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Oggi, 28 luglio, nel giorno del suo ottantacinquesimo compleanno, celebriamo uno dei più grandi direttori d’orchestra della storia contemporanea. Un artista che ha conquistato i palcoscenici più prestigiosi del mondo senza mai dimenticare la città che gli ha dato i natali e che ha contribuito in modo decisivo alla sua formazione umana e musicale.

Figlio del medico Domenico Muti e di Gilda De Sanctis, insegnante e raffinata pianista, Riccardo Muti nacque a Napoli il 28 luglio 1941. Ancora ragazzo si trasferì con la famiglia a Molfetta, dove il padre esercitava la professione di medico, ma fu proprio Napoli a completarne la formazione. Tornò infatti nella sua città per frequentare il Liceo Classico Vittorio Emanuele II, il più antico liceo classico d’Italia, e soprattutto il Conservatorio di San Pietro a Majella, una delle più prestigiose istituzioni musicali europee, dove conseguì il diploma in pianoforte sotto la guida del maestro Vincenzo Vitale.

Non ha mai dimenticato quegli anni. «Ho studiato a Napoli nel primo liceo classico d’Italia, il Vittorio Emanuele II, e al Conservatorio di San Pietro a Majella», ha ricordato più volte, sottolineando come proprio lì abbia respirato una tradizione musicale secolare. Quelle stesse sale erano state percorse da compositori come Alessandro Scarlatti, Leonardo Leo, Nicola Porpora, Giovanni Battista Pergolesi, Domenico Cimarosa, Giovanni Paisiello e, in epoche successive, Francesco Cilea. «Ho camminato sulle pietre calpestate da Paisiello, Cimarosa, Cilea. Che senso avrebbe non provare a trasmettere questa tradizione?», ha affermato.

Fu in quel luogo, autentico tempio della musica europea, che Muti assimilò non soltanto una straordinaria preparazione tecnica, ma soprattutto il rigore dello studio, il rispetto assoluto della partitura e un’etica del mestiere destinata ad accompagnarlo per tutta la vita. «Ho avuto la grande fortuna di avere insegnanti straordinari che mi hanno fatto capire che non facciamo i musicisti per noi stessi, ma con il compito di offrire un arricchimento culturale e spirituale.»

Da quella formazione prese avvio una delle carriere più straordinarie del nostro tempo. Negli anni avrebbe diretto alcune fra le più prestigiose istituzioni musicali del mondo: il Teatro alla Scala di Milano, i Wiener Philharmoniker, la Philharmonia Orchestra di Londra e la Chicago Symphony Orchestra, affermandosi come uno dei massimi interpreti del repertorio operistico e sinfonico, in particolare delle opere di Giuseppe Verdi, Mozart e dei grandi compositori italiani.

Eppure, nonostante i riconoscimenti internazionali, Napoli non è mai rimasta per lui un semplice luogo di nascita. Ogni volta che ha parlato della sua città ha ricordato come essa sia stata, per secoli, una delle grandi capitali europee della musica. Un patrimonio che, secondo il maestro, non appartiene soltanto ai napoletani, ma all’intera cultura occidentale.

Il suo legame con Napoli si è manifestato anche attraverso il Teatro di San Carlo, simbolo della storia musicale cittadina, dove è tornato più volte dirigendo opere e concerti accolti con straordinario entusiasmo. Ogni suo ritorno è sempre apparso come un dialogo con una città che continua a riconoscere in lui uno dei suoi figli più illustri.

Per Riccardo Muti la musica non è mai stata soltanto spettacolo. È educazione, memoria, disciplina e responsabilità civile. Una visione che lo ha portato a dedicare una parte importante della sua vita ai giovani musicisti. Vent’anni fa fondò infatti l’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini, offrendo una concreta opportunità professionale a centinaia di ragazzi tra i diciotto e i trent’anni, convinto che il talento abbia bisogno soprattutto di studio, disciplina e occasioni per crescere.

Emblematico fu anche il concerto diretto nel 2009 tra le mura ancora ferite del Teatro Petruzzelli di Bari, poco prima della sua riapertura dopo il devastante incendio. Un gesto che trasformò la musica in simbolo di rinascita civile oltre che culturale.

Le sue riflessioni vanno spesso oltre la musica. Muti ha più volte espresso la preoccupazione per un Paese che rischia di smarrire il valore della propria storia culturale. «Non siamo più il Paese della musica, ma siamo ancora il Paese della storia della musica», ha osservato con amarezza, denunciando le poche opportunità offerte ai giovani diplomati e la progressiva perdita di consapevolezza del nostro immenso patrimonio artistico.

Tra gli episodi più significativi della sua carriera rimane la serata inaugurale della Scala del 1986 con il Nabucco. Dopo il coro del Va, pensiero, il pubblico reclamò con insistenza il bis, tradizionalmente vietato nel teatro milanese dai tempi di Toscanini. Muti esitò a lungo, combattuto tra il rispetto della tradizione e il sentimento che proveniva dalla sala. Fu lo sguardo silenzioso dei coristi a convincerlo. Quel bis entrò nella storia della musica italiana e aprì un intenso dibattito nazionale.

Ancora oggi il maestro continua a spiegare come il celebre coro verdiano non debba essere interpretato come un’esplosione patriottica, ma come un’intima preghiera attraversata dalla nostalgia e dal dolore. «È un lamento», ama ripetere, ricordando che proprio quella capacità di parlare al cuore degli uomini rappresenta la forza più autentica della musica.

Tra i suoi insegnamenti più profondi vi è anche il valore della disciplina. «Il segreto del genio è il lavoro», ricorda spesso citando Giuseppe Verdi. Una lezione semplice e attuale, che contrasta con una società sempre più attratta dall’apparenza e dalla ricerca del successo immediato.

In un’epoca nella quale il numero dei follower sembra spesso contare più di anni di studio e la notorietà digitale viene facilmente confusa con la competenza, Riccardo Muti continua a ricordarci che il vero prestigio nasce dalla conoscenza. La sua storia dimostra che il talento, da solo, non basta: occorrono studio, disciplina, sacrificio e un rispetto profondo per la cultura. Per questo ha sempre difeso la scuola, i conservatori, i teatri e la formazione musicale, convinto che solo una società fondata sul sapere possa costruire il proprio futuro.

Il grande maestro, ogni volta che sale sul podio, non dirige soltanto un’orchestra. Porta con sé anche la tradizione musicale di quella Napoli che, da secoli, continua a parlare al mondo attraverso il linguaggio universale della musica. È un’eredità che custodisce con rigore e che continua a trasmettere alle nuove generazioni, perché la cultura, come lui stesso insegna, vive soltanto quando viene condivisa.

Per questo Riccardo Muti non rappresenta soltanto un’eccellenza della direzione d’orchestra, ma uno dei più autorevoli ambasciatori della cultura napoletana nel mondo. Con il suo esempio continua a ricordarci che la vera grandezza non nasce dalla fama, ma dalla conoscenza; non dall’apparenza, ma dallo studio; non dal successo effimero, ma dalla fedeltà alle proprie radici.

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