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Oggi la attraversiamo quasi senza accorgerci di quante volte abbia cambiato nome, aspetto e persino il personaggio collocato al suo centro.
Piazza Carità è uno dei punti più frequentati di via Toledo, stretta tra la Pignasecca, Montecalvario e il quartiere sorto dalle grandi trasformazioni urbanistiche del Novecento, ma dietro il traffico, i negozi e gli edifici moderni conserva la storia di un antico mercato, di una chiesa spesso ignorata e di una statua che un giorno lasciò la piazza per non tornarvi più.
Prima di diventare una piazza, questo spazio era conosciuto come Largo della Carità e riceveva il proprio nome dalla chiesa di Santa Maria della Carità, ancora oggi presente lungo uno dei suoi lati. La data esatta della fondazione non è certa: alcune fonti la collocano intorno al 1540, altre dopo la peste del 1550. Nel 1627 la chiesa fu affidata ai Pii Operai Catechisti Rurali, la congregazione fondata da Carlo Carafa, ma dopo la morte del religioso, avvenuta nel 1633, passò a una congrega di nobili.
La sua posizione, a poca distanza da via Toledo, la pose al centro di una zona nella quale durante il Seicento abitavano e lavoravano alcuni dei maggiori artisti presenti a Napoli. I registri parrocchiali conservano le tracce dei figli di Battistello Caracciolo, del matrimonio del pittore fiammingo Juan Do, celebrato alla presenza dello stesso Caracciolo e di Jusepe de Ribera, delle nozze di Filippo Vitale e dei battesimi di Pacecco De Rosa e Agostino Beltrano. Il 1° novembre 1685 vi fu battezzato anche Giuseppe Domenico Scarlatti, nato pochi giorni prima dal compositore Alessandro Scarlatti e da Antonia Anzalone. Intorno alla chiesa si raccoglieva dunque una parte importante della comunità artistica napoletana, un ambiente del quale gli atti ecclesiastici hanno conservato nomi e legami familiari.
Nel 1694 il titolo parrocchiale fu trasferito alla vicina chiesa di San Liborio, separando le funzioni religiose rivolte agli abitanti da quelle della comunità interna. Durante il Decennio francese Santa Maria della Carità fu soppressa e il conservatorio annesso destinato ad altri usi. Quando riaprì nel 1823 vi trovò sede la congrega del Rosario fondata nel Seicento da un componente della famiglia De Giorgio: da quella presenza derivò il nome popolare di “Giorgia”, con il quale la chiesa divenne familiare agli abitanti della zona.
La riapertura comportò una ricostruzione secondo il gusto ottocentesco che cancellò gran parte dell’antica decorazione. Scomparvero gli affreschi di Andrea Malinconico, Pietro Arena e Santolo Cirillo e non fu più ritrovata la tela della Sacra Famiglia attribuita a Giulio Romano, che la tradizione ricordava come dono di papa Paolo III. L’interno che vediamo oggi, raccolto in un’unica navata con due altari per ciascun lato, conserva due dipinti di autore ignoto della prima metà dell’Ottocento, un antico Crocifisso e alcune epigrafi legate alla permanenza napoletana di Pio IX. Il pontefice, rifugiatosi nel Regno delle Due Sicilie dopo i moti romani del 1848, visitò la chiesa il 6 marzo 1850, come ricorda ancora una lapide collocata accanto all’ingresso. Un incendio scoppiato negli anni Sessanta del Novecento provocò la perdita di altre opere, impoverendo ulteriormente un patrimonio già profondamente modificato dalle soppressioni e dalle ricostruzioni.

La facciata, semplice e conclusa da un coronamento con bassorilievo, rischia oggi di confondersi con gli edifici circostanti. Accanto sorgeva il Conservatorio della Carità, trasformato alla fine dell’Ottocento nell’Hotel Universo e rivestito da una facciata neoclassica, poi sostituita nel secondo dopoguerra. Alla sinistra della chiesa è ancora leggibile la lapide che riporta al tempo in cui il largo era occupato dai venditori: nel 1802 il Regio Tribunale di Portolania vietò la presenza delle baracche che invadevano la piazza e ne limitavano il passaggio.
N.B l’Albergo dell’Allegria. Pochi immaginano, Gli ambienti che prima del decennio francese avevano fatto parte dell’antico complesso monastico di Santa Maria della Carità, vennero successivamente soppressi e trasformati nell’Albergo dell’Allegria, un noto bordello che sarebbe poi diventato l’Hotel de l’Univers, che fini per occupare anche il palazzo dell’antico Conservatorio della Carità. Prima delle camere d’albergo, dunque, vi erano stati gli ambienti legati alla vita religiosa; prima dei viaggiatori e degli incontri molto meno spirituali tramandati dalla memoria cittadina, vi erano state la preghiera e la carità. Un passaggio dal sacro al profano compiuto senza neppure cambiare indirizzo, mentre accanto continuava a resistere la chiesa che aveva dato il proprio nome all’intera piazza.
Largo della Carità era infatti uno dei luoghi commerciali più animati della città. Le sue bancarelle si saldavano quasi senza interruzione a quelle della Pignasecca, formando un mercato di alimenti, carni, ortaggi, formaggi e merci d’ogni genere. Nel 1811 una parte dei venditori fu trasferita nel mercato dei commestibili progettato da Stefano Gasse sul terreno appartenuto al giardino del monastero di Monteoliveto. Quell’edificio sarebbe stato gravemente danneggiato nel 1906, quando il peso delle ceneri dell’eruzione vesuviana accumulate sulla copertura ne provocò il crollo.
Il nome della piazza mutò dopo l’Unità d’Italia, quando la nuova memoria nazionale volle lasciare i propri segni nei luoghi della città borbonica. Nel 1887 vi fu collocato il monumento a Carlo Poerio, scolpito da Tommaso Solari dieci anni prima, e l’antico Largo della Carità divenne ufficialmente Piazza Carlo Poerio. La scelta del luogo aveva un significato preciso: proprio lungo via Toledo e nelle strade vicine, il 15 maggio 1848, si erano combattuti gli scontri tra le truppe di Ferdinando II e quanti difendevano le conquiste costituzionali.
Poerio era stato tra i protagonisti di quella stagione. Avvocato e liberale napoletano, aveva partecipato al governo costituzionale come ministro della Pubblica Istruzione; dopo il ritorno dell’assolutismo fu arrestato, processato e condannato a ventiquattro anni di carcere. Le denunce di William Gladstone sulle condizioni dei prigionieri politici borbonici trasformarono il suo nome in un caso europeo. Liberato nel 1859 e costretto all’esilio, raggiunse il Piemonte e dopo l’unificazione entrò nel Parlamento italiano.
Per oltre mezzo secolo la sua figura dominò la piazza, riprodotta nelle fotografie e nelle cartoline dell’epoca davanti alle carrozze e alla folla che percorreva via Toledo, allora via Roma. Nel 1939 la statua fu rimossa e trasferita in piazza San Pasquale a Chiaia, dove si trova ancora oggi. Piazza Poerio fu allora intitolata a Costanzo Ciano, ministro del regime fascista e padre di Galeazzo Ciano, mentre demolizioni e nuovi edifici modificarono radicalmente l’antica forma del largo e il tessuto del vicino Rione Carità.
CURIOSITA’: Negli anni dove il monumento a Carlo Poerio dominava ancora la piazza, lo slargo fu teatro dell’ultimo giorno di uno degli archeologi più celebri dell’Ottocento. Nel dicembre del 1890 si trovava a Napoli Heinrich Schliemann, l’uomo che aveva inseguito nei versi di Omero le tracce di un mondo che molti ritenevano soltanto leggendario. Sulla collina di Hisarlık, in Anatolia, aveva riportato alla luce i diversi strati di un’antica città identificata con Troia; aveva poi scavato a Micene, Tirinto e Orcomeno, restituendo alla conoscenza europea palazzi, sepolture e tesori dell’età del bronzo. Schliemann era giunto in città dopo avere subito un delicato intervento a un orecchio e avrebbe dovuto proseguire il viaggio verso la sua casa di Atene. Le sue condizioni, però, peggiorarono rapidamente. Il giorno di Natale fu trovato in Piazza Carità colpito da un grave malore e ormai incapace di parlare. Non avendo con sé documenti immediatamente riconoscibili, fu condotto in Questura e identificato grazie a una carta o a una prescrizione medica rinvenuta nelle tasche del suo abito. Ricondotto nell’albergo in cui alloggiava, morì il 26 dicembre 1890.
Intorno a quella morte nacque anche una voce più oscura, ricordata nel nostro precedente articolo: secondo un racconto mai sostenuto da prove documentarie, Schliemann sarebbe entrato in contatto con ambienti della malavita napoletana per la vendita clandestina di reperti archeologici e il malore avrebbe nascosto un’aggressione. La biografia dell’archeologo attribuisce invece la morte alle conseguenze dell’operazione e dell’infezione all’orecchio; la versione delittuosa appartiene alle voci nate in città attorno alla fine improvvisa di un uomo famoso, trovato senza parola in mezzo alla folla.
Ma la trasformazione più profonda interessò l’intero Rione Carità tra gli anni Venti e Trenta del Novecento, quando gli antichi vicoli della Corsea e numerosi edifici religiosi furono demoliti per creare nuove strade, piazze e grandi palazzi destinati agli uffici pubblici, alle banche e alle assicurazioni.
Nacquero via Armando Diaz e Piazza Matteotti, mentre intorno al vecchio Largo della Carità sorsero il Palazzo dell’EAV, quello dell’INA, la Questura, il Palazzo delle Poste e gli altri edifici monumentali che ancora oggi caratterizzano la zona. Un intero pezzo dell’antica Napoli scomparve, cancellando vicoli, botteghe e case che per secoli avevano costituito il volto popolare del quartiere.
Fra le perdite più dolorose provocate dalla trasformazione del Rione Carità vi fu quella dell’antica chiesa di San Giovanni Battista dei Fiorentini, sorta lungo la strada che ancora oggi conserva, almeno in parte, il nome della comunità toscana presente a Napoli. Destinata alla demolizione già nel progetto del 1937, la chiesa fu chiusa, ma la guerra interruppe i lavori. Venne definitivamente abbattuta tra il 1952 e il 1953 per consentire l’ampliamento di Palazzo Fernandez, la futura sede della Standa.
Il suo interno custodiva otto statue degli Apostoli, attribuite in gran parte a Michelangelo Naccherino e alla sua bottega, con una scultura di Pietro Bernini, oltre a pale di Marco Pino e Giovanni Balducci e a un prezioso soffitto ligneo dipinto. Nella chiesa riposavano anche Artemisia Gentileschi e Bernardo Tanucci, le cui sepolture andarono disperse durante la demolizione.
Non tutto il patrimonio fu perduto: nove dipinti cinquecenteschi furono trasferiti nella nuova chiesa dei Fiorentini costruita all’Arenella, mentre le statue degli Apostoli, rimosse già nel 1942 per proteggerle dalla guerra, trovarono posto nella basilica dell’Incoronata Madre del Buon Consiglio a Capodimonte.
Nel 1939 il monumento a Carlo Poerio fu trasferito in Piazza San Pasquale e la piazza venne intitolata a Costanzo Ciano. Dopo la guerra recuperò definitivamente l’antico nome di Piazza Carità; dal 1971, al suo centro, si trova il monumento dedicato a Salvo D’Acquisto.
Dopo la caduta del fascismo la piazza recuperò il nome della chiesa che l’aveva accompagnata per secoli. Al centro non tornò però Carlo Poerio: nel 1971 vi fu collocato il monumento dedicato al vicebrigadiere Salvo D’Acquisto. La statua del patriota rimase a Chiaia, l’antico mercato sopravvisse nella vicina Pignasecca e Santa Maria della Carità continuò a dare il proprio nome a una piazza ormai molto diversa da quella cresciuta intorno alla sua facciata.








