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Ogni 26 luglio Napoli celebra una delle figure più amate della tradizione cristiana. Non è soltanto una ricorrenza religiosa: è una festa che da secoli vive nelle chiese, nei quartieri, nelle processioni e perfino nei nomi di migliaia di donne napoletane. Dietro questa devozione così radicata si nasconde una storia fatta di fede, arte, tradizioni popolari e memoria collettiva, che ancora oggi continua a raccontare una parte importante dell’identità della nostra città.
Sant’Anna è conosciuta come la madre della Vergine Maria e, secondo la tradizione cristiana, la nonna di Gesù. I Vangeli canonici non riportano il suo nome, che compare invece nel Protovangelo di Giacomo, un antico testo del II secolo. Pur non appartenendo ai libri canonici del Nuovo Testamento, questo racconto influenzò profondamente la spiritualità cristiana e contribuì alla diffusione del culto di Sant’Anna in tutto il mondo cristano.
Da allora Sant’Anna è divenuta il simbolo della maternità, della famiglia e dell’attesa fiduciosa, motivo per cui viene invocata come patrona delle partorienti e delle madri.
Ma è soprattutto il suo essere rimasta incinta in età avanzata ad averle meritato nei secoli il ruolo di patrona dei parti impossibili e protettrice contro la sterilità coniugale. Le partorienti a lei si rivolgono per ottenere da Dio tre grandi favori: un parto felice, un figlio sano e latte sufficiente per poterlo allevare.
Inoltre, poiché portò Maria Vergine in grembo, come uno scrigno che contenesse un gioiello prezioso, è patrona degli orefici, degli ebanisti, dei falegnami dei carpentieri, dei tornitori e dei minatori, dei sarti, dei tessitori e dei venditori di biancheria.
A Napoli questa devozione trovò fin dal Medioevo un terreno particolarmente fertile. Ancora oggi il nome Anna è tra i più diffusi nella nostra città e non è raro incontrare donne chiamate Anna Maria, quasi a voler custodire nel nome stesso quel legame indissolubile tra madre e figlia che la tradizione cristiana ha consegnato ai secoli.A Napoli questa devozione trovò fin dal Medioevo un terreno particolarmente fertile. Sant’Anna divenne infatti la protettrice delle partorienti, delle madri e delle famiglie, alla quale generazioni di donne hanno affidato le proprie speranze e le proprie preghiere. Ancora oggi il nome Anna è tra i più diffusi nella nostra città e spesso viene unito a quello di Maria, quasi a voler ricordare il legame indissolubile tra madre e figlia che la tradizione cristiana ci ha consegnato.
Il suo culto ha lasciato tracce profonde nel tessuto urbano di Napoli.
Uno dei luoghi più significativi è certamente la monumentale Chiesa di Sant’Anna dei Lombardi, sorta nel Quattrocento e particolarmente cara alla dinastia aragonese. Si racconta che lo stesso Alfonso II d’Aragona vi si recasse spesso per assistere alla Messa. All’epoca il vastissimo monastero olivetano occupava gran parte della collina di Monteoliveto con ben quattro chiostri, estendendosi fino all’area dell’attuale Palazzo delle Poste.
L’edificio che ammiriamo oggi porta in gran parte la firma di Domenico Fontana, che lo rinnovò alla fine del Cinquecento, pur conservando preziose testimonianze del Rinascimento napoletano. Al suo interno si custodiscono autentici capolavori: il celebre Compianto sul Cristo morto di Guido Mazzoni, straordinario gruppo scultoreo in terracotta dell’età aragonese; le eleganti cappelle rinascimentali impreziosite da raffinati altari marmorei; gli affreschi realizzati da Giorgio Vasari nell’antico refettorio del monastero, oggi trasformato in una delle sagrestie più straordinarie d’Italia.
Anche la vita quotidiana del monastero ha lasciato un segno nella cultura popolare napoletana. I monaci olivetani producevano infatti un sapone di eccellente qualità e lo utilizzavano spesso per ottenere in cambio mobili e oggetti usati con cui arredare il convento. Da questa antica usanza deriverebbe la figura dei “sapunari”, i rigattieri che per secoli girarono per Napoli barattando il sapone con oggetti vecchi, e perfino la celebre espressione dialettale “cca ’a pezza e cca ’o sapone”, ancora oggi utilizzata per indicare un pagamento immediato e senza dilazioni.
La devozione per Sant’Anna vive anche al Petraio, di cui è patrona, tra antiche scale, terrazze panoramiche e vicoli che conservano ancora l’atmosfera della Napoli ottocentesca. Più raccolta ma altrettanto suggestiva è invece la Chiesa di Sant’Anna a Capuana, che sorprende il visitatore con il suo scenografico scalone a doppia rampa che conduce all’altare sopraelevato, una soluzione architettonica davvero insolita per una chiesa napoletana.
Se Sant’Anna dei Lombardi racconta la grande arte del Rinascimento napoletano , Sant’Anna di Palazzo custodisce invece alcune delle pagine più significative della storia cittadina . Essa si trova infatti nel cuore dei quartieri spagnoli e fin dalle sue origini rappresenta per il popolo napoletano un luogo che custodisce non soltanto una profonda devozione religiosa ma anche una pagina decisamente importante della storia di Napoli.
La chiesa nacque nel cuore dei quartieri spagnolo nel Cinquecento come Rosario di Palazzo, per celebrare la vittoria della Lega Santa nella battaglia di Lepanto del 1571. Soltanto nel 1818 assunse il nome attuale, quando la sede parrocchiale della vicina Sant’Anna di Palazzo venne trasferita al suo interno. La chiesa originaria, gravemente danneggiata durante la Seconda guerra mondiale, sarebbe stata poi demolita, mentre numerosi arredi vennero salvati e trasferiti nell’edificio attuale, dove ancora oggi si possono ammirare il magnifico altare maggiore progettato da Domenico Antonio Vaccaro, la settecentesca fonte battesimale e altre opere provenienti dall’antica parrocchia.
N.B. Molti arredi della chiesa originaria furono salvati e trasferiti nell’edificio attuale. Tra questi spiccano il monumentale altare maggiore progettato da Domenico Antonio Vaccaro, la settecentesca fonte battesimale e altre preziose opere che continuano ancora oggi a custodire la memoria della storica parrocchia.
Ma questa chiesa è legata anche ad alcune delle figure più illustri della storia napoletanaTra queste mura passarono infatti anche alcuni protagonisti della storia di Napoli.
Qui venne battezzato il grande pittore Luca Giordano e, sempre qui nel febbraio del 1778, si celebrò il matrimonio di Eleonora Pimentel Fonseca con Pasquale Tria de Solis. La futura protagonista della Repubblica Napoletana del 1799 abitava proprio poco distante, nelle stradine che ancora oggi conservano il nome di Sopra Sant’Anna di Palazzo, a testimonianza di quanto questa devozione fosse profondamente radicata anche nella vita quotidiana del quartiere.
Ma è nella zona delle antiche Paludi, lungo l’asse che dal Borgo Loreto conduce verso San Giovanni a Teduccio, che il culto di Sant’Anna assume ancora oggi il suo volto più popolare. Qui sorge la trecentesca Chiesa di Sant’Anna alle Paludi, punto di riferimento religioso di un quartiere nato con il Risanamento di fine Ottocento ma profondamente legato a tradizioni molto più antiche.
Secondo una suggestiva leggenda popolare, la statua della santa sarebbe stata ritrovata tra le acque paludose dell’antico Sebeto da un contadino di nome Nicolino Panerano, reduce dai combattimenti del Ponte della Maddalena contro i giacobini. Mentre attraversava quei terreni vide una bambina chiedergli aiuto per la madre sprofondata nel fango. Scavando, l’uomo non trovò una donna in carne e ossa ma il simulacro di Sant’Anna con la Vergine bambina tra le braccia. È una tradizione tramandata dal popolo, priva di riscontri storici, ma ancora oggi profondamente radicata nella memoria del quartiere.
Da secoli, proprio attorno a questa chiesa, si svolge una delle più antiche e partecipate feste popolari della città. Nell’ultima domenica di luglio la statua settecentesca di Sant’Anna, attribuita allo scultore Giuseppe Picano, attraversa le strade di Barra portata a spalla su una grande Barca processionale in cartapesta dai cullatori, tra migliaia di fedeli, canti, preghiere e una pioggia di petali.
Prima della processione la statua viene accuratamente adornata di collane, gioielli e preziosi secondo l’antico rito della ’ngannaccata. Il termine deriva probabilmente dall’arabo hannaqa e ancora oggi, nel linguaggio popolare napoletano, indica una persona particolarmente elegante e riccamente adornata. I colori predominanti sono il verde, simbolo della speranza e della vita nuova, e l’oro, che richiama la gloria divina e la regalità di Dio.
La festa è preceduta da riti che si tramandano da generazioni: la novena, il Rosario recitato in lingua napoletana, l’antico Inno della mezzanotte e lo scampanio che annuncia l’arrivo del 26 luglio. Sono tradizioni che continuano a scandire il tempo di un’intera comunità e che fanno della celebrazione qualcosa di molto più profondo di una semplice festa patronale.
In occasione della ricorrenza, anche Ferdinando Russo dedicò alla santa la poesia “A Sant’Anna e pparule”, testimonianza di quanto questa devozione fosse radicata nella cultura popolare napoletana.
Insieme alla storica processione di San Gennaro e a quella de ’O Munacone nel Rione Sanità, la festa di Sant’Anna rappresenta ancora oggi una delle più antiche processioni popolari sopravvissute a Napoli.
È una tradizione che ha attraversato secoli di storia senza perdere la propria forza, continuando a unire fede, identità e senso di appartenenza.
In una città che purtroppo oggi sta cambiando continuamente perdendo la sua identità , alcune tradizioni riescono ancora a resistere al tempo. Ogni 26 luglio migliaia di napoletani si ritrovano davanti all’immagine di Sant’Anna non soltanto per rinnovare una devozione religiosa, ma anche per riscoprire un legame profondo con la propria storia. Perché, prima ancora di essere una santa, Sant’Anna continua a rappresentare la memoria della famiglia, della maternità e di quella fede semplice e autentica che, da secoli, accompagna il cammino di Napoli.
Se Napoli conserva alcune delle più antiche chiese dedicate a Sant’Anna e celebra ancora oggi processioni profondamente radicate nella devozione popolare, è nel Golfo che questa festa raggiunge forse la sua espressione più suggestiva. Ogni 26 luglio, infatti, gli occhi della Campania si volgono verso Ischia, dove la Baia di Cartaromana e il Castello Aragonese fanno da cornice alla celebre Festa a Mare agli Scogli di Sant’Anna.
La tradizione affonda le proprie radici nella fede delle donne che desideravano un figlio o chiedevano alla santa una maternità serena. Accompagnate dai pescatori, raggiungevano in barca la piccola chiesa costruita sugli scogli per pregare Sant’Anna, patrona delle partorienti. Da quel semplice pellegrinaggio via mare nacque una delle manifestazioni più affascinanti del Mediterraneo.

Nel 1932 quella devozione popolare si trasformò in una festa che ancora oggi richiama migliaia di persone. Le antiche barche dei pescatori lasciarono progressivamente spazio a spettacolari imbarcazioni allegoriche, costruite con straordinaria maestria dagli artigiani dell’isola, che ogni estate sfilano nella baia illuminate dalle luci della sera. A chiudere la manifestazione è il tradizionale incendio simbolico del Castello Aragonese, seguito da uno spettacolo di fuochi d’artificio che si riflettono sul mare, regalando uno degli scenari più emozionanti dell’estate campana.
Dalle antiche scale del Petraio alle vie di Barra, dalle Paludi fino agli scogli di Cartaromana, il 26 luglio continua a raccontare una stessa storia. È la storia di una devozione che ha attraversato i secoli senza perdere la propria forza, unendo città e isole, arte e tradizioni, fede e identità popolare. Perché Sant’Anna, prima ancora di essere una ricorrenza liturgica, rappresenta ancora oggi uno dei fili più autentici che legano la Campania alla propria memoria.













