Oggi i nostri quartieri spagnoli sono a tutti noti per il murales dedicato a Diego Armando Maradona, diventato una sorta di icona della nostra città .

Il murales forse più famoso d’Italia, compare oramai infatti in tutte le guide turistiche della nostra  città ed  insieme al “cuoppo di zeppole panzarotti ” del nostro centro storico e alla vele di Scampia. rappresenta una delle tappe  fondamentali   per i tanti turisti che sempre in numero maggiore  decidono di fare un viaggio a Napoli.

Quel murales è oramai una sorta di attrazione turistica divenuta fondamentale per chi arrriva  nella nostra città  e molti di loro ogni giorno si recano in massa ad ammirare in Via De Deo,nei quartieri spagnoli,  quell’immagine del più grande calciatore che abbia militato nella  nostra squadra di calcio cittadina , ma anche quello che tutto il mondo sportivo considera il miglior calciatore in assoluto  di tutti i tempi.

Peccato che nelle stesse guide turistiche non sia  nemmeno lontanamente citato il fatto che  questi oramai noti quartieri sono stati anche luogo di residenza  del celebre  pittore  Caravaggio ( pseudonomino di Michelangelo Merisi ) e addirittura del più importante poeta italiano di sempre, Giacomo Leopardi .

 

Del grande Caravaggio  non sappiamo ancora con precisione in quale preciso posto egli abbia alloggiato , ma sappiamo invece con estrema certezza che i  luoghi  di questo quartiere sono  il tema del suo  dipinto “Le sette opere di Misericordia ” .

Il famoso dipinto su tela che oggi si trova esposto nella bellissima pinacoteca  al Pio Monte della Misericordia, in Via dei Tribunali ,  appare infatti ambientato  in un vicolo semibuio dove si affollano personaggi e storie di miserie quotidiane, alleviate da opere di bene ispirate dai vangeli .

La  tragica umanità che il grande artista osservava nei vicoli di questi luoghi sono diventati i protagonisti del suo grande  dipinto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Caravaggio a Napoli venne per ben due volte per cercare rifiugio dalla condanna  alla decapitazione  eseguibile da chiunque lo riconoscesse per strada, e dalla stessa città e dalla stessa città  partenopea scappò via imbarcandosi segretamente su un traghetto diretto a Porto Ercole, in Toscana , appena saputo della possibilità che la sua condanna a morte fosse revocata dal Papa Paolo V ,

Egli portò con se alcuni suoi quadri che intendeva usare come merce di scambio per la sua libertà.

Finalmente intravedeva  speranza del perdono e di vedere finalmente la fine del suo travagliato esilio  e per non correre rischi  pensò di arrivare  a Palo,  in territorio papale. Ma, per errore, venne arrestato. Rilasciato, tornò a Porto Ercole nel tentativo di recuperare i suoi beni, compresa la tela che gli era necessaria come merce di scambio per la sua libertà.
Ma purtroppo la sua nave era già ripartita. In preda alla febbre e alla disperazione per veder svanire le sue speranze di salvezza, Caravaggio vagò delirante sulla spiaggia di Porto Ercole dove morì, a soli 39 anni, il 18 luglio del 1610.
Pochi giorni dopo, giunse a Napoli la lettera che lo sollevava dalla condanna.

L’ultimo periodo della vita di Caravaggio ed in particolare il suo ultimo anno di vita trascorso a Napoli  fu alquanto rocambolesco, in linea, del resto, con tutta la sua vita.  Visse nel genio della sua arte tra vino , donne e gioco e addirittura sfigurato al volto da un taglio di coltello in una lite .

Egli quindi  nella nostra città , grazie al suo carattere difficile e litigioso rischio addirittura la vita ( in città si diffuse dopo la lite la notizia che avesse addirittura perso al vita), mentre il grande poeta Giacomo Leopardi, nato a Recanati, nelle Marche, vi venne a  trascorrere gli ultimi quattro anni della sua vita per cercare di salvare la sua vita ,

Quando infatti egli giunse a Napoli, insieme al suo amico Antonio Ranieri , nel1833 all’età di  35 anni, aveva  uno stato di salute estremamente  malfermo e assai compromesso  ,

Alle pendici del Vesuvio Leopardi con un’aria migliore  proveniente dal golfo,  e godendo di un clima certamente più temperato , egli sperava di migliorare il suo stato precario stato di salute a cui lo costringeva la tubercolosi .

Fino ad allora insieme al suo fidato amico Ranieri, egli si spostava  a seconda della stagione, d’inverno a Roma e d’estate a Firenze. Gli inverni fiorentini erano considerati dai medici  troppo rigidi per la costituzione fisica del conte marchigiano.

Napoli aveva per i medici  un clima molto più favorevole ma Ranieri era precedentemente  bandito dal Regno, perché in odore di carboneria, e solo quando  finalmente per gli esuli politici napoletani, si aprì la possibilità di tornare nel Regno , i due potettero finalmente  recarsi a Napoli .

N,B. Ranieri prima di decidere di trasferirsi i a Napoli ,si recò nella città partenopea per chiedere  di persona il permesso al Re Ferdinando dopo che questi gli aveva concesso  udienza. Lo stesso Ranieri ci racconta quell’udienza del 7 dicembre 1832:

L’accoglienza fu assai umana anzi ospitale. Esposi, con giovanile affetto e verità, e però con persuasiva eloquenza, il caso mio. Ferdinando (di cui i cortigiani potevano fare il migliore degli uomini e ne fecero il peggiore), negli inizi, allora, non punto spregevoli del suo regno, ne fu non leggermente commosso; e ruppe in queste sacramentali parole:

Ella è libera, da questo momento, e di godersi in villa le gioie della famiglia, e dell’andare a riprendere a Firenze il suo amico, e del menarlo qui a rifarsi di quest’aria; e n’abbia per pegno la mia parola. E parole sacramentali furono veramente; poiché la sera stessa ne corsero i più recisi ordini al ministro di polizia  Delcarretto. 

Il poeta ed il suo amico quindi finalmente possono recarsi a Napoli dove Leopardi meglio poteva vivere e forse curare i suoi affanni che da tempo lo affligevano e dopo ben sette giorni di viaggio in carrozza trainata da cavalli , dopo aver fatto tappa a Levane,  Cortona,  Perugia,  Spoleto, Terni  Civita Castellana, e  Roma, finalmente giune a Napoli .

Le aspettative del Leopardi quando giunse  in città, insieme all’amico Antonio Ranieri, il 3 ottobre del 1883  erano sono molto alte. Egli era molto fiducioso di poter migliorare il suo stato di salute ma era contemporaneamente anche infervorato all’idea dei vantaggi che poteva  ricavare  anche sotto il profilo professionale dal suo soggiorno  nella nostra città. All’epoca Napoli era la quarta città d’Europa per numero di abitanti dopo LondraParigi e San Pietroburgo e potenzialmente era un centro artistico e letterario di prim’ordine.

La primissima impressione generale del poeta su Napoli  fu certamente favorevole,. Egli infatti solo dopo tre giorni  il suo arrivo, scrisse al padre …la dolcezza del clima, la bellezza della città e l’indole amabile e benevola degli abitanti mi riescono assai piacevoli”.

I due amici ,provenienti da Firenze, avendo entrambi scarse finanze a disposizione , visti i fitti delle abitazioni a Napoli  molto cari , scelsero come prima abitazione proprio i quartieri spagnoli . Qui infatti essi trovarono in un  palazzo ben tenuto, ma non lussuoso un appartamento  comunque molto decoroso  dove alloggiare . Esso si trovava in via Speranzella al numero 22 .

Qui il poeta e l’inseparabile amico abitarono comunque  solo un mese, proprio perché l’affitto era comunque caro per le loro tasche .

N.B. All’epoca non era facile trovare alloggi a Napoli  se non con contratti per lunghi periodi.

Secondo quanto scritto da Ranieri  quarant’anni dopo la  scomparsa di Leopardi, nel suo libro Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi  , che come sappiamo ,consacrò la sua fama fino ai nostri giorni, la primissima abitazione dei due amici era, si al secondo piano di un edificio ma questo si trovava in Via San Mattia 88  e affacciava  sulla così detta Loggia di Berio,  a pochissimi passi da Toledo, e dal  palazzo Reale. 

CURIOSITA’ : L’opera i Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi  scritta da Antonio Ranieri nel 1880), è un memoriale che diede luogo ad  aspre polemiche  per  l’autocelebrazione dell’autore, e sopratutto per le rivelazioni e la  sovrabbondanza di particolari sfavorevoli alla memoria del poeta di Recanati. Tra le varie rivelazioni che oggi definiremmo come vere e proprie violazioni della privacy, egli inopportunatamente  dichiarava, tra le altre cose, di aver mantenuto il poeta a proprie spese, mentre successivamente si venne poi a scoprire tramite alcune lettere ritrovate e poi pubblicate in  un volume da Giuseppe Piergilli nel 1892 ( “Nuovi documenti intorno alla vita e agli scritti di Giacomo Leopardi”)  che era invece Leopardi a mantenere entrambi i fratelli Ranieri con la scarsa rendita che i nobili genitori gli spedivano.Le  lettere infatti  citavano  delle cambiali di mano del Ranieri sottoscritte da Leopardi, l’ultima delle quali di 35 scudi incassata 4 giorni prima della morte del poeta.

Se ora andate alla ricerca di questa abitazione domandando in giro molto vi diranno che  essa si trova alle spalle della Funicolare Centrale e certamente qualcuno sosterrà che si trovava  dentro Palazzo Berio,cioè quel   palazzo con la testa di cervo nel cortile che ha l’ingresso principale su via Toledo.

Ma non è così, a trarre in inganno chi racconta questo, è stata forse la frase: “dava sulla così detta Loggia di Berio” citata dal Ranieri. Bene, Palazzo Berio all’inizio del 1800 aveva alle spalle, sul lato opposto a via Toledo, un giardino e un loggiato. Ecco, la casa in cui abitò Leopardi affacciava su quel loggiato ma faceva parte di un edificio diverso.

Molto probabilmente l’abitazione si trovava quindi poco distante da Palazzo Berio e per raggiungerlo dobbiamo salire  dai gradini che si trovano a sinistra della Funicolare Centrale, e poi   giriare  a sinistra . Solo pochi metri dopo e siete a destinazione .

La padrona di casa secondo molti era una certa Rosa Lang, la quale vedeva di mal grado il povero poeta . Ella vedendo lo stato malacico del poeta sospettava che egli fosse malato di una malattia contagiosa e non vedeva l’ora di cacciarlo di casa. 

Ogni giorno che passava introfulandosi nell’appartamento era alla continua ricerca di farmaci che mostrassero la vericidicità dei suoi sospetti e non nutrendo grande simpatia per quell’uomo dall’aspetto talvolta rannicchiato, cominicò presto al Ranieri di liberare l’appartamento .

“… tanta premura suscitò i sospetti della padrona di casa che mi dichiarò ch’io le aveva introdotto un tisico in casa; che, amandolo tanto da fargli le nottate, non altra poteva essere la cagione onde non gliele facessi in casa mia [non c’era ragione per non fargliele a casa mia]; ch’essa voleva, ad ogni costo, essere sciolta dall’affitto’…”

 Ranieri , non avendo subito disponibile un altro alloggio riuscì comunque a inventarsi qualcosa per rimanere almeno un altro poco. Andò subito a prendere a casa il dottor Nicola Mannella , medico di Leopoldo di Borbone, zio del re ,il quale  abitava a largo di Palazzo (l’attuale piazza Plebiscito) “nel Palazzo del vecchio Principe, cioè l’ attuale Palazzo Salerno. Questi  aveva già visitato il poeta due volte in passato, e conosceva bene già la realtà della malattia , Egli era uomo troppo onesto per dire il falso ma per non tradire il suo paziente , dopo aver  visitato il poeta in casa con una formuma degna di un grande diplomatico,  assicurò la proprietaria, con questa frase :

quale che fosse potuta essere l’indole della malattia, essa non sarebbe mai potuta entrare ancora in un periodo contagioso”.

I due amici riesciro così  a strappare alla signora Lang, di poter restare solo fino allo scadere del mese di fitto,.

Erano passati solo due mesi ed i due amici erano di nuovo senza casa e così si misero di nuovo a cercare un’altra abitazione .

Grazie all’interessamento del Margàris, fraterno amico di origini greche di Ranieri, essi comunque riuscirono a trovare  dal 10 dicembre, una nuova sistemazione al secondo piano del civico 52 in via Nuova Santa Maria Ogni Bene.

L’appartamento er amolto bello ed arioso in quanto godeva  di un diritto speciale appartenente a pochi prestigioso immobili:  si trattava dellaltius non tollendi”, cioè il diritto di non avere vicino, davanti, palazzi così alti da ostruire il panorama.

Esso si trovava alle pendici della collina del Vomero,e affaciando sul golfo godeva di un bellissimo  panorama . Era lì quindi quello il giusto appartamento per il nostro poeta in quanto raggruppava nello stesso tempo ambiente e clima ideale per la  sua salute. 

N.B. Ranieri nel suo famoso libro riferendosi all’appartamento così scrive : “le più vaste e belle stanze ch’io vedessi al mondo, le quali a poca distanza da Toledo, dominavano tutto il Golfo”.

L’appartamento al  cui palazzo si puo accedere o scendendo da Corso Vittorio Emanuele per la scala di San Pasquale o meglio ancora da via Toledo percorrendo via Portacarrese a Montecalvario, di fronte allo slargo di via Ponte di Tappia,( dove oggi si trova  la libreria Feltrinelli,)  e poi  alla nona traversa girare sulla destra, lo riconoscete dalla presenza  al fianco del  portone da un un cartello che ci ricorda in esso la presenza del piu grande poeta italiano :  “Palazzo Cammarota, residenza di Giacomo Leopardi”

 Una volta superto  il portone  una iscrizione in marmo ci racconta la presenza, in ben due abitazioni dello stesso palazzo, del poeta marchigiano. I due amici in questo edificio hanno infatti  abitato addirittura in due diversi appartamenti: dal 10 dicembre 1833 al 4 maggio 1834 al secondo piano e dal 4 maggio 1834 al 4 maggio 1835 al primo piano nobile, nella stessa verticale, quella di sinistra salendo la scala principale.

Quando infatti Leopardi e Ranieri si trasferirono nel primo appartamento presente al secondo piano, questo era condiviso con altri inquilini , Essi avevano a disposizione di quell’appartamento solo tre stanze , mentre avevano in comune con gli altri inquilini  una sala, l’anticamera e la cucina.  Dopo alcuni mesi , appena liberatosi un altro immobole passarono quindi subito al primo piano avendo a disposizione l’intero appartamento

L’avventura napoletana dei due amici in fatto di immobili non finisce però certo in questo palazzo . Essi il 9 maggio del 1835 si traferirono infatti  in vico Pero 2, lungo via Santa Teresa degli Scalzi. A ricordacelo anche se in pieno degrado ci pensa una targa posta all’ingresso dell’edificio.

Il proprietario del nuovo immobile era un certo Prospero Jasillo. Così, i due amici cambiarono nuovamente residenza. Forse la nuova casa era più spaziosa e il luogo dove essa si trovava era in quei tempi  circondato da orti e campi. casa invece  si affacciava su via Santa a Teresa degli Scalzi, che a quell’epoca si chiamava ancora via Nuova Capodimonte.

Oggi  Vico del Pero è invece  un posto breve e stretto  costeggiano però da antichi palazzi tra i cui portoni si aprono  gli ingressi di alcuni bassi.  Oggi in questo stretto vico ci sono pochi passanti e ogni tanto transita qualche auto, ma, nella prima metà del XIX secolo lo scenario era diverso. Si sentiva il vocio della gente, le urla dei bambini e quello dei venditori ambulanti ma anche il linguaggio colorito delle donne sedute davanti ai bassi e il rumore degli zoccoli dei cavalli.

Da quella casa con le pareti dipinte di giallo, di verde-azzurro e di turchino, il Poeta, quando la salute malferma glielo permetteva, s’incamminava, curvo, per una certa Napoli a lui cara, avvolto come al solito nel vecchio soprabito verde col bavero alto.

I passi, raccontano i biografi, lo portavano a compiere sempre lo stesso itinerario. Il Caffè delle Due Sicilie, in via Toledo, dove assaporava una granita o un sorbetto, che adorava; i Coloniali del barone Vito Pinto, al largo della Carità, dove sorseggiava il caffè o, golosissimo com’era, gustava i famosi tarallini zuccherati del barone; la bottega dell’editore Starita, in vico della Quercia, che aveva pubblicato le ultime versioni dei Canti e delle Operette Morali; o la pasticceria di Pintauro, in via Santa Brigida, dove alternava le sfogliatelle ricce e le frolle, adorandole entrambe.

N.B. Nello stesso anno, vengono pubblicate la terza edizione delle Operette morali e la seconda dei Canti. Per entrambe le opere, l’editore fu ‘Saverio Starita’, la cui sede era in Strada Quercia n° 14, odierna Vico Quercia, del quale ignoriamo il numero civico, molto vicino alla ‘Tipografia Giannini’.

Questa fu l’ultima dimora napoletana di Giacomo Leopardi, anche se in tutto il periodo che egli visse  in questa nuova casa  trascorre diversi mesi nella villa di Giuseppe Ferrigno, giurista e cognato di Ranieri.

La  villa posta alle falde del Vesuvio si trovava e si trova ancora oggi posizionata  in un luogo da favola  a Torre del Greco  . La casa circondata da un enorme podere ed un terrazzoe con un  panorama da cui si poteva scrutare Capri e tutto il Golfo di Napoli.

Finalmente quindi  il clima e le condizioni ideali per la salute in continuo peggioramento di Leopardi.

 Il Poeta soggiornò qui scomplessivamente solo  9 mesi, ma solo sostando per qualche ora in questo ambiente potrete forse capire come egli abbia poi potuto scrivere quel suo immenso capolavoro che è  La ginestra ,una delle sue ultime e più “filosofiche” poesie.

La villa nel periodo in cui fu frequentata dal Leopardi non aveva, allora, la configurazione attuale, perché solo nel 1907 fu edificato il portico neoclassico che circonda la casa. Ai tempi del poeta essa  era un “cubo bianco d’intonaco nella distesa verde, folta ed ininterrotta sino alla spiaggia lontana”.

Durante la sua permanenza a Torre del Greco, in questa meravigliosa villa vesuviano, il  poeta ispirato dal paesaggio, scrisse due dei suoi più significativi componimenti della sua maturità artistica: La Ginestra e Il Tramonto della Luna.

Ma nonostante questo fu certamente un periodo molto proficuo per la sua produzione letteraria . Nella villa a lui venne riservata la migliore camera. Essa posta al piano superiore, era ampia, illuminata ed esposta ad oriente dove gran parte di quella campagna torrese era devastata dalle colate laviche di una violenta eruzione del 1817.

Leopardi aveva sotto gli occhi un terreno arido e bruciato, a tratti di colore grigio-cenere. La vegetazione era quasi inesistente. Solo le ginestre coloravano un paesaggio desertico.

Intanto i suoi malanni andavano  peggiorando  e accompagnati da forti dolori  spesso richiedevano l’intervento di un medico. La città era lontana da Torre del Greco e Giacomo non aveva i mezzi economici per poterlo avere a domicilio.

Le confortanti  parole di Ranieri e le amorevoli cure dei suoi parenti, non bastavano a farlo sentire meglio . La malattia si faceva sentire in tutta la sua sintomatologica durezza , Egli era quindi sempre piu costretto  a Napoli   dove egli dopo una prima fase di entusiastica favorevole impressione, incominciava a vedere e notare  anche i lati negativi .

 N.B.  La “Villa delle Ginestre, il cui nome deriva dal titolo del famoso canto leopardiano,fu al termine di una lunga storia di varie proprietà, poi acquistata dall’Università degli studi di Napoli “Federico II” nel 1962 per sottrarla alla già invadente speculazione privata, che ha trasformato e sfigurato i luoghi originari dove la costruzione sorgeva  collocata  alle falde del Vesuvio, nel territorio compreso tra i Comuni di Torre Annunziata e Torre del Greco. La contrada, oggi denominata Leopardi, era popolarmente indicata come “ncoppa ‘a lava” o “lava vecchia” o “lava ‘e Cianfetiello” per distinguerla da successivi depositi di colate laviche, come quella del 1861.

Oggi all’interno della Villa è possibile  trovare vari filmati proiettati che riguardano la storia della villa ed il suo ospite illustre, ed anche una particolarità del Leopardi che molti non conoscono.La camera che ospitò il Leopardi, ad oggi si presenta ancora con i suoi mobili originali.

Lasciata quindi una delle ville vesuviane del Miglio d’Oro, che oggi  in onore dell’illustre ospite e dei suoi versi è diventata Villa delle Ginestre, egli ritornato con Ranieri in Vico Del Pero, il 9 marzo 1837 scrisse al padre:

«Mio caro papà, non ho trovato ancora riscontro a una lunga mia di dicembre passato […] Io grazie a Dio, sono salvo dal colera […]. Il ginocchio con la gamba dritta mi diventò grosso. […] Né ho potuto consultare medici, perché una visita di medico in quella campagna lontana costa non meno di 15 ducati. Così mi sono portato questo male fino alla metà di febbraio, nel quale tempo, per il rigore della stagione, benché non sono uscito di casa, mi sono ammalato di petto con febbre, pure senza poter consultare nessuno. Passata la febbre da se, tornai in città, dove subito mi riposi a letto, come convalescente, quale sono […]».

Come vedete Leopardi accennava al padre di essere ancora salvo dal colera . Questo perchè dal  luglio dell’anno precedente, il colera, ampiamente diffuso in Europa, aveva oramai anche invaso l’Italia penetrando da Nizza e dal Piemonte.

La terribile malattia che lentamente si diffondeva in tutta  la penisola, era quindi giunta nella sua discesa mortale anche a Napoli dove le strade si andavano oramai svuotando . Tutta la città era infatti avvolta dal terrore. I vari carri dei ‘Fratelli della Misericordia’, trainati da cavalli, trasportavano  adecine  tutti accatastati sulla piattaforma del veicolo le varie persone morte .

Per tutelarsi dal contrarre il terribile mortale morbo Ranieri cercò quindi di convincere Leopardi a trasferirsi di nuovo a Torre del Greco ma lui non aveva alcuna intenzione di rinunciare piu alle sue cose ed in particolare a quei gelati che la sera in Piazza Carità lo rendevano felice .

N.B. La gelateria di Vito Pinto era la più famosa in città ed i suoi gelati certamente più buoni di tanti altri . Essi erano talmente buoni che il re lo fece barone ( i Borbone apprezzavano tanto i sorbetti da concedere titoli nobiliari ai più abili gelatieri).

Leopardi non intendeva neanche ribaltera completamente il suo stile di vita a cui si era oramai abituato Tutto il giorno dormiva sempre, alle quattro della sera faceva la prima colazione, poi la sera si recava in piazza Carità,per ingozzarsi di numerosi gelati  di Vito Pinto.

N.B. Leopardi si mangiava tanti gelati che si faceva la folla attorno; lui diceva mi fanno bene, perché tengo l’asma nervosa. 

Non amava inoltre il pane torrese ma quello di Napoli ed in genere quando tornava a  mezzanotte a casa voleva trovare sempre  il pranzo a tavola, sopratutto i maccheroni  preparati da un certo  Pasquale, l’unico che gli doveva cucinare. 

Leopardi quindi non volle in alcun modo ritirarsi al sicuro dalla Epidemia nella villa di Torre del Greco e come nelle peggiori storie accade,  egli  non venne  rispermiato dal terribile  morbo che accanendosi su un corpo di per se gia debilitato  solo in pochi mesi lo portò alla  morte .

Era il 14 giugno del 1837 ed il povero Leopardi si era da poco alzato dal letto . Egli aveva già fatto colazione con abbondante cioccolata, più due pacchi di confetti cannellini di Sulmona. Aveva da poco finito la poesia “Il tramonto della luna “ed alle cinque decise di mettersi a tavolasi facendosi  portare del brodo di carne e come al solito una  doppia granita di limone; poi bevette altro brodo.

N.B. Giacomo Leopardi non amava quindi  soltanto i gelati, ma era particolarmente goloso di dolciumi come testimonia anche il curioso episodio dove si sarebbe mangiato da solo un chilo di confetti. Non sfugge in questa occasione anche la sua incapacità a rinunciare ai gelati durante il colera che colpì Napoli,( la scarsa igiene dell’acqua con cui veniva preparato potrebbe essere stata la causa di come aver potuto contrarre  il colera).

Sarà stato lìalto livello glicemico raggiunto nel sangue dal poeta o magari solo un blocco intestinale causato dal caldo del brodo contrastato dal freddo di una doppia granita, ma tutto sta che improvvisamnte il più grande poeta di tutti i tempi non si sentì bene e lentamente sisi coricò a letto per ben tre volte.

Antonio Ranieri a quel punto  corse  a cercare  il dottore,..

… che mi avete chiamato a fare, qui ci vuole solo il prete, perché l’acqua è arrivata al cuore fu la triste sentenza del medico .

Frate Felice, del convento degli agostiniani scalzi, venne e disse una preghiera. tra i pianti di Antonio Ranieri e la sorella Paolina. 

Il giorno dopo secondo una versione del Ranieri  il suo corpo  venne poi sepolto nella chiesa di San Vitale, a Fuorigrotta nei pressi di Largo Laia  sulla via di Pozzuoli.

La chiesa  oggi purtroppo non esiste più . Essa fu abbattuta nel 1939 per far spazio al nuovo Viale Augusto e all’odierna Piazza Italia. I resti di Leopardi furono traslati nel Parco Vergiliano , il cui accesso si trova in un punto  quasi nascosto, vicino alla stazione della metropolitana di Mergellina, prima dell’ingresso della grotta.

N.B. Una nuova chiesa di San Vitale Martire fu poi  costruita poco distante con un’architettura di epoca fascista, semplice, squadrata e con simmetrie perfette. 

CURIOSITA’ : Ranieri nel suo ciarliero racconto  ci racconta di aver  sottratto il corpo dell’amico morto all’umiliazione delle fosse comuni  obbligatorie per tutti coloro che in quei   tempi morivano di  colera. Egli si vanta di aver coinvolto un ministro, corrotto un parroco con un cesto di pesce e i doganieri di Piedigrotta con un po’ di ducati.  L’apertura della cassa nel 1900 sembra però smentirlo: c’è sì un lembo del famoso soprabito verde scuro, ma mancano la testa e il torace, ci sono solo due femori non riconducibili a quelli del defunto.

Del teschio, nessuna traccia. La bara, inoltre, era troppo piccola per contenere lo scheletro di un uomo con «doppia gibbosità».

 La cassa era stata manomessa, ed il cadavere trafugato o il tutto era solo una grande bugia detta per farsi grande di Antonio Ranieri ‘

E se magari era stato trafugato quel cranio …..era per farne cosa?

Il mistero -potrebbe essere legato alla grande passione che Antonio Ranieri nutriva per la medicina e, in particolare, per l’anatomia. Già all’indomani della scoperta della bara vuota prese corpo il sospetto che la salma del Poeta fosse stata trafugata e occultata (dove? Nella stessa abitazione di vico Pero?) per essere sottoposta a studi di frenologia. Ovvero la dottrina secondo la quale tutte le funzioni psichiche avrebbero una ben definita localizzazione cerebrale, cui corrisponderebbero dei rilievi sulla teca cranica, che consentirebbero la determinazione della loro esistenza, del loro sviluppo, e conseguentemente dei caratteri psichici dell’individuo.

Questa fantasiosa ipotesi vede il Ranieri, con la complicità dei medici con cui era in contatto  r trasportare  il corpo di Leopardi,  all’ospedale degli Incurabili, affinché fosse studiato per caprire i segreti della sua impareggiabile mente. Del cadavere, poi, non si seppe più nulla. Probabilmente fu abbandonato nel cimitero delle 366 Fosse, ai piedi della collina di Poggioreale.

In realtà si sospetta che i resti mortali di Giacomo Leopardi si trovino nel grande ossario del  Cimitero delle Fontanelle  di Napoli, nel quartiere Sanità.

Questo perché il poeta morì durante un’epidemia di colera  e raggiungere il lato opposto della città con un cadavere senza essere notati all’epoca in quel determinato periodo era qualcosa di  praticamente impossibile. da attuare. La gendarmeria perquisiva meticolosamente ogni carretto nel timore che vi fosse il corpo di un coleroso. 

Al contrario il cimitero delle Fontanelle era facilmente  raggiungibile a piedi in un quarto d’ora da vico del Pero, dove morì Leopardi. Attraverso stretti vicoli interni e con scarsa possibilità di incorrere in controlli.

Conoscendo Ranieri nella sua ultima fase di vita e facendo semplicemente due più due, non sembra questa un’ipotesi così peregrina.

Tutto questo non impedì, tuttavia, che i presunti resti di Leopardi venissero traslati, nel 1939, nel Parco Vergiliano di Piedigrotta, accanto a un’altra tomba vuota, quella del grande Virgilio.

La sera del 22 febbraio 1939 infatti «un corteo illuminato con fiaccole partì in processione da San Vitale e si diresse al Parco Vergiliano con quella cassa che la maggior parte delle persone riteneva contenesse i resti di Giacomo Leopardi»

Nel parco della Tomba di Virgilio venne traslata anche la lapide originale. Fu una strepitosa messinscena. Da quel giorno il popolo napoletano, e non solo, cominciò a tributare il suo omaggio ad una bara vuota.

La tomba di Leopardi comunque presente nel Parco Virgiliano ha la forma di un’alta ara dove è scolpito soltanto il suo nome e cognome. A poca distanza si vede una lapide. Proviene dalla chiesa di San Vitale Martire. Sulla lapide c’è un’epigrafe, scritta da Pietro Giordani.

Si legge: «AL CONTE GIACOMO LEOPARDI RECANATESE FILOLOGO AMMIRATO FUORI D’ITALIA SCRITTORE DI FILOSOFIA E DI POESIE ALTISSIMO DA PARAGONARE SOLAMENTE COI GRECI CHE FINÌ DI XXXIX ANNI LA VITA PER CONTINUE MALATTIE MISERISSIME FECE ANTONIO RANIERI PER SETTE ANNI FINO ALL’ESTREMA ORA CONGIUNTO ALL’AMICO ADORATO. MDCCCXXXVII».

Ancora oggi quindi come vedete nessuno può affermare con margini di certezza dove siano i resti mortali di Leopardi. Su questo mistero si sono esercitati negli anni numerosi studiosi, accademici, scrittori, giornalisti.

Lo stesso mistero avvolge anche la vera causa con i quale sia morto il grande poeta .

Giacomo Leopardi amava molto  i gelati, ed era particolarmente goloso di dolciumi come testimonia anche il curioso episodio dove si sarebbe mangiato da solo un chilo di confetti il giorno prima di morire e secondo alcuni piche soffriva di diabete, la cause del sui decesso potrebbe invece essere stata un coma diabetico.

Non sfugge a tal proposito la sua incapacità a rinunciare ai gelati durante il colera che colpì Napoli, un’abitudina sicuramente sconsigliata e da evitare per la possibile contaminazione delle acque da parte del colera. 

N.B.La trasmissione della malattia avviene per contatto tra le feci e la bocca (contatto oro-fecale), sia in via diretta (ad esempio, attraverso la scarsa igiene delle mani che vengono portate alla bocca), sia attraverso l’acqua o gli alimenti contaminati dalle feci.

Quale fu  quindi la causa del decesso del grande poeta ?

Il certificato medico parlò di «idropericardia», ma non è mai stata esclusa l’ipotesi di complicanze legate al  colera. e secondo alcuni anche quella del coma diabetico

 

Ma vi siete mai chiesti quale sia stato il rapporto di Leopardi con Napoli ed i napoletani ?

La  causa principale della  venuta a Napoli di Leopardi era certamente il suo precario stato di salute, sicuramente molto  compromesso. Tra gli altri malanni oltre alla  tisi ( tubercolosi ) egli soffriva anche di  gravi problemi alla vista.

Napoli era e lo è sempre stata una città complessa ,rumorosa, caotica,chiassosa e  confusonaria e spesso contraddittoria contrasennata da fasto e da miseria, da differenze e da contrasti, da catastrofi e contraccolpi di crescita vitale. Abitare in questa città significava ogni giorno  per Leopardi anche misurarsi con la sua destabile ma a tratti affascinante complessità resa  a volte drammatica da un popolo abituato a sopravvivere in una realtà complicata. Le manifestazioni rumorose, folcloriche, rassegnate, appassionate,di gente con un carattere esattamente  opposto dal suo,tuttavia rendeva questa città a lui  attraente  e il popolo lo incuriosiva .

Ranieri nel suo volume ci racconta che le lunghe passeggiate da via Santa Teresa degli Scalzi, attraversando via Toledo a Santa Lucia furono per  lui tra i momenti più affascinanti del suo soggiorno napoletano. Egli con la plebe dei vicoli viveva bene anche se era inadeguato a quel mondo fatto di furbizie e spesso veniva deriso per colpa del suo aspetto fisico e l’abbigliamento trasandato, con un liso soprabito turchino, le calze  logore e rattoppate, ma in compenso ha un bel fazzoletto al collo, che non rendeva certo l’idea di essere alla gente comune un  grande poeta. La popolazione più “verace” dei vicoli napoletani con cui viene in contatto, pur non manifestando segni di ostilità nei suoi confronti, non lo tiene in grande considerazione. Tra l’altro era anche gobbo  una deformazione che per i napoletani era sinonimo di portafortuna. E secondo una vecchia e poco edificante abitudine, per beneficiare appieno di questa fortuna bisognava toccare la gobba. Quindi non sono pochi quelli che lo toccano e gli chiedono anche i numeri da giocare a lotto . 

Il poeta non se la prende più di tanto e regala i numeri richiesti, che di sicuro solo il caso potrebbe rendere vincenti. Però viene contagiato lui stesso dalla passione pe il gioco del lotto  e incomincia a  studiare formule e  combinazioni per riuscire a calcolare matematicamente i numeri vincenti. Tuttavia, non avendo in questi calcoli le stesse doti che aveva nella poesia non si arricchì mai.  Ma neanche si ridusse in miseria, perché quelle erano già le sue condizioni di vita.

Napoli poteva anche essere quindi come scrive al padre nel 1835, una città di «lazzaroni e Pulcinelli nobili e plebei, tutti ladri e baroni fottuti, degnissimi di spagnuoli e di forche», la capitale della mariuoleria.  Ma al contempo questa città per lui era anche espressione di una coinvolgente alterità: una città-calderone, viscerale, inscindibile dalla sua dimensione teatrale, pantagruelica nella sua ossessione del cibo, insieme trasgressiva e bigotta.

L’ipercerebrale Leopardi la esplora con la voluttà di chi vorrebbe far sua quella carnalità così esibita, se ne lascia inghiottire con delizia. Fattosi flâneur, ascolta i suonatori ambulanti di Chiaia, si riempie gli occhi dei banchi del pesce a Mergellina, distribuisce numeri al banco del lotto, incurante degli scherni

Quelli che invece lo invidiavano e sopratutto  lo  snobbava era  l’intellighenzia locale .

Ad ostacolarlo era quindi proprio quel gruppo  di  intellettuali che lui considerava un  centro artistico e letterario di prim’ordine e da cui  egli si aspettava nel suo soggiorno a Napoli dal punto di vista professionale un ritorno vantaggioso .

Il grande poeta non aveva fatto purtroppo i conti con l’invidia  di quel mondo di intellettuali che certamente temevano il confronto con un uomo di tanta cultura e nonostante le mostrate manifestazioni di ostilità nei suoi confronti spesso palesemente visibili   a lui volte per strade e dietro un tavolino del  Caffè Due Sicilie  in piazza Carità, cuore pulsante della vita napoletana di allora,  spesso si recava alla ricerca di una crescita culturale  in Via Taverna Penta , lungo Via Toledo al Caffè Trinarchia, considerato all’epoca il uogo d’incontro del fior fiore dell’intellighenzia napoletana.

Il poeta era solito frequentare anche il ‘Caffè d’Italia’, in Piazza San Ferdinando, luogo di incontro, confronto e scontro degli intellettuali nazionali e stranieri, tra questi Stendhal e Alexandre Dumas padre.

Leopardi nonostante avesse ben inteso una certa ostilità nei suoi confronti , sperava comunque in qualche modo  di poter essere prima o poi accettato in quello che di fatto era un circolo chiuso e ottuso. 

Ad onor del vero bisogna comunque dire che certo non giocava  un ruolo favorevole il carattere del poeta di Recanati. Giacomo Leopardi era infatti  molto schivo e ai loro occhi, non certo benevoli, appariva ai più  altero e presuntuoso. Molti letterati e artisti quindi non lo sopportano e ben presto lo emarginano sopratutto perchè  invidiosi del suo talento e, forse inconsciamente, dubitano di potersi confrontare con lui, personaggio immenso nonostante il suo aspetto meschino.

Non mancano quindi di  beffeggiarlo  con l’appellativo di “ranavuottolo”, cioè di ranocchio. Questo perché il poeta, con l’aspetto che si ritrova, dà l’impressione di essere rannicchiato su una sedia dietro il tavolino del caffè.

NB. Leopardi a tal proposito si vendica mettendoli   in ridicolo a modo suo nella poesia ” I nuovi credenti ” , scritta a Napoli nel 1835 e pubblicata postuma solo nel 1906, nei Canti. Una satira spietata che ridicolizza questi intellettuali “progressisti” e li tratteggia come troppo sciocchi per essere infelici:

… questi “apostoli” del nuovo spiritualismo cattolico sono i “nuovi credenti”. Esponenti dello spiritualismo napoletano, cattolici per interesse e ottimisti per stoltezza. Intellettuali che, secondo la visione leopardiana, dissertano dei problemi del mondo e della società compiacendosi di loro stessi e delle proprie banalissime idee, mentre riuniti sorseggiano una cioccolata calda alla caffetteria o pasteggiano al ristorante…

I  circoli culturali della città quindi deridevano «l’umor misantropico» del «ranavuottolo», mentre gli ambienti clericali avevano bloccato la pubblicazione delle Operette morali come incitamento alla sovversione dei pubblici costumi.

«La mia filosofia -continua- è dispiaciuta ai preti, i quali e qui e in tutto il mondo, sotto un nome o sotto un altro, possono ancora e potranno eternamente tutto […]».

Lui se ne vendicava facendo un «triste governo» (così dice Ranieri) di certi libri avuti in dono e usati per le pratiche igieniche della mattina.

CURIOSITA’: I manoscritti leopardiani delle Operette morali sono conservati presso la Biblioteca Nazionale del Palazzo Reale di Napoli insieme alla maggior parte dei Canti, la completa produzione dei Pensieri e l’intero Zibaldone

Il Caffè Due Sicilie prima citato ed il Caffè Angioli , furono comunque  forse i luoghi dove Giacomo Leopardi  trascorse i momenti più piacevoli della sua permanenza partenopea. Ma anche quello che portò meno benefici alla sua salute. Dietro quelitavolino di piazza Carità Via Toledo, il poeta beveva numerose  tazzine di caffè intervallate da  quantità industriali di gelati, granite e prelibatezze di pasticceria.

Molti attenti biografi della vita del  poeta recanatese  raccontano che egli era spesso schernito per la quantità del gelato e la sua voracità, ma l’ironia dei dileggiatori non lo inibiva e nonostante fosse seccato dell’impertinenza dei passanti , continuava a gustare il suo gelato con sprezzante compiacimento.

Ranieri narra anche che una volta, al Caffè delle due Sicilie, dovette cacciare un capannello di scugnizzi che si prendeva gioco del poeta per l’enorme gelato che aveva davanti.

CURIOSITA’ : Si racconta che egli fosse particolarmente goloso degli insuperabili gelati di Vito Pinto  dove seduto ad un tavolino era solito ordinare tre grossi gelati per volta e quando il cameriere li portava, gli diceva di metterli l’uno sull’altro. Egli era solito ingurgitarli in una coppa uno dietro all’altro.

Secondo alcuni storiografi pare che Leopardi oltre che golosissimo di gelati fosse  tra l’altro anche un grande amante di granite e sopratutto di sfogliate frolle di cui andava pazzo. 

Tali enormi quantita di zuccheri ingorgitati con continuità, influirono quindi  decisamente in modo pericoloso  sul suo stato di salute. Egl tra l’ìaltro non disdegnava neanche  frutti di mare, crostacei, cozze  e, in particolare, i “cannolicchi”.

Praticamente conduceva uno stile di vita alimentare certo non dei migliori che sicuramente non aiutava il suo già precario  stato di salute.

E pare che proprio questa sua mania  per i dolci sarebbe stata la causa della sua morte. Egli secondo alcuni storici sarebbe morto non tanto per le complicanza legate al colera ma per un coma diabetico. 

L’ultima sera di Leopardi, il 13 giugno 1837, si festeggiava in casa a vico del Pero l’onomastico di Ranieri e per l’occasione  furono portati a tavola svariati cartocci di confetti cannellini di Sulmona, Leopardi pare che ne mangiò un chilo e mezzo e morì la mattina successiva per coma diabetico.

 Questo ritratto napoletano di Leopardi goloso di sobetti , gelati e dolci ,mostra come anche un grande personaggio possa eccedere nelle debolezze umane. Ma non lo sminuisce ai nostri occhi . Al contrario di quanto fece incece poi il suo amico fidato Antonio Ranieri, che raccoglie in un libro gli aspetti più riservati della vita del poeta e lo pubblica postumo. Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi è un libro di meschino gossip che fece la fortuna dell’autore infangando la memoria di quello che era stato un suo grande amico e a cui doveva tanto.

Chi era quindi davvero Antonio Ranieri, l’amico inseparabile degli ultimi anni di Leopardi ?

Un “giovane d’ingegno raro”, dotato mirabilmente dalla natura, come l’aveva visto Leopardi, o un ambizioso opportunista, se non addirittura un  vecchio  vaneggiante che negli ultimi anni della sua vita aveva perso lucidità perchè pesantemente condizionata dai malanni dell’età ?.

Antonio Ranieri (Napoli, 8 settembre 1806 – Portici, 4 gennaio 1888) fu certamente  un uomo  diffidato per le sue idee dalla polizia borbonica, che allontanatosi da Napoli iniziò a girovagare in vari diversi paesi stranieri. Ritornato in Italia e stabilitosi a Firenze, strinse una grande e intima amicizia con il poeta Giacomo Leopardi con il quale fece poi ritorno a Napoli .Come abbiamo precedentemente letto essi vissero insieme nei diversi appartamenti presi in affitto in città non ultimo quello del Vico Pero dove egli con l’aiuto della sorella Paulina assistette fino alla fine dei suoi giorni con devozione fraterna l’amico Giacomo. 

Come  scrittore italiano è indubbio che egli grazie alle tante battaglie combattute in nome dell’amico deve al suo nome e alla sua personalità un indiscutibile prestigio che giunse al suo apice quando nel 1880 scrisse il famoso memoriale : L’opera i Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi . Fu inoltre senatore del Regno d’Italia nella XV legislatura.

Antonio Ranieri devi quindi la sua immortale fama tramandata ai posteri solo alla sua amicizia con Leopardi ?

Chi infatti ricorderebbe oggi Antonio Ranieri senza l’accostamento al Leopardi ?

Chi era quindi realmente Ranieri?…  e sopratutto e qual era la natura del contraddittorio ménage?

Dite la verita … non avete mai veramente mai malignamente pensato che tra i due vi fosse un amorevole corrispondenza di amorevoli sensi omosessuali ?

E qui fermiamo subito le nostre fantasie. o i nostri pettegoli pensieri -di tutto questo non ci sono prove  e sicuramente tra di loro non vi fu mai una vera e propria relazione erotica.

Leopardi conobbe a Firenze nel 1827 il napoletano Antonio Ranieri, studente ventunenne, che un biografo descrive così: ‘giovanissimo, bellissimo, aitante della persona’ e con ‘quell’ardor giovanile dell’animo che tanto piace al bel sesso …

Ranieri era infatti un donnaiolo accanito e sconsiderato, come esemplifica la sua avventura con la Pelzet (che non fu la sola). Leopardi, al contrario, non ebbe notoriamente avventure o storie concrete emateriali con donne.i suoi erano tutti “amori impossibili ” di cui  lamentava  e tormentava l’amico con ‘vaneggianti soliloqui amorosi’

I due per qualche strana motivazione a tutti  poco comprensibile, divennero subito grandi amici . Nel 1830 la frequentazione  tra i due si fece più assidua, e nell’inverno 1831/32 i due trascorsero cinque mesi a Roma ufficialmente per la salute del Leopardi, in realtà perché Ranieri voleva star vicino all’attrice Maria Maddalena Pelzet (sposata!) per cui smaniava.

Quando nel 1832-33 Ranieri tornò a Napoli dalla famiglia, che versava in dissesti finanziari sempre più gravi, Leopardi gli scrisse da Firenze frequenti lettere d’amore. In esse leggiamo dichiarazioni come questa:

‘Ranieri mio, tu non mi abbandonerai però mai, né ti raffredderai nell’amarmi. Io non voglio che tu ti sacrifichi per me, anzi desidero ardentemente che tu provvegga prima d’ogni cosa al tuo ben essere: ma qualunque partito tu pigli, tu disporrai le cose in modo, che noi viviamo l’uno per l’altro, o almeno io per te; sola ed ultima mia speranza. Addio, anima mia. Ti stringo al mio cuore, che in ogni evento possibile e non possibile, sarà eternamente tuo’ .

Ora prima che voi vi apprestiate ad esprimere un qualsiasi giudizio su queta lettera dovete prima di tutto sapre chen ell’Ottocento l’amicizia si esprimeva in termini molto più calorosie romantici  che ai giorni nostri.

Ma è altrettanto vero che un’ amicizia’ così ‘accesa’ non passò inosservata, come emerge da un’altra lettera che accenna alle ‘derisioni’ che scatenava:

‘Povero Ranieri mio! Se gli uomini ti deridono per mia cagione, mi consola almeno che certamente deridono per tua cagione anche me, che sempre a tuo riguardo mi sono mostrato e mostrerò più che bambino. Il mondo ride sempre di quelle cose che, se non ridesse, sarebbe costretto ad ammirare; e biasima sempre, come la volpe   quelle che invidia.

Oh Ranieri mio! Quando ti ricupererò? Finché non avrò ottenuto questo immenso bene, starò tremando che la cosa non possa esser vera. Addio, anima mia, con tutte le forze del mio spirito. Addio infinite volte. Non ti stancare di amarmi’ .

E qui è altrettanto vero che in questa lettera si  era comunque passato il segno anche delle convenzioni dell’amicizia Romantica,

E come se non bastava:

‘Ranieri mio, non hai bisogno ch’io ti dica che dovunque e in qualunque modo tu vorrai, io sarò teco [con te]. Considera bene e freddamente le tue proprie convenienze e poi risolviti. La mia risoluzione è presa già da gran tempo: quella di non dividermi mai più da te. Addio’ .

E quando infine Ranieri parte alla volta di Firenze per andare a prendere l’amico, al quale ha proposto di vivere a Napoli insieme, Leopardi gli scrive:

‘Ranieri mio. Ti troverà questa <lettera> ancora a Napoli? Ti avviso ch’io non posso più vivere senza te, che mi ha preso un’impazienza morbosa di rivederti, e che mi par certo che se tu tardi anche un poco, io morrò di malinconia prima di averti avuto. Addio addio’ .

E’ ovvio  che leggendo queste e le altre lettere di solito si ricava l’impressione che fra i due esistesse una relazione oppure  che almeno Leopardi fosse innamorato  di Ranieri  il quale, perso nei suoi amori con donne, certo non ricambiava il sentimento .Se dunque amore ci fu, esso fu a senso unico.

Anzi, per maggior chiarezza Ranieri per evitare eventuali  ‘derisioni’ a cui andava incontro il loro ‘sodalizio’! si affannò a rivelarci da cosa nascessero quelle chiacchiere che tanto  ‘scandalo’ e derisione venivano fuori dall’eccessiva intimità fra i due.

Appena arrivati a Napoli assieme, nel 1833 egli si affrettò a scrivere  : ‘io, lasciatone il mio antico letto, dormiva in una camera non mia (cosa che nelle consuetudini del paese, massime in quei tempi, toccava quasi lo scandalo), per dormire accanto a lui’.

Il punto di partenza  per trattare il  delicato tema è ovviamente la grande passione amorosa di Leopardi, quella che occupò gran parte della sua vita adulta: il ‘sodalizio’ con Antonio Ranieri e al contempo il suo interesse nei confronti delle eventuali donne .

Una passione amorosa vera e propria ad onor del vero il poeta la provò . Esso era un amore vero, concreto ma mai corrisposto che lui provava per Fanny Targioni Tozzetti, una  nobildonna fiorentina che Leopardi trasfigura col nome di Aspasia, l’etera di cui si innamorò Pericle nel V secolo a.C.

La passione e la successiva delusione amorosa di Leopardi si articola in cinque testi composti tra il 1831 e il 1834. Qui il poeta descrive il sentimento come un’esperienza totalizzante 3, che riempie ed arricchisce l’animo dell’uomo e mostra la mediocrità del mondo circostante o di coloro che non ne sono toccati. A ciò fa ovviamente da contraltare l’acuta e profonda disillusione, che spinge Leopardi a svelare l’inganno dei sentimenti e la condizione di infelicità umana, desiderando la morte come fuga dalla vanità del mondo.

In verita anche un ‘altra  donna aveva già fatto precedentemente  breccia nel suo cuore . Si trattava di Geltrude Cassi Lazzari, una sua  lontana cugina di Pesaro. Questa passione tristemente non corrisposta a 19 anni, lo portò a scrivere Diario del primo amore e l’ Elegia I, in seguito inclusa nei Canti con il titolo Il primo amore.

E poi la famosa Silvia che pare fosse Teresa Fattorini, la figlia del cocchiere che lavorava presso la famiglia Leopardi, una giovane ragazza morta di tubercolosi all’ età di vent’anni.

Silvia, Nerina, Beatrice, Laura, Aspasia, Saffo…il nostro poeta nelle sue poesie fa continuamente vivere tutte le sue donne impossibili da amare in maniera reale .

Attraverso esse e la componente amorosa distruttiva della passione che  lui prova , egli spesso ne esce illuso, sofferente e distrutto .Dotato di grande talento e cultura il nostro poeta a quel punto dedica i suoi versi le sue poesie a donne esistenti o solo sognate nel sublime canto delle sue liriche più celebri.

UNA VERA FORTUNA PER NOI !

Leopardi era un uomo che  aveva un disperato bisogno d’amare e di essere amato, un desiderio amoroso sospeso fra amara disillusione e dolce ricordanza. I suoi amori, infatti, sono più immaginati che vissuti, tanto che sembra quasi di vederlo seduto al suo scrittoio mentre, sospirando, pensa ad uno dei suoi tanti amori…

Giacomo Leopardi nacque a Recanati il 29 giugno 1798, primogenito della più illustre casata del piccolo centro marchigiano. Il padre, austero e politicamente reazionario, apparteneva  all’ala più reazionaria e clericale della nobiltà dello Stato della Chiesa.

Monaldo Leoprdi , padre del nostro grande poeta, fu un personaggio di spicco nella sua epoca . Egli rimasto orfano in giovane età dovette ben presto farsi caricodell’amministrazione del patrimonio di famiglia , Egli come la sua biografia ci racconta fu sempre impegnato e coinvolto nella vita politica e amministrativa di Recanati, investito nel corso del tempo di cariche importanti e talora gravose per le burrascose vicende del tempo e per il continuo alternarsi di vittorie e sconfitte fra i belligeranti del momento, Austriaci, Francesi e Pontifici.

Nel 1799 ad esempio la popolazione recanatese, contro il suo stesso volere, lo elesse Governatore, ma i Francesi dopo una temporanea ritirata ripresero il terreno perduto e Monaldo, condannato a morte, dovette rifugiarsi per qualche tempo in campagna assieme alla moglie in attesa del secondo figlio.

Ottimo amministratore della cosa pubblica, non fu altrettanto abile nella gestione del suo privato patrimonio. Sommerso infatti dai debiti dovuti alla sua inesperienza nell’età giovanile ed al fallimento di alcuni suoi progetti non privi di genialità ma difficilmente attuabili in quel tempo, si vide poi costretto a venire a patti coi suoi creditori mediante un concordato che nominava la moglie amministratrice del patrimonio familiare e dilazionava a lungo termine il pagamento delle passività. Da quel momento si dedicò principalmente ai suoi studi preferiti s, all’educazione dei figli  ed alla formazione dell’amata  biblioteca  che aprì per la consultazione anche ad amici e concittadini. In essa il giovane Giacomo  trovò gli strumenti necessari per lo sviluppo della sua cultura e del suo genio

Il padre fu, insieme con i precettori ecclesiastici, il suo primo insegnante.intellettuale appartenente all’ala più reazionaria e clericale della nobiltà dello Stato della Chiesa.

Ma l’ingegno precocissimo del giovane Giacomo e la sua estrema sensibilità, frustrati dalla freddezza parentale, lo indussero ben presto a riversare tutta la sua passione sui libri della biblioteca paterna (sette anni di studio ‘matto e disperatissimo’) .

Il giovane Leopardi seppe mettere a frutto la notevole-biblioteca-del padre, a Recanati, e grazie a quei  tanti libri presenti del cui contenuto lui ne ingorcitava l’enorme cultura trascritta, divenne un  fenomenale autodidatta, esperto in lingue classiche, ebraico, e lingue moderne, storia, filosofia e filologia (nonché scienze naturali e astronomia).

Il suo corpo, ormai minato dai molti anni di studio e di semi-volontaria reclusione, aveva già cominciato a mostrare i segni di quella deformazione alla colonna vertebrale  che farà così soffrire il poeta, anche se la malattia, per il Leopardi, non rimase mai un motivo di lamento individuale ma si trasformò in uno straordinario mezzo di conoscenza. Come infatti ci ha poi fatto vedere nei sui versi egli è certamente classico nella sua formazione intellettuale, ma sopratutto anche Romantico nella sua sensibilità poetica .

Divenne saggista e traduttore, specialmente di classici. Del 1816 fu il suo passaggio dall’erudizione al bello, ossia dallo studio alla produzione poetica, e nello stesso anno è da datare la sua missiva alla ‘Biblioteca Italiana’, con la quale il Leopardi difendeva le posizioni dei classicisti in risposta alla de Stäel. L’anno dopo avviò una fitta corrispondenza   con Pietro Giordani ed iniziò la stesura dello Zibaldone; sempre in questo periodo si innamorò di Geltrude Cassi, alla quale dedicò la poesia Il primo amore.

L’anno 1819, segnò un periodo di profonda crisi per il poeta: esasperato dall’ambiente familiare e dalla chiusura, soprattutto culturale, delle Marche, governate dal retrivo Stato Pontificio, il Leopardi tentò di fuggire da casa, ma il progetto venne sventato dal padre. A questo stesso periodo appartengono la composizione degli idilli L’infinito, Alla luna ed altri e la sua conversione ‘dal bello al vero’, con il conseguente intensificarsi delle sue elaborazioni filosofiche, tra cui la teoria del piacere.

Nel 1822 il padre gli concesse un soggiorno al di fuori di Recanati e fu così che il poeta poté andare a Roma, ospite di uno zio. La città si rivelò estremamente deludente e, dopo aver invano tentato di trovarvi una sistemazione, il Leopardi nel 1823 fece ritorno nelle Marche, dove iniziò a comporre le Operette morali. Proprio le Operette segnarono la piena formulazione del ‘pessimismo storico’, che vedeva nell’uomo e nella ragione le vere cause dell’infelicità, e del ‘pessimismo cosmico’, che al contrario accusava la Natura di essere la fonte delle sventure umane, in quanto instilla nelle persone un continuo desiderio di felicità destinato ad essere sistematicamente frustrato.

Nel 1825 riuscì a lasciare Recanati grazie all’avvio di una collaborazione con l’editore Stella che gli garantì una certa indipendenza economica: fu a Milano, Bologna (dove conobbe il conte Carlo Pepoli e pubblicò un’edizione di Versi), Firenze (dove incontrò il Manzoni e scrisse altre due operette morali) e Pisa (dove compose Il Risorgimento e A Silvia). Costretto a tornare a Recanati nel 1828, proseguì nella produzione lirica che aveva iniziata a Pisa con l’approfondimento delle tematiche della ‘natura matrigna’ e della caduta delle illusioni.

Nel ’30 uno stipendio mensile messogli a disposizione da alcuni amici gli permise di lasciare nuovamente Recanati e di stabilirsi a Firenze. Qui s’innamorò di Fanny Targioni Tozzetti (la delusione scaturita dall’amore per lei gli ispirerà il ciclo di Aspasia) e strinse amicizia col Ranieri. In risposta a chi attribuiva alla deformità la sua concezione pessimistica della storia e della natura, il Leopardi compose il Dialogo di Tristano e di un amico. Del ’36 sono La Ginestra, Il tramonto della luna e probabilmente I nuovi credenti

Visse in varie città italiane (Firenze, Roma, Bologna, Milano, Napoli, Pisa) collaborando con vari editori.

I suoi ideali ‘patriottici’, come quelli espressi nella poesia ‘All’Italia’ (1821), lo resero popolare fra i lettori risorgimentali e dopo l’Unità d’Italia (1860) gli garantirono un ruolo come ‘poeta nazionale’; tuttavia nel corso della vita lo resero sospetto alle autorità.

Fra le sue opere, sia in poesia che in prosa, vanno ricordate almeno: Canzoni (1824), Versi (1826), Operette morali (1827), Canti (1818-l831).

Vittima dall’infanzia di deformità fisiche e malattie croniche, che periodicamente gli impedivano di portare a termine i suoi impegni di lavoro, non riuscì per questo mai a raggiungere l’indipendenza economica dalla famiglia, cosa che lo obbligò a scendere a compromessi con il suo dotto quando reazionario padre. L’infelicità derivante da queste circostanze e forse da un suo amore suoi omosessuale non ricambiato,  hanno contribuito a fargli appiccicare la sbrigativa etichetta di ‘poeta del pessimismo’.

Morì a soli 39 anni a Napoli, dove s’era stabilito alla ricerca di un clima più mite, il 14 giugno del 1837.

La sua tomba, proclamata ‘monumento nazionale’, si trova nel Parco Virgiliano di Napoli.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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