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Il  26 agosto 1973 era una domenica. A Napoli faceva ancora caldo, l’estate volgeva lentamente verso settembre e quasi nessuno immaginava che una parola appartenente alle pagine più dolorose della storia cittadina stesse per tornare sulle prime pagine dei giornali: colera.
Da alcuni giorni, tuttavia, qualcosa stava accadendo.
Dopo Ferragosto erano comparsi tra Napoli e alcuni comuni della provincia diversi casi di violenta gastroenterite. Il 20 agosto era morta all’ospedale Pellegrini una ballerina inglese ; due giorni dopo era morta una donna originaria di Bacoli. A Torre del Greco il primario dell’ospedale Maresca, , aveva osservato alcuni pazienti con sintomi che lo avevano indotto a parlare di una possibile «sindrome coleriforme».
L’ipotesi apparve inizialmente eccessiva. Il colera sembrava appartenere a un altro tempo, alle grandi epidemie ottocentesche, a una Napoli di fondaci, pozzi contaminati e condizioni igieniche che si ritenevano ormai consegnate alla storia.
Il 26 agosto, però, al Maresca morì una donna . Il giorno seguente sarebbe morta un’altra persona .Gli eventi cominciavano ormai a comporre un quadro che non poteva più essere ignorato.
La città avrebbe conosciuto la verità soltanto pochi giorni dopo.
Il 29 agosto Il Mattino portò in prima pagina la notizia dei sospetti di infezione da vibrione colerico. Al Cotugno aumentavano intanto i ricoveri e una parola che Napoli conosceva fin troppo bene cominciò a passare rapidamente dalle corsie degli ospedali alle case, ai mercati, ai vicoli.

Con quella parola arrivò la paura e non ci volle molto per trasformare il tutto in una psicosi incontrollata.
Le cozze finirono immediatamente sul banco degli imputati. Si sequestrarono molluschi, furono adottati divieti alimentari e cominciò una corsa alla disinfezione e alla ricerca del vaccino. Ma la responsabilità delle cozze napoletane, entrata rapidamente nell’immaginario collettivo, non sarebbe mai stata dimostrata con la certezza con cui venne allora raccontata. Il vibrione non fu isolato nei mitili locali e negli anni furono avanzate anche altre ipotesi sull’origine del contagio.
Napoli si ritrovò così improvvisamente davanti alle proprie contraddizioni. Accanto a una città moderna sopravvivevano zone prive di adeguate condizioni igieniche, scarichi insufficienti, mare inquinato, abitazioni sovraffollate e antiche fragilità urbanistiche e sociali che l’espansione del dopoguerra non aveva cancellato.

Ma sarebbe ingiusto ricordare quelle settimane soltanto attraverso il degrado.

Quando cominciò la vaccinazione, la risposta della città fu enorme. Si formarono file interminabili davanti ai centri sanitari; medici, infermieri, volontari e cittadini parteciparono a una mobilitazione che in pochi giorni assunse dimensioni straordinarie. A Ponticelli nacque uno dei primi centri di vaccinazione e anche la Sesta Flotta americana contribuì mettendo a disposizione apparecchi per vaccinare rapidamente grandi quantità di persone. L’emergenza venne contenuta nel giro di poche settimane.

Uno studio storico-scientifico recente ricorda che entro il 5 settembre 1973 erano già state vaccinate circa 1,2 milioni di persone e che furono utilizzate anche le caratteristiche pistole per vaccinazione messe a disposizione da personale sanitario americano della Sesta Flotta; per la disinfezione delle strade furono impiegate circa 1.500 tonnellate di disinfettante.

Eppure, insieme al colera, Napoli dovette combattere contro qualcosa di diverso.

Una parte della stampa italiana e internazionale tornò a descriverla attraverso immagini che sembravano provenire dall’Ottocento: vicoli, sporcizia, miseria, bassi, mare infetto. La città reale, con le sue gravissime responsabilità amministrative e i suoi problemi igienico-sanitari, finì spesso per confondersi con una rappresentazione più semplice e più feroce: Napoli stessa come malattia.

Le cronache dell’epoca arrivarono a paragonare la città a realtà del cosiddetto Terzo Mondo; comparvero titoli sarcastici e il danno economico fu pesantissimo. Ristoranti vuoti, turisti in fuga, prodotti napoletani guardati con sospetto. L’epidemia sanitaria diventava anche un’epidemia di pregiudizi.
I numeri, pur nella difficoltà di ricostruirli con assoluta precisione, raccontano una realtà meno apocalittica di quella rimasta nell’immaginario: secondo le ricostruzioni riportate da Treccani, a Napoli furono registrati 119 casi e 15 morti.
Ma un titolo del genere per la stampa era qualcosa di impensabile per tanti motivi:perché ogni notizia prodotta nell’entroterra campano all’epoca dovevano sempre suscitare notizie capaci di buttare fango su Napoli ed i napoletani .
Tutte le notizie sui giornale , anche e sopratutto quelle della stampa locale avevano ha sempre un titolo «Napoli, virgola, qualcosa».
“Il vibrione sotto al Vesuvio “…. «Colera a Napoli»
Tutte notizie create ad arte per vendere giornali e frutto soltanto di approssimazione giornalistica e della poca voglia di capire in chi legge le notizie sulla città di Napoli.
A molti nel resto dell’Italia quella notizia di una Napoli affetta da un morbo colerico faceva vendere giornali
Nella nostra città invece , esclusi un limitato numero ci casi , c’era soltanto il solito bordello e la paura di morire che veniva ingigantita dalle testate giornalistiche locali ; “la criminalizzazione di Napoli fu davvero sproporzionata”.
I media dell’epoca alterarono la realtà, consegnandola al pregiudizio, rompendo le ossa all’immagine della città.
L’ultimo caso venne diagnosticato il 19 settembre e il 12 ottobre l’emergenza poteva considerarsi conclusa.
Solo quando dopo trenta giorni a Napoli tutto finì fu reso noto che il vibrione era nelle cozze tunisine. Nessuno però descrisse più l’epidemia che perdurava altrove, mentre Napoli si ritrovò orfana di turisti, ormai convinti che fosse una Calcutta italiana.
CURIOSITA’: Negli stadi d’Italia, luogo di crescente calciocentrismo nazionale, il Napoli di Vinicio fu da allora accolto al grido di “colera”, e fu proprio in quel momento storico che nacque quel coro/slogan razzista ancora ben radicato e mai contrastato dagli ipocriti organi preposti al contrasto dei fenomeni razziali negli impianti sportivi. Baresi, palermitani, cagliaritani e catalani non sono apostrofati come “colerosi”, e neanche i tifosi delle squadre di Milano, Genova, Torino, Verona, Treviso, Venezia, Trieste, Parma, Modena, Como, Bergamo, Brescia e altre città del Nord non bagnato dal mare ma colpite nell’Ottocento da diverse pandemie di colera per le scarse condizioni igieniche e non per delle cozze importate.
Rimane però una lezione che va oltre i numeri.
Il colera del 1973 mise in evidenza ritardi, incuria e disuguaglianze che non potevano più essere nascosti, ma mostrò anche la capacità della città di reagire rapidamente quando il pericolo divenne evidente. Ridurre quella vicenda alla solita immagine di una Napoli sporca e irresponsabile significa quindi raccontarne soltanto una parte; assolvere la città dalle sue responsabilità sarebbe altrettanto sbagliato.
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