista ?

Il 29 agosto 2020 le religiose di San Gregorio Armeno portarono l’ampolla nel coro del monastero per la ricorrenza e quella mattina osservarono che il contenuto delle reliquia attribuita al Battista normalmente solido, stava progressivamente assumendo uno stato liquido. L’episodio venne considerato abbastanza raro da essere registrato dalle stesse religiose.

Quindi anche il sangue di San Giovanni Battista, in questa città si scioglie.

Certo, il sangue di San Gennaro è il più celebre, ma non è certamente l’unico. San Gregorio Armeno conserva quello di Santa Patrizia, ancora oggi al centro di una fortissima devozione, e nel complesso sono state custodite reliquie ematiche attribuite anche a San Pantaleone, Santo Stefano e Giovanni Battista. Altri “sangui” sono  venerati in diverse chiese napoletane, ciascuno con una propria ricorrenza, un proprio luogo e una comunità che ne custodisce  la memoria. Il calendario religioso finisce a così per sovrapporsi alla geografia della città e in determinati giorni dell’anno l’attesa di una liquefazione un tempo ,conduceva i fedeli verso una determinata chiesa.

Tutto questo dovette apparire particolarmente singolare a Jean-Jacques Bouchard, viaggiatore francese arrivato a Napoli nel 1632, appena undici anni prima dell’apertura della Sapienza. Osservò le cerimonie, le devozioni e la quantità di reliquie di sangue custodite nelle chiese e nei monasteri e lasciò della città una definizione destinata a sopravvivere nei secoli: Urbs sanguinum, la “città dei sangui”.

Era una definizione che descriveva bene la Napoli del Seicento. Il rapporto con quelle reliquie non costituiva allora una semplice curiosità popolare, ma apparteneva profondamente alla vita religiosa della città. Il sangue rappresentava una presenza fisica del sacro e ogni eventuale liquefazione veniva attesa e interpretata dai fedeli come manifestazione della vicinanza e della protezione del santo.

Forse è anche per questo che la definizione lasciata da Bouchard continua ad avere una forza particolare. Dietro il celeberrimo prodigio di San Gennaro esisteva una geografia molto più vasta di ampolle, monasteri, ricorrenze e devozioni che faceva di Napoli, già nel Seicento, qualcosa di unico agli occhi di chi arrivava da fuori:

Urbs sanguinum, la città dei sangui

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