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L’Italia, appena uscita dalla crisi della guerra, si concedeva qualche “vizietto”. Non c’era vergogna e neppure reato a frequentare quei posti così ben curati. Non si faceva solo sesso, qualcuno richiedeva anche solo un bicchiere di vino in compagnia di una elegante signorina che con savoir faire concedeva momenti di puro piacere.

N.B. In Italia esistevano ufficialmente 560 case di tolleranza attive, all’interno delle quali lavoravano circa 2.700 donne , mentre nella sola città di Napoli esistevano circa 900 appartamenti di piacere (tra case di tolleranza legalizzate e lupanari minori), in cui lavoravano diverse centinaia o migliaia di donne che registrate o clandestine nei vari quartieri della città svolgevano nel loro interno il più antico mestiere del mondo . A queste bisogna aggiungere quelle che esercitavano clandestinamente questa attività in lupanari minori, molto diffusi nei vari quartieri della città, anche se il grosso dell’attività a “ luci fisse “ si svolgeva tra i Quartieri Spagnoli e Via Chiaia ( sopratutto lungo i suoi gradoni ).

Nei vicoli di Napoli, tra sacro e profano, altarini votivi a santi e Madonne si alternavano alle case della maitresse e delle sue signorine che rivivono, oggi, grazie alla rappresentazione di figuranti in costume. In vico Sergente Maggiore sorgeva uno tra i casini più frequentati “Il Monferrante”, la sua maitresse aveva spirito imprenditoriale, si dice che per attirare la clientela anticipava telefonicamente le attrazioni della casa.  Lo storico Casino di Salita S. Anna di Palazzo detto anche “La Suprema” è la più rinomata casa di Tolleranza della città . Famosa sopratutto per per la bellezza delle ragazze.che in essa vi lavorava , era la casa di piacere più elegante e raffinata della città  dove i clienti più facoltosi attendevano Nanninella aspagnola, Mimì d´‘o Vesuvio, Anastasia ‘a friulana eDorina da Sorrento.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nell’attuale piazzetta Matilde Serao invece, facevano tappa fissa numerosi giornalisti mentre a Parco Comola Ricci, all’Internazionale, si recavano principalmente i militari, qui anche le prostitute spesso erano straniere. Nei pressi del rione Carità c’era il richiestissimo Casino degli Specchi.
Napoli offriva piaceri per tutti i gusti e le tasche infatti i più squattrinati potevano concedersi qualche gioia a pochi soldi recandosi alla casa delle “tre vecchierelle” a Montesanto , oppure
In vico Sant Anna di Palazzo, dove aveva sede sede un’altrettanto famosa casa di tolleranza chiamata ‘il dollaro’.
Ciò che contraddistingueva i luoghi del piacere di Napoli è senz’altro l’intransigente regolamento. I pagamenti fatti in camera, infatti, non erano considerati validi, non bisognava intrattenere più del dovuto le signorine, specie se in cerca di uno sconto e, in alcuni casi, il buon costume esigeva che i clienti si presentassero all’accettazione in abito, camicia bianca e cravatta.
Il tariffario, generalmente esposto all’ingresso poteva variare in base al tempo di intrattenimento, da mezzora o un’ora sino a mezza giornata, ma la differenza la faceva la qualità: si parlava, pertanto, di sveltina, doppietta, camera con braciere, sapone o acqua di colonia. Come qualsiasi attività che si rispetti, non poteva mancare la politica di offerta che andava dai teli gratis alle agevolazioni per studenti, militari o primo pelo.

N.B. Seconso alcuni racconti di persone anziane in queate case d’appuntamenti della città,pare che  che i  genitori maschili portassero i figli per lo “svezzamento” sessuale

 

N.B : In quegli anni era uso comune delle tenutarie delle case chiuse, ogni domenica mattina portare in giro a via Chiaia e via Toledo le proprie ‘ ragazze’ a bordo di grandi autovetture scoperte allo scopo di propagandarne la bellezza ed attirare clienti .

A Napoli erano chiamate casini, case di piacere, case d’appuntamento, oppure più semplicemente case chiuse, anche perché le norme imponevano che finestre e persiane rimanessero serrate, affinché nulla di quanto avveniva all’interno offendesse la pubblica decenza.
Lo Stato, tuttavia, sapeva bene che cosa vi accadeva: ne autorizzava l’esercizio, ne stabiliva le regole, sorvegliava le donne e sottoponeva ogni ambiente al controllo delle autorità sanitarie e di pubblica sicurezza.
Quel sistema era stato introdotto nel Regno di Sardegna nel 1859, durante il governo di Cavour, sul modello della regolamentazione francese, e successivamente esteso al Regno d’Italia. Le case venivano divise in categorie, con ambienti, clientela e tariffe differenti. Esistevano bordelli modesti, frequentati soprattutto da operai e soldati, e case di prima categoria nelle quali salotti, tendaggi e arredamenti cercavano di nascondere dietro una rispettabile eleganza la medesima realtà.
I prezzi erano esposti e regolamentati; in alcune case erano previste tariffe ridotte per i militari, quasi si trattasse di un teatro o di un cinematografo.
Il denaro non veniva normalmente consegnato alla donna. All’ingresso sedeva la maîtresse, che amministrava la casa, riceveva i clienti e vendeva le cosiddette marchette, piccoli gettoni o dischetti metallici, talvolta forati e contrassegnati dal nome del locale. La marchetta veniva consegnata in camera e successivamente convertita in denaro, dopo che la direzione aveva trattenuto la propria parte.
Le prostitute guadagnavano il 50 per cento della marchetta, e il 30 per cento delle consumazioni in camera ( ecco il motivo perché invitavano spesso il cliente a ordinare qualcosa al bar )
Da quel sistema è rimasta nel linguaggio napoletano un’espressione ancora oggi adoperata, spesso con intenzione offensiva: chella fa ’e marchette. Anche l’invito va’ a fa’ ’e marchette sopravvive senza che molti ricordino più l’oggetto concreto dal quale ebbe origine.
Dietro quelle regole apparentemente rigorose si consumava una vita durissima. Le donne erano registrate, schedate e sottoposte periodicamente alle visite dei medici incaricati dei controlli sanitari, indicati nel gergo con il poco rassicurante nome di “tubisti”.
Ogni quindici giorni potevano essere trasferite in un’altra casa e spesso in un’altra città. La rotazione garantiva ai gestori una continua novità e impediva che si formassero legami troppo stretti con i clienti, perché gli innamoramenti erano tutt’altro che rari e potevano provocare gelosie, liti e interventi della polizia.
La regolamentazione presentava tutto questo come una misura sanitaria e di ordine pubblico, ma finiva per sorvegliare soprattutto il corpo e la libertà delle donne, mentre protettori e proprietari continuavano a trarre profitto dal loro lavoro.
Contro quel sistema si batté per anni la senatrice socialista Lina Merlin. La legge che porta il suo nome, approvata il 20 febbraio 1958, vietò l’esercizio delle case di prostituzione e introdusse nuove disposizioni contro lo sfruttamento e il favoreggiamento. Non rese illegale la prostituzione esercitata autonomamente, come talvolta ancora si crede, ma cancellò la possibilità che potesse essere organizzata e amministrata all’interno di locali autorizzati. Furono previsti anche istituti di patronato destinati ad assistere le donne che, con la chiusura delle case, si sarebbero trovate senza lavoro e spesso senza un luogo nel quale vivere. Il provvedimento arrivava al termine di una battaglia parlamentare cominciata dieci anni prima e concedeva il tempo necessario per mettere fine a un sistema che lo Stato italiano aveva tollerato e disciplinato per quasi un secolo.
In città negli anni 50, Napoli contava circa 900 luoghi dedicati, dai grandi bordelli di Stato e case di lusso fino ai piccoli lupanari dei Quartieri Spagnoli , nelle quali esercitavano il mestiere più antico del mondo diverse centinaia o migliaia di prostitute registrate.
A queste bisogna aggiungere quelle che esercitavano clandestinamente questa attività in lupanari minori,diffusi nei vari quartieri della città, anche se il grosso dell’attività a “ luci fisse “ si svolgeva tra i Quartieri Spagnoli e Via Chiaia .
Tra i casini più frequentati ricordiamo il “ Monferrante” situato in Vico sergente Maggiore , l’internazionale al Parco Comola Ricci, il richiestissimo Casino degli Specchi.e l’Albergo dell’Allegri nel rione Carità, le tre vecchierelle” a Montesanto, e il dollaro in vico Sant Anna di Palazzo.
La più famosa casa di tolleranza , rinomata sopratutto per la bellezza delle ragazze.che in essa vi lavorava era la “ Suprema” , una casa di piacere considerata la più elegante e raffinata della città dove i clienti più facoltosi attendevano le varie signorine che operavano in questi ambienti . L’antico bordello , trasformato oggi in un moderno hotel, ( Chiaja Hotel de Charme, ) nei suoi locali ha conservato nei suoi arredamenti lo stile e le ambientazioni del vecchio bordello .assegnando ad alcune camere il ricordo dell’antica destinazione. Le stanze Superior, con vasche idromassaggio ed affaccio sulla coloratissima Via Chiaia, portano su ogni suite il nome delle donnine che nel passato elargivano incontri appassionati ai loro clienti: Mimì do’ Vesuvio, Anastasia a’ friulana, Nanninella a’ spagnola, Dorina da Sorrento.
La legge Merlin arrivò  il 20 settembredel 1958  e a mezzanotte di quello stesso giorno, si chiusero definitivamente le case di tolleranza italiane.
Per mesi molti napoletani continuarono a non credere a questa chiusura. Il mestiere era considerato troppo antico e gli interessi che gli ruotavano intorno troppo forti perché una legge potesse cancellare tutto. Si attendeva una proroga, poi magari un’altra, fino a lasciare le cose come stavano. Quando divenne chiaro che a mezzanotte di sabato 20 settembre le porte si sarebbero chiuse davvero, cominciò la corsa all’ultima serata. Il giorno precedente era stato San Gennaro e, secondo il racconto rimasto nella memoria cittadina, molti avevano ritenuto sconveniente presentarsi in un bordello proprio nella giornata dedicata al santo patrono. Tutto fu quindi rimandato al sabato sera.
Tra le case più note vi era la Suprema, in Salita Sant’Anna di Palazzo, nei pressi di via Chiaia. Era una casa di prima categoria, elegante e frequentata da una clientela ben diversa da quella dei locali più poveri. A piazza Carità si trovava invece l’Albergo dell’Allegria, un nome che sembrava già contenere la promessa di ciò che si andava a cercare. Quella sera, raccontano le cronache popolari, davanti alla Suprema la fila si allungò fino al Ponte di Chiaia, mentre presso l’Albergo dell’Allegria arrivò a girare intorno al palazzo. C’erano militari usciti dalle caserme, giovani, uomini maturi e clienti appartenenti a ogni condizione sociale, tutti convinti di dover partecipare all’ultima notte legale dei casini napoletani.
Con il passare delle ore la fila avanzava lentamente e l’avvicinarsi della mezzanotte rendeva tutti più impazienti. Cominciarono gli spintoni, le proteste contro chi tentava di passare avanti e le discussioni di quanti, ormai entrati, temevano di non riuscire a concludere prima dell’ora stabilita dalla legge.
La memoria cittadina racconta che dovette intervenire persino la Questura, stabilendo che chi avesse acquistato la marchetta entro la mezzanotte avrebbe conservato il diritto di utilizzarla anche nelle ore successive. Fu una soluzione molto napoletana a un problema altrettanto napoletano: la casa doveva chiudere, ma il cliente che aveva già pagato doveva essere comunque “spicciato”. Le proteste cessarono e le ultime marchette continuarono a passare di mano mentre il 20 settembre era già diventato 21.
Le porte delle case di tolleranza , mentre in tutta Italia si chiusero alla mezzanotte del 20 settembre ,nella mostra città si chiusero soltanto quando fu consumata anche l’ultima marchetta acquistata in tempo.
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