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La prima volta che vidi il chiostro di Sant’Agostino alla Zecca non entrai in una chiesa, né attraversai il portone di un antico convento.
Entrai in un normale palazzo di corso Umberto.
Mi aveva invitato un amico che in quel periodo aveva preso in affidamento quegli spazi e immaginava di restituirli alla città organizzandovi incontri ed eventi culturali. Ricordo ancora la mia sorpresa. Entrammo nel palazzo, salimmo ai piani superiori e attraversammo una porta assolutamente normale. Mi aspettavo una stanza, forse un terrazzo. Davanti a me comparve invece un chiostro seicentesco.
Per qualche istante la cosa più sorprendente non fu neppure la sua bellezza, ma il luogo nel quale mi trovavo. Sotto di noi correva il Rettifilo con il suo traffico, i negozi e la vita quotidiana di corso Umberto; al piano superiore di un edificio che nulla lasciava immaginare dall’esterno sopravvivevano colonne, archi, piperno, marmo e secoli di storia napoletana.
Non era stato il chiostro a trasferirsi dentro un palazzo. Era stata la città moderna a costruirgli intorno.
Quando alla fine dell’Ottocento il Risanamento ridisegnò questa parte di Napoli e venne aperto il Rettifilo, l’antico complesso di Sant’Agostino alla Zecca fu profondamente mutilato. Uno dei due chiostri scomparve; quello superstite, rifatto nel 1624 da Giovan Giacomo Di Conforto, finì per divenire parte integrante del Palazzo Ascarelli, dal quale ancora oggi si accede lungo corso Umberto, separandosi fisicamente dalla chiesa alla quale era appartenuto per secoli.
È così che oggi, entrando in un palazzo e salendo ai piani superiori, si può arrivare davanti a sedici colonne che sostengono archi a tutto sesto, tra piperno e marmo, e ai busti dei santi agostiniani che ancora osservano uno spazio sopravvissuto quasi clandestinamente alla trasformazione della città.
La mia sorpresa aumentò quando scoprii che quello che avevo davanti non era neppure il frammento più antico.
Sul lato orientale del chiostro una porta ogivale introduce infatti nella Sala Capitolare, ambiente duecentesco con volte a crociera e capitelli nei quali sono stati riconosciuti anche elementi della cultura artistica sveva. E dentro quella sala Napoli conserva una delle pagine più singolari della propria storia.
Qui venne celebrato il processo postumo a Masaniello.
Tommaso Aniello d’Amalfi era stato ucciso il 16 luglio 1647, dopo i dieci giorni nei quali la rivolta contro la gabella sulla frutta lo aveva trasformato da pescatore del Mercato nel protagonista di uno dei momenti più drammatici della storia napoletana. Il corpo era stato oltraggiato e abbandonato, quindi recuperato dal popolo e accompagnato solennemente alla sepoltura nella chiesa del Carmine. La morte non aveva però cancellato la forza politica del suo nome e proprio in quella sala si arrivò a giudicare un uomo che non poteva ormai più comparire davanti ai suoi giudici.
Ricordo di aver trasmesso al mio amico lo stupore di quanto fosse incredibile che un luogo simile nella nostra città fosse tanto difficile da conoscere.
Ma lui , entusiasti del suo progetto finì invece per raccontarmi il resto della storia ..
il complesso monumentale di Sant’Agostino alla Zecca era stato per secoli tutt’altro che un luogo marginale.
Gli Agostiniani si erano stabiliti in questa zona nel 1259 e nel 1287 vi era stato istituito uno Studium generale dell’Ordine. Il complesso divenne successivamente anche uno dei luoghi legati alla rappresentanza politica del popolo napoletano, frequentato dall’Eletto del Popolo, dai consultori e dai capitani delle ottine. Religione, studio e vita civile finirono così per convivere nelle stesse mura.
Nei primi decenni del Novecento proprio la famiglia Ascarelli contribuì alla sistemazione dello spazio con quella grande copertura in ferro che ancora si distingue osservando il complesso dall’alto. Quegli ambienti continuarono inoltre a essere utilizzati nel corso del tempo. Una parte del complesso aveva conosciuto l’uso legato ai Tabacchi di Stato e successivamente vi trovarono posto uffici pubblici e privati, università, tribunali, scuole e anche attività culturali.
La sua storia, dunque, non è quella di un rudere dimenticato che nessuno aveva nel passato più utilizzato.
Questo chiostro era un monumento sopravvissuto, trasformato, utilizzato e attraversato per oltre un secolo, ma rimasto quasi sconosciuto alla maggior parte dei napoletani che ogni giorno gli passano accanto.
Il mio amico aveva immaginato proprio il contrario. Avendo ottenuto la disponibilità del chiostro, voleva utilizzarlo per organizzare eventi culturali, riportando persone, incontri e conoscenza dentro uno spazio nato molti secoli prima come luogo di vita comunitaria. Mi sembrò allora, e continua a sembrarmi oggi, una delle destinazioni più naturali possibili.
Guardandomi infondono cercavo dei possibili resti dell’antico monastero a data distrutto e solo allora mi resi conto che quel chiostro di epoca angioina si trovava ad almeno dieci metri più in basso rispetto all’ingresso della chiesa che restava comunque al suo posto originario anche se in totale abbandono e degrado .
Scoperto che il mio amico pagava un fitto mensile per gestire quel luogo perche quella struttura era di proprietà PRIVATA restai per qualche minuto senza parola .
Mi soprendeva il fatto che un chiostro monumentale e una sala medievale appartenenti alla storia della città , erano oggi qualcosa di privato .
Provai quindi a raccogliere poi notizie e scoprì che paradossalmente nel 2008 la situazione di quegli ambienti arrivò persino in Parlamento. Un’interrogazione al Senato segnalava che chiostro, refettorio, campanile e altri locali dell’antico complesso risultavano occupati da privati e ricordava che il Fondo Edifici di Culto aveva comunicato al Comune di Napoli di non aver rinvenuto atti di alienazione o locazione relativi a quei beni. Veniva quindi chiesto di accertare la legittimità di quelle occupazioni e di recuperarne il possesso.
Non conosco quale sia stata negli anni successivi l’esatta evoluzione giuridica della vicenda ma per certo so che ancora oggi un luogo appartenuto alla storia di Napoli non è un luogo pubblico ma privato .
Ma non basta .. perché Sant’Agostino alla Zecca racconta anche la triste storia di quando la nostra città non sappia valutare i propri capolavori .
E’ una storia di abbandono , degrado e disinteresse culturale .
E’ sopratutto l’emblema di promesse di restauro mai mantenute .
Nel 2008, durante una visita a Napoli del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, il ministro dei Beni culturali Sandro Bondi venne informato delle condizioni di Sant’Agostino e furono destinati 1,6 milioni di euro al recupero. La storia successiva sarebbe stata ancora fatta di lavori, attese e difficoltà.
E come sempre succede in questa città … la lunga attesa di restauri finì per accompagnarsi alla dispersione di una parte del suo patrimonio. Opere e arredi furono rubati, trasferiti o andarono perduti; marmi, elementi del coro ligneo e parti dell’antico pavimento scomparvero durante decenni nei quali Sant’Agostino rimase sostanzialmente sottratta alla vita della città.
Quando anni fa decisi di scrivere su Cose di Napoli la storia di questa antica chiesa, raccolsi dagli anziani del quartiere anche un ricordo che non ho dimenticato.
Erano gli anni nei quali stavo scoprendo questa meravigliosa città e lo stati di abbandono di quella chiesa era qualcosa che proprio non riuscivo ad accettare .
Spinto da un misto di rabbia e curiosità, volli adoperarmi per capire qualcosa di più e trascorsi due giorni interi a parlare con gli abitanti della zona, soprattutto con le persone più anziane, cercando di ricostruire ciò che era accaduto mentre Sant’Agostino rimaneva chiusa e praticamente abbandonata. Da più persone tornò fuori lo stesso racconto.
In quel periodo alcuni ragazzi del quartiere, in occasione del tradizionale cippo di Sant’Antuono, erano soliti recuperare vecchie sedie, panche e altro legname anche dagli ambienti della chiesa per alimentare il grande fuoco. Quando davanti a Sant’Agostino comparve un furgone sul quale figurava la scritta “Comune di Napoli”, la sua presenza non dovette quindi destare particolare sospetto. Secondo quanto mi raccontarono, gli abitanti pensarono che qualcuno fosse finalmente intervenuto per mettere in sicurezza l’edificio e impedire che continuasse quella piccola spoliazione.
Il seguito di quei racconti era molto più amaro. Da Sant’Agostino non sarebbero uscite soltanto vecchie panche da sottrarre ai falò: su quel mezzo sarebbero stati caricati anche quadri e arredi di valore, dei quali si sarebbe poi persa ogni traccia.
Secondo quella memoria orale, quel furgone servì solo a sottrarre quadri e arredi mai più recuperati
Ed è proprio qui che il discorso, almeno per me, supera Sant’Agostino alla Zecca.
Un monumento non viene perduto soltanto quando viene abbattuto o quando un muro crolla. Lo perdiamo lentamente anche quando lo chiudiamo per decenni, quando permettiamo che venga depredato, quando diventa inaccessibile, quando migliaia di persone gli passano accanto ogni giorno senza sapere cosa esista dietro quelle mura.
Oggi siamo giustamente orgogliosi del successo turistico di Napoli. Ma mentre una parte sempre maggiore del centro storico viene trasformata in luogo di consumo e intrattenimento, tra tavolini, B&B, cibo da strada e locali, dovremmo avere almeno la stessa determinazione nel rendere accessibili, tutelare e raccontare i luoghi che costituiscono la ragione stessa per cui quella città è diventata tanto desiderata.
Perché amare Napoli non significa soltanto celebrarne la bellezza. Significa anche avere il coraggio di denunciare l’incuria, l’abbandono e le contraddizioni che rischiano di comprometterla. Non per il gusto della polemica, ma perché quella bellezza vorremmo continuare a riconoscerla e soprattutto consegnarla a chi verrà dopo di noi.
Quella della storia di questo meraviglioso ed antico complesso di Sant’Agostino alla zecca come notate è una delle pagine più amare della nostra storia culturale .
Un monumento che aveva attraversato terremoti, trasformazioni urbanistiche e secoli di storia napoletana dopo essere stato smontato e abbandonato per decenni all’incuria e al degrado alla fine venne anche vandalizzato in quanto quello che custodiva prendeva strade che ancora oggi non conosciamo.



