Definita dalla BBC come “la città italiana con troppa storia da gestire”, la nostra città  vanta  un patrimonio storico , artistico e culturale unico e dal valore inestimabile. Dalle suggestive piazze alle residenze reali, dai castelli imponenti alle gallerie monumentali, dagli storici edifici di culto (come cattedrali, basiliche, chiese, ecc) ad altri splendidi complessi monumentali, Napoli  è una delle città d’arte più ricche al mondo , a tal punto da avere additittura una sua personale ” banca dell’acqua”.

Essa era un tempo presente presente nella bella Piazzetta Monticelli , sopre le scalette di ” Santa Barbara ” , poco distante da Via Santa Chiara.

A gestire questa banca vi era ” una fata bellissima , sorridente e benefica che si chiamava ” nennella “. La bella donna che di mestiere faceva l’acquaiuola , dispensava  con la sua preziosa banca ben cinque  diverse tipologie di acqua : l’acqua ferrata , l’acqua di Telese , l’acqua zuffregna ,l’acqua del Serino e l’acqua della Madonna .

L’acqua ferrata , che si chiamava così perchè lasciava sul beccuccio della fontana delle parti rugginose , aveva una sua famosa  sorgente  al molo Beverello . Essa ,riforniva   alcune fontane li  presenti da cui sgorgava acqua sulfurea, vulcanica  e dal sapore acidulo, che  si diceva facesse anche molto bene alla salute.

N.B. L‘intera zona del molo  , un tempo ,era particolarmente rinomata proprio per le sue fontane . Esse erano in città ancora attive in Piazza Municipio fino a circa una trentina  di anni fa. Lo stesso  nome Beverello del porto , deriva proprio da queste  fontane esistenti in zona ,che venivano  alimentate dalle acque che venivano giù dalle colline di Pizzofalcone. Il nome “biberellum”, stava infatti  proprio a indicare un luogo in cui ci si abbeverava .

L’ acqua della Madonna era invece l’acqua acidula ferrata che proveniva  da sorgenti presenti a Castellammare di Stabia.

L’acqua del Serino , leggera e dissetante era  invece quella che  per anni ha alimentato l’acquedotto cittadino , dissetando un intera popolazione .

L’acqua di Telese, poco apprezzata dai palati più delicati per il suo odore e sapore delle uove marce , ma molto richiesta per le sue proprietà terapeutiche.

L’acqua zuffregna , ovvero l’acqua sulfurea provenienti dalle sorgenti vulcaniche flegree e vesuviane era invece naturalmente gasata e considerata dai napoletani curativa per molti malanni.

Le più preziose delle cinque  ,erano  l’acqua suffregna e  l’acqua della Madonna, che una volta tolta dalle mummarelle , diventava , versata nelle piccole brocchette di terracotta ( chiamate giarretelle ) ,una eccellente dissetante bevanda che faceva bene allo stomaco , ma aveva un brutto sapore e per tale motivo . per migliorarne un po il sapore , vi si aggiungeva del succo di limone spremuto rapidamente dentro al bicchiere insieme a due cucchiaini di bicarbonato che producevano per reazione chimica ,  una straordinaria  eruzione di schiuma  (prodotta dallo stesso bicarbonato) .La bibita aveva  un potente effetto  digestivo ed era anche considerata da tutti un’autentuca panacea per molti dolori fisici. Unico problema … nonostante il limone … aveva  ugualmente un forte sapore di “uovo marcio “non del tutto gradevole per alcuni.

In città la principale fonte di quest’acqua sulfurea  si trovava  al Chiatamone sotto il Monte Echia e dalle sue sorgenti raggiungeva il pozzo artesiano che si trovava nei giardini di Palazzo Reale  per poi arrivare in una storica sorgente che si trovava in Via Caracciolo , dove esistevano anche delle piccole fontanelle  ,  su cui hanno poi purtroppo costruito l’attuale Hotel Continental.

CURIOSITA’: Il pozzo artesiano situato nel Palazzo Reale , realizzato nel 1850 dall’ingegnere L. Cangiano su ordine di Ferdinando II, veniva  però prevalentemente usata quasi sempre per fare il solo carico d’acqua per i velieri che andavano nelle Americhe, perché si riteneva che quest’acqua  fosse l’unica al mondo non soggetta a putrefazione. All’epoca infatti la ricchezza delle sorgenti napoletane,  era riconosciuta in tutto il mondo , ed in   particolar modo  dai sovrani spagnoli i quali , sopratutto in epoca vicereale ,  apprezzandone la grande qualità organolettica,   mandavano le loro navi cisterna a farne continue scorte.

Quest’acqua a Napoli veniva venduta un pò in tutta città , da improvvisti venditori ma sopratutto avvenenti e giovani venditrici che la portavano in giro in anfore di terracotta con forma panciuta , dal collo stretto e con due manici. dove l’acqua riusciva a mantenersi sempre fesca.

Queste speciali anfore in terracotta che i popolani “luciani” denominarono “mummere”, erano semplici  anfore porose dalla forma perticolare  con più volume da riempire, (generalmente da 5 litri )  dal tipico colore “terreo” e a volte dipinte con scene di carattere popolare.  Queste  anfore di creta , avevano la caratteristica  di riuscire a  mantenere addirittura per una decina di ore ( anche quando le temperature erano torride ),  inalterata la freschezza  di questa acqua minerale gassata ricca di sali minerali , bicarbonato di sodio , cloruri , calcio , magnesio e ferro, e  pertanto  molto raccomandata  sopratutto a   coloro che soffrivano  di malattie debilitanti .

Nelle ” mummere ” l’acqua , come vi dicevamo riusciva a mantenersi sempre fresca , ma sopratutto riusciva a conservare indenni le proprietà  sorgiva organolettiche . In esse infatti rispetto ad altri contenitori l’acqua stranamente non veniva  alterarata e conservava  intatto il sapore e le sue  proprieta di quando  veniva bevuta direttamente dalla fonte .

Le anfore di terracotta, riuscivano a mantenere l’acqua sempre fresca per alcune sue specifiche proprietà legate alla sua superficie esterna che restava prevalentemente sempre umida . I napoletani , abitutuati nell’arte dell’arrangiarsi per sopravivvere , presto scoprirono nel tempo che questo tipo di materiale , se non veniva smaltato , ma conservato poroso nella sua superficie esterna , riusciva  a mantenere umida la superficie esterna del vaso e  conservare quindi  sempre  l’acqua freschissima . Scoperte le sue proprietà , le anfore  furono quindi , il materiale prevalentemente usato  da gli abitanti della zona del Chiatamone e  del borgo di Santa Lucia , per il commercio dell’acqua , che come vedremo , fu per lunghi anni ,  la loro principale fonte di sostentamento attrezzandosi  con banchetti e recipienti per guadagnarsi la giornata,

CURIOSITA’: Secondo molti , questa tecnica , si rifaceva ad un  metodo molto antico, usato anche nelle zone desertiche e semi-desertiche della Terra, dove l’esigenza di raccogliere e conservare l’acqua potabile era un problema molto serio. Per mantenere umida la superficie del vaso esso doveva essre molto porosa e quindi non veniva smaltata . Così facendo , un velo  di umidità affiorava costantemente rinnovato sulla sua superficie esterna. Evaporando, esso raffreddava  notevolmente il recipiente ed il suo contenuto, mantenndo , per il sollievo dei consumatoril’acqua sempre fresca.

A mantenere l’acqua sempre fresca in un periodo in cui non esistevano  frigoriferi  e congelatori spesso provvedevano però anche alcune persone  che esercitavano uno strano  antico mestiere oggi quasi del tutto scomparso : i  “nevaioli o nevaiuoli,” ,  un mestiere certamente insolito, ma anche molto originale, da cui gli acquaiuoli erano strettamente dipendenti .

I nevaioli erano  venditori  di neve ghiacciata, come in parte si può intuire dal nome.

Strano vero ?

Avreste voi immaginato mai di vendere la neve ?

Eppure questo antico mestiere stagionale e ambulante  esisteva  fino ai primi decenni del secolo scorso , quando ancora non avevamo  frigoriferi o congelatori per mantenere fresco il cibo o le bevande . La loro materia prima ovviamente era la neve, che veniva raccolta durante l’inverno quando cadeva copiosamente sul monte Faito o sulle pendici del Vesuvio, o ai piedi del Monte Epomeo , per poi essere ammassata in grotte sotterranee (‘e Nevere) dove ghiacciata , veniva poi venduta in estate.

 

Muniti di pale, cofani e bastoni, essi , dove, dopo aver acceso un falò con la legna raccolta nei rifugi scavati in massi di tufo, raccoglievano la neve e la grandine, le ammassavano e le pigiavano con bastoni all’interno di fosse scavate nel terreno; infine ricoprivano le buche con foglie secche di castagni, rami secchi e terra. Terminato il lavoro, i nevaioli si raccoglievano intorno al falò per consumare il pasto a base di zuppa di fave bollite, salame, pane e vinello. Ancora oggi, percorrendo il bosco della Falanga, si possono notare le fosse della neve, dette anche “neviere.

Nelle cavità la neve si conservava fino all’arrivo dell’estate, quando traportata su piccoli carri trainati da muli , era venduta in cambio di pochi centesimi per fare gelati o per rinfrescare le bevande, in particolare il vino.

Anche il prelievo e la vendita della neve durante i mesi estivi rispettavano un vero e proprio rituale: i nevaioli, che spesso erano ciucciari, prelevavano la neve dalle fosse e la portavano a dorso dei muli più veloci avvolta in panni dentro cofani di giunco foderati e coperti con foglie di castagno; giunti nei centri abitati , percorrevano le strade gridando «a neve, ‘neve, ‘u nevaiuolo».

Ovviamente il suo ghiaccio , trasportato in grosse sacche, rischiava sopratutto nel periodo estivo di sciogliersi e per tale motivo il nevaiolo andava sempre di fretta .

CURIOSITA’: Questo ha dato luogo  ad un modo di dire napoletano rivolto a chi va di fretta , che sopravvive ancora oggi nel linguaggio popolare napoletano ” tene ‘a neve dinte ‘a sacca ”

La Banca di ” nennella ” , quindi , come avete certamente capito , era solo una delle tante ” banche dell’acqua della nostra città ….esse erano tante , e si trovavano localizzate in diversi punti di Napoli ,  ma si affollavano sopratutto  in prossimità della zone del Chiatamone , particolarmente  intorrno  ad una  grotta dove erano  presenti una serie locale di venditori che con fare garbato e simpatico , accoglievano i tanti acquirenti provenienti dalle città limitrofe che si recavano lì apposta per fare scorta e rifornimento di quella preziosa acqua, in grado, come si diceva, di curare chi soffriva di carenza di ferro ed anemia ma anche  molto usata  per la sua azione  purgativa e lassative , o spesso consigliata  a  chi soffriva  in passato di coliti spastiche.

Le varie ”  Banche dell’acqua,” , molto famose in città non erano quindi altro che i vecchi ed antichi chioschetti  addobbati con grappoli di limoni, arance, blocchi di ghiaccio ed altri attrezzi, , che gestiti da ” acquaiuoli “,  riuscivano a preservare intatte le proprietà e la freschezza di queste famose cinque  tipologie di acque  sempre frizzanti e fresche. 

Altre antiche Banche dell’acqua nella nostra città sono attualmente  presenti anche in Piazza Trieste e Trento a due passi va via Toledo,  alla Riviera di Chiaia ( Aurelio )  , in Via Chiaia ( Oasi Chiaia,, a Mergellina ( Chiquitos ) , al Vomero ( L’antico Chiosco ad angolo tra Luca Giordano e via Carelli) , in Piazza Sannazzaro ( chalet dei platani ) ,  in Via Casanova  ( Lello delle granite ) e sopratutto ( il più antico ) , quello in via dei Tribunali  della mitica Carmelina che oggi purtroppo ci ha lasciato , portando con se un pezzo delle storia di questa città ( in questo antico chiostro si conserva ancora l’antico bancone in marmo segnato dal tempo e dal suo grande uso).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A rappresentare comunque il  monumento ad uno dei più antichi mestieri del mondo è sicuramente l’antica  Banca dell’Acqua Solfurea ‘e zi Nennella, fotografata da Luciano de Crescenzo nel suo famosissimo libro “La Napoli di Bellavista”.

 

La più  famosa Banca delle cosidette ” banche ” era comunque quella di  suffregna che  si trovava in una oscura e misteriosa grotta presente  al  Chiatamone . Ad essa si accedeva mediante una scalinata  e poichè le sue sorgenti di acque sulfurea provenivano   dalle sorgenti vulcaniche flegree e vesuviane,  l’acqua che da essa poteva essere prelevata ,  era naturalmente gasata e considerata dai napoletani per tale motivo curativa per molti malanni.  La scala era stata creata apposta per accedere all’oscura  grotta dove si poteva  in tale maniera più facilmente prelevare l’acqua e riempire gli  orciuoli. da portare poi in superficie per caricare le  numerose carrozze in attesa sulla strada,  che a quel punto , una volta cariche di acqua , potevano  poi raggiungere tutti gli angoli di Napoli e altre località dei dintorni fino a Caserta, Torre del Greco, Capua. e perfino Avellino e Benevento.

N.B. : Si trattava di un tipo di acqua atipica  , dall’intenso sapore sulfureo, ma che rappresentarono per lungo tempo per gli abitanti del Chiatamone e del vicino Borgo di Santa Lucia una vera e propria attività commerciale . Essi furono  capaci di far nascere nel tempo e con quella capacità imprenditoriale spontanea che solo i napoletani posseggono, una vera generazione di lavoratori che si industriavano per riempire i contenitori per  portare l’acqua alle località limitrofe di Napoli ed ai vari chiostri della città .

L’acqua di questo pozzo artesiano , veniva infatti   liberamente raccolta sin dall’origine delle fonti ed il trasporto e la successiva  commercializzazione veniva poi effettuata usando quelle speciali anfore in terracotta che i popolani “luciani” denominarono “mummere” di cui vi abbiamo parlato predentemente.

L’acqua di questa fontana era  tecnicamente un’acqua sulfurea, con acido solfidrico a sufficienza da darle un deciso ma non sgradevole tipico odore;  aveva però anche disciolta molta anidride carbonica che la rendeva naturalmente frizzante. Infine, l’azione dei minerali disciolti la rendeva esente da germi e la conservava a lungo biologicamente pura… si trattava insomma di un dono inestimabile che una natura fin troppo benigna aveva messo a disposizione dei napoletani dalla notte dei tempi. Le sue sorgenti raggiungeva il pozzo artesiano che si trovava nei giardini di Palazzo Reale  per poi arrivare in una storica sorgente in Via Caracciolo , dove esistevano anche delle piccole fontanelle ora inglobata nelle fondamenta di un noto hotel del lungomare di Napoli,

Ma i vari  venditori sapevano bene che quello che vendevano  era pur sempre acqua. … e nella loro vivace furba intelligenza ebbero l’idea di aggiungere a quell’acqua già buona del succo di limone e un po’ di bicarbonato di sodio, creando , se vogliamo , per certi versi quella che oggi si chiama la gassosa a cosce aperte”. Essa prende il nome dalla posizione che bisogna assumere per poterla buttar giù senza sporcarsi: “Quando infatti  il bicarbonato veniva servito nell’acqua e limone, tutto il liquido cominciava a eruttare e le persone a quel punto  per non sporcarsi  dovevano necessariamente  portarsi in avanti con il busto e quindi aprire poi  per forza di cose “le cosce”.

In città  quest’acqua sulfurea per lungo tempo  venne venduta fresca , frizzante e ferrosa da venditori ma sopratutto da  giovani e belle venditrici provenienti dal Borgo di Santa Lucia , che di buon mattino , girando per le strade ed i vicoli dei vari quartieri del centro storico con la mmummera in bilico sul testa , annuncianciavano  la loro presenza con decise urla pubbicitari della loro acqua suffregna per cercare di venderla a chi cercava refrigerio e frescura. Al loro inconfondibile richiamo , molti acquirenti erano soliti affacciarsi dalle loro finestre o balconi e poi calare il loro paniere con qualche monete ed un fiaschetto da riempire con l’acqua desiderata .

 La sera invece , caricate una scorta di mummere sulla “carrettella a mano” , erano gli uomini che facevano il giro di rifornimento per i chioschi degli “acquafrescai” (venditori di acqua fresca) e dei signori dei piani nobili… quelli che “potevano spendere pure per l’acqua!” (nel ‘700 l’acqua fresca era un lusso per pochi). Essi ovviamente li trasportavano in vasi di terracotta,  che servivano per  mantenere la stessa  temperatura sorgiva con cui l’acqua veniva prelevata dal pozzo artesiano e quindi consentire una mescita che rallegrasse il gusto e sodisfacesse la sete dei passanti nella stessa identica maniera di quando veniva da loro stessi  assaggiata alla fonte.

CURIOSITA’  Avere delle ghiacciaie personali nei grandi palazzi della nostra città era un lusso che solo pochi nobili e borghesi potevano permettersi: essi  per contenere la neve, adibivano  grosse cantine presenti nelle loro spaziose corti che poi  utilizzavano come noi oggi facciamo con  i nostri normali frigoriferi  per conservare freschi alcuni cibi ma sopratutto la loro  acqua  e quei deliziosi sorbetti che per un certo periodo della storia italiana e globale hanno fatto la comparsa durante le festose e lussuose cene di gala.

Queste ghiacciaie venivano riempite durante l’inverno con ghiaccio frantumato ,o neve  portato in loco dalle neviere montane . Essa  veniva introdotta attraverso una apertura presente sulla cupola della ghiacciaia Chi stava dentro  provvedeva a sistemare e compattare la neve che per  ben conservarla veniva pressata alternata a strati di paglia e ricoperta di foglie secche o stracci di lana .


L’acqua suffregna  di Santa Lucia , conosciuta con i nomi di “suffregna”, “o ferrata” , fu per lungo tempo anche definita “acqua delle mummare”, dal nome delle anfore di creta con due manici con un tappo di sughero utilizzate per prelevarla e trasportarla senza il rischio di comprometterne le qualità. Essa era  una delle bevande preferite dai napoletani, ed ha certamente  rappresentato per secoli la bevanda di eccellenza dei napoletani abituati a sorseggiarla in piccole dosi mescolata con il vino, oppure a gustarla presso le “banche dell’acqua”, dove il venditore, l'”acquaiolo”, la serviva liscia o con l’aggiunta di spremute di arancia o limone ed un pizzico di bicarbonato. Le  belle Luciane , sorridenti , procaci , canterine e itineranti  attiravano i passanti con il suono dello spremiagrumi in ferro, gridando: «Venite ‘a rinfrescarvi tengo l’acqua do’ Chiatamone, c’arance e limoni ‘e Surriento; chest’ è acqua ‘e paradiso, è acqua ‘e mummera; ‘na veppet’ è chest’ acqua te cunzola (una bevuta di quest’acqua ti consola); vih! Che freschezza».

Col tempo, il commercio dell’acqua diede lavoro a molte persone in città , sopratutto nell’antico borgo di Santa Lucia dove divenne per molti degli abitanti locali un vero e proprio mestiere .

Con il passare del tempo,  fare l ‘acquafrescaio, in città ,  acquistò molta visibilità  e finì per esser addirittura considerato per la gente del popolo  un posto  fisso , dove guadagnare qualcosa da portare a casa  per sostenere la famiglia . Accadde quindi ad un certo punto  che i venditori di acqua nati inizialmente come  venditori ambulante nella zona mare,  iniziarono lentamente  a diventare sempre più stanziali costruendo delle postazioni in cui vendere la loro acqua”, .

Nacquero pertando rapidamente in molti punti della città , vari chioschetti addobbati con  grappoli di limoni di Sorrento , arance, enormi blocchi di ghiaccio, e vari attrezzi per le spremute e sciroppi di vario tipo. In essi  venivano poste in bella mostra “‘e mummarelle”,  cioè quelle anfore in terracotta  di cui vi abbaiamo già parlato  e che possedevano la caratteristica di conservare sempre fresca , frizzante  e godibile la mitica acqua sulfurea di Santa Lucia che di solito veniva servita con un pizzico di bicarbonato, per renderla ancora più gustosa. Nel suo interno , oltre alla frutta estiva. , erano anche presenti enormi blocchi di ghiaccio , che tagliati rappresentavo una grossa fonte di ghiaccio sempre disponible al momento . Esso   immesso in grandi botticelle foderate di sughero in  un vano nella parte inferiore  del chiosco ,  rendevano l’acqua o la bibita fresca o ghiacciata. . Per tale motivo i chioschi dell’acquafrescaio , venivano chiamati ” A BANCA ‘E L’ ACQUA” ( forse per intendere che l’acqua è un bene da depositare in banca ).

 

 

N.B. La foto qui sopra rappresentata riproduce l’immagine della storica ” banca dell’acqua “,  presente un tempo in Piazzetta Teodoro Monticelli, vicino a Palazzo Penne in Via Banchi Nuovi, alle spalle di Santa Chiara.

Essa , ritratta nel famoso libro di Bellavista  , mostra al suo fianco , ristrutturato in marmo alla fine dell’800, anche la foto storica ‘e zi Vincenzina (erede di zi Ninella). Un’antica banca dell’acqua che una intera generazione di acquaiuole si tramandava da circa 300 anni ,  cui purtroppo si sono perse le tracce .

Qualcuno di voi sa dirci che fine ha fatto ?

 

Come prima vi dicevamo quindi quelli che inizialmente erano solo degli improvvisati  ambulanti ,che erano soliti girare per le caratteristiche stradine della città per racimolare qualche cosa , trainando magari un piccolo carretto mediante l’aiuto di un asino ,finirono poi per trasformarsi in tanri piccoli imprenditori .

CURIOSITA’: In passato, specie durante l’estate, era spesso possibile incontrare per strada un  acquaiuolo,  mentre, a torso nudo, vestito dei soli logori pantaloni, con un cappello di paglia in testa e alla guida di un carro di grosse dimensioni del tutto simile se non identico al tram trainato da cavalli in uso a Napoli tra Ottocento e Novecento, distribuiva l’acqua potabile alle abitazioni non ancora servite dalle moderne reti idriche, all’epoca appena agli albori.  Da qui il popolare modo di dire «‘e pigliat ‘o tram p’a banca e ll’acqua», successivamente tradotto in una locuzione più volgare (‘e pigliat ‘o cazzo p’ a’banca e ‘l’acqua ), a indicare una situazione paradossale generata da un equivoco. Era, infatti, abbastanza consueto che delle persone salissero distrattamente a bordo del carretto credendo di montare in tram, suscitando grande ilarità tra i presenti.

Grazie alla loro innata forza di soprravvivere alle avversità , la povera gente di strada mentre prima doveva necessariamente  passeggiare  per vendere , ora metteva sù , una piccola area commerciale e mentre prima erano  solito pubblicizare la loro merce con frasi gridate al popolo per incentivare a comprare l’acqua sulfurea di Santa Lucia , ora dopo aver  acquistato negli anni una propria dignità  cercarono di  pubblicizzare la loro merce addobbando i loro chioschi alla meglio . 

Adesso non dovevano più girare continuamente alla ricerca dei propri clienti , adesso avevano avere quasi tutti un posto stabile e fisso dove vendere la loro acqua . L’acquafrescaio non doveva più girare   in lungo ed in largo la città ,  con il suo  carrettino e fare fatica nel mantenere la sua  acqua in un grande vaso di creta con due manici , egli ora aveva  una sorta di banca dove l’acqua  si manteneva fresca .

Nacquero così in città nel breve tempo di qualche anno,  agli angoli delle più trafficate strade di Napoli, un innumerevole numero di chioschetti, che rappresentavano il simbolo della spensierata napoletanità nell’inventarsi un mestiere. Ce n’era uno in ogni rione e ognuna di essi rappresentava un punto di riferimento per gli abitanti . In questi caratteristici  posti  ognuno a  richiesta poteva chiedere di essere servito della famosa acqua sulfurea di Santa Lucia , insieme alla spremuta di limone o arancia con un pizzico di bicarbonato per far digerire anche le pietre.

Per  attirare l’attenzione dei vari passanti a bere la mitica acqua sulfurea ,  i vari chiostri venivano “ingioiellati ” e abbelliti   da deliziosi grappoli  di limoni , foglie , arance, enormi blocchi di ghiaccio per fare la granita, attrezzi per le spremute e sciroppi di vario tipo. All’interno della cosiddetta ” banch e l’acqua “, cioè una specie di baldacchino dalla pianta il più delle volte esagonale, che si apriva all’esterno con i banchi di marmo simili alle mense di un altare, sui quali, tra limoni e arance fresche pronte per la spremuta, si stagliavano, affastellate ordinatamente, numerosissime bottiglie di acqua minerale e bibite varie , non mancavano ovviamente poste in bella mostra ‘e mummarelle, gli orciuoli,  e tutta una serie di splendide anfore in terracotta che possedevano la caratteristica di conservare sempre fresco e godibile il liquido in esse contenuto.

Come un altare, l’interno del chiosco – baldacchino era sovrastato da immagini sacre, e non vi mancava mai la vasca con i pesciolini, simbologia della vita che nasce nell’acqua. Tra le acque minerali “sfuse” che l’acquafrescaio serviva, opportunamente raffreddate con un sistema che prevedeva la loro conservazione all’interno di un vaso metallico, dal collo lungo e dalla base larga, posto entro una botte foderata di sughero e catrame riempita di ghiaccio, primeggiava tra le cosiddette acque annevate,  quella zuffrégna (classificata come acqua minerale naturale, micro – biologicamente pura e ricca di sali minerali), che sgorgava , come vi abbiamo già detto , da una sorgente ubicata in via Chiatamone.

Gli acquaioli o ancor più le opulente  e sensuali acquaiole non si limitavano solo  a vender in maniera statica la loro preziosa acqua , , ma dovevano attirare il passante invitandolo a bere acque dalle doti straordinarie. E ogni volta si ripeteva la domanda di rito, in uno storico ed intramontabile  ammiccante gioco delle parti,  prima di iniziare il sorseggio:  “Acquaiuo’ comm’è l’acqua?” cui seguiva da sempre la stessa risposta  “E’ fresc’ comm’ a neve!”

N.B. Questo è un altro modo di dire molto diffuso a Napoli . Si tratta ovviamente di una domanda retorica , a risposta certa . E’ un modo di intendere una cosa come ovvia  o con risporta certa .  Chiedere al mercante com’è la sua merce, in pratica se è buona  , lo  si invita infatti a nozze perché la sua risposta sarà naturalmente che è di primissima scelta. Nello stesso modo, se ad un un commerciante di bibite gli si chiede se le stesse sono fresche, è normale che, per venderle, risponderebbe che lo sono sicuramente più della neve!

 

Naquero proprio così le Banche d’acqua !

Esse nacquero proprio quando gli acquafresci diventarono  stanziali costruendo delle postazioni in cui vendere l’acqua”.    Ce n’era una in ogni rione e ognuna di esse rappresentava un punto di riferimento per gli abitanti”. Diventando fissi, gli acquafrescai iniziarono a vendere anche l’acqua annevata, rinfrescata con blocchi di ghiaccio, l’acqua addirosa, aromatizzata al vino, e l’acqua ferrata, di origine vulcanica, dal sapore di ferro.

 

 

CURIOSITA’:  il mestiere dell’acquaiuolo , a differenza di tanti altri è forse l’unico tra gli antichi mestieri napoletani, che ancora oggi resiste al tempo , Esso è infatti uno dei mestieri antichi di Napoli che meglio ha saputo resistere ai cambiamenti perché meglio si è adattato a essi”. Probabilmnete cio è accaduto perrchè questo mestire   è strettamente collegato con la classi sociali più popolari, più autentiche e più interessate a conservare le tradizioni”. Alcuni storici chioschi  che vendono acqua e limone con o senza bicarbonato , acqua minerale e refrigeri vari, sono infatti ancora oggi presenti nelle zone più popolari presenti in città,

Oggi si stenta a crederlo, ma la possibilità di acquistare una Banca dell’acqua o riceverla in eredità e diventare l’acquafrescaio di quartiere era qualche tempo fa una grande conquista.

 

 

 

Ma la cosa più bella da vedere e sicuramente più caratteristica della nostra città era l’allegria che questi chiostri davano alle giornate napoletante .

Le belle luciane , spigliate ,sorridenti ,e procaci  , che spesso gestivano i tanti chioschetti sul lungomare di Santa Lucia con fare malizioso gridavano a squarciagola per richiamare clienti nelle afose giornate napoletane < chi vò vevere ,che è freddo >  e cantando al  suono di canzoni dal dubbio significato giocavano spesso sul doppio senso on cui il prorompente seno veniva accostato alle mummare . Esse sopratutto durante l’estate , grazie alla neve ghiacciata che teneva fresche le loro bevande permetteva di rispondere in modo malizioso alla domanda <“Acquajuò! L’acqua è fresca?”: “Manche ‘a neva”.

L’acqua suffregna , una volta tolta dalle mummarelle veniva versata in piccole brocchette di terracotta ( chiamate giarretelle ) dove veniva aggiunto del succo di limone ed un cucchiaio di  bicorbonato . Il risultato era una straordinaria dissedante bibita con un potente effetto digestivo , caratterizzata da una scenografica eruzione di schiuma ( prodotta dallo stesso bicarbonato ). La  bevanda era da tutti considerata anche  un’autentica panacea per molti dolori fisici .

Unico problema aveva un forte sapore di uovo non del tutto gradevole per alcuni  .

N.B. Se i vasi in terracotta erano di dimensioni più piccoli , venivano ovviamente soprannominati “mummarelle ” ( termine spesso ancora oggi utilizzato per indicare in una donna delle mammelle piccole ma graziate ) .

 

L’acqua sulfurea o ” suffregna ” venne liberamente venduta e commercializzata   a fasi alterne, sino a quando Napoli non fu colpita dalla brutale epidemia del colera del 1973 , a causa della quale fu proibita. la sua vendita stradale  e le fonti furono sigillate. Alcune fontanelle furono successivamente attivate, precisamente sotto il Maschio Angioino, ma nel breve arco di tempo furono ulteriormente abolite, non potendo garantire una regolare e igienica distribuzione della preziosa famosa acqua  .

CURIOSITA’ : Secondo maligne voci che ancora oggi corrono in città , nel famoso anno del colera ,  un gruppo di speculatori che faceva capo al figlio dell’allora, napoletano presidente della repubblica, colse la palla al balzo per tappare e far scomparire in meandri sconosciuti la sorgente di acqua suffregna o di mummara, motivando il provvedimento con l’invenzione di un sospetto inquinamento della falda acquifera. Da quel momento , le fonti furono sigillate e la vendita in strada dell’acqua venne proibita per motivi igienico-sanitari. Qualche tempo dopo sul luogo dove da secoli era presente la storica sorgente di  Via Caracciolo , nacque un bellissimo e redditizio albergo chiamato  Hotel Continental .

Purtroppo, da quel momento anche  il redditizio commercio cittadino,dell’acqua  dovette subire il  suo inesorabile  declino, e  dopo la conseguente chiusura della fonte di Santa Lucia , anche  la scomparsa della maggior parte degli acquaioli locali che nei secoli scorsi, avevano costruito e sostenuto le loro famiglie   sulla vendita dell’acqua .

…. e venne meno così anche un’altra bella cartolina di Napoli

Quella che vedeva chiunque passeggiasse d’estate sulla Riviera di Santa Lucia, imbattersi  in uno stuolo di giovani venditrici di acqua sulfurea, che offrivano i loro bicchieri colmi d’acqua fresca e frizzante nell’ultima domenica di agosto in onore della Madonna della Catena .  I Luciani usavano infatti chiudere ogni anno il loro lucroso mercato dell’acqua con una festa che aveva luogo l’ultima domenica di agosto in onore della Madonna della Catena. Essi in questa occasione , avevano l’abitudine di tuffarsi a mare e facevano la stessa cosa con chiunque si trovasse a passare a quell’ora per la riviera (possiamo quindi affermare, con una buona dose di certezza, di aver finalmente scoperto come sono nati i “gavettoni” ).

Ma il tempo in modo beffardo  e rivendicativo , talvolta restituisce il maltolto e grazie ad alcuni lavori di ammodernamento della banchina portuale l’antico Beverellum dell’acqua zuffregna che secoli fa rappresentava una delle più belle e famose peculiarità della nostra città,  è oggi  riapparsa dopo tanti anni di silenzio .

L’acqua rinnegata, come dice qualche eretico studioso, continua iperterrita ,a dispetto di tutti , quelli che la volevano  definitivamente  eliminare,  , a scorrere  sotto al molo assieme a quei dubbi progetti urbanistici che, attraverso gli interventi nel sottosuolo, ne hanno pericolosamente deviato il percorso e nascosto l’esistenza»

Sarebbe bello poter immaginare, come omaggio alla storia di Napoli, la realizzazione di una fontana, magari nel nuovo molo Beverello, per poter ancora rendere fruibile l’acqua “zuffregna”  che una natura fin troppo benigna aveva messo a disposizione dei napoletani dalla notte dei tempi    Un tentativo del genere fu fatto all’inizio del 2000 quando furono installate delle fontanelle su via Acton, il cui funzionamento durò molto poco. Ora che la nostra città sta di nuovo finalmente conquistando il podio di grande meta turistica mondiale  l’occasione è grande. Chissà quanto potrebbero apprezzare quell’acqua i turisti da tutte le parti del mondo, magari raccolta ancora nelle mitiche “mummarelle”.

Un’ultima curiosita’: L’acqua zurfegna era tanto nota a Napoli che un ministro napoletano, in visita da Franceschiello, ultimo re Borbone, esule a Parigi con la moglie Maria Sofia, decise di portare in omaggio al re un ricordo della città che raffigurasse uno scugnizzo con la “mummara” sotto braccio e la “mummarella” in mano. Per questo chiese allo scultore Vincenzo Gemito di forgiare la statua in argento fuso oggi esposta nella Galleria Nazionale d’Arte Moderna.

A conclusione dell’articolo ci piace ricordare il grande Totò che alle acquaiole dedicò una sua poesia che qui alleghiamo .

 

L’acquaiola
Di Antonio De Curtis ( Totò )
Ogni matina scengo a Margellina,
me guardo ‘o mare, ‘e vvarche e ‘na figliola
ca stà dinte a nu chiosco: è ‘n’ acquaiola.
Se chiamma Teresina,
si e no tene vint’anne,
capille curte nire nire e riccie,
‘na dentatura janca comme ‘a neve,
‘ncuollo tene ‘a salute ‘e ‘na nutriccia
e ‘na guardata d’uocchie
ca songo ddoje saette,
so’ fulmine, so’ lampe, songo tuone!
E je giuro e ce scummetto
ca si resuscitasse Pappagone,
muresse cu ‘n infarto
guardanno ‘sta guagliona.
Essa ha capito ca ie so’ nu cliente
Ca ‘e ll’acqua nun me ne ‘mporta proprio niente
e me l’ha ditto cu bella maniera:
“Signò, cagnate strada… cu mme sta poco ‘a fa ,
se chiamma Geretiello… è piscatore.
Fatica dint’ ‘a paranza ‘e don Aniello”.
Ma je niente, tuosto corro ogni matína,
me vevo ll’acqua…
e me ‘mbriaco comme fosse vino .

 

 

 

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