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Ci  sono uomini il cui nome il tempo tende a dimenticare, mentre le loro parole continuano a vivere per sempre.
È il caso di Enzo Fusco, uno dei più grandi parolieri della canzone napoletana di cui oggi, 27 luglio, ricorre l’anniversario della tragica scomparsa.
Eppure, se il suo nome oggi dice poco a molti, bastano poche parole perché tutti riconoscano immediatamente il suo capolavoro:

«Dicitencello a ‘sta cumpagna vosta ch’aggio perduto ’o suonno e ’a fantasia…»

Sono versi che da quasi un secolo attraversano il tempo, emozionano generazioni e vengono cantati in ogni parte del mondo.

Sono le parole di una canzone diventata patrimonio universale della musica napoletana e che, paradossalmente, finì per sopravvivere alla memoria del suo stesso autore. Un poeta che regalò al mondo una delle più intense dichiarazioni d’amore della canzone napoletana.

Dicitencello a ‘sta cumpagna vosta
ch’aggio perduto ‘o suonno e ‘a fantasia
ch a penzo sempe,
ch’è tutt a vita mia
I’ nce ‘o vvulesse dicere,
ma nun ce ‘o ssaccio dí

A voglio bene
A voglio bene assaje
Dicitencello vuje
ca nun mm a scordo maje.
E’ na passione,
cchiù forte ‘e na catena,
ca mme turmenta ll’anema
e nun mme fa campá

Dicitencello ch’è na rosa ‘e maggio,
ch’è assaje cchiù bella ‘e na jurnata ‘e sole
Da ‘a vocca soja,
cchiù fresca d”e vviole,
i’ giá vulesse sèntere
ch’è ‘nnammurata ‘e me

A voglio bene
A voglio bene assaje
Dicitencello vuje
ca nun mm a scordo maje.
E’ na passione,
cchiù forte ‘e na catena,
ca mme turmenta ll’anema
e nun mme fa campá

Na lácrema lucente v’è caduta
dicíteme nu poco: a che penzate?
Cu st’uocchie doce,
vuje sola mme guardate
Levámmoce ‘sta maschera,
dicimmo ‘a veritá

Te voglio bene
Te voglio bene assaje
Si’ tu chesta catena
ca nun se spezza maje
Suonno gentile,
suspiro mio carnale
Te cerco comm’a ll’aria:
Te voglio pe’ campá

Dicitencello vuie è  la più appassionata, e insieme disperata, dichiarazione d’amore della canzone napoletana. Enzo Fusco ne compose i versi nel luglio 1930, lasciando a Rodolfo Falvo il compito di metterli in musica. Si vuole che il brano sia nato, come tanti altri, al Caffè Gambrinus, dove i due si erano fermati dopo una passeggiata. Colpito dall’immagine di una signora che gli ricordava la donna che aveva nel cuore, Fusco avrebbe iniziato a tradurre in versi ciò che quella visione gli aveva suscitato. Vale a dire i tormenti e l’inquietudine che gli derivavano dalla paura di dichiarare il proprio amore.

Il testo di Dicitencello vuie racconta proprio di un innamorato che ha paura di manifestare i propri sentimenti, temendo di non essere ricambiato. È questo il motivo che induce l’uomo a adottare un espediente che gli permette di aprire finalmente il cuore senza esporsi.
Si rivolge alla donna che ama fingendosi invaghito di una sua amica e la prega (dicitencello vuie) di rivelare alla compagna la sua passione. Grazie all’escamotage, dichiara il suo amore con grande trasporto e senza remore, come un fiume in piena.
La donna è scossa da quelle parole: all’amica, e non a lei che ha sempre amato quel giovane, va quella dichiarazione accorata. Una lacrima che le spunta sul viso diventa per l’uomo un segno rivelatore. A quel punto la finzione scompare (levammece sta maschera) lasciando il posto alla verità tanto desiderata da entrambi e finalmente le maschere possono essere abbandonate. «Levammece ’sta maschera, dicimmo ’a verità» è uno dei versi più intensi della poesia napoletana, perché racconta il momento in cui il coraggio vince la paura.

Dopo averle queste parole Falvo si sarebbe reso immediatamente conto di aver davanti parole che meritavano di essere musicate.

Nato a Napoli il 1º gennaio 1899 da Carlo Fusco (di Sant’Agata de’ Goti) e da Maria Teresa Folena (di Lucca), fu il primo di sette fratelli, quattro dei quali divennero apprezzati musicisti.

Tarcisio, compositore, pianista e direttore d’orchestra, fu uno dei primi musicisti a dedicarsi ai rapporti tra la musica ed il cinema dirigendo orchestre durante la proiezione dei film muti; Antonio e Romeo furono rispettivamente violinista e percussionista.
Infine Giovanni, il più giovane dei fratelli, fu compositore, pianista e direttore d’orchestra, e lavorò principalmente alla composizione di colonne sonore per film.

Il padre, proprietario di una friggitoria nel famoso borgo Sant’Antonio Abate, avrebbe voluto che il figlio scegliesse una carriera professionale: medico o avvocato.
Ma il giovanissimo Enzo si appassionò al teatro e alla canzone e cominciò a trascurare lo studio. Compagno di studi di Beniamino Gigli all’Accademia nazionale di Santa Cecilia a Roma, iniziò a recitare in compagnie filodrammatiche con Ettore Petrolini e presto trovò lavoro come impiegato.

Poi, unitosi al maestro Giuseppe Cioffi, anch’egli alle primi armi, scrisse un gruppo di canzoni italiane che, restate per alcuni anni inedite, egli cantava nei salotti; questi primi componimenti lo fecero classificare come autore dalla vena facile, efficace, intelligente, originale.
Dotato di una voce da tenore, negli anni venti iniziò a registrare su dischi in vinile grandi liriche partenopee e famose canzoni patriottiche.
Il suo primo disco fu realizzato il 19 novembre 1924 per la Società Italiana di Fonotipia, con la quale Fusco registrò fino al 20 aprile 1929, accompagnandosi alla chitarra.
Nel corso degli anni trenta collaborò con quasi tutte le case discografiche italiane e scrisse diverse fortunatissime canzoni, delle quali, in qualche caso, fu anche autore della musica.
In questo periodo Fusco incise, insieme al grande Crivel, numerose canzoni fasciste e militari come Il condottiero, Giovinezza, Carovane del Tigrai, Ritorna il legionario, Canzone azzurra e Amba Alagi.

Nel corso degli anni trenta scrisse, con lo pseudonimo di Sergio I, altre diverse fortunatissime canzoni in lingua italiana, delle quali, in qualche caso, fu anche autore della musica. Scopritore di talenti, ebbe il merito di lanciare Carlo Buti con la canzone Mi redimo.

Il suo maggiore successo fu comunque la canzone napoletana Dicitencello vuje, che ebbe un successo straordinario. Dopo il debutto al Teatro Augusteo e la prima incisione dello stesso Fusco per la Columbia nel 1931, il brano conobbe una diffusione mondiale. Nel corso degli anni è stato interpretato da artisti come Dean Martin, Connie Francis, Tony Bennett, Noa, Alan Sorrenti e persino Nina Simone, che lo portò al pubblico internazionale con il titolo Just Say I Love Him. La sua influenza arrivò anche nella musica d’autore italiana: Lucio Dalla, in Caruso, riprese alcuni dei suoi versi più celebri, mentre Gianna Nannini tradusse in italiano una delle immagini più evocative della canzone.
Ad Alan Sorrento va invece, il merito di averla rilanciata nel 1974 con un’originale versione cantata in falsetto.
Enzo Fusco fu anche autore di numerosi altri brani di successo, scopritore di talenti e raffinato paroliere.
Successivamente Fusco riprese l’attività di impiegato, che aveva abbandonato, e lavorò per alcuni anni nelle Ferrovie dello Stato. La sua ultima canzone fu Faccella ‘e santa, presentata nella Piedigrotta del 1951. Nello stesso anno, ammalatosi, fu ricoverato nel reparto neurologico e psichiatrico del Vecchio Policlinico di Napoli dove gli fu riscontrato un tumore incurabile del midollo spinale.
Il 27 luglio 1951, sopraffatto dalla sofferenza in un profondo attimo di sconforto, si gettò nel vuoto dalla finestra della sua stanza e si tolse la vita .
È una conclusione dolorosa per l’esistenza di un uomo che aveva saputo trasformare in versi i sentimenti più profondi dell’animo umano.
e Nonostante questo triste destino la sua voce comunque non si è mai spenta del tutto .
Ancora oggi, a distanza di tanti decenni, basta ascoltare le prime note di Dicitencello vuje perché quelle parole tornino a commuovere, ricordandoci come l’amore, quando diventa poesia, riesca a vincere perfino il tempo.
Dicitencello vuje resta infatti per tutti quanti noi , una di quelle canzoni che attraversano il tempo senza perdere la loro forza. Non appartengono più soltanto a chi le ha scritte, ma diventano patrimonio di un popolo e finiscono per raccontarne l’anima.

 

 

 

 

 

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