Federico Stella nato a Napoli nel 1842 , fu, insieme a Eduardo Scarpetta e Gennaro Pantalena, uno tra i più grandi attori e drammaturghi della scena teatrale napoletana del suo tempo.

Egli per un certo verso  era quasi predestinato per il teatro .

Nacque infatti in un camerino del teatro Sebeto di Napoli, da precoci contrazioni uterine che sua madre , una ballerina di varietà , a termine di gestazione ebbe in teatro ed esitarono poi in un parto . 

Era inoltre  anche  figlio d’arte  da parte paterna .  Il  padre Francesco detto “Ciccio” fu infatti uno dei più grandi interpreti della maschera di Pulcinella .

Il suo debutto in teatro in un ruolo da protagonista , avvenne quando era appena ventenne e per sostituire il padre gravemente ammalato, nel ruolo  proprio di Pulcinella . la sera del 15 luglio del 1862, al teatro Sebeto, nella commedia del grande Pasquale Altavilla, Don Ciccillo a la fanfarra.

N.B. In quel periodo ogni attore napoletano ambiva a recitare in teatro la maschera di Pulcinella . Per ogni attore napoletano questo rappresentava il massimo a cui aspirare ma a differenza di tutti gli altri suoi contemporanei attori , la maschera di Pulcinella a lui stava un tantino stretta., ma quando il padre, Francesco, che era stato un acclamato Pulcinella, contrasse una grave malattia che lo portò alla morte, Federico fu costretto, suo malgrado, ad indossare il bianco camice di Pulcinella, pur sentendosi poco incline al ruolo comico che la maschera imponeva. Lo Stella, infatti prediligeva un repertorio che passava dal dramma alla tragedia senza omunque trascurare il lato  comico. Egli sentiva quinti una maggiore attitudine per i ruoli tragici, e ciò che rafforzò in lui, ancor di più, la volontà e la determinazione a disfarsi di Pulcinella, che pure aveva reso celebri tanti uomini, fu l’amicizia con Raffaele Negri. Don Raffaele, infatti, si era reso conto delle nascoste doti e delle potenzialità del giovane Federico, per cui era ben consapevole del fatto che avrebbe potuto rifulgere in un repertorio prettamente drammatico.

Dopo un po’ di gavetta in svariate compagnie cittadine, dove mise in risalto le sue grandi doti di attore in tutti i generi, egli si unì alla compagnia del famoso Gennaro Pantalena, valido attore, più volte scritturato da Eduardo Scarpetta, e con lui effettuò un lungo giro per i teatri di provincia, nei quali rappresentò tutto ciò che di rappresentabile era possibile. In tal modo, Federico passò, con gran naturalezza, dai Vaudeville ai drammi, dalla tragedia al comico, riscuotendo, ovunque, egualmente grande successo.

Successivamente mise su una propria compagnia insieme all’attore Antonio Allegretti con la quale nel 1893 mise in scena il dramma popolare di Francesco Mastroianni intitolato “Un delitto in via Lavinajo”. Nel 1901 sempre con la sua stessa Compagnia lavorò invece al Teatro Quirino per due mesi con diverse opere da lui scritte  tra cui Buona e Mala Vita  e L’ ammonito.

 

Come molti attori, anche Federico Stella si cimentò a scrivere alcuni lavori teatrali peraltro accolti calorosamente dal pubblico del San Ferdinando che per temi trattati e robustezza divennero famosi con l’appellativo di drammoni. Ricordiamo: Rosella la spigaiola del Pendino, Caterina la pettinatrice di San Giovanni a Carbonara, La bella di Portacapuana, La figlia del gatto e Graziella la lavandaia di Antignano.

Don Federico come affettuosamente  veniva chiamato da tutti , divenne in quel periodo un’istituzione cittadina, insieme al suo contemporaneo Eduardo Scarpetta ma a differenza di questi che attirava un pubblico più della Napoli aristocratica, lui aveva dalla sua parte il popolino.

Egli stesso era  un figlio del popolo, in quanto abitava al centro storico al quartiere S.Lorenzo, e questa anima del popolo  divenne il tema  pricipale che egli rappresentò nelle sue commedie al Teatro San Ferdinando nella popolare via Foria.  Fu pertanto per qiesto motivo un artista molto amato  dai  napoletani ma a differenza di tanti suoi contemporanei ( vedi Scarpetta ) egli non accumulò richhezza dalla sua attivita teatrale e  morì di stenti all’età di 85 anni a Napoli il 29 novembre del 1925 , lasciando però un ricordo e un patrimonio artistico indelebile alla nostra città e al teatro in genere .

Egli rappresentò in quel periodo l’alternativa al piu famoso teatro di  Scarpetta con il quale andò  spesso in aperto  contasto . Il suo era infatti un teatro teatro  popolare drammatico e non comico come quello che proponeva Scarpetta con il suo Felice Sciosciammocca. Tutto questo attirò l’attenzione di parecchi intelletuali e uomini di teatro tra i quali sopratutto Benedetto Croce e sopratutto  Salvatore Di Giacomo .

CURIOSITA’ ; Il Croce a  proposito di quel  desiderio di un dramma dialettale che si faceva sempre più  vivo in Federico Stella , scriveva : «quel contrasto e quel desiderio erano, nondimeno, sintomo di una materia artistica in elaborazione…

Al popolarissimo teatro  San Ferdinando Stella creò quidi il teatro popolare drammatico, che emerse sopra tutti col dramma Mala vita; e poi con A San Francesco, col Mese Mariano e con Assunta Spina. che si pose in opposizione a quello “da ridere” di Scarpetta.

A quel genere, svariati autori fornivano, abitualmente, drammoni in sei o sette atti, sullo sfondo della vita di camorra, per lo più desunti dai romanzi d’appendice e, soprattutto, da quelli di Francesco Mastriani, cruda denunzia dei bassifondi napoletani, della corruzione e dei vizi cui spingeva la miseria. Nei drammi di Stella, l’onesto era perseguitato implacabilmente; ma nel finale la giustizia trionfava. Il popolarissimo pubblico si appassionava tanto al dramma, da intervenire con urli e imprecazioni, inveendo contro l’immancabile cattivo o traditore e parteggiando per il giusto, fino, talvolta, a balzare in piedi per gridargli che l’aggressore era in agguato, dietro le quinte.

N.B.Eduardo Scarpetta ebbe a dire: «Io sostenni, sostengo e sosterrò sempre che, dati i costumi, l’indole e le tradizioni del nostro popolo, non è possibile, qui a Napoli, altro teatro che non sia il comico; e dimostrai che tutti i tentativi e gli esperimenti fatti per un teatro diverso da quello puramente comico erano tutti miseramente falliti». In effetti, tutti coloro che avevano tentato di imporre un’alternativa al teatro pochadistico dello Scarpetta  avevano, ben presto, abbandonato l’impresa, ripiegando sul collaudato repertorio comico.

Il grande Scarpetta  incolpava quindi gli autori di quel genere di teatro di «stiticità», ed affermava che nessuna compagnia teatrale poteva, con profitto, usare quel repertorio. Insisteva sul fatto che il discorso di questi autori era null’altro che semplice retorica, e che la realtà era ben altra. La realtà, infatti, era lui!

Questa delirante affermazione fece precipitare, nel più profondo ed angoscioso sconforto, proprio Salvatore Di Giacomo, che disse: «sicché, a Napoli, non abbiamo che due generi di teatro: quello di Federico Stella, a base di fattacci e di sangue; e quello di Scarpetta, tratto da pochade francesi. Quanta miseria!».

Evidentemente, il grande poeta volutamente ignorava la grande frattura esistente tra le due più grandi classi sociali napoletane: il popolo e la borghesia. La classe popolare, date le sue abitudini ed il suo tenore di vita, non poteva far altro che frequentare il popolare teatro San Ferdinando, a Pontenuovo, ove agiva la compagnia di Federico Stella; la borghesia partenopea trovava, invece, la sua delizia ed il suo spasso, soltanto nelle geniali invenzioni del Felice Sciosciammocca.

Dunque, da una parte si schierò tutta la Napoli intellettuale, con i più grossi critici di quell’epoca: Forser, Martini, lo stesso Di Giacomo, Scarfoglio, Serao, Costagliola e Chiurazzi; dall’altra, un uomo solo: Eduardo Scarpetta! I salotti digiacomiani erano fautori di un teatro nuovo, fatto di vita reale, quotidiana. Essi affermavano che il vero teatro dialettale era fatto di quei sentimenti di cui i figli di Partenope andavano fieri. I riferimenti, chiari ed inequivocabili, erano rivolti al repertorio che don Eduardo traeva da pochade e vaudeville francesi, ed ai miseri tentativi, compiuti dallo stesso Scarpetta, di creare commedie originali. Dall’altro canto, a leggere le memorie di Scarpetta, se ne deduce che, per lui, Teatro dialettale d’Arte significava roba da piangere e con particolare contenuto moralistico. Ed era evidente che, posta così la questione, Scarpetta fosse convinto di aver ragione.

Comunque, nonostante lo Stella, il vero trionfatore nei teatri napoletani dell’epoca fu Scarpetta; e fu ciò a spingere, come abbiamo visto, Di Giacomo e gli altri intellettuali, a tentare di riscattare il cosiddetto Teatro dialettale d’Arte.

Sull’onda dei successi teatrali del Di Giacomo, del Torelli, di Murolo, di Bovio, dello Storace ecc., la “Napoli culturale” portava avanti un discorso teatrale fatto di vita di tutti i giorni. Essi affermavano che il vero teatro dialettale non era quello di Scarpetta, fatto di personaggi e momenti propri di un popolo che, assolutamente, non era quello napoletano. Il tipo di teatro, auspicato da questo eccellente schieramento culturale, fu denominato, come abbiamo già detto, “Teatro Dialettale d’Arte”. Uno dei capisaldi di questa rivoluzione teatrale fu, sicuramente, il dramma della stiratrice di Caponapoli, Assunta Spina, protagonista dell’omonima novella del Di Giacomo. Questo dramma fu rappresentato, per la prima volta, il 27 marzo del 1909, al teatro Nuovo, dalla compagnia Stabile Molinari, diretta dall’indimenticabile e bravo Gennaro Pantalena, con la “Duse” del teatro napoletano, Adelina Magnetti, nei panni di Assunta, Enrico Altieri, nella parte di Michele Boccadifuoco, e Carlo Pretolani in quella del cancelliere Funelli. Il lavoro ottenne un successo che, forse, neppure il poeta napoletano si attendeva, al punto che Assunta Spina fece il giro dei più bei teatri Napoletani. I due protagonisti del dramma furono interpretati da grandi attori dell’epoca, Mariella Gioia e Francesco Corbinci, Tecla Scarano ed il bravissimo Raffaele Viviani, Amelia D’Amico e Amedeo Girard, Annetta Lazzari e Vittorio Farinati, fino ad essere tradotta in lingua ed interpretata da Vera Vergani e Ruggiero Lupi, il 17 Febbraio 1928, al teatro Manzoni di Milano.

 

 

 

 

 

 

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