Palazzo Zevallos Stigliano  è un moumentale edificio storico della nostra città che  oggi  rappresenta uno dei centri museali più importanti di Napoli.

Il magnifico palazzo di   proprietà del gruppo Banca Intesa San Paolo ex Banca Commerciale,si trova in Via Toledo, una delle più storiche ed affollate strade di Napoli, definita da Stendhal “la strada più popolosa e allegra del mondo”, e prende il nome dal primo proprietario, Giovanni Zevallos.

L’edificio venne costruito  costruito tra il 1637 e 1639 da Cosimo Fanzago per conto di Juan de Ceballos y Nicastro ( noto in italiano come Giovanni Zevallos), che volle un palazzo nobiliare su via Toledo, non riuscendo a costruirne uno nei vicini quanto affollati Quartieri Spagnoli.

Juan era un importante mercante e banchiere napoletano di origini cantabriche (il padre era nativo di Vejorís, località situata nell’odierno comune di Santiurde de Toranzo),  ma si era trasferito a Napoli in giovane età sposando l’italiana Angela Nicastro. Egli entrato nell’amministrazione del viceregno napoletano  riuscì ad ottenere non solo il titolo di duca della città di Ostuni ma anche  diverse redditizie cariche .  Arrivato ad  accumulare  una fortuna di 600’000 ducati, decise quinsi di  investirne  una parte per l’acquisto del terreno e per l’edificazione della propria lussuosa dimora.

Giovanni Zevallos, come tanti altri nobili e personaggi di lustro che vivenano in città durante  i moti rivoluzionari del 1647,   al saccheggio delle abitazioni ordinate da Masaniello per racimolare quanto promesso al re, fu costretto ad allontanarsi dalla città e lasciare quindi la sua abitazione incustodita. Il  palazzo fu saccheggiato e dato alle fiamme e così, il proprietario si allontanò definitivamente da Napoli acquistando, avendo nel frattempo acquisito  insieme al titolo di duca, anche l’intera città di Ostuni.

CURIOSITA’: Il Palazzo venne distrutto una prima volta ed in maniera anche significativa dai rivoltosi capeggiati da Masaniello, il 9 luglio del 1647 insieme ai palazzi Barbaja e Cirella ad angolo di largo di Palazzo oggi piazza Trieste e Trento dove si erano insediati con  delle barricate elevate contro i soldati del re.

Quando il duca di Ostuni , Giovanni Zevallos morì,  il figlio Francesco non riuscendo  a gestire il patrimonio ereditato, decise di vendere nel 1653,  il palazzo a John Vandeneynden, un ricco mercante di origini fiamminghe intenzionato a creare una galleria d’arte.

CURIOSITA’: Giovanni de Vandeneynden, era un collezionista d’arte, che si era arricchito al seguito di Zevallos, suo signore, tramando per conto proprio ricchezze che daranno poi luogo a quelle che saranno le più celebri collezioni fiamminghe della Napoli di fine Seicento.

 Vandeneynden tra il 1650 e il 1655, affidò i necessari lavori di restauro sempre  a Cosimo Fanzago che, pur rispettando la struttura originaria (compreso il cortile interno circondato da un porticato con pilastri in piperno), ridisegnò la facciata e gli ambienti interni. In seguito, ultimata la sistemazione del palazzo, il nuovo proprietario si preoccupò di arricchirlo di opere d’arte, affidandosi ad un certo Roemer, noto collezionista di Anversa .

Successivamente il mercante fiammingo lasciò tutto in eredità al figlio Ferdinando che, sposato per un matrimonio di convenienza Olimpia Piccolomini, appartenente alla nobile famiglia Piccolomini,  abbellì ulteriormente il palazzo, ottenendo anche dal Tribunale della Fortificazione di poter usufruire nel 1673, anche per la sua dimora l’acqua che viva utilizzata dalle fontane circostanti.

CURIOSITA’:  Vandeneyden, in favore di ottenere per sè un titolo nobiliare, curò il matrimonio del figlio Ferdinando con una Piccolomini, mentre le due figlie di Ferdinando combineranno matrimonio l’una col marchese d’ Anzi, don Carlo Carafa e l’altra col principe di Sonnino, don Giuliano Colonna.

Dal matrimonio nacquero tre figlie, delle quali le prime due, Elisabetta e Giovanna, sposarono Carlo Carafa marchese di Anzi e Giuliano Colonna dando vita alle due famiglie napoletane che diedero i natali a cinque pontefici. Alla morte di Ferdinando, il palazzo venne ereditato da Giovanna, mentre le opera d’arte vennero suddivise tra le sorelle.

Giovanna sposò  il principe di Sonnino, Don Giuliano Colonna e queste nozze  comportarono ovviamente il cambio di proprietà della struttura, che nel 1688 passò nelle mani della famiglia Colonna Stigliano.

Da qui una serie di decorazioni di alcuni ambienti del piano nobile, oggi purtroppo perduti, affidati a  Luca Giordano.

Nel secolo successivo, nel 1799, il palazzo venne di nuovo danneggiato e  incendiato, ma questa volta per mano dell’esercito della Santa Fede, (capeggiato dal cardinale Fabrizio Ruffo) giunto fini a Napoli daal Sicilia per strocare nel sangue la repubblica partenopea ,

Dopo questo episodio nel  1830, l’allora proprietaria, la principessa di Stigliano Cecilia Ruffo, decise di vendere separatamente i vari ambienti, tenendo comunque  per sé solo l’ultimo piano.

Accadde quindi che il cavalier Ottavio de Piccolellis acquistò  i due appartamenti del piano ammezzato per poi riunirli ad una sola abitazione, mentre le restanti parti del palazzo di proprietà dei Colonna di Stigliano furono vendute a nuovi proprietari che decisero di affidare all’architetto Turi la ristrutturazione del palazzo.

Quest’ultimo, eliminò dalla facciata tutti gli ornamenti delle decorazioni barocche eseguite dal Fanzago, lasciando intatto solo il bel portale in marmo bianco, posto tra due colonne bugnate grigie in piperno con capitelli che si sviluppano tra maschere e festoni di frutta.

Al centro , sopra l’architrave si trova lo stemma gentilizio coronato  ai lati da due anfore.

Il progetto dell’architetto Turi, che prevedeva di mascherare tutto il palazzo, non venne mai  realizzato del tutto, ma alla fine dei lavori, la facciata originaria cambiò definitivamente aspetto allorquando le restanti unità dell’immobile ancora di proprietà Colonna vennero quietate a saldo di una montagna di debiti di famiglia a Nicola Stella.

All’interno, i lavori vennero eseguiti con l’ausilio di alcuni artisti che, nella persona di Gennaro Aveta, si preoccuparono dei bassorilievi e, in quelle di Gennaro Maldarelli e Giuseppe Cammarano, degli affreschi. Anche qui alcune decorazioni precedenti vennero cancellate, compreso un dipinto di Luca Giordano, sostituito, nel soffitto dello scalone, dall’Apoteosi di Saffo e Apollo, opera del Cammarano.

Dopo vari passaggi di proprietà, il palazzo durante i primi anni  del novecento, fu poi acquistato dalla famiglia del banchiere Carlo Forquet, alla quale  si dev lea decorazione ad affresco e gli stucchi e gli interventi in stile Liberty, ancora oggi visibili.

Intorno al 1850, a causa di dissidi interni alla famiglia, il palazzo venne smembrato e i diversi appartamenti fittati a famiglie nobili di origini diverse. Soltanto nel 1920 l’immobile tornò ad essere un unico palazzo di proprietà della Banca Commerciale Italiana.

L’acquisizione dell’immobile da parte della Banca non fu un’operazione semplice.

L’immobile oramai tutto completamente suddiviso in tanti appartamenti dalle compravendite dei Forquet, per essere del tutto acquisito dalla Banca Commerciale italiana, dovette seguire  una lunga campagna di acquisizione dei vari immobili che incominciò nel 1898 per concludersi poi  nel 1920.

CURIOSITA’: L’esperienza della Banca Commerciale Italiana in questo stabile ormai corrotto dalle compravendite dei Forquet inizia il 13 dicembre del 1898 sull’onda di un enorme successo e dalla capacità dei servizi offerti dal colosso bancario nato quattro anni prima a Milano operante su tutto il territorio nazionale acquistano a Napoli in questo impianto il primo piano nobile. Undici anni dopo e precisamente il 16 febbraio la Banca continua a comprare porzioni di palazzo e tra il 1919 e l’anno dopo finirà per acquistare dai germani Leone e Luigi Massa le rimanenti parti oltre a tutti i locali che aderiscono all’opera basamentale di tutto il palazzo, negozi compresi.

La  Banca Commerciale Italiana,dopo averlo acquistato nel 1920, ne affidò la ristrutturazione e riconversione al’ingegnere Platania  che ne definì le forme attuali, con interventi tra il gusto Neoclassico e Liberty, trasformando l’originario cortile nell’attuale Salone centrale, coperto da un lucernario vetrato.

N.B, Egli creò anche quella  scala monumentale, in uno stile tra il neoclassico e il liberty, che oggi poetee ammirare dal lato opposto rispetto alla scala esistente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CURIOSITA’:La Banca Commerciale Italiana relativamente ai suoi possessi immobiliari si è estinta all’indomani della fusione col Medio Credito Lombardo e Banco Ambrosiano Veneto per poi  confluire in Banca Intesa San Paolo ,

Il bel palazzo, se vi recate nel cuore di Via Toledo, lo riconoscete subito per il suo  magnifico maestoso portale, tipico delle architetture napoletane.

 

Esso come vedete  si trova tra  due grandi grigie colonne bugnate  ed è sormontato da un   grande stemma nobiliare della famiglia Colonna, stretto tre due giare,  con una breve incisione su marmo a loro dedicata.

Attraverso questo portone, come in tanti altri portoni eseguiti dal Fonzago ( vedi palazzo Carafa nell’area dello Sprito Santo , ) il grande architetto mostrò tutta la sua bravura e capacità di esaltare la  magnificenza ed ambizione politica dei committenti . oltra che la sua indiscussa abilità  di saper  lavorare come pochi  il grigio del piperno e po miscelarlo col bianco candido del marmo.

Subito dopo l’ingresso è possibile ammirare  il grande salone centrale di Luigi Platania, in stile eclettico, ricavato da un precedente cortile in piperno derivante dall’originario progetto fanzaghiano. Esso coperto a soffitta e per quasi un secolo è stato l’ufficio delle Casse della Banca Commerciale aperto direttamente al pubblico, e come potete notare ad ogni angolo della corte mostra il disegno del portico in piperno vesuviano.

Sul grande immenso salone affacciano balconcini in  stile Liberty spuntati dal piano ammezzato.  Le pareti son state tutte rivestite di marmo bianco  e decorate secondo il gusto della Belle èpoque e del Floreale Su alcune pareti sono posti alcuni dipinti murali di Ezechiele Guardascione, mentra la copertura avviene tramite un lucernario vetrato decorato,

 

La bellissima scala monumentale; tutta quanta in marmo, finisce sotto una volta decorata a stucchi ed affrescata da Peppe Cammarano nel 1831 con l’Apoteosi di Saffo .

 

Da qui si aprono in successione le sale che compongono il piano nobile. Tra queste c’è quella degli Amorini, decorata nella volta con decorazioni di fine Ottocento; la sala degli Stucchi, decorata con elementi neoclassici alle pareti; la sala degli Uccelli, anch’essa decorata nella volta con motivi animali e floreali ottocenteschi da cui prende il nome; la successiva sala Pompeiana, che prende il nome dai motivi classicheggianti delle decorazioni a tempera che caratterizzano la volta; e infine la sala della Fedeltà, chiamata così per via della rappresentazione pittorica della virtù sulla volta, che presenta negli elementi decorativi lavori del Cammarano e Maldarelli.

N.B. Tutto il piano superiore è decorato con grandi lampade d’ottone con globi di vetro bianco posti agli angoli della balaustra e stucchi dorati di gusto ottocentesco.

 

Nella sala pompeiana possiamo ammirare  delle belle tele di Francesco De Mura; esse sono: Erminia che si prepara alla battaglia e Armida che invoca la generosità di Goffredo . Su  un’altra parete invece possiamo ammiare un antico tempio secondo il genere del capriccio firmato Leonardo Coccorante.

Il palazzo ha oggi quasi una prevalente destinazione culturale per la presenza di numerose opere d’arte di proprietà della Banca esposte al pubblico Nelle sue gallerie possiamo ammirare una bellissima selezione di antichi dipinti realizzati da artisti come Gaspar Van Wittel, Anton Sminck Van Pitloo, Artemisia Gentileschi,  Bernardo Cavallino,Francesco Guarini, Luca Giordano, Francesco Solimena, Gaspare Traversi, Giacinto Gigante, Gabriele Smargiassi, Salvatore Fergola, Nicola Palizzi, Domenico Morelli, Gioacchino Toma, Vincenzo Migliaro, Vincenzo Gemito e  soprattutto l’ultimo capolavoro del Caravaggio reallizzata nel 1610 a poche settimane dalla sua drammatica morte avvenuta a Porto Ercole .

Il “Martirio di Sant’Orsola”,fu commissionato dal banchiere genovese Marcantonio Doria, la cui famiglia aveva per protettrice proprio Sant’Orsola, e fu eseguito dal Caravaggio in poco tempo proprio perché era in procinto di fuggire da Napoli. Esso fu  acquistato nel 1972 dalla Banca Commerciale Italiana nel 1972..

N.B.Il celeberrimo Martirio di Sant’Orsola di Michelangelo Merisi (Caravaggio), con tutta la grande e importante collezione di Intesa Sanpaolo sino a poco tempo fa esposta a Palazzo Zevallos Stigliano, in via Toledo, si è trasferita in un nuovo museo creato ad hoc dalla Banca. Sabato 21 maggio 2022 a Napoli è stata infatti inaugurata la nuova sede delle Gallerie d’Italia nel monumentale edificio storico dell’ex Banco di Napoli progettato dall’architetto Marcello Piacentini, sempre in via Toledo.

Gli  spazi espositici di  Plazzo Zevalos Stigliano  già sede del museo, grazie a questa nuova sede, oggi risultano triplicati. Ora l’esposizione di Intesa può contare su diecimila metri quadri.

CURIOSITA’: Il Martirio di sant’Orsola è assicurato per un valore di 80 milioni di euro

Oltre a questi capolavori della pittura a Napoli realizzati tra il seicento e l’ottocento, assolutamente da vedere, sono alcune opere di Vincenzo Gemito che rappresentano  uno dei nuclei più importanti del grande artista. Si tratta di terrecotte, bronzi e disegni di altissima qualità che, dagli anni Settanta dell’Ottocento agli anni Venti del secolo successivo,documentano la sua straordinaria parabola artistica

Nel percorso museale sono inoltre presenti  alcuni  itinerari dedicati alle ceramiche attiche e magnogreche e all’arte moderna contemporanea.

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ARTICOLO DI ANTONIO CIVETTA

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